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Chi ha paura di Aldo Moro. Lo spettacolo che rilegge un momento chiave della nostra storia

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Chi ha avuto paura di liberare Aldo Moro? Può uno Stato che si dice democratico non tentare qualunque strada per liberare l’ostaggio? E chi oggi, a distanza di quarant’anni dai fatti, ha ancora paura di Aldo Moro?

Chi ha paura di Aldo Moro di Giovanni Gentile, è innanzitutto uno spettacolo coraggioso che condensa, in poco più di un’ora, un dramma dal quale il nostro paese non sì è mai davvero ripreso. Sulla scarna scena, composta da alcuni pannelli mobili, rigorosamente rossi, uno sgabello e un drappo della Brigate rosse, si muove una sola attrice, la bravissima Barbara Grilli, che da voce ai protagonisti del nostro undici settembre, lasciando la parola direttamente alla storia. Da Barbara Balzerani, una delle brigatiste del commando di via Fani, a Francesco Zizzi, uno dei cinque uomini della scorta, al suo primo giorno di lavoro accanto al politico pugliese in quel drammatico 16 marzo e ad altri  protagonisti che animano la scena, attraverso racconti, sensazioni, ricordi, emozioni.

Barbara Grilli, in questo caleidoscopio di fatti e personaggi, interpreta anche lo schivo maresciallo Leonardi e naturalmente Moro, colui che coraggiosamente stava aprendo ai comunisti, non rendendosi conto di firmare, così, la sua condanna a morte.

Chi ha paura di Aldo Moro, dopo essere stato portato su diversi palcoscenici italiani, è approdato, lo scorso weekend, a Roma, al Teatro Furio Camillo, un piccolo scrigno, dove il teatro civile è da sempre di casa.
Chi ha paura di Aldo Moro è un racconto plurale fra fatti, misteri, supposizioni, ipotesi e drammatiche certezze. Il resoconto minuzioso di quei 55 giorni, dal primo sanguinoso capitolo, fino all’inevitabile epilogo del 9 maggio, osservato da più punti di vista, da occhi che indagano e da bocche che testimoniano.

Da via Fani a via Caetani, dalla prigione di via Montalcini alla messinscena di un funerale con una bara vuota, un filo mai reciso che unisce a fatica un paese lacerato.

Questo bellissimo e coraggioso spettacolo prova fare nomi, a citare fatti, a svelare incredibili retroscena, come quello del 4 agosto del 1974, l’inizio di una stagione orribile.
Quattro anni prima di via Fani, Moro fu fatto scendere in fretta da un treno fermo alla stazione Termini di Roma e diretto in Trentino. A convincere l’onorevole democristiano fu un dirigente del Ministro degli Interni. Quel treno partì senza Moro, ma con un carico esplosivo che detonò alcune ore dopo, uccidendo 12 persone, e ferendone più di cinquanta.

Quello è solo uno dei mille misteri del caso Moro, tasselli che riemergono con forza nel corso dello spettacolo, trovando alla fine la loro drammatica, incredibile collocazione.

Fatti più noti, come quello della famosa seduta spiritica alla quale partecipò anche l’ex presidente del consiglio Romano Prodi, o più caliginosi, come il mancato arresto di Mario Moretti.

Il futuro capo delle Brigate Rosse, il 6 settembre 1974, grazie a una soffiata, venne avvisato di non presentarsi all’incontro con Renato Curcio e Alberto Franceschini. Moretti, inspiegabilmente, non avvisò i due compagni che, invece, a Pinerolo, il luogo dell’incontro, l’8 settembre, trovarono i carabinieri diretti dal generale Dalla Chiesa. I fondatori delle Br furono arrestati e il vertice dell’organizzazione terroristica decapitato. Leader incontrastato del movimento divenne Mario Moretti, il regista di tutta la vicenda Moro.

Uno spettacolo, quello della Compagnia Teatro Prisma, (diretta dal bravissimo Giovanni Gentile e che ha all’attivo 8 produzioni con oltre 300 repliche, alcune delle quali anche in Francia e i Australia), che si inserisce di diritto nell’alveo del teatro civile, scoprendo carte di un giallo mai risolto, mostrando una cicatrice mai completamente rimarginata.

Quando cala il sipario e la bravissima Barbara Grilli riceve i meritatissimi applausi, nell’atmosfera della sala rimangono sospese, come gocce di pioggia mai cadute, mille rabbiose domande. Una, più di tutte, però, sferza davvero ed è quella pronunciata da Francesco Zizzi, per tutti Franco:

«…ma poi chi l’ha vinta questa guerra? Io sono morto e quelli si sono fatti trent’anni di galera. E allora dove sono i vincitori? Lo Stato? Quale Stato? Il mio, no di certo.»

Maurizio Carvigno

Nostalgia dei banchi di scuola dopo aver letto il Sacro Romano Impero, Storia di un millennio europeo

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Una lettura che ci riporta tra i banchi di scuola. Una lettura che ci riporta al Sacro Romano Impero e Carlo Magno.

Sacro Romano Impero, Storia di un millennio europeo: mille pagine corredate da illustrazioni, mappe, alberi genealogici, glossario e tabelle edito da “Il saggiatore” e redatte da Peter H. Wilson insegnante di Storia della guerra all’Università di Oxford.

Se vi concedete a questa lettura armatevi di evidenziatore e matita. Non badate al tempo: volerà e non sarà mai abbastanza. Godetevi il piacere della sottolineatura e riassaporate la storia del Sacro Romano Impero, il cuore dell’esperienza europea.

Conoscere la storia è uno degli strumenti più importanti e come tale ne dobbiamo far buon uso. Comprendere il nostro passato dall’Alto Medioevo al XIX secolo.

Il manuale si apre descrivendo le circostanze in cui l’impero fu costituito. Un accordo tra Carlo Magno e il papato che effettuava il principio secondo cui la cristianità era un ordine unico sottoposto all’amministrazione legata dell’imperatore e del papa. Ne segue una minuziosa analisi della nomenclatura Sacro Romano Impero. Elementi chiave per comprendere un millennio così complesso.

Si arriva alle pagine incentrate sulla dimensione religiosa e si vola allo studio tra i divari degli stati sovrani distinti tra loro che proclamavano la loro supremazia.

Ne seguirà un attento studio geografico poiché il Sacro Romano Impero non aveva un nucleo stabile e le popolazioni erano assai differenti tra loro. Da qui la necessità di leggere e comprendere lo sviluppo dell’intera compagine geopolitica. L’impero non ebbe mai né una capitale fissa né una lingua comune. La sua identità fu sempre multipla e stratificata. Ogni nazione rappresentava un nucleo autonomo.

La peculiarità di quest’opera è comprendere il Sacro Romano impero da Carlo Magno a Carlo Il Calvo per macro tematiche. Difatti la narrazione storica si propone “come una costellazione, sapientemente ricollega i punti focali”.

E adesso tutti tranquilli: nessuna interrogazione. Solo il piacere di riassaporare l’importanza della storia.

A.A.A. Cercasi Amore, in scena il musical sulle relazioni negli anni zero

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Il Teatro Porta Portese ha ospitato dal 10 al 13 maggio 2018 il musical A.A.A. Cercasi Amore.

Grazie all’adattamento italiano curato da Alessia Tona, Ilaria Gianani e Gianfranco Vergoni è arrivato per la prima volta in Italia questo musical americano scritto dagli autori di Friends David Crane e Marta Kauffman insieme con Seth Friedman.

La MotusArti è la compagnia di musical nata nel 2008 che ha ottenuto i diritti ufficiali di traduzione della messa in scena.

Potevamo farne a meno.

Personalmente trovo i musical insopportabili. Non capisco per quale ragione si debba comunicare sulla scena teatrale cantando e ballando invece di recitare. Non capisco perché le donne debbano essere vestite con abiti anni ’50, forse per mostrare meglio le gambe. Non lo so.

Li trovo imbarazzanti.

Questa mia personale presa di posizione non deponeva a favore della serata. La bravura dei sei attori Valentina Naselli, Alessia Tona, Roberto Colombo, Luca Notari, Irene Cedroni, Matteo Guma. Le musiche e i testi delle canzoni curati e cantati molto bene. L’ambiente piacevole del teatro Porta Portese. Tutto ciò mi ha convinto a guardare allo spettacolo con occhio più indulgente.

Il problema però è la trama: del tutto inesistente.

Lo spettacolo vorrebbe raccontare l’amore ai tempi degli annunci sul web. Negli anni in cui cerchiamo tutto su internet (dal numero di un idraulico a come si cucinano le polpette) ci siamo ritrovati a cercare in questo non luogo anche l’amore. Affidando ad annunci su app per smartphone, chat e video le nostre speranze di trovare la persona “giusta”.

Quello che non va in questo spettacolo – oltre al fatto di essere un musical ovviamente – è l’assoluta sparizione della trama. Non c’è.

