Le streghe di Benevento: folklore dell’orrore

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Ottobre, mese di Halloween e lugubri grigiori. Nessun mese migliore per accompagnarvi in alcuni celebri luoghi del folklore italiano, aspettando la notte delle streghe. E, a proposito di queste, è da qui che inizieremo il nostro cammino e in particolar modo dalla città italiana che delle streghe è il simbolo: Benevento.

Le streghe di Benevento

Si racconta da secoli or sono delle Janare. Queste sfortunate erano nate durante la notte di Natale e avevano ricevuto la cresima in maniera scorretta. Erano donne tutto sommato normali: quando si faceva notte, però, avendo reso incoscienti le persone che dormivano con loro, si cospargevano di unguento recitando una formula destinata poi a rimanere nell’immaginario collettivo “ Unguento, Unguento, portami al noce di Benevento, supra acqua e supra vento, et supra ad omne tempo”

Dal loro davanzale spiccavano il volo verso tutti coloro che, per una qualsiasi ragione, le avevano torto anche solo un capello. Passavano dalla serratura della porta, o per qualche altro anfratto benché minimo, e si vendicavano sui bambini della famiglia. Capitava che la Janara tornasse anche per più notti di seguito per aver la certezza di far bene il proprio lavoro: perché si sapesse che era passata, semmai rimanesse qualche dubbio, dopo il misfatto intrecciava il crine di un cavallo in piccole e molte trecce.

Contriaramente alla strega comune, l’immagine della Janara rimane legata ad una prospettiva propriamente mediterranea e quasi agricola. L’etimologia del termine potrebbe essere duplice: dal latino Ianua, Ianuae cioè Porta ( visti i suoi ingressi scenici si spiegherebbe) o anche da Dianara, il seguito di Diana, ritenuta a capo del corteo di demoni che seguiva il Sabba.

Per non far morire di solitudine la povera fattucchiera, il mito ha creato altre immagini simili a lei: le Zoccolare erano streghe che si divertivano a far risuonare i vicoli del rumore dei loro zoccoli per poi attaccare i passanti alle spalle. La Manolonga invece, essendo morta cadendo in un pozzo, non riteneva giusto di essere la sola e si tirava appresso tutti gli sventurati che facevano capolino dal bordo.

La realtà storica

Ora uno si chiede: con tutti i posti nel mondo, ‘sto raduno di streghe proprio a Benevento? Per darci una risposta, iniziamo una piccola indagine.

Una pedina fondamentale nel nostro scacchiere è San Bernardino da Siena. Nel 1427, il nostro racconta: “Andando a Benivento di Notte, vide in sur un aia ballare molta gente, donne e fanciulli e giovani; e così mirando, elli ebbe grande paura”

Dieci anni prima esatti era stato fatto vicario della provincia di Toscana e aveva iniziato a predicare nell’Italia centrale: il successo delle sue parole fu immediato perché sceglieva argomenti semplici che facilmente potessero esser capiti dal popolo. E, se da una parte era facile a capirsi, d’altra parte fu una personalità rigidissima con eretici, usurai e… streghe.

Nel 1427 iniziavano i primi processi e le prime condanne al rogo. Il vicario, che in quel momento si trovava a Roma, conosceva bene le dicerie beneventane e non mancò, con i suoi sermoni, di aizzare il popolo contro le sventurate.

Il 28 Giugno di quell’anno fu messa al rogo a Campo de’ Fiori la strega Finnicella accusata di tremendi misfatti. A Todi, il 20 Marzo dell’anno successivo, fu bruciata Matteuccia di Francesco. Si faceva per la prima volta riferimento all’unguento che consentirebbe alle streghe di volare e lei, suo malgrado, divenne l’archetipo della strega. Confessò, sotto tortura, di aver volato sino al noce di Benevento.

Il nome della città fu fatto anche nel processo del 1456 a carico di Mariana di San Sito e in molti altri.

La percezione postuma

Nel corso del ‘600 questi processi vennero ripresi e in parte romanzati.

Una di queste opere è ”della superstisiosa noce di Benevento” di Pietro Piperno, uscita nel 1640. Viene qui stabilito per la prima volta il legame con i Longobardi: questi erano soliti tenere riti attorno ad un albero di noce. Prima del loro arrivo, nella zona era vivo il culto del dio bambino Bolla. Le sue sacerdotesse avrebbero tenuto gli stessi riti sotto il medesimo albero.

Anche dopo l’arrivo dei romani, il culto fu ancora una volta accettato; addirittura Augusto lasciò che si costruisse un tempio per Iside.

Il noce, però, oggi non c’è più. Nel 697 fu sradicato grazie al volere del vescovo di Benevento: la leggenda vuole che, abbattuto l’albero, ne uscì una serpe.

Serena Garofalo

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