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I Secondamarea con il loro folk cantano del fare secondo natura

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È uscito il 27 aprile il nuovo disco nei Secondamarea.

Il titolo racchiude in una sola parola il concetto di fondo. La lentezza e la vitalità di questa in particolar modo. Slow infatti, questo il titolo scelto, è un inno a molte delle caratteristiche che rendono l’eccezione positiva di questo termine. Osservare, gustare e vivere tutto secondo natura.

Dodici brani dal sapore folk che sono nati quasi di getto. Come spinti da una creatività impellente e viscerale. Un bisogno quello di Ilaria Becchino, classe 1982, e Andrea Biscaro, classe 1979. I due sono sono il fulcro della band, voce e musicista la prima scrittore e cantautore lui.

Nel disco alcune presenze illustri.

Alla batteria Leziero Rescino (La Crus, Amour Fou, Mauro Ermanno Giovanardi), il bassista Lucio Enrico Fasino (Patty Pravo, Mario Biondi, Fiorella Mannoia) e il trombettista Raffaele Kohler (Baustelle, Afterhours, Vinicio Capossela). Le canzoni esplorano i temi della natura, del clima, dell’acqua, dei boschi e degli effetti che questi hanno sull’uomo e sulla sua capacità di osservare il mondo. Tutto ciò viene racchiuso in un disco unico e originale, il cui concept rappresenta una sorta di grande inno alla natura, in tutti i suoi aspetti.

Il singolo estratto è “Petrolio” per cui è stato girato un apposito video. Un brano dal taglio pop-folk che sembra essere perfetto per descrivere le atmosfere dell’album. Su tutte ho scelto una frase che trovo particolarmente esplicativa:

Perché la vita è un passo lento, un valzer lento, un’acqua lenta. Perché la vita è come un bosco che respira in coro e lo fa piano.

Il disco è  disponibile nei negozi tradizionali, in digital download e su tutte le piattaforme streaming, sicuramente un lavoro che merita di essere ascoltato con la giusta attenzione e, ovviamente, gustandolo con la giusta lentezza.

 

Emiliano Gambelli

Street Art a Roma: Corviale, un museo a cielo aperto!

Facciamo un salto indietro. 10 dicembre 2017. Roma inizia a popolarsi di gente.

Le strade sono piene per la ricerca ossessiva dei regali di natale. Traffico, caos e lucine ci fanno dimenticare che esiste un’altra Roma, quella delle periferie. In questo caso è Corviale a raccontarci la sua storia. Situata nei pressi di via Portuense, entra nella cultura di massa nel 1983. Data in cui esce “Sfrattato cerca casa equo canone”, una commedia all’italiana con Pippo Franco che fa conoscere il quartiere a tutta Italia. Sono passati oltre 30 anni da questo film e ora, via Marino Mazzacurati, diventa un museo a cielo aperto. Quattro sono gli artisti spagnoli che a suon di bombolette spezzeranno il grigiore del quartiere.

Direttamente da Valencia, infatti, Toni Espinar, Sfhir, Man o Matic e Tmx Artist, si mettono a lavoro per il progetto finanziato da MarteLive.

Un progetto che inizialmente non doveva essere fatto a Corviale, ma che, per problemi burocratici è stato spostato. Gli artisti si riuniscono, e con persone affacciate alle finestre e gente di passaggio, il quartiere prende vita. Antonino Perrotta, artista di MartaLive e curatore del progetto, ci dice: “ C’è stato moltissimo supporto da parte degli abitanti di Corviale. Addirittura una bambina ha chiesto una tela ad un artista”. Per l’occasione abbiamo chiesto agli artisti di raccontarci questa esperienza:

Ciao ragazzi, è la prima volta che lavorate a Roma?

Toni Espinar: noi quattro insieme sì. Io personalmente avevo già lavorato a Lecce nel 2015. Ero stato invitato dal Salone Internazionale Forever di Pittura Decorativa. Di giorno dipingevo nel Salone la sera per le strade della città con l’artista locale di stancil Chekos Art.

Come è stato lavorare in Italia? Avete riscontrato differenze con la Spagna?

Sfihir: Visitare Roma è sempre un piacere. Il cibo è fantastico e la gente geniale. Roma è una fonte di ispirazione, è piena di arte. Purtroppo ha piovuto tutta la settimana e quindi è stato molto duro finire l’opera. Ci mettevamo a dipingere appena smetteva di piovere. Ma dopo poco ricominciava, cancellando tutto il lavoro. Ci sono dei pezzi dell’opera che ho dovuto rifare tre volte.

Un altro aspetto negativo che vorrei condividere è la presenza di un politico. Ha cercato di censurare il mio murale perché secondo lui il serpente avrebbe potuto spaventare la gente. Gli ho spiegato che l’opera era un’allegoria moderna del mito di san Giorgio e il Drago. Una metafora del bambino che è in ognuno di noi e che lotta contro le nostre paure. Ma per fortuna il tempo mette ognuno al suo posto. Infatti ho ricevuto moltissime lodi e feedback positivi. Io, ovviamente, rispetto tutte le opinioni, ma non dobbiamo confondere opinione e censura! L’arte deve essere libera, altrimenti diventa pubblicità. Tutti i luoghi hanno le loro particolarità ma io trovo molte similitudini con la Spagna. Siamo specialisti nel risolvere tutto all’ultimo e in questo caso, menomale che è andata così e abbiamo potuto finire il murale in extremis.

In Italia, da qualche anno, la street art si è sviluppata sempre di più, in Spagna?

Man O Matic: sì in Spagna sta succedendo la stessa cosa. Questo movimento è diventato una moda. Appaiono artisti che non hanno mai lavorato per strada. Attualmente è un mezzo di espressione perfetto e soprattutto di rivendicazione.

Parlando della biennale MarteLive, i muraels sono stati commissionati da loro o sono stati una vostra idea?

Tmx Artist:L’idea è stata lanciata da MarteLive legata all’esplorazione e alla crescita. Tutto il resto è nostro. Nostra è la rappresentazione della tematica. Inizialmente avremmo dovuto fare  il progetto a Via della Vasca Navale ma per varie problematiche siamo stati costretti a cambiare location. Una volta ottenuto il muro a Corviale, tutti insieme abbiamo deciso di aggiustare la bozza per adattarla al nuovo muro. Non avevamo tempo di cambiarla all’ultimo. Vorrei ringraziare Antonino Perrotta per averci supportato nonostante pioggia e freddo. Violetta Carpino e Mario D’amico (poeti del trullo), per la grandissima collaborazione che ci offrirono in modo disinteressato. Montana Colors per la sponsorizzazione e a MarteLive per averci dato l’opportunità di dipingere in una città così bella. Vi invito a Passare a Corviale per vedere i murales; a continuare ad appoggiare i progetti e gli artisti affinchè questo movimento diventi sempre più grande.

Appena arrivati, davanti alla scalinata, ad accoglierci c’è il serpente di Shfir. Saliamo le scale e l’artista ci fa un invito: “La bellezza è solo negli occhi di chi guarda”. E allora cosa aspettate ad andare a via Marino Mazzacurati?

Alessandra Foratieri

Mr. Laurel – Mr. Hardy. L’unica biografia autorizzata di Stanlio e Ollio

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«Stanlio e Ollio non sono solo due attori, due comici. Stanlio e Ollio sono anche un luogo sicuro, confortevole e, soprattutto, pieno di risate. Un luogo che fin da piccoli tutti quanti abbiamo frequentato e che non smetteremo mai di esplorare.» (Ficarra e Picone).

Far ridere è senza dubbio una delle qualità più straordinarie che un essere umano possa avere, anche perché come sosteneva il filosofo francese Henri Bergson, il riso è una peculiarità della nostra specie e se riusciamo a farlo è grazie a una genìa particolare: quella dei comici.
Fra loro un posto di rilievo spetta senza ombra di dubbio a due giganti del cinema comico: Stan Laurel e Oliver Hardy, per noi italiani solo e soltanto Stanlio & Ollio.
Eppure, a questi due straordinari attori, in assoluto la coppia comica per eccellenza, capace di far ridere generazioni di spettatori, e che annoverava fan infiniti, fra cui gente del calibro di Joseph Stalin, Winston Churchill, Dylan Thomas, Charlie Chaplin e Tito, nessuno in Italia aveva dedicato una vera e propria biografia.

A colmare questo inaccettabile vuoto ci ha pensato, mesi fa, la casa editrice Sagoma.

Da sempre in prima linea nell’ambito delle biografie comiche (bellissima quella su Marty Feldman, il mitico Igor di Frankenstein junior) Sagoma ha pubblicato la biografia Mr. Laurel & Mr. Hardy. L’unica biografia autorizzata di Stanlio e Ollio, che John McCabe, noto autore e studioso di Shakespeare, scrisse nel 1961 e che Stan Laurel, (Oliver Hardy era già morto), aveva approvato.

stanlio e ollio film
Articolata su diversi capitoli Mr. Laurel & Mr. Hardy rappresenta «una parte della storia del cinema narrando per la prima volta sia la vita che la comicità di due personaggi tanto amati dal pubblico.»
Non solo, infatti, il racconto di due straordinari comici, (Ollio il grasso, con la sua frangetta attaccata alla fronte e i suoi baffetti a spazzolino e Stanlio il magro, con il mento triangolare e i capelli perennemente spettinati), ma anche la vivida testimonianza del privato di coloro che, Ficarra e Picone, prefando il libro, definiscono «ABC della comicità».

Leggere Mr. Laurel & Mr. Hardy è un autentico spasso ma al tempo stesso è un’opportunità per conoscere davvero Stanlio e Ollio fuori dal set, nella loro sfera più intima, che, specie per Hardy, appariva davvero impenetrabile. Ollio, infatti, che forse «non avrebbe nemmeno approvato che alcuni aspetti così privati della sua personalità venissero raccontati» era un uomo gentile, buono, terribilmente schivo, tanto da aver rilasciato in tutta la sua vita pochissime interviste e fondamentalmente riguardanti solo la sua vita professionale.
Un libro per sapere praticamente tutto su due attori, cosa rarissima per il cinema, che seppero passare indenni attraverso il fatale passaggio dal muto al sonoro, continuando a far ridere attraverso gag uniche, irripetibili.

Una coppia che mantenne indenne la loro comicità, semplice e al tempo stesso complessa, il loro autentico e incontrastato talento.

Una biografia, che ha ricevuto il fondamentale imprimatur del Club Noi Siamo le Colonne, che ha il merito di non lasciare nulla di intentato, raccontando ogni tappa, dai primi sonori insuccessi, ai trionfi successivi di Stanlio & Ollio. Uno strumento indispensabile per i tanti fan della celebre coppia ma anche per coloro che li conoscono pochissimo.
Mr. Laurel & Mr. Hardy non è una semplice biografia, ma è un saggio su un pezzo di storia del cinema, scritto da un grande autore, da un uomo che ha amato profondamente i due comici e la magia unica del cinema.

Un testo che non può mancare nella libreria di ognuno di noi.

Stanlio e Ollio nel film “Fra Diavolo”

Un libro che regala simpatia, che omaggia due stelle del firmamento comico, a cui dobbiamo infinite risate.

Menzione speciale merita la galleria fotografica del volume che raccoglie scatti celebri e istantanee private di Stanlio&Ollio che da sola vale davvero il prezzo di copertina.

 

“Dio Benedica tutti i Clown che illuminano il mondo con la risata che aggirano una barricata con un lazzo leggero, che fanno girare felice la giostra del mondo e ogni giorno aggiungono qualcosa di stupendo (…)*

*dalla preghiera per i Clown

 

Maurizio Carvigno

Dal Sonority Festival a Zonar: Nicholas Menegatti si racconta

Nicholas Menegatti è un giovane musicista di origini ferraresi. Ha iniziato la sua carriera di cantante all’età di 14 anni.

Per comprendere le radici di questa forte passione bisogna fare un salto indietro di qualche anno. A sei anni i bambini iniziano la scuola e giocano, Nicholas invece, grazie alla nonna paterna, ha incontrato uno dei suoi amore più grandi: il canto e la musica. Appassionato di genere lirico, classico e pop melodico,  ha studiato intensamente perfezionando le sue doti canore. Nel suo curriculum vanta due anni di canto lirico, quattro anni di canto moderno, altri due anni di pianoforte, e poi lezioni di sassofono, chitarra per poi approdare come cantante. Non solo, ha all’attivo un disco autobiografico, è organizzatore del Sonority e ideatore del Social Event Network, Zonar. Un musicista e un artista che sa trasmettere la passione per ciò che fa.

La musica ti scorre nelle vene da quando eri praticamente bambino. Di quale genere ti occupi? E soprattutto raccontaci della tua musica.

“Mi occupo principalmente di genere pop melodico. Da quest’anno mi sono cimentato in testi scritti da me: grazie alla collaborazione con Vigù, artista bolognese, e Renato Droghetti, arrangiatore della San Luca Sound, abbiamo costruito i miei brani.

