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Go Wine inizia la stagione nel segno dei vitigni autoctoni

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Con “Buono non lo conoscevo” si rinnova l’appuntamento dell’associazione che mette al centro ogni anno la varietà della viticultura Italiana.

Per la riapertura del programma romano delle degustazioni targate Go Wine, l’associazione ha puntato su un cavallo di battaglia ormai consolidato nel tempo. Con “Buono non lo Conoscevo” degustazione dedicata ai vitigni autoctoni italiani Go Wine ha fatto di nuovo centro. La conferma arriva dalle presenze nelle sale dell’Hotel Savoy che ha ospitato l’appuntamento.

Gli appassionati per raggiungere i banchi di degustazione non si sono fatti fermare nemmeno dalla pioggia battente, sicuri che il disagio di affrontare il maltempo sarebbe stato certamente ripagato. Come sempre le aspettative sono state soddisfatte dal livello delle produzioni disponibili all’assaggio, alcune di queste vere e proprie rarità indisponibili sul mercato romano. Questa di fatto, è certamente una delle caratteristiche capaci di rendere così amata questa degustazione.

Non capita infatti tutti i giorni di fare la conoscenza con vitigni che crescono centinaia di chilometri lontano da qui e, contemporaneamente fare la conoscenza della loro storia e del loro percorso ampelografico. Varietà spesso recuperate sull’orlo dell’oblio e restituite a nuova vita da produttori coraggiosi, che rinunciano a perseguire i grandi numeri in favore della conservazione dell’identità. A questi dovrebbero indirizzarsi i ringraziamenti di ogni appassionato, consapevole dell’importanza di mantenere una così ampia varietà ampelografica. Peculiarità distintiva del vigneto italiano, che rende la nostra viticultura unica al mondo e dal potenziale ancora ampiamente inespresso.

Fortunatamente l’interesse per la realtà dei vitigni autoctoni è in forte aumento grazie all’enoturismo. Fenomeno in costante crescita di anno in anno, alimentato dalla voglia di conoscere e scoprire le tante sfumature culturali del nostro territorio, di cui l’enogastronomia è parte integrante. Anche questa volta la selezione di Go Wine ha saputo regalare grandi sorprese particolarmente gradite e, senza dubbio, la massiccia presenza Ligure è stata una di queste.

Tutta l’eccellenza della Liguria con Vini in Riviera.

I limiti della distribuzione insieme ai numeri contenuti della viticultura eroica di questa regione, rendono difficile la possibilità di poterne assaggiare i vini in una ampia varietà di etichette. Ad ovviare a questo ci ha pensato   “Vite in Riviera”, una rete di 25 aziende che si occupa di valorizzare il patrimonio del vino e dell’olio ligure, presente con tutte le Doc rappresentative del territorio nelle loro differenti espressioni territoriali.

Per il Vermentino da segnalare le versioni delle aziende Cantina Bruna, Ramoino, Lombardi e Vecchia Cantina. Ma il bianco che più si identifica con il territorio è forse il Pigato, rappresentato in maniera eccellente dalle Aziende Tenuta Maffone, Podere Grecale, Enrico Dario, Vio Claudio. Di quest’ultimo e a bacca rossa, anche l’ottima Grenaccia,  in coppia con quella vinificata dell’Azienda Innocenzo Turco.

Tante Aziende per molte differenti interpretazioni del territorio.

Per i rossi invece, il primato di più identitario spetta senz’altro al Rossese di Dolceacqua. Uno splendido vino come dimostrato dai prodotti di Cantina Praiè, Cantine Calleri e Torre Pernice. Vitigno che rivela la sua personalità anche in altre ubicazioni, come il Rossese di Campo Chiesa di Sartori Dulbecco.

La vera chicca però è stata rappresentata da un vino veramente raro da incontrare nel proprio calice, l’Ormeasco di Pornassio. Oggetto misterioso per ogni corsista del vino, qui rappresentato splendidamente come nelle etichette delle Aziende Cascina Nirasca, Guglierame e Peinetti.

Un mosaico di autoctoni provenienti da tutto il paese.

Liguria a parte anche il resto d’Italia ha sfoggiato i suoi gioielli. Ad esempio il Ruchè di Luca Ferraris che tra le etichette ha presentato il Vigna del Parroco, premiato con 93 punti da Decanter. Poi altre piccole perle come il Trebbiano Spoletino di Colle Ciocco o il Pugnitello di Poggiolella, Azienda della zona di Orbetello. E ancora in ordine sparso dal piemonte lAzienda Cieck che vinifica l’Erbaluce di Caluso, la splendida Tintilia del Molisano Claudio Cipressi o il Bombino Bianco dei Pugliesi Rivera.

La Malvasia Istriana di Scubla dal Friuli e la Falanghina del Sannio di Torre Varano, nella sua interpretazione strutturata con Niche, o i sorprendenti Lambrusco della Cantina Sociale di Quistello con i suoi particolari cloni del vitigno.

Il Lazio è stato un ottimo padrone di casa.

Non poteva mancare il Lazio che ha fatto gli onori di casa presentandosi tra gli altri con il Terrae Vulpis, Cesanese di Affile dell’Azienda Raimondo, Il Grechetto di Trebotti ed il Racemo, Frascati Superiore dell’Azienda Olivella. Un biglietto da visita della nuova viticultura Laziale, in rapida risalita verso i livelli che il suo terroir è in grado di garantire.

Bruno Fulco

L’adolescenza arrivò “Più veloce dell’ombra”

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Quanto è difficile crescere? E quanto può essere complicato quando non ti senti conforme? Ce lo racconta Federica Tuzi in Più veloce dell’ombra (Fandango Editore).

L’adolescenza è quel momento della vita a cui tutti guardano con terrore, anche una volta che se la si è lasciati alle spalle. È l’incubo dei genitori, ma anche dei figli che iniziano a provare malumore nei confronti di tutto e di tutti, senza capirne veramente il motivo. Oggi, gli studiosi ci dicono che l’età adolescenziale si è allungata, non riguardando più di fatto solo i teenagers, ma anche i ventenni. Tutto questo a causa del periodo storico particolarmente instabile dal punto di vista sociale ed economico in cui ci ritroviamo a vivere. Per la gioia di tutti noi.

Si sa che quanto più una cosa provoca disagio nella vita, tanto più essa viene esplorata e raccontata dall’arte. La storia della letteratura è piena di adolescenti che, mentre superano particolari ostacoli, scoprono i loro punti di forza, definiscono il proprio carattere, affrontano i limiti personali e sociali. Pensiamo a tutti gli adolescenti dei romanzi fantasy o dispotici. Oppure, ci sono quelle storie che ci fanno rivivere tutto il dramma del non essere più bambini e neanche degli adulti. Pensiamo al giovane Holden e a tutti i suoi parenti letterari.

Alessandra, la protagonista di Più veloce dell’ombra, è a metà tra Holden e un qualsiasi adolescente che potremmo incontrare nella vita di tutti i giorni.

Non conosciamo i nomi dei genitori della bambina, ma solo i nickname che lei gli dà: Magnum P.I. e la Charlie’s Angel. I due non sono visti dalla figlia come persone, ma come dei veri e propri modelli di perfezione che lei non solo sente lontani, ma inarrivabili. La piccola Ale, infatti, oltre a essere in sovrappeso, ha anche numerosi tic che le impediscono di comportarsi in maniera spontanea e di avvicinarsi ad altri ragazzini. Costretta dalla madre a stare perennemente a dieta (senza ottenere risultati) e rifiutata dai compagni di classe perché diversa, Alessandra è sola alla scoperta del mondo. Deve anche confrontarsi con la scoperta della propria omosessualità, elemento che contribuisce a farla sentire diversa ed emarginata.

Eccoli lì i miei genitori: Magnum P.I. e la Charlie’s Angel, sorridenti e in posa come se avessero dovuto farsi fotografare per la copertina di Tv Sorrisi e Canzoni. Sfoggiavano sessantaquattro denti bianchi, due spruzzate di stelline dentro agli occhi e quella loro aria da: facciamo finta che non è successo niente.

L’unico essere vivente da cui Alessandra riesce a sentirsi pienamente accettata è Frida, la sua cagnolina.

Sarà proprio grazie a Frida e ai terribili sbagli commessi nel prendersene cura (come può essere attenta una persona che non sa cosa siano le attenzioni?) che la protagonista avrà l’occasione di capire che cosa significhi essere consapevole delle proprie azioni. Allo stesso tempo, anche la madre riuscirà a trovare un modo per dialogare con la figlia, riconoscendo i propri sbagli e cercando un rimedio.

Nella presentazione del libro si legge che Più veloce dell’ombra non è un romanzo di non formazione.

Non mi trovo pienamente d’accordo con quanto detto. È vero che per tutto il libro seguiamo la storia di una bambina che agisce per istinto, mossa da necessità basilari o dalla noia. Alessandra non riesce a immaginare le conseguenze di determinati comportamenti, né comprende le risposte delle persone ai suoi atteggiamenti. Quando manca la comprensione, ovviamente non può esserci una maturazione. Eppure tutto quello che la protagonista vive farà parte della sua crescita perché costituisce un’esperienza. Tutto il suo percorso contribuirà a renderla adulta, anche se noi non lo vedremo.

La lettura del romanzo è veloce, ma non è affatto comoda.

Spesso il lettore è frustrato dall’ingenuità di Alessandra, dal suo non capire, dalle sue scelte impulsive. Capita spesso di entrare in empatia con questo personaggio per poi sentirsene completamente lontani appena girata la pagina. La narrazione in prima persona aiuta l’identificazione, ma l’ingenuità di Alessandra può creare anche distanza. Chi legge deve confrontarsi con il senso di solitudine inconsapevolmente avvertito dalla bambina. Deve fare i conti con la mancanza di dialogo tra la protagonista e i suoi genitori/compagni di classe/insegnanti/ragazze amate/mondo degli adulti. Si è investiti dalle situazioni; si può provare compassione, ma anche tanta rabbia.

