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Il talento di Silvia Siravo seduce il grande teatro e il cinema

Il talento di Silvia Siravo seduce il grande teatro e il cinema. La signora delle camelie ha incantato infatti gli spettatori del Teatro Quirino.

Silvia è stata protagonista con Marianella Bargilli e Ruben Rigillo dell’opera, in programma dal 27 febbraio all’11 marzo scorso. Il grande classico di Alexandre Dumas figlio emoziona sempre con il suo verismo di denuncia e di rassegnazione verso l’ineluttabilità dei dei sentimenti imprigionati nelle convenzioni sociali.

La regia è di Matteo Tarasco e lo spettacolo, che ha una durata di 1 ora e 30 minuti in un atto unico, ha  acquistato piacevolezza rispetto alla versione originale; splendidi i costumi dell’Accademia Costume&Moda di Roma – 1964.

Il romanzo di Dumas Fils, capolavoro della letteratura francese dell’Ottocento, è un viaggio nel profondo dell’animo umano, che restituisce un’immagine del mondo vividamente controversa; un’opera fortemente lirica che enfatizza il fascino della parola poetica attraverso la narrazione teatrale.

Abbiamo incontrato Silvia Siravo nella veste della indomita dell’attrice che si rivela una delle presenze più interessanti nel panorama teatrale e anche cinematografico. L’attrice è impegnata infatti contemporaneamente al Quirino e nel film Finché giudice non ci separi dove interpreta Elisabetta, la moglie tradita e abbandonata da Simone Montedoro.

Silvia si diploma all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica S. D’Amico nel 2005; è figlia di Edoardo Siravo e Anna Teresa Rossini dai quali ha ereditato il grande talento per la recitazione.

Silvia, sei un’attrice con una formazione solida, un talento puro e una genetica favorevole. Mi hai colpito per la tua interpretazione di Prudence, un personaggio complesso, forse la chiave di lettura della storia. Rappresenta quasi la voce narrante all’interno della trama, la verità amara della vita suggerita da una donna libera dall’impegno formale di recitare un ruolo sociale. Un approccio empatico forte con la giovane bohemienne, mi sembra…

Sì, Prudance dice delle verità amare con la libertà di un fool malinconico alla deriva. È una mantenuta come Margherita ma non vede possibilità di redenzione, non sa più sognare ma solo alterarsi con droghe e alcol. È rassegnata a vivere con allegria forzata in una “chiassosa solitudine”. Mentre l’amore soffoca tra debiti, ipocrisie e incomprensioni lei conta i soldi (il termine più ricorrente nel romanzo di Dumas è franchi) e manipola per sopravvivere ma riesce ancora a provare compassione. Voglio bene a questo personaggio come ad un animaletto ferito, come ad una donna in gabbia.

Tarasco, il regista dell’opera, è riuscito a compiere una grande opera di sintesi preservando, anzi evidenziando il cuore stesso della narrazione. Il dramma borghese di metà ottocento viene depurato e ricostituito attraverso i modelli contemporanei, più condensati e incisivi. Cosa pensi di questa operazione audace e innovativa?

Credo sia necessaria. Oggi siamo abituati ad una fruizione dell’arte più veloce, sarebbe poco efficace non considerarlo. Matteo Tarasco è riuscito senza snaturare l’opera a modularla in scena in una tempistica più dinamica e a raccontarne il cuore per arrivare a quello degli spettatori. 

Ho apprezzato il radicalismo nel tratteggiare i personaggi, persino nell’abbigliamento. Un romantico abito ottocentesco per Margherita e una mise che strizza l’occhio a Nina Hagen per la tua Prudence con la sua gonna in tessuto scuba. Bellissimo.     

È una scelta coraggiosa ma non forzata. Margherita si riveste di purezza con l’abito bianco di mussola e Armando la corteggia vestendola di dignità, il mio personaggio invece resta in un’epoca decadente di latex. Tessuti che raccontano vissuti. 

In questo momento sei impegnata in teatro e sul set cinematografico, una fatica che pochi professionisti possono sostenere. Credi che il cinema possa modificare positivamente e attualizzare i modelli di recitazione del teatro più purista? E, viceversa, che il teatro possa apportare un’incisività maggiore nell’interpretazione dei ruoli cinematografici.   

Credo che non si debba vedere questo mestiere a compartimenti stagni, come invece succede spesso in Italia più che in altri paesi.  L’approccio al teatro e al cinema per un attore sono diversi, ma un buon allenamento in entrambi i cambi può solo essere solo un valore aggiunto. 

Esistono ancora grandi sceneggiatori in un momento storico abbastanza prosaico per la letteratura?                                   

Sì esistono ancora, mentre esistono meno gli spazi dove possono coltivare la loro creatività. Forse bisognerebbe tornare a collaborare di più, unire le forze, scambiare le idee e non chiudersi in un isolamento arido.                                                                

Ricordo quel tragico momento quando, nella veste di una giovane Polissena, hai raccolto le ultime parole di Ileana Ghione – Ecuba mentre si accasciava sul palco. Un episodio denso di misticismo, nel grande dolore.                                 

Ileana, mentre vedeva Ilio bruciare ha salutato il suo regno di velluto rosso, il sipario si è chiuso su una vita dedicata al teatro. Sono legata a quel teatro ho debuttato lì a 8 anni e ci sono tornata ultimamente a recitare con grande piacere.                                

Silvia, è da finale classico chiederti del tuo futuro e dei tuoi progetti. Noi intanto ti seguiamo con grande entusiasmo in questi impegni presenti che confermano la tua ecletticità, la tua classe e la raffinata cultura. Grazie ancora.                         

Sto partecipando a le Le parole degli eroi, progetto cross mediale che si articola in ambito teatrale documentaristico  a cura di Massimo Reale. Il prossimo appuntamento sarà nelle Marche a Giugno, dove sarò in scena con Luca Zingaretti e Massimo Reale. Nella prossima stagione riprenderò La Signora delle camelie e La cena delle belve di Vahè Katchà con la regia di Julien Sibre e Virginia Acqua. Ringrazio io voi con affetto…

Antonella Rizzo

 

[Foto in copertina di Matteo Nardone]

David di Donatello 2018: tutti i vincitori

Rai 1 ha ospitato in diretta la 62ª edizione dei Premi David di Donatello. Nella serata del 21 marzo 2018, insieme ai premiati per le categorie canoniche, anche tre ospiti speciali accolti da Carlo Conti: Steven Spielberg ha ricevuto il David alla Carriera, Diane Keaton e Stefania Sandrelli il David Speciale.

La recensione in anteprima di Ready Player One, ultimo film di Spielberg

Sul palco, tra gli altri, Monica Bellucci, Pierfrancesco Favino, Roberto Bolle, Giorgia, Carmen Consoli e Malika Ayane.

Ben ventisette i film di lungometraggio candidati ai Premi David di Donatello 2018. Tra questi, hanno ricevuto il maggior numero di candidature Ammore e malavita (15); Napoli velata (11); La tenerezza, Nico, 1988 e The Place (8).

Miglior Film 2018: Ammore e Malavita (la nostra recensione)

Trovate in neretto tutti i vincitori per ogni categoria: vi lasciamo anche le nostre recensioni nei link, così potete valutare i film che non avete ancora visto.

MIGLIOR FILM

A Ciambra di Jonas CARPIGNANO
Ammore e malavita dei MANETTI Bros.
Gatta Cenerentola di Alessandro RAK, Ivan CAPPIELLO, Marino GUARNIERI, Dario SANSONE
La tenerezza di Gianni AMELIO
Nico, 1988 di Susanna NICCHIARELLI

MIGLIOR REGIA

A Ciambra di Jonas CARPIGNANO
Ammore e malavita dei MANETTI Bros.
La tenerezza di Gianni AMELIO
Napoli velata di Ferzan OZPETEK
The Place di Paolo GENOVESE

MIGLIORE REGISTA ESORDIENTE

Brutti e cattivi di Cosimo GOMEZ
Cuori puri di Roberto DE PAOLIS
Easy – Un viaggio facile facile di Andrea MAGNANI
I figli della notte di Andrea DE SICA
La ragazza nella nebbia di Donato CARRISI

MIGLIORE SCENEGGIATURA ORIGINALE

A Ciambra
Ammore e malavita
La ragazza nella nebbia
Nico, 1988
Tutto quello che vuoi

MIGLIORE SCENEGGIATURA NON ORIGINALE

La guerra dei cafoni
La tenerezza
Sicilian Ghost Story
The Place
Una questione privata

MIGLIOR PRODUTTORE

A Ciambra
Ammore e malavita
Gatta Cenerentola
Nico, 1988
Smetto quando voglio Saga

MIGLIORE ATTRICE PROTAGONISTA

Paola CORTELLESI per Come un gatto in tangenziale
Jasmine TRINCA per Fortunata
Valeria GOLINO per Il colore nascosto delle cose <
Giovanna MEZZOGIORNO per Napoli velata
Isabella RAGONESE per Sole cuore amore <

MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA

Antonio ALBANESE per Come un gatto in tangenziale
Nicola NOCELLA per Easy. Un viaggio facile facile
Renato CARPENTIERI per La tenerezza
Alessandro BORGHI per Napoli velata
Valerio MASTANDREA per The Place

MIGLIORE ATTRICE NON PROTAGONISTA

Claudia GERINI per Ammore e malavita 
Sonia BERGAMASCO per Come un gatto in tangenziale
Micaela RAMAZZOTTI per La tenerezza
Anna BONAIUTO per Napoli velata
Giulia LAZZARINI per The Place

MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA

Carlo BUCCIROSSO per Ammore e malavita
Alessandro BORGHI per Fortunata
Elio GERMANO per La tenerezza
Peppe BARRA per Napoli velata
Giuliano MONTALDO per Tutto quello che vuoi 

MIGLIOR FOTOGRAFIA

A Ciambra
Malarazza – Una storia di periferia
Napoli velata
Sicilian Ghost Story
The Place

Luca Bigazzi sarebbe entrato in cinquina anche per il film La tenerezza, ma da regolamento viene candidato solo per il film più votato.

MIGLIOR SUONO

A Ciambra
Ammore e malavita
Gatta Cenerentola
Napoli Velata
NICO, 1988

MIGLIOR DOCUMENTARIO

’78 – Vai piano ma vinci
Evviva Giuseppe
La lucida follia di Marco Ferreri
Saro
The italian jobs: PARAMOUNT PICTURES E L’ITALIA

MIGLIOR CORTOMETRAGGIO

Bismillah di Alessandro GRANDE

La giornata
Pippo Mezzapesa
Confino
Nico Bonomolo
Mezzanotte zero zero
Nicola Conversa

MIGLIOR MONTATORE

A Ciambra

Ammore e Malavita

La ragazza nella nebbia
NICO, 1988

The Place

MIGLIORI EFFETTI SPECIALI DIGITALI

Addio fottuti musi verdi
Ammore e malavita
Brutti e cattivi
Gatta Cenerentola
Monolith

MIGLIORE MUSICA

Ammore e malavita
Gatta Cenerentola
La tenerezza
Napoli velata
Nico 1988

MIGLIOR CANZONE ORIGINALE

Ammore e malavita
Gatta Cenerentola
Riccardo va all’inferno
Sicilian Ghost Story
The Place

MIGLIORE SCENOGRAFIA

Ammore e malavita
Brutti e cattivi
La ragazza nella nebbia
La tenerezza
Napoli velata
Riccardo va all’inferno

MIGLIORE COSTUMISTA

Agadah
Ammore e malavita
Brutti e cattivi
Napoli velata
Riccardo va all’inferno

MIGLIOR TRUCCATORE

Ammore e malavita
Brutti e cattivi
Fortunata
Napoli velata
Nico 1988
Riccardo va all’inferno

MIGLIORI ACCONCIATURE

Ammore e malavita
Brutti e cattivi
Fortunata
Nico 1988
Riccardo va all’inferno

MIGLIOR FILM DELL’UNIONE EUROPEA

120 battiti al minuto di Robin CAMPILLO
Borg McEnroe di Janus METZ PEDERSEN
Elle di Paul VERHOEVEN
Loving Vincent di Dorota KOBIELA e Hugh WELCHMAN
The Square di Ruben OSTLUND

MIGLIOR FILM STRANIERO

Dunkirk di Christopher NOLAN
L’insulto di Ziad DOUEIRI
La La Land di Damien CHAZELLE
Loveless di Andrey ZVYAGINTSEV
Manchester by the Sea di Kenneth LONERGAN

Oltre 6.000 giovani delle scuole superiori di tutta Italia votano per il

DAVID GIOVANI

Gatta Cenerentola
Gramigna, Volevo una vita normale
Sicilian Ghost Story
The Place
Tutto quello che vuoi

[Foto di Premi David Di Donatello]

Amicizia, Social e Cronaca al DOIT festival. Ecco i nuovi spettacoli

L’avventura del DOIT Festival – Drammaturgie Oltre Il Teatro continua ad appassionarci con le proposte teatrali delle compagnie indipendenti provenienti da tutta Italia.

Debutti e anteprime nazionali, lavoro ai tempi di Youtube, cronaca italiana e performance multi-lingue d’ispirazione surrealista sono i protagonisti della seconda settimana del festival, autoprodotto dall’Associazione culturale ChiPiùNeArt, in stretta connessione con il concorso di drammaturgia contemporanea L’ARTIGOGOLO, ideati e curati da Cecilia Bernabei e Angela Telesca per promuovere nuovi drammaturghi, intercettare proposte creative di qualità nelle realtà “periferiche” che trovano sempre meno luoghi di accoglienza e valorizzare la simbiosi tra messinscena e scrittura per il teatro.

In programma una proposta, non solo teatrale, ma più ampiamente culturale e letteraria con spettacoli in concorso, incontri con le compagnie aperti al pubblico e alla critica e presentazioni editoriali dei testi vincitori dell’ARTIGOGOLO 2017 e del DOIT Festival 2017, editi dalla ChiPiùNeArt Edizioni, all’interno della collana teatrale Le Nebulose.

Sabato 24 e domenica 25 marzo, ospite della rassegna lo spettacolo Alfredino. L’Italia in fondo al pozzo della compagnia lombarda Effetto Morgana, vincitrice del DOIT Festival 2017. In occasione dello spettacolo sarà presentata l’omonima monografia del testo edita da ChiPiùNeArt Edizioni.

Ogni sera al pubblico sarà proposta un’occasione di confronto con la critica e le compagnie durante i dibattiti dopo lo spettacolo e ciascuno spettatore potrà esprimere un giudizio insieme alla giuria di esperti.

spettacoli a roma - doit festival

Martedì 20 e mercoledì 21 marzo ore 20.45

STAND BY ME. NOTTI D’AGOSTO

drammaturgia | regia Flavia Martino

con Gabriele Namio e Alessandra Barbonetti

Produzione Associazione Culturale Pensagramma | LAZIO

Prima assoluta nazionale

“Quando smettiamo di essere umani, di ascoltare e curare le nostre crepe. Tutti possono sembrare nostri nemici”

Una storia semplice che mette l’amicizia a dura prova. Due giovani, Luca e Alice, che si ritrovano in una situazione estrema e danno libero sfogo ai loro pensieri e alle loro peggiori inclinazioni.