Il primo CD è composto da nove brani e si intitola “La storia più bella”.  Il titolo è tratto dal brano di apertura del mio disco in cui ogni pezzo riflette una tappa della mia vita: dall’amore nei confronti della mia nonna paterna che mi ha portato nell’ambiente musicale; passando per la mia infanzia; la crisi genitoriale; per poi arrivare al matrimonio con mia moglie. Insomma, si tratta di un CD autobiografico.”

So che stai lavorando a dei progetti: Zonar e Sonority festival. Di cosa si tratta?

“Il Sonority nasce due anni fa a Ferrara, città nella quale sono nato e in cui ho vissuto. Con questo progetto abbiamo dato il via al primo concorso canoro nazionale: Sonority Festival. Questo, a differenza di altri concorsi canori, non pone alcun limite né all’età, né al genere musicale. Ritengo, infatti, che ogni artista debba esibirsi come meglio crede, nella lingua e nel modo che preferisce. L’idea alla base del Sonority è gestire le persone che partecipano nel modo più familiare possibile, farli sentire a casa e con il fine ultimo di stare insieme e fare musica.”

Un artista che si pone al servizio degli artisti. Una vocazione e una missione che ti caratterizza. Raccontaci.

“Il mio obiettivo è quello di fornire un servizio per altre persone che fino ad ora, in qualità di artista, non ho trovato. Il Sonority, ad esempio, lo considero un concorso molto libero. Non ho mai trovato nulla di simile in giro. Anche Zonar è una piattaforma   nuova nel suo genere. Tutto questo lo faccio dedicando del tempo per me e per gli altri artisti che vogliono riuscire nel loro intento.”

Cosa ti aspetti da questa seconda edizione del Sonority Festival?

“Quest’anno il Sonority si svolgerà il 27 e il 28 luglio presso spazio Grisù a Ferrara. L’amministrazione comunale ci ha fornito un grandissimo appoggio sia per la gestione che per l’organizzazione. Cosa mi aspetto da questa edizione? Mi aspetto, prima di tutto, tantissime adesioni da parte dei partecipanti e soprattutto tantissimo cantautorato come è stata l’edizione 2016. È sempre bello sentire come gli artisti   si raccontano attraverso la musica. Vedere come danno voce alle loro impressioni, alle loro emozioni, o semplicemente a pezzi della loro vita.  La musica, come veicolo attraverso cui gli artisti si raccontato, diviene così un elemento di scambio: scambiare un pezzo di sé stessi con il pubblico. Non è facile in un brano riuscire a dire la propria opinione, riuscire a farlo senza filtri o limiti, senza parametri, in maniera trasparente ma nel rispetto di tutti.”

Sono particolarmente colpita del tuo porre a fondamento del progetto Zonar l’aspetto umano. Prima di tutto cos’è Zonar? Poi cosa spinge questo desiderio di umanità?

“Il sogno di ZONAR nasce anni fa, quando l’esperienza era poca ma la voglia di fare era tantissima. Si cercava sempre di rispondere il più possibile alle esigenze degli artisti, ma una in particolare li accomunava tutti: fare e partecipare ad eventi.

Noi vogliamo fare eventi, vogliamo essere presenti ad ogni evento, vogliamo essere il mezzo con il quale nascono gli eventi! Come un alveare dove le api lavorano insieme per costruire la loro casa, così è ZONAR. Un motore di ricerca per gli eventi ma con un aspetto social. Qual è l’aspetto social di ZONAR? È far interagire all’interno del portale tre tipologie di utenti: organizzatori, artisti e pubblico.

Queste tre tipologie di utenti trovano in Zonar una piattaforma che aiuta loro nella realizzazione e creazione di nuovi eventi. L’artista può contattare la location, cosi come la location può contattare l’artista per creare un nuovo evento e l’utente pubblico resta sempre informato sui futuri eventi. Trait d’union di tutto questo sono diverse partnership che stiamo cercando di definire di volta in volta che vorremmo diffondere in ambito nazionale.  Nel senso che un artista dell’Emilia Romagna potrebbe fare un’esibizione in Lazio o Lombardia o ancora in Puglia purchè vi sia un accordo con la location o con un’entità ad esempio comunale. In ZONAR ci saranno, infatti, anche enti pubblici e associazioni, o anche organizzazioni di eventi. Quindi, si tratta di un progetto che non nasce come un’agenzia ma come servizio di unione tra gli artisti, organizzatori e spettatori.

Sono stato per molto tempo osservatore e critico del mondo che mi circondava, ciò ha permesso di poter dare ai miei progetti un aspetto umano. Sui social più diffusi l’attenzione è posta sulla quantità. Per noi di Zonar gli utenti non devono essere dei numeri. Non puntiamo a raggiungere nell’immediatezza cento mila utenti o un milione, non mettiamo nessun contatore che conti i nostri utenti. Per noi ogni artista è importante per quello che riesce ad esprimere: la propria arte senza distinzione, a prescindere che sia un cantante, un video maker, uno scrittore ecc.

Quali sono i servi offerti IN ZONAR?

“I servizi offerti in ZONAR apparterranno ad ogni categoria artistica disponibile. Attraverso delle partnership locali in ogni regione d’Italia potremmo offrire ad ogni utente servizi a prezzi vantaggiosi con scontistiche dedicate, creando un vero e proprio circuito di ZONAR PARTNERS. Crediamo che sia possibile guadagnare il giusto usufruendo del giusto servizio! E i nostri utenti sono i primi a doverci guadagnare in tutto questo.”

Progetti futuri con Zonar?

“Abbiamo tantissime idee, alcune di queste da mettere in pista subito dopo la partenza del portale prevista il 7 maggio 2018. Altre funzioni arriveranno invece con gli aggiornamenti futuri della piattaforma. Ogni progetto di ZONAR porta con sé un passo in più verso i nostri utenti: metter loro a disposizione tutti gli strumenti necessari a fare dell’arte degli eventi il proprio lavoro e dare al pubblico il divertimento e la possibilità di partecipare a più eventi possibile divertendosi e trovando sempre quello che cercano. Quindi non vi rimane che rimanere sintonizzati! ZONAR sta per arrivare!”.

 

Angela Patalano

Oro e polittico tardogotico: il Quattrocento si racconta a Fermo

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Sulla scia degli eventi marchigiani, a sostegno della ripresa, è stata inaugurata, lo scorso 21 aprile, la mostra Il quattrocento a Fermo, Tradizione e avanguardie da Nicola di Ulisse a Carlo Crivelli, presso la Chiesa di San Filippo a Fermo. L’evento, attivo fino al prossimo 2 settembre, esibisce importanti esempi dell’arte quattrocentesca nella zona del fermano.

Quando pensiamo al Quattrocento, pensiamo sempre a Cosimo de’ Medici e a suo nipote Lorenzo. Pensiamo alla cupola di Brunelleschi e al David di Donatello. Il Quattrocento, insomma, è fiorentino. Così almeno viene da dedurre pensando alla prima immagine che ci sale in mente appena sentiamo nominare quel secolo. Ovviamente non è così.

Fermo, come altre città italiane, ha visto fiorire in seno delle esperienze artistiche peculiari autoctone e di influenza esterna. Il dialogo continuo con l’Umbria e, successivamente, con l’area veneta è visibile senza ombra di dubbio dal continuo crocevia di artisti che vennero convocati in città. Da Nicola di Ulisse ai fratelli Crivelli, il versante adriatico della penisola evidenza un’epoca di reciproci scambi.

Accentuato da grandi pannelli blu, per la mostra, campeggia in tutto il suo splendore l’oro tardo gotico.

La madonna col bambino in trono e due angeli e il Cristo Risorto, ne sono due esempi emblematici. La luce e la grandiosità del divino vengono celebrati dal colore più prezioso.

marche turismo

Avanzando nel percorso, si arriva alle opere di Vittore e Carlo Crivelli. A dialogo, una di fronte l’altra, due pale d’altare, rispettivamente alla firma di Vittore e di Carlo. Un trionfo del polittico gotico che non disdegna però piccole ma significative concessioni ad influenze esterne.

Contornato dalle ceramiche della scuola di Mattia Della Robbia e di manoscritti dell’epoca, il fruitore compie un viaggio attraverso i colori. L’oro, castellano del suo feudo, apre uno spiraglio di luce nelle sue mura possenti quanto basta perché elementi prospettici e naturalistici facciano il loro ingresso.

Un percorso artistico sintetico ma non per questo incompleto. Interessante e affascinante, consente di scoprire e di riscoprire una parte troppo trascurata della storia artistica del nostro paese.

Serena Vissani

Tredici, seconda stagione: Hannah Baker torna su Netflix

Tredici Seconda Stagione: è stata una delle serie tv più chiacchierate del 2017. Ha scatenato dibattiti in tutto il mondo per le sue tematiche scioccanti, in alcuni Paesi è stata addirittura censurata.

Torna su Netflix la storia di Hannah Baker, la liceale vittima di bullismo che, dopo il suicidio, perseguita i suoi carnefici con delle inquietanti audiocassette registrate prima di morire. O almeno, questo è quello che ha voluto farci credere la ragazza. Sono molti i punti interrogativi lasciati in sospeso dalla prima stagione, visto che Hannah non sembrava proprio il ritratto della stabilità emotiva.

Avrà detto tutta la verità?

Netflix ha annunciato la data di arrivo della seconda stagione di Tredici: l’attesissima serie torna il 18 maggio in tutti i Paesi.

La seconda stagione racconta il periodo immediatamente successivo alla morte di Hannah e segue il complicato percorso che porta gli altri personaggi verso il superamento del trauma. La scuola Liberty High si prepara ad affrontare il processo, ma qualcuno sarà disposto a tutto per fare in modo che la verità sulla morte di Hannah resti segreta. Una serie di inquietanti polaroid porterà Clay e i suoi compagni a scoprire un terribile segreto.

Se siete rimasti indietro ecco le nostre due recensioni:

13 Reasons Why, una voce”Cruenta e Scomodamente Reale” sul Cyberbullismo

13 ragioni per morire e nessuna davvero valida

Noi consigliamo la visione, anche se alcune scene sono davvero forti. La tematica è molto interessante e soprattutto la trama, oltre a essere assolutamente innovativa, pone sotto i riflettori tematiche molto attuali.

The Handmaid’s Tale 2×03, al peggio non c’è mai fine

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The Handmaid’s Tale non è una serie che va per il sottile, questo è chiaro.

Lo avevamo capito già la scorsa settimana nella doppia puntata che ha aperto questa seconda stagione. Non è mai didascalica, ma non cerca nemmeno la sfumatura, vuole letteralmente premere determinati bottoni e spingere il più possibile su quelli. Anche il titolo di questa The Handmaid’s Tale 2×03 non lascia molto all’immaginazione: “Baggage”, bagaglio.

June e Moira, senza distinzione, si portano addosso dei bagagli emotivi pesantissimi. Esperienze dolorose, bagagli pieni di traumi. Una è fuggita, la seconda, l’altra sta cercando di farlo, ma nessuna delle due mentalmente ha mai lasciato Gilead e quello accaduto ad entrambe come a tutte le altre donne.

Solitamente, quando The Handmaid’s Tale trova un tema ci spinge sopra con tutta la sua forza, come in tal caso appunto. Ne esce fuori una puntata dalla fortissima emozione, ancora una volta straziante, ma leggermente ridondante in alcuni momenti.

L’uso dei flashbacks, seppur narrativamente necessario, in questa puntata è stato onnipresente come raramente accaduto nelle precedenti puntate. Considerando che questa stagione avrà 13 episodi invece dei 10 dello scorso anno, e quindi si dovrà mandare avanti il brodo in qualche modo, temo che di flashback ne vedremo ancora molti.

Questa puntata è indubbiamente pesante, e non sempre interessantissima. Ma non perde mai di vista il centro gravitazionale dell’intera serie: l’emotività.

Lo sapevamo, era ovvio che la fuga di June non sarebbe durata a lungo. Non poteva esserlo. Dopotutto, raggiunto il Canada come sarebbe andato avanti The Handmaid’s Tale senza la sua protagonista? Ci sono tante altre storie e tante altre donne da poter esplorare, sicuramente, ma June è ormai testa e cuore di tutto (grazie specialmente a Elisabeth Moss, non dimentichiamolo). E avevamo già immaginato il dolore e il terrore della fine del suo sogno.

Eppure speravamo in un po’ più di tempo.

The Handmaid’s Tale invece, proprio perché non va per il sottile, ha già disfatto la speranza. Ora non è rimasta nemmeno più l’illusione. Non ce l’ha June, che adesso vede solo nero per cosa la aspetta. Non ce l’ha Moira, che per essendo lontana dalla follia di Gilead è consapevole che la sua mente, forse addirittura la sua anima, non si libererà mai da ciò che ha vissuto.

