Carissimi lettori, visto che avete molto apprezzato i video postati sulla nostra pagina facebook quando il sito era momentaneamente offline, abbiamo deciso di continuare a pubblicarli!
Oroscopo e Astrologia Culturale
Tra Infusi D’Arte, presentazioni di mostre, poesie e canzoni non poteva mancare il VideOroscopo Culturale.
Per farvi sorridere abbiamo deciso di rivolgerci a un’astrologa, Mirella Stazi. Classe 1979 e romana DOC come molti dei nostri culturini. Mirella è ospite, da Novembre 2017, del programma televisivo di Telenorba canale 510 e di Sky “Buon Pomeriggio” in qualità di astrologa. Visto che è anche poetessa – a breve pubblicherà la sua prima raccolta di poesie con il filo conduttore della memoria dell’infanzia – abbiamo pensato che fosse la persona adatta a noi per unire astri e cultura in maniera leggera e mai superficiale.
No, scusate colpa mia. Posate pure coltelli e forchette perché non sto parlando della vostra tavola in salone bensì della tavola periodica.
Ebbene si proprio lei, quella su cui si trovano ben disposti tutti gli elementi presenti in natura e nell’universo. Proprio di quest’ultimo si parla nel libro“Astrofisica per chi va di fretta” di Neil deGrasse Tyson (edito da Raffello Cortina Editore), astrofisico del Museo americano di Storia naturale di New York. Non solo: è infatti anche direttore dell’ Hyden Planetarium (all’interno dello stesso museo) e volto noto della televisione americana.
Volto simpatico, rassicurante e soprattutto una penna leggera. Già perché quando si parla di fisica,chimica o astrofisica rivolgendosi ad un pubblico non del settore bisogna essere leggeri per forza di cose (come l’Elio…visto? Imparo in fretta).
Dodici capitoli che cercano di raccontare e coinvolgere il lettore all’interno delle tematiche “base” di questa difficile materia.
Conoscerete di certo il famoso Dottor Sheldon Cooper, protagonista della fortunata serie televisiva “The Big Bang Theory”. Ebbene, se la materia oscura e tutte le altre nozioni di cui parla il protagonista (oltre al suo primo amore: la teoria delle stringhe) vi hanno interessato, vi consiglio questo libro.
Come tutto ciò che comporta l’uso di un linguaggio a noi meno conosciuto, ci saranno delle parti probabilmente più ostiche ma non demordete. Fate come me e rileggete più e più volte finché il concetto non vi sarà chiaro. Potete provare, volendo, a sbatterci la testa sopra nel tentativo disperato di essere aiutati dall’osmosi ma non prometto risultati certi.
Quello che è certo è che il libro è chiarificatore sullo stato attuale delle cose in ambito di scoperte astrofisiche.
Particolarmente interessanti i capitoli sulla materia oscura che non a caso viene così denominata. Stessa cosa dicasi per l’energia oscura. Grazie al libro Astrofisica per chi va di fretta potrete rivalutare la suddetta tavola periodica, sui cui i nostri corpi (a scuola) si sono spesso adagiati in preda ad un sonno virulente che colpiva metà della classe. Molto interessante scoprire che il sodio (metallo reattivo e velenoso) e il cloro (gas maleodorante e mortale) legati tra loro formano niente popò di meno che il sale da cucina.
Non affrettatevi dunque ad eccedere con il sale perché questo non ucciderà i vostri suoceri. Al massimo potrete evitare di rivederli a cena nel breve termine.
L’espansione dell’universo e l’errore “non errore” di Einstein (ebbene sì, di cantonate gli scienziati ne prendono e a quanto pare è un bene) a riguardo della Lambda. Prima utilizzata dal famoso fisico, poi rinnegata e alla fine, in tempi successivi reintegrata a pieno titolo nelle equazioni della relatività generale che mostrano l’universo descritto da Albert Einstein.
Astrofisica per chi va di fretta è il giusto connubio tra scienza e leggerezza, un piccolo manuale costruito magistralmente per incuriosire e perché no, magari dare il la per cominciare a leggere dell’altro.
Trovate il tempo, questo è il mio consiglio. Il tempo di conoscere cosa siamo e da dove veniamo. Di scoprire di essere parte di un tutto di cui forse conosciamo ancora poco. Trovate il tempo di capire e tornate a guardare in alto il cielo. Non solo per sognare, ma per stupirvi ancora.
Fabio Dell’Aversana è un “professore universitario, un avvocato, un musicista, un grande appassionato di cose culturali“.
Un giovane campano che ha trasformato la sua passione in una missione: diffondere la cultura in ogni sua specie e tutelare chi ha scelto di comunicare l’arte .
Fabio “è una persona che cerca di tenere insieme tante cose che apparentemente sembrano essere distanti tra loro”. Da questa passione, e grazie alla collaborazione con giovani professionisti nell’ambito del diritto d’autore è nata la SIEDAS (società esperti di diritto delle arti e dello spettacolo).
Ciao Fabio, come è nata l’idea di SIEDAS e qual è l’obiettivo che persegue?
SIEDAS nasce con l’obiettivo di creare una comunità che consenta agli artisti di entrare in contatto con gli operatori giuridici – avvocati, consulenti e commercialisti – che hanno scelto di dedicarsi con professionalità al diritto delle arti e dello spettacolo. Il nostro principale obiettivo consiste nell’incrementare i livelli di tutela del settore; crediamo che per far ciò sia indispensabile sensibilizzare tutti – in primis, gli artisti – verso queste tematiche. Troppo a lungo si è dimenticato quanto sia importante riconoscere i diritti degli artisti e, in generale, di tutti gli operatori che lavorano nel mondo delle arti e dello spettacolo.
Com’è strutturata SIEDAS? E come operate sul territorio italiano?
SIEDAS è cresciuta in brevissimo tempo, spontaneamente, senza particolari campagne di marketing. Abbiamo realizzato tanti eventi, più o meno importanti, ma da ognuno di essi abbiamo tratto idee interessanti e nuovi iscritti. Sin da subito ho avuto l’esigenza, in qualità di Presidente, di chiedere l’ausilio di professionisti del settore a cui attribuire incarichi di livello nazionale e incarichi locali. Questa struttura ci ha consentito di essere presenti praticamente su tutto il territorio nazionale. In ogni regione, infatti, c’è un Coordinatore che rappresenta SIEDAS e che contribuisce al raggiungimento degli obiettivi statutari nel territorio di propria competenza.
SIEDAS è una realtà particolarmente giovane, composta da giovani esperti affamati di cultura e appassionati dell’arte in ogni sua sfumatura: musica, cinema, teatro, ecc. In che modo un artista, anche esordiente, può trovare in voi un sostegno? Ma soprattutto, in quali termini vi fate portavoce della cultura, e nella specie “delle arti e dello spettacolo”?
Il diritto delle arti e dello spettacolo rappresenta una disciplina a lungo trascurata, sia da parte degli operatori del settore che da parte dei legali. Personalmente ritengo che non sia più il tempo di sottovalutare le potenzialità che caratterizzano il settore. Le forme di sostegno che offriamo sono veramente tante. Gli artisti che partecipano alla vita associativa in SIEDAS possono richiedere assistenza legale, fiscale, manageriale, consigli in materia di comunicazione e organizzazione eventi e possono fruire delle tante attività, anche formative, che realizziamo.
Assemblea Nazionale SIEDAS – Livorno 2017
Da poco abbiamo fondato una Rivista interamente dedicata al diritto delle arti e dello spettacolo, edita dalla PM Edizioni, che raccoglie contributi sulle tematiche più svariate: dal cinema al teatro, dalla musica alla danza, senza dimenticare le arti figurative. Chiunque voglia aggiornarsi su queste tematiche e acquisire una maggiore consapevolezza può farlo seguendo i nostri lavori.
Avete seguito e sostenuto con molto attenzione la questione Ermal Meta/FabrizioMoro durante il festival di Sanremo. Raccontaci un po’, sembra che SIEDAS abbia avuto un ruolo importante durante questo caso.
Non esageriamo! La canzone era bella e meritava di vincere. È vero, però, che SIEDAS ha contribuito a far chiarezza su un problema giuridico. C’era o meno plagio in quella vicenda? Ebbene, dopo aver attentamente studiato il problema, decisi di prendere pubblicamente posizione, con un semplice post sui principali social networks. Pare che la mia posizione abbia riscosso un notevole interesse, come dimostrano le tante interviste che ho rilasciato in quelle ore di incertezza per il destino della canzone in gara.
Ho letto sul vostro sito che sono attivi dei bandi con delle borse di studio per i vincitori. Ce ne parleresti?
Hai perfettamente ragione. La partecipazione ai concorsi indetti da SIEDAS è una ulteriore possibilità riconosciuta in favore dei nostri soci. Recentemente sono stati presentati due concorsi internazionali, quello fotografico, intitolato alla memoria di Giovanna Talà, e quello di composizione pianistica, dedicato alla memoria di Carl Czerny. In entrambi i casi è previsto un premio in danaro per il vincitore e, non da ultimo, i migliori lavori saranno pubblicati o presentati in pubblico.
Cosa dobbiamo aspettarci da SIEDAS? Quali sono i progetti futuri?
Credo che SIEDAS abbia tante potenzialità e sono sicuro che sia questa l’opinione che condividono i miei Soci, soprattutto coloro i quali lavorano al mio fianco per la realizzazione dei nostri progetti. Nel futuro vedo tante cose ma mi limiterò ad anticipare ai lettori di Culturalmente che l’Assemblea Nazionale SIEDAS 2018 si terrà a Roma. Dopo il grande successo delle scorse edizioni di Napoli e Livorno, abbiamo deciso di conquistare la capitale con una tre giorni interamente dedicata al mondo delle arti e dello spettacolo. Avremo ospiti di rilievo nazionale e consegneremo un Premio alla carriera ad una personalità di grande spessore. Di più non vi dirò! Conto di incontrare – e, perché, no, accogliere come Soci SIEDAS – tutti i lettori di Culturalmente a Roma dal 12 al 14 ottobre!
Noi aspettiamo con ansia di partecipare all’Assemblea Nazionale di quest’anno. Nell’attesa ci auguriamo che sempre più giovani si avvicinino all’arte e alla cultura in ogni sua forma.
Come si dice? Natale con i tuoi e Pasqua con chi vuoi!
Tra una colazione a base di torta al formaggio e salame e una giornata passata a mangiare uova di cioccolata, la Pasqua è arrivata anche quest’anno. Ma la Pasqua del 2018 è diversa dalle altre sapete perché?
Cade la prima domenica del mese!
E ricordate cosa succede ogni prima domenica del mese?
Esatto.
Musei gratis per tutti i residenti romani.
Ma non è finita.
I musei civici infatti saranno i protagonisti indiscussi di questa Pasqua. Faranno da scenario ad iniziative tra cui mostre, spettacoli, laboratori per bambini e molto altro. E se non poteste andare domenica. Perché non potete rinunciare al vostro pranzo organizzato da tempo, non preoccupatevi i musei a Pasquetta li troverete tutti aperti.
musei gratis aperti a Pasqua, Roma 2018
musei gratis aperti a Pasqua, Roma 2018
musei gratis aperti a Pasqua, Roma 2018
Lo so che Pasqua è il 1 aprile, ma vi giuro non è uno scherzo, non è un pesce d’aprile. “La sorpresa è nei musei” è l’iniziativa promossa da Roma capitale, dall’Assessorato alla crescita culturale, dalla Soprintendenza Capitolina ai Beni Culturali e da Zetèma Progetto Cultura.
Da giovedì 29 marzo al 2 aprile si susseguiranno moltissimi spettacoli, concerti e letture. Visite guidate e l’apertura straordinaria dell’ “Ara come era il giorno di Pasqua e Pasquetta”. Inoltre, il Museo Civico di Zoologia, propone laboratori scientifici per i bambini dai 5 ai 12 anni fino al 3 aprile. In occasione della chiusura delle scuole per le festività pasquali. I Campus scientifici proietteranno i giovani scienziati fra barriere coralline e grandi carnivori del nostro pianeta. Per sperimentare e giocare con la scienza.
Venerdì 30 marzo il Museo Carlo Bilotti ospiterà alle ore 12.00 Racconti di Pasqua fra Resurrezione e Liberazione; con Antonio Bannò, Angela Ciaburri e Alessandro Muller al violoncello, a cura di Teatro di Roma. Gli amanti del Jazz e i fans di Pino Daniele potranno deliziare le loro orecchie con il sodalizio artistico tra Aldo Bassi, uno dei migliori trombettisti italiani, ed il pianista Alessandro Bravo al Museo Napoleonico alle ore 16.00. Sempre alla stessa ora, se avete voglia di rilassarvi con un po’ di musica classica al Museo di Roma in Trastevere ci sarà il concerto di musica classica con il pianista Luca Lione.