Luca e Alice si conoscono da sempre: sono andati a scuola insieme e anche adesso condividono lo stesso gruppo di amici, il loro tempo libero, i loro pomeriggi fuori dagli impegni di lavoro e di studio, anche nelle calde notti d’agosto, quando la città apparentemente è vuota. Poi accade l’inaspettato, forse una strage, e i due, per mettersi in salvo, sono costretti a nascondersi in una cantina e attendere che il peggio passi. Ma non sempre il peggio è quello che pensiamo.

Il racconto esula dal discorso uomo/donna: i personaggi potrebbero essere anche dello stesso sesso. La guerra, quella che conosciamo, non nasce solo per il desiderio di dominare. La guerra che vediamo intorno a noi spesso nasce dalla perdita di umanità, unico e vero centro dell’uomo. Quando smettiamo di essere umani, di ascoltare e curare le nostre crepe, come dice Luca, smettiamo anche di guardare gli altri, di ascoltarli, di vederli. Cominciamo a vivere in un mondo popolato di ombre e tutto diventa più difficile e doloroso.

 

Giovedì 22 e venerdì 23 marzo ore 20.45

APLOD

Il video di un gattino puccioso può cambiarti la vita

drammaturgia Rodolfo Ciulla

con Federico Antonello, Michele Fedele, Matteo Giacotto, Giacomo Vigentini

regia collettiva Rodolfo Ciulla, Michele Fedele, Matteo Giacotto, Giacomo Vigentini

voce Dalila Reas

disegno luci Giuseppe Musmarra

scenografie | costumi Sara Scodro

realizzazione scenografie La Poa Officina Creativa

Produzione Fartagnan Teatro | EMILIA ROMAGNA

Spettacolo vincitore del bando “Giovani Direzioni 2017” 

del Centro Teatrale MaMiMò Teatro dell’Orologio di Reggio Emilia

Spettacolo vincitore “Inserire titolo” promosso da OfmCompany di San Mauro Torinese

Come è possibile che nella società attuale l’aspirazione ad essere uno Youtuber sia diventata un’alternativa così allettante? Realizzare video, anche in modo amatoriale, è davvero un metodo molto più efficace per fare carriera e ottenere una stabilità economica? Il sogno di un contratto a tempo indeterminato e di uno stipendio fisso è stato surclassato dal brivido di ottenere un milione di like?

In un futuro non troppo lontano, il governo ha dichiarato illegale produrre e caricare in internet materiale video. Siti come YouTube sono stati chiusi e dichiarati fuorilegge. Nei meandri del web, però, esistono siti pirata dov’è ancora possibile condividere video. Il più famigerato di tutti è APLOD, dove un videomaker può guadagnare un sacco di soldi caricando il video divertente di un gattino. In questo mondo, a metà fra un romanzo di G. Orwell e una sceneggiatura dei fratelli Cohen, dove tutti sono dediti al lavoro, il nostro protagonista viene licenziato, spinto dal peso delle bollette e dell’affitto da pagare e stufo di vivere una vita quasi ai margini della società, decide di aprire un’associazione criminale dedita a produrre video pirata da caricare in rete per ricavarne un mucchio di quattrini.

Una commedia nera, ricolma di riferimenti alla cultura pop 2.0, che gira attorno al mondo paradossale – ma ormai essenziale – del video sharing.

Sabato 24 ore 20.45 e domenica 25 marzo ore 17.30

EVENTO OSPITE | SPETTACOLO E PRESENTAZIONE EDITORIALE

ALFREDINO – L’ITALIA IN FONDO A UN POZZO

da un’idea di Fabio Banfo e Serena Piazza

regia Serena Piazza

drammaturgia Fabio Banfo

sound design Fabio Cagnetti

Produzione Effetto Morgana | LOMBARDIA

Vincitore del DOIT Festival 2017

Menzione speciale “Migliore drammaturgia DOIT Festival 2017”

Lo spettacolo è il racconto della tragica vicenda del piccolo Alfredo Rampi, precipitato a trentasei metri di profondità nel pozzo di Vermicino, e dei tentativi di salvarlo nelle trentasei ore successive. Una storia che ha sconvolto il paese nel 1981, con la prima diretta no-stop a coprire un caso di cronaca, un evento mediatico che doveva documentare una storia a lieto fine e che alla fine si è trasformato in uno shock collettivo nazionale. Una storia che assomiglia a mille altre storie italiane, fatta di improvvisazione, approssimazione, coraggio, cialtroneria, conflitti tra poteri, politica, vanità, avente come protagonisti macchiette, nani, acrobati, eroi, mezzibusti, politici… come se quel pozzo avesse avuto il potere di risucchiare in un gorgo tutto il paese per poi risputarlo fuori sempre uguale a se stesso, eppure per sempre mutato. Per molti dei commentatori dell’epoca quell’evento segnò un punto di non ritorno, una sorta di svolta. In quegli anni nasceva la Tv privata. Si realizzava quel mutamento antropologico che Pasolini (morto lo stesso anno in cui nasceva Alfredino) aveva profetizzato.

Il personaggio centrale è Alfredino, quel bambino perduto, come fosse l’anima dell’Italia, inghiottita dal buio, perduta per sempre, per sempre incastonata in un diamante, come il blocco di ghiaccio azotato in cui fu conservato il suo corpo, prima di recuperarlo dalla tenebra in cui è venuto a mancare a noi tutti (Serena Piazza).

Durante il dibattito, al termine di ciascuna replica, verrà presentato il testo “Alfredino, l’Italia in fondo a un pozzo” pubblicato all’interno della collana teatrale Le Nebulose, edita da ChiPiùNeArt Edizioni di Adele Costanzo.

 

Lunedì 26 e martedì 27 marzo ore 20.45

I RAN GOT TIRED

ispirato all’opera di Daniil Charms

regia Magnus Errboe

con Vita Malahova, Aude Lorrillard

musiche Alberto Barberis, Aude Lorrillard

Produzione I Patom Theatre | PIEMONTE

Performance multi-lingua che porta alla luce la lotta di un artista e l’assoluta necessità di combattere per le proprie convinzioni. I Patom Theatre crea un mondo poetico attraverso l’espressione fisica, la musica e le intense immagini. Lo spettacolo trova la sua ispirazione nell’autore russo surrealista Daniil Charms (1905-1942), uno degli ultimi rappresentanti dell’avanguardia russa.

Per mezzo di due personaggi sconcertanti e surreali, la figura del Poeta e della Donna – musa, ombra, amore – lo spettacolo mette in mostra l’assurdità dell’esistenza di quest’autore e la tragedia della sua condizione: quella di un artista che si è sempre scontrato contro il potere e la censura, senza rassegnarsi mai. Dietro questa apparente vita drammatica si nasconde un umorismo profondo. Un’ironia salvifica, che crea uno sfasamento surreale e aiuta ad alleggerire gli argomenti pesanti dell’esistenza: la vita, la morte, l’amore. Finché ne possiamo ridere, siamo in salvo.

Uno spettacolo acido di verità e crudo di realismo. Un inno alla perseveranza. Una tenacia che è motore di una forza vitale inspiegabile e inestinguibile: perché continuare a condurre una pallida e vana esistenza? Quali sono le ragioni per cui vogliamo stare in vita?

DOIT Festival – Drammaturgie Oltre Il Teatro

www.doitfestival.eu

in collaborazione con

L’ARTIGOGOLO – scrittori per il teatro

www.artigogolo.eu

 

Ar.MaTeatro | Via Ruggero di Lauria, 22 – Roma (Metro A Cipro)

Per info e prenotazioni: 06 3974 4093

Email: info@capsaservice.it

Direzione artistica DOIT Festival

Angela Telesca – angela.telesca@chipiuneart.it

Cecilia Bernabei – cecilia.bernabei@chipiuneart.it

Direzione organizzativa DOIT Festival

Simona Lacapruccia – simona.lacapruccia@chipiuneart.it

Ufficio stampa ChiPiùNeArt

ufficiostampa@chipiuneart.it,

Grafica e webmaster ChiPIùNeArt

Walter Mirabile – walter.mirabile@chipiuneart.it

Si ringraziano i mediapartner

CulturaMente | Gufetto Magazine | Missioni Teatrali | Persinsala | Recensito

i Teatri della Rete DOIT Festival

Teatro Il Moscerino (Pinerolo – TO) | Ar.MaTeatro (Roma)|

Teatro Studio Uno (Roma) | Teatro Trastevere (Roma) |

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Maria Maddalena: da prostituta leggendaria a pudica suoretta

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Rooney Mara, con la sua eterea bellezza e la sua arte dei gesti, porta sul grande schermo una Maria Maddalena pacata ma decisa. I suoi sguardi sono dominanti nel film Garth Davis, ma non si può dire lo stesso del suo personaggio.

Maria Maddalena film

Maria Maddalena è il titolo della pellicola, ma la donna non è che l’ombra di Gesù. L’anima di questa vittima come tante di una famiglia patriarcale (che la sottopone persino a un esorcismo) non viene minimamente sondata. Afferma Maria “Se c’è un demone in me è sempre stato lì”. Eppure non si passa al crivello il malessere di un personaggio che sfugge al matrimonio imposto per seguire la sua strada e che nel corso dei secoli è stato vittima dei soliti pregiudizi sulle personalità femminili emergenti.

Prostitute furono Saffo, Ipazia, Cleopatra, solo per fare dei nomi celebri. Ma anche le minori, come Aspasia o Nosside, ricevettero lo stesso epiteto per aver oltrepassato il confine della sfera privata con piede impudente.

Nel caso di Maria di Magdala, che sicuramente non fu una prostituta, certa critica femminista ha affermato che l’identificazione con questo ruolo fosse espediente necessario alla mentalità androcentrica per svilire il ruolo della donna come Testimone del Risorto. Maria è nota infatti nei Vangeli soprattutto per la sua presenza presso il sepolcro, evidenziata in particolar modo da Giovanni, che la vede come diretta interlocutrice del figlio di Dio. E la missione dell’Apostola tra gli Apostoli non viene presa di buon grado neppure dai “colleghi”, che nel film esprimono sin dall’inizio la reticenza di avere una donna nel team. La Preoccupazione? Quella di essere giudicati, ovviamente, da un mondo dove le donne erano di proprietà degli uomini. Ma forse subentra anche un po’ di invidia, alla fine, per questo rapporto privilegiato col messia, dipinto nella pellicola con sfumature piacevolmente umane ma un po’ freddine.

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Il ruolo delle donne nella società coeva, d’altra parte, viene illustrato con eloquenza nella scena in cui le seguaci chiedono a Gesù a chi devono obbedire, se a Dio o ai loro mariti.

Siamo donne – afferma una di loro – la nostra vita non ci appartiene. In quel momento Gesù chiede loro di seguire lo spirito, di allontanarsi da chi le comanda e di perdonare chi le perseguita. E questo fa Maria Maddalena, quando capisce che gli apostoli non stanno accettando la sua missione. Non starò in silenzio, risponde a Pietro, attuando la lezione di Gesù. Negli occhi dell’attrice traspare un amore che va oltre quello sentimentale. È l’empatia totalizzante di chi vuole portare avanti il messaggio del primo uomo che l’ha guardata come un essere umano, non giudicandola per il suo genere. Molti studiosi si sono soffermati su questo aspetto, sottolineando come le parole di Gesù non andassero contro il patriarcato, ma smorzassero comunque quella dimensione statica e chiusa in cui le donne venivano recluse. Per questo molte aristocratiche, come anche la stessa Maria Maddalena, e non solo le povere donne ai margini, abbandonarono le loro famiglie per seguire Gesù e supportarlo con i loro beni.

I buoni propositi per realizzare un bel film, come potete vedere, c’erano tutti. Ma con quale scopo?

La figura di Maria Maddalena è stata già rivalutata dalla chiesa. Papa Francesco ha anche istituito la sua festa nel 2016. Si poteva quindi creare un film che distruggesse per sempre lo stereotipo della donna coi capelli sciolti che ungeva i piedi di Gesù, e invece alla fine il film uccide la femminilità di una Maria Maddalena palesemente innamorata di Gesù (tanto da essere beccata anche da mamma Maria). Gesù la battezza, la accarezza, la stima e la accoglie. Rooney Mara fa trasparire un desiderio trattenuto a stento in questi momenti di – passatemi il termine – intimità.

Maria Maddalena ha amato davvero Gesù? Certamente non ci sono fonti storiche che testimoniano una relazione sessuale tra i due.

Quello che mi chiedo è, cosa ci sarebbe stato di male a proporre un avvicinamento fisico? Il film trasuda una sensualità frustrata davvero poco coraggiosa. Questa donna disubbidisce alla società per seguire quello in cui crede, ma alla fine non è una vera disubbidiente. Rendendo Maria Maddalena una pudica suoretta non si fa che avvalorare quella tesi secondo cui il fascino femminile è pericoloso, o comunque lontano dall’intelligenza. Non poteva essere questa bellissima Rooney – Maria, anche femminile, oltre che decisa e acuta? E non poteva Gesù esserne attratto in quanto uomo? Le carezze da friendzone e il pudore tipico delle donne per bene hanno banalizzato, a mio avviso, la forza femminile, che per fortuna sa essere ricca di tutte tonalità possibili e immaginabili senza perdere comunque la credibilità. O forse no?

Alessia Pizzi

 

Un ringraziamento speciale a Emma Fenu, esperta della figura di Maria Maddalena.

La vita fantascientifica di Spielberg in Ready Player One

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Ready Player One, il nuovo film di Steven Spielberg, sarà nelle sale dal 28 marzo.

Noi di CulturaMente abbiamo avuto l’opportunità di vederlo in anteprima. Possiamo dichiarare che se per Tomb Raider, targato anch’esso Warner Bros, avevamo subito pensato potesse essere un successo ai botteghini perché destinato ad un ampio pubblico, Ready Player One è destinato invece a diventare un cult fantascientifico.

Che Spielberg fosse un maestro indiscusso era cosa già nota. Che potesse continuare ad emozionare atto prevedibile. Difatti, Ready Player One nella semplicità della sua trama è uno spaccato futuristico cruento e a sua volta reale.

Steven Spielberg da vita al best seller di Ernest Cline e ci porta nel 2045. È un’epoca grigia dove il reale è caduto nell’oblio. La popolazione è affascinata e totalmente rapita dalla realtà virtuale di OASIS. Vivere in un mondo dove si può essere chi si vuole senza pregiudizio, una terra senza dolore, un luogo impalpabile dove l’immaginario riesce a compensare con la bruttezza della vita reale.

Ready Player One film

Il punto sollevato dallo stesso creatore di OASIS, James Halliday, è fino a quanto ci si può spingere in questo vortice di dipendenza digitale.

James Halliday, interpretato da Mark Rylance, da forma al mondo dei suoi sogni. Alla sua morte non lascia eredi. Una creatura geniale e solitaria, venerata come una divinità, che riesce a rimanere in vita anche dopo la sua dipartita. James Halliday realizza un concorso su OASIS che diventa lo scopo vitale di tutti i suoi ospiti. Una gara articolata con tre grandi sfide, ognuna premiata con una chiave che porterà a trovare il nascosto Easter Egg e di conseguenza l’eredità di questo macrocosmo virtuale.

