Delitto e Castigo. All’Ambra Jovinelli va in scena il capolavoro di Dostoevskij

sergio rubini delitto e castigo

«Sono partito da un mio antico amore» ha raccontato recentemente Rubini al Corriere della Sera, «Delitto e Castigo è un libro che ho sempre amato molto, l’ho letto, riletto, e la voglia di metterlo in scena è un rovello che mi porto appresso da tanto tempo.»

La prima sensazione che si prova nel momento in cui, seppur virtualmente, cala il sipario sul bellissimo Delitto e Castigo di Sergio Rubini, in scena all’Ambra Jovinelli fino al prossimo 15 aprile, è l’irrefrenabile desiderio di rileggere immediatamente il capolavoro di Dostoevskij. Tornare, quindi, in fretta a casa, setacciare i ripiani della libreria per ritrovare quel libro e, dopo averlo squadernato, riprovare quelle emozioni appena salutate a teatro.

La scena della piece, adattamento teatrale di Sergio Rubini e Carla Cavalluzzi, si apre con il rumore martellante di una goccia che cade in un catino smaltato, un suono che anticipa la straordinaria teoria sugli uomini ordinari e straordinari, i “napoleonici” esposta Rodiòn Romanovic Raskòl’nikov (Luigi Lo Cascio), ed è subito magia.

La trama del capolavoro, che Fedor Dostoevskij scrisse nel 1866, è nota e narra il tormento di un giovane e squattrinato studente, dilaniato dai debiti e da una miseria che morde come la più feroce e sanguinaria delle belve.

Cacciato dall’università, Rodiòn decide di compiere un efferato omicidio, quello della vecchia, cinica usuraia che gli affitta una misera stanza.

Rodiòn è sicuro che quella morte, a cui si aggiunge quell’imprevista della sorella della vecchia, involontaria testimone, non solo non sia moralmente condannabile, ma necessaria, inevitabile, la naturale affermazione della sua più intima libertà, un’azione che, per quanto in apparenza malvagia, sarà utile per la collettività. Eliminare Alena Ivànovna equivale a togliere di mezzo un essere spregevole e Rodiòn, come i grandi uomini, è eticamente autorizzato a vivere sopra la legge, certo che la storia alla fine lo assolverà. Ma la teoria è ben altra cosa rispetto alla cruda, amara, devastante realtà e questo Rodiòn lo impara immediatamente in una San Pietrburgo che diventa una città incubo, un luogo opprimente, abitato da reietti, da carnefici ma anche da vittime come lui.

Quel duplice omicidio lo tormenta.

Il peso di quelle morti lo dilania, portandolo rapidamente al definitivo delirio. Il delitto genera l’inevitabile castigo che è prima morale che giudiziario. Una complessità di temi, infinite immagini, rimandate da mille specchi, che riflettono i principali motivi che agitarono la Russia di metà Ottocento e che riemergono totalmente nell’omonimo e bellissimo spettacolo di Rubini.

Una scena dello spettacolo

 

Convince molto la scenografia di Gregorio Botta, che ricorda un’installazione di Cattelan con quel massiccio tavolo e principalmente con quei vestiti sospesi che cadono pesantemente come corpi inanimati dopo il doppio delitto. Dietro tutto questo si scorge, sullo sfondo, un’icona della madonna, espressione privata e popolare della religiosità del popolo russo.

Ma convince ancor di più la natura bitonale del racconto di un libro di più di 700 pagine che rivive grazie alla recitazione e alle voci di Sergio Rubini (che oltre a essere la voce narrante, interpreta anche Alena Ivànovna, il consigliere Marmelàdov, la madre di Rodiòn, il coinquilino di Lùzin, nonché altri personaggi) e di Luigi Lo Cascio che, invece, interpreta, in modo straordinario, il protagonista di Delitto e Castigo, il suo crescente sdoppiamento che, come una febbre, devasta l’anima di Rodiòn.

Pensare di adattare un simile capolavoro della letteratura mondiale a uno spettacolo teatrale è francamente un’impresa improba che vede, però, tutti i protagonisti dello spettacolo, oltre a Rubini e a Lo Cascio anche Francesco Bonomo e Francesca Pasquini, uscire assoluti vincitori, con il risultato di regalare al pubblico un autentico gioiello di rara raffinatezza e bellezza che strappa a più riprese sonori applausi, giusto premio per un prodotto coraggioso e straordinario.

Maurizio Carvigno

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