Guida per l’Ufficio Stampa affetto da analfabetismo digitale

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Nel corso degli ultimi anni la direzione di CulturaMente mi ha portato a relazionarmi con numerosi uffici stampa. Io stessa ho partecipato a corsi di formazione come ufficio stampa digitale, ma lavorando nel web marketing molte pratiche mi risultavano piuttosto banali, mentre vedevo colleghi giornalisti storcere il naso non appena le sentivano nominare.

Molte volte ho pensato che servisse una guida per “emancipare” gli uffici stampa e introdurli nella nuova era del web, fatta di SEO, di Trends e di Influencer.

Questo è il secolo in cui informazione e comunicazione assottigliano il confine delle differenze, è il secolo del Brand Journalism, è il secolo in cui l’ufficio stampa che non si evolve fa la fine della giraffa col collo corto e viene spodestato dal Social Media Manager, come purtroppo ho potuto constatare con i miei occhi.

Questa doverosa premessa introduce uno dei libri più interessanti, ma soprattutto utili che abbia letto di recente: “Ufficio Stampa 2.0 – Tra media relations e Digital Pr” di Fabio Brocceri. Una piccola guida, scorrevole e chiara, per apprendere i nuovi strumenti di comunicazione giornalistica di cui dovrebbe servirsi l’ufficio stampa che lavora nel Ventunesimo secolo.

Da WordPress ai Social Network, da Google Trends a Feedly, Fabio Brocceri è riuscito in quello che ho sperato per anni: un vademecum imprescindibile per i professionisti della comunicazione. L’unica appendice che mi sarei sentita di aggiungere a questo lavoro è un elenco degli errori più comuni che ho visto commettere “sul campo”.

In media l’ufficio stampa all’antica non comprende perché i siti ottimizzati in ottica SEO rifuggono i comunicati stampa copia e incollati, non conosce le dinamiche di un post sponsorizzato su Facebook e si ostina a taggare mille profili privati dei colleghi per dare comunicazione di un evento che sta promuovendo.

L’ufficio stampa vecchio stampo è digitalmente analfabetizzato e usa strumenti privati quali WhatsApp e Messenger per invitare i giornalisti agli eventi.

Mediamente non comprende il concetto di visibilità, additando tutto come “pubblicità a pagamento”. In realtà, le Digital PR e l’Influencer Marketing non sono assolutamente da sottovalutare per chi cura la comunicazione di Brand o di un professionista, come non sarebbero da ignorare dei corsi sul corretto uso dei Social Network (che tra l’altro l’Ordine Dei Giornalisti sta inserendo nei programmi di formazione continua), per comprendere la funzione degli hashtag e conoscere la programmazione dei vari post utilizzando strumenti come Hootsuite, invece di vivere attaccati al PC o al cellulare.

Molto raramente, infine, ho avuto il piacere di ricevere e leggere comunicati stampa con un oggetto interessante e un ipertesto arricchito da video e materiali multimediali: il giornalista che affida le proprie competenze alla promozione dovrebbe quantomeno conoscere le strategie di marketing. Non a caso, come mi ha fatto scoprire Fabio, il primo ufficio stampa della storia, Ivy Lee, era un pubblicitario oltre che un pubblicista e salvò la reputazione della Pennsylvania RailRoad organizzando le informazioni da dare in pasto ai giornalisti in occasione di un grosso incidente che accadde ad Atlantic City.

Questo articolo vuole essere uno sprono per i colleghi giornalisti: ignorare i meccanismi della comunicazione digitale rischia di far perdere all’ufficio stampa il proprio mestiere. Cerchiamo di evitarlo tenendo le menti aperte e pronte a recepire nuove informazioni. Molte di queste le trovate nel libro di Fabio.

Alessia Pizzi

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