Si parla molto anche di differenza, di che cosa vuol dire essere la pecora nera del gregge. I tic di Alessandra, il suo peso, la sua stranezza spaventano i suoi coetanei che o la escludono o la rendono vittima di bullismo. E questo perché la protagonista non è conforme a un ideale di bellezza e di sanità. E tutto parte già dalla famiglia. La madre di Alessandra è la prima a non accettarla così com’è e a richiedere spesso una figlia “normale”. Sono parole molto forti da sentire, soprattutto se vengono da un genitore. Il libro di Federica Tuzi ti porta a riflettere su quanto sia difficile essere se stessi senza farsi inghiottire dalle opinioni sociali.

Il rapporto tra madre, padre e figlia è molto ben rappresentato. Non solo è realistico, ma racconta tutte le difficoltà che i genitori possono incontrare nel processo educativo e quanto il dialogo debba essere una parte fondamentale di esso.

Un libro interessante, scorrevole, scritto in maniera molto semplice e lineare. Uno sguardo limpido sull’adolescenza che ne restituisce tutta la gamma emotiva che la caratterizza.

Federica Crisci

Il viaggio rock psichedelico degli Sherpa nell’antica Mesopotamia

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I fiumi Tigri ed Eufrate sono l’ispirazione per il rock psichedelico degli Sherpa. “Tigris & Euphrates”, appunto, è il loro secondo disco, in uscita il prossimo 28 settembre.

Il nome della band abruzzese fornisce subito alcuni indizi interessanti sulle loro ambizioni musicali. Gli Shar-pa sono “gli uomini dell’est” e tale scelta manifesta indubbiamente il desiderio di esplorare culture lontane e di uscire dai confini nazionali. Con il disco d’esordio “Tanzlinde”, infatti, si sono guadagnati nel 2016 un discreto successo in Italia e all’estero. Apprezzati in particolare nel panorama europeo, hanno suscitato l’interesse dell’etichetta tedesca Sulatron Records che si è occupata di entrambi i loro lavori.

Rock psichedelico

Non esiste, probabilmente, persona che a sentir le parole Tigri ed Eufrate (sempre in questo preciso ordine, si badi!) non sappia di che cosa si stia parlando. È quasi inevitabile tenere a bada il riaffiorare dei ricordi dei primi tempi passati sui banchi di scuola. Alle elementari, abbiamo scoperto l’importanza di questa coppia di fiumi mediorientali, culla delle prime civiltà, e da allora non li abbiamo più dimenticati.
Per questo, il titolo del nuovo album degli Sherpa non può non evocare immediatamente qualcosa di primordiale, che ci affascina e allo stesso tempo ci rassicura. Perché sappiamo che, per quanto profonde, sono lì, le nostre radici.

“Tigris & Euphrates” è una macchina del tempo che trasporta e coinvolge l’ascoltatore in un viaggio psichedelico.

La melodia si perde in atmosfere oniriche date dall’utilizzo sapiente di voce, chitarra e sinth. L’aggiunta suggestiva dei cori richiama la collettività, il bisogno di stringere rapporti che caratterizza sin dall’antichità l’animale sociale per eccellenza: l’essere umano.

Siamo nel 3000 a.C., in quella precisa zona  solcata dai fiumi Tigri ed Eufrate che abbiamo imparato a riconoscere come Mesopotamia (dal greco “tra due fiumi”, appunto). Donne e uomini smettono di essere nomadi, di vivere ognuno per sé. Capiscono l’importanza delle relazioni, di collaborare per costruire gradualmente una società che diventerà la grande civiltà sumera. Troviamo nella seconda traccia dell’album, Creatures of Ur, proprio un riferimento a una delle più grandiose città fondate dai Sumeri. In questo brano gli archi suadenti di Federica Vignoni colorano l’atmosfera di mistero ed esoticità.

Altro richiamo esplicito all’antica civiltà della Mesopotamia si trova nel brano Descent of Inanna to the Underworld. Il titolo riprende esattamente quello di un poema sumero che ha protagonista Inanna, appunto, dea della bellezza, dell’amore e della fertilità. Il mito narra la sua discesa negli Inferi, simbolo della necessità per la psiche umana di confrontarsi con il proprio lato oscuro per raggiungere l’equilibrio e la completezza. Una suggestiva catabasi che sarà di ispirazione per tantissima mitologia e letteratura successiva.

Proprio le tenebre e l’oscurità degli Inferi sembrano emergere ascoltando il rock psichedelico degli Sherpa. In “Tigris & Euphrates” si abbandonano, infatti, gli aspetti più vivaci e le melodie pop rintracciabili nel loro primo lavoro per abbracciare una sonorità decisamente più lenta e cupa.

Le parole sono poche e spesso enigmatiche.

Gli Sherpa, nel mistero dell’evoluzione umana, evidenziano il ruolo fondamentale del linguaggio (Abscent to the mother of Language è un’altra delle tracce). Esso, allo stesso tempo, plasma ed esprime la nostra persona nonché la nostra visione del mondo. Le sue caratteristiche e il suo mutamento influiscono profondamente sulle relazioni umane. Si riconosce l’esistenza di un linguaggio primordiale “pre-babelico”, che, così come la musica, riesce ad accomunare tutti, indipendentemente dalla nazionalità, dalla cultura e dalla religione.

Ecco, perciò, alla fine dell’ascolto dell’album una sensazione quasi inaspettata. Percepiamo affiorare, nell’oscurità che abbiamo raccontato finora, una luce di salvifico ottimismo. Gli Sherpa, con il loro ultimo e originalissimo disco, testimoniano l’inesauribile e straordinario potere taumaturgico della musica.

Francesca Papa

Articolo 31: la reunion sul palco del Fabrique a Milano

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Lo ha annunciato J-Ax sui social: “Gli Articolo 31 tornano finalmente assieme esclusivamente per le 5 date al Fabrique”.

Per tutti gli adolescenti che sono cresciuti con gli album degli Articolo 31 questa è veramente un’ottima notizia. Ci sono band che ti spezzano il cuore quando ti informano della fine della loro collaborazione. Penso ad esempio ai Gallagher, i fratelli più litigiosi della storia del rock, e alle Spice Girls su cui aleggia il mistero di una probabile reunion.

Gli Articolo si sono divisi nel 2006 ma finalmente hanno fatto pace. Dalla sua bacheca Ax ci avvisa:

“Abbiamo messo una pietra sopra ad anni in cui non ci siamo risparmiati critiche e malignità, ma siamo anche uomini abbondantemente adulti e i veri uomini riescono a perdonare gli amici. Nella vita, del resto, possiamo comprare tutto, tranne le persone che ci stanno vicino e a cui vogliamo bene. Per questo motivo sono felice di annunciarvi una cosa che mi chiedete da anni: gli Articolo 31 tornano finalmente assieme”.

 

 

Articolo 31 canzoni
Ax e Jad

 

Ax continua nel suo post così:

“In ognuno dei live ci sarà un momento dedicato agli Articolo 31 in cui io e Jad faremo alcuni pezzi storici assieme per celebrare quei magici anni. È tempo di tornare a cantare tutti assieme. Abbiamo tanto da recuperare”.

Dal 12 settembre, data del post di Ax, le date sono raddoppiate e sono tutte sold out tranne una, quella dell’11 novembre.

E allora in attesa dei concerti degli Articolo 31 vi propongo una playlist dei miei brani preferiti!

 

DOMANI 

L’autostrada scivola veloce, sto mangiando quel gelato che ti piace, che ti fa ingrassare, tutte le menate quante volte le ho sentite, mi gira in testa ancora la tua voce, dolce musica, pure quando isterica, quasi psichedelica, senza dubbio erotica. E penso a quanto spesso son finito nel tuo letto a smaltire quel gelato, a restare impigliato nei tuoi capelli con il mio orecchino, a fare casino, per farmi stare zitto mi schiacciavi sulla bocca il tuo cuscino. Fumare sigarette, raccontarti barzellette fino al mattino, e mi divertivo quando mi correggevi se sbagliavo un congiuntivo.

ARIA

E adesso barman riempimi il bicchiere metti qualcosa di tranquillo poi vieni qui a parlare, tanto già lo so che hai già capito che mi è capitato, il tuo bancone ne ha sorrette di persone messe in questo stato, parlami degli amori che hai passato io ti parlerò del mio che è appena nato. Ti parlerò di lei, dirò cose che fra un’ora non ripeterei, che a lei non direi mai. Ok, ora metti che ha queste frecce veramente questo Cupido che le tira, ecco ha sbagliato mira, ha colpito me e lei no, lei questa notte dorme con qualcuno che non so e io non dormirò, succede o almeno dicono, in un film lo troverebbero poetico romantico una cotta a senso unico, io mi vedo comico e rido di emozioni senza trattoria guardando lei disperdersi nell’aria.

 

OHI MARIA

È una canzone d’amore mi sale dal cuore
con ardore, candore di stile cantautore
caro ascoltatore la canto con calore struggente
un mix tra Masini e Cocciante e cosciente
che serenate ne ha già scritte tante, in tanti
con sentimenti e intenti differenti
con pianti, lamenti, accordi struggenti, ricordi.

MILANO MILANO

Non c’è mai parcheggio ed è sempre peggio

settimana della moda vita mondana in coda in auto a noleggio

L’alternativo beve vino vicino agli yuppie in Brera

sera a tema tropico latino tutti in fiera tra chi rapina per la cocaina

sento un vecchietto che canta in dialetto alla sua Madonnina

E quando la nebbia scompare in lui mi riconosco

come una goccia nel mare mi ritrovo al mio posto.

 

GENTE CHE SPERA

Ragazzi della crisi dei valori riempiamo diari con pensieri migliori
Non vogliamo vinti o vincitori ma tempi migliori per chiunque ha sofferto
E siamo uguali da Milano a Bari nonostante Umberto
C’è chi studia per l’esame all’università, chi si sposerà, chi ha il cuore spaccato a metà
Chi della terra è stufo e in cielo cerca gli ufo
Chi al giorno c’ha il rifiuto e vive orari da gufo e non vogliamo più eroi, nessuna bandiera.