June ad un certo punto afferma che “le donne possono sopportare più di quanto si immagini”. Ed è vero. Però purtroppo, talvolta, la macchia va via ma qualcosa di rovinato rimane per sempre.

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Emanuele D’Aniello

Le fotografie premiate nel World Press Photo 2018 sono in mostra a Roma

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Avete tempo fino al 27 maggio per lasciarvi colpire cuore e testa dalle fotografie vincitrici del World Press Photo 2018 in mostra al Palazzo delle Esposizioni di Roma.

Per visitare la mostra fotografica del World Press Photo 2018 vi consiglio di fare tre azioni di apertura. Prima di entrare al Palazzo delle Esposizioni, aprite la mente, preparatevi a conoscere realtà che ignorate, almeno in parte. Poi – banalmente, visto che siamo davanti a delle immagini – aprite gli occhi. Anzi, se avrete fatto la prima operazione di apertura, li spalancherete proprio, per la meraviglia o per lo sgomento. Infine, aprite il cuore, perché le immagini che vedrete svelano la realtà degli ultimi anni e potrebbero farvi superare alcuni pregiudizi.

A differenza di altre mostre di cui vi abbiamo parlato, come quelle sugli anniversari della fotocamera Leica o dell’agenzia Magnum, qui non vedrete l’aspetto artistico della fotografia. Alla mostra della World Press Photo 2018 ci si va, non solo per ammirare delle belle foto, ma anche per informarsi.

Il premio World Press Photo 2018, infatti, è uno dei più importanti riconoscimenti del fotogiornalismo. Da più di 60 anni la Fondazione World Press Photo di Amsterdam, attraverso una giuria di esperti internazionali, sceglie le migliori tra le immagini inviate dai fotoreporter di tutto il mondo.

Per il 2018 la giuria ha diviso i lavori in otto categorie, aggiungendo quella dell’ambiente.

D’altronde, è un tema inevitabilmente sempre più sentito dai fotografi che fanno della testimonianza la mission principale del proprio lavoro, come Sheila McKinnon, di cui vi ho parlato qualche tempo fa.

Tra i vincitori ci sono anche cinque fotoreporter italiani, anch’essi con fotografie bellissime, ma soprattutto che toccano il cuore e la mente.

Un altro tema trasversale tra le foto premiate è quello della condizione femminile. Sono esposte immagini di alcune donne russe costrette a prostituirsi, ma anche di bambine del Camerun, che vengono sottoposte alla stiratura del seno arrivate alla pubertà, nel tentativo di tenerle lontane da stupri e avances sessuali.

È di una giovane ragazza la foto di uno dei fotoreporter italiani premiati. Lui è Alessio Mamo e l’immagine che ha scattato in un ospedale di Medici senza frontiere in Giordania ve la ricorderete a lungo.

Sono altrettanto memorabili le foto di Fausto Podavini, che ha vinto nella categoria dei progetti a lungo termine con il suo reportage sugli effetti devastanti sull’ambiente e sulla popolazione della costruzione di una diga in Etiopia. O quelle di Francesco Pistilli scattate a Belgrado tra i migranti bloccati alle frontiere lungo la c.d rotta balcanica.

Le foto della World Press Photo 2018 sono, come ci si aspetta, di straordinaria bellezza e tecnica impeccabile. Nonostante molte di esse siano scattate anche in contesti di folla o con soggetti in movimento, questi sono centratissimi e i colori sono saturi.

Nessuno dubita né nasconde che ci sia dietro un lavoro di post produzione, che la severa giuria del Premio della World Press Photo tollera di buon grado. Uniche condizioni che consentono l’editing della fotografia sono il rispetto del codice etico del concorso e il divieto di aggiungere o eliminare parti di una foto.

Tutte le fotografie partecipanti sono sottoposte ad un rigoroso processo di verifica, al fine di garantire l’attendibilità della scena ripresa. Non ci dimentichiamo che con queste foto si deve informare. Le narrazioni visive sono state giudicate in base alla loro capacità di offrire uno spaccato autentico e coinvolgente del mondo in cui viviamo.

A giudicare dalle fotografie vincitrici, esposte alla mostra World Press Photo 2018, l’intento è riuscito.

Come accennavo prima, le immagini di fotogiornalismo esposte nella mostra aprono gli occhi su alcune fette di mondo più o meno sconosciute. Permettono di rivivere gli eventi cruciali del nostro tempo: gli attentati terroristici a Londra, i disastri ambientali, la persecuzione del popolo Rohingya. Ma non mancano nemmeno il fenomeno delle migrazioni, le violente manifestazioni antirazzismo negli U.S.A., i disordini in Sud America.

In questa epoca si può fare buona fotografia non solo con i mezzi classici, come macchine fotografiche analogiche o digitali. L’uso degli smartphone – anche da parte dei fotografi o reporter professionisti – ha reso la fotografia un mezzo di comunicazione a portata di tutti e le immagini fotografiche sono sempre più presenti nelle nostre vite.

Nella ridondanza della produzione fotografica, questa mostra rappresenta uno stimolo per riflettere ancora sulla potenzialità e la funzione, anche sociale e culturale, della fotografia.

Dalla mostra della World Press Photo 2018 al Palazzo delle Esposizioni si può capire che non c’è un’unica verità nel fotogiornalismo, perché molto dipende dall’inquadratura. Anche una foto può mentire.

Per questo diventa indispensabile la credibilità del fotogiornalista, il quale potrà pure scegliere cosa inquadrare; potrà restringere o allargare l’inquadratura; potrà fotografare in digitale e poi postprodurre, in modo da avere colori saturi e assenza di difetti tecnici. Ma non dovrà mai superare certi limiti e togliere allo scatto il rapporto di autenticità con la realtà fotografata.

Per questo motivo, in molti Paesi, se un fotorporter o un giornalista viola le norme etiche, viene espulso dall’ordine o multato. Per la cronaca, non nel nostro.

La mostra, dopo Roma, sarà esposta anche a Milano, Bari e Venezia.
Stefania Fiducia

A noi ce piace da magnà e beve: cosa si mangiava nell’antica Roma?

 “La Roma che ci invidiano tutti, la Roma sempre col sole d’estate e d’inverno…” queste sono le parole che Remo Remotti dedicò a Roma, sua città d’origine.

Ma in effetti come biasimarlo, in fondo è vero, Roma la città eterna che…aiutame a di de sì. Quante canzoni, poesie, filastrocche e storie sono state scritte su di lei. La meraviglia delle meraviglie che ha un vezzo particolare: i Romani.

Ebbene sì.

Un popolo fantasioso, creativo, simpatico e pieno di storia. Storia fatta non solo di letteratura, arte, guerre, Re, Vaticano e molto altro, ma fatta anche di cucina.

Diciamo che il romano vero non è mai stato un uomo molto elegante quando si trattava di mangiare o meglio… de magnà. Infatti non dimentichiamo che nell’antica Roma non si usava la forchetta. Mi spiego. Si usava solo quando si dovevano infilzare carni ardenti. Una forchetta diversa rispetto alla nostra, quella a cui noi siamo abituati. Una forchetta con un manico a sezione esagonale a due punte. Mentre il cucchiaio?

Il cucchiaio era conosciuto dai romani, anzi ne avevano ben due uno per uso giornaliero l’altro per uso più sofisticato.

E immancabile sulle tavole di ogni romano: lo stuzzicadenti. Si esatto quello che ripropone Carlo Verdone in “Viaggi di Nozze” quando al matrimonio, Jessica e Ivano decidono di lucidarsi i denti tra una portata ed un’altra. Lo stuzzicadenti veniva chiamato “pinna” e nell’antichità era o di piuma, o d’avorio, o d’argento.

I bicchieri, rigorosamente in argento, costituivano un elemento molto importante per la tavola imbandita. Erano pronti ad accogliere acqua ma soprattutto vino. Nella tavola di ogni romano non poteva mai mancare del buon vino soprattutto rosso, della serie: “Oste, portace n’artro litro che noi se lo bevemo”. Il cibo, che solitamente in precedenza era già stato tagliato dagli schiavi, veniva mangiato con le mani e gli avanzi si gettavano in terra; per questo vi dicevo che il romano non era uomo molto signorile, ma andiamo avanti.

Guai a far cadere il sale sulla tavola nel momento del convivio, scherziamo? Portava male! Per esorcizzare si buttava un po’ di sale alle spalle del padrone di casa.

Per quanto riguarda la cucina possiamo definirla cupa, saporita, grossolana, volgarotta, pittoresca e popolare. Una cucina non solo di sapori particolari ma anche di nomi particolari basti pensare agli “spaghetti alla puttanesca” o ai “cojoni del mulo” che sono una sorta di salame. Ovviamente la cucina dell’antica Roma era molto più ricca e corposa di quella di ora; la cucina dei pastori scesi dalla Sabina, dalla Ciociaria e dall’Abruzzo non è riuscita a rimanere salda nelle nostre case, ma ha fatto spazio a piatti più delicati e meno grassi.

Di certo non mangiamo più le budelline di pollo, ma la misticanza da poco è tornata sulle nostre tavole, che ancora qualche vecchina raccoglie nei prati delle periferie.

Anche il piatto preferito di Adriano non c’è più, il Tetrafarmaco, un involucro di pasta dolce ripieno di carne di fagiano, di lepre e di cinghiale. Gli gnocchi di latte, i maccheroni con la ricotta, la mammella e il torciolo, cioè il pancreas, la frittata piena di verdura cotta nello strutto. Sono tutte ricette che in un modo o nell’altro o sono scomparse o si sono modificate a tal punto da diventare altre ricette.

Mi ricordo ancora mia nonna, quando mi raccontava sempre di un’antica friggitoria di Roma.  In via della Maddalena che, mediante un siluro aereo, “sparava” direttamente dalla cucina, accompagnato da un allegro suono di campanelli, delle speciali frittelle di riso dolce. Poi c’era una pasticceria ai piedi delle Mura Vaticane che faceva la Giuncata, una crema di latte spolverata di zucchero, che si preparava solo nella settimana intorno all’Ascensione, quindi i quaranta giorni dopo la Pasqua.

E poi vogliamo parlare delle lumache di San Giovanni, dei bignè di San Giuseppe, delle coppiette.

Uh le coppiette!!! Striscioline di carne equina seccate al sole e cosparse di peperoncino piccante. Le coppiette sono rimaste nelle nostre tavole soprattutto per chi abita ai castelli. E ancora, la trippa, la pajata protagonista indiscussa del film di Alberto Sordi il Marchese del Grillo. Alla domanda della raffinatissima ospite francese, mentre gustava dei buoni rigatoni alla pajata, Alberto Sordi risponde: “Questa è merda. E’ proprio merda. Merda de Vitella: so budella!”.

I romani dividevano tre pasti quotidiani: inteculum, cena, e vesperna . Quest’ultima poi venne sostituita dal prandium. I primi due pasti non erano molto nutrienti anzi spesso ne saltavano addirittura uno dei due. E la colazione? la colazione era un bicchiere d’acqua che accompagnava l’avanzo della sera prima. Ah si perchè nelle tavole dei romani tutto quello che avanzava veniva mangiato, un po’ come quando le nostre mamme o nonne romane fanno il timballo per non buttare tutto ciò che non abbiamo mangiato nelle cene o nei pranzi precedenti. Qualche volta la tradizione rimane.

Ma tornando a noi.

Per tutti, il pasto principale era la cena, i romani mangiavano su panche intorno ad un tavolo. Dunque i grandi banchetti vi erano solo in determinate circostanze. La cena iniziava dopo il bagno delle terme, alle otto, e terminava prima che si facesse notte fonda. Tranne nei casi dei grandi banchetti ad esempio quelli di Nerone, che si tenevano da mezzogiorno a mezzanotte. Il banchetto prevedeva sette portate di antipasti, tre primi, due arrosti e il dolce. I piatti erano tutti molto elaborati e il tutto sempre accompagnato da buon vino. Spesso il vino veniva mescolato con acqua, tradizione che derivava dall’antica Grecia.

Durante i banchetti c’era l’oste che versava il vino.

Gli osti romani, per tradizione, hanno quasi tutti dei soprannomi “o zozzone” “er monnezzaro” e così via. Esemplare era l’oste di Trastevere che insultava senza motivo alcuno, tutti i suoi clienti. Ora l’osteria in cui era presente questo oste si è trasformata in uno dei ristoranti più famosi e turistici di Roma: la Parolaccia.

Abbiamo capito che le ricette dell’epoca non sono adatte al nostro palato moderno. Che i romani non sono un popolo che si contraddistingue per le buone maniere.  Il galateo all’epoca era totalmente assente; si mangiava con le mani e il tovagliolo, ognuno, lo portava da casa. Per igiene e bon ton bisognerà aspettare qualche secolo visto che, l’imperatore Claudio, aveva legittimato l’emissione di gas a tavola in tutte le sue forme.

