Manifesto, tredici volte Cate Blanchett per capire il ruolo dell’arte

manifesto

Che cosa è l’arte?

La domanda, più che dal pubblico, proviene spesso dagli artisti stessi. Sono proprio loro a chiedersi cosa fare, dove spingersi, dove osare, dove fermarsi, e quando potersi rendere conto di aver realizzato arte. Il genio, esattamente come il diavolo, è nei dettagli, e allora possiamo considerare arte anche l’idea di trasformare in un film di 90 minuti una installazione video su più schermi pensata per un museo dal tedesco Julian Rosefeldt. L’arte dopotutto è intuizione fuori dagli schemi, e soprattutto provocazione.

Manifesto non è un film autentico, come si evince dalla sua genesi. Giudicarlo con le aspettative ed i criteri degli altri film sarebbe sbagliato, oltre che ingiusto. Al cinema possiamo appiccicargli l’etichetta del genere sperimentale, ma è troppo facile. Manifesto è in realtà una provocazione, sotto forma artistica, che si può vedere al cinema. Tranquilli, anche io mi domando cosa voglia veramente dire ciò.

Ecco, sul piano dell’ostico siamo tutti d’accordo. Non essendo un film, non è certo dedicato al pubblico della domenica al cinema, coloro che decidono cosa vedere solo in fila alla biglietteria. Non lo è per la sua singolarità, e per il suo testo spesso imperscrutabile. Manifesto infatti è una raccolta di 13 diverse tavolozze, senza dialogo, in cui ogni episodio rappresenta il credo e le basi di 13 differenti movimenti artistici, narrati dalla protagonista Cate Blanchett. Talvolta in voce fuori campo, talvolta in monologhi, altre volte come fossero normali discussioni.

L’effetto è certamente straniante, ma anche incredibilmente divertente. La cosa che più stupisce infatti, nonostante la descrizione possa far pensare al contrario, è quanto Manifesto sia divertente e abbia un ritmo sempre vivo.

Arte è quindi prendere il difficile e trasformarlo in godibile. Inoltre arte è anche prendere Cate Blanchett, non la prima attrice che passa, e farla recitare in tutti i 13 ruoli. Seppur trasformista, seppur onnivora, la prova di Cate Blanchett non è certo incredibile o unica, perché non le è mai richiesto di recitare varamenti 13 ruoli. I suoi non sono personaggi sviluppati e con un arco narrativo da riempire. Ma qui la Blanchett è grandissima perché, enunciando frasi spesso poco chiare, riesce ad essere magnetica, carismatica, vulcanica, ironica, avvolgente. L’intero “film” è tutto sulle sue spalle, e Manifesto trionfa perché Cate Blanchett lo permette.

La fluidità è l’arma inattesa che Julian Rosefeldt riesce a conferire al suo lavoro. Mostrando senza soluzione di continuità le 13 correnti di pensiero – passiamo dal Comunismo al Futurismo, dalla Pop Art al Dadaismo, dal cinema col Dogma 95 all’architettura col Costruttivismo – Manifesto crea un profondo e veritiero discorso sullo stato dell’arte e su cosa voglia dire creare arte, sul ruolo del pubblico e della critica, sulla società e sul modo in cui digeriamo ciò che abbiamo attorno, e spesso non capiamo.

Indubbiamente sarebbe stato gradito meno voice over. Anche meno parole, meno monologhi, semmai più scene in cui i manifesti diventano frasi dei personaggi della Blanchett, momenti che hanno creato un corto circuito assurdo semplicemente irresistibile. Ma è difficile lamentarsi con Manifesto, sotto tanti aspetti una delle opere più interessanti mai viste al cinema pur non essendo nata per il cinema.

.

Emanuele D’Aniello

Emanuele DAniello
Malato di cinema, divoratore di serie tv, aspirante critico cinematografico.

1 Commento

COMMENTA QUESTA DOSE DI CULTURA

Lascia un commento!
Inserisci il tuo nome qui