Si potrebbe benissimo vedere un qualsiasi pezzo dello spettacolo senza rischiare di non capirlo. Lo spettacolo è infatti un’accozzaglia di sketch e gag che fanno sorridere. Ridere no, non si ride. Si sghignazza, si sogghigna, si sorride, ma non si ride.

Più che uno spettacolo sembra di vedere un decalogo di situazioni che prima o poi almeno una volta nella vita tutti viviamo.

Il partner manipolatore che ci trasforma a suo piacimento. I fantasmi delle ex che molti si portano dietro. Le mamme che sanno chi è e chi non è l’uomo giusto per noi. La timidezza e l’inesperienza che ci bloccano rendendoci pessimi latin lover.

Le premesse potevano essere buonine, ma l’assoluta inconsistenza dello spettacolo ha reso tutti gli sforzi vani.

Temo che il problema sia a monte. Credo che il problema sia stata la scrittura del testo americano.

Le traduzioni delle canzoni, i testi e la recitazione del gruppo MotusArti infatti non sono affatto male! Quindi un applauso a questo gruppo di impavidi artisti italiani e speriamo che riusciranno a portare presto in scena testi migliori che li sappiano valorizzare!

Francesca Blasi

Violenza di Genere: a Valencia un murale per Chiara Insidioso Monda

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Gandia, provincia di Valencia. Presso calle de la República Argentina 50 appare un murale con una ragazza nuda e incinta.

La protagonista è Chiara Insidioso Monda. Il nome vi dice qualcosa o si è già smarrito nel dimenticatoio? Vi rinfresco la memoria. Chiara, dopo aver passato 4 mesi in coma non è più autosufficiente. A farle questo è stato il suo compagno, Maurizio Falcioni, un tossicodipendente che l’ha picchiata fino a quasi ucciderla. Era il 2014.

L’aggressore è stato condannato all’ergastolo con riduzione della pena a 16 anni. Ma del resto la legge non era intervenuta nemmeno quando papà Maurizio, pur di aiutarla, aveva palesato il lieve ritardo cognitivo di suo figlia alle autorità, chiedendo aiuto perché Chiara non percepiva il pericolo a cui stava andando incontro. Visto che Falcioni è anche nullatenente, Chiara avrebbe dovuto ricevere il misero indennizzo di 3000 euro, fondo istituito lo scorso 10 ottobre e spettante, però, solo a chi guadagna meno di dodicimila euro l’anno (un soglia davvero irrisoria, che ha impedito a suo padre di averne accesso). Quindi alla fine dei giochi Chiara, dopo tutto quello che ha subito, riceve solo 800 euro mensili per l’invalidità. Attualmente le spese per rendere dignitosa la sua vita si aggirano attorno ai 2000 euro al mese.

E visto che del Governo ci restano solo i bei discorsi davanti alla stampa l’8 marzo e il 25 novembre, come mi fa notare il papà di Chiara, dobbiamo guardare altrove se vogliamo ricordare le vittime della violenza di genere dando loro dei volti e dei nomi.

Stavolta possiamo volgere lo sguardo a Gandia, in provincia di Valencia, dove l’artista romana Violetta Carpino (prima donna, peraltro, a dipingere per questo festival) ha dedicato un murale a Chiara grazie al progetto “Serpis Urban Art”, organizzato dagli artisti Eloi Angel e Toni Espinar, in collaborazione con il Comune, per dare voce a ogni angolo della città.

La street art di Violetta è piuttosto nota a Roma, dove si è distinta per l’attento sguardo al mondo femminile, sia nel progetto Pinacci Nostri che in Caleidoscopio, presso l’ex manicomio Santa Maria della Pietà. Per questo motivo è stato naturale per Eloi Angel invitarla a partecipare al progetto attualmente concentrato sul tema della violenza di genere.

Chiara viene dipinta al culmine del potenziale femminile, incinta, come simbolo della sua rinascita. Toni Espinar vede in quest’opera una donna sola, come tante altre vittime di violenza, chiusa in un cerchio come in una placenta che sta per farla rinascere. Posto in una strada trafficata, su una parete adiacente al centro ricreativo per anziani, il murale esprime calma e protezione, ricordando ai passanti la vera forza femminile. Forza ricordata anche Maurizio, il papà di Chiara, che vede in questo ritratto una donna “che si è aggrappata alla vita in tutti i modi, come forse un uomo non avrebbe saputo fare”.

 

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Per supportare Chiara:

POSTEPAY EVOLUTION

Numero di carta 5333171050057765

IBAN IT48Z0760105138206526206539

C.F NSDMZL71P24H501N

Intestatario MAURIZIO INSIDIOSO MONDA

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Alessia Pizzi

 

 [La foto in copertina è di Àlex Oltra]

“Il bagno della bambina” di Mary Cassat: spiegazione del quadro

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La festa della mamma è appena trascorsa ma noi vogliamo ancora festeggiarla! E questa tenerissima scena di una mamma con la sua bambina è proprio quello che ci vuole!

La festa della mamma è passata ma qui agli infusi d’arte vogliamo ancora parlare di lei. Già, perché celebrare la mamma è terribilmente difficile. Ammettiamolo. Tra fiori, dolci, confezioni regalo di creme o di profumi dirle cosa davvero proviamo per lei non è affare semplice, anche perché le cose non sempre sono così idilliache. Specialmente se non siamo più un bambino o una bambina. La mamma ci conosce bene, troppo. Si impiccia dei nostri affari, ci chiama venti volte al giorno per sapere se abbiamo mangiato, ci rimprovera se lasciamo le nostre cose in giro … una vera seccatura. Però se non ci chiama ci sentiamo trascurati, neanche avessimo due anni, se non dice cosa pensa la tormentiamo perché lo faccia e ci basta inciampare su un paio di scarpe fuori posto per pensare segretamente che sull’ordine aveva ragione.

Per questo abbiamo scelto un’immagine semplice, niente fasti, idilli poco credibili o gesta eroiche. Questa è un mamma vera.

Che aspettate? Chiamate la vostra e scoprite insieme questo nuovo, specialissimo infuso d’arte!

Il dipinto di oggi è “Il bagno della bambina” di Mary Cassatt, datato 1892 ed oggi conservato all’Art Institute of Chicago, Illinois, USA.

Potete visionarlo qui.

Cosa sta succedendo?

Niente di eclatante direi. E’ una bella giornata d’estate e la mamma sta finendo di lavare sua figlia. E’ un momento quotidiano, qualcosa che succede mille volte al giorno e a cui nessuno fa caso. Banale routine.

La bambina è seduta sulle gambe della mamma e si guarda i piedini con l’aria un po’ stanca di chi ha giocato tanto. Ha indosso solo un asciugamano, segno che il bagno vero e proprio è già avvenuto. La mamma invece indossa un semplice abito a righe, un “vestito da casa” diremmo oggi. E’ seduta su un basso poggiapiedi e mentre con una mano tira fuori un piedino dall’acqua con l’altra abbraccia la bambina. Ci basta uno sguardo al busto e al volto della donna per capire che non la sta semplicemente tenendo. Dal sorriso della donna possiamo immaginare che stia parlando con la sua piccina e le domande sono facili da immaginare: “sei stanca?”, “ti sei divertita oggi?”. E’ un momento privato con l nostra mamma che tutti abbiamo vissuto e che tutti ricordiamo con affetto. E forse un po’ di nostalgia. I due visi sono vicinissimi, rivelando una grande somiglianza tra le due. Taglio degli occhi , sopracciglia e forma della bocca sono assolutamente identiche. Persino il colore dei capelli è lo stesso tanto che le due teste quasi si fondono.

Cosa rende speciale questo dipinto?

La sua semplicità. Non è facile dare un’immagine della maternità che non sia uno sdolcinato idillio sentimentale, che non narri gesta di madri eroiche o che non sia una denuncia sociale di uno stato di indigenza. Mary Cassatt, autrice del dipinto, ci è riuscita perfettamente. La scena non ha nulla di eccessivo, di edulcorato. E’ reale, concreta, tangibile. Così come la grande tenerezza che prova lo spettatore davanti all’opera. I gesti e i sentimenti dei personaggi non vengono estremizzati per lasciare loro tutta l’autenticità.

Due parole sullo stile…

Mary Cassatt è una delle poche donne impressioniste. Fece di tutto per affermarsi nella realtà artistica della sua epoca e sviluppò uno stile assolutamente personale. Le figure sono delineate in modo rigoroso ma non tagliente, gusto che le deriva dalla visione di alcune stampe giapponesi, mentre l’uso del colore nero viene rigorosamente evitato. Come del resto previsto dalla “dottrina” impressionista.

Anche questo Infuso d’arte è finito ma vi aspettiamo tra due settimane per gustarne uno nuovo.

Non resistete? Qui trovate i link ad altri infusi:

Se la primavera tarda ad arrivare tuffatevi in questo localino all’aperto sulla Senna

La vostra mamma ama le rose? allora non può perdere questo infuso qui

Romanticoni inguaribili? Fragonard è qui per voi!