Alessandra Forastieri

Cinema italiano e caffè: un sodalizio vincente destinato a durare

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Il caffè, e l’espresso in special modo, costituiscono un elemento tanto radicato nella cultura italiana da essere entrato subito nelle pellicole del nostro cinema. Avete mai pensato, ad esempio, che, quando due personaggi si confrontano, sono sempre davanti ad una tazza di caffè? Sicuramente non è casuale.

Il rituale del caffè è allo stesso tempo sinonimo di relax ma anche di ospitalità. Certo, nel tempo siamo passati dal macinino alle cialde compatibili, ma la sostanza non cambia.

In molte scene casalinghe, il caffè, le tazzine e la macchinetta stessa sono parte integrante dell’oggettistica e dell’arredamento. Un esempio tra tanti, possiamo prenderlo da Jonny Stecchino, nella scena in cui il protagonista incontra il Dottor Randazzo in casa propria. L’assicuratore arriva nel mezzo del pasto e sulla tavola c’è, guarda caso, una moka.

La presenza del caffè nel cinema italiano non si limita però alla pura oggettistica. Il rituale del caffè diventa funzionale ai fini dello svolgimento dell’azione.

Abbiamo detto, infatti, che offrire un buon espresso è sinonimo di ospitalità e pertanto ben si presta per far interagire due personaggi. In Una giornata particolare, Sofia Loren offre un caffè a Mastroianni quando questi bussa alla sua porta. Il caffè diventa un elemento di scena, insomma, paragonabile quasi al campanello di una locanda che consente l’andirivieni dei personaggi.

Ma il cinema va oltre ed eleva il caffè da elemento scenico a simbolo carico di significato.

In Divorzio all’italiana, Fefè Cefalù (Marcello Mastroianni), ai ferri corti con la moglie, si rifugia nel suo studio. Rosalia, consorte poco gradita, cerca un contatto portandogli il caffè ma non riesce a rispettare la distanza voluta dal marito, al punto da voler bere dalla stessa tazzina di Fefè. L’insofferenza del protagonista è tutta in quella tazzina di caffè condivisa. La cuccuma piena e quella tazzina, quindi, sono assunte ad immagini simboliche del rapporto tra i due coniugi.

Non è mancato nemmeno l’uso comico del caffè, come nella lezione di seduzione al bar impartita da Anna Foglietta a Paola Cortellesi in Nessuno mi può giudicare. La situazione comica, generata dal contrasto, potrebbe ambientarsi anche in un ambiente domestico. Basterà sostituire alla macchina professionale del bar, le caspule nespresso. Insomma, le possibili combinazioni sono tali da rendere il caffè un elemento propulsore del riso e della comicità in generale.

Caffè e cinema hanno stretto subito un legame forte e indissolubile. Scene casalinghe e di vita quotidiana, quasi come una filigrana, mostrano in modo subliminale l’evolversi della storia di un abitudine di un popolo. Storie drammatiche o comiche lasciano sullo sfondo un’interessante rassegna che spazia dalle antiche macchinette napoletane alla capsule in allumino ecompatibili.

Serena Vissani

Ermal Meta al Forum di Assago: tantissimi ospiti per una festa indimenticabile

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Poco più di un anno fa vi parlai di Ermal Meta e del suo Vietato Morire Tour. Uno spettacolo dalle linee essenziali che ha attraversato i teatri di tutta l’Italia.

Ora, a poco più di un anno di distanza, sono di nuovo qui per parlarvi dello stesso artista che, in pochi mesi, è riuscito a entrare definitivamente nel cuore degli italiani, grazie anche alla vittoria del Festival di Sanremo in coppia con Fabrizio Moro.

Il nuovo tour prende il nome dall’ultimo album “Non Abbiamo Armi”, uscito il 9 febbraio scorso. La prima data di questa serie di spettacoli si configura come una serata evento svoltasi il 28 Aprile presso il celeberrimo Forum di Assago che registra il Sold Out in pochissimo tempo.

Già avvicinandoci alle lunghissime file all’ingresso possiamo capire il perché: oltre ai nuovi adepti giunti dopo la vittoria del Festival, gli agguerritissimi fan di Ermal Meta, I Lupi di Ermal, sono giunti da tutta Italia per sostenere il loro beniamino in questa notte magica e unica. Molti di loro, trepidanti ed emozionati, ci diranno che è un orgoglio immenso vedere passare Ermal dai teatri a palazzetti della portata del Forum.

Il clima di festa si percepisce già entrando nel palazzetto, tutti sono ansiosi e in delirio. Gli unici ospiti annunciati sono Fabrizio Moro e La Fame di Camilla, band di esordio di Ermal Meta, ma l’artista ha più volte specificato che vi saranno una grande quantità di sorprese, non possiamo che aspettare e goderci lo spettacolo.

Ad aprire il concerto alcuni pupilli Mescal, casa discografica dello stesso Ermal, che già nello scorso tour erano stati più volte impegnati come opening act. Il primo dei tre è Carlo Bolacchi che, con i suoi testi allegri e freschi conferisce una bella carica ai presenti che iniziano a ballare e saltare incitati anche dal bravo percussionista Samer Gaber. A seguire Cordio, il più giovane dei tre. Il cantautore siciliano stupisce tutti con l’incredibile profondità dei suoi testi, “Il Paradiso” è uno spezzone di pungente attualità che tutti dovrebbero ascoltare. Ad accompagnarlo con la chitarra e con la voce, Davorio. Tra i due si percepisce un certo feeling, dovuto sicuramente all’amicizia che li lega. Gli ultimi a esibirsi sono i ragazzi deLa Scapigliatura che rivisitano, in chiave ironica la tradizione cantautoriale italiana.

L’ora tanto attesa è arrivata, si spengono le luci e cala un silenzio quasi surreale. Il Forum è improvvisamente pervaso dalla voce di Ermal Meta e dal suo struggente monologo durante il quale prendono posizione i musicisti. L’artista è accolto da un boato che fa tremare il palazzetto.

La prima canzone è “Non Abbiamo Armi”, brano potente che dà il titolo all’album e al tour. I brani successivi sono molto movimentati, s’inizia a ballare fin da subito.

Il ritmo rallenta sulla quarta canzone, “Le Luci di Roma”, uno dei brani, secondo il mio modesto parere, più belli dell’album. L’atmosfera che si viene a creare è magica. La Fan Action organizzata dai Lupi di Ermal consiste nel ricreare un cielo stellato attraverso l’utilizzo di carta velina posizionata sulle torce dei telefonini. Il risultato è davvero suggestivo, Ermal stesso è visibilmente emozionato.

Antonello Venditti, Fabrizio Moro, Pau Donès, il piccolo Giuseppe, La Fame Di Camilla ed Elisa sono gli ospiti d’onore dell’incredibile concerto evento di Ermal meta al Forum di Assago.

La canzone successiva è “Caro Antonello”, brano che, come spiegherà l’artista, è una lettera da lui scritta all’amico Venditti. Questo momento precede l’eclatante sorpresa successiva ovvero l’entrata in scena dello stesso Antonello. I due duetteranno su “Che fantastica storia è la vita”, pezzo immortale della discografia di Venditti.

Il concerto prosegue e continuano le sorprese. Durante “Voodoo Love”, singolo estivo, Ermal annuncia la presenza di Pau Donès (Jarabe De Palo), artista con cui ha collaborato nell’esecuzione del pezzo.

Uno dei momenti più belli e significativi del concerto, è sicuramente quello in cui salgono sul palco i componenti de “La Fame di Camilla”, band con cui Ermal Meta ha esordito come cantante e con cui ha prodotto ben due dischi (“Buio e Luce” e” L’attesa”). Mentre eseguono alcuni dei loro pezzi più noti, si percepisce il legame strettissimo che intercorre tra loro, un legame che è andato oltre la rottura della band e che si è consolidato in un’amicizia e in una complicità che traspaiono nell’interpretazione dei brani. È davvero bello pensare che Ermal abbia voluto portarli con sé come per ringraziarli e per sottolineare la reciproca stima.

Al passato che permane nel presente, succede il presente in quanto tale. Quello legato alla partecipazione all’ultimo Festival di Sanremo. È il momento di “Non Mi Avete Fatto Niente”, canzone che Ermal fa eseguire al piccolo Giuseppe, un bambino che aveva colpito il cantautore grazie ad un video sui social.

La canzone ha una potenza incredibile già di suo, se fatta eseguire da un bambino accompagnato dalla sola chitarra dinanzi ad un pubblico di tredicimila persone, essa assume una risonanza ancora maggiore. L’emozione è talmente tanta che Ermal non riesce a trattenere le lacrime commuovendo, con la sua incredibile umanità, tutti i presenti.

“Non mi avete fatto niente” è un grido contro la paura, un inno talmente bello che non ti stancheresti mai di gridarlo.

La sua seconda esecuzione è accompagnata dall’ingresso di un Fabrizio Moro più carico che mai. La sua voce, potente e coinvolgente, è accompagnata dal Forum che grida a pieni polmoni. Un urlo liberatorio in risposta agli eventi di attualità che troppo spesso accompagnano le notizie di cronaca.

Il concerto continua, vengono alternate canzoni dei precedenti album a quelle dell’ultimo.

Quando tutti pensano che le sorprese siano finite, ecco che Ermal è pronto a stupirci ancora. Per farlo ricorre all’interpretazione, in coppia con Elisa, di Piccola Anima. La voce cristallina e delicata della cantante, riesce a sfiorare tutte le corde emozionali. Le voci dei due artisti si fondono alla perfezione e arrivano con prepotenza al cuore di tutti i presenti.

Siamo quasi alla fine, il cantante esce e rientra per il Bis. Le ultime canzoni si consumano in un turbinio di emozioni.

Travolgente è il momento in cui Ermal intona “Straordinario”, canzone da lui scritta per Chiara Galiazzo. Ad un certo punto il cantante invita tutti i presenti ad abbassarsi per poi alzarsi e saltare al suo “tre”. Vedere tutto il Forum ballare e ridere a tempo di musica è qualcosa di veramente unico.

L’ultima canzone è “A parte te”, brano che lega Ermal al suo affezionatissimo fandom.          Come ad ogni evento, viene fatto volare il tipico palloncino giallo divenuto simbolo del rapporto dell’artista con la tua “city-base”. Tutti cantano, gli abbracci si sprecano. Ci si rende conto di aver partecipato a qualcosa di veramente unico e irripetibile.

Quando tutto sembra finito, Ermal ci regala una meravigliosa interpretazione di “Schegge” accompagnato dal pianoforte. Mi guardo attorno, milioni di occhi sono puntati nella stessa direzione, milioni di anime si prendono per mano e si lasciano alle spalle tutti gli affanni della vita. Per due ore e mezzo i cuori dei presenti sono stati sollevati di tutte le preoccupazioni.

Come avevo già detto lo scorso anno, il grande potere di Ermal Meta è di assorbirti completamente ne suo mondo, di trascinarti all’interno delle sue canzoni e di trasmetterti tutto ciò che sente.

Gli anni di gavetta gli hanno conferito capacità decisamente fuori dall’ordinario. Anche quando la musica ci abbandona, quando siamo ormai sulla via di casa e il concerto ci sembra ormai lontano, ci porteremo dentro qualcosa che non ci abbandonerà.

Il ricordo di una notte magica che ci farà nascere un sorriso ogni qualvolta ci ripenseremo.

Non so se sono riuscita a essere abbastanza convincente ma, nel caso in cui non lo sia stata, vi invito ad assistere ad una data del tour, così per scommessa. Vi assicuro che non ve ne pentirete. Che il lupo corra con voi!

Simona Valentini

Femminicidio: oltre l’Apparenza delle cose con Elizabeth Brundage

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Il femminicidio è purtroppo ancora oggi una piaga della nostra società. Sempre più spesso sentiamo notizie che vedono donne maltrattate, uccise o abusate come protagoniste.

Proviamo paura, vergogna, tristezza, sdegno. Non capiamo come questo possa accadere.

Con uno sguardo privo di giudizio e un linguaggio schietto, quasi duro. Così Elizabeth Brundage ci conduce esattamente al centro di queste vicende, nella casa. Il luogo dove spesso tutto accade.

“Questa è la fattoria Hale. Ecco la vecchia stalla per la mungitura, l’entrata buia che dice Vieni a cercarmi”.

Inizia così la narrazione, trascinandoci esattamente nel centro della vicenda, la fattoria, la casa, la quotidianità. Siamo dentro alle pareti sociali entro cui spesso vengono intessute le trame più raccapriccianti. E’ nelle mura domestiche che spesso si consuma il femminicidio.

È inverno a Chosen, piccola cittadina nei pressi di New York. George Clare rientra a casa e trova la moglie Catherine uccisa con un colpo di ascia alla testa. La figlia di 3 anni che ripete “Mamma malata…”.