Sabato 31 marzo avrà luogo alla Villa di Massenzio (Mausoleo di Romolo) alle ore 12.00 Racconti di Pasqua fra Resurrezione e Liberazione con Lorenzo Parrotto, Antonietta Bello, e Alessandro Muller al violoncello, a cura di Teatro di Roma; alla Centrale Montemartini alle ore 12.00 il concerto di MuSa Classica A tutto Bach a cura di Sapienza CREA – Nuovo Teatro Ateneo; al Museo Napoleonico alle ore 16.00 il concerto jazz Greg Burk/Federica Michisanti duo in collaborazione con Fondazione Musica per Roma; al Museo Carlo Bilotti alle ore 16.00 il concerto di musica classica con il pianista Giovanni Alvino a cura di Roma Tre Orchestra.
Arriviamo a Pasqua!
Il 1° aprile, il Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina proporrà alle ore 16.00 Racconti di Pasqua fra Resurrezione e Liberazione, con Antonio Bannò, Alessandro Minati, e Alice Cortegiani al clarinetto, a cura di Teatro di Roma; mentre al Museo Carlo Bilotti si svolgerà, sempre alla stessa ora, il concerto di musica classica con il pianista Michele Tozzetti a cura di Roma Tre Orchestra.
E Pasquetta?
Vari sono gli eventi previsti il giorno di lunedì 2 aprile: al Museo Carlo Bilotti alle ore 12.00 il concerto di MuSa Classica Le début du printemps en France a cura di Sapienza CREA – Nuovo Teatro Ateneo. Sempre alla stessa ora Al Museo Giovanni Barracco, il concerto di musica classica con Fabiola Gaudio, violino, e Marco Simonacci, violoncello, a cura di Roma Tre Orchestra; al Museo Pietro Canonica ore 12.00 Racconti di Pasqua fra Resurrezione e Liberazione con Alessandro Minati, Silvia Quondam, e Alice Cortegiani al clarinetto, a cura di Teatro di Roma; al Museo Napoleonico alle ore 16.00 il concerto di MuSa Jazz All that jazz… a cura di Sapienza CREA – Nuovo Teatro Ateneo.
Queste sono solo alcune delle iniziative proposte nei musei civici. Per vedere il programma completo di tutti gli altri eventi e richiedere maggiori informazioni, basta andare sul sito del comune di Roma.
Il Chiostro del Bramante ospita dal 22 marzo al 26 agosto 2018 la mostra Turner: Opere della Tate.
Dopo Love e Enjoy, il Chiostro del Bramante torna a dedicarsi alle mostre antologiche riportando Turner in mostra a Roma dopo 50 anni di assenza.
Frutto della collaborazione tra la Tate di Londra e il Chiostro del Bramante, questa mostra porta 92opere nello spazio museale romano dal cosiddetto “Turner Bequest” (lascito Turner) comprendente circa 30.000 lavori cartacei, 300 olii e 280 album da disegno.
Il lascito Turner è una delle più grandi collezioni esistenti di un singolo artista ed è in gran parte ospitato alla Tate Britain di Londra. Include diversi bozzetti a olio, studi preparatori e disegni non finiti. L’artista inglese vendette la maggior parte delle sue opere quando era in vita ma conservò per sé un cospicuo numero di lavori, differenti da quelli destinati al pubblico, non meno importanti e dal gusto decisamente più intimo e sperimentale.
Donato alla Gran Bretagna nel 1856, cinque anni dopo la morte dell’artista, da allora la maggior parte del lascito Turner è conservato presso la Tate. Nelle sale del Chiostro del Bramante si dà ampio spazio agli acquerelli, importanti per la definizione dello stile di Turner, senza dimenticare i disegni, gli album e una selezione di olii su tela.
Turner, View in the Avon Gorge, 1791
Turner, Hulks on the river Tamar: Twilight, 1813
Nessuna delle opere provenienti della Tate fu eseguita da Turner su commissione.
Il che significa che furono esclusivamente frutto del “diletto” dell’artista. Le opere di questa collezione, assolutamente sui generis, sono caratterizzate da un’estrema libertà di composizione e stilistica, insieme a un uso dei colori innovativo e sorprendente. Nuovi sono i soggetti e nuove sono le tecniche di lavoro usate da Turner. Non dovendo infatti accontentare le richieste di alcun committente, Turner potè dedicarsi alla realizzazione di opere con estrema libertà.
Turner, Sunset Across the Park from the Terrace of Petworth House, 18271827-min
Turner, Land’s End, Cornwall, 1834
Sin da giovane affiancò agli studi accademici la visione diretta dei paesaggi mediante la pittura en plein air. Inizialmente abbracciò la tradizione topografica, fu un paesaggista attento a riportare fedelmente su carta i luoghi che gli si aprivano davanti agli occhi. Ben presto però si avvicinò a una visione più lirica e libera che si distanziasse dal mero realismo. Dal 1790 infatti iniziò a viaggiare durante l’estate portando sempre con sé album per disegnare all’aria aperta, e a lavorare nello studio in inverno per completare i disegni eseguiti durante la bella stagione.
Questo suo innovativo modo di lavorare lo ha portato ad approfondire sempre più gli effetti atmosferici e luministici, concentrandosi anche sulla componente emozionale del colore.
Da non dimenticare la sua ammirazione per le estetiche del sublime e del pittoresco. Il soggiorno in Italia (fra Venezia, Roma e Napoli) del 1819 gli diede la piena percezione dell’intensa luminosità dei paesaggi italiani e fu determinante per l’evoluzione del suo stile. La tematica cromatico-luministica è infatti centrale nella poetica di Turner di questi anni. Il pittore inglese ricercherà d’ora in poi, come soggetti delle sue opere, atmosfere da raffigurare come specchio del suo universo interiore. Lo spazio-luce privo di qualsiasi impianto prospettico dissolve le forme, e i colori puri diventano insieme alla luce i protagonisti assoluti delle sue opere. Ogni colore, luce, atmosfera non è solo descrizione di un paesaggio per Turner, ma anche e soprattutto la descrizione della sua emotività.
Turner, The Castle of St Angelo 1832
Turner, Venice San Giorgio Maggiore Early Morning 1819
Divisa in sei sezioni, la mostra è un viaggio cronologico-tematico alla scoperta del Turner più privato, più intimo.
La mostra Opere dalla Tate ci permette di comprendere il percorso umano e artistico che Turner fece nel corso degli anni. È possibile seguire attraverso i suoi disegni, bozzetti e oli anche un itinerario fisico che Turner seguì alla scoperta di luoghi che potessero trovare spazio sui suoi fogli da disegno. Si inizia con i suoi primi viaggi effettuati in Inghilterra. Si prosegue con i viaggi in Beglio, nei Paesi Bassi e nella Valle del Reno fino ad arrivare in Italia.
Turner, Shields Light House, 1823
La forza di Turner sta nell’aver anticipato le tendenze stilistiche degli Impressionisti. E la sua grandezza risiede nel fatto di essere riuscito ad affascinare artisti come Mark Rothko e Olafur Eliasson molto lontani dal suo tempo.
Le sue opere lasciano all’osservatore un piacere visivo totalizzante.
Turner, Jumieges, 1832
TurnerVenice Quay Ducal Palace, 1844
Turner Storm over the Mountains,1842
Lo spettatore viene totalmente immerso nei colori e nei paesaggi creati da Turner per riproporre in pittura la potenza espressiva della luce e dei colori offerti dalla natura. Complice anche il ben studiato accompagnamento cromatico dell’allestimento proposto nelle sale del Chiostro del Bramante. La visita alla mostra Turner. Opere dalla Tate è una delicata visione su scorci di paesaggio. Lo sguardo si perde in tutte le opere cercando il dettaglio più infinitesimale, anche negli acquerelli più piccoli misuranti pochi centimetri. Si resta sorpresi a scoprire che il dettaglio, nelle opere dell’artista inglese, il più delle volte è rappresentato dalla figura umana.
E a conti fatti Turner ha ragione: il dettaglio siamo noi uomini, minuscoli e solo di passaggio rispetto all’immensità della natura.
Un’opera del XVIII è stata recuperata dal Comando dei Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale.
L’opera in questione è “Capriccio Architettonico con Astanti”, un olio su tela, rubato nel 1994. La corrente artistica a cui appartiene il quadro è il Vedutismo, genere artistico nato nel settecento che, ritrae dal vero, paesaggi e città. L’attribuzione è contesa tra due grandi del genere: Giovanni Paolo Panini (1691-1765) e Andrea Locatelli (1695-1741). Abbiamo chiesto al Tenente Colonnello Nicola Candido di raccontarci come è avvenuto il recupero.
Capriccio Architettonico con astanti
Tenente Colonnello dove si trovava l’opera prima di essere rubata?
L’opera era stata donata dalla famiglia Torlonia a Palazzo Barberini nel 1892. Successivamente è stata esposta a Castel Sant’Angelo e nel 1958, è stata ceduta all’Archivio Siviero, fino al 1994 quando sparì.
Quali procedimenti avete attuato per recuperare “Capriccio architettonico con astanti”?
Noi monitoriamo sempre le case d’asta e loro sono molto collaborative. Altrimenti perderebbero la reputazione. Nel 2017, durante l’attività di monitoraggio delle opere d’arte, i militari della Sezione Antiquariato, hanno individuato l’opera in un importante casa d’aste londinese. L’opera stava per essere venduta con un prezzo di partenza di 40.000 sterline pari a quasi 50.000 euro.
Il verosimile intento era di realizzare all’estero un maggiore guadagno, in forza dell’importante richiesta di opere d’arte di uno dei principali esponenti della pittura vedutista.
Poi come avete agito?
Abbiamo fatto immediatamente degli approfondimenti investigativi, eseguiti anche attraverso la banca dati dei Beni Culturali illecitamente sottratti; hanno confermato la corrispondenza dell’opera individuata con quella rubata. Questo ci ha consentito di accertare che il dipinto era stato consegnato, da un antiquario romano, alla filiale romana della casa d’aste di Londra, che a sua volta ne aveva chiesto e ottenuto l’attestato di libera circolazione.
L’attribuzione è ancora dubbia, me lo conferma?
Sì. Anche se, durante l’attività di indagine è emersa, nella monografia di Andrea Locatelli a cura di Andrea Busiri, un’attribuzione non a Panini ma a Locatelli.
Ora l’opera in che condizioni si trova? E a chi andrà restituita?
L’opera è in ottime condizioni. Sarà restituito al Ministero dei Beni Culturali e nello specifico alle Gallerie Nazionali di Arte Antica di Roma- Palazzo Barberini e Galleria Corsini.
Quali strumenti usate per reperire opere rubate o falsi?
Abbiamo un archivio elettronico con una banca dati. All’interno vi sono migliaia di riproduzioni fotografiche e già con questi strumenti possiamo fare delle verifiche. Noi consigliamo sempre, a chi detiene opere d’arte, di fare delle fotografie e di tenerle con sè. In questo modo è più semplice reperire l’opera, in caso di furto. Quando si tratta di situazioni più complesse, del tipo che vengono modificate le foto per non renderle riconoscibili, oppure abbiamo il pezzo che ci interessa ma non riusciamo bene a comprendere se sia un falso oppure no, ci appelliamo al Ra.C.I.S., Raggruppamento Carabinieri Investigazioni Scientifiche. Loro hanno degli strumenti che analizzano l’opera tecnicamente. Ad esempio possono vedere se il colore è stato messo successivamente o corrisponde alla data menzionata. Nel caso del “Capriccio di Astanti” non c’è stato bisogno di contattate il Ra. C.I.S. La provenienza, da subito, si capiva fosse illecita.
Oltre questa opera, ultimamente ne sono state recuperate altre di proprietà dello stato italiano?
Sì. Proprio negli ultimi giorni abbiamo recuperato ben 37 opere d’arte, alcune delle quali saccheggiate da chiese nelle aree terremotate de L’Aquila. Tra queste spiccano per importanza 5 pale d’altare sottratte da due chiese della provincia de L’Aquila, colpite dal terremoto nel 2009 ed un dipinto attribuito al Maestro Guido Reni.Mentre l’Abruzzo post-terremoto ancora piange i suoi morti e le sue ferite, alcune ville di lusso della costiera amalfitana accrescono il loro fascino per i turisti. Ne beneficiano nei loro soggiorni di vacanza, con opere anche saccheggiate dai luoghi colpiti dai tragici eventi sismici.