 

COSÌ E COSÀ

Te lo direi in discoteca in centro pista, in biblioteca, nella sala d’attesa del dentista, in salita e in discesa, in piedi o distesa, mentre fai la spesa al supermercato. Sull’autobus affollato, te lo direi su un dirigibile, poi su un sommergibile, te lo direi a Messina in canotto sullo stretto, sul cavallo, prima al trotto, poi al galoppo, forse è troppo era un giochetto, per me sarebbe il massimo anche dirtelo in un letto.

 

UN’ALTRA COSA CHE HO PERSO

Sei un’altra cosa che ho perso che mi è scivolata, che mi è caduta
io c’ho provato ma non ti ho tenuta
va beh pazienza credimi posso farne senza
sei già un ricordo in dissolvenza e non fai differenza con tutto quello che ho perso senza rendermene conto
come ogni volta che perdo un tramonto.

 

VENERDÌ

Cinque giorni che mi sbatto, di stress, di fatica, grazie al cielo è venerdì per due giorni mo è finita, stasera si va in vita, sei di pomeriggio e sembra che c’è il sole, aria primaverile anche febbraio il venerdì a quest’ora rassomiglia ad Aprile equivale a magliettine e minigonne che stile! Suono il piatto se mi piace una vai bella splendi come una stella, stasera caccia grossa con i miei soma, tutti a casa mia prima di cena, overdose di doccia schiuma.

 

VOLUME

UNA…sere come tante insignificante
DUE…le mongolfiere nelle mutande
TRE…lampi di luce abbagliante, cassa e rullante quattro secondi e sono dentro all’istante
alzo il volume della radio e cambio faccia al pianeta
Milano ha un cielo blu seta ed è una grande discoteca
e con i bassi metto a dura prova i diffusori
faccio lo zarro, guido con il braccio fuori
non è colpa mia se questa è roba calda ma che ti esalta e ti rimbalza solo se è ascoltata alta

 

LO ZAC E LA TROMBA

Era un sabato sera, ma senza febbre…
Una di quelle tante sere di Settembre nebbiose, uggiose, noiose da overdose
niente da fare ero in giro a cazzeggiare da solo
in tasca giusto l’ammontare per comprare un ghiacciolo
ma quale ghiacciolo, c’era un freddo che pareva di essere al Polo Nord,
io il freddo non lo sopport, serata pacc, ma perbacc
ecco spuntare da dietro il muretto chi ! DJ ZAK

Valeria de Bari

Cinquant’anni di Marina Abramovic in mostra a Firenze

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Dal 21 settembre 2018 al 20 gennaio 2019 Palazzo Strozzi a Firenze ospita la prima mostra di un’artista donna che coincide anche con la prima grande retrospettiva in Italia dedicata a Marina Abramovic.

“Dal mio punto di vista non è più difficile essere donna artista perché la cosa più importante è non avere paura di niente e di nessuno”  Marina Abramovic  Firenze

Oltre cento le opere esposte che invadono non solo il luogo fisico ma anche quello spirituale del fruitore che percorre un viaggio nell’anima, nella vita e nella poetica di un’artista che ha rivoluzionato la storia dell’arte. Il titolo della mostra, The Cleaner,  è un invito alla purificazione: “Come in una casa: tieni solo quello che ti serve e fai pulizia del passato, della memoria, del destino”. Vivere il presente e ricercare l’unione indissolubile tra mente, anima, corpo e cosmo. Tutto il suo percorso ci conduce all’importanza dell’energia che ormai, a causa dei media, non percepiamo più: distratti dalla futilità, tutto conduce alla superficialità e ad un drammatico distacco dalla nostra interiorità. e

“Non possiamo certo chiudere gli occhi davanti alla tecnologia, la tecnologia è ormai parte della nostra vita, non c’è niente di male in questo. Quello che c’è di male è il modo in cui la utilizziamo. Dobbiamo cercare di capire come usarla meglio, senza che sia la tecnologia a usare noi. Una cosa che voglio chiarire è che per me Instagram non è arte.”

Marina ci mostra un’altra strada e ci accompagna con la sua voce nell’innovativa audioguida.  Alcune delle sue performance (Imponderabilia, Freeing series che comprende Freeing the Voice, Freeing the Memory, Freeing the Body, Luminosity, Cleaning the Mirror, The House with the Ocean View) saranno rieseguite da performer formati da Lynsey Peisinger, stretta collaboratrice di Marina Abramovic.

“Ho sempre voluto lavorare sulle performance e in questi cinquant’anni credo di averla resa una forma d’arte veramente riconosciuta. Credo che questo sia il mio speciale contributo.”

“Sono stata io ad inventare le re-performance perché ero furiosa per il modo in cui vari media utilizzavano le performance. […] Con Lynsey Peisinger abbiamo creato un vero e proprio sistema  di insegnamento per preparare le re-perfomance: workshop dove gli artisti si aiutano a prepararsi sia a livello mentale che fisico, ma la cosa è ben diversa rispetto a quello che sento quando vedo qualcuno che reinterpreta il mio lavoro. Io sono una persona emotiva, per me è difficile guardare le re-performance dei miei lavori perché ci sono due sensazioni differenti: vi è un distacco ma anche una grande felicità nel vedere che il mio lavoro esiste anche al di fuori di me e che, quindi, può essere immortale.”

 

Il 20 settembre 2018 presso il Cinema Teatro Odeon è stata presentata la retrospettiva dal curatore Arturo Galansino che la descrive come un’esperienza, un lungo viaggio attraverso mezzo secolo di storia dell’arte che documenta il percorso di Marina Abramovic dagli anni Sessanta ad oggi.

La mostra, spiega Galansino, ha tre livelli di lettura: espositivo (fotografie, video, installazioni, oggetti), interattivo (opere partecipative) e  performativo (il museo diviene un teatro grazie al coinvolgimento dei ragazzi che fanno le re-performance secondo il metodo di Marina Abramovic). Scendendo nella Strozzina, in una delle prime sale possiamo osservare opere pittoriche inedite realizzate quando l’artista era ancora studentessa all’Accademia di Belgrado e il suo linguaggio espressivo era la pittura. Immediatamente percepiamo il bisogno di andare oltre non solo per la gestualità molto forte, ma anche per la scelta dei soggetti rappresentati, ovvero incidenti stradali. L’artista era già attratta dal pericolo.

Il percorso presenta le prime performance radicali e rischiose (Rhythm 10, Rhythm 0, Rhythm 5, Lips of Thomas ecc.): ci mette davanti le sue paure, le affronta, sfida la violenza e si avvicina alla possibilità di morire, non a caso per lei l’arte era sempre stata una questione di vita o di morte; pone il suo corpo in una dimensione talmente al limite da poter sentire pienamente la vita. Sente il dolore, lo supera, rinasce, come avveniva da giovane dopo una forte emicrania.

Salendo al Piano Nobile ci ritroviamo negli anni Settanta, il periodo del binomio con Ulay (1976-1988) e la nostra attenzione viene immediatamente catturata dalla re-performance Imponderabilia.

Il lavoro di questi due artisti si basò sul confronto tra il maschile e il femminile, sull’energia, sulla durata, sull’empatia, sulla telepatia, sulla forza composita, sui limiti delle relazioni umane e dell’inter-dipendenza che queste ultime generano. Marina e Ulay, uniti nell’amore, nell’arte e nella vita, fecero lunghi viaggi che li portarono ad avvicinarsi alle culture degli aborigeni australiani e al buddhismo, avendo così la possibilità di comprendere l’importanza dell’ipnosi, dell’energia della terra, della meditazione, della resistenza e dell’energia creata dall’immobilismo; tutto questo li portò alla realizzazione di Nightsea Crossing. La relazione si concluse con l’imponente opera The Lovers, il grande addio che concluse dodici anni di relazione e tre mesi di cammino in solitaria sulla Grande Muraglia cinese.

Nel terzo percorso della mostra Marina ricomincia a lavorare da sola, si addentra nel suo passato, muove una critica drammatica della situazione che ha sconvolto i Balcani e la Jugoslavia negli anni Novanta.

Siamo violentemente coinvolti nello spazio: nella sala che ospita Balkan Baroque si ha difficoltà a respirare per il terribile odore, da lì si accede ad una sala vietata ai minori di 18 anni che presenta Balkan Erotic Epic, un piccolo spazio dove tre pareti su quattro ospitano la proiezione delle opere. Si passa poi all’opera Count on Us, l’installazione video multischermo avvolge completamente lo spettatore. Nella sala Energy Marina Abramovic utilizza oggetti transitori, minerali e cristalli per far sì che la coscienza possa ritrovare la connessione con l’energia, affinchè possa esserci un’unione tra corpo, anima e cosmo.

È in questo periodo che inizia a ragionare proprio sull’importanza della durata, facendo sì che la performance diventi vita, nasce l’opera The House with the Ocean View.  Nella sala Participation il fruitore è invitato a sedersi, a mettersi le cuffie e a contare del riso, un esercizio meditativo che allontana dal tempo e dalla fretta, che ricorda l’importanza di una dimensione dove semplicemente si esiste, si respira e ci si libera completamente. Vi è inoltre la possibilità di aprire (letteralmente) i cassetti della vita di Marina, un’attenta selezione che lei stessa ha fatto per raccontarsi a tutti noi. Il viaggio si chiude con l’opera The Artist is Present proiettata su tre pareti, al centro due sedie vuote che attendono chi ha il coraggio di mostrarsi nella sua nuda verità di essere umano frangibile.

La mostra The Cleaner è un po’ una metafora di quello che ho fatto, ho guardato il mio passato, le mie emozioni, i miei ricordi ed ho cercato di individuare quello che volevo farvi vedere e quello che volevo lasciare di questi cinquant’anni del mio lavoro.”

 

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ORARIO DELLE RE-PERFORMANCE

Imponderabilia: tutti i giorni dalle 11:30 alle 19:30, giovedì fino alle 21:30
Freeing Series che comprende Freeing the Voice, Freeing the Memory, Freeing the Body: giovedì e sabato dalle ore 16:00
Luminosity: lunedì, giovedì e venerdì dalle ore 15:00 alle ore 16:00, domenica dalle ore 12:00 alle ore 13:00

Cleaning the Mirror: martedì, mercoledì, venerdì, sabato e domenica dalle ore 14:30 alle ore 19:30
The House with the Ocean View: da mercoledì 28 novembre a domenica 9 dicembre

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Violetta Carpino

Pomezia si accende di luci con il Light Festival

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Pomezia Light Festival e la città si illumina di notte il 21, 22 e 23 settembre.