I sospetti cadono su di lui, immediatamente, ma non ci sono prove per incastrarlo e questo spaccato di violenza si richiude. Tutto viene sigillato intorno a lui, a George, e alla sua famiglia che lo protegge, alla comunità che lo vede come un uomo rispettabile.

Ma la casa ricorda. E’ lei, quasi un personaggio, che ci riporta a un anno prima. Un episodio analogo ha visto come protagonista Ella Hale, maltrattata dal marito fino al punto di essere istigata al suicidio insieme a lui.

Non un solo femminicidio, ma due. Un legame tra due mogli, che si estende a molte vittime.

Il mistero intorno alla morte di Catherine si tinge di soprannaturale. Le vicende delle due donne presentano connessioni che si esplicano con folate gelide di vento, anelli che si materializzano, presenze tutte giocate li, nella casa.

Si tratta di una lettura impegnativa, non del classico thriller dai tratti noir. Lo stile, privo ad esempio delle classiche virgolette, ci costringe a procedere lentamente, a soffermarci. L’autrice scorge vari punti di vista, non solo quelli delle due donne. Sguardi che quasi ci confondono. Lascia spazio anche a anche quello di George, a quello di Cal, coloro che si macchiano di femminicidio.

Non si sofferma sulle profondità dei personaggi ma lascia che sia il lettore a scorgerne alcuni aspetti. Getta nlì, come fossero mine pronte ad esplodere, alcuni pensieri che li attraversano.

“Continuava ad accarezzare un mucchio di sogni frammentati. L’aveva fatto per tanti anni, così aveva una vasta collezione di possibilità” dice parlando di Ella Hale.

“Sentiva che doveva esserci qualcosa di più nella vita, una ragione più profonda di esistere, uno scopo più significativo” racconta, invece di Catherine.

Descrive così, quasi con leggerezza, ciò che spesso accade ad alcune donne.

E’ così che spesso si innesca una spirale. Una spirale di controllo e qualche volta violenza che, nel peggiore dei casi, conduce addirittura al femminicidio.

Rinunciano ai loro sogni, convinte dai compagni a ricoprire un ruolo importante nella famiglia, nella casa. Rinunciano a sé stesse, all’autonomia, all’individualità, diventando prede facili alle manipolazioni.

La maggior parte delle violenze hanno come centro la casa, la famiglia, la quotidianità. L’uomo diventa padrone, capo, colui che decide e che comanda.

In nome di una società che è stata in passato e che ha ancora oggi tratti patriarcali pretende che la donna sia al servizio della famiglia e cosi facendo si crea uno squilibrio di ruoli.

Non si è più alla pari. E’ la donna a crederci poi, a non vedere vie d’uscita anche quando iniziano i primi segnali di violenza, a non ritenere opportuno né possibile scappare.

Spesso accade che si inneschi un ciclo tipico di violenza. Si verifica un episodio di maltrattamento ai danni della donna ma poi tutto si richiude.

Nessuno sospetta del colpevole.

Nessuno sospetta di Cal, di George.

Forse una, due persone al mondo.

Uomini che appartengono alle regole sociali, che si conformano e non destano sospetti. Nessuno pensa che si potrebbero macchiare di femminicidio.

La donna, intrisa di manipolazioni e di credenze diffuse, non reagisce e pensa che forse non accadrà di nuovo.

Forse invece non si rende conto, negando.

Forse invece, non sa e non può reagire.

Misteri sepolti all’interno delle case, quelle case che sembrano comuni.

L’apparenza delle cose. O meglio All Things Cease To Appear è il titolo originale.

Riporto uno stralcio della narrazione che risulta molto più significativo di tante parole.

“…C’è un collegamento tra il vedere e l’esser ciechi. Come quando c’è nebbia, e certe cose o certi colori diventano importanti. Si tratta della potenziale rivelazione del quotidiano. George sospirò e guardò Justine attentamente, come per memorizzare ogni centimetro del suo corpo. Ti sto annoiando, vero?

Per niente. Lo trovo affascinante.

Ecco la mia versione, più pedestre: conoscere se stessi significa dimenticare chi si è.

Dovrò rifletterci.”

Spogliarsi di chi si è per conoscere sé stessi. Spogliarsi delle costruzioni sociali che ci inquadrano come esseri umani. Che ci indicano cosa dovremmo fare nella vita.

Regole che spesso nascono per nutrire il vivere civile ma poi finiscono per accerchiare, costringere. Fino al punto di rottura. Fino al momento in cui tutto si rivela. Come se il femminicidio fosse l’apice di un sentire sotterraneo, che serpeggia nascondendo tra le regole sociali un pensiero che si fonda sulla violenza, sull’aggressività.

“…Forse uccidere viene naturale alla gente, è un istinto che nessuno ama riconoscere, un riflesso ereditato dagli antenati di Neanderthal. Allora forse le vere anomalie sono altre, proprio quelle buone maniere che in teoria ci rendono più umani.”

L’aggressività è connaturata nell’essere umano. A Konrad Lorenz gli studi al riguardo valsero il premio Nobel per la fisiologia e la medicina.

Essa svolge una funzione di adattamento al pari di istinti come la fame e la sessualità. Distinse due forme di aggressività: “interspecifica”, che si manifesta tra individui di specie diversa ed è finalizzato alla ricerca del cibo, e “intra-specifico”, che si attua tra membri della stessa specie. Solo nella seconda forma esiste l’intenzione di far male, legata a emozioni primarie quali la rabbia oppure alla ferocia.

Essendo un istinto, l’aggressività non può essere totalmente annullata, ma solo contenuta.

Nel tempo si sono create forme di ridirezionamento e inibizione interni alla società per ridurre la sua portata distruttiva. In alcuni casi però, divenendo troppo braccanti, l’hanno accentuata. In altri ancora, questa sorta di contenitori social, anziché arginare gli istinti aggressivi in qualche modo li giustificano. Cosi è l’ideologia di matrice patriarcale che non spiega totalmente il femminicidio ma né è spesso fattore di innesco.

Interrogativi inquietanti che emergono dalla lettura del testo, che ci portano dentro a qualcosa che vorremmo rifiutare. Domande che turbano molto più delle presenze sovrannaturali che ogni tanto sembrano aleggiare nella trama.

Qualcosa che rende questo libro una compagnia interessante, complessa. La scena si sposta dal secondo capitolo in poi, dal classico thriller alla descrizione di un’epoca americana. Siamo negli anni 80, ma l’autrice ci lascia percepire una forte connessione con l’attualità.

Come ultima nota mi sentirei di dire: una scrittura consigliata ai lettori ma anche a chi si diletta nello scrivere. Innovativa, complessa, istruttiva, inquietante.

Sivia Cipolli

Lo spettacolo “Grotesk” con caustica ironia ci porta al cabaret berlinese per una sera

Lo scorso 25 aprile Bruno Maccallini ha presentato in prima assoluta lo spettacolo “Grotesk. Ridere rende liberi” al Teatro della Cometa di Roma.

Per lo spettacolo “Grotesk“, in scena fino al 6 maggio al Teatro della Cometa, Bruno Maccallini ha scelto un sottotitolo caustico e perfetto: “ridere rende liberi”, che si capisce pienamente solo nella seconda metà della rappresentazione.

Ma andiamo con ordine. “Grotesk” è un one man show con protagonista Bruno Maccallini, autore della pièce insieme ad Antonella Ottai.
Lei aveva scritto, infatti, il romanzo “Ridere rende liberi” che Maccallini ha desiderato, fin dall’inizio, mettere in scena. Vi si raccontano le vicende del padre vissuto nella Berlino di Weimar, tra gli anni ’20 e ’30 del secolo scorso.

Nello spettacolo “Grotesk” tutto è molto originale, a cominciare dalla messa in scena.

Le quinte sono pannelli su cui vengono proiettate le immagini che ricordano quelle dei cinegiornali in bianco e nero. Si crea un’accattivante commistione di cinema e teatro.

In sottofondo la voce narrante di Franca d’Amato racconta, con le parole di Ottani, la storia del Kabarett berlinese.

Ma gli schermi sono anche delle quinte, da dove arriva la musica.

Ci si immerge, infatti, facilmente nell’atmosfera degli Anni ’30, anche grazie alle musiche eseguite dal vivo dalla Kabarett Ensemble:  una, tromba, un contrabbasso, un pianoforte, un fagotto, una fisarmica e delle percussioni che suonano componimenti originali di Pino Cangialosi e brani celebri di autori dell’epoca, come Kurt Weill e Friedrich Holländer.

Ma tutto ciò fa da contorno all’archetipo del cabarettista dell’epoca di Weimar: Oskar Grotesk, il personaggio creato da Bruno Maccallini per essere il protagonista del progetto teatrale.

Bruno Maccallini è un animale da palcoscenico: recita con verve espressionista; si muove sul palco con coreografie precise; canta intensamente; fa giochi di prestigio come un mago professionista. Ci fa ridere in modo irriverente e mordace.

Ci racconta la Berlino della Repubblica di Weimar. “A Berlino è già successo tutto”, ripete. Un po’ come  si vede nella serie TV “Babylon Berlin”.

La città, infatti, è piena di locali dove i berlinesi vivono la parte trasgressiva e libera della propria esistenza. Il cabaret berlinese è uno spazio di libertà, di critica sociale e humour agro. Oskar Grotesk ne incarna al meglio lo spirito.
Una frase che Grotesk ripete spesso è che “Berlino volge sempre il suo sguardo al futuro”. Non facciamo fatica a immaginare il cabaret berlinese rappresentare questo spirito d’avanguardia della capitale tedesca.

Ad un certo punto dello spettacolo “Grotesk”, capiamo che il sottotitolo “ridere rende liberi” non si riferisce soltanto al potere liberatorio della risata. E neanche alla sua capacità di ridimensionare la violenza e l’aggressione altrui, tenendole a distanza e sciogliendo le tensioni tra le persone.

In realtà, il sottotitolo parafrasa anche l’inquietante scritta, che campeggiava all’ingresso di numerosi campi di concentramento nazisti, “il lavoro rende liberi”. Il motivo è semplice.

Dai Kabarett di Berlino ai campi di concentramento, gli artisti non potevano smettere di esibirsi per far ridere.

I cabarettisti che hanno reso leggendaria la scena comica mittleuropea erano in gran parte ebrei, come ebreo era il colore del loro umorismo.

La sorte degli artisti del cabaret berlinese è stata segnata inesorabilmente dall’avvento di Hitler al potere.

Vengono espulsi dai set cinematografici e dai palcoscenici dei teatri e dei Kabarett. Sono costretti ad esibirsi nei ghetti o nei campi dove vengono deportati e sterminati.

Come ha scritto Antonella Ottai, con l’ascesa del Nazismo questi artisti diventano “stelle di prima grandezza che di grande non hanno più che la stella gialla, cucita ben in evidenza sul loro petto”.

Nello spettacolo “Grotesk”, quindi, si ride in stile cabaret berlinese, ma poi si viene coinvolti nelle emozioni degli ebrei perseguitati, a cui è stata tolto il potere di esprimere il proprio talento in modo libero. La scelta di debuttare il 25 aprile, giorno che celebra la liberazione dell’Italia dal Nazifascismo non è stata casuale e ha consentito al pubblico di conoscere un aspetto della Shoah ancora poco noto.

Si esce dal teatro affascinati dal mondo del cabaret berlinese dei tempi di Weimer e inquieti per aver assistito all’ennesima, necessaria, rappresentazione degli orrori nazifascisti. Si va a casa, però, sempre più consapevoli che dittature, genocidi, persecuzioni, violenze sono possibili solo perché, come dice Grotesk, “si uccide sempre il sogno che non si è capaci di sognare”.

 

Stefania Fiducia

E ora dobbiamo parlare di A Beautiful Day

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Esistono i peccati veniali ed esistono i peccati mortali.

Un peccato veniale è dire una bugia a fin di bene, oppure buttare una cartaccia a terra quando non si dovrebbe. Un peccato mortale, invece, è non aver visto un nuovo film di Lynne Ramsay in quasi 8 anni. E, ora che abbiamo davanti ai nostri occhi A Beautiful Day, questo dispiacere aumenta notevolmente.

È vero che la regista scozzese ha un carattere difficile, a quanto si dice. E non è chiaro quanto lei abbia voluto rimaner ferma o quanto abbia trovato produttori restii ad accettare suoi progetti. Ma Lynne Ramsay ha un talento registico pazzesco, una visione che pochi altri autori al mondo hanno, e non è possibile dover attendere un intervallo di quasi un decennio per vedere un suo film. Soprattutto se quello precedente è E Ora Parliamo di Kevin, film bellissimo e straziante che probabilmente a qualsiasi altro regista avrebbe aperto chissà quali e chissà quante porte. Invece lei ha trovato tutti i portoni chiusi.

Fortunatamente la potenza viscerale di A Beautiful Day li abbatte quei portoni.

