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Gli Arctic Monkeys hanno annunciato il loro sesto album!

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Il titolo del loro nuovo album è Tranquility Base Hotel & Casino e sarà disponibile dal prossimo 11 maggio.

Gli Arctic Monkeys, la band britannica che ha rivoluzionato il rock degli anni 2000, sono tornati e l’entusiasmo per il nuovo album è altissimo. Il seguito del capolavoro “AM” si intitolerà “Tranquility Base Hotel & Casino” ed è stato annunciato proprio oggi tramite il sito ufficiale della band e sui canali social. L’uscita è stata fissata per l’11 maggio ed è già disponibile il pre-order delle edizioni in vinile e cd.

La track list comprenderà 11 canzoni:

1. Star Treatment
2. One Point Perspective
3. American Sports
4. Tranquility Base Hotel & Casino
5. Golden Trunks
6. Four Out Of Five
7. The World’s First Ever Monster Truck Front Flip
8. Science Fiction
9. She Looks Like Fun
10. Batphone
11. The Ultracheese

L’annuncio del nuovo album è arrivato a poche settimane dai sold out per le date del tour che vedranno esibirsi gli Arctic Monkeys in ben tre occasioni in Italia. L’inizio della tournée sarà infatti a Las Vegas il 5 maggio e, dopo due date a Berlino, il gruppo di Alex Turner farà capo a Roma per un bis di concerti imperdibile. Gli eventi del 26 e del 27 maggio, ospitati dall’Auditorium Parco della Musica, sono andati sold out in pochi minuti così come l’unica data milanese del 4 giugno.

Arctic Monkeys
Anteprima del box set con vinile argentato.

 

Rimaniamo quindi in attesa dell’uscita di Tranquility Base Hotel & Casino”, sperando che gli Arctic Monkeys ci regalino un’altra perla inestimabile della musica rock.

Gianclaudio Celia

@Gian_Celia

Dai maestri brasiliani, ai giovani designer più innovativi: questo è Be Brasil

Be Brasil: Sapete che le donne sono i principali protagonisti del design brasiliano?  Sapete che i filtri per il caffè riciclati sono un materiale utilizzato per produrre lampade in Brasile? 

C’è molto altro da scoprire sul design brasiliano, e il modo migliore per farlo è visitare il Be Brasil Pavilion di spazio EDIT durante la settimana del design 2018.

Milano, 30 marzo 2018 – Creativo, innovativo, sostenibile e con un tocco molto femminile, queste sono le caratteristiche principali del design brasiliano, in scena allo Spazio EDIT, via Maroncelli 14, dal 17 al 22 aprile.

Nel Be Brazil Pavilion più di 60 designer e aziende brasiliane, ciascuno scelto dall’Agenzia brasiliana per il commercio e l’investimento Apex-Brasil, in collaborazione con il Consolato Generale del Brasile a Milano, metteranno in mostra tutti i diversi aspetti del design brasiliano e mostreranno un percorso di conoscenza di un Paese sostenibile, creativo, competitivo e innovativo, sospeso tra l’evoluzione, lo sviluppo economico e la tradizione.

Un design innovativo

I designer brasiliani sono stati in prima linea nel superare le barriere del mondo del design per decenni, dai capolavori modernisti di Oscar Niemeyer fino ai premiati concetti innovativi di designer moderni come Gustavo Martini, uno dei giovani designer che continuano a raccontare la storia del forte interesse del Brasile per l’innovazione nel design.

Oggi i designer brasiliani stanno sperimentando una gamma completa di risorse, traslandole in una nuova espressione di design attraverso l’impiego di una vasta gamma di materiali e metodi di produzione nuovi e innovativi.

Sebbene possa sembrare eclettico, il risultato è lontano dall’essere una collezione di pezzi disarticolati. I pezzi, invece, fluiscono dolcemente dai materiali più semplici alle costruzioni innovative e viceversa, passando da linee eleganti a forme e tonalità deliberatamente provocatorie. I più celebri mobili di design del Brasile offrono una dialettica di design, in una conversazione in corso che pone domande e riflessioni sul design, sull’identità e sulla cultura.

Innovazione significa inoltre approccio interattivo al design. Traendo ispirazione dalle ricche tradizioni del Paese, molti dei progetti presentati alla Milano Design Week quest’anno stimolano gli osservatori a riflettere attivamente sui pezzi presentati, incoraggiandoli a intraprendere un viaggio che li porta a divenire da semplici spettatori dei pezzi a partecipanti assieme i pezzi.

maestri-brasiliani-giovani-designer-Be-BrasilSostenibilità: una grande attenzione per l’ambiente

In linea con la cultura innovativa e dei giorni nostri, il Brasiliano medio è estremamente in sintonia con la questione ambientale e un Brasiliano su due pagherebbe di più per acquistare un prodotto etico e sostenibile certificato. Questa consapevolezza guida il livello record del Brasile in tema di sostenibilità aziendale e sviluppo economico sostenibile.

L’esigenza di una produzione sostenibile si riflette inoltre anche nel settore del design, con molti designer contemporanei che producono prodotti altamente sostenibili.

Materiali sostenibili e naturali come bambù, corda di cotone, tappi di bottiglie riciclati, vernice naturale e filtri per caffè, sono solo alcuni degli esemplari che i designer brasiliani utilizzano per i loro prodotti. Questa varietà di materie prime sostenibili sottolinea la grande scelta intrapresa dai designer brasiliani.

L’uso delle risorse naturali resta importante per molti designer brasiliani, con 214 aziende nel Paese che investono per diventare titolari della certificazione FSC (Forest Stewardship Council). In quanto tali, garantiscono che i loro prodotti utilizzino solo materiali di provenienza responsabile, e i produttori possono dimostrare il loro impegno nei confronti delle tutele ambientali. Questo impegno spinge i designer a consumare consapevolmente, ciò funge da  iniziativa educativa per i consumatori.

Le Donne, vere protagoniste del mondo del design brasiliano

Una delle più famose icone moderniste Brasiliane è Lina Bo Bardi, un architetto modernista italo-brasiliana, nota per aver progettato il Museo d’Arte di San Paolo (MASP). Si fece una grande reputazione in Italia, ma a causa della Guerra Mondiale fu costretta a trasferirsi in Brasile.               In Brasile, Lina trova un nuovo potere per le sue idee sviluppando un’immensa ammirazione per la cultura popolare, che è una delle principali influenze del suo lavoro.

Con un così grande predecessore, il design in Brasile è sempre stato un grande motore economico con le donne che sono sempre state importanti in questo settore.

Un quadro significativo delle donne nel mondo del design emerge da un sondaggio recentemente pubblicato su Dezeen, un sito web specializzato in architettura e design. Questa analisi sottolinea che tra i 100 più grandi uffici di architettura del mondo, solo tre sono gestiti da donne e solo due hanno un team manager che è di sesso femminile.

Guardando all’industria del design brasiliana, la situazione è più equilibrata rispetto ai dati mostrati dal sondaggio di Dezeen. Il programma Design Export sviluppato da Apex dal 2013 che coinvolge più di 300 aziende indica che vi è un 33% di donne a capo delle compagnie che partecipano al programma  donne è in vantaggio rispetto alle aziende che partecipano al programma (10 volte di più rispetto al sondaggio di Deezeen) e il 29% delle donne a capo di uffici di design partner di queste aziende (rispetto al quasi 3% mostrato da Deezen).

Una panoramica finale – Be Brasil

La mostra metterà in vetrina il lato innovativo, sostenibile e diversificato del design Brasiliano, offrendo allo spettatore una panoramica del design a partire dagli anni ’40, con oggetti modernisti, fino al design contemporaneo e sperimentale dei nostri tempi.

La sala centrale dello Spazio Edit ospiterà la mostra “From Contemporary to Today”, che è composta da diversi show interessanti, tra cui:

“O Sentar do Brasileiro” (“Il modo di sedersi Brasiliano”)

– “Mesa Brasileira” (“Il tavolo Brasiliano”)

– “Luminárias” (“Lampade contemporanee”)

– “Nossa Casa” (“La nostra casa”)

La storia del design Brasiliano verrà raccontata attraverso la mostra “Modern Brazilian Masters”, a cura di Lissa Carmona (ETEL) che propone pezzi iconici progettati.

L’ultima sezione del padiglione è organizzata dall’Ambasciata brasiliana a Roma, dall’Istituto Sergio Rodrigues e da Lin Brasil che ospitano “Sergio Rodrigues and Italy”.

 

Informazioni su Apex-Brasil

L’agenzia brasiliana per il commercio e gli investimenti (Apex-Brasil) lavora per promuovere prodotti e servizi brasiliani all’ester, e per attirare investimenti stranieri in settori strategici dell’economia Brasiliana.

Apex-Brasil organizza diverse iniziative volte a promuovere le esportazioni brasiliane all’estero. Gli sforzi dell’Agenzia comprendono le missioni commerciali e prospettiche, i giri d’affari, il sostegno alla partecipazione di aziende brasiliane nelle principali fiere internazionali, l’organizzazione di visite tecniche di acquirenti e opinion maker stranieri per conoscere la struttura produttiva Brasiliana e altre attività selezionate destinate a rafforzare il marchio del paese all’estero.

Apex-Brasil svolge anche un ruolo di primo piano nell’attirare investimenti diretti esteri (IED) in Brasile, lavorando per identificare opportunità commerciali, promuovere eventi strategici e prestare supporto agli investitori stranieri disposti ad allocare risorse in Brasile.

 

Makai ci fa spazio nella sua comfort zone

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Abbiamo ascoltato in anteprima esclusiva The Comfort Zone, il primo album del cantautore pugliese Makai in uscita ad aprile, e siamo rimasti a bocca aperta.

“Detesto il concetto di comfort zone e detesto l’idea di non rischiare, di non spingersi oltre, di non provare. Volevo scappare, giocare con i suoni e sentirmi profondamente libero di interpretare dei brani in maniera differente.”

Così Dario Tatoli, in arte Makai, parla del concetto alla base del suo primo album. Ed è proprio un qualcosa di differente e straordinario quello che ci troviamo difronte. The Comfort Zone è un concept album dalle sonorità ricche, avvolgenti e colorate che ci catapulta in un mondo tranquillo, intimo.

Già nel 2016 con l’EP Hands Makai si era fatto conoscere arrivando anche a suonare allo Sziget Festival, una delle rassegne musicali europee di maggior prestigio. Di questo lavoro The Comfort Zone contiene la title track “Hands” e “Missed”. Il disco che ci presenta il quest’anno, infatti, è una continuazione coerente del processo evolutivo della musica di Makai. Coerente è anche il mood e l’atmosfera all’interno dell’opera, dando ad ogni brano come la funzione di capitoli di un libro.

Le sonorità sono un misto di sensazioni nordiche e brezza mediterranea. In alcuni tratti sembra di ascoltare Bonobo in altri la gentilezza degli Of Monster and Men. E così la voce di Makai si nasconde timida dietro le dense onde sonore della base, arrivando però a lasciare un segno vivido alle orecchie dell’ascoltatore.

Ad anticipare la pubblicazione di The Comfort Zone è l’uscita del video di “Clara”, presentato in anteprima su Rolling Stones. Oltre ad essa spiccano “Lazy Days”, una tenera ode alla pigrizia che deforma piacevolmente l’ambiente quotidiano circostante, e “The Comfort Zone”, la title track in chiusura di album, registrata in maniera “artigianale” utilizzando solamente voce e chitarra.

Il giudizio complessivo su The Comfort Zone di Makai è assolutamente positivo e non vediamo l’ora che venga pubblicato, accompagnato magari da un tour!

Gianclaudio Celia

@Gian_Celia

Da New york a Trastevere. La street art di JonOne non si ferma!

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“Non ho ricevuto alcuna educazione artistica: all’epoca in cui taggavo i treni a New York, non avrei mai immaginato che un giorno mi sarei espresso su tela”.

Così John Andrew Perello, in arte JonOne, racconta il suo percorso artistico. Dai muri di Harlem approda nelle gallerie di tutto il mondo.

Di origini domenicane, nativo newyorchese, vive e lavora a Parigi dal 1987.A diciassette anni inizia ad entrare nel mondo dei graffiti, taggando il suo nome Jon seguito da 156, sui muri e i treni della sua città.

Nel 1984 fonda il collettivo artistico 156 All Starz, crew storica di New York, e due anni dopo si trasferisce a Parigi, dove inizia a dipingere su tela e non solo. Nel 2015 decora l’intero guscio esterno di un aereo Boing 777 della compagnia aerea Air France.

L’artista autodidatta porta un pezzo di Harlem nel cuore di Trastevere. Precisamente a Palazzo Velli, un palazzo di fine ‘300  situato a Piazza Sant’ Egidio, dietro Santa Maria in Trastevere. 20 tele create appositamente per la location e posizionate su due piani. Al piano inferiore JonOne ha rappresentato un’installazione dell’opera stessa; una tela appesa al muro in procinto di essere finita. I barattoli in terra e la tela trasparente, per evitare di sporcare la pavimentazione con i colori, ci fanno entrare direttamente nel lavoro dell’artista. Un lavoro volutamente grezzo, “selvaggio”, perché nato dalla strada, che si mescola ad un lavoro più elaborato, con colori sgargianti tipici di un espressionismo astratto.