Quanto sono belle le luci della città? Meravigliose e a ricordarcelo è il Pomezia Light Festival. festa delle luci amsterdam

Un’occasione davvero unica quest’anno aver partecipato alla serata di inaugurazione del Pomezia Light Festival 2018: una torre in Piazza dell’Indipendenza super illuminata, quasi da prender fuoco, con effetti speciali davvero incredibili! Un’occasione da non perdere, in cui poter vedere insieme un mescolarsi di: arte, luci, design, effetti speciali ed esibizioni.

Un’ottica diversa per vedere la città di Pomezia” aggiunge il giovane sindaco della cittadina romana “un modo per vedere ancora più luminosa una città che già lo è di suo” conclude Adriano Zaccalà, sindaco di Pomezia.

Pomezia” aggiunge, “ha tutte le realtà di cui una persona può avere bisogno: l’area industriale, l’area sul litorale, l’area culturale, un’area storica e un’area del mito. Pomezia si offre a qualsiasi necessità, tutto sta nel sapere valorizzarla“.

pomezia light festival

Serata di apertura “Pomezia Light Festival 2018”.

Oggi per cambiare la percezione dell’ambiente si utilizza la luce. Tre serate davvero emozionanti in cui hanno la maggiore: la semplicità, la spettacolarità e la condivisione delle piccole cose, il tutto accompagnati da giochi di  luce, musica e ambientazioni magiche e da sogno, come la chiesa e la torre in Piazza dell’Indipendenza. Tutto con un tocco di noir, rende l’ambientazione ancora più suggestiva. All’interno della Torre potrete ammirare una mostra su vari livelli, ad ogni piano corrisponde una favolosa opera d’arte e affacciarsi dalla finestra e ammirare lo spettacolo del gioco delle luci vi farà sentire davvero nel posto giusto.

Un festival che aspetteremo di nuovo, e saremo felici di rivivere il prossimo anno. Una bella iniziativa, in cui si respira amore e passione per l’arte, la città e la maestria nell’abilità del gioco di luci e suono. La combinazione dell’audiovisivo in modo così suggestivo rende tutto unico. Questo è stato il secondo anno dell’edizione “Pomezia Light Festival” e ci auguriamo ce ne siano tanti altri in futuro.

https://www.youtube.com/watch?v=bd4q60872z0&t=113s

Pomezia Light Festival Video Post Event – I edizione dell’anno scorso 2017

 

Alessandra Santini

Associazione Club Gourmet presenta il tour gastronomico tra i primi piatti Italiani

Il 26 settembre con la serata tematica sulla Basilicata si apre il ciclo di venti serate dedicate ad altrettante regioni Italiane.

L’Associazione Club Gourmet in collaborazione con Cucina Eliseo propone un viaggio golosamente ideale attraverso le regioni italiane per scoprire le peculiarità e le tipicità del territorio nazionale.

Venti appuntamenti, ognuno dei quali dedicato ad una regione, con al centro la preparazione più rappresentativa, tradizionale, storica e tipica: il primo piatto.

Venti cene in cui si gusteranno di volta in volta tre dei piatti più emblematici della regione di turno, riprodotti utilizzando le antiche e tradizionali ricette, quelle che avrebbero gustato Pellegrino Artusi o le nostre nonne, realizzate con l’utilizzo dei prodotti tipici regionali grazie alla collaborazione con diversi produttori e alla loro partecipazione attiva tramite la quale ci faranno conoscere le straordinarie particolarità dei loro prodotti.

Non poteva mancare il vino, ad ogni piatto saranno infatti abbinati i vini tipici della regione, rappresentati da una o più cantine, per scoprire anche i vitigni autoctoni del territorio. Un’iniziativa golosa e accattivante per raccontare l’Italia e scoprirla attraverso un viaggio tra i sapori più tipici e schietti.

La serata avrà luogo in una location d’eccezione, il ristorante Cucina Eliseo inserito nel foyer del Teatro Eliseo di via Nazionale, un luogo ricco di arte e di poesia che renderà la serata ancora più speciale.

Mercoledì 26 settembre sarà la volta della Basilicata, incastonata fra le montagne e il mare, ha una tradizione gastronomica varia e ricca di sfumature con sapori semplici ed intensi che la fanno apprezzare anche al di fuori dei confini regionali.

Nel corso della serata saranno proposti ed elaborati i peperoni cruschi di Masseria Agricola Buongiorno, le mozzarelle di bufala del caseificio La Fattoria, l’olio evo dell’oleificio Trevisi, i prodotti selezionati da High Quality Food e i vini di Masseria Cardillo abbinati dal sommelier di Metre srl.

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Cucina Eliseo, Via Nazionale, 183 – Roma

Costo di partecipazione: € 35 – compresi vini

La prenotazione è obbligatoria

Contatti:

clubgourmetroma@gmail.com

www.clubgourmet.it

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“Sul corno del rinoceronte”, cronache dal Mediterraneo di Francesca Bellino

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Voglio parlarvi di Sul corno del rinoceronte, un romanzo uscito nel 2014 per L’asino d’oro, scritto da Francesca Bellino.

La Bellino è scrittrice, giornalista, autrice RAI; collabora con diverse testate tra cui Il Mattino e Reset. Ha scritto Il prefisso di Dio. Storie e labirinti di Once, Buenos Aires, due saggi sul mito di Lucio Battisti Uno sguardo più in là.

Ha ricevuto la Targa Olaf al Premio Cronista – Piero Passetti, il Premio giornalistico Talea, il Premio letterario Costa d’Amalfi Libri, il Premio nazionale di narrativa Maria Teresa Di Lascia e il Premio Prata per l’attenzione data ai temi dedicati al Mediterraneo. È tra i soci fondatori dell’Associazione culturale Incontri di civiltà.

Sul corno del rinoceronte va letto con particolare attenzione perché, complice una trama accattivante come una cronaca di viaggio, reca all’interno diverse chiavi di lettura che lo rendono un testo iconico nel suo genere.

La storia si svolge a Tunisi dove una donna si è recata per partecipare al funerale di una sua amica. Il rapporto tra le due nasce a Roma dove da un incontro casuale diventano coinquiline e sorelle per scelta. L’interazione tra i due mondi, quello arabo e quello europeo avviene in un rapporto di amore e di stima in un rapporto paradigmatico per il concetto di integrazione.

Non è lecito sapere quanto di autobiografico ci sia nella narrazione ma questo non intacca in nessun modo il valore intrinseco dell’autenticità dell’esperienza narrata; un incontro tra due donne giovani, entrambe prese nel tentativo di definire la propria vita, segnata da delusioni e dal disorientamento tipico della condizione esistenziale odierna.

Per capire come la Bellino sia riuscita a compiere un’opera di notevole spessore è necessario conoscere la letteratura che si occupa oggi di intercultura per capire come spesso la concezione dell’alterità risulti sempre influenzata da quel retaggio culturale che affonda i presupposti nell’educazione “difensiva”; propagando radici come fossero una zavorra nella conoscenza dell’altro.

L’autrice è invece figlia di quel Mediterraneo che sopravvive grazie allo scambio osmotico tra culture, attraverso la conoscenza diretta e sensibile.

francesca bellinoLa protagonista di questo romanzo è una vera flaneur avida di conoscenze e di esperienze che incontra la sacralità di un mondo ancora immerso in un pudore antico, dai tratti delicati ma primitivi come la corazza del rinoceronte che cerca di cavalcare.

Espugnando gli schemi della società blindata e moralista dell’amica e sorella di sangue tenta di salvaguardare la propria integrità ma il desiderio di umano, di vita che la pervade delinea nuove possibilità di conoscenza e di mediazione.

Attraverso la lentezza rituale della cerimonia interiore legata alla morte, e alle peripezie che la donna si trova ad affrontare in terra tunisina scopre ed assimila come proprie le situazioni schizofreniche che una società acerba al concetto di libertà si trova ad affrontare.

Anche in questo risiede la valenza di un romanzo di che sa raccontare la Primavera araba con assenza di pregiudizio. Solo la contaminazione affettiva con i luoghi del cuore le consente di narrare situazioni così lontane per una donna occidentale, e la risoluzione dei conflitti vince proprio negli incidenti della quotidianità piuttosto che nel tentativo di creare un ponte ideologico e morale tra le due culture.

Si potrebbe tranquillamente inserire il romanzo in un contesto letterario di genere poiché, oltre alla liaison interculturale, la chiave di lettura dei sentimenti e delle inquietudini sta proprio nella complicità del rapporto tra le due donne. Insieme riescono a superare le differenze e le difficoltà proprio attraverso quel codice segreto che si instaura nei rapporti fortunati quando è la condivisione del femminile sacro e archetipico a fare da collante.

Il linguaggio della narrazione è godibile e fluente e la cifra letteraria è quella del grande giornalismo di viaggio che si declina naturalmente in un genere più intimista, di cui la Fallaci è stata pioniera.

Un romanzo che si svolge quindi su numerosi binari in un territorio di sfondo come quello della primavera araba, ancora poco compresa dalla nostra sensibilità occidentale.

Intenso il finale che l’autrice, moderna Cassandra, sottopone al lettore attraverso l’escamotage finale del ritorno di Mariam, creduta morta e rientrata in Italia sotto falsa identità come profuga.

Non è facile rincorrere la propria autoaffermazione all’ombra del grande rinoceronte che simboleggia il potere patriarcale e politico rigorosamente maschile e teocratico. L’unica via sembra proprio quella legata al progetto femminile, fondato sull’etica della vita e della cura reciproca con il quale si può tentare di percorrere una strada praticabile che porta alla libertà.

Francesca Bellino sa intercettare le voci che parlano di libertà nell’arte come Joumana Haddad, la grande poetessa libanese che ha fatto conoscere ai lettori italiani e molte altre. Proprio lo scorso 19 settembre, presso la storica libreria Farheneit di Roma, ha incontrato la poetessa siriana Hiba Merei in un incontro letterario organizzato dall’ASREA sull’influenza della cultura di appartenenza nella letteratura e nella poesia.