A presto!

Chiara Marchesi

Una talentuosa Incontrada nel nuovo dramma targato Rai fiction

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 “Il Capitano Maria” è la fiction che vede come protagonista l’attrice italo-spagnola Vanessa Incontrada, una delle poche in grado di alzare il livello qualitativo delle fiction italiane.

La fiction prodotta da Palomar in collaborazione con Rai Fiction e curata da Oz Film con il supporto di  Apulia Film Commission è costituita da quattro episodi della durata di 100′ minuti circa. Un prodotto audiovisivo diretto da Andrea Porporati che dirige un giovanissimo cast tra cui figurano Andrea Bosca (Tenente Enrico Labriola) e Giorgio Pasotti (Dario Ventura).

La produzione è ambientata a Bari, narra la storia di Maria Guerra un coraggioso comandante dei Carabinieri che decide di lasciare Roma per ritornare, dopo dieci anni, nella sua terra natale pur di salvare la figlia Luce (Beatrice Gragnò) da un cattivo giro di amicizie.  La protagonista si troverà bene presto ad affrontare la malavita pugliese: la cosca Patriarca. Guerra non sarà sola nella lotta contro la mafia, a soccorrerla ci sarà una giovanissima hacker, Annagreca Zara (Camilla Diana). Annagreca conosce il deep web, ed è proprio in questo non luogo che scopre il traffico che vede coinvolti i mafiosi Patriarca e una potente multinazionale, la Nordik Handling.

Nell’anno del Patrimonio Culturale sono i prodotti audiovisivi come “Il capitano Maria”  che valorizzano i paesaggi di cui siamo dotati. Terre ricche di storia, prestigio e bellezza.

 

Foto dal set de “Il capitano Maria”

 

Uno degli aspetti che ho apprezzato di questa fiction è la capacità di valorizzare il territorio italiano, nella specie la Puglia. Grazie all’ausilio di droni  lo spettatore può apprezzare un territorio tutto da scoprire.  Il primo ciak risale al 2016 e sono stati coinvolti comuni come  Ruvo di Puglia, Trani, Bari, Bisceglie Gravina in Puglia, Castellana Grotte, ma anche a Roma. Ad avviso di chi scrive, cosi come è già successo per “Non dirlo al mio capo” prodotto dalla LuxVide, i prodotti televisivi come le fiction sono una valida alternativa alla diffusione della cultura.

Vanessa Incontrada, un’attrice da cui molte “star” italiane dovrebbero prendere ispirazione per essere più professioniste e meno dive. Una bellezza acqua e sapone che sa differenziare un ruolo che più volte ha interpretato:  “madre sola e coraggiosa”

La Incontrada non è nuova nell’interpretare una madre sola, con figli, una carriera e qualche problema. Basti persare alla fiction “Non dirlo al mio capo” di cui è la protagonista. Ciò che mi colpisce è il modo in cui riesce a diversificare un ruolo che ha in un certo qual modo già interpretato. Una donna con delle problematiche, con figli problematici, coraggiosa ma sempre attenta alle esigenze della propria famiglia. Una delle poche attrici, nel panorama televisivo italiano, che piace agli italiani. Sa entrare nella quotidianità degli spettatori e farsi amare.

“Il Capitano Maria” regia Andrea Porporati, con Vanessa Incontrada

 

In conclusione, anche se non amo molto le fiction drammatiche,  Vanessa Incontrada e tutto il cast hanno fatto un ottimo lavoro. Noi attendiamo la seconda puntata e magari siamo curiosi di sapere cosa ne pensate.

Angela Patalano

“Dee, Sante e Puttane”: la libreria Iocisto ospita un incontro sugli stereotipi di genere

Il 19 maggio 2018 alle ore 18, presso la libreria Iocisto di Napoli (via Cimarosa 20),  si terrà l’incontro “Dee, Sante e Puttane: dagli archetipi agli stereotipi della Femminilità in un viaggio lungo millenni”.

L’evento mira a indagare le declinazioni e le evoluzioni della concezione della Donna nell’immaginario comune dal mito ai giorni nostri.

Perché?

Sin dall’antichità la Donna è stata venerata per la sua capacità di generare e per il potere che sulla vita stessa esercitava. L’avvento della cultura patriarcale ha relegato il genere femminile ad una condizione di subalternità, condannando le donne a vivere una scomoda dicotomia fra coloro che rispondevano a ruoli prestabiliti e accettati dalla società (vergini, madri e vedove) e coloro che se ne discostavano (streghe e prostitute).

Quanto è ancora attuale questa dicotomia? Quanto le donne sono ancora vittime dell’asimmetria sessuale rispetto alla controparte maschile?

Per rispondere a questi quesiti e confrontarsi col pubblico le relatrici propongono un viaggio che dal culto atavico della Dea Madre arriverà ad analizzare la scissione del femminino nell’antichità classica, per poi passare ad analizzare i profili di donna delineati dal Cristianesimo. Non mancherà infine uno sguardo moderno dedicato ai personaggi femminili della drammaturgia contemporanea, che ancora portano sulle spalle il peso degli antichi stereotipi.  Interverranno Emma Fenu, scrittrice e studiosa delle donne; Federica Flocco, scrittrice e vicepresidente della Libreria IocistoElvira Rossi, recensora e socia di SpazioDonna di Salerno; Luciana Pennino, scrittrice esordiente impegnata nel sociale; Alessia Pizzi, giornalista e filologa specializzata in studi di genere; Elisabetta Calabrese, ostetrica e appassionata al culto della Dea Madre.

studi di genere - iocisto napoli

PROGRAMMA COMPLETO

INTRODUZIONE E SALUTO DI BENVENUTO (Emma Fenu o Federica Flocco)

Elisabetta Calabrese, ostetrica, recensora per “Cultura al Femminile“, fondatrice del blog “Il mandorlo di Inanna” e appassionata di culti esoterici:

Archetipo della Dea Madre e multiformità di essa

– Archetipo della Grande Madre

-Multiformità della Dea

– Inno a Iside  (breve lettura  del testo ritrovato a Nag Hammadi “Tuono, Mente Perfetta”)

 

Elvira Rossi, docente di Italiano e Storia, recensora presso “Cultura al Femminile” e socia di SpazioDonna di Salerno:

Lilith e il valore della ribellione alla Sottomissione e dominio nella società patriarcale

– Il mito censurato della Genesi

– Lilith ed Eva nell’inconscio collettivo

– Sottomissione e dominio nella società patriarcale

– Il valore della ribellione

 

Alessia Pizzi, giornalista fondatrice di CulturaMente, laureata in filologia classica con specializzazione in Women’s Studies:

L’immaginario femminile nell’antica Grecia

– I ruoli sociali della donna greca

– Modelli antropologici tra riti e miti

– Giochi di ruolo e mobilità femminile in età ellenistica

 

Emma Fenu, scrittrice, studiosa di Storia delle Donne, presidente e fondatrice del sito “Cultura al Femminile” e autrice del saggio su Maria Maddalena intitolato “Nero rosso di donna. L’ambiguità della femminilità”:

Maria Maddalena e l’ambiguità della femminilità

– Tre in una

– Alter ego del maschio

– Puttana e Santa: erede della Dea

– Mestruazioni e paura del femminile

 

Luciana Pennino, scrittrice esordiente, laureata in Scienze Politiche, creatrice di gioielli in materiale non prezioso, ideatrice di due progetti sociali diretti alle detenute della CCF di Pozzuoli:

Filumena Marturano: l’Iside eduardiana

 Le caratteristiche di Iside trasposte in Filumena

– Trama e protagonisti della commedia eduardiana

– Analisi della figura di Donna Filumena: prostituta, madre, moglie

– Agganci con Assunta Spina e ‘O Mese Mariano di Salvatore Di Giacomo

 

Federica Flocco, scrittrice e vicepresidente della libreria Iocisto:

Letteratura e Legge: dalla Dea madre alla convenzione di Istanbul

– La figura della donna attraverso la parola scritta

– Dalla violenza di genere alla parità

– Vangeli, favole, codici. Cosa raccontano e cosa si dicono ora

– Analisi di un lungo percorso, passi indietro e passi avanti

 

CONCLUSIONE E INVITO ALLA PARTECIPAZIONE DEL PUBBLICO TRAMITE DOMANDE (Federica Flocco)

Lucio. Un disco che è un tributo a Lucio Dalla e alla musica italiana

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Lucio Dalla ci ha lasciato più di sei anni fa, ma il suo ricordo e la sua assenza sono note che non hanno ancora smesso di suonare, musica che ancora fa vibrare le corde dei nostri ricordi. A omaggiare uno dei più grandi cantautori di sempre, è un musicista che ha conosciuto benissimo Lucio: Rosalino Cellamare, semplicemente Ron.

«Accompagnavo Dalla alla chitarra e attaccai in anticipo sull’orchestra. Andammo fuori tempo. Lucio – non dimenticherò mai la faccia che fece – fu costretto a fermare l’esecuzione; avrei voluto morire.»