Il desiderio di vittoria diventerà nel corso degli anni una prerogativa assoluta. Anche il grande competitor imprenditoriale schiererà un esercito pur di ottenere le chiavi per entrare in questo mondo.

In questa caccia all’Easter Egg un giovane, dai tormentati trascorsi, Wade, il cui alter-ego su OASIS, Parzival, un biondo avatar che ama i Duran Duran, riuscirà a comprendere il pensiero del creatore di OASIS. Attraverso i diari di James Halliday e supportato dai suoi amici virtuali, in questa passeggiata che omaggia gli anni Ottanta, Wade comprenderà in toto il messaggio che voleva essere lasciato ai posteri.

Parzival, Art3mis, Arch, Daito e Shoto vagano in questo iperuranio di citazioni vintage. Sono davvero tante. Alcune sfuggano, altre sono afferrate, forse in maniera esclusiva, con l’emozione di chi ha vissuto giocando con Atari  e vedendo sul grande schermo, con gli occhi dell’infanzia, Merlino pronunciare la fatidica formula magica in Excalibur.  Ancora oggi, c’è qualcuno che non ha mai visto Ritorno al futuro, ma la DeLorean è un oggetto iconico nello scenario collettivo.

Il mondo reale esce dall’oblio. Non c’è nessuna avventura più straordinaria della vita stessa, con i suoi alti e bassi, con le sue imperfezioni e con i sentimenti concreti.

I nati tra gli anni ’40 e gli anni ’80 avranno una voglia sfrenata di vedere Ready Player One. Tutti gli altri, i più giovani, lo ameranno come io amai Hook, Capitan Uncino.

 

Alessia Aleo

Le solitudini celate dietro le Lolite dei Parioli

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L’opera Lolite sarà in scena, al teatro Belli, fino al 25 marzo.

Le Lolite contemporanee per la mia volta sono sul palco. Viene così portato in scena il caso delle Baby squillo dei Parioli. La vicenda di cronaca che campeggiò per mesi sulle testate a livello nazionale.

Lolite scritto e diretto da Francesco Sala è uno spaccato dell’amara attualità.  Quell’attualità composta di elementi superficiali e vanificanti, dove l’apparire è più importante di qualsiasi altra cosa. Sala, grazie all’interpretazione di Giancarlo Fares, Gilberta Crispino, Chiara Scalise, Benedetta Nicoletti e Davide D’Innocenzo, ci mette d’avanti ad una società vuota.

Apparentemente le famiglie di Roma Nord hanno tutto, come da cliché. Quello che non hanno è l’amor proprio. Sono famiglie composte come isole ed “isolitudini”.

Lolite teatro Belli

Cos’è l’isolitudine?

Un termine a me molto caro che indica la condizione esistenziale di appartenenza e di isolamento propria di chi è nato in un’isola, su questo concetto Sciascia, Tomasi Di Lampedusa e Bufalino hanno prodotto profonde e suggestive riflessioni. Scomodo i grandi scrittori per applicare questo concetto in maniera sociologica alle famiglie odierne. Tante piccole isole che non riescono ad incontrarsi. Un arcipelago di “terre emerse” come membri di una famiglia che nonostante il cognome comune rappresentano quanto di più distante ci possa essere.

Viene enfatizzata l’assenza di dialogo. Ognuno rinchiuso nel proprio microcosmo senza possibilità di ascolto nonostante si cammini gomito a gomito. Lolite è una storia di solitudine. Solitudine declinata in tutti i suoi aspetti generazionali. Solitudine dettata dalla privazione dei valori fondamentali.

Si può parlare di emarginazione anche in caso di iper popolarità a scuola e nel quartiere.

Ma cosa si cela dietro questo disagio esistenziale contemporaneo?

Forse la ricerca di interesse da parte dei propri cari. Siamo stati tutti adolescenti. L’empatia per l’incomprensione genitoriale si scontra con la debolezza di queste nuove generazioni. Cercano di avere una forte identità. Emulano icone passate senza avere consapevolezza storica. È la volontà, estrema, di attirare attenzione su di sé.

Un urlo silenzioso.

Alessia Aleo

I Vignaioli Artigianali Naturali V.A.N. fanno il pieno a Roma

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La Città dell’Altra Economia a Testaccio è stata per un week end la capitale della viticultura naturale, un movimento che ingrossa sempre più le fila dei suoi appassionati.

Malgrado il meteo del fine settimana non sia stato benevolo, le sale della Città dell’Altra Economia si sono riempite oltre modo di eno-appassionati, che sempre in misura maggiore seguono il mondo dei vini naturali. Una viticultura nata come movimento di nicchia, che ha fatto il suo percorso nel bene e nel male.

Il viaggio verso la credibilità.

Si è passati per gli atteggiamenti talebani da parte di molti produttori e amanti del genere. Una difesa estrema che in nome del “Naturale”, ha giustificato troppe volte e per diversi motivi vini spesso imbevibili. Tenuti al riparo dietro l’etichetta di bio o biodinamici. Ma anche come accade a volte, per una tendenza cavalcata da tutti quelli che il vino lo usano per darsi un tono di esclusività.

vino naturale

A questo bisogna aggiungere la diffidenza dei produttori “tradizionali”, che  hanno spesso vissuto l’avanzata di questa viticultura come una minaccia. Oggi il Mondo dei vini naturali superata questa fase iniziale, è una realtà ben delineata che non si presta più ad equivoci, ricoprendo una sua posizione ben precisa nel panorama produttivo italiano.

L’identità è premiata dai numeri in continua crescita.

Il riscontro arriva anche dai numeri che indicano la crescita percentuale di questi prodotti, lasciando intravedere per loro un futuro roseo. Considerarli prodotti d’élite è sbagliato, ma sicuramente non si rivolgono a chi raccatta una bottiglia a caso al supermercato. Sta infatti proprio nell’identità e nella particolarità il cuore della viticultura naturale.

vino naturale

Quella dei V.A.N. vignaioli artigianali naturali è solo una delle iniziative nate per promuovere questa viticultura, con lo scopo di comunicarne correttamente i contenuti. La partecipazione riguarda vignaioli provenienti da tutto il paese che condividono principi e regole comuni. Nei loro vini la creatività rispetta la cultura del territorio, il mondo contadino e le sue differenti modalità radicate nella storia.

vino naturale

Una ricchezza che si traduce sempre in vini unici e di grande personalità, in grado di restituire nel bicchiere annata e terroir senza aggiustamenti di sorta. Al centro della loro viticultura c’è la fermentazione spontanea, il rispetto della terra e lo sviluppo salutare della vite, ottenuto attraverso la rinuncia all’utilizzo dei prodotti chimici secondo i protocolli dell’agricoltura biologica e biodinamica.

vino naturale

Il loro profilo organolettico difficilmente aderisce a quello delle doc dei loro territori di provenienza, ma questo scongiura la standardizzazione ed è forse il loro pregio maggiore. All’evento romano erano rappresentate quasi tutte le regioni italiane. Una moltitudine di storie diverse, raccontate direttamente da chi ha deciso di produrre vino in equilibrio con l’ambiente che vive.

Il Lazio dei vini naturali si è comportato bene.

Un magnifico quadro d’insieme dell’ambiente contadino e del mondo agricolo italiano. Non da poco la possibilità di acquistare i vini direttamente da loro, scoprendo che il costo di qualità e unicità non è poi così strabiliante. Il Lazio giocava in casa è da perfetto padrone di casa non ha sfigurato nella sua proposta.

vino naturale

I bianchi di Cantina Ribelà, i Cesanese di Riccardi Reale, la malvasia puntinata di Marco Colicchio, il canaiolo de Il Vinco, i rossi di Podere Orto e i vini di Maria Ernesta Berucci sono stati tutti all’altezza, annullando questa volta, il divario che la viticultura regionale paga spesso verso altre zone d’Italia.

vino naturale

L’escursione nelle sale ha permesso la conoscenza tra gli altri, del Bianchello Ribelle e degli altri vini dell’Azienda Marchigiana Ca’ Sciampagne  e del Cannonau di Francesco Cadinu, esempio di come l’alcol si possa integrare perfettamente in un vino di grande struttura.

vino naturale

Piacevoli incontri quelli con il grechetto di Elena Vezzoli, la Tintilia di Vinica, l’aglianico di Casa di Baal . I vini degli appassionati viticultori toscani della giovane realtà Fattoria San Vito e quelli del Monferrato di Cascina Grillo. Grande sorpresa hanno destato i vini Calabresi di Lucà a base di mantonico e nerello calabrese.

vino naturale

Purtroppo la necessità di selezionare gli assaggi ha fatto si di escludere tante vecchie conoscenze, sacrificate solamente per dar spazio ai nuovi assaggi. Impossibile però tralasciare lo strepitoso ‘Nzemmula di Bruno Ferrara Sardo a base di nerello mascalese e, l’intera produzione di Daniele Saccoletto viticultore del Monferrato. Vini, quelli di questi ultimi due produttori, che da soli rappresentano la ragion d’essere dei vini naturali senza bisogno di aggiungere parola alcuna.

Bruno Fulco

Carlot-ta presenta Murmure, tra sogni di melanconia e spensieratezza

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Il 23 marzo uscirà su tutti i digital store il terzo album della cantautrice Carlot-ta, Murmure, un viaggio alla scoperta di un mondo onirico guidati dal respiro dell’organo a canne.

Ventisette anni e 300 concerti all’attivo, Carlot-ta – al secolo Carlotta Sillano – firma con Murmure il suo terzo disco, preceduto da Songs of Mountain Stream (2014) e Make Me a Picture of the Sun (2011). Ad entrare in gioco per quanto riguarda la produzione dell’album è Paul Evans, parte del team del Greenhouse Studio di Reykjavik che annovera tra le sue produzioni album di Björk, Sigur Ros, Damon Albarn e molti altri. Ed è proprio a Björk che molti hanno accostato la cantautrice italiana.

Carlot-ta Murmure
                                      Cover dell’album Murmure.

Murmure si delinea come una ricerca di sonorità originali, partendo proprio dagli strumenti usati. Carlot-ta compone infatti l’intero disco seduta difronte a due organi a canne italiani cercando di far fluire le proprie idee attraverso il loro soffio potente e avvolgente. Vengono riprodotti quindi vari generi musicali che fanno maggiormente capo al pop. Il suono “arcaico” dell’organo si fonde a melodie elettroniche e a percussioni lasciando l’ascoltatore immerso in un mondo tanto melanconico quanto spensierato.

Delle undici tracce dell’album (dieci in inglese e una in francese) è stata scelta Sparrow come anteprima dell’opera. In essa, come nelle altre, il mondo sembra sgretolarsi magicamente, lasciando intatto al centro solamente Carlot-ta e la sua voce chiara e definita. Le melodie romantiche di Garden of Love (peraltro contenente l’omonimo testo di William Blake) si alternano quindi al valzer di Le Valse du Conifère e al sound new wave di Sputnik 5 come su una tavolozza di colori.

Carlot-ta Murmure
                                           Carlotta Sillano, in arte Carlot-ta.

 

Murmure di Carlot-ta sarà disponibile dal 23 marzo su tutti i digital store e dal 13 aprile nei negozi di dischi per Incipit Records/Egea Music.

 

Gianclaudio Celia

@Gian_Celia

“Gesù nella bottega di San Giuseppe” di Gherardo delle notti: analisi

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I pensierini per la festa del papà si somigliano un po’ tutti…ma questo no! Qui agli infusi d’arte abbiamo un dipinto apposta per lui, venite a scoprire di cosa si tratta!

La festa del papà è ufficialmente finita ma qui agli infusi d’arte abbiamo ancora voglia di omaggiare il primo uomo della nostra vita. Ci è venuto a prendere a scuola, ci ha tenuto il sellino della bici, ha aggiustato quello che le nostre pallonate avevano distrutto…si merita un dono speciale. Qui c’è un quadro pronto che aspetta solo lui. Andatelo a chiamare e leggete insieme questo nuovo, nuovissimo infuso d’arte. Cominciamo!

Il dipinto di oggi è il Gesù nella bottega di San Giuseppe di Gerrit Van Honthost (Gherardo delle notti per gli amici italiani), dipinto nel 1620 e oggi all’Hermitage di San Pietroburgo.

Potete vederlo qui.

Cosa sta succedendo?

Non sembra nemmeno una scena sacra vero? Se non fosse per quei due angeli sulla destra e per quell’accenno di aureola su San Giuseppe non ci saremmo accorti di nulla. Il celebre santo qui è solo un papà un po’ anziano e indaffarato. E’ tardi e ancora è in bottega, per questo ha chiamato il figlio a tenergli una candela, per poter finire il lavoro. Gesù non è che un ragazzino, emozionato di poter aiutare il padre, tanto che lo guarda con una certa ammirazione. se ne sta lì pronto casomai il papà volesse spiegargli qualcosa del suo lavoro o gli chiedesse di passargli un attrezzo. Tutta la scena ruota intorno alla luce della candela che indirizza il nostro occhio proprio sui volti di San Giuseppe e di Gesù.

I dettagli sono pochi, pochissimi e tutti indispensabili per farci capire di che scena si tratta. Honthorst non ammette fronzoli, ciò che conta sono le emozioni e l’atmosfera di un momento speciale tra padre e figlio. Come ha fatto il nostro pittore a rendere la magia di un momento così particolare?Semplice, lo ha vissuto lui stesso.  Honthorst si era formato come pittore proprio nella bottega di suo padre  e non presso terzi come era d’abitudine. Certamente aveva molti bei ricordi a cui ispirarsi.

E quei due angeli allora che c’entrano?

Non intervengono sulla scena e se ne stanno appartati a guardare. Che senso hanno? Lo hanno, lo hanno. Quelli sono infatti gli angeli custodi, che nella teologia cristiana ci seguono e ci proteggono senza che ce ne accorgiamo. Qui guardano soddisfatti i progressi nella crescita del piccolo Gesù e sembrano quasi commentare la scena “a bordo campo”.

Due parole sullo stile…

Honthorst era un vero fan di un altro grande pittore: Caravaggio. Come non notarlo! Lo sfondo scuro e indefinito, il grande realismo delle figure e dei gesti, l’effetto luminoso della candela e l’umiltà di tutta la rappresentazione non lasciano dubbi. Lui ebbe modo di conoscere le opere del Merisi nel suo soggiorno a Roma, avvenuto tra il 1610 e il 1620. Appena tornato, fresco delle novità, dipinge il quadro in questione. E’ proprio da questo momento che decide di specializzarsi negli effetti luminosi particolari: le luci di candela e le atmosfere notturne e raccolte diventano il suo marchio di fabbrica. Ecco perchè in Italia è noto come Gherardo delle notti piuttosto che col suo impronunciabile nome olandese.

Anche questo infuso d’arte è finito ma vi aspettiamo come sempre tra due settimane per una nuova, gustosissima tazza d’arte. E ancora auguri a tutti i papà!

Chiara Marchesi

Regine Sorelle, un legame che supera i confini e la Storia

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Molte volte, nel corso della storia, alcune delle più grandi regine erano anche sorelle.