Una grande operazione culturale la sua e un libro da leggere assolutamente, se non l’avete ancora fatto.

Antonella Rizzo

Letteratura Classica in 5 Minuti: il rapimento di Proserpina

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Torna puntuale come ogni sabato l’appuntamento con l’antichità. Stavolta vi racconto uno dei miei miti preferiti: il rapimento di Persefone, la figlia di Demetra.

Una ragazza complessa anche solo per il fatto che nella mitologia ha tre nomi: Kore, Persefone e Proserpina. Questo perché è una delle storie più antiche, se si pensa che già Omero e Esiodo ne parlano. Come sempre nel nostro video non mancherà la menzione alle Metamorfosi di Ovidio, ma l’autore latino non è l’unico ad aver dato voce alla storia della ragazza rapita da Ade.

Il fascino del mito di Persefone è strettamente legato alla tradizione Mediterranea, all’agricoltura e alla natura. per questo molti scrittori lo ambientano in Sicilia. Il suo matrimonio con Ade da un certo punto di vista è anche un mito eziologico visto che la figlia della Dea della Terra si ritrova a vivere negli Inferi quando la Terra non produce, mentre torna a stare con sua Madre in Primavera, quando la natura inizia a sprigionare la sua potenza vivificatrice.

Qualcuno sul web ha parlato di matrimonio forzato, e da un certo punto di vista forse è così.

Ma ricordatevi di non fare l’errore di leggere il mito classico con l’occhio del presente, poiché il valore arcaico di alcuni messaggi non può in alcun modo essere attualizzato. Errore molto comune per chi legge il mito senza avere uno sguardo adatto (e magari un po’ forzato) sull’antichità.

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Trovate tutti gli altri video qui.

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Alessia Pizzi

Fotogiornalismo e Femminismo al Palazzo delle Esposizioni

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Si è appena conclusa la mostra “L’altro sguardo” a Palazzo delle Esposizioni e subito pronti per una nuova avventura.

Dall’8 giugno al 2 settembre abbiamo assistito ad una mostra tutta al femminile davvero sensazionale: “L’altro sguardo, Fotografe italiane 1965-2018”. Promossa da Roma Capitale – Assessorato alla Crescita culturale, organizzata dall’Azienda Speciale Palaexpo, ideata dalla Triennale di Milano e dal Museo di Fotografia Contemporanea di Milano-Cinisello Balsamo in collaborazione con l’Azienda Speciale Palaexpo, l’esposizione presentava una selezione di circa duecento fotografie e libri di fotografia, provenienti dalla Collezione Donata Pizzi, creata per promuovere la conoscenza di una serie di interpreti tutte al femminile, del panorama italiano, dagli anni Sessanta ad oggi. Scopo ben riuscito, vista l’affluenza di questi mesi.

La collezione ha raccolto le fotografie di circa sessanta autrici italiane. Fotografe, fotoreporter e artiste del fotogiornalismo hanno saputo dare il meglio di sé, a partire dagli anni Sessanta in poi.

fotogiornalismo e Femminismo al Palazzo delle Esposizioni
Letizia Battaglia

 

Quattro le sezioni proposte e dedicate alla denuncia sociale (Dentro le storie), al pensiero femminista (Cosa ne pensi tu del femminismo?) alle relazioni affettive (Identità e relazione) e all’esplorazione delle potenzialità espressive del mezzo (Vedere oltre).

Un mondo che prima di allora era rimasto del tutto inesplorato dalle donne. Le opere hanno testimoniato momenti significativi della fotografia italiana per la storia dell’ultimo cinquantennio nel nostro paese.

Si è da poco conclusa questa straordinaria avventura a Palazzo delle Esposizioni di Roma e subito si è pronti per lasciare spazio ad una nuova mostra che vi lascerà del tutto senza parole, questa volta adatta ai grandi, ma soprattutto ai più piccoli, o a quelli un po’ meno cresciuti: “Pixar 30 anni di animazione”, a cui potrete assistere dall’8 ottobre 2018 al 20 gennaio 2019.

Alessandra Santini

Sister(s) – Miraggio su strada qualunque, i Millennials in scena a Milano

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Lunedì 17 settembre la compagnia exvUoto teatro è andata in scena al Piccolo Teatro Grassi di Milano con lo spettacolo “Sister(s) – Miraggio su strada qualunque”, nell’ambito della XVIII edizione di Tramedautore – Festival Internazionale delle Drammaturgie.

Scritto da Andrea Dellai e diretto da Tommaso Franchin, ne sono interpreti Laura Serena, Massimo Scola e Andrea Dellai. Lo spettacolo, che ha vinto il bando interregionale Progetto CURA 2016, è un viaggio che racconta come i millennials affrontano i cambiamenti repentini del mondo attuale.

Una fiaba moderna, un ritratto grottesco e ironico, a tratti surreale, delle nuove generazioni, vissuto attraverso gli occhi di due fratelli. I protagonisti di Sister(s) sono Bruno e Allison che, in una desolata Rovigo, hanno ereditato la stazione di benzina dal padre violento e la madre la cui “unica felicità era cucinare”.

Con immagini iperboliche, sfumature pulp, contorni fumettistici, lo spettacolo è stato inserito nella XVIII edizione di Tramedautore – Festival Internazionale delle Drammaturgie diretto da Michele Panella. Si tratta di un festival che punta su giovani artisti da Italia, Francia, Spagna e Germania. Ragazzi di una generazione immersa in un periodo di grandi fragilità e paradossi politici, sociali, culturali e individuali.

Una generazione perduta?

In Sister(s) legami familiari, dolori presenti e passati, incertezze, solitudini e speranze si rincorrono e rifulgono nel buio apparente che avvolge le vite dei protagonisti. Bruno e Allison vivono alla periferia dell’esistenza, ai margini, fatti e strafatti della benzina che sniffano in continuazione. Sono allucinati nel loro microcosmo, ancorati a ricordi carichi di sofferenza e a un passato amaro. Una storia paradossale, dove anche una Madonna nel frigorifero diventa lo spunto per fare business.

La compagnia vicentina exvUoto, attraverso una narrazione grottesca ma mai noiosa, riesce a spiazzare lo spettatore. A fargli perdere i punti di riferimento e le certezze. Quello che sta vedendo sul palco è frutto di un’allucinazione dei protagonisti, o si tratta della realtà? C’è davvero un angelo sul palco? La Madonna alberga nel frigo di una stazione di benzina?

Insomma, lo spettacolo spiega “come si sta alla nostra età, quando ci svegliamo la mattina e non sappiamo che cosa ne sarà di noi finché, un bel giorno, tra noi e la realtà non s’intromette la follia”.

Valeria Martalò

Hozier torna e alza la voce con l’EP “Nina cried power”

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Il cantante irlandese pubblica un nuovo EP e invoca tutti quei cantanti che hanno messo il loro talento al servizio di una causa più grande.

Racconta di come, dopo il successo mondiale di “Take me to church”, non ne poteva più di cantare sempre le stesse canzoni. Così ha fatto qualcosa di mai fatto prima: Andrew Hozier-Byrne – meglio conosciuto come Hozier – ha scelto di “eremitare” se stesso. Questo vivere lontano da tutto ciò che gli era accaduto negli anni precedenti gli ha permesso di produrre molti demoni e molte canzoni. Il primo risultato è il nuovo EP “Nina cried power”. 4 canzoni molto diverse tra loro a dimostrare quanto questo giovane e talentuosissimo cantautore irlandese sia davvero lontano dalle logiche di classifica: nessun facile richiamo melodico alla sua hit internazionale ma, anzi, materiale personalissimo e certamente di qualità.

Hozier Nina cried power

La title track, “Nina cried power“, è un brano potente di protesta dove si evocano il legame e l’eredità di importanti voci che si sono levate a ribadire il proprio punto di vista, difendere le minoranze, lottare per un mondo migliore: da Joni Mitchell a Billie Holliday, da James Brown a Mavis Staples – che appare partecipa alla canzone – fino alla Nina del titolo, quell’indimenticabile Simone famosa per il suo attivismo.

Si continua con il pezzo forse più suggestivo dell’intero lavoro: “NFWMB” che, a discapito dell’atmosfera visionaria e rarefatta, si rivela l’acronimo di “Nothing Fucks With My Baby” e vi si paragona l’oggetto del desiderio a una tanto apocalittica quanto irresistibile visione.

E poi la volta della chrisaisakettiana “Moment’s Silence (Common Tongue)” dove, ancora una volta, Hozier usa immagini sacre per celebrare il piacere fisico come espressione d’amore.

L’EP si conclude con la più canonica “Shrike”, un nostalgico inno a una relazione irrimediabilmente terminata, cantata con il magnifico timbro baritonale che contraddistingue Hozier.

Nelle intenzioni dell’artista è come se ognuna di queste canzoni sedesse intorno allo stesso tremendo falò del mondo. Alcune di esse sono ottimiste sulla sorte che lo attende, altre terrificate, altre ancora vogliono bruciare con esso. E ascoltando “Nina cried power” si è presi dall’irresistibile desiderio di far loro compagnia. E il pubblico italiano non dovrà aspettare molto: è, infatti, appena stata annunciata l’unica data nel nostro Paese. L’appuntamento è all’Alcatraz di Milano, domenica 18 novembre alle ore 21:00.

Cristian Pandolfino

La Bignardi romanziera con “Storia della mia ansia”

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Ammetto che l’acquisto dell’ultimo romanzo di Daria Bignardi è stato frutto di un caso. Come spesso accade quando sono triste, pensierosa o turbata, mi rifugio in qualche libreria della periferia romana. Più sono piccole e meglio è. 

Ebbene, in una di queste giornate oscure mi ritrovo davanti questo libro con un uccellino giallo che sbatte le ali in copertina e un titolo che mi fa sorridere e, allo stesso tempo, mi incuriosisce: “Storia della mia ansia”. Ora, visto che in quel momento di ansia ne avevo da vendere, ho pensato che leggere di quella altrui avrebbe potuto aiutarmi a viverla in maniera differente. Nel corso di questi ultimi mesi ho letto a morsi il romanzo della Bignardi, non è stata una lettura continuativa, ma rispetto ad altri libri che ho iniziato, ho capito subito che questo l’avrei finito.