La forte energia e l’emotività della sua arte fanno di JonOne uno degli artisti più in voga degli ultimi anni, tanto da essere insignito nella Legione d’onore della Repubblica francese, una delle maggiori onorificenze della Nazione.

La psichedelica street art  in mostra fino al 14 Aprile, si plasma perfettamente con il quartiere che la ospita. Le opere del writer infatti sono ispirate al dinamismo cittadino.

Calligrafia, colori e materia pittorica sono le tre componenti indissolubili dell’arte di Jon. Un’arte che richiama Dubuffet e Pollock con il suo dripping, tecnica pittorica tipica dell’Action Painting.

Avete capito bene!

L’artista statunitense fa delle vere e proprie gocciolature sulla tela, usando pennellate dinamiche che vanno ad incrociarsi con i segni netti della calligrafia. Una calligrafia intesa come una tag. La tag è la firma che i graffitisti e gli mc usano per distinguersi. Ma non solo. La tag infatti è il punto zero, è l’origine dell’ urban art. Quella firma, che ancora oggi, nel 2018, viene additata come vandalismo, imbrattamento, deturpamento del decoro urbano, diventa l’opera stessa in JonOne. L’artista infatti ci fa capire che street art e tag sono facce della stessa medaglia, perché una è la genesi dell’altra. Niente può fermarmi è il nome della mostra curata da Giuseppe Pizzuto.

E niente può fermare chi, come JonOne, scrive il proprio nome!

Alessandra Forastieri

Bob Dylan a Roma: torna in Italia il Never Ending Tour

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La domanda è sempre la stessa: chi è Bob Dylan?

Se lo chiedono in tantissimi, non solo i suoi fans, da più di cinquant’anni. È il cantante folk poeta della contestazione giovanile? È il primo ribelle della musica rock anni ’60? Oppure è quello della svolta religiosa di fine anni ’70? Anzi, è il musicista che si è reinventato crooner negli ultimi due decenni?

Forse, semplicemente, Bob Dylan è tutti e nessuno di questi. Ma la domanda rimane e se la fa anche il pubblico che ha assistito al ritorno in Italia col suo Never Ending Tour, una serie di concerti che vedranno il menestrello di Duluth esibirsi per tutto aprile a Firenze, Genova, Mantova, Milano, Jesolo e infine Verona. Concerti iniziati però a Roma, all’Auditorium Parco della Musica, con tre serate dal 3 al 5 aprile.

Anche, o forse soprattutto ascoltandolo cantare e suonare, la domanda rimane fortissima: chi è veramente Bob Dylan?

È il più grande cantautore di tutti i tempi (non ho messo il forse, qui il soggettivo non ha spazio) e questo basta a lui e dovrebbe bastare agli altri. Arriva sul palco puntualissimo alle 21, un palco minimal in cui non c’è spazio per scenografia o megaschermi. Inizia a suonare al piano, a cantare, e così va avanti per quasi due ore senza una parola verso il pubblico, un’introduzione ai vari brani, un saluto all’inizio o alla fine. Bob Dylan è lì in quello spazio metafisico in cui si concentra la sua esibizione, vuole solo divertire il pubblico e divertirsi attraverso la musica e i suoi testi. Niente di più, niente di meno.

Non a caso, anche l’atmosfera circostante è perfetta per lo scopo, forse Dylan ha scelto il luogo apposta. Nella grande sala Santa Cecilia, con 2.800 spettatori tutti assiepati senza una sieda libera, si sta seduti e si ascolta. Non c’è spazio per ballare, non si può saltare in piedi, sono rigorosamente vietate anche le foto (quelle dei giornalisti incluse). Si può solo e soltanto ascoltare la musica di Dylan e, in un certo senso, assorbirla.

E proprio vivendo quella musica lo spaesamento diventa più costante.

Se la serata parte con tre grandi classici del repertorio più noto di Dylan – Don’t think twice it’s all right, Highway 61 revisited, Simple twist of fate – il resto è preso dagli album più recenti oppure dalle rivisitazioni più audaci. Così, quando tornano i grandi classici, ci vuole del tempo per riconoscere Tangled Up in Blu, oppure scorgere le parole indimenticabili di Desolation Row. Se qualcuno va ad un live di Dylan sperando di sentire i suoi grandi successi nella maniera canonica ha sbagliato tutto: un po’ per sfida, un po’ per divertimento, un po’ per la grande passione che lo porta ad esaltarsi e reinventarsi sempre, i testi sono quelli ma gli arrangiamenti cambiano, di volta in volta. Dylan non fa mai la stessa canzone uguale, e anche l’immortale Desolation Raw sembra nuova.

Reinventarsi, e appunto cambiare, sono i cardini che ci fanno porre la domanda iniziale. Dylan passa dal rock puro al folk al blues, entusiasmando la folla, e si alza dal suo pianoforte per cantare in piedi solo tre volte, per tre cover che lo immergono nella pelle del cantante confidenziale. Forse è la mimetizzazione meno riuscita, perché i pezzi più deboli sono proprio quelli cantati in piedi. Ma è l’ennesimo conferma di come Dylan voglia sempre ribaltare le aspettative.

La voce inconfondibile per quanto ermetica all’ascolto, e la bravura dei musicista al seguito fanno il resto. La cornice austera della sala forse tronca leggermente l’entusiasmo, ma è la musica e il continuo senso di sorpresa a farla da padrone. E quando alla fine, tornando sul palco per il doveroso bis, lascia libere le parole magiche di Blowing in the Wind in una melodia che non è assolutamente la sua, siamo convinti di una cosa: pur vedendolo dal vivo lì davanti ai nostri occhi ancora non si capisce chi sia Bob Dylan, e va benissimo così.

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Emanuele D’Aniello

Crisi del Sè: agli Uffizi un filo rosso dalla tela ad oggi

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Si usa uno specchio di vetro per guardare il viso e si usano le opere d’arte per guardare la propria anima (il proprio Sé).

[G.B. Shaw]

Da Febbraio otto nuove sale color cremisi agli Uffizi di Firenze: un nuova vista al termine di una nuova narrazione classica, che porta nel cuore di un’epoca e oltre.

Non ho la pretesa di essere una critica d’arte e la mia non sarà una recensione vera e propria ma il tentativo di riportare un’esperienza.

Con colori artigianali e basandosi sulle tonalità dei tessuti originali dell’epoca, il direttore degli Uffizi ha posto in risalto le opere di artisti italiani e stranieri: 50 tele e su tutte spiccano i capolavori dell’immenso Caravaggio, in modo particolare l’enigmatica Medusa.

Muta e silenziosa, l’arte visiva è capace di comunicare all’uomo attraverso un linguaggio di tipo non verbale, un linguaggio spesso dimenticato.

È il colore che risalta spesso questa sua capacità e che qui diventa protagonista.

L’arte figurativa rappresenta il cuore di questa forma comunicativa riconosciuta veramente dalla Psicologia solo intorno al 1967 con la pubblicazione de “La pragmatica della comunicazione umana” di Paul Wazlawick.

Questo colore vivo esalta le forme, l’espressività dei volti e dei gesti offrendo una nuova spinta alla nostra capacità di leggere ciò che va oltre le parole. E’ qualcosa che facciamo ogni giorno: recepire i movimenti del volto, osservare la postura, la collocazione di un interlocutore nello spazio e in relazione a noi ma forse senza farci caso.

Ma quanto quanto sono importanti questi aspetti nel nostro sforzo quotidiano di interpretare la realtà e gli altri? Caravaggio e gli altri artisti ci rispondono con i giochi di luce sulla tela. Il processo comunicativo esiste in ogni atto percepibile ed interpretabile.

Il colore, che esalta le espressioni spaventate, atterrite delle figure umane, ci regala un nuovo senso di inquietudine. La somiglianza percepita dall’occhio tra la tonalità delle pareti e il sangue ne esalta la presenza nelle composizioni. Ci si accorge, consapevolmente oppure no, che la morte è un tema prevalente.

E mutilazioni, serpi, mostri diabolici, teste mozzate e oscurità vengono raffigurate insieme a figure umane e elementi fin troppo realistici come fossero parte della vita di ogni giorno.

È il mondo del terrore che emerge sulla tela.

Sappiamo che questi artisti vissero in un periodo molto cruento.Siamo in un’epoca in cui sono ancora presenti malattie spaventose, come la peste, che colpì ad esempio la vita dello stesso Caravaggio portandogli via il padre. In questo periodo esistono ancora le pene capitali esposte al grande pubblico, come l’impiccagione quindi le teste mozzate sono uno scenario macabro.

Ma c’è qualcosa di ancora più profondo che attraversa queste opere: è la paura del decadimento e dell’imprevedibile che si realizza nella vita concreta. Caravaggio e gli altri artisti si differenziano dallo stile tipicamente Barocco per portare sulla tela scene più realistiche, particolari disgustosi e difetti, così come elementi sovrannaturali dalla natura spaventosa.

La scelta di occuparsi di questi elementi rivela che non si può più raccontare solo le grandi ideologie e i grandi valori, perché questi sono divenuti incerti.

Chiudendo gli occhi e assaporando ciò che abbiamo visto possiamo respirare l’aria della Controriforma, della lotta per la riaffermazione della Chiesa. Possiamo calarci nel vento che tirava dopo che Galileo aveva affermato le sue grandi scoperte e aveva reso l’uomo piccolo.

Caravaggio ci presenta una natura che si decompone, insieme al Bacco simbolo di fasto e sontuosità. Mattias Stomer, durante la sua permanenza in Italia, ci propone un’insolita espressione della Madonna turbata dall’annunciazione dell’angelo Gabriele. Si moltiplicano infine le teste mozzate sulle tele degli artisti.

Possiamo recepire l’incertezza, la paura, il dubbio, la crisi, la sensazione di poter essere travolti dagli eventi e da sé stessi.

C’è qualcosa che connette fortemente ciò che è espresso sulla tela al nostro attuale sentire, il sentire chiamato Post-moderno. Tale condizione riguarda, secondo il filosofo Lyotard, lo stato della cultura e del Sè nelle società più sviluppate a seguito delle trasformazioni subite nella scienza, nella letteratura e nelle arti a partire dalla fine del XIX secolo.

Questi artisti precedono molto l’epoca in questione, segnalando la presenza di una crisi ancora prima della modernità vera e propria, un’epoca che sarà invece caratterizzata dalla fiducia e dalla fede nel progresso. Si dice che il comparire delle profonde contraddizioni di questa epoca ha determinato la crisi del senso di sicurezza e fiducia tipici della modernità e, in ultima analisi, la diffusione di una profonda crisi del senso del Sè.

Attraversando queste sale però risulta evidente come anche il Seicento accolga in sé la crisi del senso esistenziale dell’individuo. Questo passaggio ci rivela che se la devozione ai grandi dogmi viene meno imposta, emergono aspetti profondi dell’animo umano, connessi alla sensazione di essere abbandonati a sé stessi.

Queste opere ci raccontano la paura di morire, di invecchiare, di decadere e di soccombere ai propri istinti, ci rivelano la parte oscura della mente, quella repressa, quella parte che, così incanalata nell’arte, ha dato vita a capolavori indimenticabili e per sempre più attuali.

Egli, come è noto, immerge le sue scene nell’oscurità, investendole di un getto violento di luce radente, in modo che alcune parti soltanto affiorino dalle tenebre nella luce. Questa, creduta fino ad oggi, e forse dagli stessi suoi seguaci, una trovata realistica fu, caso mai, una concessione alla fantasia (Matteo Maragoni su Caravaggio).

Silvia Cipolli

Saloni che sembrano opere d’arte

Quando il posto di lavoro incontra l’arte del design, il risultato è un’opera d’arte: una creazione da ammirare e da cui trarre puro piacere estetico.

A modellare come creta l’ambiente di lavoro ci pensa da anni Habitat Design: da anni questi artisti degli interni si occupano di creare e migliorare l’arredamento per parrucchieri.

Le creazioni di Habitat Design Italia

Il lavoro svolta da Habitat Design non ha uguali sul mercato: non si tratta solo di modificare e migliorare l’aspetto estetico del proprio negozio, ma di creare forme e armonie in grado di valorizzare l’ambiente lavorativo, infondendo al contempo il piacere e il relax del momento che si sta per vivere. I ragazzi di Habitat design non si limitano a modificare il salone, lo creano come un pittore crea il suo dipinto. Ogni forma, ogni colore, ogni accostamento è pensato per valorizzare il tutto, per permettere a chi entra di godere del piacere dell’ambiente che lo circonda, come una visita in un museo.