Si pensi a Giovanna di Castiglia (madre di Carlo V d’Asburgo) e Caterina d’Aragona, storica prima moglie di Enrico VIII: entrambe erano figlie della famosa regina Isabella, che diede a Colombo una storica opportunità. Personalità che hanno contribuito, anche se solo ufficiosamente, a cambiare le sorti dei loro popoli e della Storia. Donne che però, anche se a distanza, continuavano a preoccuparsi e informasi di coloro con le quali avevano condiviso l’infanzia, i giochi ed i sogni del futuro. Storie come quelle di Maria Antonietta e Maria Carolina d’Asburgo, rispettosamente regine di Francia e di Napoli, protagoniste di Regine Sorelle, spettacolo scritto e diretto da Mirko di Martino, interpretato da Titti Nuzzolese e presentato, fuori concorso, alla 4° edizione del Doit Festival di Roma.

In un atto unico gestito in forma di monologo, l’attrice racconta le vite parallele delle due regine sorelle. La loro vita regale a Schönbrunn per poi sposarsi giovanissime; entrare in corti dalla mentalità diversa da quella austriaca, gestire una lingua nuova. Tutto avviene mentre la vita insegna loro ad essere non solo regnanti ma anche consorti e madri. Percorsi praticamente paralleli, contornati da pettegolezzi, rancori e forza d’animo che solo due autentiche donne di carattere come Maria Antonietta e Maria Carolina potevano affrontare. Vite che la Storia coinvolge e travolge col sangue della rivoluzione e con il vento del cambiamento, che probabilmente non ha migliorato molto le cose…

Uno spettacolo che, anche se immerso in un tocco settecentesco, ha dei caratteri moderni, colorati, se non addirittura pop.

La scenografia infatti sembra semplice ma non lo è. Sullo sfondo compaiono, quasi fossero due quinte, dei ritratti delle due protagoniste, davanti a loro una sedia ‘cartonata’. A sinistra del pubblico uno scrittoio e a destra due cubi uno sopra all’altro.Tutto però è pronto a diventare qualcos’altro. Da uno dei cubi, ad esempio, ben nascosta all’inizio, s’intravede una maniglia, pronta a far trasformare l’oggetto d’arredamento in un bagaglio da viaggio. Così come l’altro, che diviene un contenitore per contrabbandare ‘foto osè’ della regina di Francia. Una scena che perfettamente si adegua al gattopardismo di quel secolo; in cui appunto tutto è cambiato, ma, col senno del poi, tutto è tornato com’era prima.

I molti colori caldi presenti in scena, dall’abito della protagonista fino agli arredi, rendono accesa l’attenzione del pubblico, lasciandolo davanti al palco per seguire gli avvenimenti delle due regine sorelle. Trama che cattura, con i suoi molti anneddoti curiosi raccontati, che ci mostrano anche la dovizia e l’impegno da parte dell’autore di cercare notizie di personaggi su cui si sa ben poco, come appunto la stessa Maria Carolina.

Regine Sorelle

La magia dello spettacolo viene resa però dall’esecuzione ‘regale’ di Titti Nuzzolese.

L’attrice napoletana mostra le sue capacità attoriali gestendo non solo il peso di queste due regine, ma anche di altri personaggi che hanno contornato il loro mondo. Ferdinando I, Luigi XVI, le serve di palazzo (dalle pettegole napoletane alle fedelissime francesi), le tre zie del monarca francese, M.me du Barry sono solo un assaggio di coloro che prendono vita dall’arte intepretativa della Nuzzolese. Le sue doti vengono messe in luce dalla perfetta abilità recitativa con la quale, senza mai cambiarsi d’abito, si destreggia in una storia dolce e malinconica. Cambiando voce ad ogni personalità, rimanendone fedele ogni qual volta questa ricompare, Titti Nuzzolese non solo si diverte, ma incanta il pubblico.

Uno spettacolo caledoscopico, che inizialmente fa sorridere il pubblico per poi vederlo con un fazzoletto in mano per la commozione.

Un ospite ‘reale’ a tutti gli effetti, per la trama, la composizione registica e l’interpretazione dell’attrice: spettacolo a cui possiamo dare 5 stelle su 5 meritatissime, poiché è fuori concorso e, quindi, influente dalle scelte del Doit Festival di quest’anno.

Francesco Fario

Libri e felicità al Parco della Musica

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Si è chiusa la nona edizione di Libri Come, “Festa del  libro e della lettura”, il cui tema quest’anno era “felicità”. Decine di presentazioni, incontri e conferenze su libri e felicità nella cornice di Auditorium Parco della Musica (Roma).

Una serie di libri sospesi si stagliano all’ingresso dell’Auditorium Parco della Musica, dove si è conclusa ieri la nona edizione di Libri Come (15-18 marzo 2018). Quattro giorni ricchi di incontri e di nomi di rilievo della scena letteraria contemporanea: Massimo Recalcati, Andrea Camilleri, Gianrico Carofiglio, Michele Serra e tanti altri. Il tema di quest’anno, scelto per segnare i 40 anni dalla rivoluzione del 1968, è quello della felicità. Tramite i vari incontri si è provato a riflettere sul complesso rapporto tra letteratura e felicità, e delle varie definizioni che se ne possono dare. A riflettere su questo tema, nella giornata di ieri, sono stati fra gli altri Sandra Petrignani, Andrea Camilleri e i fumettisti Zerocalcare e Altan.

La corsara: Sandra Petrignani racconta Natalia Ginzburg.

Sandra Petrignani, scrittrice e giornalista, ha presentato il suo nuovo libro La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg (Neri Pozza, dicembre 2017). Sono intervenuti Pierluigi Battista e Cristina Comencini. Il libro esplora le  vicende personali di Natalia Ginzburg fornendone appunto un “ritratto” e non una classica biografia. La Ginzburg frequentò tutti i principali intellettuali dello scorso secolo: Giulio Einaudi, Italo Calvino, Cesare Pavese, Alberto Moravia ed Elsa Morante. Fu una delle poche donne nell’universo maschile dell’editoria italiana. Sandra Petrignani cerca di restituire la sua vita, soprattutto nella sua dimensione privata e nascosta, e non solo nei suoi aspetti più pubblici.

Come sono (stato) felice: Andrea Camilleri sulla felicità.

Marino Sinibaldi, giornalista e conduttore radiofonico, ha condotto una conversazione con il famoso romanziere siciliano Andrea Camilleri. Ha sollecitato lo scrittore affinché fornisse qualche pensiero sulla felicità. Camilleri, con molto umorismo, ha liquidato velocemente i pensieri dei filosofi sulla felicità, da Epicuro a Kant. Per gli scrittori, dice, la felicità è sempre al passato: è difficile descrivere la felicità quando la si prova. Confessa di aver trovato una bella definizione di felicità nella traduzione siciliana del Ciclope di Euripide ad opera di Pirandello – specialmente nella parte in cui il Ciclope descrive il suo rintanarsi a bere e a mangiare al riparo della  caverna. Ma, continua Camilleri, la felicità è molto breve e molto casuale. Capita all’improvviso. Si abbandona al ricordo di quando per caso, in campagna, sentì un odore di citronella e pensò di essere felice. Rievoca i tempi in cui ha creduto genuinamente nella realizzazione della felicità negli idee del comunismo. Riflette infine su come l’uomo possa fare per trovare la felicità e su quali grandi strumenti possieda al giorno d’oggi per farlo. Purtroppo, però, le armi del progresso diventano spesso armi di distruzione e una potenziale felicità può tramutarsi in male.

libri come 2018
Marino Sinibaldi e Andrea Camilleri.

Come disegno: Altan e Zerocalcare, la felicità a fumetti.

Stefano Bartezzaghi, scrittore e giornalista, ha moderato un incontro con Altan e Zerocalcare, fumettisti italiani di due generazioni molto diverse. Ormai più che settantenne, Francesco Tullio Altan racconta della sua esperienza di fumettista esordiente in tempi in cui bisognava spedire per posta le vignette ai giornali con cui si collaborava. Michele Rech, in arte Zerocalcare, racconta della sua esperienza di giovane fumettista che ha potuto fin da subito decollare su internet e del grande impegno che comporta il suo recente successo. Con tutta la pressione che subisce, confessa, si è sentito molto sorpreso quando lo hanno invitato a parlare di felicità. Entrambi gli artisti hanno parlato del loro modo di lavorare, delle loro esperienze e del loro coinvolgimento con la scena politica italiana ed internazionale. Umoristicamente, Bartezzaghi ha voluto sottolineare analogie e differenze di questi due artisti “dalla A alla Z” e le loro riflessioni sulla felicità.

libri come 2018
Zerocalcare, Bartezzaghi e Altan.

 

Davide Massimo 

 

FIM 2018: l’importanza di essere… Educational!

Dal 31 maggio al 3 giugno, il nuovo programma della Fiera della Musica a Milano incentrato sulla formazione, la didattica, l’incontro tra scuole, futuri concertisti e professionisti del futuro mondo della musica. Un progetto unico nel suo genere.

CulturaMente è mediapartner di FIM – FIERA DELLA MUSICA Piazza Città di Lombardia Auditorium Testori Milano 31 maggio- 3 giugno 2018, ingresso gratuito. Troverete presto online tutto il programma dell’edizione 2018!

31 maggio – 3 giugno 2018. Quattro giorni per la nuova FIM – Fiera della Musica, che arriva per la prima volta a Milano dopo tre edizioni a Genova e due a Erba (CO), per la prima volta a ingresso gratuito. FIM 2018 si terrà in Piazza Città di Lombardia (la piazza coperta più grande d’Europa) e nell’Auditorium Testori, la principale novità tematica in questa originale fiera di contenuti è quella didattica ed educativa: Educational è la parola chiave dell’edizione 2018 del FIM, che mette al centro del programma la formazione. È un format innovativo, unico nel suo genere, che rende FIM diversa da ogni altra fiera esistente sul territorio nazionale: già da ora si contano un migliaio di ragazzi delle scuole medie e superiori iscritti ai laboratori in programma e venti giovani orchestre che si esibiranno nell’Auditorium Testori.

Grazie all’esperienza maturata l’anno scorso con l’esperimento del progetto FIM Music Educational e Youth Orchestral Showcase 2017, l’intera edizione 2018 sarà focalizzata sulla formazione degli studenti e dei futuri professionisti della musica, tema cruciale da declinare con nuove forme di coinvolgimento di espositori, pubblico e sponsor, con un’attenzione particolare alle scuole, non solo destinatarie ma vere protagoniste del progetto. FIM Educational e Youth Orchestral Showcase infatti ha l’obiettivo di offrire a tutte le istituzioni didattiche, alle scuole, ai docenti e agli allievi un’occasione di incontro con il mondo della musica, un’opportunità di esibirsi davanti a un pubblico ampio e qualificato, un faccia a faccia con figure esperte e laboratori utili per un futuro professionale, nella consapevolezza che lo studio e la pratica della musica debbano essere sostenuti in quanto patrimonio culturale collettivo.

Vari e diversificati i contributi dei soggetti operanti nel mondo della didattica e della formazione. Un coinvolgimento particolarmente significativo e prestigioso è quello del LIM, il Laboratorio di Informatica Musicale del Dipartimento di Informatica dell’Università degli Studi di Milano, che si occuperà di due installazioni e quattro seminari. Le due Installazioni a cura del LIM riguardano la “Musificazione” e “Parallel”: la prima consiste in un sistema di rilevazione delle presenze all’interno dello stand, che rielabora i dati inviati ad un computer producendo sequenze melodico-ritmiche in funzione delle posizioni occupate, con un intreccio tra feedback audio, timbrici e visivi; la seconda è un’opera d’arte costituita da una lastra metallica appesa, che riesce a sonificare tratti somatici ed espressioni facciali fornendo all’utente un’esperienza uditiva, visiva e tattile del suono. I quattro seminari riguarderanno la rappresentazione multilivello della musica (nuovi modi per ascoltare la musica), la sintesi del suono (costruire suoni con il computer), la sonificazione e la musificazione (trasformare i numeri in suoni), la musica e l’affective computing (musica ed emozioni).

Altrettanto importante il lavoro a cura del Dipartimento di Fisica del Politecnico di Milano, che si occuperà di due laboratori: il primo dedicato alla Piastra di Chladni (uno studio sulle vibrazioni della pelle di un tamburo o della cassa di una chitarra), il secondo al Labirinto Acustico (sull’interferenza e l’incontro di onde sonore della stessa frequenza). Il Conservatorio di Musica G. Verdi di Milano svolgerà una maratona musicale non stop con i migliori allievi aperta ovviamente ai ragazzi di tutte le scuole, l’Accademia del Suono di Milano terrà un seminario ripetuto più volte nell’arco della stessa giornata che illustrerà “il funzionamento di un palcoscenico con tutte le sue strumentazioni” e con la partecipazione attiva delle scolaresche sul palco, il CPM di Milano organizzerà un incontro per i ragazzi a cura di Franco Mussida, sul potere della musica come arte in grado di avvicinare come poche altre forme di espressione artistica chi la produce e chi ne fruisce.

Oltre ai seminari e ai laboratori, i ragazzi potranno vivere un’esperienza unica ed indimenticabile nella musica visitando lo showroom espositivo con strumenti musicali e installazioni sulla realtà aumentata, luoghi straordinari come il Museo del Teatro alla Scala, il Museo della Scienza e il Museo degli strumenti musicali del Castello Sforzesco. Il programma completo è in corso di definizione, nelle linee generali FIM Educational si snoderà attraverso lezioni-concerto, laboratori musicali, workshop, clinics, seminari, masterclasses, incontri didattici con artisti di fama nazionale ed internazionale, incontri con i più importanti attori della filiera musicale italiana, prove di strumenti, prove di apparecchiature tecniche per la registrazione, eventi di networking con il coinvolgimento di buyers ed espositori, showcase di nuovi progetti musicali, esposizione ed eventi per la valorizzazione degli strumenti musicali artigianali “Made in Italy”.

FIM Fiera:

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Synpress44 Ufficio stampa:

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Il mio nome è Milly, una diva nel cuore di Gennaro Cannavacciuolo

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Gennaro Cannavacciuolo, geniale artista napoletane, ha trasmesso in scena il suo amore per Milly.

Non capita spesso di uscire dai teatri con l’emozione nel cuore. Al Teatro della Cometa, la sera del 07 marzo 2018, vi erano tutti gli ingredienti: un grande attore, un grande spettacolo, una miscela esplosiva che ha portato a un’ottima riuscita.

Gennaro Cannavacciuolo, attore, cantante, cabarettista e fantasista puteolano, una delle massime personalità della scena teatrale italiana di questi anni, ha portato in scena il suo amore per Milly, alias Carla Mignone.

Il Teatro della Cometa, prestigioso teatro romano inaugurato nel 1958 e definito da Antonio Munoz “gioiello d’arte alle pendici del Campidoglio”, ha ospitato dal 21 febbraio all’11 marzo 2018 lo spettacolo “Il mio nome è Milly una diva, tra guerre, prìncipi, pop e variété“.

Milly, idolo di Gennaro Cannavacciuolo, è il soprannome della cantante e attrice alessandrina Carla Mignone. Lo spettacolo era un recital di Gennaro Cannavacciuolo. Aiutato dai bravi Dario Pierini al pianoforte, Andrea Tardioli al sax-contralto e Francesco Marquez al violoncello, Gennaro Cannavacciuolo ci  ha portato, tra musica e recitazione, alla scoperta di questa diva sconosciuta ai membri della mia generazione.