La trama

L’ansia del libro è quella affrontata da Lea, una scrittrice di quasi 50 anni, che viene colpita da un tumore al seno. Il suo malessere non è legato solo alla chemioterapia e a tutte le emozioni legate all’idea di avere un tumore, ma anche al suo rapporto travagliato col marito Shlomo.

Nel corso del libro si incrociano molte persone, ma il focus resta sempre ancorato alle emozioni della protagonista: Daria Bignardi è un’abile romanziera. Leggera e colta allo stesso tempo, profonda, sottile, ma mai noiosa nelle descrizioni, seppur spiacevoli, che si ritrova a proporre in questo libro. Forse perché lei stessa ha lottato contro questa malattia.

Qual è, vi chiederete quindi, la storia di quest’ansia, o meglio la risoluzione di quest’ansia? Naturalmente è l’unica possibile: quella in cui Lea comprende che l’unica cosa che conta davvero è la sua vita, a prescindere da cosa accadrà, dalle paure, dall’insicurezza e dall’incertezza. Leggere questo libro è un po’ evolversi insieme a lei: per certi versi mi sono ritrovata molto nel carattere della protagonista e forse è proprio questo che mi ha intrigato. In questo testo ho trovato pensieri che potevano essere miei e questo mi ha stimolato.

La recensione

“Storia della mia ansia” è probabilmente uno dei romanzi più piacevoli letti negli ultimi cinque anni, e lo dico da non appassionata di romanzi. Riesco a finirli solo se mi piacciono sul serio. Lo consiglio come lettura a tutti coloro che hanno voglia di rimettersi in gioco, che si sentono un po’ smarriti, ma soprattutto lo consiglio a tutti coloro che non si mettono mai in discussione perché questo è un libro che sa far riemergere dall’oblio quella caducità che tentiamo di accantonare nei recessi della mente in tutti i modi possibili.

Alessia Pizzi

Siamo solo piatti spaiati, un libro per comprendere le nuove generazioni

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C1V Edizioni presenta Siamo solo piatti spaiati di Alessandro Curti. 

[dt_quote type=”pullquote” layout=”left” font_size=”big” animation=”none” size=”1″]TRAMA. Davide conduce una normale adolescenza come tanti suoi coetanei: frequenta il liceo, si diverte con gli amici e discute con i genitori, fino a quando un evento non calcolato stravolge la sua vita e lo trasporta in un mondo a lui sconosciuto. Qui incontra ragazzi molto diversi da lui e adulti di cui non si fida. Tranne Andrea, per il quale nutre una sorta di amore-odio, perché risveglia in lui riflessioni e pensieri che mai si sarebbe aspettato e che lo confondono e lo mettono in crisi. Il viaggio che intraprenderà lo cambierà in modo indelebile, restituendo al suo vecchio mondo un nuovo Davide, più consapevole di se stesso e della realtà che lo circonda [/dt_quote]

Dopo Padri imperfetti e Mai più sole, due romanzi dello stesso autore che parlano della complessità del ruolo di genitori in questi tempi difficili per le relazioni umane, e Sette note per dirlo, scritto a quattro mani con Cinzia Tocci, in cui troviamo per la prima volta Davide proprio nel momento che cambierà il corso della sua vita e darà il via al quarto libro, il cerchio si chiude con Siamo solo piatti spaiati, in cui a essere analizzato è il comportamento dei figli e il loro percorso di crescita verso l’età adulta. Con gli occhi esperti di un educatore di professione, Andrea, che ritroviamo in tutti i libri di Curti, lo scrittore osserva le fragili dinamiche di relazione che il protagonista intrattiene con i suoi cari, con il mondo circostante e con se stesso.

È un romanzo che parla di cambiamento, necessario anche se spesso doloroso per affrontare il viaggio della vita; è una finestra sull’adolescenza e sul duro “mestiere” del diventare adulti. Resta impressa a fine lettura la figura dell’educatore Andrea, un uomo che sa ancora guardare il mondo con gli occhi di un ragazzo, e che insegna che la coerenza è uno dei valori più importanti dell’esistenza, perché permette di avere un rapporto sano con noi stessi e con gli altri. Un testo che sarà particolarmente apprezzato da chi cerca un punto di vista onesto e professionale sulle relazioni interpersonali, soprattutto in ambito familiare, e da chi vuole comprendere più nel profondo i comportamenti a volte indecifrabili dei propri figli e in generale delle giovani generazioni.

«[…] Nulla mi sembrava più lontano dalla mia vita, dal mio mondo. Ho avuto paura. Paura di perdere tutto. Di entrare in un tunnel senza ritorno. Di vivere un incubo dal quale non mi sarei mai risvegliato in un continuo loop di sofferenza. Mi sentivo pizzicare alla base del collo, come se mi avessero infilato uno spillone vudù e lo avessero lasciato lì. A marcire».

alessandro curti

BIOGRAFIA. Alessandro Curti, è un educatore, pedagogista e scrittore milanese. Si è occupato del disagio minorile prima in comunità e attualmente in interventi educativi scolastici, domiciliari e aggregativi. Collabora inoltre con diversi progetti di formazione. Nel 2015 esce per C1V Edizioni il suo primo romanzo Padri Imperfetti, seguito nel 2016 da Mai più sole e nel 2017 da Sette note per dirlo, scritto a quattro mani con Cinzia Tocci. Siamo solo piatti spaiati (C1V, 2018) è il suo quarto romanzo.

IL TACCUINO UFFICIO STAMPA

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“Mamma Mia! Ci risiamo” è il trionfo degli over 60

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Partiamo dal presupposto che il film Mamma mia!, tratto dall’omonimo musical basato sulle canzoni degli Abba, non mi era piaciuto. mamma mia 2 uscita

Sarà che ho un’odio latente per Amanda Seyfried, sarà che il musical in generale non mi fa impazzire, sarà che la storia in sé non aveva nulla di così intrigante. Fatto sta che per me l’unico senso di quel film era l’impareggiabile e versatile Meryl Streep, che sa pure cantare. mamma mia uscitaa

Quindi ho visto Mamma Mia! Ci risiamo per un unico motivo: il trailer mi ha mostrato che la protagonista era Donna da giovane e non sua figlia Sophie. Interpretata magistralmente da Lily James, la giovane Meryl è tutto l’opposto della figlia (grazie al cielo). Pimpante, sfrontata, eclettica, divertente, la neolaureata Donna lascia Oxford per approdare nell’isola greca che diventerà la sua casa e dove fonderà il suo famoso albergo.  mamma mia uscita

Nel viaggio di sola andata che intraprende incontra i “tre padri” di Sophie, ma badate bene: questo non è un film d’amore. È un film di sogni e di avventura, ma soprattutto di amicizia. Le scene di Donna con le sue Dynamos, Rosie e Tanya, sono meravigliose: tre amiche che si supportano a vicenda, unite dalla passione per la musica.

Stupendi i costumi, meravigliosa la fotografia. Unica pecca? Le scene lagnose di Sophie e Sky. La figlia di Donna banalizza profondamente un film molto divertente. In realtà questa è una storia in cui l’ombra della madre schiaccia pesantemente l’ignavia della figlia, che non fa altro che lamentarsi di non essere all’altezza: questo finché non diventa madre pure lei e allora si sente  finalmente realizzata.

Dulcis in fundo: CHER, che fa la nonna super diva e canta Fernando a Andy Garcia. Uno dei momenti più emozionanti di tutta la pellicola. Ascoltatela perché merita.

Per concludere, il finale di Mamma Mia! Ci risiamo sembra una puntata di Uomini e Donne Over di Maria De Filippi. Si vedono tutti questi sessantenni belli e spensierati che ballano, cantano e amoreggiano allegramente. Tra Pierce Brosnan, Colin Firth, il già menzionato Andy Garcia, io a un certo punto ero confusa e mi sono chiesta: ma perché caspita gli uomini invecchiano così bene? Insomma, scherzi a parte, è un film carino per passare qualche ora piacevole.

mamma mia ci risiamo uscita
I tre padri di Sophie

Alessia Pizzi

L’aerofuturista del 2000 in “volo” al Vittoriano

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Dal 7 al 23 settembre è in mostra al Vittoriano la personale di Marcella Mencherini. L’ala Brasini infatti ospita ventinove opere dell’artista aretina, tredici delle quali inedite.

La mostra, “Visioni” si avvale del patrocinio dell’Aeronautica Militare e dell’Associazione Pionieri dell’Aeronautica.

Quello che riproduce la Mencherini all’interno della sua espressione artistica è il volo in ogni sua forma, appellandosi alla meccanica delle forze, resa un fatto estetico e rendendo omaggio alla storia dell’aviazione. La sua forza sta nel non esaltare mai nell’aereoplano il suo valore di arma, ma, anzi, riconoscerne il lato più romantico. La pittura aereospaziale italiana irrompe sulla tela dell’artista aretina con uno stile estremamente divisionista, quindi uno stile più moderno rispetto alla pennellata tipica futurista.

Ma del futurismo lei ne fa parte, lo assorbe e lo fa suo, sviluppando quelle tematiche che negli anni trenta erano state impresse nel manifesto dell’“Aereopittura Futurista” da Marinetti.

Considerata “L’Aereofuturista italiana del 2000”, la Mencherini dedica anima e cuore alla sua passione, a tal punto da stringere una collaborazione con l’Aeronautica Militare. L’occhio della pittrice oltrepassa l’orizzonte terrestre per scoprire ciò che c’è al di là del cosmo e il viaggio, a questo punto, da fisico passa ad essere mentale. In bilico tra simbolismo e surrealismo, definisce il volo come un vero e proprio sogno dell’essere umano, inteso come sinonimo di libertà. L’uomo però non è mai protagonista nelle sue opere, compare raramente, seppur sempre presente; dietro ogni aereo c’è l’uomo ad inventare e a sperimentare.

Alessandra Forastieri

Gli Incredibili 2 ci salveranno dalla noia della routine coi loro super poteri!

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Sono passati molti anni dal film Disney Pixar “Gli Incredibili”.

