Cucine da incubo Italia: intervista al curatore editoriale Antonio Moreno

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“Cucine da incubo” è l’adattamento italiano del famosissimo format internazionale Kitchen Nightmares, portato al successo dallo chef inglese Gordon Ramsay.

Antonino Cannavacciuolo è invece lo chef protagonista della versione italiana che ha l’arduo compito di risollevare le sorti di alcuni ristoranti in crisi.

È in onda la settima stagione del programma e stasera su Canale 9 potremo vedere la quarta puntata di questa serie inedita scritta da Federica Riva, capoprogetto, Davide D’Addato e Caterina Ferrari.

Ho incontrato Antonio Moreno, grande esperto del format.

Io e Antonio ci siamo conosciuti sul set della seconda stagione di “Cucine da incubo” nel lontano 2014: io lavoravo in redazione mentre lui era autore del programma. Nelle stagioni successive Antonio è diventato prima capo progetto di “Cucine da incubo” e poi curatore editoriale per Endemol Shine Italy.

Cannavacciuolo è il perfetto erede di Ramsay?

Cannavacciuolo non è l’erede di Ramsay.

L’approccio di Antonino ha permesso di creare un adattamento italiano con un mood differente da quello inglese. Cannavacciuolo è diverso da Gordon Ramsay: è empatico, sa leggere le storie dei ristoratori, entra in contatto con la gente che incontra a un livello profondo. Ha dato tanto al programma.

Possiamo affermare che il successo televisivo di Antonino sia cominciato con “Cucine da incubo”?

Assolutamente sì, però poi lo Chef ha tirato fuori anche altri aspetti di sé in Master Chef e in ‘O mare mio dove prevale l’aspetto ludico e divertente di Antonino.

Quali sono le differenze sostanziali tra Kitchen Nightmares e “Cucine da incubo”?

Sono due le differenze sostanziali. La prima è che c’è una grandissima attenzione alle storie dei ristoratori italiani dove l’aspetto privato si intreccia con quello lavorativo. Spesso in Italia la gestione dell’attività è familiare con tutto quello che questo comporta.

La seconda è l’importanza data all’aspetto culinario, perché Antonino mostra le ricette in modo approfondito, cucina e insegna.

Come scegliete i ristoranti?

I ristoratori possono proporsi. C’è poi anche la redazione che fa un grande lavoro per trovare ristoranti in crisi.

I protagonisti delle puntate sono scelti in base alle storie di vita, alle condizioni in cui versano e alla loro reale motivazione.

Non è facile confrontarsi con i propri limiti, ammettere di avere un problema, trovare la forza per rimettersi in gioco.

I ristoratori alla fine però sono contenti di aver partecipato. “Cucine da incubo” dà una seconda possibilità; i protagonisti ritrovano l’entusiasmo del primo giorno di apertura dell’attività.

Lo chef fornisce tutto ciò che serve per avere una seconda chance: consigli di management, strumenti di lavoro, nuovo menù, sala ristrutturata. Poi ovviamente spetta a loro tenere la linea.  

È tutto vero ciò che viene raccontato?

Sì, le storie sono vere. Spesso la realtà supera la fantasia.

Dobbiamo ricordarci che i protagonisti di puntata sono sotto stress e che in questa condizione mentale qualsiasi persona tira fuori la sua vera essenza e comportamenti che in una situazione rilassata cercherebbe di nascondere.

Come si è evoluto il format dalla seconda alla settima stagione? 

Lo scheletro del format è rimasto lo stesso. A cambiare sono le storie che vengono raccontate che sono sempre diverse. Poi il fattore umano è diventato sempre più centrale.

Avete raccontato dei personaggi molto particolari … penso alla principessa di Reggio Calabria…

Certo … ma poi ogni storia ha una sua particolarità. Alcuni personaggi sono più eccentrici, altri hanno dei drammi interni più comuni, in cui ogni spettatore può immedesimarsi.

Chi non ha problemi relazionali all’interno del proprio lavoro o della propria famiglia?

Noi ci affezioniamo a tutte le storie. Alle volte abbiamo anche raccontato storie meno comuni legate a una situazione contingente, come quella del terremoto.

Il ristorante è un ambiente che fa da sfondo alle storie più disparate.

Cosa vedremo nella puntata di stasera?

Una storia ambientata in Puglia. Potrebbe sembrare il racconto di un ristorante maledetto, in cui si sono susseguite 30 gestioni diverse nell’arco di pochi anni. In realtà è la storia di una famiglia composta da persone che, dopo poco dall’apertura, hanno già appeso le scarpe al chiodo. I protagonisti si sono concentrati su attriti privati e hanno perso l’entusiasmo.

Cosa aggiungere? Stay tuned.

Valeria de Bari

 

 

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