Milly, un simbolo, una donna non comune

Milly si formò nell’ambiente dell’avanspettacolo, del variété. L’attore campano subito mette in luce perfettamente quello che era il pensiero degli anni sulle donne: o si diventava madri o si diventava donne di poca fede. Ma Milly ha scelto per sé stessa. La sua fama la porterà a partecipare a spettacoli al Teatro Carignano di Torino.

In quell’ambiente conoscerà il Principe Umberto di Savoia. Attraverso una ricostruzione attenta, lo spettacolo ha raccontato tutta la vicenda del loro amore (le corbeille di fiori più alte di lei, i loro incontri ma anche l’addio). Una storia bella e tragica per Milly. L’unione di un uomo dal sangue blu con una diva dello spettacolo non era vista bene dal casato Savoia e soprattutto dal governo fascista, del quale uno degli stendardi fu portare avanti un’idea di moralizzazione dei costumi (con i risultati che conosciamo bene).

Lo spettacolo ha descritto in maniera ottimale quanto Milly divenne simbolo del femminismo. Di lei s’innamorò anche, purtroppo in maniera non corrisposta, il grande Cesare Pavese ed ebbe una grande amicizia con Vittorio De Sica.

Un’artista fiera

Dopo la pausa, lo spettacolo, attraverso la meravigliosa voce dell’attore protagonista impegnato in “Si fa ma non si dice”, ha immerso lo spettatore nella maturità di Milly. Dopo un periodo americano, la sua stella tornò a rifulgere con Bertold Brecht e la sua Opera da tre soldi, musicata da Kurt Weill.  Il regista di quello spettacolo era il grande Giorgio Strehler. Milly ci partecipa e al suo provino il registra triestino si presentò al provino con due ore di ritardo. Al suo arrivo richiese a Milly di cantare una canzone da avanspettacolo.

Gennaro Cannavacciuolo, con la sua bravura, è riuscito a mostrare l’animo dignitoso di Milly. Lei era un artista a tutto tondo e, offesa anche dall’attesa, deve fare quello che ritiene sia giusto. L’artista non deve mai offendere la sua dignità. In quel momento si è espresso un punto fermo: gli artisti hanno come punto di forza la loro personalità.

Lo spettacolo andò in scena al Piccolo Teatro di Milano nel 1956. Lo spettacolo fu un trionfo. La sua interpretazione di Jenny Delle Spelonche fu estremamente apprezzata.

Da allora la carriera di Milly vivrà momenti e alti (le esperienze di Studio Uno e la prima italiana de L’Istruttoria di Peter Weiss. Molto importanti saranno i recital curati da Filippo Crivelli, con l’esecuzione di brani di cantautori come Sergio Endrigo e Fabrizio De André, del quale è stata prima interprete).

Puntuale come un orologio, implacabile nel suo scandire il tempo, anche per questa grande artista arrivò la “sora morte”. Milly si spense a Nepi il 22 settembre 1980.

Gennaro e Milly

Milly vive oggi in Gennaro Cannavacciuolo. L’attore puteolano, possiamo dirlo con certezza, ne è la reincarnazione talmente grande è la sua bravura. Artista già trionfatore l’anno scorso sempre al Teatro della Cometa con “Yves Montand- un italiano a Parigi”, ha cantato, recitato e fatto vivere la sua Milly.

Tutto era studiato, niente era lasciato al caso. Le foto di Milly, parte della scenografia, erano un elemento essenziale per esprimere la potenza della scena. Aiutato dai suoi bravi musicisti, Gennaro Cannavacciuolo ha interpretato i brani più famosi di Milly, come Mutandine di chiffon, Donne e giornali e Donne e ferrovia, ma anche estratti del testo brechtiano sopracitato musicato da Kurt Weill come la Ballata della Schiavitù Sessuale.

Ma l’epoca è importante. Le canzoni hanno avuto un’ importanza fondamentale nel corso dello spettacolo. Brani di Jacquel Brel come La valse à mille temps, un brano che Cannavacciuolo ha eseguito in maniera mirabile, o La chanson des vieux amants ma anche La guerra di Piero di Fabrizio De André hanno descritto un’epoca. Cannavacciuolo ha descritto un’epoca, ma anche e soprattutto la sua “musa”, come affermato da lui stesso.

Sono uscito dal teatro commosso!

Marco Rossi

@marco_rossi88

“Storie Maledette”. Non è un programma per tutti

La storica trasmissione di Raitre con la giornalista Franca Leosini in prime time divide gli spettatori

Se una trasmissione televisiva nasce per andare in onda in una seconda serata molto estesa, quasi notte inoltrata, è giusto mandarla in prime time a fronte dell’insistente richiesta dei suoi fedelissimi spettatori?

Una domanda che sorge spontanea, assistendo alla puntata di “Storie Maledette” dedicata allo sconvolgente caso di Avetrana in prima serata su Raitre. A contribuire a questa promozione di sicuro l’amore estremo del mondo dei social per la giornalista Franca Leosini, sfruttato con il solo morboso intento di accaparrarsi qualche punto di share in più.

Franca Leosini
Franca Leosini

L’intervista a doppio fronte delle presunte colpevoli, la cugina della piccola Sarah Scazzi Sabrina Misseri e la zia Cosima Serrano ha diviso il pubblico in due fazioni.

I puristi di “Storie Maledette” non hanno gradito la divisione della puntata in due parti e le interruzioni pubblicitarie atipiche dei programmi notturni. Inclusa la piccola pecca, questa a titolo personale, dell’attrice bambina che legge gli stralci agli atti del diario di Sarah Scazzi.

Invece, i nuovi spettatori assuefatti dalla cronaca nera del tè delle cinque hanno rivendicato nuovi dettagli scabrosi sulla tragedia della quindicenne lamentandosi della semplice ricostruzione del processo.

Qui casca l’asino. Già perché Franca Leosini entra con fare da gentil signora nel carcere dove è rinchiuso il presunto colpevole protagonista della puntata ripercorrendo i più efferati omicidi della storia del nostro paese. proprio attraverso ciò che viene scritto negli atti processuali.

La giornalista mettendo il detenuto davanti alle affermazioni proclamate in aula cerca con il suo linguaggio forbito e le amatissime battute al vetriolo di sezionare l’anima del presunto assassino pungolandolo su comportamenti, parole e azioni dette o fatte in quella circostanza.

I più arguti avranno notato che il protagonista guarda in camera poche volte. Questo perché l’inquadratura non è quasi mai frontale. Infatti, la Leosini si pone di fronte al suo intervistato fissandolo negli occhi, dissuadendolo da incantare gli spettatori da lacrime finte o proclami di innocenza.

Storie Maledette - Il caso Avetrana
Storie Maledette – Il caso Avetrana

Tutti questi dettagli fanno capire come “Storie Maledette” non sia stato concepito per accalappiare quel pubblico che vive la cronaca nera come mero gossip. Magari facendo zapping tra una partita di calcio e la fiction del momento.

Dovremmo tornare a lasciar giudicare chi lo fa di mestiere. Tornare a guardare la tv al fine di essere informati sui fatti e avere un nostro pensiero che non per forza dobbiamo rendere pubblico.

Rispondendo al quesito con cui abbiamo aperto l’articolo, i #Leosiner fanno meglio a tenersi stretto il loro programma preferito in notturna. Per evitare che finisca con il trasformarsi in un qualunque contenitore di cronaca nera.

Incrociando le dita che a nessuno venga mai la scongiurata idea di privarci di “Un giorno in Pretura”.

Maria Giovanna Tarullo

La Generazione Peggiore è davvero la nostra?

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La chiamano la Generazione Y, quella nata tra gli anni Ottanta e i Duemila. Quella che ha imparato a “parlare digitale”. Quella che oggi viene rimproverata di essere cresciuta in un benessere che gli sta sbriciolando il cervello.

I Millennials della disoccupazione, degli attacchi di panico, della chat di gruppo e della foto social. Di qualunque epoca storica si faccia parte, però, esistono conflitti a cui non si può sfuggire. Nella società del controllo, dove Google ci ricorda il nostro compleanno e Facebook ci insegue con i ricordi migliori della nostra vita, non abbiamo ancora imparato a vincere la paura. Anzi, sembra quasi che questa coperta di Linus 3.0, questa patina di perfezione richiesta, non faccia altro che ingigantire qualunque problematica agli occhi di è cresciuto nella comodità.

Perfetti o imperfetti, tutti prima o poi dobbiamo confrontarci con l’irrazionale. Quel sentimento che scava dentro di noi una fossa di dubbi sul presente e sul futuro, partorendo domande che ci pietrificano. Chi siamo? Qual è il nostro scopo nella vita?

Perché possiamo nasconderlo in un angolo della nostra mente fino a quando ci fa comodo, ma un giorno moriremo tutti. Non c’è benessere che tenga per sfuggire alla nostra caducità: e la generazione Y forse si affida alla generazione X per chiarirsi un po’ le idee, senza capire che in fondo siamo tutti uguali. Esseri umani apparentemente grandi ma inesorabilmente piccoli di fronte alla vastità dei nostri timori. Possiamo scegliere di provare a controllarli e andare a letto con gli ansiolitici, possiamo annegarci dentro e lasciarci sopraffare, oppure possiamo abbandonarci, affrontarli accogliendoli. Abbandonare i giudizi verso noi stessi o l’idea che qualcun’altro possa salvarci. Quando quel qualcuno, probabilmente, sta a sua volta tentando di salvare se stesso.

Tutte queste riflessioni sono il frutto di un’ora passata al Teatro Abarico, guardando La Generazione Peggiore. In scena Carlotta Sfolgori e Domizia D’Amico lavorano in parallelo, senza mai davvero incrociarsi, ma comunque all’unisono. Figura di collante tra le due storie è Carlo Colella, il loro psicologo. Belli i giochi di luci e ombre, ben scelte le musiche. La regia di Riccardo Merlini lascia lo spettatore turbato, quasi sgomento. Alla fine dello spettacolo è impossibile non restare immobili per qualche secondo, come se colpiti da una freccia al cuore, che non si riesce ad estrarre.

Alessia Pizzi

 

generazione y - generazione peggiore

“Hitler contro Picasso e gli altri”: usare l’arte per annullare un popolo

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“Hitler contro Picasso e gli altri” è il nuovo documentario prodotto da Nexo Digital e 3D Produzioni con la partecipazione di Sky Arte HD.

Nell’ambito del progetto della Grande Arte al Cinema, il 13 e il 14 marzo gli spettatori italiani hanno potuto ammirare il documentario “Hitler contro Picasso e gli altri”.

Il regista, Claudio Poli, ha lavorato sul soggetto di Didi Gnocchi e la sceneggiatura di Sabina Fedeli e Arianna Marelli, con musiche di Remo Anzovino.

Con “Hitler contro Picasso e gli altri” si scopre come il nazismo mise le mani sull’arte. Da un lato, tentò di distruggere ogni traccia delle opere che classificava come “degenerate”. Dall’altro, saccheggiò sistematicamente opere d’arte antica e moderna in tutta Europa.

Iniziò tutto a Monaco nel 1937, con la mostra sull’arte che i nazisti chiamavano “degenerata”, con lo scopo di condannarla e deriderla.

Infatti, l’allestimento era pensato in maniera da esporre le opere in modo disordinato, con i quadri appesi storti e senza attenzione nel farli risaltare, proprio per far apparire le opere “brutte”. Sui muri le frasi di commento: “Incompetenti e ciarlatani”, “Un insulto agli eroi tedeschi della Grande Guerra”, “Decadenza sfruttata per scopi letterari e commerciali”.

La mostra sull’arte degenerata fu portata in tour, come esempio, in 12 città tra Austria e Germania e la visitarono circa 2 milioni di persone.

Le opere esposte erano state sequestrate nei Musei tedeschi e in case private e gallerie di collezionisti ebrei. Molti degli autori delle opere esposte erano ebrei. Fin da subito il regime nazista collega il suo rapporto con l’arte moderna e contemporanea al progetto di annullamento del popolo ebraico.

Contemporaneamente, venne allestita anche la mostra “La Grande Esposizione di Arte Germanica” per esaltare la “pura arte ariana”.

I capolavori oggetto di razzia nei musei dei territori occupati, per Hitler dovevano riempire il museo di Linz, per farlo diventare un nuovo Louvre. Per Goering dovevano abbellire Carinhall, la  sua residenza privata.

Come evidenzia il sottotitolo del documentario, l’arte era un’ossessione per i tedeschi. Ma anche qualcosa di più.

L’arte per i nazisti era un’arma, “uno strumento offensivo e difensivo contro il nemico“, come sosteneva Pablo Picasso. Solo che per il genio spagnolo questa frase significava che la pittura non è “fatta per decorare appartamenti“, ma per riconoscersi gli uni e gli altri come esseri umani. Per combattere l’indifferenza. Per i nazisti, invece, quell’arte che chiamavano “degenerata” diventò ben presto una moneta di scambio.

Molti collezionisti ebrei finirono per cedere legalmente le opere a Hitler, Goering o altri nazisti. Ma furono vendite forzate, in realtà. I proprietari cercarono di negoziare la cessione di quadri, sculture e oggetti preziosi con il rilascio dei visti per fuggire dai paesi occupati. L’obiettivo era salvare se stessi e i proprio familiari dallo sterminio. Spesso il sacrificio risultava inutile.

Nel documentario “Hitler contro Picasso e gli altri”, vediamo come, sorprendentemente, artisti ed esperti mettono il proprio talento a servizio del potere nazista. Come Hitler e i nazisti depredano la bellezza dell’Europa. Poiché molti artisti e collezionisti d’arte dell’epoca erano ebrei.

Risulta evidente come si volesse cancellare un’intera cultura anche attraverso l’arte, per annientare anche così il popolo ebraico.

“Hitler contro Picasso e gli altri” ha il grande pregio di mostrare l’Olocausto da un altro punto di vista. Il saccheggio delle opere d’arte e lo sterminio delle famiglie ebraiche sono direttamente connessi. Privare gli ebrei delle opere d’arte che avevano amato era un altro modo per annullarne le esistenze.

Per questo dopo decenni i discendenti ancora combattono per recuperare quelle opere. Le loro testimonianze sono la parte più toccante del documentario. Si mostra come per queste persone riappropriarsi di un quadro o di un oggetto d’arte significhi riconnettersi con le vite dei loro nonni e la propria identità familiare.

Toni Servillo svolge il ruolo di voce narrante, appare anche in molte scene, rivolgendosi alla macchina da presa, sfogliando libri e documenti in una biblioteca. Forse è un espediente scenico un po’ superfluo. La sola voce di Servillo avrebbe reso il racconto più coinvolgente, anche perché nel documentario si alternano molte testimonianze.

L’alternanza di immagini storiche dell’epoca e riprese attuali dei luoghi saccheggiati a testimonianze e interviste ad esperti ed eredi dei collezionisti privati delle loro opere dovrebbe servire a rendere dinamico il documentario. Purtroppo, però, il risultato non è riuscitissimo e il documentario risulta a tratti un po’ noioso.

Ad ogni modo, “Hitler contro Picasso e gli altri” sarà replicato nei cinema il prossimo 17 aprile.