Questi importanti recuperi consentiranno di rendere nuovamente fruibile al pubblico opere di inestimabile valore storico-artistico.
Fare film rivolti all’infanzia è praticamente un sottogenere, difficile ma florido. Tutti, a prescindere dai gusti generazionali e dall’epoca di ognuno, siamo cresciuti con qualche film caposaldo rivolto esplicitamente all’infanzia. Più o meno tutti avevano delle caratteristiche in comune: essere divertenti, avvincenti, con aspetti pedagogici non forzati e subito assimilabili.
Ora, non ho mai letto il romanzo Nelle Pieghe del Tempo, già definito piuttosto infilmabile. Eppure il film lo hanno fatto, alla fine. Se quello è definito un classico dei libri per l’infanzia, dubito fortemente lo sarà il film. Anzi, sarei pronto ad inserirlo in qualsiasi classifica dei peggiori adattamenti di sempre.
Senza mezzi termini, Nelle Pieghe del Tempo è sia un film brutto sia un film sbagliato. Non c’è scampo.
Anche capire da dove partire per descrivere il fallimento del film è compito arduo, perché davvero non c’è un aspetto che si salvi. Se al centro della storia c’è la ricerca di un padre scomparso, che trasforma il viaggio di recupero in una metaforica ricerca di fiducia in sé stessa per la giovane protagonista, tutto ciò non lo vediamo. Manca il grande senso di avventura e scoperta dei film per ragazzi, con la ricerca del padre emotivamente dimenticata quasi subito. Manca l’intrattenimento puro, con le scene allungate fino a che il già poco senso di esse non diventi autentica e inspiegabile tortura. Pertanto Nelle Pieghe del Tempo va avanti tra scenari ridicoli, personaggi inutili e momenti completamente piatti.
Forse a dare più fastidio è la costante ripetitività del nulla che il film propone. Le tre fate al centro del marketing del film, tra cui spicca una Oprah Winfrey in modalità “sono qui solo per ritirare l’assegno”, non offrono mai un vero contributo. I protagonisti sono sballottati avanti e indietro senza che se ne capisca il senso. Se l’emozione latita, la tensione manca totalmente, ed assistiamo ad un carrozzone di colori e CGI tirato avanti col pilota automatico.
Ad essere onesti, si fa quasi fatica a definire Nelle Pieghe del Tempo un vero film. Dispiace, perché parliamo del primo blockbuster diretto da una donna, Ava DuVernay. Ma se il film è scritto, diretto, concepito nella maniera più raffazzonata possibile, la responsabile è soprattutto sua. Invece di sfruttare il materiale a disposizione, limite e pregi, Nelle Pieghe del Tempo va avanti (troppo) senza una bussola tematica e visiva. Non c’è divertimento vero nella storia, non c’è l’intento pedagogico che avrebbe almeno dato uno scopo. Solo parole vuote, solo immagini brutte, solo grande banalità: per segnare l’immaginario dei bambini ci vuole ben altro.
Con “Magnum Manifesto” gli organizzatori hanno voluto dimostrarci che “Magnum è la fotografia” come diceva Henri Cartier-Bresson. Senza questa cooperativa di fotoreporter la storia della fotografia sarebbe stata meno ricca.
Con “Magnum Manifesto”, al Museo dell’Ara Pacis di Roma, fino al 3 giugno 2018, si festeggiano i 70 anni dalla fondazione della Magnum Photos, agenzia foto giornalistica fondata il 22.05.1947 a Parigi e a New York.
Tra i primi membri si annoverano dei mostri sacri della storia della fotografia e del fotoreportage come Robert Capa e Henri Cartier-Bresson. Ma negli anni non sono mancati i grandi artisti come Josef Koudelka.
Trattandosi di una mostra celebrativa dell’immenso e prezioso lavoro dei membri dell’agenzia, “Magnum Manifesto” è una miscellanea di immagini. Le opere in mostra sono di ben 75 fotografi. Ciò rende l’esposizione una grande occasione per gli amanti della fotografia, i cui occhi e la cui curiosità sono ampiamente gratificati.
Di ogni serie o progetto fotografico, di ogni autore, però, sono in mostra solo pochi scatti. Così c’è molta varietà nel genere di immagini. Ma le impressioni e le emozioni che si provano ad ammirarle vengono presto interrotte. Si passa ad un altro gruppo di foto e ad altre emozioni.
Il rischio di tanta varietà – di temi, di stili, di autori – è che “Magnum Manifesto” lasci un po’ di confusione nella mente del visitatore.
L’intento storiografico e celebrativo, però, è perfettamente raggiunto.
La mostra “Magnum Manifesto” è suddivisa in tre sezioni. Ognuna di esse raccoglie alcune delle fotografie più significative a seconda delle fasi storiche.
La prima sezione, “Diritti e rovesci” (human rights and wrongs), riguarda il ventennio tra il 1947 e il 1968.
Tra il 1946 e il 1948 viene stilata la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Vi si trovano gli stessi valori di libertà, uguaglianza e libertà che ispirano i membri dell’agenzia. La Magnum Photos, infatti, accoglie fotoreporter di ogni provenienza, uomini e donne.
Negli anni ’50 e ’60 gran parte dei progetti fotografici, individuali o collettivi, sono rivolti al concetto di universalità e alla condanna di qualunque tentativo di negarla.
Quindi, nella sezione “diritti e rovesci”ci siamo intenerite davanti alle immagini, piene di intimità, di Eliott Erwitt. Ci siamo lasciate affascinare dalla fotografia sociale di Eve Arnold, che documentano la realtà e la ribellione alle ingiustizie dei cittadini afroamericani. Ci siamo commosse di fronte ai bambini di Santiago immortalati dagli scatti di Sergio Larrain, ma anche al dolore degli americani per la morte di Bob Kennedy nella serie “Funeral Train” di Paul Fusco.
La seconda sezione, “Un inventario di diversità” (An inventory of differencies) raccoglie fotografie scattate tra il 1969 e il 1989.
Negli anni ’70 l’edonismo generale culminerà nell’individualismo carrierista anni ’80. In questi anni, i fotografi Magnum si ritrovano impegnati, più che in passato, in incarichi corporate e pubblicitari. Nel frattempo, però, si dedicano più a lungo anche a progetti personali, con una forte impronta autoriale.
Il soggetto preferito dei fotografi dell’agenzia è la figura dell’altro: l’“alieno”, il “selvaggio”, il“malato”, il “folle”, l’“emarginato”. Finora, hanno sempre ricercato le somiglianze tra esseri teoricamente uguali. Ora non è più importante documentare o testimoniare l’uguaglianza tra essere umani e i loro diritti, negati o conquistati. Nel secondo ventennio della Magnum, i suoi fotografi vogliono mostrare al mondo le diversità tra gli essere umani. In un certo senso il diritto di stare al mondo di chi è diverso.
In questa sezione, spiccano i lavori delle donne e sulle donne. Susan Meiselas in “Carnival stripper” è la sintesi: una donna che fotografa donne, che di mestiere fanno le spogliarelliste. Non le ritrae in pose da pin up, ma mentre svolgono il loro lavoro o si preparano. Ma le intervista anche, perché non vuole solo catturarne l’immagine, ma anche far sentire la loro voce.
Ma a restare nel cuore è lo sguardo e l’obiettivo di un uomo su due donne che soffrono. Jim Golberg “sta” accanto alla prostituta T.J. o alla nobildonna decaduta Vivianna de Blonville. Le guarda, ci parla, le ascolta. E, alla fine, accompagna i suoi scatti con le frasi da loro pronunciate. Una fotografia “umana”, come quella di Valerio Bispuri o Sebastio Salgado.
L’ultima sezione si intitola “Storie della fine” (Stories about endings) e riguarda il periodo storico dal 1990 ai giorni nostri.
Nella terza sezione, vediamo come all’interno della Magnum Photos, dagli anni ’90 in poi, gli artisti sono più numerosi dei reporter. La fotografia stessa sembra diventare sempre più arte e sempre meno giornalismo e testimonianza della realtà.
Con alcune pregevoli eccezioni come Paolo Pellegrin. Con la serie “Mar Mediterraneo” del 2015, documenta il soccorso dei migranti da parte di Medici Senza Frontiere. Qui, però, è esposto un polittico di onde marine di notte. In quelle immagini il mare fa paura. È il mare che può porre fine a qualsiasi viaggio.
Ma troviamo anche il “Rochester Project – Postcards from America”, con cui diversi fotografi Magnum hanno documentato una fase critica della storia della fotografia. Nel 2012, infatti, la società Eastman Kodak, che produceva pellicole, dichiarò bancarotta. Non è riuscita a tenere il passo con la rivoluzione digitale. Questi fotografi documentano la dismissione della fabbrica nella città di Rochester e il drammatico impatto sui suoi cittadini. Questo progetto fotografico è stato un’azione di resistenza.
“Magnum Manifesto” non è priva di difetti, ma è comunque come un negozio di caramelle per chi ama la fotografia
L’allestimento di “Magnum Manifesto” non è dei migliori. In primo luogo, il gruppo di fotografie in piccolo formato che apre ogni sezione è suggestivo, ma le immagini sono numerate alla rinfusa. Quindi, i visitatori sono costretti ad una ricerca confusa tra le foto per abbinarle alle didascalie riportate nei fogli a disposizione dei visitatori. I fogli stessi sono insufficienti, soprattutto nelle giornate di maggior afflusso.
In secondo luogo, è interessante ma non convincente l’idea di mostrare, in video, delle mani che sfogliano i cataloghi o i libri fotografici. È un espediente per mostrare il lavoro di molti più fotografi, ma risulta a nostro parere noioso e freddo.
Nonostante questi difetti di allestimento, “Magnum Manifesto” è una mostra che riesce ad emozionare e che sicuramente gli amanti della fotografia non possono perdersi. Non fosse altro che per innamorarsi di un fotografo o di una fotografa ancora sconosciuti, tra i 75 in mostra.
Censurato venerdì il murales appena realizzato a due passi da Montecitorio da Tvboy, street artist italiano che oggi vive e lavora a Barcellona.
È di pochissimi giorni fa la notizia della cancellazione immediata da parte di AMA (azienda addetta alla raccolta dei rifiuti e al decoro della città di Roma) di un’opera di street art. Il murales eseguito da Tvboy è stato rimosso in brevissimo tempo.
L’opera in questione, apparsa venerdì 23 marzo su un muro di via del Collegio Capranica, a due passi da Montecitorio, mostrava Luigi Di Maio e Matteo Salviniscambiarsi un bacio sulle labbra. Nulla di sconcio. Nulla di osé.
Il titolo dell’opera, che ora vive solo nelle foto scattatele prima della cancellazione, è Amor Populi.
La critica alla situzione politica attuale è stata troppo forte. Il governo non ha ancora ricevuto l’incarico ma ha già fatto sentire la sua potenza e la sua vicinanza al governo che cadde il 25 luglio 1943. A 75 anni dalla caduta della dittatura fascista, l’Italia fa ancora i conti con la censura di opere d’arte da parte della politica.
Nei vent’anni di dittatura fascista gli artisti non rimasero inerti a guardare. Lottarono per la libertà di espressione artistica.
Gli artisti insofferenti al regime scelsero di dichiarare la loro avversione a esso attraverso la realizzazione di opere di denuncia. Riuscendo però il fascismo a controllare ogni aspetto della vita del suo popolo, era difficile per gli artisti utilizzare soggetti apertamente antifascisti per le loro opere. Dal 1926 infatti entrarono in vigore le leggi eccezionali che limitavano la libertà di stampa e di espressione. Da quel momento, un’opera apertamente antifascista non si sarebbe potuta più esporre poiché costituiva un reato.
Fu così che si ricorse all’utilizzo di simboli provenienti dalla letteratura contemporanea, dalla mitologia e dalla religione.
Simboli che alludevano alla libertà, alla ribellione e alla protesta. Messaggi che se resi espliciti non sarebbero mai potuti passare indenni fra le maglie della censura di regime. Simboli che il regime, troppo ignorante, non poteva comprendere e che dunque non sanzionò.
Ernesto Treccani, Colombi assassinati, 1941
Renato Guttuso, Crocifissione, 1940-41
Artisti come Ernesto Treccani, Ennio Morlotti ed Emilio Vedova redassero nel 1943 il Manifesto dei pittori e degli scultori, sottoscritto anche da Renato Guttuso e Bruno Cassinari. Nel Manifesto dichiararono di “voler fare una pittura allo scoperto” denunciando gli orrori della guerra e del fascismo. Prima di questa data, a causa dell’entrata in vigore delle leggi eccezionali del ’26, solo raramente la denuncia era esplicita. Dopo il 1943, con la caduta del fascismo, ci si riappropriò delle libertà di espressione che Mussolini aveva messo soppresso.