In altre mani, in mani comuni, A Beautiful Day sarebbe stato un thriller che più generico non si può. Prendiamo la sua trama basica: un “fixer” con manie suicide, dal passato misterioso e tormentato, rimane invischiato in un caso sporco e nel doppio gioco di uomini potenti e pericolosi. Tutto qui? Lo abbiamo visto più e più volte, e la fonte d’ispirazione del breve romanzo originale è lapalissianamente Taxi Driver, in tutto e per tutto.

Senza dubbio, A Beautiful Day sarebbe potuto diventare un action thriller di serie B con protagonista Liam Neeson.

Attraverso lo sguardo e soprattutto gli istinti creativi di Lynne Ramsay, A Beautiful Day si trasforma in un viaggio allucinante e allucinato nella psiche malata di un uomo senza speranza che si perde ancora di più nello schifo del mondo circostante.

Basterebbero già le note distorte di Johnny Greenwood, la cui musica renderebbe un capolavoro insormontabile anche un videoclip di prediciottesimo, a creare quell’atmosfera schizofrenica che rende il film diverso e unico rispetto al suo genere di riferimento. In più, grazie al cielo, c’è appunto l’occhio della scozzese, che minimizza l’impatto della trama ed estremizza l’odissea sensoriale. Il suo tocco non ammette compromessi, non ammette un approccio classico e lascia le immagini libere di fluttuare tra brutali esplosioni di violenza e un fatalismo che quasi si tocca. Un noir che sfocia nel pulp attraverso istinti talvolta animaleschi, talvolta puramente artistici.

Non è solo il protagonista a soffrire di stress post-traumatico, ma il film stesso. Tra frammenti di incubo reali o mentali, siamo gettati nel caos più puro. Lo stile è nervoso, rapido, acido, composto da flash visivi che sembrano uscire fuori da un brutto trip. Sgradevole, sicuramente.

In più, e non guasta mai, c’è un certo Joaquin Phoenix.

Sarà il suo sguardo costantemente stralunato, sarà la sua fisicità carismatica, sarà soprattutto quel talento indicibile, ma l’attore dà corpo e palpabile disperazione umana all’irrazionalità perversa del film. Il suo volto barbuto e stanco è spesso in primo piano, ma a risaltare è il tour de force emotivo cui è costretto il personaggio. Ne esce fuori un ritratto eccentrico del dolore, pieno di spirito eppure al tempo stesso sommerso nella caducità. Il suo Joe è un nemico della vita costretto a combattere una battaglia che sa di aver perso in partenza, e sa di continuare a perdere.

La durata del film è 82 minuti, praticamente un nulla secondo alcuni canoni. A maggior ragione allora è impressionante come in così poco tempo, e con quale intensità, Lynne Ramsay sia riuscita ad incapsulare la bellissima ferocia della sua arte. Un’avventura visiva e percettiva che la regista apre chiude come una zip cinematografica, i cui tagli di montaggio e l’uso nevrotico del sonoro compongono – quando non frammentano – un labirinto di sensazioni. Potere unico del cinema.

Speriamo Lynne Ramsay stessa trovi al più presto l’uscita da questo labirinto. Il mondo del cinema ha bisogno di nuovi suoi film.

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Emanuele D’Aniello

L’ebraismo dalla A alla Z, il libro del dialogo

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L’ebraismo dalla A alla Z è un saggio che si propone di spiegare le parole chiave del culto religioso. Parole che fin troppo spesso sono state fraintese.

Complice il mio percorso accademico, ho subito apprezzato questo testo L’ebraismo dalla A alla Z. Un’analisi etimologica semplice che scioglie alcuni nodi storici.

Un confronto diretto tra ebraismo e cattolicesimo. In “L’ebraismo dalla A alla Z” vengono analizzati i punti di contatto e di divergenza. Un dialogo di reciproca accoglienza nonostante le “apparenti” differenze. L’ebraismo dalla A alla Z, parole chiave per rimuovere errori e luoghi comuni è redatto da Paul Petzel e Norbert Reck, edizione italiana a cura d Gianluca Montaldi per la casa editrice Edizioni Dehoniane Bologna. Questo libro è frutto di ricerche e di quelle che oggi potremmo chiamare tavole rotonde. Un gruppo di studiosi e cultori ebraico-cristiano composto da oltre trenta specialisti ha individuato quasi sessanta parole comuni fra le due religioni. Una volta individuato questo mini dizionario tascabile è stato approfondito analiticamente parola per parola. Ogni lemma viene dapprima contestualizzato. Successivamente viene riportata in maniera riassuntiva la discussione. E per concludere, viene avanzata una prospettiva finale corredata da bibliografia.

Perché consiglio la lettura de l’ebraismo dalla A alla Z?

Semplicemente ritengo sia fondamentale conoscere le religioni più diffuse. Conoscenza è potere, è libertà ma è anche punto di partenza per il confronto. Indipendentemente dal proprio credo la lettura della Bibbia, della Torah, del Tanakh deitesti della Mishnah e del Talmud fino al Corano aprono ad un nuovo sguardo verso il mondo. Proprio in questo caso l’apertura del testo può essere metaforicamente paragonata ad una pura apertura mentale.

Da Abba a Circoncisione, da Dabru Emet ad elezione, in ordine alfabetico fino ad arrivare YHWH è un Dio guerriero? Sessanta parole per la comprensione dell’ebraismo.

Leggere e approfondire per avere consapevolezza e rispetto per il prossimo.

Alessia Aleo

 

 

 

“Le spigolatrici” di Jean-François Millet: analisi del quadro

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Il Primo Maggio come tutti sanno è la Festa del Lavoro, allora perché non ricordare questa giornata con un bellissimo dipinto di Jean-François Millet?

L’artista che nell’Ottocento sconvolse la borghesia francese con i suoi quadri di denuncia sociale, cancellando il confine che separava i ricchi salotti parigini dalla miseria dei campi.

Il mondo rurale e la realtà contadina sono sempre stati tra i temi più amati dal Millet che si dedicò nel corso della sua carriera artistica alla rappresentazione quasi fotografica di scene di vita umile e quotidiana, ritraendo donne e uomini consumati dal lavoro e dalla povertà.

L’Infuso d’arte di oggi è “Le Spigolatrici” realizzato nel 1857 e conservato al Musée d’Orsay. L’opera venne presentata lo stesso anno al Salon di Parigi dove diede scandalo provocando le proteste da parte dell’alta società che vedeva nel quadro una diretta accusa nei propri confronti.

Potete visionarlo qui.

Cosa sta succedendo nel dipinto?

Millet raffigura con l’immediatezza di un’istantanea fotografica tre contadine che raccolgono le spighe di grano sparse nei campi dopo la mietitura. Le donne sono chine a terra, la schiena è ricurva, come animali da soma, sono condannate ad un lavoro faticoso e ripetitivo. Nonostante i volti siano nascosti, il pittore analizzò dettagliatamente le tre figure, sottolineandone le mani gonfie per il lavoro, gli abiti modesti e popolari, la pelle arsa dal sole.

Le tre spigolatrici sono ritratte dal pittore povere sì, ma piene di imperturbabile dignità. Nel quadro si respira un’atmosfera eroica, quasi epica, accentuata dal loro atteggiamento cristallizzato e dalla loro solida monumentalità. Si trattava difatti di un’opera di dimensioni molto grandi, generalmente riservate alla pittura storica, un caratteristica che valse al dipinto la denominazione, all’epoca sprezzante, de “le tre grazie dei poveri”.

Ma cosa ci fa entrare nel quadro?

Il realismo di Millet riesce sorprendentemente a varcare i confini che separano la nostra realtà dalla campagna dove si svolge la scena. Entriamo in empatia con le tre donne, sappiamo già cosa dovranno fare per il resto della giornata: si chinano, raccolgono le spighe e si rialzano. Possiamo sentire sulla schiena il peso imposto dalla fatica e dal lavoro, il sole scottarci il collo nudo mentre la luce radente del tramonto sfiora i campi circostanti.

Queste povere contadine diventano immediatamente il simbolo del proletariato rurale, incarnando la condizione di miseria e sacrificio che imperversava nelle campagne di tutto il mondo, dove schiere di lavoratori con lo sguardo umilmente rivolto al suolo consumavano le proprie giornate senza un minimo di riposo.

Due parole sullo stile…

L’immagine si presenta ai nostri occhi come una fotografia, effetto dovuto anche dalla composizione sviluppata in orizzontale. L’inquadratura scelta dall’artista è panoramica, permettendo all’osservatore di perdersi nella vastità del cielo illuminato dalla romantica luce del tramonto che inonda l’orizzonte. Il paesaggio così ritratto si apre ai nostri occhi in tutta la sua dolente bellezza, scontrandosi con l’immagine cruda e reale della dura esistenza umana.

Il punto di vista si focalizza verso il basso per permettere allo spettatore di concentrarsi sulle tre figure in primo piano, dignitose protagoniste del dipinto, conferendo a questo quadro di genere una monumentalità nuova e rivoluzionaria.

Anche per oggi l’Infuso d’Arte è finito! Non mi resta che augurarvi una buona Festa dei Lavoratori con questa chicca culturale in più! 

Martina Patrizi

Torna a Piazza San Giovanni il Concertone del 1 Maggio!

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Pochi giorni fa, presso la Sala degli Arazzi negli studi Rai, si è tenuta la conferenza stampa per la 28^ edizione del Concertone del 1° Maggio.

Rai3 trasmette il Concertone dal 1999 e per quest’anno assieme a tutta l’organizzazione, è stato scelto di far diventare l’evento “una vetrina per i giovani che faticano ad emergere e farsi conoscere”.

La conduzione è stata affidata ad Ambra Angiolini, accompagnata dal personaggio dell’anno: Lodo Guenzi, de Lo Stato Sociale.

Il concertone di quest’anno sarà completamente dedicato ai giovani che purtroppo ogni giorno si confrontano con la difficoltà di trovare un impiego. Spesso i giovani entrano nel percorso lavorativo tardi ed hanno una grandissima difficoltà per trovare la loro strada.

L’evento di quest’anno sarà una festa in onore ai giovani che la mattina si svegliano con la speranza!

Il tema di quest’anno è la sicurezza sul posto del lavoro. A questa tematica ne sono collegate molte altre: il lavoro in nero, le gare d’appalto a ribasso, i tagli dell’assistenza sanitaria.

La sicurezza sul posto del lavoro è una vera e propria emergenza nazionale. È il cuore del lavoro e non darle importanza denota un grande disinteresse verso la salute delle persone. Ci vuole una cultura sociale per garantire la sicurezza nei posti di lavoro ed evitare che ci siano lavori in nero che non garantiscono nulla.

I conduttori si sono presentati subito molto entusiasti ed in simbiosi fra loro. Entrambi hanno un gran senso dell’humour e questo contribuisce tantissimo per rendere l’aria più leggera.

Sia Lodo Guenzi che Ambra Angiolini hanno appoggiato l’iniziativa di non prendere compensi, perché, come detto dalla Angiolini, “il primo maggio è un’idea che bisogna accogliere pienamente”.

Con i fondi si creerà una borsa di studio da devolvere o in alternativa verranno investiti in alcuni progetti dedicati sempre ai ragazzi.

Concertone
Lodo Guenzi de Lo Stato Sociale e Ambra Angiolini

Oltre agli scherzi e alle battute, i due conduttori hanno lanciato messaggi importanti legati alle tematiche del Concertone: “C’è ancora bisogno di dare attenzione a cosa i giovani devono richiedere nel lavoro, come ad esempio la sicurezza” ha detto l’attrice, mentre Lodo Guenzi si è espresso dando un consiglio ai ragazzi della sua età e a quelli più giovani, asserendo che “è importante che un giovane segua la sua passione e cominci provandoci… In un mondo senza speranza l’impossibile è la chiave!”

I due conduttori sono molto versatili: Ambra Angiolini non è solo una bravissima attrice, ma anche una brava conduttrice, comica e sa anche cantare; Lodo Guenzi, oltre a far parte di una delle band Indie più apprezzate e conosciute degli ultimi anni, qualche mese fa ha preso parte ad uno spettacolo teatrale.

Riusciranno senza alcun dubbio ad intrattenere le persone che assisteranno al concerto, sotto il palco o davanti la tv.

Il concerto sarà in diretta come sempre su Rai 3 e anche su Radio2, sui social e in diffusione nella Metro.Ospite speciale della conferenza è stata Gianna Nannini. La cantante tornerà dopo 24 anni sul palco del 1° Maggio a cui è molto felice di prendere parte commentando che “sarà una cosa fenomenale”.

La Nannini è stata “la pietra” da cui è partita tutta l’idea realizzata per il concerto del 2018, benché sia stata l’ultima artista annunciata.

Il Concertone è un progetto che manifesta quello che vuole la Rai per i ragazzi e tanti canali dell’azienda si stanno impegnando in questo progetto.

Quest’anno il Concertone è un evento rappresentativo del nuovo, perché avrà largo spazio la musica in stream! Lo scopo è comunicare coi giovani con artisti giovani e che piacciono, per affrontare temi importanti e di cui poco ne parlano le nuove generazioni.