Il film ha fatto sognare milioni di persone e, in particolare, di bambini con questa famiglia apparentemente normale che invece si rivela avere i super poteri.

La cinematografia è piena di sequel e anche nella Disney ce ne sono tanti. Non sempre però i film successivi riescono ad avere lo stesso successo del primo o a superarlo in qualità nella storia, nella grafica e via discorrendo. Anzi è raro!

Più di una generazione di bambini aspettava il sequel de Gli Incredibili da moltissimo tempo e probabilmente ci avevano pure rinunciato. È per questa ragione che attorno all’uscita di questo film c’è un’aura di trepidazione, attesa, tensione e felicità!

Tanti anni di attesa sono valsi tutti, vista la qualità della grafica e i caratteri sviluppati ad hoc nei personaggi.

Dopo 14 anni finalmente nelle sale italiane verrà proiettato Gli Incredibili 2! La sala per l’anteprima era gremita di bambini, ragazzi dai 20 anni in su e adulti.

Io, personalmente, l’ho trovato molto più bello e divertente del precedente.

La trama è molto più accattivante e la storia riparte esattamente dove eravamo rimasti alla fine del primo Gli Incredibili.

L’evoluzione dei personaggi è molto realistica e così anche i dialoghi tra loro, sebbene siano fatti da supereroi, perciò non proprio iperrealistici.

Ad esempio, Violetta è un’adolescente come tutti, con i problemi legati alla prima cotta e alla sua vita da Supereroina, che cerca di far collimare con quella di tutti i giorni. L’evoluzione più bella, anche se si tratta più di una crescita naturale, è stata quella di Jack Jack. Il suo personaggio è stato costruito benissimo, il pezzo mancante che completa il puzzle.

Questa volta la motivazione che spinge l’antagonista a voler affrontare i supereroi è ben più alta di quella del nemico del primo Gli Incredibili. Seppur non troppo ripetuta, la causa che spinge il nuovo antagonista non può non entrarci in testa e scatenare delle reazioni in noi. È stato spunto di riflessione per me e, immagino, per molte altre persone presenti in sala.

Gli Incredibili 2 mi è piaciuto tantissimo. Dopo 3 giorni mi è venuta voglia di rivederlo e non succede spesso coi film. Credo proprio che non appena uscirà al cinema, il 19 Settembre, tornerò volentieri a vederlo per stuzzicare il mio stupore, rimanere col fiato sospeso e divertirmi ancora!

Ambra Martino

La poesia acustica di Andy McKee a Roma il prossimo 28 settembre

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Andy McKee, fenomeno del fingerpicking porterà il suo tour anche nella capitale

Andy McKee sarà in Italia per ben quattro date e porterà il suo repertorio sui palchi nostrani. I suoi brani sono stati conosciuti dal grande pubblico attraverso i video su Youtube (alcuni hanno raggiunto oltre le cinquanta milioni di visualizzazioni) ed è subito diventato un idolo per molti amanti del genere nonché un maestro per molti aspiranti chitarristi di questo particolare modo di suonare lo strumento. fingerpicking

La sua popolarità è iniziata nei primi anni duemila, più precisamente nel 2006 quando con il brano Drifting, all’età di soli ventisette anni ha iniziato a riscontrare un enorme successo. Da qui è iniziato un percorso in ascesa che l’ha visto collaborare, tra i molti, anche con alcuni suoi idoli come Tommy Emmanuel, altro grande maestro del fingerstyle, pure lui in concerto a breve a Roma, pubblicando ben cinque dischi, nei quali sono presenti delle bellissime cover acustiche, come il tributo ai Toto del brano Africa.

 

Andy McKee
Una foto del celebre chitarrista fingerstyle Andy McKee

Un serata unica nel suo genere

Ad ospitare questo evento sarà, infatti, uno dei locali più attivi nel presentare una programmazione musicale di qualità a Roma. Si tratta del CrossRoads Live Club, un palco assolutamente attrezzato a sostenere grandi eventi e un pubblici numerosi. Inoltre è possibile mangiare e bere grazie al vasto menù offerto dal locale (si consiglia di prenotare per questa ulteriore opzione).

Il locale, ha ospitato nomi illustri del panorama musicale come Richie Kotzen, Paul Gilbert, Steve Lukather, Tommy Emmanuel, Andy Timmons, Gutrie Govan, Frank Gambale e  presto vedrà esibirsi musicisti quali Victor Wooten e Greg Howe solo per citarne alcuni. Il locale si trova in via della Braccianense 771, località Osteria nuova, ma tutti i contatti sono sul loro sito e sulla pagina fb.

È vivamente consigliato prenotarsi in tempo, prima dell’esaurimento delle prevendite anche se è possibile fare il biglietto direttamente all’entrata, questi i prezzi:

Biglietti in prevendita: 20,00 € + 1,50 € ddp

Biglietti in cassa (previo disponibilità) 25,00 €

apertura botteghino ore 20:00

apertura porte ore 20:00 o a soundcheck concluso

inizio spettacolo: 22:00.

Il locale è provvisto di parcheggio.

Venite numerosi per questa bellissima serata!

 

Per altre novità musicali controllate sempre la sezione musica.

 

Tommaso Fossella

 

Caparezza è arrivato col suo originale tour al FdB Festival

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Quest’anno a Fabrica di Roma, nella provincia viterbese, si è svolto nuovamente il FdB Festival dedicato alla musica.

Ne ho approfittato per andare a vedere un’artista che da tempo avrei voluto vedere. Mi sono convinta definitivamente dopo che, quest’estate, un amico mi ha detto di averlo visto dal vivo e che aveva fatto un concerto molto bello!

È stato qui che ho assistito al mio primo (e spero non ultimo) concerto di Caparezza.

L’artista ha mostrato anche in questa occasione la sua genialità, la sua fantasia e la sua ironia dissacrante.

Il concerto è andato in scena con la band di Caparezza al completo e le due coriste. Quattro bravissimi ballerini hanno movimentato il palco danzando e spostando le parti mobili della scenografia, che cambiavano di canzone in canzone.

Come se non fosse abbastanza, hanno interpretato egregiamente i ruoli dei diversi personaggi che hanno “preso vita” durante tutto il concerto.

Fin dal primo pezzo, con cui è stato aperto l’evento e in cui tutti erano vestiti come robot, le scenografie mobili hanno animato il palco, ognuna perfettamente pertinente alle canzoni che venivano eseguite.

Alcune, come il Cerbero sul brano Argenti vive, erano divertenti, coglievano il lato più ironico dei pezzi. In altre coglieva il lato più sensibile del pezzo, come in Chinatown dove una barchetta di carta piena di scritte è andata su e giù per tutto il palco.

Questo tour è stata la terza “stagione” della serie di concerti che il cantautore pugliese sta portando in giro per l’Italia dallo scorso inverno, partito subito dopo l’uscita dell’album Prisoner 709.

In quasi due ore di concerto Caparezza ha mostrato tutta la sua genialità creativa e la sua genuinità in quanto artista. Con i suoi testi e i suoi dialoghi ha dimostrato di essere legato alle proprie radici a cui però non rimane incatenato, bensì si eleva intellettualmente sul piano musicale, riflessivo e comportamentale.

Ambra Martino

La lavandaia di Jean-Baptiste Simèon Chardin: spiegazione

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Il giorno del bucato ci fa sentire tutte delle lavandaie sciatte e impresentabili? Ci pensa un certo gentiluomo di nome Chardin a tirarci su di morale!

Settembre sta finendo e , come sempre, le routine ripartono. Ufficio, scuola dei bambini, palestra…e i panni si accumulano. E così si passa la domenica a far le lavandaie. Diciamolo, con la tuta, il mollettone in testa e il fustino di detersivo al seguito non ci sentiamo proprio delle modelle. Qui agli infusi d’arte vogliamo dimostrarvi che ci si può sentire belle anche così. Miracolo? No, arte!

L’infuso di oggi è La lavandaia di Jean-Baptiste Simèon Chardin, eseguito nel 1733 e oggi conservato al museo nazionale di Stoccolma.

Potete visionarlo qui.

Cosa sta succedendo?

Quello che succede anche a casa vostra. I panni da lavare sono tanti e l’ingrato, ingratissimo, compito prima o poi va fatto. Qui è toccato ad una donna, la vediamo che affonda le braccia con energia nella tinozza, così forte da far scivolare giù un po’ di sapone. Fa decisamente fatica, e si vede. La cuffia ormai è sciolta e stropicciata, il viso è sudato e senza nemmeno una ciocca di capelli a fargli da cornice, persino il vestito deve aver visto tempi migliori. Eppure nonostante questo la lavandaia conserva tutta la sua dignità. Dalla posizione sembra quasi che si sia voltata con un accennato sorriso verso qualcuno che la chiama.

Ai suoi piedi il bambino ha approfittato della situazione per giocare con acqua e sapone( quale bambino non adora farlo?) e ora è tutto concentrato a soffiare una grossa bolla. Se vostro figlio si annoia mentre fate il bucato ricordatevi di questo dipinto…

Sullo sfondo c’è la fase due della faccenda. Stendere. Il vano della porta sembra luminosissimo rispetto all’angolo buio e polveroso della lavandaia, e questo ci fa venir voglia di sbirciare su cosa c’è nell’altra stanza. Una giovane donna sta stendendo dei lenzuoli in quello che somiglia tanto al “locale fontane” che hanno tanti dei nostri condomini.

Cos’ha di speciale questo dipinto?

Eh già. Dopotutto ce ne sono tanti di dipinti di denuncia su contadini e lavoratori disagiati e poverissimi…sugli ultimi degli ultimi nella società. Ecco queste lavandaie non sono affatto donne in gravi difficoltà, non sono certamente nobili nè hanno soldi da buttare ma hanno quel che serve loro per mantenere dignitosamente se stesse e la propria famiglia. Sono la classe media. Un po’ come molti di noi insomma… All’epoca era poco considerata, tanto da far parte del “terzo stato” che riuniva chiunque non fosse nobile o facesse parte del clero. Al nostro caro Chardin questa particolare parte della società piaceva parecchio tanto che nello stesso periodo dipinse anche “la donna alla fontana” e la vivandiera”. Altre due donne della medesima condizione sociale.