Divenne intenzione degli artisti antifascisti quindi rivendicare un’arte a sfondo politico e sociale dal contenuto esplicito.
Tutti questi artisti gravitarono attorno al gruppo artistico milanese denominato Corrente. Attivo dal 1938 al 1943 univa artisti e intellettuali che condividevano il desiderio di rompere con la retorica ufficiale fascista. Essi volevano creare un’arte nuova e impegnata. Si opponevano fortemente a un regime che controllava ogni aspetto della vita sociale proponendo un’arte libera. Riflessione critica, culturale e artistica quella di Corrente già anticipata a Torino e Roma dal gruppo dei Sei e dalla Scuola Romana.
Questa è la storia dell’arte. Racconto critico e storico di eventi occorsi oltre 70 anni fa.
Oggi, nello stesso Paese di Corrente, del gruppo dei Sei di Torino e della Scuola Romana, la storia si ripete. Non ci sono più le leggi eccezionali varate nel 1926, al loro posto abbiamo una delle più moderne costituzioni del mondo. In essa è presente l’articolo 21, messo fra i primi articoli proprio a sottolineare la sua importanza.
Esso sostiene che “tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione“. Si parla nello specifico della libertà di stampa. Ma cos’è l’arte se non un mezzo di diffusione del proprio pensiero?
L’arte è un mezzo di diffusione del proprio pensiero attraverso l’atto creativo. Il gesto artistico è un atto nobile e ancor più, io credo, se nato da un desiderio interiore dell’artista e privo di committenti. Questo la politica non l’ha compreso.
Ancora una volta quindi la libertà e l’arte sono state messe sotto accusa. Ed è accaduto nell’Italia del 2018. Non nell’Italia fascista del 1938.
Infatti venerdì, durante le frenetiche ore di accordi sottobanco per eleggere i due presidenti di Camera e Senato, è comparsa sui muri del centro di Roma un’opera d’arte dal sapore critico. Apparsi ormai chiari i piani di Lega e Movimento 5 Stelle per spartirsi il potere, un artista come Tvboyha voluto commentare questo momento politico con l’arte.
Tvboy ha reso visibile con l’arte l’inciucio politico che si sta realizzando fra i due partiti populisti che hanno preso più voti alle ultime elezioni.
Lo ha fatto con la delicatezza tipica del suo stile. Ha reso visibile agli occhi di tutti quello che sta succedendo dentro ai palazzi del potere. E lo ha dipinto sui muri esterni più vicini a quei palazzi del potere. Purtroppo è stato visibile solo per poche ore prima che l’AMA, mai così rapida nel fare il suo lavoro, intervenisse per ripulire il muro. Muro reo di aver accolto su di sé un morbido bacio fra Matteo Salvini e Luigi Di Maio.
Tvboy, Amor Populi, 2018
Venerdì era nata un’opera d’arte, repressa immediatamente. Per ordine della politica cancellata. È stata uccisa dalla paura e dall’ignoranza. E con essa è morta anche la libertà di espressione.
Probabilmente se non fosse stata un’opera di street art ma un’opera racchiudibile fra le quattro mura di un museo o una galleria (luoghi élitari per eccellenza) non avrebbe fatto tanta paura.
Probabilmente nessun politico ignorante avrebbe nemmeno saputo della sua esistenza considerando la scarsa frequentazione di mostre, musei e gallerie da parte di questi ultimi.
Probabilmente il fatto che fosse stata eseguita proprio dietro Montecitorio, luogo di passaggio per molti parlamentari ha creato in essi il fastidio necessario a far partire l’ordine di censura.
La politica odierna si è mostrata ignorante, sorda alle critiche, incapace di accettarle anche sottoforma di arte. La politica odierna si è mostrata vicina alle politiche fasciste riguardanti l’arte come mai prima d’ora.
Torna in libreria, per il Saggiatore, un classico di Jean-Pierre Vernant. Un viaggio nella cultura greca antica fra idoli e maschere, fra uomini e dèi.
Jean-Pierre Vernant (1914-2007) è stato un grandissimo studioso del mondo antico, in particolare di quello greco. I suoi studi, di taglio antropologico e storico-religioso, hanno esplorato a fondo gli aspetti fondanti della cultura greca classica: i miti, gli dèi, gli eroi. Tra i suoi saggi più famosi, Le origini del pensiero greco (tradotto in Italia nel 1962), L’universo, gli dèi, gli uomini (2001) e Mito e religione in Grecia antica (2003).
Figure, idoli, maschere risale al 1990. La traduzione italiana è uscita nel 2001 per il Saggiatore, che quest’anno ha deciso di riproporre il testo in una nuova edizione. La principale novità è la prefazione di Giulio Guidorizzi. L’intento dichiarato del saggio è quello di indagare il “modo in cui, attraverso forme plastiche, le potenze dell’aldilà si trovano a essere evocate nella religione”. Vale a dire, come i Greci rappresentavano la sfera divina attraverso simulacri antropomorfi e simboli.
Le figure dei morti: kolossos.
La prima parte del saggio tratta della rappresentazione dei morti e del rapporto con l’aldilà. Per farlo, si occupa di alcuni concetti fondamentali dell’antropologia greca, fra cui spiccano quelli di kolossos ed eidolon. Il colosso è la controparte materiale della psyche evanescente.
La psyche è un nulla, un vuoto, un’evanescenza inafferrabile, un’ombra; è come un essere aereo e alato, un uccello che vola. La pietra ne è l’esatto contrario: compatta, massiccia, continuamente presente nel luogo in cui è stata fissata terra.
Tra ombra e specchio: eidolon.
Ma non è questa l’unica rappresentazione possibile dei morti. Un’altra figura del pensiero greco è quella dell’eidolon, dalle varie sfaccettature. Vernant svolge un’indagine del campo semantico di eidolon, esplorandone l’evoluzione da Omero a Platone.
L’immagine è eidolon in quanto dipende da una sorta di magia, ammalia gli spiriti prendendo l’esatta apparenza di tutto ciò di cui è immagine; si fa passare per ciò che non è .
Gorgoneion di terracotta.
Le figure degli dèi: Gorgone.
La seconda parte del saggio si concentra sulle figure degli dèi e delle loro maschere. La prima a essere analizzata è la figura mostruosa della Gorgone, il cui viso esprime orrore e mostruosità.
Guardare la Gorgone negli occhi significa trovarsi faccia a faccia con l’aldilà nella sua dimensione terrificante, significa incrociare lo sguardo di quell’occhio che, fissandovi senza sosta, è la negazione stessa dello sguardo, e accogliere così una luce il cui splendore accecante è quello della notte. Quando fissate la Gorgone, è lei che fa di voi quello specchio in cui, trasformandovi in pietra, essa ammira la propria faccia terribile e in cui si riconosce nel doppio, nel fantasma che siete divenuti avendo affrontato il suo occhio.
Dèi multiformi: Artemide.
Si passa poi agli dèi veri e propri. Gli dei greci possono assumere vari aspetti e sfumature, così come i loro culti. Vernant passa in rassegna i riti di Artemide, dai legami con il mondo selvaggio della natura a quelli con la guerra. Il suo culto si tinge talvolta di sangue umano, come ci ricorda il mito di Ifigenia sacrificata in Aulide. Ma anche le vergini, prima del matrimonio, devono “morire” metaforicamente al cospetto di Artemide. A Brauron, stando alle testimonianze, le donne eseguivano un rito di passaggio travestendosi da orse per onorare la dea.
Vaso a tema dionisiaco.
Il dio della maschera: Dioniso.
Il viaggio tra idoli e figure mitologiche si chiude con Dioniso, il dio della maschera. Sotto vari aspetti il dio è legato alle maschere e al teatro, ma il dionisismo rimane un fenomeno complesso a cui sono state date molte interpretazioni. Come emerge dalle Baccanti di Euripide, Dioniso è il dio ambivalente per eccellenza. È al tempo stesso maschile e femminile, giovane e vecchio, greco e barbaro, selvaggio e civilizzato.
Forme, illusioni, epifanie.
L’epifania di Dioniso non sfugge soltanto alla limitatezza delle forme, dei contorni visibili (…). Dioniso è presente quando il mondo stabile degli oggetti familiari, delle figure rassicuranti si rovescia in un gioco di fantasmagorie dove l’illusorio, l’impossibile e l’assurdo diventano realtà. (…) Superamento di tutte le forme, gioco con le apparenze, confusione dell’illusorio e del reale: l’alterità di Dioniso consiste anche nel fatto che, attraverso la sua epifania, tutte le categorie e le opposizioni nette che danno coerenza alla nostra visione del mondo, invece di restare distinte ed esclusive, si richiamano tra loro, si fondono, passano dall’una all’altra.
Con un affascinante tuffo nel culto di Dioniso si chiude il volume di Vernant. Il lettore forse ne esce inquieto, ma sicuramente ansioso di saperne di più e di conoscere più a fondo quella cultura greca che ci sembra al tempo stesso così familiare e così estranea.
Il 23 marzo al Quirinetta di Roma è andato in scena il release party di “Vive la vie”.
Il nuovo album de Le Cardamomò, band romana (ma non solo) al suo terzo lavoro in studio, presenta un repertorio di nove brani inediti che spaziano dal folk, alla musica d’oltralpe fino ad arrivare ai balcani, una cover e quattro brevi narrazioni.
Un disco elegante cantato in diverse lingue tra cui francese, spagnolo e ovviamente italiano. I quattro elementi sono polistrumentisti abili e soprattutto voci sopraffine. Non bastasse tutto questo a dare un’iniziale definizione ai contorni di una serata magica (lo è stato davvero, anche a 33 anni ieri ho avuto l’ennesima riprova che la magia è reale) aggiungo che i quattro sono degli ottimi interpreti di scena. Abili ad occupare il palco, ad interagire tra di loro e a raccontare.
Raccontare, proprio così. Perché il concerto andato in scena è stato come aprire un enorme libro pop-up in cui le meraviglie in rilievo prendevano forma di brano in brano.
Io il lettore rapito. Perso tra giochi di luce, lune danzanti, abiti di scena scintillanti e una voce narrante. Anzi, quattro. Le Cardamomò infatti, proprio come nel disco, alternano i brani a brevi narrazioni che cullano il lettore ehm…pardon, l’ascoltatore come se stesse aggrappato al suo letto pronto per un altro viaggio.
La qualità della band è indiscutibile: Antonia Harper , Marta Vitaliani, Gioia DI Biagio e Ivan Radicioni, passano con estrema disinvoltura da uno strumento all’altro.
Tanti gli ospiti a condividere il palco e alla fine sembrava di essere dentro una grande festa. In realtà una festa lo era davvero: dia de los muertos. Leitmotiv della serata che, anche grazie alle tipiche maschere da “teschio festoso” utilizzate all’inizio e alla fine del concerto, hanno reso magico il clima della serata. Il disco Vive la vie celebra la rinascita perché, come più volte ricordato durante l’esibizione, nascere non basta. Bisogna saper rinascere ogni giorno.
A fine concerto ho avuto il piacere di fare quattro chiacchere con la band. Vi lascio con la nostra intervista e con l’invito a scoprire Le Cardamomò, una perla preziosa del nostro paese per cui andare di certo fieri.
Dopo aver calcato tanti palchi, anche internazionali, cosa significa per voi suonare a Roma per il concerto lancio del vostro nuovo disco?
Ivan:Noi nasciamo a Roma, ovviamente siamo tutti di Roma anche un po’ indirettamente. Roma è la città in cui risiediamo ma c’è chi viene da Firenze e anche dall’America oltre che dalla capitale. Suonare al Quirinetta è stato un appuntamento importante. Sia perché abbiamo cercato un contesto che facesse al caso nostro, dato il tipo di spettacolo che non è realizzabile in tutti i club. Il Quirinetta è stato dunque una scelta importante e dunque un onore poter realizzare uno spettacolo qui.
Quest’album arriva dopo un’esperienza importante vissuta anche all’estero. In America in particolar modo. Che cosa puoi raccontarci a tal proposito?