Per svolgere questo lavoro cosi complesso, che renda il design dell’interno l’espressione di un tipo d’arte sconosciuta ai più, Habitat Design utilizza solo materiali prodotti in Italia, considerati appunto i migliori, e non si avvale di intermediari. Ogni singolo elemento dell’arredamento viene infatti creato e prodotto direttamente dagli uomini di Habitat Design, per offrire il meglio del meglio ai propri clienti.

habitat italia

Ogni progetto, ogni creazione è ovviamente unica e particolare, diverso da qualsiasi altro salone di bellezza al mondo. Il perché è ovvio: l’obiettivo è quello di offrire soluzione personalizzate, che tengano conto dello spazio a disposizione, del tipo di clientela, dallo stile di chi vi lavora, oltre che dalla creatività e dall’ingegno di architetti e progettisti, sempre in grado di inventare e innovare in modo diverso. Un po’ come lo sculture che dalla nuda e fredda pietra tira fuori ciò che si nasconde all’interno.

Questa è la vera forza di Habitat Design: un modo di vivere e progettare il salone per parrucchieri diverso da ogni altro; l’arte applicata al quotidiano, consapevoli che dal risultato finale può dipendere la vita stessa del locale. Un lavoro difficile, di responsabilità, portato avanti da professionisti che hanno fatto di questa passione il loro pane quotidiano.

RAPTURE: la cultura hip-hop come non l’avete mai vista

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La musica, strumento di comunicazione universale per eccellenza, ha subito una profonda rivoluzione a partire dagli anni ’70. Nel corso del tempo ha perso la sua veste di mezzo ludico per acquisire una forza comunicativa tale  da “legare” l’artista al fan.

Numerosi sono i suoi generi: l’hip-hop ne fa parte e al contempo se ne discosta. Classificarlo significherebbe spogliarlo della sua essenza: un vero e proprio movimento culturale diffusosi tra gli anni ottanta e novanta in tutto il mondo. È la religione di chi il ghetto l’ha vissuto. Di chi ha deciso di abbattere le trincee e “scendere in strada” con le loro storie, le loro parole e la loro musica. Netflix, consapevole di questa realtà e dell’ascendente che l’hip hop ha sulle generazioni,  ha deciso di produrre Rapture.

La serie tv che vede come protagonisti nomi del calibro di  Nas, ma anche artisti più recenti ma comunque di fama mondiale (T.I. e 2 Chainz) fino alle nuove scoperte come G-Eazy. Otto episodi dove gli artisti si raccontano, anche grazie all’ausilio di parenti e amici, attraverso stralci di vita quotidiana: la lotta per i diritti civili, ricordi sulla loro infanzia, ossessioni, droga, arresto ecc..

“Con il rap si raccontano storie vere, quelle della realtà che ci circonda e per questo non bisogna essere per forza politically correct: l’hip-hop si basa sulla verità e verità vuol dire essere onesti fino in fondo. Con il rap puoi dire quello che vuoi: rap vuol dire libertà e potere!”

Rapture -nuove uscite netflix

 

Forse quest’apertura troppo intima rappresenta, ad avviso di chi scrive, l’unica nota stonata. Troppa ingerenza nella vita privata di questi artisti può rappresentare un rischio. Lo spettatore appassionato di musica vuole “assaporare” la magia del backstage o guardare l’adrenalina e la frenesia  sui volti degli artisti nei minuti che precedono lo spettacolo.

Rapture è più di una semplice serie tv. È un omaggio alla cultura hip-hop. Un genere che ancora oggi continua ad invadere la nostra quotidianità influenzandoci. Un pilastro portante della discografia americana e non solo.

La serie targata Netflix non è semplicemente un prodotto teso a svelare la vita privata di artisti e/o produttori musicali, ma un Manifesto, soprattutto per le nuove generazioni. Un libro aperto su un “patrimonio culturale” che ha segnato la storia della discografia.

Interessante, infine, è la tecnica narrativa particolarmente nuova: non ci sono copioni da seguire o scene da ripetere. Lo spettatore viene catapultato in una realtà cruda e diretta. Qui non c’è privacy, ma desiderio di connessione, di svelarsi al pubblico per quello che si è, senza temere di calare giù  le maschere e mostrare al mondo intero le proprie fragilità, i propri limiti e le proprie paure.

Voto: 7/10

Riccardo Marini

A Quiet Place, accetta il gioco del silenzio se non vuoi morire

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Credo che uno dei più grandi misteri del cinema sia scoprire l’elemento che rende un film grande.

Ce ne sono tanti, naturalmente. E se tutti li conoscessero, se fossero così chiari, si farebbero soltanto grandi film. Talvolta per capire l’elemento decisivo non serve nemmeno scervellarsi troppo: basta un’idea, una singola idea, e anche una storia semplice, vista e rivista, può fare il salto di qualità.

Ecco, quest’ultimo caso si adatta perfettamente a A Quiet Place. Perché diciamolo subito, il film di John Krasinski è un grande film. Lo è pur essendo semplicissimo – o chissà, forse proprio per quello – e avendo al centro essenzialmente una singola idea che cambia tutto il resto.

L’horror, non a caso, è un genere semplice se ci pensate bene. La premessa del film è chiara: c’è stata una qualche invasione aliena, non è mai specificato come e perché, e gli essere umani devono sopravvivere come meglio possono in questo scenario post-apocalittico senza alcuna via di salvezza. Non ci sono battaglie, non ci sono politici, al centro c’è una famiglia che deve cavarsela.

Proprio qui, però, entra la singola idea illuminante che cambia tutto.

Gli alieni sono attirati dal suono, dai rumori. Sono ciechi, e l’unico modo che hanno per uccidere e distruggere – fanno solo quello, senza uno scopo o un fine più grande apparente – è sentire un rumore e avvicinarsi alla fonte di quel suono.

L’idea, come sottolineato, cambia tutto. Il silenzio è protagonista assoluto del film, non potrebbe essere altrimenti. I nostri protagonisti non possono fare rumore, non possono parlare tra loro, camminano a piedi scalzi sulla sabbia per non far sentire i passi e hanno preparato un bunker a prova di rumore. Il fatto che la figlia sia sordomuta, e quindi tutti in famiglia abbiano imparato a comunicare col linguaggio dei segni, aiuta non poco.

In pratica, Krasinski ha costruito un film minimal, quasi muto, sposato con l’esigenza dell’horror. La forza di A Quiet Place è proprio quella di essere calibrato perfettamente, ricco di tensione e capace di non perdere mai di vista la necessità del genere, ovvero infondere nello spettatore la percezione che in ogni scena, ogni minuto, possa succedere qualcosa non di brutto, ma di veramente terribile. Pur senza basarsi sul ritmo A Quiet Place mantiene intatto un senso di urgenza che lo rende vitale dall’inizio alla fine.

È un film che terrorizza A Quiet Place, indubbiamente. Soprattutto, terrorizza a livello empatico: come potremmo mai riuscire noi essere umani a sopravvivere dovendo fare stare zitti?

Quella di sfruttare il silenzio è un’idea geniale dal punto di vista narrativo e della messa in scena: in un genere che si basa su rumori e urla, questi sono tolti mantenendo intatta l’asticella della paura. Inoltre, e qui c’è il salto di qualità, optare per il silenzio in un mondo ricco di suoni e rumori, spesso fastidiosi e inutili, è quasi un manifesto intellettuale. Anzi, diventa quasi una richiesta d’aiuto.

Infatti, seppur non so quanto consapevolmente, A Quiet Place è anche un esperimento terapeutico. John Krasinski ha scritto e diretto un film con protagonista una famiglia. Lui è l’uomo di casa, e la moglie è interpretata da Emily Blunt, sua moglie anche nella vita reale. I rumori artificiali che circondando il nostro mondo reale hanno contribuito alla bolla dell’incomunicabilità relazionale. Ora vediamo una famiglia, sia vera sia fittizia, che non può parlare, non può comunicare. La chiave di lettura è palese, no?

In novanta minuti coincisi senza un filo di grasso, senza spiegoni ridondanti, senza scene inutili o momenti noiosi, A Quiet Place raggiunge il proprio scopo. E forse fa pure qualcosa di più. Non so se Krasinski abbia avuto semplicemente un’idea brillante o diventerà una nuova voce del genere, ma di sicuro per il momento ha creato un futuro cult.

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 Emanuele D’Aniello

YAHTZEE!!! o i bambini di Murillo: l’infanzia descritta con una partita a dadi

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Se siete amanti del mondo dell’infanzia, con i suoi giochi e la sua primitiva ingenuità, sicuramente adorerete quest’opera di Bartolomé Esteban Murillo che infatti ritrasse in tutti i modi i trovatelli di Siviglia. Ragazzini sporchi, poveri, ma sorridenti che affollavano le strade con l’eco delle loro avventure quotidiane. Andiamo a conoscerli!

Murillo iniziò a coltivare un vero e proprio interesse verso i bambini che riempivano le vie della città spagnola con grida e bricconate. Ragazzini persi tra la folla, orfanelli e piccoli mendicanti, che nella loro misera povertà riuscivano comunque a conservare quella purezza, vivacità e quella risata squillante che risuona all’interno delle opere dell’artista.

L’infuso d’arte di oggi è “Bambini che giocano ai dadi” dipinto dal Murillo verso il 1670-1675 circa e conservato a Monaco presso l’Alte Pinakothek. Un’opera con un soggetto tanto semplice quanto poetico che apre una finestra verso la Siviglia di fine Seicento, povera, fatiscente ma piena di vita e rumore.

Cosa sta succedendo nel dipinto?

Ci troviamo di fronte ad una scena semplice e quotidiana. Tre bambini, seduti su una specie di gratinata, che potrebbe benissimo essere qualche resto archeologico dimenticato dal tempo e dagli uomini, giocano ai dadi. Due di loro, i più grandi, sono impegnati nella partita. Li vediamo con lo sguardo attento e rivolto verso il basso, mentre con le dita si concentrano per contare i punti fatti.

Bartolomé Murillo

Un terzo bambino, il più piccolo del gruppo, invece non partecipa al gioco. Sarà senza dubbio il fratellino di uno degli altri due, costretto forse dalla madre a portarselo dietro perché troppo piccolo per stare da solo. La classica scena del “se esci a giocare fai venire tuo fratello con te!!!”. In fondo alcune cose non cambiano mai…

A completare il gruppetto si unisce un cane, forse un randagio di strada, che segue i ragazzini nelle loro avventure. In questo momento però sembra più interessato al pezzo di pane che uno dei tre protagonisti sta mordendo avidamente e con forza, con un gesto di grande realismo pittorico. Sarà una pagnotta vecchia e dura, l’avrà raccolta per terra, o mendicata da qualche parte, ma insomma sono tempi difficili e se la pancia brontola ci dobbiamo accontentare!

Ma cosa ci fa entrare nel quadro?

Il Murillo ritrae il bambino più piccolo con lo sguardo rivolto fissamente verso l’osservatore. È l’unico personaggio del dipinto a rivolgere l’attenzione verso di noi, che ci sentiamo inevitabilmente attratti da quei due occhi grandi e scuri, che hanno fame. Il piccolo infatti non è distratto né dai compagni di giochi e nemmeno dal grosso pezzo di pane che sembra mangiare piuttosto meccanicamente, ma dalla nostra presenza o meglio da quella del pittore che li osserva con sguardo amorevole.

L’artista spagnolo più che ritrarre una scena infantile voleva in realtà sensibilizzare il pubblico dell’epoca verso le misere condizioni di vita della popolazione andalusa, soffermandosi particolarmente sull’immagine dell’infanzia abbandonata a se stessa, preda della fame, del freddo e della miseria. Effettivamente quest’opera del Murillo narra una storia patetica e commovente che induce l’osservatore verso uno spirito di carità per questi tre ragazzini buttati su una strada con le camicie rotte e sbottonate, i piedi sporchi e cenciosi, scalzi che tuttavia giocano, perché animati da un’indomabile forza di vivere.

murillo

Due parole sullo stile…

È con Murillo che assistiamo alla nascita di un nuovo genere incentrato sul mondo infantile. Scene di vita ludica e quotidiana con protagonisti i bambini iniziarono ad essere rappresentate in un senso sempre più pittoresco e ad avere molta fortuna. Una delle caratteristiche di questa produzione artistica è il fatto che i piccoli protagonisti sono sempre visti con un sentimento paterno e di carità. Sentimento che viene trasmesso all’osservatore, che si sente umanamente chiamato a rispondere della situazione di miseria che affligge in particolar modo i più deboli, tra cui i bambini.

Con grande realismo il pittore spagnolo riesce ad aprire lo sguardo sulla realtà quotidiana della propria epoca. Entriamo nella sua città, la Siviglia di fine Seicento, ci mischiamo tra la popolazione, a piedi scalzi per le strade anche noi, tra quei ragazzini dimenticati nel caos della folla. Sentiamo le urla, gli schiamazzi, le risate puerili e vivaci che grazie all’arte possiamo ancora sentir echeggiare.

Anche per oggi l’Infuso d’arte è terminato. Se vi siete persi l’ultimo articolo potete sempre dare un’occhiata qui mentre nell’attesa del prossimo vi raccomandiamo di tornare un po’ bambini, non fa mai male!