I lettori potranno giudicare da soli quanto il documentario sia avvincente o soltanto interessante. Di certo c’è che getta luce su eventi storici che continuano a far discutere e che rivelano ancora aspetti poco studiati.

Noi ci teniamo solo a ribadire l’ovvio: tra Hitler e Picasso, alla fine, ha vinto e vincerà sempre il secondo. D’altronde è il suo quadro “Guernica” a ricordarci meglio di qualunque altra immagine l’orrore della guerra di Spagna e l’intervento tedesco nella stessa. L’uomo e la donna prima o poi si ribellano all’orrore e ricercano la vita e la bellezza, sempre.

L’importante è restare lucidi come Picasso.

Tre anni dopo l’esecuzione dell’opera di Guernica, nella Parigi occupata dai nazisti, l’ambasciatore tedesco Otto Abetz, in visita allo studio di Pablo Picasso, alla visione di una fotografia di “Guernica” chiese: – “Avete fatto voi questo orrore, maestro?”. Egli rispose: – “No, questa è opera vostra!”. 

Stefania Fiducia

Dalla Mongolia all’Armenia: Ian Manook e le sue leggende erranti

Ian Manook ci racconta la sua scrittura nomade, il suo commissario mongolo dalle mani enormi, Yeruldelgger, e le sue origini armene.

Roma || Ian Manook è il nome di penna del francese Patrick Manoukian, autore della trilogia di Yeruldelgger. Protagonista è l’omonimo commissario di Ulan Bator, la caotica capitale della Mongolia. Nei suoi romanzi, best-sellers in Francia, pubblicati in Italia da Fazi editore, Manook racconta il paese dei nomadi e dell’ex Unione Sovietica con lo stile di un polar (poliziesco noir). L’ultimo, La morte nomade (2016), conclude le vicende del commissario. “Quando firmo questi libri, la dedica è «le anime nomadi non muoiono mai, diventano leggende erranti»”, ci dice, ed è con questo spirito che ha messo la parola fine alla storia del suo Yeruldelgger, “terminare in un modo che non è una fine, ma una fusione del personaggio col suo paese.

Nomadismo turistico e mani massicce

Yeruldelgger viene descritto da Manook solo attraverso le mani, massicce, antiche come la storia, come Gengis Khan. Il commissario vive tra due epoche: il mondo globalizzato e la tradizione sciamanica dei nomadi. Quest’ultima, ci dice lo scrittore, destinata ad esistere solo come “nomadismo turistico”.

Io non sono uno scrittore militante”, ci tiene a precisare, “perché nella parola militante c’è militare e non mi va”. Nemmeno naive però: “cerco di dare le parti del mio processo di comprensione”.  Dopo l’iniziale fascinazione del viaggiatore – in Mongolia ha accompagnato la figlia per cinque settimane- lo sguardo diventa critico. Nei suoi romanzi parla della “truffa dell’inurbamento”, che spinge i nomadi ad ammassarsi con le proprie Yurta ai margini delle città. Molti sono i riferimenti alla pressione geopolitica della Cina e delle grandi compagnie minerarie. Velatamente, confessa, è anche un modo per parlare della Francia senza doversi schierare politicamente.

Ian Manook cerca di evitare i luoghi comuni,  “il mio modo di viaggiare mi protegge da questo tipo di cliché”. Le donne mongole dei suoi romanzi, ad esempio, sono individui forti, descritte con rari dettagli, un po’ come il commissario, eredi del ruolo delle donne nella steppa: “non ci sono personaggi forti se non ci sono personaggi femminili forti.

Lo scrittore marinaio

Ian Manook ha un po’ di quei tratti del nomade che attribuisce al suo personaggio. Ha 69 anni, ma ne dimostra di meno. Sembra un marinaio: lo zuccotto blu sempre in testa, le spalle imponenti e quelle stesse mani del commissario. È la corporatura di chi a vent’anni, 1969, si pagò il viaggio oltreoceano lavorando sulle navi e attraversò in autostop il Brasile. Proprio durante questi suoi viaggi ha incontrato un uomo dal nome Yeruldelgger.

Questa sua dimensione di viaggiatore lo accompagna ancora oggi e finisce nei suoi romanzi: “a vent’anni si scrive su quello che pensi che il mondo possa essere, a 65 no”, l’oggetto diventa il proprio bagaglio di esperienze. E poi, “io scrivo solamente di paesi in cui mi è piaciuto viaggiare.” Lui rifiuta l’etichetta di scrittore etnografico e preferisce “scrittore nomade”. Ha iniziato a pubblicare a 65 anni e forse per questo ha saputo resistere al fascino del personaggio seriale, chiudendo in trilogia le avventure del suo commissario.

I suoi libri sono stati tradotti in più di dieci lingue, ma ancora non in mongolo. Ian Manook racconta di aver ricevuto commenti positivi dai lettori francofoni della Mongolia, ma si rende comunque conto del rischio di appropriazione culturale. “Posso parlare dell’oriente, ma chiaro, non è l’oriente vero. Non è un romanzo mongolo, però ho scritto un romanzo sulla Mongolia… è un libro scritto da un occidentale sull’oriente, però da un occidentale che sa di star scrivendo sull’oriente.

Le origini armene

Penso che tutto il mio modo di scrivere sia legato al fatto che io sono figlio di una diaspora… culturalmente, una delle cose più belle”. Da questo deriverebbe la sua capacità di sapersi immergere in altri paesi, pur mantenendo uno spirito critico.

La diaspora di cui parla Ian Manook è quella delle sue origini armene. Sui racconti di sua nonna, sopravvissuta  al genocidio come schiava di un ricco turco, sta scrivendo una saga familiare ambientata tra il 1915, anno del massacro, e il presente. Dalla storia vera della sua famiglia, ci anticipa, inventerà una tripla genealogia e la spargerà per il mondo. Non è mai stato in Armenia e ha intenzione di andarci solo dopo aver concluso l’opera, per non rovinare “la mia visione interiore dell’Armenia”.

L’atteggiamento della Turchia sul genocidio armeno lo disturba profondamente: “quel negazionismo è ridicolo… la Turchia è riuscita a negarlo fino alla sparizione degli ultimi testimoni viventi.” Un giorno la Turchia potrebbe anche prendersi le sue responsabilità, “però non saranno più persone, saranno cifre e numeri… La forza della Turchia è distruggere le sue minoranze.” Sui curdi è combattuto, “è molto difficile per me. Muoiono oggi quelli che hanno ucciso gli armeni ieri”, furono infatti soprattutto milizie curde a scortarli nel deserto, “ma muoiono come gli armeni.”

Continuare a scrivere

Col suo traduttore, Maurizio Ferrara, il rapporto è privilegiato. “È l’unico che mi chiama per dire «qui non ha senso tradurre così»”, confessa allegramente. Ferrara sta traducendo altri libri di Manook per la Fazi editore, tra cui uno sul viaggiare, Tempo di viaggio, e altri due romanzi gialli di ambientazione brasiliana, tra cui Matto Grosso, già usciti in Francia. Intanto, Manook racconta di aver già firmato per una trilogia poliziesca di ambientazione americana. Tra i progetti dell’autore, è in corso di scrittura anche un giallo di ambientazione islandese. Il protagonista sarà uno scrittore di ritorno in patria, tra le persone che ha sfruttato come personaggi per il suo successo editoriale.

Gabriele Di Donfrancesco

@GabriDDC

Grande entusiasmo per l’edizione 2018 di Nebbiolo nel Cuore

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La quinta edizione di nebbiolo nel cuore 2018  è ormai alle spalle e ancora una volta non ha deluso gli appassionati che sono intervenuti al Radisson Hotel di Roma.

Tra i produttori tornati di nuovo tra i banchi d’assaggio e quelli che si sono affacciati per la prima volta, Riserva Grande ha assicurato anche per questa edizione un ampio campione qualitativo del mondo del nebbiolo. Il celebre vitigno Italiano, protagonista di molte tra le bottiglie più importanti dell’intera produzione del belpaese, ha garantito come sempre l’ampia soddisfazione del pubblico.

Uno schema ormai perfezionato negli anni.

L’ormai collaudata formula prevedeva oltre ai banchi d’assaggio, seminari e approfondimenti che come sempre si sono rivelati di grandissimo interesse. Un marchio distintivo diventato negli anni uno dei punti di forza della manifestazione. Qua e la tra i banchi erano presenti anche rappresentanze di altri autoctoni piemontesi. Ma il protagonista è stato senza dubbio lui, il nebbiolo.

La grande possibilità di esplorare a tutto tondo il suo mondo, dalle langhe piemontesi fino ai territori Lombardi della Valtellina. Una viticultura fatta di cuore e fatica in equilibrio straordinario con la natura. Tra gli approfondimenti proposti questa volta, la degustazione condotta da Marco Cum, che metteva a confronto Barbaresco, Barolo e Roero. Tutti 2010 e provenienti da differenti cru delle Langhe.

Quello di Andrea Petrini invece, proponeva la comparazione “alla cieca” su nebbioli provenienti da diversi territori. Denominatore comune dei due approfondimenti, la relazione del vitigno con il territorio. La sua propensione all’unicità, che si esprime diversamente regalando sempre vini straordinari.

Il nebbiolo raccontato da chi lo produce.

Che sia tra gli splendidi vigneti di Langa o tra le meravigliose terrazze vitate della Valtellina il nebbiolo non delude mai. Tra i banchi di degustazione poi, Nebbiolo nel Cuore ha offerto come sempre la possibilità di confrontarsi con chi di nebbiolo vive. Produttori per cui il vitigno rappresenta il centro della loro attività, se non anche della loro vita.

L’esperienza di poter parlare direttamente con i produttori di vigna, clima, vinificazioni, stagioni e natura, vale più di bere mille bottiglie. Specialmente quando la viticultura non è affare semplice come in Valtellina. Un confronto che loro hannpo saputo regalare in ampia disponibilità e che aiuta ad entrare in intimità con il vino. L’indicazione del percorso per stabilire con esso un rapporto più autentico e personale.

Storia, tradizione e cultura.

Un’occasione per travalicare il bicchiere  e scoprire le radici culturali a cui il vino è legato a doppio filo. Tra i banchi d’assaggio il legame del vino con la storia del belpaese si è appalesato, ad esempio con l’Azienda Anselma Giacomo di Serralunga d’Alba. Condotta da Franco Anselma nipote del fondatore e dalla vulcanica signora Maria,  che l’ha rappresentata raccontando la loro tradizione centenaria.

Di quando la produzione di Barbera, Dolcetto e Barolo, era riservata esclusivamente all’attività di ristorazione di famiglia. Altri grandi interpreti del nebbiolo Tenuta Cucco, Palladino, Gianni Gagliardo e il sempre grande Barolo di Ettore Germano, una garanzia per gli amanti di questa declinazione territoriale del nebbiolo.

Notevoli anche il Barolo  Rocche dell’Annunziata di Aurelio Settimo, con cinque annate proposte  in verticale, quelli di Burzi con il  Capalot in primis e poi il Barolo di Mario Marengo, piccola azienda che trasuda passione per la viticultura d’autore. In ultimo lui, in realtà primo assoluto e icona di tutti i barolisti, Il Monprivato di Giuseppe Mascarello, autorità indiscutibile nel mondo del Nebbiolo che presentava anche l’altro Barolo, dal cru Perno.

Barolo e Barbaresco insieme ai grandi vini della Valtellina.

Anche il Barbaresco ha dato grande prova di se con diverse espressioni, tra cui il Campo Quadro e l’altro Barbaresco di  Punset e gli strepitosi vini di Piero Busso, provenienti da quattro cru diversi. Assaggiando questi ultimi si è avuta proprio la percezione di come all’interno di uno stesso comune, in questo caso Neive, il vitigno riesca a leggere le sfumature pedoclimatiche, restituendo quattro vini di estrema personalità.

Per tutti quelli che solo da poco flirtano con il vino, sarà stata una sorpresa scoprire che la grandezza del Nebbiolo non si esaurisce con  Barolo, Barbaresco e Roero, ma si estende anche in terra lombarda ed oltre. Ne è esempio il Ghemme di Tiziano Mazzoni del Novarese, oltre alla nutrita rappresentanza Valtellinese tra cui l’Azienda Le Strie, i Grumello  di Giorgio Giamatti e il Sassella dell’Azienda Balgera, che tra gli altri presentava la versione 2005, uno dei vini più coinvolgenti dell’intera sala.

Bruno Fulco

Albania Casa Mia torna al teatro Argot Studio

Dopo una tournée che ha toccato l’Italia da nord a sud e dopo aver fatto tappa oltreoceano a New York, dal 16 al 18 marzo torna al Teatro Argot Studio, dove tutto è cominciato, Albania casa mia, l’intenso monologo autobiografico del giovane attore Aleksandros Memetaj.

25 febbraio 1991, Albania. Il regime comunista che per più di 45 anni aveva controllato e limitato la libertà dei cittadini albanesi è ormai collassato. Il malcontento del popolo si esprime con manifestazioni, distruzione dei simboli dittatoriali ed esodi di massa, per primo quello di Brindisi. Migliaia di persone cercano di scappare verso l’Occidente partendo dai porti di Valona e Durazzo con navi, pescherecci e gommoni diretti verso l’Italia. Tra questi c’è anche Alexander Toto, trentenne che giunge a Brindisi a bordo del peschereccio “Miredita” (Buon giorno). In quel peschereccio c’è anche Aleksandros Memetaj, bimbo di 6 mesi. Albania casa mia è la storia di un figlio che crescerà lontano dalla sua terra natia, in Veneto, luogo che non gli darà mai un pieno senso di appartenenza, ma è anche la storia di un padre, dei sacrifici fatti, dei pericoli corsi per evitare di crescere suo figlio nella miseria di uno Stato che non esiste più e quella del suo grande amore nei confronti della propria terra d’origine.

Vincitore Premio Museo Cervi – Teatro per la Memoria 2016 – Vincitore Premio Avanguardie 20 30 – Bologna

NOTE DI REGIA

Albania casa mia è un testo divertente e commovente di un giovane attore e autore di 24 anni. Ho incontrato Aleksandros Memetaj due anni fa alla scuola di recitazione Fondamenta mentre si stava per diplomare. Dopo aver fatto due mesi di lezione sono rimasto affascinato dalle sue potenzialità espressive. Vedendolo lavorare ho intuito subito che Aleksandros aveva una ferita nascosta e che forse proprio quella ferita era la sua benzina per volere diventare attore. Ci siamo rivisti a fine corso in un bar perché mi interessava sapere del suo passato. Dopo aver ascoltato alcuni episodi della sua vita, ho invitato Aleksandros a scrivere un monologo sulla sua storia e in meno di un mese è nato Albania casa mia

Eravamo d’accordo tutti e due di non volere scrivere uno spettacolo di denuncia sociale. Quello che mi aveva colpito del racconto era la difficoltà che aveva avuto nel cercare una propria identità ma anche il viaggio e l’ostinazione del padre per cercare di garantire un futuro a sua moglie e a suo figlio. Questo rapporto tra padre e figlio è molto forte nel testo e rende la storia universale. Abbiamo lavorato fidandoci del testo, cercando di allontanare ogni forma estetica interpretativa fine a se stessa o inutili patetismi senza musica o luci ad effetto. Ho cercato di mettere Aleksandros nella posizione più scomoda possibile; solo, chiuso dentro i suoi confini, quasi in gabbia alla ricerca di un riscatto tramite un racconto che diventa catartico per lui e quindi per noi.  La sua azione fondamentale come attore non è solo quella di raccontare il suo passato ma quella di immaginare dentro di sé il desiderio di fare un salto che dopo un’ora di spettacolo gli consentirà di abbracciare il pubblico. Lo stesso salto che i suoi genitori hanno fatto ventiquattro anni fa dopo aver scavalcato un muro di quattro metri e tenendo in mano un neonato di cinque mesi, minacciati da pistole di alcuni poliziotti.