Ivan:Noi siamo stati a Miami dove abbiamo fatto una tourneé e dove poi, da lì, abbiamo fatto il giro di quattro stati facendo un vero e proprio coast to coast viaggiano da Miami a New Orleans. Questo viaggio è stato parte di un percorso anche e soprattutto di ricerca: culturale e musicale. Ci siamo uniti alle varie realtà musicali nel vero e proprio senso della parola, andando a suonare all’interno, per esempio, a quella di New Orleans per l’appunto. Abbiamo suonato in piazza infilandoci “all’italiana”, dove erano presente le brass band per respirare un po’ quell’aria. E’ stato importante restituire all’Italia questo, oggi al Quirinetta, quest’album che viene fuori da tanto lavoro.
Il vostro disco è un lavoro splendido ma ascoltato dal vivo è un’esperienza meravigliosa. Quanto è importante la dimensione live per Le Cardamomò? Visto anche e soprattutto la tipologia di spettacolo che presentate.
Gioia: Per noi il live è importantissimo perché lo viviamo. Mentre la musica la si può solo sentire a noi piace l’energia che si crea tra noi. Ci piace raccontare ma non solo in note. Proiezioni, giochi di sguardi, giochi teatrali, racconti e piccole performance. C’è tutto. Ci piace dare a noi stessi e agli altri. Come un riflesso per empatia. Dunque per noi significa unirci energeticamente tra noi e con il pubblico. Divertendoci anche se a volte facciamo canzoni, come il valzer, che magari qualcuno potrebbe vivere in maniera nostalgica e meno sognante.
Ho pensato a come definire la vostra musica e alla fine mi è venuto in mente: d’aggregazione.
In un periodo storico in cui sembra che tutti dobbiamo avere per forza un nemico, voi invece mescolate molte cose: lingue, stili e culture.
Gioia:Bello! Abbiamo iniziato raccontando le nostre storie soprattutto in francese e da li Le Cardamomò. In realtà poi non è stata la sola Francia ad averci influenzato. Antonia per esempio è mezza Americana e noi ci definiamo tutti un po’ “zingari”. C’è soprattutto il desiderio di esprimerci in tante lingue e tante sonorità. Quello che ci ispira noi raccontiamo. Forse a volte c’è la difficolta di raccordare il tutto in tante lingue diversa ma un unico filo comune, che per noi possono essere nascita e morte…cose basiche e semplici insomma (ride).
Cosa ti aspetti da questo nuovo album?
Marta: Le aspettative? Beh in realtà mi aspetto di girare molti luoghi, come abbiamo già fatto col disco predecedente “Valse de meduse”. Ci siamo coltivati ambienti rari e particolari che sicuramente ci ricontatteranno. Abbiamo in programma un tour di date dal nord al sud Italia, puntiamo alla Francia, Ungheria insomma, sicuramente mi aspetto di viaggiare con la nostra musica. Ambire alla fama non è tra le ambizioni, almeno per me. Soprattutto perché dietro questo progetto c’è talmente tanto amore e cura che andrà finché ci metteremo energia. Come stiamo facendo ora. Continueremo a divulgarlo come stiamo facendo e lo faremo sempre di più dando sempre il massimo. La diffusione è importante e poi si sa..da cosa nasce cosa…
Il 6 aprile Le Cardamomò saranno live al teatro del Lido di Ostia, data che segna anche il rilascio ufficiale del disco.
“Disegno ergo progetto”, “Miltos Manetas” e “When sound becomes form” sono le tre nuove mostre inaugurate al MAXXI il 16 marzo 2018.
Tre piccole mostre che approfondiscono tematiche decisamente interessanti.
Disegno ergo progetto – Idee e forme intorno all’architettura è ospitata nello spazio Centro Archivi Architettura del museo MAXXI. Sarà possibile visitarla fino al 6 maggio 2018.
Questa mostra è introdotta dall’installazione sonora Voce di Architetto_parole di architettura. Due plafoniere installate sopra le teste dei visitatori diffondono, mediante la viva voce dei più importanti architetti degli ultimi 50 anni, loro aforismi, pensieri, idee e riflessioni.
Un’introduzione al mondo dell’architetturadal sapore estremamente poetico e catartico.
Lo spazio dedicato alla mostra è allestito come uno studio di architettura. È infatti possibile visionare schizzi e bozze, oggi parte del deposito del museo MAXXI, da delle postazioni simili a quelle usate dagli architetti nella fase creativa.
Giovanni Michelucci, Elementi di città, litografia, 1974
Sono esposti dei disegni su carta assorbente di Giancarlo De Carlo del 2003-2005 con edifici residenziali Wadi Abou Jmeel. Schizzi tratteggiati da Alberto Campo Baeza su tovagliolini. Pachetti di sigarette utilizzati da Carlo Scarpa come supporto per dar vita, con la penna, a sue idee.
Carlo Scarpa, schizzi su pacchetti di sigarette
Tutti questi disegni solo alcune volte sono divenuti opere architettoniche concrete, più spesso sono rimasti lettera morta. Sono però questi disegni il legame diretto fra mente, cuore e corpo.
Un gesto, quello del disegnare, che accompagna l’architetto nel suo fare progettuale.
Sono molti i fattori che entrano in campo nel fare architettura. Di sicuro uno è il punto di partenza e di arrivo: l’uomo.
Miltos Manetas – Internet Paintings è ospitata negli spazi della Galleria Gian Ferrari. Resterà negli spazi del MAXXI fino al 20 maggio 2018.
Il progetto messo in campo da Miltos Manetas è semplice. Si tratta della copia olio su tela di pagine web. Tutto ciò che passa per uno schermo di un computer o di uno smartphone è riprodotto dall’artista greco su tela. Manetas trova estremamente interessante il fatto che oggi siamo tutti connessi, che siamo tutti nella rete. Che possiamo essere ovunque perché la connessione internet ce lo permette. Siamo tutti raggiungibili, ogni notizia può fare il giro del mondo in un click.
Le opere proposte da Manetas per questa mostra si modificano continuamente. Così come si modifica continuamente l’aspetto del web.
Se un visitatore visitasse periodicamente questa mostra troverebbe sicuramente dei cambiamenti. Si tratta di una mostra in divenire. Un workshop che coinvolge altri artisti che hanno risposto alla open call lanciata da Manetas e dal MAXXI.
MAXXI, Miltos Manetas al lavoro
È interessante soffermarsi sull’evoluzione pittorica e teorica di Miltos Manetas.
Se pensiamo alle sue prime opere, risalenti agli anni ’90, il computer era visto come presenza estranea e sconosciuta, una sorta di alieno – pensiero condiviso da molti all’epoca. Nei lavori più recenti, dei primi anni 2000, la tecnologia appare completamente integrata e fusa con il contesto – essa non è più una minaccia né una forza esterna addomesticata ma rende più allegra la quotidianità essendo giocosa e giocabile.
È così che i quadri di Manetas documentano i cambiamenti di atteggiamento avvenuti in una decade di cultura informatica: si va dall’iniziale avversione – poiché si vedevano le nuove tecnologie come sole portatrici di alienazione – alla fusione dell’informatica con la vita quotidiana, dimostrata dalla popolarità della pervasiva intelligenza computazionale sviluppatasi nella prima decade del nuovo millennio.
Oggi è tutto cambiato nei suoi quadri.
Gli esseri umani non sono più rappresentati nei suoi dipinti. Non vediamo più il loro comportamento davanti alla tecnologia.
Negli Internet Paintings siamo diventati noi, i fruitori delle sue opere, in quanto immersi davanti alla copia di uno schermo, i soggetti dell’arte di Manetas.
MAXXI Miltos Manetas, Internet paintings
When sound becomes form – Sperimentazioni Sonore in Italia 1950 – 2000 trova posto nello Spazio Incontri Internazionali d’Arte del MAXXI e sarà visitabile fino al 28 ottobre 2018.
Il titolo riecheggia quello della storica mostra curata da Harald Szeemann alla Kunsthalle di Berna nel 1969: Live in your head. When attitudes become form.
Con essa non ha nulla a che spartire. Si tratta di una mostra sul non visibile per eccellenza: il suono. Sono esposti materiali che cercano di spiegare brevemente la sperimentazione sonora in Italia fra il 1950 e il 2000. Un compito non facile da attuare, soprattutto nel piccolissimo spazio dedicato a questa esposizione. Sarebbero serviti più supporti audio e audiovisivi per poter divulgare la conoscenza del tema a chi non è esperto di questo campo. La sperimentazione sonora, che dalla seconda metà del Novecento ha contaminato le arti visive, è qui riassunta in brevi racconti. Non basta, a mio avviso, il materiale d’archivio messo in bella mostra (come il vinile dell’antologia Fluxus) a restituire la vitalità di quelle sperimentazioni al pubblico.
Profumo di donna, spettacolo andato in scena al Teatro della Cometa, è un viaggio iniziatico con un irascibile capitano e un giovane soldato
I viaggi sono sempre sinonimo di esperienze nuove, le quali sono importanti per le nostre vite. Le nostre vite sono incontri, spesso fortuiti ma sempre voluti da quel meccanismo strano chiamato “destino”. In Profumo di donna, spettacolo andato in scena dal 13 al 25 marzo 2018 al Teatro della Cometa e da chi scrive visto la sera del 15 marzo, l’incontro tra un irascibile capitano e un giovane soldato darà il via ad un viaggio iniziatico.
Mondi paralleli
Tratto dal romanzo “Il buio e il miele” di Giovanni Arpino, reso celebre dalla trasposizione cinematografica dal titolo “Profumo di donna” del grande Dino Risi con Vittorio Gassman e Alessandro Momo, seguito da una versione americana, Scent of a woman, diretta da Martin Brest con Al Pacino e Chris O’Donnell, lo spettacolo parlava di un incontro.
Un capitano in pensione, reso cieco da un’esplosione, compie un viaggio per tutta Italia con un soldato in permesso premio, da lui ribattezzato “Ciccio“, come tutti precedenti sventurati dello stesso compito. Il suo scopo è di recarsi a Napoli, per far visita ad un amico non vedente, legato a lui da un segreto misterioso. Carattere irascibile, forte, ma anche ironico e autoironico, gran seduttore di donne, sente la loro presenza dall’olfatto. Durante le tappe del loro viaggio a Genova e Roma incontrerà rispettivamente una prostituta e il cugino prete, con cui parla della sua condizione. A Napoli troverà una donna, per la quale proverà inizialmente fastidio, ma poi scoccherà l’amore per essa. Anche il suo soldato piano piano impara a conoscerlo e a rispettarlo.
Viaggio verso l’incontro
Massimo Venturiello, grandissimo attore di teatro e televisione, regista e attore protagonista, ha detto che questo spettacolo (adattato da Pino Tierno) era “un incontro di emozioni contrapposte” e “uno scontro di lacrime e di risate“. La sua regia è riuscita a catturare perfettamente il senso insito del testo. Due mondi diversi, quello del capitano e del suo soldato (il bravo Andrea Monno), che inizialmente gli è ostile. L’irascibilità del capitano era nata dalla sua condizione, dal fatto di non essere più indipendente. Un uomo alla ricerca di affetto. Nella vita di ognuno di noi c’è bisogno dell’amore, sinonimo di forza e di sostegno per affrontare le sfide quotidiane.
La scenografia di Alessandro Chiti era formata da strutture moventi che creavano dei piani sovrapposti e differenti (i molteplici mondi dei vari protagonisti). Ho notato una citazione delle macchine sceniche di Luca Ronconi, forse un omaggio al grande teatro italiano.
Il cast artistico, composto anche da Irma Ciaramella, Camillo Grassi, Claudia Portale, Sara Scotto di Luzio e Franco Silvestri, ha dato il massimo. I bellissimi costumi e le luci sgargianti erano rispettivamente di Sabrina Chiocchio e Umile Vainieri e le interessanti musiche erano di Germano Mazzocchetti.
Per i brani cantati la voce era di Tosca, celebre cantante e compagnia di vita di Massimo Venturiello. Se mi è consentita una piccola nota di colore, lo scrivente non può dimenticarsi del bellissimo duetto Massimo Venturiello – Tosca ne Il terzo fuochista, eseguito durante l’edizione 2007 del Festival di Sanremo.
Performance che ha segnato l’inizio della tappa italiana del nuovo tour Laid Black Tour di Marcus Miller.
Il bassista e compositore newyorkese, vincitore di due Grammy Award, ha presentato e presenterà nelle prossime tappe il suo nuovo lavoro discografico Laid Back. Emozionante, travolgente nelle quasi due ore di pura musica.
Manona da statua rinascimentale, tanto da far sembrare piccolo il suo strumento preferito ovvero il JazzBass Fender. Marcus Miller vola su corde e tastiera dello strumento sviluppando nei suoi brani temi e ritmi provenienti da chissà quale lampo di genio. Non esiste stile musicale che non sappia abbracciare e coinvolgere col suo inconfondibile tocco. Il funky di apertura è solo un incipit se poi è il turno raggae, della motown, persino dei rapidissimi tocchi che ricordano musicalità del west per poi riconfluire nel funky jazz.