Il modo migliore che Ron aveva per ricordare Dalla, che contribuì alla scelta del nome d’arte del cantante originario di Dorno, era uno soltanto: cantarlo.

Lucio, questo il titolo del lavoro di Ron, prodotto dalla Sony Music; dodici leggendarie canzoni, dodici pietre miliari della nostra musica, dodici infinite emozioni.
Dalla struggente Almeno pensami, (anche senza mani scrivimi), la ballata scritta da Lucio che Ron ha portato all’ultimo Sanremo, alla materna 4/3/1943 (giocava a far la donna con un bimbo da fasciare). Quest’ultima, una delle canzoni più amate da Lucio e che vide l’originario titolo, Gesù bambino, modificato per mano della censura.
Dall’ottimistica Futura (Se si potrà contare ancora le onde del mare) alla romantica Chissà se lo sai, (chissà com’era la terra prima che ci fosse l’amore). Ma anche l’avvolgente Tu non mi basti mai (Tu, tu dolce terra mia dove non sono stato mai) o la vagabonda Piazza Grande (a modo mio avrei bisogno di carezze anche io), e altre, indimenticabili canzoni.

Lucio di Ron è anche un omaggio alla bella musica.

Apprezzatissimi i ricercati arrangiamenti e le mediterranee sonorità, impreziosite dalla performance di grandi musicisti, tra gli altri Maurizio Pica, Elio Rivagli e Stefano Di Battista. Quest’ultimo regala in Attenti al lupo, con il suo sax, una versione impareggiabile della canzone che Ron scrisse nel 1996 per Lucio Dalla e che il musicista bolognese inserì nell’album Cambio.

Proprio la ricerca di sonorità suggestive e originali, rappresenta la cifra stilistica di questo disco che non si finirebbe mai di ascoltare e che incorona due straordinari artisti, quali Ron e Dalla.

Un sodalizio artistico e umano, quello fra i due cantanti, che parte da lontano e che, di fatto, non si è mai interrotto. Da  Piazza Grande, che Ron scrisse per Dalla, passando per il celebre tour “Banana Republic” del 1979 con anche Francesco De Gregori.

«A distanza di molto tempo mi trovo improvvisamente e con molta audacia a cantare Lucio, cominciando a vederlo e a conoscerlo da angolazioni diverse e ancora una volta mi sono trovato in un mondo pieno di luce, forza e commozione!»

Dominio Pubblico torna con tanti nuovi eventi culturali

Dominio Pubblico_la città agli under 25 propone, per la sua quinta edizione, un festival multidisciplinare con più di 50 eventi tra teatro, musica, corti e arti visive nella cornice del Teatro India.

“Il profilo del giovane artista (o creativo) che emerge è quello di un lavoratore mutante, flessibile: è in grado di passare con una certa frequenza dal teatro alla musica alla danza o magari di combinare i generi.”

M come Mutazione. Mutante. Militante. Multidisciplinare. Ma anche Millennials, ovvero quella generazione nata tra i primi anni ’80 e l’inizio degli anni 2000. È proprio a loro che si rivolge Dominio Pubblico.

La quinta edizione del festival Dominio Pubblico_la città agli Under 25 presenta, dal 29 maggio al 6 giugno 2018 al Teatro India, un ricco programma incentrato su giovani artisti emergenti.

Un totale di oltre 50 eventi: oltre 10 eventi Extra – 12 spettacoli di Teatro – 4 Spettacoli di Danza – 6 eventi di musica dal vivo – 7 vernissage/esposizioni di artisti visivi e installativi – 10 proiezione di cortometraggi – 3 reading di nuova drammaturgia – 3 workshop – 4 meeting.

dominio pubblico

Dopo lo straordinario successo della precedente edizione, con oltre 4000 spettatori paganti, Dominio Pubblico_la città agli Under 25 torna al Teatro India, a Roma, in collaborazione con il Teatro di Roma diretto da Antonio Calbi, con il sostegno del Mibact – Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo e di SIAE, nell’ambito dell’iniziativa “Sillumina – Copia privata per i giovani, per la cultura”, della Regione Lazio e con il contributo di NUOVOIMAIE – Nuovo Istituto Mutualistico Artisti Interpreti ed Esecutori.

Dal 29 maggio al 6 giugno 2018, un festival unico nel panorama culturale nazionale, dedicato in toto alla creatività under 25, età che caratterizza non solo gli artisti che si esibiranno o che esporranno le proprie opere, ma anche i membri della direzione artistica, che hanno risposto a una open call lanciata lo scorso dicembre.

Il progetto Dominio Pubblico, nato più di 5 anni fa ad opera del Teatro Argot Studio e del Teatro dell’Orologio, si configura come un percorso formativo di Audience Development pensato per un gruppo di giovani spettatori attivi, chiamati non solo a selezionare e programmare tutti gli eventi presenti all’interno del festival, ma anche ad occuparsi di ogni singolo aspetto della sua organizzazione.

Scopri qui il programma-> dominiopubblicoteatro.it/programma 

dominio pubblico le ragazzine

All’interno del festival  prenderà vita uno spettacolo molto originale dal titolo Le ragazzine stanno perdendo il controllo. La società le teme. La fine è azzurra. 

Progetto teatrale people-specific ideato e diretto dalla regista Eleonora Pippo che indaga i sentimenti della crescita e dell’identità.

Il lavoro è ispirato all’omonimo teen drama a fumetti di Ratigher vincitore del prestigioso Premio Micheluzzi come Miglior Fumetto al Napoli COMICON 2015, che racconta la storia dell’amicizia di Motta e Castracani, due ragazzine delle medie con la passione per le analisi mediche.

Il progetto teatrale si fonda sulla formazione di compagnie locali temporanee composte da ragazze tra i 13 e i 18 anni, che nel tempo record di sette giorni lavorano insieme alla regista alla creazione di una performance originale.

La rappresentazione è basata sulle peculiarità delle ragazzine coinvolte, si avvale della partecipazione attiva del pubblico e va in scena una sola volta. Ogni spettacolo è unico, diverso e imprevedibile, fortemente legato all’umanità delle giovani interpreti e della comunità alla quale appartengono.

La compagnia locale temporanea sarà composta da un numero massimo di 12 ragazze. La lavorazione per la preparazione dello spettacolo avverrà in sette giorni con incontri di tre ore al giorno in fascia pomeridiana, dal 26 maggio al 1 giugno 2018. Il 2 e il 3 maggio sarà necessario, invece, un lavoro intensivo per arrivare al meglio allo spettacolo finale, previsto lo stesso 3 maggio alle ore 21:45 nella sala B del Teatro India.

Per partecipare è necessario inviare il Modulo di partecipazione che si trova sul sito-> leragazzinestannoperdendoilcontrollo.com  al seguente indirizzo info@leragazzinestannoperdendoilcontrollo.com

L’infanzia di Chanel è l’ultimo, affascinante segreto di Sara Platania

Sara Platania racconta il ruolo da protagonista di “Io, Gabrielle – Chanel segreta”, in programmazione fino al 6 maggio al Teatro Stanze segrete di Trastevere.

Per la regia di Gianni De Feo, Valeria Moretti ha scritto questo atto unico che ci propone la grande stilista e donna d’arte Coco Chanel in una veste inedita, quella di bambina ribelle in un abbraccio psicoanalitico con la sua bambola.

Eccessi e vulnerabilità si alternano con lo sfondo di elementi scenici che rievocano l’atmosfera dell’infanzia austera della giovane Coco in orfanotrofio con un sottofondo di Jean Cocteau a sottolinearne la malinconia. Noi di CulturaMente abbiamo incontrato Sara Platania per capire cosa ha rappresentato emotivamente e professionalmente calarsi nel ruolo di un’icona della storia contemporanea.

Sara, stai interpretando ultimamente dei ruoli molto intriganti e femminili. Da Ofelia a Coco Chanel, un tripudio di femminilità complessa e fuori dal coro. Casualità o senti di avere il phisique du role per questi personaggi?

Diciamo che non so se me lo sento ma auspico ad averlo… Sono donne “simbolo” dell’’universo femminile.

Gabrielle Chanel rappresenta un’icona di emancipazione femminile e di determinazione. Spesso però dietro queste grandi protagoniste c’è una storia di vulnerabilità e di mancanza affettiva. Secondo te è necessario un percorso di sofferenza per compiere grandi imprese?

Assolutamente sì, più la strada è impervia e più si ha soddisfazione quando si arriva in cima alla montagna.

Cosa ha avuto in comune la tua infanzia con quella di Gabrielle?

Per fortuna nulla. Forse qualche carenza affettiva paterna ma nulla di così grave.

coco chanel biografia

Mademoiselle disegnava abiti austeri e sofisticati nello stesso tempo, di uno stile inegugliabile. Dove si colloca l’eros nelle sue creazioni? E nel suo modo di essere?