Martina Patrizi

Spettacoli a Roma: terza settimana di DOIT Festival

L’avventura del DOIT Festival – Drammaturgie Oltre Il Teatro continua ad appassionarci con le proposte teatrali delle compagnie indipendenti provenienti da tutta Italia.

Letteratura, indagini sull’Io e sulla società contemporanea sono gli spunti di riflessione proposti sulla scena  della terza settimana del DOIT Festival, autoprodotto dall’Associazione culturale ChiPiùNeArt, in stretta connessione con il concorso di drammaturgia contemporanea LARTIGOGOLO, ideati e curati da Cecilia Bernabei e Angela Telesca per promuovere nuovi drammaturghi, intercettare proposte creative di qualità nelle realtà “periferiche” che trovano sempre meno luoghi di accoglienza e valorizzare la simbiosi tra messinscena e scrittura per il teatro.

In programma una proposta, non solo teatrale, ma più ampiamente culturale e letteraria con spettacoli in concorso, incontri con le compagnie aperti al pubblico e alla critica e presentazioni editoriali dei testi vincitori dell’ARTIGOGOLO 2017 e del DOIT Festival 2017, editi dalla ChiPiùNeArt Edizioni, all’interno della collana teatrale Le Nebulose.

Sabato 7 e domenica 8 aprile, ospite della rassegna la compagnia BologniniCosta che presenta RancoreRabbia primo movimento: vivisezione, studio tratto dal testo di Sofia Bolognini, vincitore del concorso di drammaturgia L’Artigogolo 2017, sezione Drammaturghi in Azione.

In occasione dello spettacolo sarà presentata l’omonima monografia del testo edita da ChiPiùNeArt Edizioni.

Ogni sera al pubblico sarà proposta un’occasione di confronto con la critica e le compagnie durante i dibattiti dopo lo spettacolo e ciascuno spettatore potrà esprimere un giudizio insieme alla giuria di esperti.

 

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Ti sei perso/a le recensioni e i comunicati precedenti? Li trovi qui.

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Martedì 3 e mercoledì’ 4 aprile ore 20:45

LE CITTÀ INVISIBILI

regia Ivan Vincenzo Cozzi

selezione testi Isabella Moroni

con Alessandro Vantini, Roberta Lionetti, Brunella Petrini, Mariachiara Vigoriti

musiche originali Tito Rinesi

scenografie Cristiano Cascelli

costumi Marco Berrettoni Carrara con il supporto dell’atelier di Marina Sciarelli

disegno luci/suono Nino Mallia

organizzazione Isabella Moroni

Produzione ArgillateatriAssociazione Teatrale the Way to the Indies | LAZIO

Lo spettacolo ci offre la visione di quindici città, tra le cinquantacinque descritte da Calvino, scelte in base alla loro attualità, ai significati e alle simbologie che le rendono espressione della necessità di un nuovo dialogo fra civiltà. I piani di lettura e di rappresentazione sono molteplici e sempre doppi: dall’alto e dal basso, dal mare o dalla montagna, attraverso e attorno, fuori e fin dentro la terra dei vivi e dei morti; pieno e vuoto, silente e rumoroso, continuo e interrotto. Ed è proprio questo doppio -che a sua volta si triplica e si moltiplica- il filo conduttore di questo lavoro che mette in scena, grazie alla narrazione di un Marco Polo il cui ruolo è suddiviso fra tre diverse persone che rappresentano lo stesso “uno”, un aspetto differente del racconto. In particolare il viaggiatore veneziano è interpretato da tre donne, tre viaggiatrici del tempo, dello spazio e della contemporaneità, che rappresentano tre età, tre fasi della vita, tre provenienze, a loro volta mescolate dalle tappe dei loro viaggi interiori e fisici; tre modalità di affrontare l’ignoto, tre possibilità di confrontarsi con il potere. Ogni città rappresenta un aspetto diverso della città ideale che, quotidianamente ipotizziamo e speriamo. Le musiche originali del compositore Tito Rinesi sono frutto di un lavoro di ricerca sul testo. Sonorità evocative, rumori di mercato e di carovane, cori classici e armonie contemporanee accompagnano le città e i dialoghi fra Marco Polo e Kublai Kan che s’attardano fra segreti, iperboli, prospettive ingannevoli, mentre attorno prende forma qualcosa di nuovo, perché forse è vero, come dice il Kan, che ogni città altro non è che la descrizione di una sola, unica città. Quella perfetta.

 

Giovedì 5 e venerdì 6 aprile ore 20.45

DOMANI I GIORNALI NON USCIRANNO

breve dramma per aeroporti

 

drammaturgia Veronica Raimo

con Alessandra Chieli

regia Emilio Barone | Massimiliano Ferrari

musiche originali Toni Virgillito

visuals Elisabeth Mladenov

costumi Alice Pacciarini

progetto grafico Caterina Lofferdo

foto di scena Alessandro Gallo

Coproduzione Compagnia Barone Chieli Ferrari | Teatro Studio Uno | LAZIO

<<Non sono mai stata una persona credibile. La credibilità ha bisogno di troppo passato.
C’è questa leggerezza che sento solo quando sono lontana da casa, lontana dal posto dove io sono qualcuno e tutto significa qualcosa.>>

Una donna ha appena perso la coincidenza per il suo volo e non sa quando potrà imbarcarsi sul prossimo. Sono mesi che si sta preparando a questa partenza: vuole essere perfetta per raggiungere l’uomo che la sta aspettando. Si troverà di fronte a elefanti nella stanza, gatti di Schrödinger, astinenza da nicotina e ai migliori dubbi della sua vita. Nell’infinito tempo dell’attesa avrà finalmente modo di perdere tutto ciò che l’ha portata lì, a cominciare dalla sua perfezione. Ci troviamo in un non-luogo in cui un discorso interiore frammentario e discontinuo femminile viene continuamente interrotto da altre voci, presenti e passate, concrete e metaforiche.

Il suono, la musica e le immagini si mescolano alle voci in una partitura straniante. La recitazione, dai toni naturali e concreti, si appoggia su un lavoro di ricerca sul ritmo e la sospensione temporale, sulla sintesi e la sottrazione.

Sabato 07 ore 20.45 e domenica 08 aprile ore 17.30

EVENTO OSPITE – SPETTACOLO E PRESENTAZIONE EDITORIALE

RANCORERABBIA

drammaturgia e regia Sofia Bolognini

musiche Dario Costa

coreografia Antonio Bissiri

danzatore/performer Antonio Bissiri

Produzione bologninicosta | LAZIO

 Vincitore del concorso L’Artigogolo 2017| scrittori per il teatro – sezione Drammaturghi in azione

“RANCORERABBIA primo movimento: vivisezione” è un primo studio, un lavoro sul Rancore come movimento che sprofonda, come limite che pesa sugli organi interni, un’impotenza generazionale che diventa autolesionismo. È un viaggio nella metropoli popolata di animali metafisici, la lotta senza eroi che si combatte negli inferi con la speranza di rievocare il fantasma – o lo zombie – della Rivoluzione. È il tentativo di raccontare questo viaggio attraverso una grammatica mista, la danza con la musica che decostruiscono la parola, o meglio agiscono su di essa chirurgicamente, sezionando e vivisezionando nel tentativo di scoprire dove conduce realmente.

Sulla scena vi sono soltanto un musicista live-soundstage performer con i suoi strumenti elettronici e un danzatore. Alcune parti selezionate del testo saranno affidate agli strumenti elettronici e fatte echeggiare nell’aria come sussurri o spari. Il danzatore ascolterà le voci ma non potrà rispondere. La narrazione sarà quindi frammentata, e il suo protagonista, muto.

Rancore/ Rabbia, un giovane di sesso confuso che vive in una metropoli smisurata, è costretto a fare i lavori più umilianti pur di pagare l’affitto – e nel frattempo cerca disperatamente di scoprire informazioni riguardo sua madre Italia (morta suicida) e di organizzare una Rivoluzione. Tra i personaggi in cui Rancore/Rabbia si imbatte ci sono Banca/Centrale e Diritto di Voto o Votò, un vecchio demente che fa da collante tra il passato e il presente narrativo, passando a Rancore/Rabbia informazioni decisive per lo sviluppo degli eventi.

Durante il dibattito, al termine di ciascuna replica, verrà presentato il testo “RancoreRabbia” pubblicato all’interno della collana teatrale Le Nebulose, edita da ChiPiùNeArt S.r.l.s.

DOIT Festival – Drammaturgie Oltre Il Teatro

www.doitfestival.eu

 

in collaborazione con

 

LARTIGOGOLO – scrittori per il teatro

www.artigogolo.eu

 

15 | 27 MARZO 2018

3| 15 APRILE 2018

 

Ar.MaTeatro | Via Ruggero di Lauria, 22 – Roma (Metro A Cipro)

Per info e prenotazioni: 06 3974 4093

Email: info@capsaservice.it

 

Direzione artistica DOIT Festival

Angela Telesca – angela.telesca@chipiuneart.it

Cecilia Bernabei – cecilia.bernabei@chipiuneart.it

 

Direzione organizzativa DOIT Festival

Simona Lacapruccia simona.lacapruccia@chipiuneart.it

 

Ufficio stampa ChiPiùNeArt

ufficiostampa@chipiuneart.it, 3208955984

 

Grafica e webmaster ChiPiùNeArt

Walter Mirabile walter.mirabile@chipiuneart.it

 

Si ringraziano i mediapartner

CulturaMente | Gufetto Magazine | Missioni Teatrali | Persinsala | Recensito

 

i Teatri della Rete DOIT Festival

Teatro Il Moscerino (Pinerolo – TO) | Ar.MaTeatro (Roma)|

Teatro Studio Uno (Roma) | Teatro Trastevere (Roma) |

TRAM Teatro Ricerca Arte Musica (Napoli) | Teatro dei Limoni (Foggia)

Bologna Children’s Book Fair 2018, una gioia per gli occhi

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Un appuntamento da non perdere, una magia che si rinnova ogni anno: tutto questo è Bologna Children’s Book Fair (guardare le foto per credere)!

Bologna Children’s Book Fair – tenutasi dal 26 al 29 marzo a BolognaFiere – è tornata con la sua 55esima edizione a confermare numeri ancora una volta in crescita: sono state ben 27.642 le presenze totali (+3% rispetto al 2017), con 12.403 esteri (+6% rispetto al 2017).

Oltre 20 mila metri quadrati, 1.390 espositori (110 in più rispetto al 2017, con un +8,6%) provenienti da oltre 77 Paesi e regioni del mondo: BolognaFiere ha accolto per 4 giorni nei propri padiglioni professionisti del mondo dell’editoria per ragazzi provenienti da tutto il mondo, illustratori, autori, espositori, editori, operatori, artisti, bibliotecari, insegnanti, produttori e sviluppatori, riconfermando ancora una volta il proprio ruolo di Fiera internazionale più importante del settore.

Tra le fiere del libro (anche a voi sembra che ultimamente ce ne siano un po’ troppe?), la fiera di Bologna è tra le più particolari e interessanti: perché è internazionale, riunisce i migliori illustratori del mondo, organizza sempre incontri significativi, e soprattutto è rivolta ai professionisti, dunque il suo scopo primario non è vendere. Se a Tempo di Libri (Milano) si respirava un’aria “da supermercato”, a Bologna vengono messi davvero al centro i libri, le illustrazioni, gli artisti, e non semplicemente il fatturato.

Cina ospite d’onore: tutti gli ospiti internazionali

Quest’anno, ospite d’onore era la Cina, una presenza in fiera importante, per spazi e contenuti. Proprio all’ingresso era presente una grande mostra dedicata al meglio dell’illustrazione contemporanea cinese (150 tavole originali, di 30 illustratori), oltre 100 espositori erano cinesi. In fiera c’erano anche celebri autori cinesi per ragazzi, come Cao Wenxuan, vincitore del Christian Andersen Award, Han Yuhai e Yu Hong.

Presentata, inoltre, durante il primo giorno di Fiera, lunedì 26 marzo, la nuova collaborazione tra Bologna Children’s Book FairChina Shanghai International Children’s Book Fair. La nuova fiera si terrà a Shanghai dal 9 all’11 novembre 2018, a confermarne il ruolo di appuntamento leader del settore nell’area dell’Asia Pacific. Dopo la riforma e l’apertura al mondo esterno, l’industria editoriale cinese ha conosciuto un rapido sviluppo.

Straordinario successo anche per la Mostra Illustratori 2018 riproposta, dopo l’apprezzamento di pubblico rilevato nella passata edizione, nel particolare allestimento. Esso vede le opere disposte orizzontalmente sui tavoli, così come vengono presentate alla giuria internazionale per la selezione.

Oltre 6 mila sono gli illustratori che hanno partecipato entusiasti alle attività dell’Illustrators Survival Corner. Esso si conferma anche quest’anno uno spazio dove gli artisti, soprattutto i più giovani, possono incontrare esperti del settore per scambiare idee ed esperienze.