Gli anni di esperienza musicale lo hanno consacrato da tempo come musicista. Importi le collaborazioni con Miles Davis, per il quale ha prodotto e scritto lo strapremiato e mitico album Tutu, Eric Clapton col quale ha realizzato duetti e spettacoli indimenticabili, e poi George Benson, Luther Vandross, la dea Aretha Franklin, Chaka Khan, Aj Jarreau, Wayne Shorter e l’inconfondibile Herbie Hancock, eppure si presenta come un ragazzetto pieno di vita e di gioia di esibirsi trasmettendo il suo stesso divertimento nel suonare il suo strumento.
Marcus Miller racconta in un attimo il suo amore per il padre, al quale dedica un brano in cui soffia il suo sentimento dentro al clarinetto basso, altro suo strumento preferito. Mai dimentica di ringraziare i suoi compagni di viaggio. Una tournée è senz’altro un viaggio. I suoi compagni di viaggio, la sua band formata da due giovanissimi, il batterista e il tastierista Kris Bower, dal fidatissimo sassofonista e dalla guest star della serata il trombettista Flavio Boltro.
Non perdetevi le prossime tappe del Laid Black tour.
La serie televisiva dano-svedese The Bridge, conosciuta anche con il titolo Bron in lingua svedese e Broen in danese, è stata confermata per la produzione e la messa in onda della quarta stagione.
Il catalogo Netflix è sempre in continuo aggiornamento. Da qualche tempo, difatti, è stata caricata la terza stagione di The Bridge. Inoltre, all’alba di questo mese è stato ufficialmente annunciato, anche su Radio Times, che a breve vedrà luce la quarta stagione.
Gli amanti del genere poliziesco possono gioire.
Il Crime norreno presenta il minimalismo e la lentezza tipici del mondo scandinavo. Queste sue peculiarità porteranno ad appassionare il fruitore con calma. Non abbiate aspettative sui finali di puntata; è un racconto noir che si delinea piano piano tra Malmö e Copenaghen. Difatti, potremmo definire il primo protagonista indiscusso il Ponte di Øresund.
Il collegamento tra Danimarca e Svezia unirà i destini di Saga Norén e Martin Rohde per le prime due stagioni. Esattamente al confine tra i due stati, sul ponte, verrà trovato un cadavere. Sarà compito delle due unità di polizia trovare il colpevole.
Saga Norén, interpretata dall’attrice Sofia Margareta Götschenhjelm Helin, è un’ispettore di polizia del dipartimento di Malmö affetta da sindrome di Asperger. È un personaggio complesso. O lo si ama o lo si odia. Le sue particolarità comportamentali la rendono una donna estremamente sincera ed onesta. Saga Norén non ha filtri, non ha quello che potremmo definire tatto. Nuda e cruda nelle sue affermazioni riesce ad essere un’eccellenza nel suo lavoro ma un vero disastro nelle relazioni interpersonali.
Martin Rohde, interpretato da Kim Bodnia, è invece tutto l’opposto della collega. È socievole, ama il cibo, bere e le belle donne. Nel corso delle puntate ci affezioneremo al suo personaggio. Tuttavia nel corso della seconda indagine, quasi giunti al momento della risoluzione finale, lo scenario si amplierà a tal punto da portare ad uno stravolgimento dello scenario.
Ovviamente, non vi anticipo cosa accade nel finale della seconda stagione.
Non amo gli spoiler.
Ma sappiate che nelle future indagini della terza stagione dI The Bridge il partner dello “Stato accanto” non sarà il buon Martin bensì Henrik Sabroe.
Thure Lindhardt che presta il volto alla new entry Henrik Sabroe, detective del dipartimento di polizia di Copenaghen, porterà il suo bagaglio personale in questo nuovo capitolo della storia. Ma a mio parere non riesce a far scattare la scintilla accattivante che dovrebbe essere tipica dei nuovi protagonisti.
Destini e fatalità difficoltosi che si intrecciano e sembrano quasi indistricabili.
La quarta stagione di The Bridge, come annunciato, sarà il capitolo conclusivo della saga The Bridge.
Lo sceneggiatore Hans Rosenfeldt ha rivelato in anteprima che la prossima stagione rivelerà di più sulla vita personale dei personaggi e che sarà ancora più gloriosa delle precedenti.
Non ci resta che pazientare in attesa che giunga in Italia.
Ma tanto in Italia siamo abituati all’attesa. La stessa che riponiamo da decenni in attesa che il Ponte sullo Stretto diventi realtà e non una mera merce di propaganda in campagna elettorale.
Perché faccio questa breve digressione?
Durante un mio volo, al rientro da Copenaghen, sono rimasta ammirata e a tratti emozionata quando dall’oblò ho visto una lunga linea luminosa: il ponte di Øresund.
La curiosità verso questa “realtà” mi ha portato alla scelta di questa serie tv, oltre alla mia passione per i gialli. Wikipedia mi suggerisce anche la nota che la strada è stata “realizzata tramite tunnel sottomarino e ponte – congiunti in un’isola artificiale appositamente creata – che attraversano l’omonimo sound.” Secondo voi a cosa, inevitabilmente, il mio pensiero si è agganciato? Si, avete intuito bene! Sono certa che un giorno anche la Sicilia e la Calabria godranno di questa possibilità, avremo anche noi un “The Bridge”, noi siamo persino fortunati: facciamo parte della stessa Nazione!
C’è un’area a Roma in grado di raccontare la storia della città fin dal principio: il Velabro.
Leggenda vuole infatti che l’Urbe sia stata fondata da Romolo precisamente sul colle Palatino. La città poi iniziò a svilupparsi nella vallata compresa tra questo colle e il Campidoglio, raggiungendo anche – sul lato opposto – il Tevere. E il fiume è certamente un altro importante protagonista della leggenda di fondazione di Roma: è infatti nell’area del Velabro – tra Palatino e Tevere – che la cesta in cui furono posti i due piccoli gemelli (Romolo e Remo) si arenò, in una zona inizialmente paludosa e spesso alluvionata (velus appunto).
Ed è qui quindi che tutto ebbe inizio.
In seguito alla bonifica dell’area ottenuta grazie alla Cloaca Massima – una delle più antiche condotte fognarie cittadine – si costituì qui il Foro Boario, importante mercato di bestiame, all’interno del quale furono poi costruiti anche importanti templi. Tra questi, quelli ancora oggi visibili, sono il Tempio di Ercole, a forma circolare, con accanto il Tempio di Portuno, rettangolare e dedicato al dio protettore dei porti. Nei pressi infatti, e precisamente davanti all’Isola Tiberina, i romani costruirono il primo porto cittadino, detto appunto Porto Tiberino, munito ovviamente di magazzini in cui stipare le merci, oggi posti al di sotto del Palazzo dell’Anagrafe in via Petroselli.
Tempio di Ercole
Tempio di Portuno
Di fronte al tempio rotondo, vi era invece l’Ara Massima di Ercole, un antico santuario i cui resti sono oggi visibili al di sotto della Basilica di Santa Maria in Cosmedin. L’area quindi mostrava una particolare devozione nei confronti dell’eroe greco. Secondo la tradizione, infatti, fu qui che Ercole, di ritorno dalla Spagna insieme ai buoi di Gerione, fece una sosta. La zona però all’epoca era infestata dal mostruoso gigante Caco, che subito gli rubò la mandria. Ercole riuscì a recuperare i suoi buoi, uccidendo il gigante e liberando così la zona dal terribile mostro. Gli abitanti del luogo, particolarmente grati, iniziarono a venerare quindi Ercole come un vero e proprio dio, erigendo in suo onore alcuni edifici di culto.
Ma nella zona si possono ammirare anche molti altri interessanti monumenti.
Nelle immediate vicinanze della Chiesa di San Giorgio al Velabro, si notano infatti due importanti archi: l’Arco di Giano, il cui nome si riferisce al dio bifronte protettore di porte e passaggi, anche se in realtà il monumento è da identificare con l’arco costruito nel IV secolo d.C. all’epoca dell’imperatore Costantino; poco più avanti l’Arco degli Argentari, eretto nel 204 d.C. dai banchieri e commercianti del Foro Boario, nel punto in cui l’antica strada urbana del vicus Jugarius raggiungeva la piazza del mercato. All’interno dell’arco si riconoscono inoltre, a rilievo, i ritratti della famiglia imperiale dei Severi: da un lato Settimio Severo e la moglie Giulia Domna, dall’altro i due figli della coppia, Caracalla e Geta, il cui volto fu però cancellato dal fratello dopo l’uccisione per la salita al potere, disponendo per lui la damnatio memoriae (condanna della memoria).
Arco di Giano
Chiesa San Giorgio al Velabro
L’arco è oggi addossato alla Chiesa di San Giorgio al Velabro, edificata già nel VI secolo d.C. Il luogo è tristemente noto alle cronache cittadine perché nell’estate del 1993 fu oggetto di un attentato. Un’esplosione dovuta ad un’autobomba parcheggiata nei pressi, causò drammatiche distruzioni alla chiesa, che fu però interamente ricostruita, riportandola al suo antico splendore. Una piccola e circoscritta area di Roma certo, ma che da sola è in grado di rivelare l’intera storia della città!
Sono numerose le verità nascoste nei film d’animazione più amati dai bambini: celati nei grandi protagonisti possiamo trovare Dottor Disney e Mister Hyde, lati oscuri e impensabili.
Nessun messaggio di cospirazione etichettato Disney bensì un’approfondita analisi scientifica.
Incuriosita dal titolo Dottor Disney e Mister Hyde, ho intrapreso la lettura di questo testo edito da Armando Editore che si propone di analizzare il crimine nelle favole.
Marta Senesi, Danila Pescina e Monica Calderaro ci portano dinnanzi ad una realtà nuda, cruda e assai curiosa.
Onestamente non avevo mai considerato che le stranezze della favola “Alice nel Paese delle Meraviglie” potessero essere dovute ad eziologie virali, tossiche e farmacologiche. Figurarsi a ponderare che il Cappellaio Matto fosse affetto da sindrome da avvelenamento da mercurio. Sindrome che compromette il funzionamento fisico, psichiatrico e neurologico del soggetto. Sintomatologia causata dal mercurio introdotto nel settore manifatturiero inglese di cappelli in feltro, per velocizzare il processo di produzione. I cappellai nell’Ottocento inalavano la sostanza tossica che provocava danni ai tessuti muscolari ed andava ad intaccare il sistema nervoso centrale. È luogo comune che i cappellai fossero etichettati come persone instabili e poco affidabili. La spiegazione “scientifica” è presto data.
Le autrici del testo passano a setaccio tutte le favole svelando il Mister Hyde celato nei protagonisti.
La Sirenetta affetta da disturbo ossessivo compulsivo diventa una collezionista di cimeli incapace di scindere l’utile dal superfluo. Mulan, la principessa guerriera, ci porta a conoscere la disforia di genere. La matrigna e le sorelle di Cenerentola diventano il caso più emblematico di prosopagnosia.
Il libro Dottor Disney e Mister Hyde pone anche l’accento sul concetto di bellezza estetica delle principesse. Numerosi casi di studio hanno evidenziato come l’attrattiva dell’imputato abbia degli effetti in positivo sulla giuria. Quindi è scientificamente provato che una bella ragazza sia più propensa ad avere un lieto fine da principessa. Mentre il destino di fanciulla “brutta” o poco carismatica sembra designato verso una vita grigia. In caso di atti criminosi infatti una bella donna avrà una condanna più lieve rispetto ad una donna non affascinante o ad un uomo.
E chi secondo voi soffre di delirio erotomane? Dottor Disney e Mister Hyde vi svelerà il segreto.
La scrittrice, nata il 2 giugno 1986 a Reggio Emilia, ha conseguito la laurea triennale in Lettere e si è specializzata in giornalismo presso l’università di Parma. Della sua esistenza ha fatto una battaglia quotidiana; ha dimostrato che con la forza interiore è possibile affrontare qualsiasi prova.
Con Piemme ha pubblicato diversi libri dedicati alla sua storia e alla sua scelta di fede. Matilde, il suo primo romanzo storico è stato vincitore del Premio Internazionale Michelangelo Buonarroti, del Premio Internazionale Stefano Zangheri e del Premio Internazionale Città di Cattolica.
La prima presentazione del libro nella Capitale è a cura di Anna Silvia Angelini che ha curato nei minimi dettagli questo evento unico ed irrepetibile.