Nello spettacolo il mio personaggio dice “un vestito è bello se la donna che lo indossa da l’impressione, sotto, di essere nuda, poichè la parte del corpo che è coperta è quella che desta piu interesse, gli abiti che apparentemente sono il trionfo della modestia, risultano spesso i più seducenti”. Da questo si capisce che per lei gli abiti austeri e sofisticati erano seducenti ed erotici. Il “non-vedo” ma “immagino” esalta la seduzione.

Ti senti di aver compiuto, insieme al regista Gianni De Feo, un’operazione culturale con questa lettura inedita della grande stilista?

Non saprei. Posso dire che Gianni De Feo ha fatto un lavoro straordinario, soffermandosi su ogni particolare del testo e della messa in scena guidandomi con sicurezza in questa impresa non facile.

Quali sono le donne che ti piacerebbe interpretare nel tuo futuro da attrice?

Donne coraggiose…una in particolare è Antigone.

Cosa rappresentano gli uomini per una donna che dal rigore asettico di un orfanotrofio si trova a cambiare il costume di un’epoca e a vivere una vita eccezionale?

Una parte della sua vita che esiste, ma per sua scelta ha uno spazio limitato.

Un atto unico è una danza sciamanica con il personaggio. Cosa ti rimane di lei dopo aver danzato nelle sue vesti?

Moltissimo. La porto nel mio cuore. Mi ha arricchito ed insegnato che nella vita non si deve mai mollare, seguire i propri desideri  e guardare sempre avanti: “vivere come una  puledra che vuole galoppare in testa e non in coda”.

Da giovane puledra a cavallo di razza, la vita di Mademoiselle.

 

Antonella Rizzo

Canaletto in mostra a Roma. L’artista dalle larghe “vedute”

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Il nuovo spazio espositivo del Museo di Roma a Piazza Navona, apre le porte ad una mostra romantica e senza precedenti.

Canaletto, protagonista dell’esposizione, si diletta nelle sue vedute. Il vedutismo è una corrente artistica, che nel settecento diventa centrale soprattutto a Venezia. Questo genere consiste nel riprodurre, nel modo più fedele possibile alla realtà, paesaggi di qualsiasi natura. A 250 anni dalla morte, Palazzo Braschi, celebra Canaletto con una serie di dipinti, documenti e disegni dell’artista. Le opere in mostra provengono da alcuni dei musei più importanti del mondo.

Ma entriamo nel vivo della mostra.

Salendo le scale, ci soffermiamo al primo piano. Ad accoglierci vi è una spiegazione che racconta le prime opere del pittore. Le opere romane. Sì perché, Canaletto, passa la sua giovinezza tra Venezia e Roma, come uomo di teatro e pittore di rovine romane. E infatti, alle nostre spalle, inizia ad affiorare il Campidoglio, piazza Navona, l’arco di Costantino. Intervallate da opere che illustrano Venezia in tutto il suo splendore.

Dalle trasparenze dei canali ai costumi dell’epoca, l’artista si immerge profondamente nella società settecentesca. In un periodo dove Barocco e Rococò erano predominanti, Canaletto riesce ad abbandonare ogni tipo di finzione ottica. Favorisce una rappresentazione realistica, tipica della visione illuministica.

Per fare questo si serve della camera ottica.

L’immagine del paesaggio viene proiettata su un foglio o su una tela e successivamente, ricalcata. Il risultato è entusiasmante.

Canaletto non potrà fare a meno di usarla in tutte le sue opere. I quadri di Palazzo Braschi sono immersi in una dimensione fantastica. Le prime vedute presentano dei toni più scuri, tipici del Barocco; dalla seconda metà degli anni venti, il suo vedutismo sarà caratterizzato da una nuova luminosità atmosferica. Questa diventerà il suo marchio di fabbrica!

Arrivati nell’ultima sala, ci sono le opere inglesi. Canaletto, infatti, durante la Guerra di Successione austriaca, si reca a Londra. Qui fa numerosissimi dipinti per la ricca clientela inglese.

E voi cosa aspettate a farvi trascinare dall’atmosfera romantica di Canaletto?

Alessandra Forastieri

Torino: l’isola felice dei lettori

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Con una lunghissima fila ai cancelli ha avuto inizio il Salone del libro di Torino. La manifestazione si svolgerà dal 10 al 14 maggio sempre al centro congressi Lingotto Fiere.

Chissà se nel 1988 il libraio Angelo Pezzana e l’imprenditore Guido Accornero pensavano che la loro iniziativa sarebbe diventata l’evento più importante nel panorama editoriale. O che il Salone avrebbe dovuto spostarsi, per motivi di spazio, dal complesso fieristico Torino Esposizioni ai padiglioni di Lingotto. O che all’apertura della XXXI edizione, ci sarebbe stata una lunga coda di gente davanti ai cancelli della fiera.

Io ero tra quelle persone.

Sono rimasta piacevolmente colpita da tutta quella affluenza (si parla di 20 mila persone solo per il primo giorno!). L’Italia è il paese dove ci sono tanti scrittori, ma pochi lettori, eppure eventi di questo genere (come Più libri, più liberi) raccolgono sempre molto consenso che fa ben sperare per il futuro. I partecipanti appartengono a tutte le fasce d’età. Ci sono bambini delle elementari, adolescenti, studenti universitari, adulti, over 60, professionisti… un pubblico davvero eterogeneo.

Una gran bell’inizio per il Salone internazionale del libro!

Appena entrata ho passato gran parte della mattinata a curiosare tra i libri esposti. L’impressione è che lo spazio sia enorme, curato e ben organizzato. Alcuni stand sono visivamente molto accattivanti. Intrigante l’idea della casa editrice Il Saggiatore di creare un percorso a spirale in cui il visitatore partecipa a un piccolo gioco, scegliendo di volta in volta tra due titoli del loro catalogo. Alla fine del giro, a seconda delle risposte date emergono due aspetti del suo carattere (uno razionale e uno emotivo) e gli editori gli indicano due libri che meglio si adattano a quelle caratteristiche.

Il simbolo di questa nuova edizione è sicuramente lei: l’isola dei lettori.

La colonna piena di libri di ogni genere con il pavimento e il soffitto fatto da specchi è lo sfondo adatto per le foto ricordo, ma anche per sedersi a leggere, magari un nuovo acquisto. Molto belli anche gli spazi del caffè letterario (nel padiglione 4, una delle novità di questa edizione) e del circolo dei lettori.

salone del libro di torino

Come tutti i grandi festival internazionali, anche il Salone del libro propone un fitto calendario di conferenze e di incontri con gli autori. E proprio come tutti i grandi festival, è necessario fare una scelta di cosa seguire poiché è fisicamente impossibile partecipare a tutti (vedi anche il Festival internazionale del giornalismo di Perugia). La mia attenzione è stata catturata da una serie di eventi che prendono il nome di “Educare alla lettura”, presenti durante tutte le giornate del Salone. Alcuni sono presentazioni di libri, altri tavole rotonde, ma tutti sono accomunati dalla volontà di raccontare il perché la lettura sia importante per l’essere umano. Leggere è un’esperienza formativa ed è importante che se ne capiscano le ragioni di modo da riuscire a incrementare il numero di lettori forti del nostro paese.

Ho partecipato all’affollatissimo incontro con Alessandro D’Avenia.

Come sempre, il professore incanta studenti e adulti con la sua grande capacità retorica. Nonostante il suo discorso sia ricco di riferimenti letterari e riflessioni filosofiche, il messaggio arriva sempre in maniera chiara ed emozionante. D’Avenia ha parlato della storia d’amore per eccellenza, quella che nel suo sviluppo rivela la vera essenza dell’amore: Orfeo e Euridice. Poco dopo, ho assistito alla presentazione del libro Superficie di Diego De Silva, con Luciana Littizzetto moderatrice. Un incontro simpatico in cui si è affrontato il tema dei luoghi comuni (argomento del libro) e di come essi rischiano di impoverire il linguaggio e, di conseguenza, il pensiero.

Sono stata molto colpita dall’iniziativa organizzata per festeggiare i 20 dall’uscita italiana di Harry Potter e la pietra filosofale. Dal 10 al 12 maggio ci sarà una lettura live del libro e saranno i visitatori del Salone a farlo. Per chi come me è cresciuto leggendo la saga della Rowling è sicuramente un momento emozionante, sedersi e ascoltare quelle parole.

salone del libro di torino

Passeggiare per il Salone del libro di Torino è indubbiamente una dose quotidiana bella intensa di cultura. Altamente raccomandata da chi spaccia cultura!