Albania casa mia è un racconto che può essere un buon antidoto alla depressione e alla crisi che ci viene sbattuta in faccia e con la quale dobbiamo fare i conti ogni giorno. Quel salto dal muro di quei tre essere umani, è un invito a non abbattersi e a non avere paura di ricominciare da capo, anche quando tutto sembra essere perduto”.

Giampiero Rappa

 

RASSEGNA STAMPA PARZIALE

…succede a volte di sedersi e andar via da teatro con la sensazione di aver goduto di un

privilegio: trovarsi di fronte a una preziosa e accurata novità, giunta alla fine di una giornata caotica. […] Rappa si contraddistingue ancora una volta per quel verismo teatrale in cui attore e testo sono presentati in tutta la loro semplice densità, sulla quale si costruisce una drammaturgia nuda incentrata solo sul corpo e la parola. Il testo di esordio di Aleksandros Memetaj è esemplare di una letteratura transculturale della migrazione, costruito attraverso una fine scelta terminologica, scorrevole e avvincente […] La scrittura d’autore è plasmata e incarnata poi dalla fisicità d’attore: energica negli slanci e morbida nelle emozioni, alternando divertimento e riflessione con doviziosa pulizia di toni.

Lucia Medri – TeatroeCritica

 

…ascoltare questa storia, detta con tanta passione, non può non suscitare empatia, domande, riflessioni.

Andrea Porcheddu – Gli StatiGenerali

 

Sarebbe riduttivo chiamarla solo autobiografia. Se i fatti sono certamente quelli tratti dal suo vissuto personale, quel che li rende interessanti è la capacità di una continua tensione dialettica fra il personale e il sociale, fra l’individuale e ciò che riguarda/coinvolge la polis, che fa di questo monologo una sorta di exemplum incastonato in una cornice strombata di più ampio respiro.

Francesca Romana Lino – Fattiditeatro.it

 

Il testo […] è asciutto e privo di fronzoli e ha i suoi punti più alti là dove si sofferma sui caratteri dei personaggi, che rivivono con forza attraverso le espressioni del volto, le voci, il corpo che vibra pur essendo immobile.

Francesca De Sanctis – L’Unità

 

Racchiuso nell’energia vocale e fisica del protagonista, il monologo autobiografico di Aleksandros

Memetaj è un racconto che si nutre di urla e silenzi, di obliata violenza e amara dolcezza; in un susseguirsi di gesti e parole che raffigurano visioni e ricordi, il testo attraversa lo spazio vuoto e il buio del palcoscenico per viaggiare nel tempo e conferire all’esperienza individuale dell’autore un respiro drammatico di valore universale.

Gisella Rotiroti – Che teatro fa Repubblica.it

 

Aleksandros Memetaj, guidato da Giampiero Rappa, è capace di sostenere da solo tutto il peso dello spettacolo: interpreta sé stesso e suo padre evitando patetismi e retorica, facendo a meno di luci e suoni, senza scenografia o video, solo la sua toccante verità. Uno spettacolo che ci dimostra quanto la Storia, quando si ripete, non badi alla geografia; che ci ricorda come certi atteggiamenti da “maggioranza” – gli stessi che generano (il) terrorismo, che costringono a fuggire su un barcone, che annegano nella cupidigia il diritto di tutti all’esistenza – prima o poi vanno corretti con il coraggio del cambiamento, se si vuole evitare il perpetrarsi di tragedie. Alla fine ci si sente proprio come Aleksandros, “in mezzo”: tra la sua storia rinchiusa a teatro e la nostra vita là fuori, dove però non basta essere spettatori.

Adriano Sgobba – PaperStreet.it

 

…senza vittimismi, ma anzi con più di un sorriso, lo spettacolo racconta le storie – vere – dell’attore e di suo padre, narrando le circostanze che hanno portato i due a viaggi in direzioni opposte: verso l’Italia il padre, verso l’Albania il figlio. Storie di persone che – è questo il tema, l’identità – si trovano “in mezzo”: lontane da casa, tenute a distanza dalla comunità che le ospita; persone divise tra due luoghi, due lingue, due modi di sentire. Un aspetto rappresentato in modo egregio anche visivamente dall’allestimento scenico che, pur semplicissimo, ci ricorda costantemente questo stato duale, quest’eterna incompiutezza, questo stare in mezzo…

Pietro Dattola – Saltinaria.it

 

Questo lavoro è un piccolo gioiello di teatro di narrazione […] E’ il debutto di un giovane promettente, che sceglie consapevolmente di mettersi in gioco offrendo la propria verità perché sia materia viva sulla scena. E perché il proprio passato prossimo sia, oggi più che mai, utile stimolo per riflettere su quanta umanità, quante speranze, passioni, desideri e legittime aspirazioni siano racchiuse nelle stive di tutti quei pescherecci che da sempre traghettano anime migranti.

Donatella Codonesu – Teatroteatro.it

 

Ufficio Stampa – Argot Studio
Carlo D’Acquisto 
ufficiostampa@teatroargotstudio.com

 

  Teatro Argot Studio

Via Natale Del Grande, 27 | 00153 Roma

tel. 06/5898111

Orario spettacoli:

dal venerdì e sabato ore 20.30
domenica ore 17.30

 

Prezzo biglietti:
intero 12 euro

ridotto 10 euro

studenti 8 euro

tessera associativa 5 euro

 

Info e prenotazioni:

www.teatroargotstudio.com
info@teatroargotstudio.com

Spettacoli a Roma? È iniziato il DOIT Festival!

La prima settimana del DOIT Festival – Drammaturgie Oltre Il Teatro alza il sipario sul teatro di narrazione e di impegno civile, drammaturgie originali e anteprime nazionali, che affrontano temi esistenziali e sociali della quotidianità e della nostra Storia.

Una nuova sfida all’interno del panorama teatrale romano a partire da giovedì 15 marzo presso l’Ar.Ma Teatro di Roma che proseguirà fino al 15 aprile 2018 con undici compagnie indipendenti provenienti da tutta Italia.

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AR.MATEATRO Via Ruggero di Lauria, 22 – Roma

Biglietti: 12 euro intero; 10 euro ridotto; 8 euro studenti

Abbonamenti a partire da 32 euro

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Autoprodotto dall’Associazione culturale ChiPiùNeArt, senza finanziamenti, il festival, in stretta connessione con il concorso di drammaturgia contemporanea LARTIGOGOLO, è ideato e curato da Angela Telesca e Cecilia Bernabei per promuovere nuovi drammaturghi e compagnie indipendenti provenienti da tutta Italia, intercettare proposte creative di qualità nelle realtà “periferiche” che trovano sempre meno luoghi di accoglienza e valorizzare la simbiosi tra messinscena e scrittura per il teatro.

In programma una proposta, non solo teatrale, ma più ampiamente culturale e letteraria con otto spettacoli in concorso, tre eventi fuori concorso, incontri con le compagnie aperti al pubblico e alla critica e presentazioni editoriali dei testi vincitori dell’ARTIGOGOLO 2017 e del DOIT Festival 2017, editi dalla ChiPiùNeArt Edizioni, all’interno della collana teatrale Le Nebulose.

Ogni sera al pubblico sarà proposta un’occasione di confronto con la critica e le compagnie durante i dibattiti dopo lo spettacolo e ciascuno spettatore potrà esprimere un giudizio insieme alla giuria di esperti. Particolare riguardo è assegnato ai giovani spettatori ai quali sono riservati abbonamenti ridotti e la possibilità di entrare a far parte della Giuria Giovane, che decreterà un premio speciale assegnato ad uno degli spettacoli in concorso.

Giovedì 15 e venerdì 16 marzo ore 20:45

QUESTA È CASA MIA

scritto, diretto e interpretato da Alessandro Blasioli

supervisione artistica Giancarlo Fares

luci Viviana Simone
scenografia Alessandro Blasioli e Andrea Frau

Uno spettacolo di Alessadro Blasioli |ABRUZZO

Miglior Interprete Maschile (premio NUOVOImaie) – Festival Dominio Pubblico, Roma – 2017

II Classificato – Festival Teatro in Corto, F. d’Arda (PC) – 2016

Miglior Corto teatrale – Festival Inventaria, Roma – 2016

Menzione di merito – Premio F. Angrisano, Sant’Anastasia (NA) – 2015

Miglior Testo, Miglior Corto e Miglior Attore – II ed. Gran Premio 2.0, Roma – 2015

Questa non è casa mia è il racconto della sventurata storia vissuta da una famiglia aquilana, i Solfanelli, in seguito al terremoto che ha sconvolto l’Abruzzo il 6 Aprile 2009; è la storia di un’amicizia, quella tra Paolo, aquilano e figlio unico dei Solfanelli, e il suo inseparabile compagno Marco, travolta anch’essa dalla potenza della natura e dall’iniquità dell’uomo.

Il monologo, di carattere civile, è la naturale evoluzione del corto teatrale “A Vostra completa disposizione!”, vincitore di diversi premi e riconoscimenti; mediante la tecnica del Teatro di Narrazione e l’utilizzo di una scenografia scarna, sono raccontati i momenti successivi al sisma e le scelte dello Stato per farvi fronte attraverso gli occhi del giovane Paolo: gli hotel della costa, le tendopoli ed il progetto C.A.S.E., il Movimento delle Carriole, le New Town.

Un punto di vista nuovo che avvicina il pubblico alla realtà aquilana, evidente vittima dell’inefficienza della macchina statale prima ancora che della Natura, in uno dei Paesi Europei a più alto rischio sismico.

“Dopo L’Aquila, Onna, Paganica, dopo Amatrice, Accumoli, Arquata, dopo la scuola di San Giuliano di Puglia, dopo il terremoto dell’Emilia, dell’Irpinia, del Friuli, cos’altro ancora dobbiamo aspettare, prima di reagire?”

 

EVENTO OSPITE in collaborazione con il TRAM | Teatro Ricerca Arte e Musica di Napoli (Rete di promozione Teatri DOIT Festival)

Sabato 17 ore 20.45 e domenica 18 marzo ore 17.30

REGINE SORELLE

drammaturgia e regia Mirko Di Martino

con Titti Nuzzolese

costumi Annalisa Ciaramella

assistente alla regia Claudia Moretti

Produzione Teatro dell’Osso | CAMPANIA

Maria Antonietta e Maria Carolina d’Asburgo: le figlie di Maria Teresa d’Austria, le due mogli del re di Francia Luigi XVI e del re di Napoli Ferdinando di Borbone. Due regine, due mogli, due figlie. Ma forse, soprattutto, due sorelle. Da piccole, Antonietta e Carolina erano fortemente legate l’una all’altra, ma vennero ben presto divise dal corso della storia e dalle necessità della politica. Il loro destino regale le attendeva giovanissime. Vissero da protagoniste inconsapevoli durante uno dei periodi più cruenti e importanti della storia, ma subirono la violenza della Rivoluzione Francese e la forza di Napoleone Bonaparte: Maria Antonietta venne ghigliottinata in piazza, a Parigi, al cospetto di una folla che l’aveva prima amata e poi odiata; Maria Carolina morì vecchia e sola lontana da Napoli, la città che aveva imparato ad amare.

Lo spettacolo è un monologo di teatro brillante che racconta le vite parallele di Maria Antonietta e Maria Carolina d’Asburgo utilizzando una chiave pop, moderna e colorata, divertente e giocosa, con un pizzico di nostalgia per un mondo irrimediabilmente scomparso. Le due donne furono regine, mogli, figlie, ma forse, soprattutto, sorelle. Lo spettacolo racconta queste due figure di donne eccezionali che scoprirono troppo tardi il vero significato del loro ruolo di regine. Intorno a loro si muove una folla numerosissima di personaggi pittoreschi e intriganti, famosi e sconosciuti. Ognuno, a suo modo, con le sue caratteristiche e la sua lingua, racconta un pezzo di storia di Napoli, di Parigi, d’Europa.

Martedì 20 e mercoledì 21 marzo ore 20.45

STAND BY ME. NOTTI D’AGOSTO

drammaturgia | regia Flavia Martino

con Gabriele Namio e Alessandra Barbonetti

Produzione Associazione Culturale Pensagramma | LAZIO

Stand by me. Notti d’agosto è una storia piuttosto semplice: due giovani, Luca e Alice, che si ritrovano in una situazione estrema e danno libero sfogo ai loro pensieri e alle loro peggiori inclinazioni.

Luca e Alice si conoscono da sempre: sono andati a scuola insieme e anche adesso condividono lo stesso gruppo di amici, il loro tempo libero, i loro pomeriggi fuori dagli impegni di lavoro e di studio, anche nelle calde notti d’agosto, quando la città apparentemente è vuota. Poi accade l’inaspettato e i due, per mettersi in salvo, sono costretti a nascondersi in una cantina e attendere che il peggio passi. Ma non sempre il peggio è quello che pensiamo.

Il racconto esula dal discorso uomo/donna: i personaggi potrebbero essere anche dello stesso sesso. La guerra, quella che conosciamo, non nasce solo per il desiderio di dominare. La guerra che vediamo intorno a noi spesso nasce dalla perdita di umanità, unico e vero centro dell’uomo. Quando smettiamo di essere umani, di ascoltare e curare le nostre crepe, come dice Luca, smettiamo anche di guardare gli altri, di ascoltarli, di vederli. Cominciamo a vivere in un mondo popolato di ombre e tutto diventa più difficile e doloroso. Perché tutti possono sembrare nostri nemici.


 

Trovate qui TUTTO IL PROGRAMMA.

 

Ar.MaTeatro | Via Ruggero di Lauria, 22 – Roma (Metro A Cipro)

Per info e prenotazioni: 06 3974 4093

Email: info@capsaservice.it

 

Direzione artistica DOIT Festival

Angela Telesca – angela.telesca@chipiuneart.it

Cecilia Bernabei – cecilia.bernabei@chipiuneart.it

 

Direzione organizzativa DOIT Festival

Simona Lacapruccia simona.lacapruccia@chipiuneart.it

 

Ufficio stampa ChiPiùNeArt

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Mediapartner

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“Parenti serpenti”. Sul palco dell’Eliseo si riscrivono i legami familiari

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Lello Arena e Giorgia Trasselli sono Saverio e Trieste in Parenti serpenti, spettacolo teatrale di Luciano Melchiorra che andrà in scena al teatro Eliseo fino a domenica 18 marzo.