Un mercato in continua crescita

Il grande successo della fiera del libro di Bologna è anche un riflesso del mercato del libro per bambini e ragazzi. Come conferma l’AIE (Associazione Italiana Editori), infatti, quest’ultimo continua a crescere. Nel 2017 registra un +7,9%, raggiungendo quota 233 milioni di euro. Tra tanti libri, illustrati, gadget e fumetti, inoltre, la fiera ha dato anche spazio alle app e ai media digitali per bambini. Tra tutti, ci ha colpito Ellybee, una start up innovativa che ha sviluppato un nuovo metodo educativo brevettato, che promuove l’uso della realtà aumentata per l’insegnamento dell’inglese nei bambini già in età prescolare.

Per i genitori è sufficiente scaricare l’app di Ellybee, dove l’ape Elly diventa assistente virtuale e aiuta i bambini a pronunciare le parole in maniera corretta anche a casa o a scuola. Grazie al supporto di Elly e alla pazienza di un adulto, imparare l’inglese sarà per ogni bambino semplicissimo e divertente. L’app interagisce con il bambino, attivata dai marker del libro letto da un adulto, e quando Ellybee fa domande, svolazzando sullo schermo, il bimbo risponde in maniera naturale.

Appuntamento dunque per la 56esima edizione della Bologna Children’s Book Fair nel 2019, dal 25 al 28 marzo, con la Svizzera Paese Ospite d’Onore.

Valeria Martalò

Il Delitto al luna park e il caso degli errori

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Delitto al luna park (Casse-pipe à la Nation, 1957) è un’opera noir di Léo Malet.

Il giallo, delitto al luna park, è oggi edito da Fazi Editore per la collana Dark Side e tradotto da Giuseppe Pallavicini.

Nestor Burma ci riporta indietro di sessant’anni. Viviamo e respiriamo l’aria parigina del dopo guerra. Tra vite alla ricerca di riscatto ed imprevisti l’investigatore privato Nestor Burma si ritroverà ad essere il protagonista non voluto di una serie di nefasti accadimenti.

Dopo aver letto quest’opera andrete al luna park guardandovi torbidi in giro perché potreste essere anche voi parte di un delitto, un incidente o di una scazzottata. Delitto al luna park spegne le luci della meraviglia di questo gaio mondo parallelo e accende i riflettori sulla quotidianità dei sospetti.

Nestor Burma nella frenesia del suo modo di agire ci trascina per le vie XII arrondissement di Parigi. È un crocevia di casualità e malintesi. Verità omesse che presuntuosamente si paleseranno appena Nestor Burma aprirà il vaso di Pandora a colpi di calci di pistola.

Il Delitto al luna park e il caso degli errori
Léo Malet in un disegno di Jacques Tardi – Fonte Corriere.it

 

Nella lettura di quest’opera si rimane piacevolmente affascinati dalla debolezza del personaggio di Christine che invece agli occhi dell’investigatore è come argento vivo. È una percezione mutevole sia dall’interno che dall’esterno. Una fanciulla troppo stretta nel suo ruolo.

Christine alla ricerca della felicità, timorosa e imbarazzata per la famiglia che si ritrova, rimarrà invece vittima di questo labirinto di casualità.

Alessia Aleo

La scommessa sull’arte italiana di Attilio e Sergio Selva: un’evoluzione stilistica di padre in figlio

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Le stanziali “fioriture” del panorama artistico-culturale, nell’ambito del settore delle mostre temporanee, offrono un’ampia varietà di scenari nella Capitale.

Nel cuore del centro storico, nei pressi di Piazza Navona, la galleria Berardi si fa portavoce di una rigenerazione di stampo “antico”. Il suo intento è di proporre la maturità italiana dell’Ottocento-primo Novecento, all’interno di un sistema logistico diffuso che premia esclusivamente innovazioni contemporanee.

Il “risveglio” di una coscienza che crede in una tradizione stilistica e desidera sostenere il suo “rinascimento” in un contesto di modernità, dialogando con essa.

L’obiettivo della galleria Berardi è avvalorare la qualità storico-artistica del settore Ottocento-primo Novecento, riscoprendo artisti singolari italiani. Una rinascita che viene intesa come una riscoperta del nostro patrimonio culturale di “fin de siècle”: un risveglio dell’antico.

La mostra, ospite alla galleria Berardi dal 15 marzo al 28 aprile, presenta una rassegna di opere di due artisti: Attilio Selva (1888-1970) e il figlio Sergio (1919-1980).

Entrambi sono espressione di due approcci differenti: l’uno prettamente classicista, con venature di simbolismo; l’altro, desideroso di ricerca e sperimentazione che possano fornire risposte più moderne. Anche la modalità espressiva e formale li contraddistingue. Difatti il padre Attilio predilige l’assetto scultoreo, mentre Sergio spazia anche tra la tecnica pittorica e mosaicista.

L’excursus paterno è il risultato delle diverse stagioni artistiche che si sono susseguite: da un rimpianto neoclassicista alle Avanguardie, confluendo nella Secessione Romana (1915).

galleria Berardi roma

Il figlio dialoga con l’eredità lasciatagli, proponendo un suo linguaggio personale. Il suo interesse verterà principalmente sulla sperimentazione pittorica tra senso del reale e dell’astratto, volgendo sempre lo sguardo verso la tradizione, ma connotandola di un senso dell’immaginifico, esplorando scenari agresti e subacquei. Attivo sulla scena romana con i colleghi Fazzini Turcato, Sergio parteciperà a diverse edizioni della Biennale di Venezia e della Quadriennale di Roma.

galleria Berardi roma

La scelta del gallerista e ideatore dell’evento, Gianluca Berardi, risiede nell’intenzione di proporre un binomio artistico, inteso quale immagine di un’evoluzione e, allo stesso tempo, consolidamento di un senso artistico all’interno della dialettica padre-figlio.

Come Berardi stesso racconta l’idea è nata durante un viaggio di lavoro: “Qualche mese fa, in occasione di uno di questi spostamenti in compagnia di un caro amico, una reciproca disattenzione ci fece perdere il percorso stabilito con il piacevole esito di ritrovarsi di fronte al Museo Vela, che non avevo ancora mai visitato. Fu una sorpresa non solo per l’impeccabile allestimento, ma anche per la coesistenza delle sculture di Vincenzo Vela con i quadri del figlio Spartaco”.

A disposizione per ulteriori approfondimenti è edito il catalogo della mostra, intitolato “Attilio Selva Sergio Selva. Dentro lo studio”, curato da Manuel Carrera e Lisa Masolini.

Una rassegna significativa alla galleria Berardi nell’ambito di una visione espositiva che ci fornisce spunti critici di riflessione, che risvegliano una coscienza collettiva dell’antico e del patrimonio culturale italiano.

 

Costanza Marana

La felicità domestica. Un Tolstoj intimo e segreto

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La felicità domestica di Lev Tolstoj è uno dei romanzi meno noti dello scrittore russo ma foriero di incredibili sorprese.

Perché fra le pagine di questo libro si scova il Tolstoj più intimo e segreto, nascosto tra le pieghe di una storia che ha il sapore del racconto autobiografico.

«A me sembrava che noi due insieme saremmo stati infinitamente e tranquillamente felici. E non che avessi di mira viaggi all’estero, la società, il viver brillante; ma anzi, un ben altro genere di vita, pacifico, tutto famiglia, tutto campagna, in perpetua dedizione di sé, in perpetuo vicendevole amore e in perpetua consapevolezza di una benigna e soccorrevole Provvidenza».

Lo scorso 18 gennaio, a distanza di novant’anni dalla prima edizione italiana, la casa editrice romana Fazi ha dato alle stampe La felicità domestica di Lev Tolstoj, scritto nel 1859. Il libro, a partire dalla bellissima copertina, non delude certo i fan di uno dei mostri sacri della letteratura mondiale, restituendo appieno la forza narrativa unica di Tolstoj.

La trama è apparentemente semplice ma proprio per questo calzante. Mascia, una giovane donna rimasta orfana da diciassette anni, trascorre le sbiadite e monotone giornate nelle silenziose stanze di una casa della campagna russa, in compagnia della sorella minore, Katia, e della governante. Ma quel freddo, che sembra infiltrarsi attraverso i spiragli della vita, improvvisamente si arresta sulla soglia di una calda e inattesa visita di un vecchio amico di famiglia, Serghièi.

tolstoj libri

Questi, in quella grande e vuota casa di campagna, ritrova una donna, dopo aver lasciato, a suo tempo, una capricciosa bambina.

La corteggia lentamente, tessendo sapientemente una fitta tela in cui Mascia inevitabilmente cade. Fra i due, nonostante le differenze non siano poche, a partire dall’età, ben vent’anni, scoppia la scintilla dell’amore che arde rapida conducendoli all’inevitabile matrimonio. Sembra un finale scritto, da favola, specie quando la coppia lascia l’anonima e silenziosa campagna per la scintillante e vibrante città di San Pietroburgo. E proprio in quel mondo di lucidi cristalli, che riflettono pezzi infiniti di vite, il loro matrimonio naufraga, appesantito dalla quotidianità, portato nel fondo limaccioso dalla zavorra dell’incomprensione, dal peso inatteso della vita quotidiana.

Attraverso la tipica scrittura di Tolstoj, qui nella traduzione di Clemente Rebora, lo scrittore russo ci propone un argomento da sempre oggetto di attenzione, attraverso la lucida analisi di una donna, Mascia.

Proprio il taglio femminile è la principale cifra di questo piccolo romanzo, che narra l’evoluzione o se vogliamo l’involuzione del sentimento più tipico dell’essere umano: l’amore.

 

Un libro al femminile, moderno e attuale che porta sulla scena la forte fragilità di una donna che anticipa quella ancora più dirompente di una delle più grandi eroine di sempre: Anna Karenina. Un romanzo per esplorare, attraverso la prosa di Tolstoj, i meandri oscuri del matrimonio; per cercare di comprendere se davvero una delle istituzioni umane più ataviche rappresenti, alla fine dei giochi, la tomba dell’amore, l’inevitabile dazio da pagare ad Eros in cambio di rapide emozioni.
Un romanzo, forse, fra i più autobiografici di Tolstoj che nel suo Diario scriverà:

«Sono meschino e insignificante, e quel che è peggio, lo sono diventato dopo aver sposato la donna che amo.»

 

Maurizio Carvigno

Marco Damilano presenta “Un atomo di verità”, l’ultimo libro su Aldo Moro

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Marco Damilano, giornalista e direttore de “L’Espresso”, a Bari presso la libreria Feltrinelli, presenta “Un atomo di verità – Il Caso Moro e la fine della politica in Italia “.

“Datemi da una parte milioni di voti e toglietemi dall’altra un atomo di verità, ed io sarò perdente”.

Marco Damilano, riprende questa citazione di Aldo Moro, puntando sulla potenza e la semplicità delle sue parole. Il libro esce in occasione del quarantennale del rapimento ed uccisione di Aldo Moro.

Damilano, come altri illustri personaggi del panorama culturale e politico italiano,  si impegna nel promuovere in giro per la penisola la figura di Moro.

È ancora notevole il sentimento di rammarico e indignazione che muove nell’opinione pubblica e in parte dell’intellighenzia italiana.  Di conseguenza continua la missione divulgativa circa la macchinazione legata alla “stagione delle stragi” .  Rimangono numerose  le zone d’ombra e le insabbiature sul caso non ancora svelate.

Marco Damilano

“Non abbiamo ancora rinunciato ad essere Italiani”.

Questa  la risposta di Aldo Moro rivolta ad un noto politico tedesco.  Moro rifiuta, infatti, una proposta di compravendita di voti al Mezzogiorno. In cambio gli viene promessa l’attivazione di nuovi siti industriali teutonici nel Sud Italia. L’onestà intellettuale e la profonda umanità in senso religioso e civile. Questi sono i tratti che maggiormente caratterizzano la visione della persona di Moro.

 Lo statista  è narrato amorevolmente e magistralmente da Marco Damilano anche grazie al racconto di aneddoti e visioni politiche e private.

Dove politica e quotidiano s’intrecciano. Moro agisce per allontanare quel distacco tra i poteri alti rinchiusi in fortezze inarrivabili.  Strutture di potere erte sul disagio sociale della comunità.

“Che la mediazione politica non significhi oliare la macchina del finanziamento pubblico” (Aldo Moro).

Uno sguardo  d’insieme  dunque quello di Moro, verso quegli elettori visti soprattutto come cittadini vivi di diritti e di doveri.    Marco Damilano comunica  una profonda stima dell’uomo  e  del politico. Evidenzia come Moro e tutte le personalità coinvolte in omicidi politici e di Mafia,  debbano trionfare nell’immaginario comune, come cittadini attivi nella società e non solo come “cadaveri eccellenti”.

A moderare l’incontro è Giuseppe De Tomaso direttore della Gazzetta del Mezzogiorno.