Federica Crisci

Dal “Vangelo” di Pippo Delbono: narcisimo, bigottismo e approvazione

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“mi porto dentro nei ricordi della mia infanzia
parole immagini
mi ricordo quella cena
mi ricordo quel cristo che pregava solo
quel cristo che sapeva chi lo avrebbe tradito
mi ricordo quel barabba
prigioniero
salvato per uccidere il cristo
prigioniero
da un popolo anche lui
prigioniero
e poi quel calvario
quella croce
ricordo”

Il poliedrico ed eclettico performer, attore, autore, regista Pippo Delbono ha portato sul grande schermo un docu-film intitolato “il Vangelo”. Un film che ha l’obiettivo di parlare e far parlare dell’immigrazione e della situazione in cui questi immigrati vivono.  Il regista Delbono cerca di fare verità attraverso il Vangelo partendo dall’assunto che Cristo lo si conosce negli ultimi, quelli che la società dimentica, nei bisognosi. Insomma, la giusta ricetta per un successo o almeno queste erano le aspettative.

Il regista si reca in un centro dove i profughi trovano asilo e condivide la loro quotidianità fatta di tempo sospeso tra dolorose memorie e incerto futuro. Poco alla volta i rifugiati si aprono al regista, gli raccontano le loro storie. Qualcuna di queste sarà nel film, altre rimarranno segrete. E alla fine l’idea di mettere in scena il Vangelo prende una sua forma incarnandosi nelle vite di queste persone, inevitabili protagoniste di un tempo nuovo.

Certo degno di nota è il coraggio del regista. Tutti sanno nascondersi dietro il vociferare della massa seguendo la corrente come capre, ma pochi sanno distinguersi affermando le proprie idee e la propria visione. Delbono fa questo, si fa spazio nella massa ma al contempo spiazza con una tecnica discutibile, un modus operandi che non piace,  trasformando la visione del film in una forzatura.

 

Pippo Delbono

«Come faccio a fare il Vangelo, mamma? Io non credo in Dio. Non credo a questo Dio delle menzogne, a questo Dio della famiglia, in questo Dio che m’insegnavate da piccolo, questo Dio delle paure, paure di tutto, anche dell’amore. Dell’amore. Questo Dio dei miracoli. Questo Dio che cammina sull’acqua. Non si può camminare sull’acqua. Si può solo sprofondare nell’acqua, come sprofondano tutte queste persone che stanno arrivando qua e che cadono, come dei Cristi, in mezzo al mare»

Affrontare una problematica come quella dell’immigrazione non è mai un’impresa facile. E per questa ragione non tutti sono in grado di farlo senza scendere nel protagonismo o bigottismo. Affrontare questo tema necessita di tatto. Solo chi ha guardato davvero negli occhi di coloro che vivono la sofferenza, l’hanno respirata, percepita senza alcuna forma di pretesa, senza la logica del do ut des, allora si, è possibile testimoniare lo strazio di uomini che attraversano il mare su dei gommoni senza sapere con esattezza quale sarà la loro sorte, se mai toccheranno terra.

Ero entusiasta all’idea che finalmente qualcuno potesse far luce e verità su una realtà cosi delicata. Viviamo in una società in cui o è bianco o è nero, in cui non ci sono vie di mezzo. Guardare questo film e pensare alla “creatività” del regista nel comunicare al pubblico questa realtà mi ha fatto pensare  al libro: “se questo è un uomo“. Forse l’analogia non è proprio centrata ma il titolo del libro cade a pennello sulla problematica. Chi sono gli immigrati allora? Sono degli uomini deturpati nella loro dignità, costretti a fare i lavori più umili che , ahimè nessun italiano vuole fare (quindi cari italiani, no! Non vi rubano il lavoro).

I razzisti urlano “cacciateli via, rimandateli da dove sono venuti!”; i bigotti pensano che tutti sono buoni ed indifesi.  Io dico, non facciamo gli ipocriti. Chi scrive ha incontrato gli immigrati in contesti diversi e posso dire che sì, il grigio esiste. Esiste il criminale, ma esistono anche uomini e  donne che ti sorridono solo perchè  hai riconosciuto in loro un essere umano non diverso da me e da te che leggi.

Recensire questo film è stato quasi come descrivere un campo di concentramento. Disturbante, nauseante e difficile.

Ci sono situazioni come quelle messe su pellicola da Pippo Delbono che sono quasi impossibili da raccontare. Premettendo, come già sostenuto, che l’idea di fondo merita tutto la mia stima, non possono non sottolineare che tra  l’idea sottesa al progetto cinematografico che Delbono ha tentato di comunicare e il lavoro finale messo su pellicola non c’è alcuna coincidenza. Per quanto migliori fossero le sue intenzioni, ciò che ha comunicato e il suo delirio di onnipotenza e la sua assenza di tatto e di umanità. Se solo si fosse davvero soffermato a guardare gli occhi dei rifugiati avrebbe capito e intuito che davanti a certi dolori non non ci sono parole o racconti che reggano. Bisogna solo fare silenzio. Che senso ha ricordare ad un immigrato che non puoi camminare sulle acque come Gesù ma solo sprofondare, come i tuoi compagni di uno sfortunato viaggio su di un gommone. Perchè far ricordare loro urla, le onde che inghiottono gli amici e il frastuono diventa solo silenzio, freddo e buio. Questo no, non è umano è solo voglia di mettersi in mostra sfruttando altri uomini meno fortunati.

Pippo Delbono

«Pippo, fai qualche cosa che parli dell’amore. È importante parlare dell’amore, Pippo. Potresti
fare il Vangelo. Dovresti pensare veramente di fare il Vangelo»

Il film è nato dalla richiesta della madre di Delbono in punto di morte. E’ quello che poteva essere un valido strumento per testimoniare la vita degli immigrati è diventato davvero un disastro. Un film che sembra quasi imposto, una sorta di costrizione non solo per i protagonisti ma anche per gli spettatori. Guardare questa pellicola mi ha provocato rabbia e nausea, non solo per il tema in sè, per il dolore di questi uomini. Ma anche e soprattutto perché il regista ha appesantito un argomento già complesso e problematico di suo.

Il film si presenta come un insieme di forzature senza preparazione alcuna. Un prodotto grezzo e contraddittorio.

Il regista vive un continuo oscillare tra protagonismo e il sentirsi salvatore del mondo. Tra esaltazione del cristianesimo ad assalti feroci, come se si potesse dare la colpa a Dio per l’ignoranza e il bigottismo in cui vive l’uomo del nostro secolo. Una produzione che fa rabbrividire. Lo spettatore percepisce  che il film non nasce da un idea propria, da un desiderio, ma da una richiesta e allora tutto diventa un’accozzaglia di scene. Senza parlare poi del modo in cui è girato, terribile la scelta di riprendersi. I colori scelti sono cupi, macabri.

Ho avuto la percezione di guardare una sorta di circo per animali incattiviti, e Delbono ha tentato di mascherare il suo narcisismo dirompente con un forzato tentativo di  testimoniare una problematica che non nasce da una personale ispirazione ma forse con il solo fine di elemosinare una qualche sorta di approvazione da parte del pubblico.

Pippo Delbono

Angela Patalano

Quando la letteratura è un accordo di fragranze nasce “Profumi di Poesia”

Cosa succede quando due poetesse, accomunate dalla passione per le essenze profumate, decidono di creare un evento ad hocNasce “Profumi di poesia” , un programma che si articola in due momenti:

Rassegna olfattivo-letteraria. Quattro incontri dalla formula originale per un evento sotto l’egida della Bellezza. Ogni momento recherà il nome di una profumazione Rancé e si aprirà con la descrizione della fragranza e della sua storia personale.

Premio letterario “Profumi di poesia”  (qui il bando) a cui si può concorrere con poesie, haiku, silloge inedita, libro edito e racconti; in palio i profumi di casa Rancè e la pubblicazione gratuita della silloge inedita con FusibiliaLibri.

La manifestazione, ideata da Dona Amati di Fusibilia e dalla nostra culturina Antonella Rizzo, è realizzabile grazie alla disponibilità accordata dalla Profumeria Prioli di Aprilia, i cui fondatori vengono da Sant’Elena Sannita, il paese molisano dei profumieri in cui ha sede il Museo del profumo.

Così, nel raffinato salone d’esercizio ad Aprilia (LT) si terranno i primi tre incontri a partire dal 12 maggio; il conclusivo, dal titolo En plen air festival, si terrà a giugno nella tenuta di Terra Matta di Daniela Rindi a Campoleone.

La rassegna è realizzata da Fusibilia con il patrocinio della Città di Aprilia (LT), del Comune di Sant’Elena Sannita, della Fondazione Il Cammino del Profumo e con il sostegno di Rancé Profumi imperiali dal 1795.

Inoltre collaborano all’evento le associazioni Terra Matta, L’Arco di Aprilia, CulturaMente e Ibdart Peace-Artisti del Mediterraneo.

Nel programma dei tre incontri in profumeria (qui il calendario), letterati e poeti di chiara fama, personalità del mondo della moda e di settore.

Ciascun incontro sarà dedicato a un profumo di casa Rancé, tema conduttore  tra poesia, critica e letteratura, esposizione del contesto storico, moda e fashion, conversazione colta sulle essenze e sui principi della cosmesi.

