“Giacomina”: 50 anni di pillole e preghiere per (non) curare la depressione

Teatro Roma spettacoli

Al Teatro Studio Uno di Roma dal  4 al 7 aprile ha debuttato in prima nazionale “Giacomina”, storia vera di una depressione.

Scritto e diretto da Salvatore Cannova, “Giacomina” racconta l’amicizia profonda che lega due ragazze siciliane, Giacomina e Cettina, interpretate, rispettivamente, da Clara Ingargiola  e Eletta Del Castillo. Dopo la prima, è stato anche in scena a Palermo, dal 13 al 14 aprile, nei Cantieri Culturali della Zisa.

Ma nel rapporto tra le due ragazze si insinua da subito e per sempre un “terzo incomodo”, la malattia del secolo di cui è Giacomina è affetta fin da giovanissima.
Starà intorno a loro per cinquant’anni. Cinquant’anni di pillole e preghiere, ma anche di silenzio intorno a Giacomina e alla sua impronunciabile malattia: la depressione. Nessuno nel paese doveva sapere.

Bravissime sono state le due attrici ad interpretare sia gli entusiasmi dell’adolescenza, sia la routine casalinga dell’età anziana.

Il testo dello spettacolo è efficace tanto quanto la messa in scena. Con pochi oggetti si descrive la quotidianità dei due personaggi, ma soprattutto – e sorprendentemente – il dolore delle due ragazze, poi donne. Le mollette da bucato che pinzano la faccia e il collo di Giacomina rappresentano, si intuisce, l’autolesionismo di Giacomina, che la spinge anche fino a tentare il suicidio.

Divertente e grande prova di attrici è la scena dissacratoria della chiesa. L’autore sottolinea più volte il ruolo che le persone intorno a Giacomina hanno affidato alla fede religiosa, fatta di preghiere, messe, abitudini devozionali. Dovrebbe aiutarla a tranquillizzarla e le preghiere dovrebbero bastare a farla guarire. Non è così. Come non basteranno neanche le pillole.

Clara Ingargiola ed Eletta Del Castillo dominano la mimica facciale in modo tanto impressionante quanto efficace.

Quando Giacomina inizia a stare male, le si legge sul volto, che si trasforma piano piano. Uno spettatore dotato del minimo livello di empatia non può non risultarne coinvolto fino alla commozione.

Il testo di Salvatore Cannova apre agli occhi del pubblico il mondo della depressione, giocando con i due punti di vista delle protagoniste.

Quando è Cettina, la sua più intima amica, a narrare la vita di Giacomina, il racconto è accorato, pieno di quell’affetto che solo una vera amicizia può dare. Quando a parlare è Giacomina stessa, il racconto si fa toccante per quanto descriva il tormento che ha vissuto: “Di giorno, guardare e non vedere, ascoltare e non sentire. Di notte, intendere e intravedere”.

Lo spettacolo si potrebbe definire, con un luogo comune, breve ma intenso. L’ottimo risultato è forse dovuto, non solo alla bravura delle attrici e dell’autore/regista, ma anche al particolare affetto che lega quest’ultimo alla storia.

“Giacomina”, infatti, segue le vicende autobiografiche della nonna di Cannova, che la ricorda così: “Sorridente, truccata e sempre con un vestito diverso … Una donna dall’aspetto sempre curato capace di nascondere, ai molti, il suo profondo malessere: il “mal di vivere”, come avrebbe detto Montale.
L’origine della sua depressione fu sempre un mistero, come la ragione per cui decise di farla finita; sono tante, quindi, le ipotesi rimaste senza certezze”.

Le riflessioni che “Giacomina” mi ha suscitato confermano quanto lo spettacolo dica più o meno esplicitamente: avere la salute e non essere soli non è abbastanza se, come Giacomina, senti un peso sulla gola o sul petto, che non ti fa respirare.

Giacomina ha avuto un marito, che ha amato, sembra. È diventata mamma e poi nonna. Ha delle sorelle e la sua carissima amica. È una donna che “ha funzionato”. Per la società in cui ha vissuto, quella siciliana della seconda metà del Novecento, può definirsi una donna realizzata. Non è quella che si sarebbe definita una malata di mente.

Eppure dice di essere inutile nella vita concreta. Vorrebbe solo non passare le notti insonni, preda dell’angoscia. Vorrebbe dormire e sognare, perché forse sa, dentro di sé, che attraverso il sogno parla l’inconscio e che, se riuscisse a sognare e a capire quei sogni, forse capirebbe anche perché si è ammalata.  E, forse, guarirebbe anche.

Stefania Fiducia

Splendida quarantenne aspirante alla leggerezza pensosa. Giurista per antica passione, avvocatessa per destino, combatto la noia e cerco la bellezza nei film, nella musica e in ogni altra forma d'arte.

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