 

 

Ambra Martino

Wes Anderson è il miglior amico dell’uomo grazie a L’Isola dei Cani

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L’Isola dei Cani è certamente uno dei migliori lavori di Wes Anderson, uno dei migliori film d’animazione degli ultimi anni e, a meno di autentici capolavori di prossima uscita, sarà il miglior film d’animazione di questo 2018.

Eppure tutto ciò è riduttivo.

Vedete, dire la verità talvolta non basta, ci vuole qualcosa di più. Ci vuole necessariamente quel qualcosa in più per far comprendere la magia che il regista è riuscito ad infondere alla sua favola canina. Mi trovo in sincera difficoltà a parlare di questo film, adesso. Dietro le inquadrature simmetriche, le battute distaccate, i colori pastello, ogni fatica di Wes Anderson nasconde un cuore che batte all’impazzata. E riesce a contagiare ancora di più con la stop motion, come se Anderson fosse libero da ogni costrizione del “reale” e le sue costruzioni di mondi prendessero letteralmente vita.

Partiamo allora dalla costruzione in sé, la forma assolutamente stupefacente. Non so quando capita, o ricapiterà, di parlare della fotografia in un film d’animazione. Eppure questo è il caso. Guardare L’Isola dei Cani è pura gioia per gli occhi, dalla fotografia al montaggio alla scenografia tutto è non solo curato nel minimo dettaglio, ma curato con un calore umano che trasuda da ogni inquadratura, da ogni tipica carrellata. La stop motion non è mai stata così letteralmente bella da guardare.

E poi c’è la strabordante sostanza. Come detto L’Isola dei Cani è una fiaba, e come tutte le fiabe intrattiene, commuove, e nasconde tra le pieghe un discorso più ampio, una metafora, una morale che non ruba mai il centro della scena e diventa fardello, ma rimane bussola silenziosa da orientare tutto senza distrarre.

Wes Anderson, che qui per la prima volta in carriera non racconta una storia di padri e figli, decide però di non celare mai il bisogno di calore umano.

Che poi dico umano in una storia con cani protagonisti, ma il senso è proprio quello. Un senso d’amicizia, di profonda e necessaria intimità, di doveroso contatto con qualcuno che ci capisca e comprenda. Wes Anderson cattura e coniuga l’intimità dei piccoli momenti, come un abbraccio al momento giusto o una lacrima che scappa con un significato enorme, alla complessità delle grandi tragedie, l’individualismo egoista che porta all’intolleranza e alla ghettizzazione del diverso. Non è una parabola sulla strisciante xenofobia contemporanea L’Isola dei Cani perché non è il primo obiettivo di Wes Anderson, ma non leggere anche quello è impossibile.

Il cane è il miglior amico dell’uomo, e tutti noi abbiamo bisogno di un amico. Di un qualcuno vicino, un qualcuno che ci conforti e ci sia in ogni momento. A Wes Anderson interessa l’immediatezza del contatto umano, più di tutto. La morale di L’Isola dei Cani ci mette in guarda: in assenza di quella, il rischio è il respingimento dell’altro, in pratica di tutto ciò che ci rende umani.

Non ci sono barriere linguistiche, non ci sono confini nazionali, ci sono gli essere umani. Quella di Wes Anderson è una fiaba realistica con i cani e l’animazione. Ecco, definirlo geniale è ancora una volta dannatamente riduttivo.

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Emanuele D’Aniello

La poetica del rigore: il respiro medievale di Tommaso da Modena

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Bando alla contingenza, spesso esule da contenuti e significati, mentre l’epoca medievale delizia di perle poco conosciute come l’arte di Tommaso da Modena (1325-1379).

Nato a Modena da padre pittore, Barisino Barisini, dal quale eredita probabilmente l’imprinting artistico che deputa principalmente a una poetica storica. Sua patria d’arte sarà la città di Treviso, ove esegue nel 1352 gli affreschi per il convento domenicano di San Nicolò.

Il suo stilema, intriso di dettami giotteschi, si installa un impianto figurativo influenzato da un afflato fiammingo e da un virtuosismo tipico di Vitale. Una pittura ricca, decorativa, non statica, ma innovativa rispetto all’habitus veneto: una “nouvelle vague” che ha origine dalla provincia. Innovazione che si concentra nella personalità di Tommaso da Modena, considerato l’espressione della contingenza pittorica e la rivoluzione degli impulsi visivi.

Un’opulenza dell’essenziale, dove il naturalismo sdogana ogni elemento immaginifico e esclusivamente decorativo. E’ la verità ad entrare in scena e a stigmatizzare la poetica del pittore che scruta il contesto storico-sociale e lo rapprende nella sua ritrattistica.

La carrellata di visi domenicani rappresentati nella loro individualità, nella loro mimica quotidiana a discriminare l’essenza interiore che li contraddistingue come unità e come coralità. Il vettore diventa l’introspezione psicologica dei dimoranti il convento di San Nicolò, ognuno immortalato con la dovizia di un cenno, di una venatura, di una cicatrice.

L’impianto compositivo nella sua concezione spaziale risulta piuttosto immaturo, non desta particolare interesse nell’artista improntato sull’elemento umano.

Punti di fuga, parallele, prospettive distorte che inficiano in un certo qual modo l’assetto realistico desiderato. Una costante nel comparto artistico di Tommaso che, dal ciclo di S. Orsola allo studiolo del S. Gerolamo, serba questa incertezza spaziale, seppure prodiga di particolari narrativi.

Le celle dei domenicani raffigurate assurgono a stigma del suo intento di verità. Una consueta ingenuità, con il conseguente patetismo, a descrivere l’habitus monacale viene sovvertita da una volontà maggiormente performativa, lasciando un respiro tardo-gotico alle forme.

Sulla colonna di San Niccolò oltre il San Gerolamo, anche un trittico con i santi San Romualdo, San Giovanni Battista e Sant’Agnese. Quest’ultima si staglia quale un ideale, un’icona di grazia, castità, di sentore apollineo. Mentre la Madonna e Santi della cappella Giacomelli nella chiesa di S. Francesco viene intesa come un polittico “aperto”, con principi di estetismo liberale e accenti toscani (si suppone un periodo di percorrenza dell’artista tra le colline sienesi). Un anticonformismo stilistico che denota una certa disinvoltura con l’approccio rappresentativo delle tematiche trattate.

Ma il nucleo fondante della poetica realistica di Tommaso risiede nel gruppo ritrattistico dei domenicani che si contrappone al pathos di Giotto e all’immaginifico di        Simone Martini.

Nelle Storie di S. Orsola lo spirito di fondo è sereno, pregno di umanità, di una freschezza quotidiana e intriso della abituale ingenuità spaziale che crea quella originale dialettica tra il vero e il distorto. Le tinte cerulee, fredde, che addensano l’atmosfera.

Il rigore pervade il trittico con la Vergine tra San Venceslao e San Palmazio (serbato nel castello di Karlstein, presso Praga). La tecnica condensata della pittura ad uovo volta ad imprimere la tela di una severità silente, immersa in una luce fredda.

Tommaso da Modena pittore artigiano di un’etica del quotidiano e di una risposta ad un misticismo privo di un contatto con il dato reale e il tessuto connettivo popolare. I lineamenti, a tratti prosaici investono la sua arte di una poetica, caricata, espressionista nella forma, intrisa di introspezione psicologica.

L’elemento naturalistico punge su soggetti di tipo sacro, connotandoli di un’aura “confidenziale”, vicina, non lontana dall’immaginario comune. Un innovativo punto di vista che sdogana alcuni assiomi estetici e contenutistici, per fornire una nuova anticamera all’umanesimo, ergendola su un impatto realistico e intimistico. Avvicinando ciò che è imponderabile e allontanando l’esasperato, Tommaso dona un contributo armonioso e originale.

Costanza Marana

Foto: Tommaso da Modena [Public domain]

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Il caffè come al bar grazie alla qualità e al gusto delle capsule Vergnano

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Ampia proposta della Vergnano che produce l’autentico espresso italiano dal 1882. Una guida all’acquisto dei prodotti della rinomata azienda torinese.

Bere un caffè è un piacere al quale molti italiani non sanno davvero rinunciare. Oggi della bevanda sappiamo che, oltre ad essere una scelta estremamente gustosa per il palato, offre un aiuto importante al nostro benessere.

Secondo uno studio brasiliano, messo a punto dall’University of Sao Paulo’s School of Public Health e pubblicato sul Journal of the American Heart Association, tre tazzine di caffè al giorno proteggono il cuore, hanno un effetto tonico sulla mente e aiutano a contrastare la demenza senile.

Il piacere dell’espresso del bar da gustarsi anche a casa grazie alle capsule caffè

Ad un buon espresso è davvero difficile rinunciare. I prodotti di qualità si possono consumare facilmente anche a casa.

Un’eccellenza nella produzione è quella offerta dal Caffè Vergnano, l’autentico espresso italiano dal 1882, che a nostro modo di vedere offre le migliori capsule di caffè.

La sesta azienda produttrice di caffè in Italia, che esporta i suoi prodotti in oltre 90 paesi del mondo, ha messo sul mercato capsule compatibili, pensate per la macchina Èspresso1882 Trè, ma utilizzabili anche su apparecchi ad uso domestico di altre marche, che si adattano alla perfezione.

Facile acquistare le coffee pods prodotte da Vergnano

Caffè Vergnano è la più antica torrefazione italiana.

Diretta dalla famiglia Vergnano dal 1882, vanta un successo che va oltre i 135 anni nel segno della tradizione e dell’innovazione, promuovendo con tanta dedizione la cultura del caffè in Italia e nel mondo.

Il caffè Vergnano si può gustare comodamente a casa, grazie alle coffee pods compatibili, e non ha nulla da invidiare alla proposta del bar.

Il prodotto si può acquistare  presso le principali catene di super e ipermercati di tutta Italia e nei principali punti vendita Eataly, così come in altre realtà selezionate, ma è facile comperarle anche on line.

Da dicembre 2012 è infatti possibile utilizzare il sito e-commerce messo a disposizione dall’azienda. Sito sul quale si può scegliere di acquistare anche la  nuovissima macchina TRÈ, realizzata appositamente dalla Vergnano per produrre il miglior risultato in tazza.

Ampia scelta per le proposte Vergnano

La scelta delle compostabili Vergnano, compatibili con le macchine Èspresso1882 Trè e con le macchine ad uso domestico a marchio Nespresso, è decisamente ampia  a partire dalla miscela arabica, alla bio, Napoli e cremosa.

Interessante anche l’offerta delle Compatibili Nespresso, che si adattano ad un utilizzo anche con le le macchine ad uso domestico Lavazza.

Per un caffè di qualità vale la pena gustare la gamma Èspresso1882 con aromi invitanti e persistenti ma anche pieni e fragranti,  con note speziate, o leggeri ma ricchi di sapore.

Miscele di alta qualità come la 100% arabica proveniente da agricoltura biologica con profumi di fruttato, combinazioni delicata dal sapore acidulo e particolarmente dolce con un retrogusto cioccolatoso.

Gli involucri Vergnano sono compostabili, e si possono smaltire nell’organico, è solo necessario seguire poche ma semplici regole.

Le compostabili, certificate dall’ente Vincotte, infatti devono essere smaltite, senza per questo separarle dal caffè, gettandole direttamente nel contenitore della raccolta differenziata dell’organico, che viene inviata negli impianti di compostaggio controllati, in base alle indicazioni del Comune di residenza.

La Vergnano crede fortemente nell’innovazione come dimostra il progetto della compostabilità, lanciato dall’azienda quale prima esperienza italiana insieme a Nespresso.

“Oggi siamo orgogliosi di aver anticipato, ancora una volta, i tempi e le esigenze del mercato lanciato in grande distribuzione per primi un prodotto rivoluzionario – spiegano in azienda.

La sostenibilità è un tema troppo importante che non può essere ignorato per questo motivo abbiamo ritenuto naturale ampliare la nostra offerta e offrire al consumatore una scelta ancora più vasta”.

E se “Orlando incazzato“ fossi tu? La rivelazione segreta dei personaggi

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Il libro Orlando Incazzato di Sabrina Longo, edito da L’erudita, è una passeggiata nell’intimità dei quartieri difficili di Catania. I personaggi sono parte di un quadro impressionista.

Nonostante possa sembrare difficoltoso l’approccio con il dialetto per i non siculi, la pronta “traduzione” mantiene il ritmo del racconto. Un ritmo incalzante. Un ritmo sancito dal rumore sul basolato lavico degli scooter e del vociare alle finestre.

Orlando ci porta a conoscere i lati segreti dei quartieri difficili di Catania. Ci porta a passeggiare per le vie della città etnea fra stereotipi (reali e contemporanei) e anime fuori contesto.