Presenti inoltre a infittire la numerosa platea accorsa per l’evento, numerosi esponenti del panorama politico pugliese  passato e odierno. È importante sottolineare la presenza dell’ex vice capogruppo parlamentare del Pd Gero Grassi. Pugliese, strenuo è stato il suo lavoro durante il corso degli anni, per accertare le verità e i dubbi insoluti sul crimine di Stato. La sua attività di ricerca è sfociata nella partecipazione alla seconda “Commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento e la morte di Aldo Moro”. L’indagine in particolare si è conclusa a fine dicembre 2017.  La relazione finale  è stilata e presentata in Parlamento dallo stesso.

La rassegna stampa, la documentazione e l’archivio fotografico raccolti da Gero Grassi.

Dall’immensa operazione di analisi infine è emerso un corposo archivio di articoli giornalistici. Interventi relativi all’intero arco temporale dell’ attività politica di Aldo Moro. Sul sito dell’onorevole Grassi  inoltre sono consultabili anche gli atti delle due Commissioni istituite nel 1979 e nel 2014.

Perchè operazioni come quelle di Marco Damilano e di Grassi  ci ricordano   soprattutto  che  nasce un popolo dove viene coltivata la memoria storica.

Damilano testimonia che le fonti per il  suo reportage, le ha attinte principalmente  dall’ “Archivio Sergio Flamigni”. Il giornalista ha potuto consultare gli originali delle “lettere dal carcere” di Moro, conservate presso l’Archivio di Stato di Roma.  Per questa ragione occorre nutrire l’interesse e l’approfondimento della storia delle istituzioni politiche del nostro Paese. Per comprendere in tal modo,  gli autori e le numerose cesure del rinnovamento sociale, civile, economico e penale in termini democratici dell’Italia.

Moro al governo.

Marco Damilano riporta di fatto l’attenzione sul ruolo di Moro  nella concretizzazione, dei maggiori dibattiti culturali, sociali e politici dell’epoca, in leggi.  A tutti gli effetti attraverso il suo intervento di mediatore come Presidente del Consiglio(1963 -1968 / 1974 -1976) incuba i  primi segnali di svecchiamento nazionale. Riserva di conseguenza un occhio di riguardo alla moderazione per le diatribe tra le parti politiche dell’arco costituzionale.

Nel 1960 blocca l’esperienza, tristemente nota, del Governo Tambroni.

Inaugura successivamente una stagione di democrazia prolungata. Da allora infatti Moro lavora con Fanfani alla stagione di “apertura a sinistra” delle politiche di governo. L’Italia giova così, in questo periodo, di un forte sviluppo economico e sociale.

In un contesto che vede l’italia sfiancata dagli attentati terroristi legati alla “Strategia della tensione”.

Il Paese è in preda alla morsa del terrorismo:La “Strage di piazza Fontana”, la “Strage di piazza della Loggia”,  la”Strage dell’ Italicus” ect. I tentativi di colpi di stato: il “Piano Solo” , il “Golpe Bianco” , il “Golpe Borghese” e la stagione dell’“Autunno caldo”

 Durante i governi che presiede, Moro si ritrova a fronteggiare enormi difficoltà.

Il “disastro del Vajont”  nel 1963, di poco successivo alla legge per la nazionalizzazione dell’energia elettrica: la nascita dell’Enel nel 1962. L’alluvione di Firenze  allarma la nazione circa l’emergenza della regolamentazione dei piani urbanistici. Occuparsi dunque della tutela del paesaggio  e della vita dei cittadini.

A tal proposito Moro contribuisce alla nascita della Protezione Civile.

Allo stesso modo  si deve al suo governo la legge Mancini. Proposta come freno alla massiccia industrializzazione e allo sviluppo urbanistico sfrenato di quegli anni. Operazioni  spesso sventate, attribuite  in particolar modo al losco operato di una parte della Democrazia Cristiana.

Le spinte rinnovatrici durante i Governi Moro.

Fin dall’inizio della sua carriera  in politica, tramite il suo illluminato contributo alla stesura del  testo della Costituzione, afferma la preminenza nel riconoscimento della persona sul cittadino. Moro  inoltre è fautore della riforma  che prolunga l’obbligo alla formazione scolastica sino alla terza media.

Aiutato dal nuovo mezzo televisivo:la Rai nasce nel 1954 dall’Eiar.

Moro s’interessa personalmente di iniziative come il programma “Non è mai troppo tardi” , condotto dal maestro  Alberto Manzi. Riesce perciò a proporre una soluzione pratica al problema dell’alto tasso  di analfabetismo della popolazione italiana, legato all’ambiente agrario e sottoproletario.

Marco Damilano ricorda come Moro, sia riuscito a mettere in discussione il principio di sovranità limitata che vede l’ autonomia dell’Italia,  ostacolata dall’ “ombrello della Nato”.

L’Italia, come ricorda Damilano, esce dal secondo conflitto mondiale come potenza sconfitta  al fianco però degli Alleati.  Gli americani provvedono  alla protezione militare e agli  ingenti investimenti finanziari. Garantiscono inoltre una posizione di sicurezza e unità alla Penisola. Al contrario di quello che succede  in Germania. Il pegno per l’Italia è un rigido, spesso illecito controllo ed intervento strategico degli Usa nei fragili equilibri politici  italiani.

Moro riesce ad imporre una linea politica indipendente, intervenendo nel dibattito internazionale sulla “Guerra dei sei giorni”.

Nel 1967, come rappresentante italiano  alle Nazioni Unite,  conferma  la linea politica indipendente del nostro Paese rispetto al conflitto. L’Italia dunque non si schiera con gli  israeliani, appoggiati dagli americani. La soluzione al contrasto fra i due popoli deve partire, secondo Moro, dalla soluzione al problema umanitario dei profughi palestinesi. L’attività di mediazione con le potenze straniere, culmina con la firma  di Moro  alla legge sulla cooperazione internazionale del 1971. L’Italia  deve tutelare certamente  l’indiscussa  posizione di “Paese di frontiera” fra i due blocchi continentali  “post Jalta”.

“Ma la televisione ha detto che il nuovo anno porterà una trasformazione e tutti quanti stiamo già aspettando”.

Durante la presentazione Marco Damilano cita la realizzazione della più famosa delle dinamiche politiche italiane del XX sec: il “Compromesso storico” . Moro  comprende difatti  che uno dei principi basilari per la salvaguardia della democrazia, è l’inclusione. La solidarietà democratica, promossa da Moro già dal 1963, può accellerare il processo di rinnovamento  dell’assetto istituzionale dello Stato . Intervento di cui l’Italia necessita in particolare per le riforme costituzionali. Operazione che però permane in un apparente oblio.

Il primo obiettivo è raggiungere la pacificazione e la partecipazione delle parti politiche nell’amministrazione del Paese.

Il progetto di convivenza civile delle forze politiche si realizza e si esaurisce con il “Governo di solidarietà nazionale” o “Governo della non sfiducia” . Il Pci, la seconda forza politica del paese, si impegna infatti a non dare la sfiducia a Giulio Andreotti. 

Il 16 marzo 1978, quando deve verificarsi il voto di fiducia a questo governo, nato dall’impegno di Moro, avviene la strage di Via Fani.

La feroce azione di fuoco brigatista termina con la morte dei cinque agenti della scorta:Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Raffaele Iozzino, Francesco Zizzi e Giulio Rivera. Le Brigate Rosse  portano a termine  “l’attacco al cuore dello Stato” .

Qui s’inserisce l’oscuro capitolo della trattativa tra lo Stato e il gruppo terroristico.

Marco Damilano richiama l’attenzione sull’atteggiamento del partito democristiano, di fronte alla possibilità di salvare Moro. Giudicato infatti tramite un delirante e sommario “processo” nella “prigione del popolo” , Moro riceve  la “condanna a morte” dai brigatisti . Secondo Giovanni Moro, figlio dell’allora Presidente della Dc e sociologo: “Si decise di non decidere”. Per Rino Formica del Psi: “ Non vinse il partito della fermezza ma quello dell’immobilismo”. Ogni occasione di fermento nello scenario politico e civile, in ogni caso è inutile.

Lo Stato non agisce.  Ma non prende tempo per compiere delle indagini e scovare la prigione di Moro e i suoi carcerieri.

L’immagine di Moro, diffusa dalle Br, simboleggia tristemente l’aspetto dello Stato italiano in quei giorni:in maniche di camicia, l’aria stanca e lo sguardo perso, rassegnato. Le Br affondano silenziosamente il Paese, ben oltre gli atti di violenza conclamati. Con la  crudele mostra di Moro in “défaillance” difatti, attaccano la virtù che più ha a cuore:la dignità.  Un principio radicale che Moro intende  ramificare nella società italiana.

Nei  55 giorni di “detenzione” non viene mai convocato il Parlamento nonostante la situazione d’emergenza.

I dirigenti della Dc proseguono il confronto, limitato  alle sole personalità di spicco del proprio partito.  Il parlamentino democristiano  in ogni modo non transige sulla cieca e abietta linea ideologica della “fermezza”. D’altro canto il Pci rifiuta la trattativa per non apparire agli occhi degli elettori vicino alla corrente eversiva di sinistra.

Craxi e l’umaritarismo socialista.

L’esponente del Psi ingaggia autonomamente la linea della “trattativa”. Offre quindi uno scambio con prigionieri terroristi non macchiatisi di fatti di sangue. La soluzione umanitaria non viene appoggiata e il Presidente della Repubblica Giovanni Leone non può firmare la grazia. Marco Damilano però discute sul reale coinvolgimento umano di Craxi nella vicenda. Il giornalista difatti pone seri dubbi sull’autenticità del gesto, non privo a suo parere, di  un ritorno in visibilità politica. Ritengo, vada speso comunque un ricordo alla partecipazione di Craxi, unico politico italiano presente, ai funerali di Jan Palach. Lo studente morto suicida  in segno di protesta anti-sovietica alla violenta fine della “Primavera di Praga”.

Lo Stato appare straordinariamente impotente e indifeso. Incapace di proteggere i propri funzionari.

D’altronde si rivive un’epoca in cui gli enti dello Stato sono più forti del senso dello Stato. Il pensiero di Marco Damilano riflette l’esito, ad oggi fallimentare, del progetto di Moro. Il politico paga con la vita, nel momento in cui velocizza il processo di rinnovamento politico, contro la  minacciosa ombra d’inerzia del suo stesso partito. La morte di Moro verifica il mancato valore della vita umana e della conciliazione sociale, politica ed economica in Italia. Testamento evidentemente non percepito neanche dalle successive figure politiche succedutesi ai vertici della politica nostrana.

Gli ipotetici tentativi per la liberazione di Moro, non dovevano rivelare sintomi di fragilità e cedevolezza della classe politica.  Al contrario si ponevano  come ragionevole e legittimo atto in difesa dello Stato.

Quello di Marco Damilano è il ritratto di uno  dei più lungimiranti statisti italiani e non si propone come apologia. Ricorda ai lettori come  Moro e  altri uomini a servizio dello Stato, della pubblica sicurezza e dell’informazione, vengano privati della vita, semplicemente perché fanno bene il loro mestiere.

“Ciascuno accetti di uscire dalla scena del mondo con la gioia di aver costruito qualcosa per gli uomini e con la certezza di non finire” (Aldo Moro).

Marilù Piscopello

Nathan Sawaya e il mondo dei Lego: prorogata la mostra sui Supereroi DC

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Vi ricordate i pomeriggi passati ad assemblare mirabolanti costruzioni? Quei mattoncini sparsi per tutto il tappeto che aspettavano solo di prendere forma?

Se anche voi, come me, appartenete a quella categoria di persone che non riescono a non emozionarsi dinanzi a dei Lego, c’è una mostra che non potete assolutamente perdere. Sto parlando di  “THE ART OF THE BRICK: DC SUPER HEROES” di Nathan Sawaya. 

Esposta dal 30 Novembre presso il Palazzo degli Esami, in virtù dell’incredibile successo ottenuto, la mostra è stata prorogata fino all’8 Aprile.

La sede espositiva si estende per oltre 2000 mq nel cuore di Roma. Per l’occasione è stata trasformata in una suggestiva Gotham City in cui i Supereroi della Lega della Giustizia affrontano i loro acerrimi nemici.

Dopo il video introduttivo dove lo stesso Nathan Sawaya ci spiega lo scopo della mostra, ossia quello di farci riscoprire il nostro supereroe interiore, possiamo immergerci in un suggestivo percorso composto di oltre 120 opere ispirate ai fumetti della DC. L’intento è quello di spronarci ad abbattere le nostre barriere fisiche e mentali. Lasciarci trasportare dalle avvincenti storie di fantasia che prendono vita nell’opera di Nathan Sawaya.

Nathan Sawaya utilizza l’alternanza tra bene e male come linea tematica della mostra. Senza un “cattivo” da sconfiggere non esisterebbe alcun Supereroe.

L’alternanza di bene e male, ombra e luce, ci accompagna per tutta la mostra. Del resto, se ci pensiamo, non potrebbero esistere i supereroi se non ci fossero cattivi da sconfiggere. Ed ecco, quindi, che possiamo ammirare, accanto agli arcinoti Batman e Superman, le loro controparti malvagie, ossia Joker e Lex Luthor.