Mentre ad interloquire con il pubblico saranno Marcia Theophilo, poetessa e antropologa brasiliana candidata al premio Nobel; Rino Caputo, già Preside della facoltà di Letteratura Tor Vergata, la poetessa Dalila Hiaoui, la poetessa Manal Serry, gli scrittori e poeti Claudio Marrucci e Iago, lo storico del costume Guido Fauro.

Ci sarà il contributo della blogger di moda Emanuela Dottorini Torlonia, la stilista Emanuela Bracaglia, la performer Monica Argentino, con il bodypainting, l’astrologa Mirella Stazi, e i fotografi Angela Marano, Elena Castellacci e Fabrizio Tedeschi.

Per la giornata del 23 giugno è previsto un festival di arte e natura en plein air presso la Tenuta Campoleone.

Nella mattinata gli ospiti potranno godere di una passeggiata nel bosco per imparare a riconoscere e catalogare le erbe spontanee con Roberto Peretti Stregone, forager e chef che preparerà anche il menù gastronomico/poetico per il pranzo e la cena.

Numerose le attività legate alla poesia come i laboratori di scrittura creativa tra poesia, haiku e palindromi con Stefania Di Lino, Annamaria Giannini e Franca Palmieri.

Presente Mirella Stazi per consultazioni di Astrologia Junghiana e Tarocchi di Jodorowsky e Carola Haller con un laboratorio dei sensi e delle essenze per preparare olii essenziali.

Al tramonto poi tutti saranno chiamati in un suggestivo Cerchio sciamanico con Genesio Antoniello e per un reading ‘au clair de lune’ dei poeti presenti con letture sensoriali tra suoni etnici.

Presso la sala del Museo del Profumo di Sant’Elena Sannita (IS) a settembre avrà luogo invece la cerimonia di premiazione dei vincitori dell’omonimo concorso letterario.

concorso poesia gratuito 

Data: 12/05/, 26/05, 9/06 2018 ore 17.00.

Presso: Profumeria Prioli, via degli Aranci 8, Aprilia (LT) – Terra Matta presso Tenuta Campoleone, 8, Aprilia (LT).

Interventi: Marcia Theophilo, Rino Caputo, Dalila Hiaoui, Manal Serry, Claudio Marrucci, Iago, Guido Fauro, Emanuela Dottorini Torlonia, Emanuela Bracaglia, Monica Argentino, Mirella Stazi, Angela Marano, Fabrizio Tedeschi, Elena Castellacci, Dona Amati, Antonella Rizzo, Daniela Rindi e Giusy Prioli.

Info: tel. 3460882439

Email: segreteria@profumidipoesia.it; info@fusibilia.it

Sito web: www.profumidipoesia.it; www.fusibilia.it

Ingresso libero

L’amor sano e l’amor malato raccontati da Mauro Zucconi in “Io qui, tu là”

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Tra le uscite primaverili della casa editrice Fazi Editore c’è anche il nuovo romanzo di Marco Zucconi, Io qui, tu là.

Un racconto in prima persona di un passato in cui ci si è sentiti intrappolati e dell’incontro che ha stravolto (in positivo) un’esistenza. In questo caso, la prima persona sarebbe Eugenio, uno scrittore che si ritrova nel “mezzo del cammin” della sua vita – proprio 35 anni – a dover fare i conti con una relazione infelice. O sarebbe meglio dire malata. La sua ragazza Addolorata, di nome e di fatto, ha un carattere tendente al lamento e all’insoddisfazione che poco si incastra con quello del protagonista. Se ciò che aveva attratto Eugenio in un primo momento era stato l’istinto da crocerossina, si è ben presto ritrovato incastrato in un rapporto soffocante.

E poi, nella vita di Eugenio è entrata Viola. Inizialmente, come una fan con cui scambiare qualche opinione letteraria tramite e-mail. In seguito, come amica, confidente e… nuovo amore.

Questa è la trama di Io qui, tu là.

Una storia semplice, lineare, che parla del più comune dei temi: l’amore.  Mauro Zucconi ci racconta le speranze e illusioni che sono legate a questo sentimento. Di come l’ideale dell’amore romantico (rappresentato da rapporto dei genitori di Eugenio) possa essere tanto fantastico quanto deleterio, poiché può diventare unico obiettivo di vita. E pur di avere un legame, si finisce per accontentarsi anche di chi non fa al caso nostro. Ma Io qui, tu là parla anche della “persona giusta”, della luce in fondo al tunnel, che può essere trovata nel momento in cui si ha il coraggio di non lasciar andare la propria vita al caso, ma si diventa padroni di essa.

Eugenio è un protagonista che si può amare quanto odiare. Abbiamo l’opportunità di conoscerlo bene poiché sua è la voce del narratore. Ci presenta i suoi pensieri, le sue emozioni e il proprio punto di vista sulla vicenda. Non è difficile empatizzare con lui perché è un essere umano comune. La sua famiglia, la sua crescita, le sue abitudini sono nella media, esattamente come le sue esperienze negative in amore. Anche i suoi ragionamenti in merito all’amicizia o all’esistenza in generale sono piuttosto condivisibili. Ma è altrettanto vero che l’indolenza che il personaggio mostra per tutta la prima parte del libro può provocare in chi legge una certa frustrazione. La consapevolezza di Eugenio della propria condizione e la sua mancanza di volontà per cambiare le cose possono infastidire. E questo conferma la credibilità del personaggio. D’altra parte nella vita succede di avere simpatie o antipatie per particolari comportamenti.

Perché secondo me esistono due modi di essere intelligente: il modo che ti fa raggiungere gli obiettivi che ti interessano, cioè che ti fa capire come raggiungerli, e il modo che è completamente inutile, perché non ti fa raggiungere gli obiettivi, ma ti fa sembrare intelligente in una maniera generale e astratta che non serve a niente.

Anche lo stile del romanzo deve incontrare i gusti del lettore. Questo perché si tratta di un parlato scritto.

Il romanzo potrebbe essere un lungo racconto fatto a voce da Eugenio. Il tono è colloquiale, ci sono molte ripetizioni che danno enfasi al discorso, numerosi segnali discorsivi e riferimenti a un possibile lettore/ascoltatore. Ci si sofferma molto sull’esplorazione dei pensieri e dei sentimenti del protagonista. Molte pagine sono dedicate alle riflessioni sulla sua famiglia, sul legame d’amicizia (così difficile da trovare e da coltivare), sull’esistenza. Non mancano i momenti ironici e le situazioni tragicomiche che fanno sorridere e in cui ci si può riconoscere.

Una lettura leggera e di compagnia, adatta ad accompagnarvi nel tragitto per andare e tornare da lavoro o la sera per rilassarsi.

La felicità è quello che la nostra natura ci porta a volere più di tutto il resto, alla fine.

Federica Crisci

Pronto in rampa di lancio il nuovo singolo di Daniele Stefani

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Esce l’11 maggio su tutte le piattaforme digitali “Italiani” il nuovo singolo di Daniele Stefani.

Il 25 maggio sarà online anche il video del cantautore che nel 2002, grazie al singolo “Un giorno d’amore” è saltato nelle classifiche musicali lanciando una vera e propria hit. Ritorna ora, dopo cinque anni dai suoi ultimi singoli internazionali dei duetti con Ben V-Pierrot dei CURIOSITY KILLED THE CAT e con Alberto Plaza.

Una carriera iniziata da giovanissimo.

Molti i palchi calcati sin dalla tenera età di 16 anni e grazie agli ottimi risultati ottenuti con il suo primo album “Amanti eroi”, nel 2002 sale su quello del Festivalbar per poi, l’anno succesivo, presentarsi su quello che è senza dubbio il più importante palcoscenico nostrano: Sanremo.

Qui presenta “Chiaraluna” che diventa uno dei brani più apprezzati del cantautore.

Nel 2005 esce il nuovo album “Adesso o mai” da cui vengono tratti altri singoli di successo come “Non piangere” e “Dimenticami”.

Il 2008 è un anno di ripartenze.

Sonore in particolar modo. Esce infatti “Punto di partenza” che nel suo titolo sembra voler racchiudere tutto.  Da qui in poi ci saranno anche molte partenze. Daniele viaggi tra Inghilterra e America alla ricerca di nuovi suoni e ispirazioni. Solo l’amore per la lingua madre, la famiglia e perchè no, di quei fan che dal 2002 lo hanno sempre sostenuto, fa si che il cantautore faccia ritorno in Italia.

Con un carico di testi, idee e sonorità, accompagnato dalla sua chitarra, Daniele Stefani prepara nuovi lavori e nel 2014 (dopo un ennesimo viaggio, stavolta in Cile) pubblica il suo primo album in lingua spagnola: Siento la distancia.

Frutto di anni di ricerca ,contaminazione artistica e collaborazioni.

Il disco contiene un solo brano in Italiano, un duo con Alberto Plaza ,uno dei cantautori più stimati in tutto il Sudamerica,che per la prima volta decide di cantare in Italiano e lo fa proprio con un brano scritto da Daniele.

