Mastro Titta, il boia del papa re: folklore dell’orrore

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Si aggira inquieto per certe strade di Roma il fantasma di Mastro Titta, il boia del papa re. La leggenda vuole che cammini ancora quelle strade che l’hanno visto in vita, all’alba, tra piazza del popolo e castel Sant’ Angelo, avvolto nel suo mantello rosso.

La sua figura è sicuramente consacrata al mito come quella del boia per eccellenza, grazie anche alle opere che l’hanno rappresentato, più o meno sempre alla stessa maniera: dal “marchese del grillo” sino al “boia del papa re”, passando per il “Rugantino.

Una realtà quasi storica

Si era in quegli anni, tra la fine del 1700 e l’inizio del 1800, al fine vita dei territori papali e il pontefice combatteva la dilagante crisi con una durissima repressione. Mastro Titta, al secolo Giovan Battista Bugatti, dipingeva gli ombrelli di mestiere e abitava in Vicolo del campanile, dove è ancora possibile visitarne la dimora. Iniziò a fare il boia all’età di diciassette anni e se ne andò in pensione solo 68 anni dopo, nel 1864, quando il papa gli concesse un vitalizio di 30 scudi e la sua attività fu proseguita da Vincenzo Balducci che da anni era divenuto la spalla destra del boia di Roma.

Il titolo ufficiale con cui ci si rivolgeva a lui negli atti ufficiali era però quello di Maestro di Giustizia, titolo che ricoprì da Pio VI a Pio IX. Poteva avvalersi dell’ascia e della forca, o procedere con metodi di tortura di volta in volta diversi. Dopo l’avvento delle idee francesi, però, il Bugatti dovette prendere il gusto della ghigliottina che non lasciò neppure quando gli spiriti rivoluzionari erano ormai repressi: questo fece di lui l’uomo più moderno di Roma.

Oltre alla sua funzione, è difficile dire chi fosse mastro Titta. L’immagine che va per la maggiore è quella di un uomo bonario che, per consolare i condannati, offriva loro una presa di tabacco o un bicchiere di vino. Non mancano però testimonianze di chi lo vide come un uomo fosco, crudele e sadico.

Modi di dire legati alla vicenda

Al carnefice era stato vietato di entrare nel centro di Roma: di gente ne aveva fatta fuori parecchia, lasciandosi dietro una scia di sangue e familiari in collera, alla ricerca di vendetta. Da qui nasce la dicitura “il boia non passa ponte” che oggi sta a significare “ciascuno rimanga nel proprio ambiente”.

Così, le uniche volte in cui Mastro Titta attraversava il ponte, la casistica era chiara: il boia stava andando a giustiziare qualcuno. Nacque così la frase, pesante come una pietra lapidaria, portatrice di presagi funesti “ Mastro Titta sopra ponte.”

Mastro Titta nella letteratura

La penna di molti autori scrisse del boia. Nel 1817, capitò ad esempio che Lord Byron rimasse terrorizzato dopo aver assistito ad un’esecuzione capitale e similmente accadde per Dickens che descrisse lo spettacolo a cui assistette a Roma in Pictures of Italy. Non in ultimo, Gioachino Belli ne “Il ricordo” ci racconta di quella che, a quanto pare, si era delineata come un’usanza. Dopo l’esecuzione, che avveniva sempre in pubblica piazza, Giovan Battista afferrava la testa mozzata e la alzava verso il popolo. Era solito allora che i genitori tirassero uno schiaffo ai loro bambini perché servisse da monito, o come dice il Belli “

Tutt’a un tempo ar pazziente mastro Titta
J’appoggiò un carcio in culo, e ttata a mmene
Un schiaffone a la guancia de mandritta.

«Pijja,» me disse, «e aricordete bbene
Che sta fine medema sce sta scritta
Pe mmill’antri che ssò mmejjo de tene.»

Serena Garofalo

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