Il concetto di sensibilità viene concepito dal quartiere come debolezza. L’emotività non è una dote bensì un mirino puntato alle spalle. I buoni sentimenti sono prerogativa al di fuori di quelle strade. Il quartiere stesso non diviene contesto ma un personaggio non fisico ma assestante.

Perché Orlando incazzato?

Orlando è innamorato ma fuori posto. Neanche l’amore per la musicalità, incompresa, di Franco Battiato potrà redimere Orlando incazzato.

«Lo ascoltava, lo seguiva e non aveva (purtroppo) mai avuto i soldi per andare a vedere un suo concerto perché costava caro. Non poteva condividere con nessuno questa passione perché nessuno lo capiva e, a dire il vero, non poteva condividere con nessuno le sue passioni perché nessuno le capiva. Lo vedevi spesso trovarsi da solo a canticchiare, a non trovare le parole giuste per esprimersi perché, nonostante il suo animo così delicato, lui quelle parole non le conosceva. I suoi erano pensieri profondi espressi senza l’ausilio del congiuntivo.»

Orlando è incazzato perché non riesce a capire sé stesso. Orlando incazzato perché non viene capito. Quando si ritroverà ad affrontare il sentimento più antico inizierà la tragedia. Frustrazione, incomprensione e analista non riusciranno a chetare questo vortice. La matrice del malessere è un amore non corrisposto. Angelica è una figura idealizzata. Una donnina dai facili costumi più interessata all’apparenza della bigiotteria vistosa piuttosto che al proprio modo di essere e di essere percepita.

Perché Orlando incazzato potremmo essere noi? Semplice. A volte le richieste d’aiuto non vengono ascoltate.

I personaggi sono un’amara istantanea.

Orlando, Angelica, Astolfosullaluna, Agramante, Carmelina, Puccio, Lucia sono la trasposizione di differenti sfumature di solitudine. Ognuno a modo suo poteva essere aiutato. Invece la routine ha preso il sopravvento. Il silenzio ha ingigantito la possibilità di tragedia.

Alessia Aleo

I Love Italy: una mostra nel cuore di Roma che promuove i talenti italiani

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I Love Italy potrete ammirare la mostra che presenta gli artisti italiani dal 28 aprile al 3 maggio nel cuore di Roma, a Trastevere

Da sabato 28 aprile a giovedi 3 maggio sarà possibile visitare la mostra “I Love Italy”, nel cuore di Roma. La rinomata Spazio 40 Galleria d’Arte ospita presso la sua sede, sita in via Arco San Calisto 40 in Roma, zona Trastevere, un progetto partito da Milano.
A caratterizzare l’intera esposizione sono i paesaggi, il buon cibo, la bellezza dei monumenti, il calore della gente, ma soprattutto l’arte. I Love Italy ha lo scopo di celebrare non solo la nostra arte, ma l’intera nostra creatività in tutto quello che facciamo.

Diverse sono le espressioni artistiche presenti alla mostra, che ci fanno riflettere sul potere dell’arte come crescita sociale, culturale, economica e soprattutto morale.
Si tratta di un progetto itinerante, partito lo scorso anno proprio a Milano, che intende proseguire in diverse città italiane e in tutta Europa. Il dialogo tra artisti italiani e stranieri è il fulcro centrale della mostra.

 Marzia Giacobbe, “Sussurri”, acrilico su tela, 50×60.

Moltissimi sono gli artisti che espongono le loro opere. Varie le tecniche artistiche, assai diverse le proprie idee sull’arte, ma tutte con uno scopo comune: l’amore per l’Italia.
Se avete voglia di una mostra leggera, che vi lasci col cuore aperto e con la voglia di esplorare la nostra bellissima città, Roma, e il nostro meraviglioso paese, vi consiglio I Love Italy. Affrettatevi: l’incantevole location nel cuore di Trastevere vi aspetta fino al 3 maggio.

Tra gli artisti: la giovanissima e bravissima Majla Chindamo, Red Aspis, Maria Rita Bordonaro, Vanda Caminiti, Manuela Chittolina, Francesca Ghindini, Marzia Giacobbe, con un meraviglioso acrilico dai mille colori, Paolo Graziani, Hanami, Maria Rosaria Iacobucci, Silvana Lanza, Mina Mevoli, Giampiero Murgia, Donatella Murru, Cristina Paladino, Francesca Patanè, Prienne, Martina Sacheli e Francesca Sorrentino.

 

Alessandra Santini

Game Night, vivere o morire (ridendo) con un lancio di dadi

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Game Night fa ridere, e molto, lo sapevate?

So che sembra un assunto un po’ ridicolo, essendo Game Night una commedia. Però credetemi, non è così scontato che tutte le commedie facciano ridere, purtroppo. Forse perché la formula della commedia classica è ormai abusatissima, e anche chi è abituato a scriverla dimostra sintomi di stanchezza creativa.

Sembra un film consapevole di ciò Game Night, e allora gioca sporco, ribaltando gli schemi classici. È una action comedy prima di tutto, e ciò permette di mantenere sempre alto il ritmo e l’energia delle situazioni. Ma, soprattutto, di base non è una commedia pura, bensì un thriller deputato a far ridere.

La forza inattesa di Game Night è infatti quella di essere in tutto e per tutto un thriller d’azione. La vicenda è tutta fondata su scambi di persona, inseguimenti, sparatorie, scontri e sangue. Nel serissimo marasma sono inserite le gag comiche e l’interpretazione degli attori totalmente comica. È come se avessero inserito dei personaggi da parodia in un film serissimo, ed incredibilmente il contrasto non solo funziona, ma tiene tutto in piedi.

Non è la commedia del secolo ovviamente, ma siamo oltre gli standard recentissimi del genere.

La coppia di registi e sceneggiatori John Francis Daley e Jonathan Goldstein parte dalla parodia dei giochi di gruppo – le cui citazioni sono nascoste costantemente nella narrazione – e sfrutta l’idea concettualmente e visivamente. I vari colpi di scena infatti vedono il cast corale sempre impegnato in un nuovo livello di difficoltà di una grande caccia al tesoro, mentre dal punto di vista registico le scenografie richiamano in più occasioni i noti giochi da tavolo.

La dose d’intrattenimento offerta da Game Night è dovuta anche al cast. Jason Bateman e Rachel McAdams sono perfetti anche perché la loro relazione non è solo romantica, ma segue le dinamiche delle classiche accoppiate da buddy movie. Jesse Plemons ruba ogni scena in cui è presente, e accentua quel tono di disagio comico assolutamente essenziale per l’ironia grottesca di Game Night.

Una commedia in cui ogni gag ha la sua degna, ed esilarante, conclusione è già un trionfo. Il film può allora passa dal via e ritirare il suo meritato premio.

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Emanuele D’Aniello

The happy prince: non “il principe felice”, ma “lo scrittore degradato”

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The happy prince – L’ultimo ritratto di Oscar Wilde segna l’esordio alla regia e alla sceneggiatura di Rupert Everett. Un nuovo sguardo sulla vita dello scrittore irlandese per parlare di amori malati, ma anche di discriminazione sessuale.

Ciò che qualsiasi inventore di storie dovrebbe fare è creare un’opera che sia in grado di parlare di sé, ma in maniera universale. In questo modo, chiunque può riconoscersi in quell’opera e, magari, sentirsi ispirato per creare la propria.

Rupert Everett ha sempre sentito un forte legame con Oscar Wilde. Ne ha letto tutte le opere, compresi gli scritti personali. Ha dato vita in teatro e sullo schermo ad alcune sue commedie, come Un marito ideale L’importanza di chiamarsi Ernesto. E poi, anche Everett è omosessuale, come Wilde. L’attore ha dichiarato di essersi reso conto di essere più famoso per la sua omosessualità che non per il suo lavoro. E questo fu vero anche per Wilde negli ultimi anni di vita, dopo essere uscito dal carcere.

Così, per il suo primo film, Everett ha scelto di concentrarsi sull’ultimo periodo dell’esistenza dello scrittore. La pellicola mette in risalto il lato più fragile e tormentato di Oscar Wilde conosciuto, invece, per le sue battute di spirito.

In The happy prince vediamo Wilde in esilio a Parigi con gli amici di lunga data: Reggie (Colin Firth) e Robbie (Edwin Thomas), in realtà innamorato dell’artista. Se in un primo momento Oscar tenta una riconciliazione con la moglie (Emily Watson, unica presenza femminile nel cast), i suoi propositi vanno in fumo nel momento in cui Alfred “Bosie” Douglas (Colin Morgan), il ragazzo amato che è stato motivo della sua reclusione, rientra nella sua vita. Ma la loro felicità avrà vita breve, data la mancanza di soldi e il carattere imprevedibile di Bosie.

Si potrebbe pensare che The happy prince sia un altro film che tratta della discriminazione sessuale, ma sarebbe riduttivo.

Sì, sono presenti delle scene in cui la violenza contro il diverso è palese come quando Wilde e compagni sono inseguiti fin dentro una chiesa da ragazzi bulli o quando il Wilde prigioniero viene aggredito dalla folla in stazione. Ed è anche vero che la condanna per “atti osceni” ha sconvolto la personalità dello scrittore, come si vede nel film. Ma usciti dalla sala, la sensazione è quella di aver assistito alla vicenda di un uomo logorato e distrutto da una storia d’amore appassionata (come tante ce ne sono, pensiamo al recentissimo Il Filo Nascosto).

Quello tra Wilde e Bosie ricorda molto i tratti della relazione di dipendenza affettiva. Bosie,viziato, superficiale, interessato solo al godimento fisico (di qualsiasi genere), è attratto dalla luce dell’artista, dalla possibilità di essere protagonista di qualcosa di eterno come l’arte. Rimane indifferente all’essere umano, anzi ne disprezza quasi le debolezze e le fragilità. Wilde, affascinato da Bosie, è consapevole che il ragazzo sarà la sua rovina. Si definisce “il Giuda” di se stesso. Tuttavia, si trova del tutto incapace di reagire e non solo perché innamorato, ma anche perché molto provato da tutta l’esperienza del carcere. Ha un fortissimo bisogno di essere amato e accettato. A qualsiasi costo, anche la più grande sofferenza. D’altra parte, è convinto che la vera passione non possa essere distaccata dal dolore (visione tanto “classica” e tanto pericolosa del rapporto d’amore).

Perché l’uomo corre verso la rovina? Perché la rovina lo affascina tanto?

(Oscar Wilde nel film di Everett)

Wilde è un personaggio che ha perso il gusto della vita e che sceglie di andare incontro alla propria distruzione.

Fuma, beve, si indebita e soprattutto, non riesce più a creare nulla. Perché per creare c’è bisogno di credere e sentire qualcosa. Lo scrittore non riesce più a farlo.

Il film ci racconta questa progressiva decadenza della persona anche grazie alla scenografia e all’uso delle luci. Molti luoghi del film sono cupi, poveri, sporchi (le locande frequentate da povera gente o la stanza che accoglierà Wilde negli ultimi giorni di vita). C’è anche il caldo paesaggio del Sud Italia che illumina lo schermo quando, non a caso, i due amanti riescono a ritrovarsi. Ma si tratta solo di pochi momenti.

The happy prince

Rupert Everett è bravissimo nel presentare il suo amato Oscar Wilde.

Oltre a essere fisicamente convincente (e quasi irriconoscibile), ne rappresenta al meglio le diverse sfumature. Il genio artistico, l’uomo amante del cibo e delle cose belle, il padre e il marito che soffre di sensi di colpa, l’innamorato, la persona privata della propria dignità, l’essere umano con i suoi piccoli vizi e le sue eccentricità. Sono tutti volti di Wilde che riusciamo a scorgere in questo film e con cui non si può non simpatizzare. è palese che parte della responsabilità di tutte le sue sofferenze sia proprio lui. Non riusce ad accettare un sentimento d’amore sicuro (come quello per la moglie o per Robbie) e vive le altalenanti e fortissime sensazioni provate per Bosie. Ma lo spettatore non riesce a giudicarlo negativamente. Anzi. Ciò che si prova è un misto di comprensione e di compassione.

Bravi anche gli altri attori del cast, in particolare Morgan che riesce a restituire l’immagine del superficiale Bosie raccontato nel De profundis. Colin Firth ha un ruolo molto piccolo, ma si fa notare come sempre per la sua eleganza e la sua compostezza.

Il titolo del film fa riferimento a Il principe felice, uno dei racconti della raccolta di fiabe scritta da Wilde. Wilde è la rondine che accetta per amore di rimanere accanto al principe per aiutarlo anche se questo la condurrà alla morte. Ma Oscar è anche il principe che, da statua elegante e ricca, finisce per essere fusa. La speranza è che nell’aldilà possa aver ritrovato quell’unità e quella pace che sono presenti nell’epilogo della fiaba.

Un racconto emozionante e coinvolgente. La prima prova di un regista che possiamo considerare assolutamente riuscita.

 

Federica Crisci