Parenti serpenti, la storia ideata da Carmine Amoroso, vede per la prima volta la luce nel 1992 sotto forma di pellicola cinematografica firmata da Mario Monicelli. Oggi prende nuovamente vita, ma come spettacolo teatrale. Il regista questa volta è Luciano Melchiorra. Il ruolo che fu di Paolo Panelli è ora interpretato da Lello Arena. Non è la prima volta che cinema e teatro si “prestano” delle storie. D’altra parte, in famiglia si condivide e teatro e cinema sono parenti (che siano serpenti o meno, non è questo il luogo per discuterne).

Nonostante ci siano delle piccole modifiche strutturali (scompaiono i figli e il marito di Milena), di luogo e di tempo (non siamo più a Sulmona, ma nel Sud Italia e non mancano sul palco gli smartphone e i selfie), la vicenda è la stessa. In occasione delle feste natalizie, la casa di Saverio, ex carabiniere in pensione, ormai affetto da demenza senile, e di sua moglie Trieste è pronta ad accogliere i loro quattro figli. C’è Lina, con il marito Michele, Alessandro con sua moglie Gina, la vedova Milena e lo scapolo Alfredo. L’atmosfera natalizia è quella che tutti noi conosciamo e a cui siamo abituati. C’è un clima di festa. Ci sono dei piccoli rituali familiari da compiere (addobbare l’albero, la cena della vigilia con le stesse portate, la messa di mezzanotte, ecc.). Ci sono i ricordi dell’infanzia. E ci sono, ovviamente, le piccole/grandi tensioni tra fratelli e sorelle, tra mariti e mogli che si cerca di nascondere e di tenere a bada in nome di una festività tutta dedicata all’amore.

E poi la proposta destinata a mettere in crisi tutto.

Saverio e Trieste chiedono ai loro figli di essere accuditi e di poter andare a stare a casa di uno di loro fino alla fine dei loro giorni. E così inizia tra i figli una concitata discussione su chi dovrà occuparsi dei genitori. Una discussione che porterà alla luce i loro segreti personali, rancori e, soprattutto, a una risoluzione inaspettata… e pericolosa. Una risoluzione da serpenti.

Parenti serpenti

Lo spettacolo è grottesco. Si ride e pure tanto. Ma è una risata che dopo un po’ lascia spazio a una leggera inquietudine e alla tristezza. La storia stessa parte da toni gioiosi per poi andare a finire nel dramma. Ma anche nelle fasi iniziali, nel battibecco dei due anziani coniugi c’è qualcosa che turba lo spettatore. Ed è la percezione delle fragilità che si nascondono dietro la maschera comica.

Forte è il contrasto tra l’intimità della persona e ciò che mostra all’esterno.

Un contrasto che viene sottolineato anche dalla scelta registica di far entrare il pubblico con il sipario aperto e di far muovere gli attori anche in platea. Ciò che i figli mostrano al mondo (al pubblico) e anche nella famiglia è ciò che sentono di dover mostrare. è uno show. Ce lo prova il loro ingresso in scena. Al centro della platea, illuminati da un occhio di bue, esibiscono il loro sorriso migliore e salutano il pubblico. Quello che comunicano è la voglia di serenità e di leggerezza, nonostante l’inquietudine e l’insoddisfazione provate. Sembrano animati dalla voglia di stare con i parenti. E, in parte, è sicuramente così.

Tutto viene a crollare nel momento in cui Saverio e Trieste chiedono di essere accuditi. Perché in quel preciso momento, essi stanno abbandonando il ruolo genitoriale e l’aura protettiva e sicura che essi incarnano. Stanno diventando due esseri umani anziani bisognosi di attenzioni e di cure. Ed è una richiesta che non può essere ignorata dai figli in virtù di quel legame che gli stessi genitori stanno capovolgendo.

Parenti serpenti

Il rapporto tra genitori e figli con tutte le sue contraddizioni è quanto mai vicino a ciò che ognuno di noi prova quotidianamente.

Il padre e la madre sono le figure educative, i modelli che prendiamo come esempio. Ma sono anche esseri umani che, con i loro pregi e difetti, formano e aiutano a determinare il carattere dei figli, i loro successi e i loro insuccessi. E questo può generare dei sentimenti molto complessi. Quando poi i genitori si mostrano particolarmente bisognosi e cercano di invertire i ruoli, la situazione può anche degenerare.

Oltre a un tema tanto comune, Parenti serpenti, gode anche di un cast preciso, divertente e molto bravo. Le due ore di spettacolo scivolano via velocemente e in maniera molto piacevole. Le interpretazioni di Lello Arena e di Giorgia Trasselli sono veramente notevoli.

Il teatro che fa ridere, piangere e riflettere. Tutto questo è in Parenti serpenti. Quindi, non perdete l’occasione di vederlo.

Federica Crisci

Pino Daniele rivive nel live dei Quanno Good Good

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I Quanno Good Good si sono esibiti il 5 marzo nell’ambito della rassegna “Vitala Festival” che ogni anno si tiene al Teatro San Genesio.

Pino Daniele canzoni

I Quanno Good Good sono una storica tribute band di Pino Daniele. Riunitisi straordinariamente dopo 12 anni (sono stati attivi senza pause fino al 2003), hanno deciso di suonare ancora dopo l’improvvisa morte del cantautore.

I Quanno Good Good hanno proposto, nel loro live del 5 marzo al Teatro San Genesio di Roma, ventiquattro brani fra i più belli del cantautore napoletano scomparso nel 2015.

La band, formata da Olimpio Marinio (voce); Franco Di Giovanni (chitarre); Stefano Ferri (piano e tastiere); Giuseppe Mangiarancina (basso); e Paolo Fabbrocino (batteria), ha deliziato il pubblico accorso al Teatro San Genesio dando nuova vita alle canzoni di Pino Daniele. Considerata una delle più credibili cover band del cantautore, ha riscosso apprezzamenti sia dalla critica che dalla cerchia di musicisti vicini allo stesso Pino Daniele.

Nati grazie all’entusiasmo di Stefano Ferri e Olimpio Marino, nel 2017 hanno festeggiato ben 20 anni di concerti.

https://www.youtube.com/watch?v=_Xo9rJGObug

L’ammirevole scelta di brani, alcuni poco noti anche ai più fedeli dei fan, ha reso il concerto del 5 marzo piacevolissimo. La partenza intimista con Terra mia, eseguita solo con voce e chitarra, ha dato il via a una serie di brani eseguiti con maestria e soprattutto amore verso l’operato di Pino Daniele.

I Quanno Good Good hanno fatto rivivere sul palco canzoni bellissime come Basta ‘na jurnata ‘e sole, Anna verràNapul’è, Carte e Cartuscelle, Je so’ pazzo, Viento ‘e terra… E fra le meno note ma altrettanto belle Sambaccussì e Baccalà.

Va aggiunta una sorprendente somiglianza fra la voce di Olimpio Marino, front man e cantante della band, e quella del cantautore partenopeo, a rendere ancora più emozionante l’ascolto dei Quanno Good Good.

Il loro sound e la loro esecuzione sono ben studiati, ben calibrati per riproporre a pieno le sonorità a cui Pino Daniele ha dato vita nella creazione dei suoi album.

E chi ha il sangue napoletano nelle vene lo sa.

Solo chi soffre di “Napolitudine” riesce ad emozionarsi con le canzoni di Pino Daniele come quando riesce ad “emozionarsi ancora davanti al mare“.

La “Napolitudine” è un po’ come la saudade. Un sentimento nostalgico che avvolge il cuore e l’anima. Colpisce soprattutto chi ha Napoli nel cuore. E si presenta soprattutto quando nelle orecchie si hanno la musica e le parole di Pino Daniele. Per evitare di restarne schiacciato si consiglia almeno una visita nel ventre di Partenope.

L’esecuzione dei brani di Pino Daniele da parte dei Quanno Good Good è riuscita a trasmettere questo sentimento, questa nostalgia buona.

https://www.youtube.com/watch?v=qWVdAz85AHM

Pino Daniele manca a tutti. Manca a chi lo ha conosciuto, a chi non lo ha conosciuto, a chi ama le sue canzoni e ha avuto la fortuna di poterlo ascoltare in concerto, ma manca anche a chi questa immensa fortuna non l’ha avuta. E i Quanno Good Good sono un palliativo per chi non smetterà mai di dolersi per non aver trovato il tempo o quelle due lire da parte per poter godere di quell’immenso talento che era.

Questo bel concerto si è svolto al Teatro San Genesio di Roma, nell’ambito della rassegna Vitala Festival. Questo Festival filantropico delle arti visive e della musica, giunto quest’anno alla sesta edizione, si svolge ogni anno negli ambienti di via Podgora 1, da settembre a giugno. Una kermesse finanziata esclusivamente con la vendita dei biglietti degli spettacoli. Un ambiente caldo e accogliente che merita più di una visita.

Allora occhi puntati al cartellone degli eventi del Teatro San Genesio tutte le info sul loro sito!

http://www.teatrosangenesio.it/concerti.html

Francesca Blasi

 

Dovremmo essere tutte un po’ come Lara Croft

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In maniera accattivante la nuova Lara Croft si impone sulle scene cinematografiche.

La nuova versione di Lara Croft, ovviamente, non fa dimenticare la sempreverde Angelina Jolie. Tuttavia porta ad apprezzare il nuovo volto di Alicia Vikander. La pellicola promette di diventare campione di incassi. Dopo aver visto in anteprima l’action movie, siam quasi certi riuscirà ad abbracciare un ampio pubblico.

Le motivazioni sono presto date.  Complice la curiosità di conoscere le nuove vesti di Lara Croft e la nostalgia per il video games degli albori, le generazioni cresciute negli anni ’90 si ritroveranno al cinema speranzosi di ritrovare il maggiordomo e riconoscere l’iconica corsa di Tomb Raider. I Millenials invece scopriranno una nuova donna-avventura, protagonista di una probabile saga. Scrivo probabile saga poiché la conclusione lascia poco spazio alla fantasia. La nuova consapevolezza e l’approccio con le armi da fuoco si paventano come una nuova chiave di lettura. Durante questo primo capitolo, infatti, saranno le armi bianche ad essere le protagoniste. Punto di “discrimen” con la storicità del personaggio.

La novella Lara Croft ci fa conoscere il suo lato più intimo.

Grazie ad alcuni flash back è possibile ricostruire il rapporto della nostra eroina con il padre, la figura misteriosa di Ana Miller (dirigente della Croft Holdings) e le sue presunte relazioni sociali; componenti essenziali che porteranno a delineare il nuovo ego di Lara.

Sul grande schermo vediamo la sua evoluzione. Da ragazzina fragile e alla ricerca di sé stessa a donna cosciente del suo valore e della sua forza, intellettiva e fisica.

Erano alte le aspettative ed inevitabile il confronto. Ma il momento storico risulta propizio per una rivisitazione di questo forte personaggio femminile.

La caparbietà e l’acutezza dell’indomita Lara Croft per incoraggiare anche quelle donne prive di tali virtù.

Di una cosa si è certi appena usciti dalla sala post proiezione: la necessità di seguire un corso di autodifesa. Perché diciamocelo qualora ci trovassimo impelagati nelle remote foreste giapponesi non è detto che riusciremmo a mettere il naso fuori dall’imbarcazione, figurarsi riuscire a tenere l’equilibrio su un relitto aereo in pendenza su una cascata e guidare una rivolta.

 

Alessia Aleo 

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Warner Bros. Pictures e Metro Goldwyn Mayer Pictures

Un film di Roar Uthaug

Con  Alicia Vikander, Dominic West, Walton Goggins, Daniel Wu, Kristin Scott Thomas

Costumi di Colleen Atwood, Timothy A. Wonsik Musiche di Tom Holkenborg

Montaggio di Stuart Baird, ACE

Scenografi di Gary Freeman

Direttore della fotografia George Richmond, BSC

Produttori esecutivi Patrick Mccormick, Denis O’sullivan, Noah Hughes Prodotto da Graham King, p.g.a.

Scritto da Geneva Robertson-Dworet E Alastair Siddons

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Maria Maddalena ti presento Gesù, il film dietro l’incontro

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Lo dico? Va bene, lo dico subito. Badate bene, Maria Maddalena è una storia d’amore.

Ora, non correte a stracciarvi le vesti, non lo dico in senso letterale. Non è questo un film nato per far polemica, o sperare nella controversia. Maria di Magdala dopotutto non è la moglie di Gesù, come tanto piacerebbe a Dan Brown. E storicamente non è nemmeno una prostituta, come la Chiesa stessa per secoli ha provato a propinarci, smentendosi poi da soli poco tempo fa come proprio i titoli di coda del film sottolineano.

Gesù e Maria di Magdala non si amano come immaginate voi maliziosi, e neppure in modo platonico. Ma si amano, forse più di quanto capiamo. Dopotutto questo Maria Maddalena è proprio la storia di due persone che si trovano. Una donna che incontra qualcuno che la vede e rispetta per ciò che veramente è, e non la tratta alla stregua di un oggetto. E un uomo – ancora prima che Figlio di Dio – che incontra una lei che lo capisce e non lo sfrutta per i suoi “poteri divini” e gli fa addirittura le domande giuste.

Quel semplice “nessuno mi ha mai chiesto come mi sento” pronunciato da Gesù è forse il momento più simbolico dell’intero film.

Una pellicola eterea, rarefatta, silenziosa, calma e riflessiva che indaga nel profondo di due figure misteriose, per motivi diversissimi. Aiuta tanto che al centro ci siano due attori che fanno della singolarità e del silenzio le caratteristiche principali anche nella vita. Rooney Mara come sempre fa tanto con pochissimo, e Joaquin Phoenix mette una profondità accecante in qualsiasi gesto o espressione.

Duole dirlo, e quasi dispiace, che in un film chiamato Maria Maddalena l’anello debole sia proprio il personaggio del titolo. L’importanza del suo ruolo è lampante, ma il suo travaglio interiore è poco approfondito, rimane spesso sullo sfondo, ed a tratti il film quasi diventa una classica greatest hits dei gesti vangelici di Gesù, visti però dal prospettiva di un altro personaggio. Questo è esaltato dalla scrittura del personaggio Gesù, la cosa migliore del film: è un essere umano timido e pacato travolto dal peso della proprio missione e dimensione divina, incastrato tra le aspettative socio-politiche, molto più che religiose, dei suoi stessi seguaci, e la ferocia di un popolo egoista. Anche per la dolcezza e tristezza che il volto di Phoenix trasmette, e quel senso di smarrimento terreno perfettamente empatico, questo Gesù avrebbe meritato un film tutto suo, anche se sarebbe stato l’ennesimo sul tema.

Questo Maria Maddalena è un film suggestivo e intenso nella sua calma, anche se un pizzico meno profondo di quanto poteva essere. Un film che piacerà ai credenti, perché rispetta la presenza divina e anzi solidarizza col peso di Gesù. E una storia che apprezzeranno anche i non credenti, poiché evita retorica e predica andando dritto ai dolori umani terreni.

Gesù, Pietro, Giuda, Maria di Magdala: personaggi biblici ma prima di tutto uomini persi, smarriti in un mondo che non capiscono. Come accade a noi in ogni epoca, in ogni latitudine, credendo o non credendo a qualcosa. Forse, appunto, il segreto è trovare semplicemente qualcuno che ci ascolti e comprenda.

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Emanuele D’Aniello