Il male, insomma, è parte integrante del nostro essere e ciò ci viene suggerito proprio da Nathan Sawaya che, nella didascalia alla sua opera “Male Necessario” scrive: <<Batman non può esistere senza Joker e viceversa. Questa credo sia la sintesi tra il bene e il male, c’è bisogno di entrambi gli elementi affinché esista una storia>>.

La mostra include, inoltre, la scultura Lego di dimensioni reali più celebre e ammirata di Nathan Sawaya: un’imponente riproduzione della Batmobile. Lunga più di 5 metri, occupa gran parte della sala e non si può non rimanere affascinati da quel mezzo milione di mattoncini perfettamente assemblati.

Se tutto questo non dovesse bastare a convincervi dovete sapere che la mostra di Nathan Sawaya è stata già esposta in oltre 75 città e 6 continenti con un’affluenza di milioni di persone.

Ancora scettici? Per grandi, piccini e adulti mai cresciuti, nell’ultima sala potete trovare un’altra sorpresa. La mostra, infatti, mette a disposizione innumerevoli  mattoncini, per creare la vostra fantastica opera, e alcune console (Play Station 4 e Xbox) per provare giochi a tema.

Che cosa state aspettando? Affrettatevi, avete tempo fino all’8 Aprile, non lasciatevi sfuggire l’opportunità di tornare bambini per qualche ora.

Simona Valentini

I Woda Woda cercano la propria strada sulle sicure orme dei Litfiba

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Iniziare come cover band per poi provare a creare la propria arte.

Così è stato anche per i Woda Woda. Un percorso che tutti (o quasi) i gruppi musicali si ritrovano a vivere durante la loro esperienza. Si comincia giovani e sbarbatelli con il sogno di portare su qualche palco locale i pezzi della propria band del cuore. Quella band che all’inizio di tutto ti ha fatto venire voglia di “imbracciare” le armi da palco per poterle “suonare” come si deve al pubblico sotto.

Nel caso specifico, la band ispiratrice, sono stati i Litfiba. Nascono così i Woda Woda, brano omonimo da cui prendono in prestito il proprio nome, per omaggiare il duo storico Pelù/Renzulli che tanta storia ha scritto per il rock del nostro paese. Capita poi che ad un certo punto, come dicevamo poc’anzi, si voglia fare quel passetto in più. Un passetto che per il sottoscritto è sempre azione lodevole visto che ci si mette la faccia e il cuore. Non si crea dal niente senza mescolare questi due ingredienti.

Da questa ricetta è nato “Dipendenza”.

Il primo singolo inedito dei Woda Woda che non può non trarre ispirazione dalla band che omaggiano dal 2015. Specialmente nelle strofe e nell’attitudine vocale. Un pezzo che si fa gradire al primo ascolto grazie anche ad un ritornello semplice e immediato. Ovviamente nulla di nuovo, un brano che non intende osare nel suo essere e che percorre strade sicure. Chi ama o ha amato i Litfiba potrà ascoltare questa canzone in gran comodità.

Non si facciano paragoni, non è mai cosa buona e giusta e non sarò io a farli. La musica è l’estensione in note degli artisti che la compongono e delle influenze da cui provengono. La maturità artistica e la ricerca della propria strada è una lotta con se stessi che passa anche per la tappa chiamata “primo singolo” dove, a parer mio, bisogna apprezzare il coraggio di lasciare una strada certa (le cover) per l’ignoto e mai troppo ben visto “inedito”.

Auguro dunque ai Woda Woda di crescere, prendere i propri spazi, fare le proprie scelte e soprattutto continuare a fare ricerca all’interno della propria musica.

Emiliano Gambelli

E alla fine arrivano gli zombie

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Torno a parlare di The Walking Dead, tra stupore e timido imbarazzo.

Tempo fa era una delle serie tv che recensivo episodio per episodio, ma alla fine ho smesso per un motivo molto semplice: era noiosa. Ho continuato a vedere la serie sperando che cambiasse qualcosa e per molte puntate mi sono trascinata proprio come una morta vivente alla ricerca di qualche spunto interessante.

Nemmeno il decesso improvviso di uno dei protagonisti è riuscito a destarmi dal torpore (forse perché speravo lo facessero fuori da parecchio): ho dovuto aspettare quattro episodi dalla fine dell’ottava stagione per trovare nuovamente l’ispirazione. L’episodio che risvegliato la mia penna è “Fuori strada”, andato in onda lo scorso 25 marzo.

Occhi puntati su Maggie, che inizia finalmente ad avere sfumature intriganti.

In lutto per la morte di Glenn ormai da mesi (ma il pancione dove sta?), tutti l’hanno indicata come leader, a cominciare da Rick. Lo scetticismo era alto: l’abbiamo identificata come mogliettina innamorata per troppo a lungo. Era Glenn quello smart della coppia, che peraltro si era pure un po’ rammollito con la love story.

Insomma, era difficile vedere in lei un vero spunto di leadeship. L’unica scena in cui la ricordavo nettamente era quando si spogliava nel fienile per fare sesso con Glenn, a cui non sembrava vero. Invece Maggie, in questo episodio 13, non solo mostra di avere davvero una strategia, di avere le redini tra le mani, ma rivela anche il suo dark side. Un lato oscuro più che legittimo e assolutamente non celato.

Mentre tutti la omaggiano per aver organizzato a Hilltop un contrattacco perfetto contro l’armata dei Salvatori, lei afferma di averlo fatto solo per attirare Negan e ucciderlo sulla tomba di Glenn.

Non c’è nulla di male nel fare un pensiero di questo tipo dopo che il suo compagno è stato ucciso a lucillate (mazzate), ma ho trovato svilente il fatto che Rick sia stato per 8 stagioni il leader del gruppo, quello che voleva salvare la comunità e i propri figli, mentre Maggie deve essere dipinta come quella che, una volta al comando, mal cela il doppio fine di vendicarsi.  Non riesco a capire perché i personaggi femminili non prendano il volo in TWD. L’unica che ha davvero visto una maturazione è Carol, che da vittima di violenza domestica è diventata una macchina da guerra. Ma cosa dire di Michonne, che da quando sta con Rick si è trasformata in una desperate housewife? Ve la ricordate quando spaccava mandibole e andava in giro con gli zombie al guinzaglio? Rosita e Tara nemmeno le nomino. Enid non pervenuta. Totalmente inutili.

A prescindere  dal focus su Maggie, la caratteristica che rende questo episodio gustoso è il ritorno al clima zombie: finalmente un imprevisto rende Barrington House una casa infestata dai morti. Si assapora lo stile di George Romero, dell’attacco notturno degli zombie che entrano silenti dalla porta, come nel cult La Notte dei Morti Viventi.  Finalmente arriva il brivido nel vedere che, nonostante l’ingegno di Maggie, il mondo è ancora dominato dagli zombie. Tema che è tornato a galla di recente, visto che The Walking Dead si era ormai trasformato in una lotta di potere tra umani, subordinando al ruolo di ordinaria amministrazione la dimensione zombie.

 

Alessia Pizzi

“Tutto esaurito”, Max Paiella conquista la folla al Teatro Vittoria

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Tutto Esaurito è il titolo del nuovo spettacolo di Max Paiella in scena al Teatro Vittoria di Roma fino al 31 marzo 2018.

Max Paiella è quello che gli americani definirebbero un “one man show“. Riesce a gestire benissimo uno spettacolo di quasi due ore intrattenendo il pubblico senza mai annoiarlo. E lo fa completamente solo. Lo spettacolo in scena al Teatro Vittoria è stato scritto a quattro mani con Caterina Brigliadori e porta sul palco anche alcuni dei suoi personaggi più riusciti che quasi quotidianamente prendono vita nel programma Il Ruggito del Coniglio in onda ogni mattina su Radio2.

Non solo imitazioni per il comico romano.

Definire Paiella solo un comico o un imitatore sarebbe limitativo. Max Paiella è infatti un abilissimo intrattenitore. Oltre alle battute e alle imitazioni riuscitissime infatti, Paiella è anche un dotato musicista e cantante. Un artista a tutto tondo che dimostra la sua bravura nello spettacolo in scena al Teatro Vittoria di Roma.

Max Paiella, Tutto Esaurito, Teatro Vittoria Roma 2018

Tutto Esaurito non è però solo un modo per l’attore di mostrare il suo migliore repertorio e, di conseguenza, per il pubblico di goderne. Questo spettacolo è anche spunto per una riflessione profonda su tematiche cocenti e attualissime. Tutto infatti si sta esaurendo: le risorse naturali, le specie animali, alcune varietà di piante. Il mondo così come lo conosciamo oggi è destinato a scomparire.

E a metterci in guardia da questo disastro che si sta compiendo è Max Paiella, venuto dal futuro, dal 2068, a raccontarci cosa si esaurirà fra 50 anni e chi e cosa – ahi noi! – ci troveremo ancora fra i piedi!

Max Paiella instaura anche un rapporto col pubblico invitandolo a riflettere e a partecipare alla costruzione di alcune parti del suo spettacolo. Una riflessione sulle nostre abitudini che forse dovremmo cambiare per evitare che le cose belle che abbiamo al mondo scompaiano presto; ma anche un modo per trovare soluzioni ironiche a problemi che affliggono la nostra società.

“Cosa abbiamo in grande quantità a Roma?” chiede Paiella al pubblico in sala. “Le buche!” viene spontaneo rispondere a tutti gli spettatori che hanno appena attraversato le strade-groviera della Capitale per giungere a teatro. “E poi?” domanda ancora l’attore. “La spazzatura!” risponde sconsolato il pubblico di romani in sala, ma col ghigno di chi ha almeno indovinato la risposta. La ricetta per migliorare la situazione in cui versa Roma ce la suggerisce infine Max Paiella proponendo di riempire le buche nell’asfalto della Capitale con la spazzatura che invade le strade! Due piccioni con una fava! Ah e i piccioni, che pure sono troppi a Roma li mettiamo a guardia delle buche tappate, così per un po’ potremmo stare tranquilli…

Se per Paiella è Tutto Esaurito, al Teatro Vittoria però c’è ancora la possibilità per godere di questo spettacolo brillante. Allora forza, che aspettate?!

Qui tutte le info.

 

Francesca Blasi

“Stand by me. Notti d’agosto”. Il possesso che divora tutto

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Quanto possiamo resistere in un rapporto che non ci si soddisfa, con una persona che ci fa paura e dalla quale vorremmo scappare?

Luca e Alice sono amici, si conoscono da una vita, un rapporto apparentemente perfetto. Un fatto molto grave mette in luce gli spettri dei loro animi. Ancora una volta il DOIT Festival si propone come una delle rassegne di teatro contemporaneo più interessanti sul territorio romano. Il 20 e 21 marzo 2018 è andato in scena all’Ar.MaTeatro Stand by me. Notti d’agosto, scritto e diretto da Flavia Martino con i bravissimi Gabriele Namio e Alessandra Barbonetti.

Una storia viscerale e attuale

Un’invasione di uomini armati, come tante di quelle che purtroppo affollano le nostre cronache recenti. Un gruppo armato ha invaso la città. Luca e Alice, amici, si rifugiano nello scantinato di lui. L’occasione serve a far mettere in luce i loro caratteri. Luca è opprimente, ossessivo, non ama l’essere criticato ma soprattutto è egocentrico. Alice è sempre stata costretta ad essergli amica. Un rapporto morboso, che lei non tollera più. Alice è una farfalla che vuole volare, ma Luca le tappa le ali. Un amore-odio rappresentato come un crescendo rossiniano, fino al finale a sorpresa (che non sveleremo), quando lei riuscirà a trovare la sua strada.

Stand by me. Notti d'agosto

Una storia terribilmente attuale

Seduto sugli spalti dell’Ar.Ma Teatro il 20 marzo, ho capito subito quanto Stand by me. Notti d’agosto fosse attuale. Il nostro mondo è ormai schiacciato dal senso della possesso. Vogliamo predominare sugli altri. Attraverso il possesso dell’altro si mostra l’inferiorità dell’uomo. Troppe volte i nostri giornali sono pieni di storie simili, in un mondo, in una società dove la donna è ancora vista come sottomessa. Casi, come quello di Immacolata Villani, uccisa barbaramente dal marito davanti alla scuola del figlio, che ormai sono all’ordine del giorno. Storie che ormai sono diventate numeri su giornali, talmente alto è il loro numero.

Alice rappresenta il mondo che le donne vogliono cambiare. Durante il corso dello spettacolo si capisce che lei ha dovuto neutralizzare il proprio io per favorire l’io di Luca. Da bambini dovevano giocare ai giochi che voleva fare lui, doveva sempre vincere lui. Lei lo odia ma gli vuole bene allo stesso tempo, ma un rapporto così logorante non lo sopporta più. Per stare bene con gli altri bisogna stare bene con sé stessi, e, quando non si viene rispettati, non si sta bene con se stesso.

Alice mette in luce quello che prima di tutto serve per un buon rapporto, sia esso d’amicizia, che d’amore che di qualunque tipo: rispetto.