Due parole sullo stile…

Chardin in questi dipinti non cede alla tentazione di esaltare le condizioni non sempre eccezionali della classe media, non c’è nulla di pittoresco, nè di sentimentale. Vale a dire che non fa una sorta di caricature dei suoi personaggi nè vuole suscitare pietà in chi guarda. I suoi modelli sono i pittori del Seicento olandese.

Anche questo infuso d’arte è finito tutto…ma tornate tra due settimane per un nuovo nuovissimo appuntamento!

Chiara Marchesi

Scopriamo chi è Netta, la vincitrice dell’EUROVISION

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Netta all’EUROVISION vincitrice di un contest importante in Europa con la sua denuncia sociale

All’ EUROVISION è risultata vincitrice di un contest importante in Europa la cantante Netta, con la sua denuncia sociale.
Netta Barzilai, la vincitrice dell’ Eurovision Song Contest 2018 porta in tutta Europa la propria denuncia sociale sul ruolo della donna.
Donne, è arrivata Netta, direttamente da Israele, classe 1993, la giovanissima cantante che lo scorso 12 maggio 2018 ha portato alla vittoria il suo paese, che non saliva sul podio dal 1998. Con la canzone “Toy” ha conquistato il cuore del pubblico e dei giudici che le hanno regalato ben 529 punti. Il singolo è uscito nel marzo 2018.

Netta Barzilai, 25 anni, vincitrice Euro Song Contest 2018, Israele.

La canzone è un inno femminile e femminista, un nome che intende denunciare la condizione delle donne, viste come oggetti nell’epoca in cui viviamo. Il gioco di parole “toy” vuole quasi contrapporsi a quello dispregiativo indicato per riferirsi solitamente alle donne : “barbie”, viste come un giocattolo. «Nessuno», dice Netta«deve permettersi di usare le donne come un giocattolino da quattro soldi e buttarle nel cestino della spazzatura, quando ha finito di giocarci».

https://www.youtube.com/watch?v=CziHrYYSyPc

Video ufficiale della canzone vincitrice dell’ Eurovision Song Contest 2018, Israele.

Quello di Netta è un vero e proprio inno alle donne di sentirsi libere, libere di essere se stesse, ma soprattutto di potersi sentire “diverse”, da tutti quegli stereotipi che ci impone la triste società, che ci vuole sempre perfette.

Realizzare che la perfezione non esiste e che al massimo possiamo arrivare ad un ottimo compromesso, cioè quello di amare se stesse e quello che abbiamo è per Netta una vera e propria vittoria.«La vera gioia»”, aggiunge Netta, in una conferenza stampa, successiva alla sua premiazione, «è quella di aver vinto con se stesse».

Alessandra Santini

The Waving Flame of Obliovion: il disco d’esordio del progetto Visionoir

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Un esordio discografico degno di nota quello dei Visionoir. Un album in cui confluiscono più generi musicali in perfetta armonia.

È già in circolazione da qun po’ di tempo The Waving flame of Obliovion, il disco di esordio di un musicista, polistrumentista, molto ambizioso. Visionario, o meglio Visionoir. Questo il nome della band rappresentata da un solo musicista, Alessandro Sicur. C’è infatti, anche se potrebbe sembrare una caratteristica tipica esclusivamente della letteratura, il noir nella sua musica. Ed è Alessandro, ideatore, fondatore e musicista di questo progetto ad avere dato vita a tutto. Si perché lui è un polistrumentista autodidatta che ha composto per intero il suo album di debutto.

Un disco molti suoni.

Un album dalle molteplici tonalità più o meno scure. In The Waving Flame of Oblivion c’è il dark, c’è il gothic disseminato in tutte e nove le tracce, ma c’è anche, forse soprattutto, una buona dose di progressive metal e rock,  che ha segnato generezioni.

Sonorità alla Dream Theater ma anche ambientazioni musicali in stile Goblin, questo soprattutto per quanto riguarda i sintetizzatori e la parte elettronica poi ovviamente non mancano le chitarre distorte e le batterie che garantiscono fluidità e compattezza sonora dall’inizio alla fine dell’album (altre band prog  qui).

Un brano che possiede tutte queste caratteristiche è senz’altro 7even e non solo, questi elementi sono presenti in elevati dosi, anche nel brano di apertura Distant Karma.

Non solo musica, molte le arti che hanno ispirato il compositore

Ma un’artista con così tante influenze non ha messo solo musica nel proprio lavoro, vi è infatti, una  certa quantità di  letterariatura, come già anticipato e come facilmente deducibile dal nome del progetto. C’è un dose di mistero musicale come detto, nei cambi stilistici e musicale, come  nel brano The Hollow Man. Ma  citazioni dirette sono presenti  nella traccia denominata Electro-Choc, dove è possibile sentire delle citazioni dai testi di Ezra Pound, Dylan Thomas e T.S. Eliot.  Questa particolarità  rende ancora più valido questo lavoro dei Visionoir.

Ma ci sono anche i peccati di gioventù….

In definitiva questo lavoro si presenta sicuramente come un album degno di essere ascoltato dagli amanti del genere, ed è definibile come un disco molto ben realizzato per trattarsi di una auto produzione, portata avanti nel proprio studio casalingo.

È proprio questo, però, oltre a valorizzare il gran lavoro svolto da Alessandro, segna in questo disco anche un limite sonoro molto evidente: l’assenza cioè di musicisti. La mancanza di un’ impronta stilistica, che nega ai brani quelle sfumature musicali in grado di caratterizzare il sound. Il lavoro difetta, dunque, di una poca attenzione all’emotività tanto da rendere un po’ troppo livellati gli apici musicali ed espressivi dell’album. Ma Siamo sicuri che la sensibilità musicale presente in grande quantità in quest’album, ovvierà a ciò nei prossimi lavori, che ci auguriamo possano arrivare presto.

Tommaso Fossella

Kidding 1×01/10×2, il volto triste di Jim Carrey

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Ma quindi, tutti i pagliacci sono veramente tristi?

Perché, ad esempio, Jim Carrey lo è veramente. Per chi è cresciuto, come me, negli anni ’90, sa benissimo quanto Carrey sia un mito, un genio, ma soprattutto un vulcano di energia e ilarità. E, al tempo stesso, seguendo tutta la parabola della sua sua vita professionale e soprattutto personale, legata anche a tragici fatti, conosce quanto Carrey sia in realtà una figura esistenzialista, se mi passate l’azzardo.

Quando, pertanto, arriva una serie tv come Kidding, Jim Carrey è l’uomo giusto al posto giusto. Scorriamo la sua filmografia, soprattutto quella sempre più diradata degli ultimi anni, e sappiamo quanto questo attore “dalla faccia di gomma” metta il suo cuore nei progetti più drammatici. Solo una storia simile, dopotutto, poteva riportarlo nel piccolo schermo dopo più di venti anni. La storia di Mr. Pickels, un simbolo della tv per ragazzi da decenni, che a causa di una tragedia personale perde la gioia di vivere, ma è costretto a mantenere il medesimo spirito per il suo pubblico dei più piccoli, gli è letteralmente cucita addosso.

Tra dramma (molto) e commedia (perché Carrey fa sempre ridere), Kidding è una serie tv sul dolore, su come conviverci interiormente quando non si può elaborarlo esternamente.

Non a caso, in questi primi due episodi tutte le cose migliori sono le scene con Jim Carrey. Siamo all’inizio, quindi tutto deve ancora ingranare, ma la bilancia è molto spropositata. Le due figure femminili sono poco approfondite (soprattutto Judy Greer), e subito a Catherine Keener è toccata una storyline famigliare noiosa e scontata.

Il peso della serie è tutto sulle spalle di Jim Carrey, che lo sopporta col suo talento comodamente. Il suo Mr. Pickles è una figura amatissima da generazioni che vorrebbe solo poter essere triste, ma il suo pubblico non glielo permette. Non è ESATTAMENTE la sorte e carriera toccata a Carrey stesso? L’attore canadese, qui molto meno irriverente e guascone del solito, pur lasciandosi andare a momenti leggeri talvolta, sguazza in questo ruolo. Riesce a dare al suo personaggio, che pare essere costantemente un bambino imprigionato nella vita di un adulto, risvegliato dai traumi della vita adulta, una tridimensionalità interamente fondata sulla tenerezza e malinconia.

Non sappiamo dopo questo discreto ma non eccelso esordio cosa diventerà Kidding. Se spiccherà il volo tra le serie di grande qualità, o rimarrà una visione buona solo per il suo tema universale e la bravura del suo protagonista. Resta il fatto che, almeno per ora, la bravura di Jim Carrey è davvero tale da imporre di seguirla. E lasciarvi spezzare il cuore sorridendo, cosa che pochi sono in grado di fare.

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Emanuele D’Aniello

20 anni senza Battisti: in uscita tutti gli album rimasterizzati

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Sony Music ricorda il 20esimo anniversario della scomparsa, il 9 settembre, del più grande artista italianorilasciando per la prima volta tutti gli album originali in formato Vinyl Replica.

20 album riprodotti in altissima qualità dai masters originali restaurati e rimasterizzati e per la prima volta in CD Lucio Battisti Vol. 2 pubblicato nel 1970 solo in versione musicassetta. lucio battisti canzoni più belle

«…Non parlerò mai più, perché un artista deve comunicare solo per mezzo del suo lavoro. L’artista non esiste. Esiste la sua arte. »

 Continua infatti ad esistere la sua arte e continua la sua musica a rievocarlo come Produttore di studio, il Musicista ed innovatore, capace ancora di catturare l’attenzione di tutti per la sua contemporaneità e per essere stato un lungimirante della musica italiana, attuale fonte di ispirazione iconica.

È con questo sentimento che continua e non smette mai la voglia di farlo ascoltare.

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I TITOLI

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Vol. 2 Vinyl Replica Limited Edition (per la prima volta in CD)

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Amore E Non Amore – Vinyl Replica Limited Edition

Vol. 4 -vinyl Replica Limited Edition

Umanamente Uomo: Il Sogno – Vinyl Replica Limited Edition

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La Batteria, Il Contrabbasso, Eccetera -vinyl Replica Limite

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