Ad introdurre l’evento saranno la giornalista Paola Zanoni e Anna Silvia Angelini; seguiranno Laura e Silvia Squizzato, Monica Cattaneo. L’evento sarà moderato da Valentina Fasciani e le letture saranno a cura della poetessa e performer Antonella Rizzo e dell’attore e regista Marco Di Stefano. Per l’occasione diversi artisti visivi esporranno le loro opere: Simona Battistelli, Mauro Poponesi, Giuliana Garrone, Valentina Roma, insieme ad alcuni scatti della Mostra fotografica Prenditi cura di te di Francesca Barbera.
Il giorno in cui Giovanna d’Arco viene alla luce è un giorno straordinario. Il sole scompare per qualche ora, nascosto da un’eclissi, gettando nel panico i villani. E proprio quando la neonata emette un vagito, la luce torna. Questo non è che il primo segno di una vita eccezionale.
Giovanna, infatti, giovanissima, inizia ad avere delle visioni, a sentire la voce di Dio. Una voce che la spinge alla preghiera, alla devozione, al sacrificio del corpo prima; poi a un’impresa che pare impossibile e assurda per una sedicenne di umili origini: salvare il regno di Francia, afflitto da decenni di guerra contro gli inglesi.
La fugace ed eccezionale vita di Giovanna è scandita dalle parole di Dio, dal sostegno del suo popolo, dal favore delle truppe da lei guidate, dai miracoli praticati a chi chiede la grazia. La fanciulla è il simbolo della rinascita contro la decadenza. E, forse per questo, viene condannata come eretica, il suo corpo dato alle fiamme, i suoi resti gettati nella Senna. Una condanna assurda e osteggiata da molti, vergata da quella stessa Chiesa che secoli dopo ne proclamerà la Santità.
Dopo Matilde, Rita Coruzzi narra le gesta e i segreti di un’altra eroina della fede cristiana, Giovanna d’Arco, guerriera, eretica, santa. Una donna che, in soli diciannove anni di vita, cambiò la storia.
La Coruzzi in questo romanzo mostra una grande competenza storica, animata da una forte passione per il personaggio. Con una scrittura semplice ma concreta, enfatica all’occorrenza, fa immergere il lettore in questo libro pieno di significati. L’eretica di Dio è uno di quei romanzi storici che va assolutamente letto, e non soltanto in ambito cattolico, poiché tratteggia il profilo di una delle più grandi donne della Storia in un’esistenza di neanche vent’anni di vita.
Per chi ama la grande Storia coniugata a momenti d’Arte, un evento prezioso.
Sul palco dell’Auditorium Silvia Gallerano è seduta su uno sgabello molto alto. Stringe in mano un microfono e la luce mette in risalto il suo rossetto rosso, unico orpello di scena, e due codini sulla testa. La combinazione ossimorica tra trucco e acconciatura prelude alla natura del personaggio: un po’ donna, un po’ bambina.
L’attrice ha una tale capacità di modulare la propria voce che lo spettatore dimentica quasi subito di avere una donna completamente nuda davanti agli occhi.
Inizia così il racconto de La Merda. Quella che ingurgitiamo durante la nostra esistenza per quantomeno tentare di perseguire un ideale. Magari ci sviliamo, magari facciamo cose che mortificano la nostra identità, addirittura compiamo gesti che ci disgustano con la musica alta nelle orecchie, per non pensarci, per sognare di essere altrove. Eppure lo facciamo. In nome di qualche idea che ci hanno insegnato e che crediamo sia giusta per noi. Non importa come riduciamo il nostro corpo, non importa se calpestiamo la nostra anima: conta solo arrivare, arrivare da qualche parte che venga ritenuta all’altezza. Questo il metro del nostro valore. La corsa affannata verso il nostro destino fatto di aspettative preconfezionate. Verso una libertà fittizia, un’autonomia fallace, una ridicola “realizzazione”, che guarda caso non si identifica mai con i nostri sogni.
Silvia Gallerano è posseduta da mille voci, mille caratteri, tanto che l’ora di spettacolo che regge solo sulle sue piccole spalle scorre tra l’ilarità e il turbamento del pubblico.
Molti hanno riso in sala, dall’inizio alla fine. Io non ci sono riuscita. A dire il vero, nonostante Silvia Gallerano abbia dato un’ottima dimostrazione del proprio talento, io non sono stata in grado nemmeno ad applaudire. Quindi forse il mio problema non è con l’interprete, ma col testo di Cristian Ceresoli.
Negli ultimi anni ho visto innumerevoli spettacoli, molti dei quali mi sono sembrati lo specchio di una società che ci vuole in un certo modo. Come se fossimo vittime di non si sa quale divinità o gioco di sistema. Ma la verità è che la società la facciamo noi, le persone, quindi tutta la denuncia che propiniamo è profondamente ipocrita. Solo noi possiamo avere la forza di ribellarci e di cambiare le cose se non ci stanno bene.
La protagonista afferma di aver succhiato uccelli per “misericordia”. Ma dov’è la denuncia se non nel lessico poco ortodosso? Dimmi che l’hai morso.
Almeno avresti qualcosa da raccontare su un palco, qualcosa di originale. Ho morso un pisello che non volevo nella mia bocca. Sarebbe questa forse la vera denuncia, l’effettiva presa di posizione. Invece no. In Italia regna sovrano il patetismo, ma è un patetismo che ormai è il leitmotiv della nostra vita. E visto che non mordiamo piselli nella realtà, visto che le donne sono sopraffatte dalla violenza e tutti noi, uomini e donne, siamo schiacciati dalle cosiddette “sovrastrutture”, dall’homo homini lupus, alla fine sguazziamo sempre dentro alla merda. Volenti o nolenti, consapevoli o inconsapevoli.
Perché almeno l’arte non prova a offrire una soluzione, un modello, un exemplum? Un’ispirazione che mi faccia uscire dal teatro con una speranza. Invece esco dal teatro, affiancata da gente che al botteghino si vergogna di dire il nome dello spettacolo – LA MERDA – quando ritira il biglietto, ma che applaude scrosciante e con standing ovation di fronte a qualcosa di globalmente apprezzato e pluripremiato. E quindi si può applaudire a cuor leggero, del resto è piaciuto a tutto il mondo. Anche se si chiama La Merda e non si può dire. Adesso possiamo tornare a fare quello che facevamo prima, e nulla è cambiato. L’Italia non s’è desta e nemmeno le coscienze. La merda sta ancora dove l’abbiamo lasciata.
Genere: azione, fantascienza Regia: Steven S. DeKnight Anno: 2018 Cast: John Boyega, Scott Eastwood Adria Arjona, Rinko Kikuchi, Tian Jing, Charlie Day, Burn Gorman, Dustin Clare, Cailee Spaeny, Karan Brar, Daniel Feuerriegel, Rahart Adams, Bridger Zadina, Levi Meaden, Shyrley Rodriguez, Nick Tarabay, Ivanna Sakhno, Jaime Slater Data di uscita: 22 marzo 2018 Durata: 111 minuti Paese: USA
Pacific Rim La rivolta, il sequel adrenalico che piace ma non convince
Sono trascorsi cinque anni dal primo capitolo di Pacific Rim. All’epoca la pellicola, diretta da Guillermo Del Toro, non ebbe il successo sperato dai produttori. Oggi, i Jeager sono tornati.
Mako Mori: Jake, tuo padre diceva sempre che avrebbe voluto un figlio pilota
Jake: Diceva un sacco di cose, ma non sono un eroe come lui
Il film parte piuttosto bene, facendo quasi sperare in un prodotto che possa eguagliare il primo. Lo spettatore è catapultato, fin da subito, in un salto temporale lungo dieci anni.
L’introduzione di Jacob (Jake) Pentecost, figlio del comandante Stacker Pentecost (morto nel primo capitolo per salvare il mondo), è immediata. Ha deciso di non seguire le orme del padre. Non si sente un eroe, anzi prende le distanze dal cognome che porta. Trascorre le sue giornata tra furti e la costruzione di Jeager illegali fino a quando i riflettori si accendono su una nuova protagonista, Amara, rivoluzionando il target del film. Un teen movie? Non proprio, ma di sicuro le giovani reclute rappresentano un aspetto importante del film facendo perdere alla pellicola quell’autorevolezza che connotava il suo predecessore.
Jules Reyes: I kaiju stanno per tornare. Non me ne starò ad aspettare che qualcuno mi salvi il culo
Il secondo capitolo si presenta come un film dal sapore agro dolce che crea nello spettatore una sorta di malinconia per l’assenza dell’azione travolgente che connotava il primo. Non c’è magnetismo nelle scene. Le ambientazioni notturne, il mare in tempesta e quell’azione che tiene il fiato sospeso sono assenti. Cosi come scompare la connessione tra uomo e macchina che caratterizzavano i kaijiu del primo episodio. I robot (jeager) sono semplicemente delle enormi macchine pilotate da umani, nulla di più!!!
“Pacific Rim – La Rivolta”
Eppure, nonostante siano tante le cose che non vanno, se confrontato con la prima pellicola, Pacific Rim – La rivolta non lo definirei un prodotto terribile. Certo, le battaglie kaiju contro kaiju non piacciono molto. Anzi, lo spettatore non ne comprende il senso fino alla fine. Bisogna guardare il bicchiere mezzo pieno per giungere alla conclusione che forse proprio questo disorientamento è un scelta che funziona. Un decisione che risolleva il film concedendogli un pò di dignità ed evitando un vero e proprio flop!!!
E allora, preso da solo possiamo definirlo come una buona pellicola. Infatti, il regista riesce a regalare un sorriso allo spettatore che esce dalla sala con un senso di adrenalina addosso e con la voglia di arruolarsi e guidare un kaiju.
Riscatto personale o destino già scritto?
Che il film prendesse un certo verso s’era compreso fin dalla prima battuta. La storia del figlio ribelle che non vuole seguire le orme del padre è vista e rivista. Lo spettatore è già preparato al finale che sembra scontato, o quasi.
Arrancando verso la fine, il film giunge al suo termine con uno pseudo finale che fa fatica a reggersi e annoia un pò. Bastano però pochi secondi per assistere al vero finale che fa salire in picchiata l’adrenalina riconquistando punti.
Che dire, se amate i robot, la fantascienza e l’azione vi sentirete gasati come me. E allora speriamo che le parole finali di Jake riflettano un possibile terzo progetto in canterie.
Non sono mancate le terribili scelte attoree
“Pacific Rim- La Rivolta” Scott Eastwood (Lambert)
Una terribile recitazione è stata quella di Scott Eastwood. Un attore che porta il cognome di chi al cinema ha fatto storia. Dialoghi forzati, espressioni deludenti. Non è da meno il suo collega John Boyega, cheparte quasi bene per poi perdersi seguendo la sorte di Eastwood.
Sono le donne a fare la differenza. Scoperta entusiasmante e degna di nota è l’attrice Cailee Spaeny che interpreta Amara Namani, ad essa si affiancano le colleghe orientali: Rinko Kikuchi (Mako Mori) e Jing Tian (Shao Liwen). La loro interpretazione viaggia su livelli completamente diversi rispetto ai colleghi. Trasmettono potere, controllo, determinazione e coraggio! Incuriosiscono lo spettatore motivandolo a seguire il film. Inutile, infine è stata l’interpretazione di Adria Arjona (Jules Reyes). Una barbie dai capelli scuri messa li per far scena.
In conclusione
Il film sembra perdere molto in termini di qualità solo e nella misura in cui lo si paragona (logicamente) al primo capitolo. Considerata singolarmente la pellicola piace.
In questo capitolo a salvare il mondo da un flop sono le donne che hanno le doti giuste per dare un minimo di spessore ad una sceneggiatura lacunosa e per nulla accattivante.
E comunque noi di CulturaMente un giro sui Kaiju lo vorremo fare!!!
Cambiamo Tempo e trasferiamoci in un futuro non così remoto.
Un periodo dove le case parlano, dove per fare una telefonata basta indossare degli occhiali tridimensionali. Un mondo dove un ritardo può far perdere il lavoro con un clic. Un mondo dove la tecnologia è a portata di mano, ma l’estinzione dell’ultimo cucciolo di orso polare è un bene. Una realtà distopica in cui esiste il reato di condivisione informatica, ma in cui esistono siti pirata dov’è ancora possibile condividere video. Il più famigerato di tutti è APLOD, dove un videomaker può guadagnare un sacco di soldi caricando il video divertente di un gattino: ‘Aplod‘ come lo spettacolo della Fartagnan Teatro, in concorso alla 4° edizione del Doit Festival.