La nostra società pensa di essere evoluta.

Ma lo siamo davvero quando una donna venga pagata di meno per una stessa tipologia di lavoro che svolge l’uomo è evoluzione? Quando pensiamo, noi uomini, alle donne come sfogo notturno è evoluzione?

Ma siamo così sicuri di ciò?

La risposta è che non siamo evoluti. In fondo, ogni volta che una donna che si ribella perché non viene rispettata per quello che vuole essere finisce male, c’è sempre qualcuno che purtroppo pensa che se la sia cercata.

Marco Rossi

@marco_rossi88

(Foto di Sergio Battista estratte dalla pagina Facebook Sergio Battista)

Una serie di sfortunati eventi 2: l’umore nero torna su Netflix

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Tornano su Netflix le avventure dei fratelli Baudelaire, alle prese con i complotti del conte Olaf.

“Una serie di sfortunati eventi”  è la serie tratta dal ciclo di romanzi di Lemony Snicket (pseudonimo di Daniel Handler). I libri, 13 in tutto, raccontano con toni tragicomici le vicende sventurate dei fratelli Baudelaire, orfani tormentati dalla sfortuna. Il malvagio conte Olaf (Neil Patrick Harris nella serie) infatti  li perseguita per impadronirsi dell’enorme patrimonio che possedevano i genitori dei Baudelaire. La prima stagione aveva seguito le vicende dei primi quattro romanzi (“Un infausto inizio”, “La stanza delle serpi”, “La funesta finestra” e “La sinistra segheria”). La nuova stagione, quindi, prosegue con i seguenti cinque della serie: “L’atroce accademia”, “L’ascensore ansiogeno”, “Il vile villaggio”, “L’ostile ospedale” ed “Il carosello carnivoro”. Annunciata da un trailer, la serie è ora in onda.

La trama

Il pattern della serie è sempre pressappoco lo stesso: i Baudelaire vengono affidati a dei tutori legali che si rivelano inadeguati e cadono vittime delle trame del conte Olaf. Quest’ultimo, aiutato dai suoi scagnozzi, escogita bizzarri travestimenti e riesce sempre a complicare la vita degli orfani. Tuttavia grazie all’intelligenza di Klaus (Louis Hynes), all’ingegno di Violet (Malina Weissman) e all’intraprendenza di Sunny (Presley Smith) si trova sempre una via d’uscita.

Ambientazioni grottesche

Le ambientazioni della serie sono un marchio distintivo. Con qualche reminiscenza alla Tim Burton, i Baudelaire si muovono all’interno di ambienti cupi e grotteschi, dall’austera accademia dove vige un rigore militare fino al vile villaggio dove uno stormo di corvi incombe su tutti. Spiccano però delle note di colore qua e là, soprattutto i vestiti dei bizzarri personaggi o gli improbabili travestimenti del conte Olaf.

Una serie di sfortunati eventi 2

Humor nero

Il punto di forza della serie, però, è il suo humor nero. Il narratore, che impersona Lemony Snicket (Patrick Warburton), commenta spesso gli episodi avvisando i lettori che non ci sarà alcun lieto fine. In questo mantiene esattamente i toni del libro. Alcuni personaggi, poi, prorompono in esclamazioni dense di dark humor. Esme Squalor (Lucy Punch), ad esempio, nella sua ossessione per ciò che è di moda, dice agli orfani che avrebbe voluto adottarli prima, ma gli orfani sono stati “out” per molto tempo.

Spiragli di luce: le biblioteche

In questi quadri a tinte fosche, però, c’è sempre un pochino di luce. Di solito sono le biblioteche che gli orfani incontrano lungo la strada: la biblioteca dell’austera accademia, o il dirigibile pieno di libri di Hector nel vile villaggio. Quest’idea viene sempre ribadita nei libri e nella serie, e riassunta nella battuta:

Una biblioteca è come un’isola in mezzo al vasto mare dell’ignoranza, specialmente se la biblioteca è molto alta e l’area circostante è allagata.

Questa mistura di pessimismo, speranza e humor rende la serie davvero unica.

Davide Massimo 

Lorenzo Feliciati e il suo basso: l’ultima prodezza di un “Elevator man”

Per gli appassionati musicofili di CulturaMente ho incontrato il grande bassista Lorenzo Feliciati, in occasione dell’uscita del suo ultimo lavoro, Elevator man.

Lorenzo Feliciati, compositore e bassista italiano anche membro di Naked Truth, Berserk!, Twinscapes e Mumpbeak, ha pubblicato il suo terzo album da solista per RareNoise. Dopo Frequent Flyer (2011) e KOI (2015) il nuovo Elevator Man è il passo successivo di Feliciati nella costruzione di un ponte tra Jazz e Rock, in cui lo accompagna una folta schiera di straordinari colleghi da tutto il mondo. Parliamo di batteristi come Pat Mastelotto (King Crimson) e Chad Wackerman (Allan Holdsworth, Frank Zappa), chitarristi come Mattias “IA” Eklundh (Jonas Hellborg Trio) e Marco Sfogli (PFM), il trombettista jazz Cuong Vu e il compagno di Feliciati nei Naked Truth, Roy Powell, con il suo clavinet avvolto nella distorsione, mentre Feliciati, oltre ad aver composto e arrangiato tutto il materiale del disco, ha suonato basso, chitarra e tastiere.

Lorenzo, mi emoziona sempre parlare con i grandi musicisti. Mi riporta a tutto un mondo, un background che ammiro e invidio. La musica ha una dimensione filosofica che spesso viene ignorata ed invece costituisce la linea di demarcazione tra un utilizzatore di strumenti e un artista. Qual è il significato profondo della parola musicista, secondo te?

Credo che la differenza la faccia la creatività, un muscolo che ha bisogno costante di esercizio e di continui “passi falsi” per crescere e migliorarsi. Se il talento è il punto di partenza il lavoro, l’approfondimento e il continuo confrontarsi  gli altri è quello che può renderci “creativi” e quindi permetterci di non essere freddi e immobili utilizzatori di strumenti. Se fosse possibile sintetizzare in una parola il concetto profondo dell’essere musicista direi: “curiosità”.

lorenzo felicitati

Un bassista non sempre brilla di luce propria perché al grande pubblico risulta “complementare” alla batteria. Non è affatto così, puoi dircelo in due parole?

Diciamo che non è sempre così, ma il considerare il basso come cardine della pulsazione ritmica e il fulcro dell’unione ritmo/armonia è più che corretto. Quindi come tale il rapporto, il dialogo con la batteria è fondamentale, soprattutto in certi contesti stilistici, ma comunque imprescindibile. Lo sviluppo tecnologico dello strumento e di conseguenza del suo ruolo ovviamente lo ha sganciato dalla rigidità che gli veniva assegnata in passato ma il basso rimane strumento di supporto e di fondamenta, in grado di “sfuggire” di tanto in tanto ma che torna sempre all’ovile.

Il basso trascina e subisce nel contempo l’influenza degli altri strumenti, un catalizzatore. Quando hai deciso di suonarlo in modo prevalente?

L’idea e il desiderio iniziale era di suonare la batteria, mio fratello suonava la chitarra e cantava ma un nostro amico si fece regalare una batteria e quindi lo strumento necessario era il basso. Dopo poco andai a vedere i Weather Report in concerto con al basso Jaco Pastorius e fu come una illuminazione: capii che anche il bassista può essere una presenza carismatica e dinamica sul palco e che  può trovarsi al centro dell’arrangiamento. Da lì in poi il basso ed il contrabbasso in seguito sono stati sempre al centro della mia vita.

I gruppi per quali hai suonato sono delle pietre miliari della musica contemporanea. A me fanno impazzire i Porcupine Tree; ti senti collocato generazionalmente ed emotivamente nel progressive?

Veramente io sono un rockettaro! I Porcupine Tree li ascolto da lungo tempo ma la mia collaborazione con Colin Edwin è nata e continua con grande soddisfazione ( dopo l’estate uscirà sempre per la Rarenoise il nostro secondo album ) senza agganci al mondo Porcupine Tree: abbiamo molte cose in comune come gusti musicali e filosofia compositiva. Tra noi si è subito creata un intesa e una chimica esecutiva eccezionale; non ci pestiamo mai i piedi pur suonando lo stesso strumento ed avendo fondamentalmente un background rock. 

Elevator man è un ponte che conduce verso l’incontro più raffinato di rock e jazz. Parlaci del tuo ultimo lavoro.

È un album del quale siamo (io e la Rarenoise) molto contenti. Gli altri miei album precedenti hanno tutti un forte carattere e molte frecce al loro arco ma credo che EM sia riuscito più dei precedenti a far coincidere una grande ricchezza compositiva e sonora con una grande capacità comunicativa. Insomma, da quello che sento dirmi, è musica che si riesce ad ascoltare con godimento nonostante sia costruita con una certa complessità di base. Il fatto che ogni brano abbia una line up diversa ha aggiunto una varietà sia sonora che stilistica che aumenta ancor di più la sensazione di muoversi davvero con un ascensore, fermandosi di volta in volta su piani diversi caratterizzati da musiche e musicisti diversi.

Lorenzo Feliciati

Lavori prevalentemente con musicisti stranieri, è una scelta o una necessità?

È vero fino ad un certo punto, ma comunque sono d’accordo che guardando alle mie collaborazioni degli ultimi otto anni la gran parte sono con musicisti stranieri. Non è stata assolutamente una mossa pianificata : credo che per i miei progetti serva una curiosità ed un senso di avventura che è più comune all’estero che in Italia…questo sì.

La differenza tra basso fretted e frettles è influenzata dal repertorio, a tuo giudizio? Sei un virtuoso in ambedue i casi.

Non credo, ci sono esempi magnifici di fretless in contesti storicamente da fretted e viceversa. Per me spesso la decisione dipende dal basso che mi è più vicino ! A parte la battuta, le variabili che mi fanno decidere in un senso o in un altro sono moltissime e quindi non mi sento di parlare di “scelta”.

Grazie di cuore per la tua disponibilità, Lorenzo. Spero di poterti ascoltare live al più presto.

Grazie a CulturaMente per le interessanti domande e per il lavoro che fate per divulgare e approfondire argomenti che meritano anche se non sicuramente “di tendenza”!

 

Antonella Rizzo

L’arte dopo il sisma: la mostra “Capriccio e Natura” a Macerata

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Nella splendida cornice di palazzo Buonaccorsi, è stata allestita la mostra la mostra “Capriccio e Natura“.

Alcune opere sopravvissute al terremoto del 2016 sono state riunite insieme ad altre del territorio, per raccontare l’arte marchigiana del periodo della controriforma.

“Capriccio e Natura” si inserisce all’interno di un ciclo di iniziative marchigiane che avranno luogo per tutto il 2018. Abbiamo già parlato di Recanati e del suo “Lotto dialoga con Leopardi” e presto ce ne saranno altre in vari centri (come Fermo, Ascoli Piceno, Fabriano, Loreto e Matelica).

Questa mostra, dicevamo, racconta l’arte della seconda metà del Cinquecento. Dalla maniera, insomma, al caravaggismo, passando per le Marche.

Ma perché proprio le Marche?

Lo sapevate, ad esempio, che nel quindicesimo secolo, Macerata divenne una delle capitali amministrative dello Stato Pontificio? Proprio questa importanza politica diede alla città la possibilità di veder vagare per i cantieri artisti provenienti dalla capitale e decisi a lasciare la loro impronta.

Le opere, raggruppate indicativamente in ordine cronologico, attraversano il cinquantennio della controriforma, abbiamo detto. Dalla maniera, artificiosa, complessa e capricciosa dell’artista, andiamo verso uno studio più naturale del soggetto realizzato.

Quadri difficili da capire, senza un’apparente logica e in cui prevale la maestria dell’artista, da un lato. Dall’altro, opere in cui i dettami di semplicità e immediatezza tornano a far presa.

Percorrendo le varie sale della mostra, la composizione e l’uso accorto dei colori celano e rivelano allo stesso tempo la volontà di aderire ai precetti imposti dal Concilio di Trento.

Non parliamo, tuttavia, di un percorso lineare, né tanto meno di un processo di crescita graduale.

Perché, infondo, non esiste un percorso progressivo e ancora meno tendente a una soluzione univoca. Capriccio e Natura, insomma, non due “realtà” separate e distinte.

L’assenza di una figura predominante rende plurima e polivalente l’esperienza pittorica di quegli anni. Varietà di artisti ma anche di committenti rendono eterogenea l’evoluzione della produzione nel maceratese. D’altro canto, i cantieri della Santa Casa di Loreto e le committenze del ducato di Urbino, sono la cartina di tornasole più evidente di questo fenomeno.

L’intero percorso, che apre al capriccio, termina con la celebrazione della natura e della luce, dove ormai il colore perde la corposità dell’artificio per diventare sfumatura e ombra.

Dalla maniera alla luce, quindi, senza escludere qualche punta di nostalgia per il passato in una mostra che potremmo definire plurale, come il nome della regione che la ospita.

Serena Vissani