Tre ragazzi (interpretati da Michele Fedele, Matteo Giacotto e Giacomo Vigentini) vivono nello stesso appartamento, in questo Tempo oscuro di cui abbiamo già accennato. Vite diverse, caratteri opposti, con i giudizi sempre pronti a partire come razzi. C’è quello che si adegua, quello che si autoconvince e va come un treno; e quello che non riesce proprio a trovare la sua strada. Proprio questo però un giorno scopre il mondo dei video pirata e la facilità di arricchimento. L’adeguato si adegua e il convinto…sopporta. I soldi arrivano e alcune vite cambiano. Alcuni tarli però si insinuano nelle varie teste. La paura di essere scoperti, il delirio di onnipotenza e la voglia di una vita diversa si scontrano. Vengono a galla ipocrisie, rancori e rimorsi che porteranno a nulla di buono.
Lo spettacolo conduce e coinvolge il pubblico.
C’è ritmo e gli interpreti sanno ben stare sul palco. Si caratterizzano e si differenziano, in una scena scura e omologata a cubi. Per capirne le doti, si pensi a dove è situata la cucina. Dietro a una cassa rivoltata, i ragazzi ‘spingono’ un bottone e…scendono giù meccanicamente, come se un ascensore li portasse: cosa resa dalla loro abilità fisica.
Il testo di Aplod è una storia che getta ansia sicuramente. In un’atmosfera mista tra Orwell e una sceneggiatura dei Cohen, la sceneggiatura ci mostra un mondo dove sembra che ad essere illegale non sia solo una condivisione online, ma anche quella umana, dove si parla e ci si confronta.
Una commedia nera, che concorre al Doit Festival 2018: motivo per cui non si può pubblicare un giudizio.
Fa strano, però, alla fine di uno spettacolo che mette in allarme sul discorso condivisione e social; vedere gente, agli applausi, prendere il cellulare e pubblicare tutto on line…Viene da pensare che, forse, quello raccontato dalla Fartagnan Teatro non è una realtà così lontana.
Il 9 marzo è uscito #negofingomento, album d’esordio di Alice Caioli.
La giovane cantautrice siciliana, Premio Sala Radio Lucio Dalla per le Nuove Proposte allo scorso Festival di Sanremo, esce col suo primo lavoro in studio per l’etichetta Rusty Records con distribuzione Warner Music Italy.
Il disco è stato scritto dalla stessa Alice e prodotto artisticamente da Davide Maggioni (già a Sanremo con artisti come Bobby Solo e Little Tony).
Alice Caioli vanta una notevole esperienza artistica con numerose partecipazioni nei talent televesivi.
Tra questi “Io canto”, durante la prima edizione nel 2010 e ai bootcamp di X-FACTOR nel 2013. Negli anni successivi tanto studio e applicazione coronati nel 2017 con il piazzamento tra i primi otto vincitori di Area Sanremo.
Questo risultato le permette di partecipare al 68° Festival nella categoria nuove proposte con il brano “Specchi Rotti” vincendo, inoltre, il premio AFI come miglior artista emergente tra le Nuove Proposte sanremesi.
Con questo stesso brano Alice Caioli lancia il suo nuovo disco, riproponendolo in una versione completamente inedita.
Un brano intimo e malinconico dove la voce di Alice Caioli è al centro di tutto.
Specialmente nelle strofe la cantautrice sembra “parlarci” all’orecchio di una casa che sembra rappresentare il suo io più profondo.
Tra sillenzi colmi di parole e presenze assenti, Alice racconta e si racconta sulle note di un pianoforte “amico” che l’accompagna fino al ritornello. Fino al punto in cui gli archi salgono d’intensità quasi ad accompagnare il grido di sfogo.
Una canzone che fa da apripista a #negofingomento e che ci auguriamo possa diventare un hastag virale. Di sicuro il brano fa da certificato di garanzia alla qualità artistica di questa giovanissima cantautrice classe ’95 di cui sicuramente sentiremo ancora parlare .
Copenaghen opera in due atti dello scrittore e drammaturgo britannico Michael Frayn è rivelata al pubblico italiano per la prima volta nel 1999. Il trio dei brillanti attori italiani che da allora porta in scena la pièce: Giuliana Lojodice (La dolce vita, La vita è bella), Massimo Popolizio (Il divo, La grande bellezza, Sono tornato) e Umberto Orsini(Ludwig, La caduta degli dei). L’infaticabile interprete è promotore, tramite l’omonima Compagnia Orsini, di grandi Classici e inediti teatrali. Con produzioni proprie e altrui, Orsini intende difatti trasmettere l’immenso bagaglio di esperienza professionale e culturale accumulato in 60 anni di carriera.
Copenaghen: un copione dalla dialettica tagliente, ironica, feroce e immediata, sorprende e illumina le coscienze degli spettatori e degli stessi protagonisti.
L’acre e febbrile dialogo tra Il fisico NIels Bohr (Orsini) e il suo allievo Werner K. Heisenberg (Popolizio), tesse l’intreccio del lavoro teatrale. Ad arbitrare la disputa e la diaspora del nucleo umano in scena, Margrethe (Lojodice) moglie di Bohr. Il sipario è aperto. Riaffiorano dunque le tre figure soffocate dal nero funereo delle lavagne cosparse dai segni bianchi di ignote formule matematiche. Un grande merito va riconosciuto certamente alla meticolosa, misurata e sapienteregia di Mauro Avogadro. I tre interpreti liberano sul palco il proprio carisma e il proprio estro, in una recitazione che caratterizza magnificamente i tre diversi registri umani nella loro complessa diversità e mutevolezza.
Minacciosi, i quadri di ardesia tempestati di codici criptici ai più, sorvegliano, imprigionandoli per tutta la durata del dramma, i tre personaggi.
Circoscritte, isolate e alienate le tre prede nel sistema Storia si attaccano, si difendono, si commiserano a vicenda per quasi due ore. Mentre cercano di ricostruire il contesto storico, privato e professionale, in cui muovono come particelle di uno stesso atomo, attraendosi e respingendosi. Infatti senza capire la reale natura del legame che li accomuna, i tre attori in scena fisicamente e retoricamente, si respingono e si distruggono. È arduo dunque distinguere la legge di causa ed effetto che ha innescato il processo di immedesimazione e alterazione fra le tre componenti in scena. Le tre voci oltremodo si esprimono alternando a vicenda: I tre corpi, le tre menti, i tre cuori.
Germania e Danimarca 1941= Heisenberg e Bohr 1941
“Satana lotta con Dio e il loro campo di battaglia è il cuore degli uomini”
Se Dostoevskij pone un confronto umano fra morale ed etica nel contesto religioso, Frayn in Copenaghen compie un’analoga riflessione in un preciso contesto storico. Il regime nazista assottiglia e disintegra la stima e la fiducia, instaurando quel clima di sospetto tipico dei regimi totalitari. Le tre anime un tempo complici, ora sono separate anche se ugualmente in luoghi angusti e restrittivi. Mentre Bohr difatti è costretto al confino a Copenaghen (era per metà ebreo), protetto dal governo inglese, Heisenberg in Germania guida il progetto della bomba atomica nazista. In seguito al famoso incontro fra i due a Copenaghen nelsettembre ’41, attorno cui verte l’opera, anche Bohr prenderà parte al “Progetto Manhattan” per la creazione dell’atomica americana. Entrambi vittime del segreto imposto dall’intelligence che li “protegge”.
Memorie da un passato vissuto e mai indagato.
Heinsenberg al cospetto del maestro, incerto e riluttante, ammette il ruolo di prestigio assunto presso i tedeschi che li oppone. Agitazione e sconforto infatti attanagliano i tre che confusi e adirati muovono in maniera sconnessa sulle scalinate dell’ipotetico “Iperuranio” . Adibito ad aula di laboratorio, qui le tre anime non più entità terrestri, in un tempo imprecisato e mai riuscendo a trovar pace, provano a rintracciare le circostanze e le soluzioni del loro celebre incontro.
D’altronde in Copenaghen le tre presenze evanescenti agitano il palcoscenico adattato ad arena.
I tre attori si affrontano nell’ideale e improvvisato campo di battaglia avvalorando in tal modo le proprie tesi scientifiche e private. Le luci nel proscenio inoltre filtrano, vibrando tra i corpi e le parole affilate, contribuendo allo straniamento che coinvolge anche il pubblico. Per la confusione dei protagonisti, lo spettatore assetato di verità, vive in tensione, curioso di scoprire le conclusioni della diatriba.
Nell’epilogo di Copenaghen le tormentate anime si abbandonano alla relatività, all’incomprensione dei fenomeni che compongono le fitte trame dell’esistenza.
I tre personaggi appaiono infine rasserenati della propria impotenza oltre ogni sapere. Una partita aperta, inesauribile che coinvolge ogni giorno in tutto il mondo, menti eccelse nella folle corsa alprogresso.
Le battute finali del copione meritano la citazione testuale, per la chiarezza e la risoluta lucidità, nel formulare una possibile chiave di lettura dell’opera.
Margrethe: «E quando tutti i nostri occhi saranno chiusi, quando anche i fantasmi saranno scomparsi, che cosa rimarrà del nostro beneamato mondo? Del nostro devastato, disonorato e beneamato mondo?».
Bohr: «Quando non si prenderanno più decisioni, grandi o piccole che siano. Quando non vi sarà più indeterminazione, perché non vi sarà più conoscenza».
Heisenberg: «[…]I nostri figli e i figli dei nostri figli. Salvati, forse, da quell’unico breve istante a Copenaghen. Da un qualche evento che non sarà mai esattamente individuato o definito. Da quel nucleo finale di indeterminazione che sta nel cuore delle cose».
Il Crowdfunding sbarca nel mondo della ristorazione con la prima campagna lanciata per l’apertura di una nuova sede a Milano.
E’ partita il 13 marzo 2018, la prima campagna di Crowdfunding del Queen Makeda Grand Pub nato a Roma nel dicembre del 2014. L’apertura di una nuova sede di Milano sarà solo la prima di una serie di campagne destinate alla crescita dei Grand Pub in diverse sedi italiane ed europee.
Si tratta della prima attività italiana di ristorazione che decide di ricorrere all’Equity Crowdfunding al fine di aprire una nuova sede del suo business, il tutto tramite un portale nazionale. Diversi sono gli esempi e i casi internazionali di riuscita di operazioni analoghe nello stesso settore, primo tra tutti quello del birrificio scozzese BrewDog. Un’operazione dinamica e coraggiosa che mira a disegnare una strategia diversa di posizionamento su un nuovo mercato, quello milanese, in modo del tutto attuale.
Nel mondo delle nuove aperture infatti, quella progettata dal Queen Makeda si distingue in termini di “tecnologia” e dialogo con il presente. Tra le tante modalità possibili, il Crowdfunding è stato infatti valutato per la sua capacità di rivolgersi alla propria community, creandone una ancora più grande, e di rappresentare una vera e propria attività di marketing preliminare che mira a rafforzare l’identità stessa del Queen Makeda.
La storia.
La proprietà del Queen Makeda non è estranea ad operazioni di questo genere, se si pensa che il locale ha aperto nel 2014 all’Aventino, a Roma, dalle ceneri di una discoteca storica della vita notturna della città, dopo due anni di ricerca e analisi in un panorama, come quello romano, che non aveva ancora sperimentato il vero boom della birra artigianale.
Il format, creato con la società leader di settore Laurenzi Consulting, unisce 40 spine di birra artigianale a un concetto di pub contemporaneo, dove la cucina è sostanziosa, accogliente, ma rigorosamente internazionale, un lungo viaggio tra Oriente e Occidente rappresentato non solo da un menu da capogiro ma anche dall’affresco che si snoda lungo la parete centrale del locale. L’apertura milanese, già nei progetti sin dal 2015, sarà esattamente speculare al format che ha riscosso tanto successo a Roma.
Come Funziona?
Da oggi, sul portale di Crowdfunding italiano WeAreStarting è attiva ufficialmente la campagna. Chi investe nella campagna non dà solamente supporto al progetto, ma ne diventa parte integrante e beneficiario. La campagna ha una durata di 4 mesi e un target di raccolta di 200.000 euro: gli investitori diventeranno a tutti gli effetti soci della società che gestisce il Queen Makeda, entrando a far parte non solo della futura realtà milanese, ma anche di quella romana già esistente. L’investimento minimo previsto è di 200 euro, con significativi e divertenti “rewards”, ricompense che premiano gli investitori, tra cui una tessera che permette uno sconto a vita nei locali di Roma e Milano. Per saperne di più, ci si può recare sulla piattaforma direttamente all’indirizzo www.wearestarting.it/offering/queenmakeda
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