Eccoci dunque al 2018, anno che segna un nuovo inizio ma soprattutto un resoconto.

Su tutto ciò che il cantautore è riuscito a fare durante questi anni di carriera. Più di trenta in giro per il mondo a scrivere e cantare. A suonare ed emozionare. Allora che “Italiani” sia l’ennesimo bellissimo punto di partenza per Daniele Stefani.

Lascio infine che siano le sue stesse parole a presentare il suo nuovo lavoro:

“Italiani” svela il bianco e il nero del nostro popolo,la nostra unicità, i luoghi comuni, le abitudini e le contraddizioni, con la fierezza di essere italiano, seppur consapevole dei nostri limiti e difetti. In questi anni all’estero, ho avuto la possibilità di portare in giro per il mondo, la nostra italianità. Ho respirato l’amore che il mondo prova per il nostro popolo e rientrando, ho sentito l’esigenza di raccontarlo.

 

Emiliano Gambelli

Muratori di esperienze e di scena al Teatro Ghione. Un omaggio alla vita

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“Muratori”, spettacolo cult di Edoardo Erba con Nicola Pistoia e Paolo Triestino, parla della vita, dell’amore e dell’arte.

Nessuno forse poteva immaginare che Muratori, spettacolo di Edoardo Erba, dal 2002 avrebbe fatto così tanta strada. Sedici anni di repliche, ora è in scena per l’ultima volta dal 03 al 13 maggio al Teatro Ghione di Roma. Gli ingredienti ci sono tutti per preparare una buona ricetta: un testo fresco, ben scritto con attori e regia di Massimo Venturiello di grande livello. Il mix è esplosivo. CulturaMente, la sera della prima, era in sala.

Fiore (Paolo Triestino) e Germano (Nicola Pistoia) sono due muratori che stanno lavorando in gran segreto in un teatro ormai in disuso.Ghione Stanno costruendo un muro per dividere il vecchio palcoscenico per creare un deposito più grande per il vicino grande magazzino. Lavorano di notte e di fretta (le belle arti non lo sanno). La genialità del testo di Edoardo Erba è in parte data dal continuo interagire con il pubblico. Fiore e Germano, soprattutto quest’ultimo, entrano ed escono dal palco con carriole piene di mattoni. Due muratori comuni che parlano della propria vita. Hanno un sogno: quello di mettersi in proprio. Per fare ciò e per comprare un camion hanno bisogno di soldi. Il testo di Edoardo Erba, incentrato sul tema della vita moderna, è ironico e dissacrante. Il muro che Fiore e Germano stanno costruendo è anche un muro allegorico e metaforico. Lo stesso muro che rende così distanti le persone. Sulla scena irrompe Giulia (Lydia Giordano). Giulia è un essere misterioso, che non si sa se esista o meno. Un fantasma, un’anima di donna, un’attrice che sconvolge la vita di Germano e porterà il tutto verso il finale imprevedibile.

Andare oltre

Muratori è un inno alla vita. Essa stessa, sembra volerci dire il testo, è un muro che sale e scende, che viene costruito e distrutto. Il muri isolano le persone ma, in questo caso, costringono Fiore e Germano a stare insieme, a sottoporsi al confronto. Il muro è un escamotage per far venir fuori la diversità delle persone, soprattutto con l’avvento di Giulia.

In questo spettacolo si ride di gusto con le loro battute tipicamente romane ma si riflette pure. Lo spettacolo in scena al Teatro Ghione sembra volerci dire che la vita non è un fermarsi ma un continuo andare oltre il muro, oltre i nostri limiti, non mettere mai la parola fine sulle nostre conoscenze. Il muro divisorio tra le persone, se ci si vuole veramente bene, deve essere annientato. Il muro da loro costruito non serve a niente, deve essere buttato giù.

Non resta altro quindi che andare al Teatro Ghione e goderselo e goderci la vita, un abbraccio, conoscere veramente e nel profondo chi abbiamo davanti e non fermarci all’apparenza esterna, oppure, per meglio dirlo, al “muro” esterno.

Marco Rossi

@marco_rossi88

(Foto di Gabriele Gelsi)

Si conclude lo splendido fine settimana di Io Vino all’insegna dei vitigni autoctoni

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Nel Castello di Santa Severa Io Vino si conferma come uno degli appuntamenti più seguiti nel panorama romano delle degustazioni.

Il pubblico ha riversato il suo affetto sulla manifestazione anche per la terza edizione di Io Vino. L’evento  figlio dell’Associazione Omonima quest’anno ha saputo migliorarsi ancora, confermando il suo percorso di crescita. Merito degli organizzatori Romina Lombardi e Manilo Frattari, che anche questa volta hanno saputo costruire un calendario di appuntamenti interessanti.

Sempre più belli i luoghi scelti da Io Vino.

La location non poteva essere più bella, il Castello di Santa Severa sulla via Aurelia. Sito veramente suggestivo con un borgo all’interno, tra piazzette, cortili e terrazze a vista piena sul mare. Le due Anime dell’Associazione Culturale sono prima di tutto grandi appassionati, oltre che delle questioni enoiche anche del territorio. Di come i due aspetti si fondano tra loro, in un contesto culturale estremamente rappresentativo di ogni luogo.

Una lunga esperienza di degustazione tra Lazio e Campania.

L’approccio su cui si fonda Io Vino è sempre stato questo e, la loro attenzione nel tempo si è sempre più focalizzata tra le Marche e la Campania. Territori limitrofi al Lazio che grazie alla loro vicinanza, hanno avuto modo di conoscere in maniera approfondita. Per quanto riguarda l’identità territoriale, in fatto di vino niente riesce a descriverla meglio di come possano fare i vitigni autoctoni. Aspetto da sempre primario nell’organizzazione di Io Vino.

Il vitigno che esprime il territorio.

La possibilità di sentire come lo stesso vitigno sappia leggere tante realtà diverse, non ha eguali per chi è appassionato di vini e vuole approfondirne i contenuti. Realtà distanti anche pochi chilometri di distanza, che si esprimono attraverso il connubio tra il vitigno e la mano dell’uomo. Una fuga dallo stereotipo che rende omaggio alla terra e alla sua cultura locale.

Quello che rende i tanti appuntamenti come Io Vino, molto più interessanti per chi vuole veramente approfondire il territorio attraverso le sue uve, è proprio questo. Certamente molto più interessanti delle grandi kermesse piene di “sbicchieratori” che si esercitano nel procurarsi il tunnel carpale senza aggiungere nulla alla propria cultura enologica. La passione dei due organizzatori era evidente già nel programma, costruito per la folla intervenuta nella giornata di Domenica.

Non sono mancati i grandi approfondimenti.

Tra i seminari anche quello sul Greco annata 2013 condotto da Monica Coluccia, esperta comunicatrice del territorio e dei vini campani, insieme ad Alessio Pietrobattista giornalista e presenza fissa nel panel di degustazione per la guida vini del Gambero Rosso. Le aziende del percorso di degustazione insieme a tante altre, erano presenti con annate più recenti anche tra i banchi d’assaggio. Una nutrita schiera frutto dei legami con i produttori, che Manilo e Romina nel tempo hanno intrecciato durante la loro esperienza diretta sul territorio.

Grandi espressioni di tutti i vitigni. Chi lavora bene non lo fa su un solo vitigno, ed ecco che le distinzioni tra le tipologie hanno spesso poco senso. Anche se vini come il Fiano di Rocca del Principe, o il profilo internazionale di quello di Villa Diamante o del Greco di Cantine di Marzo, rimangono impressi nella memoria gustativa.

Dalla Campania l’Aglianico affianca i grandi bianchi.

Grandi bianchi certamente anche quelli di Sertura e de I Favati, che proponeva anche un Aglianico che saprà farsi ricordare. Come quest’ultimo anche quelli di Antico Castello, de il Cancelliere, il Fren di Stefania Barbot o il Castellabate dell’Azienda Sangiovanni.

Tra gli altri Campani impossibile non menzionare Villa Matilde portabandiera della tradizione del Falerno, oppure un classico come i vini della Costiera Amalfitana targati Marisa Cuomo. Azienda che forse più di tutti utilizza una notevole quantità di vitigni autoctoni, a cui si deve il merito di averne salvati diversi dall’estinzione. Accanto ai mostri sacri però, notevole anche la produzione in bianco de Le Masciare e del suo simpatico produttore Olandese.

Analogamente anche le Marche non deludono mai e, questa edizione di Iovino ha sottolineato come accanto al Verdicchio, l’ascesa di Pecorino e Passerina sia sempre più significativa nella viticultura marchigiana. Che sia di Matelica o dei Castelli di Jesi, il Verdicchio si dimostra ancora una volta tra i migliori vitigni a bacca bianca italiani. Tra i presenti il Cambrugiano e gli altri vini di Belisario sono sempre un bel bere, ed altrettanto si può dire per i vini di Montecappone, quelli di Enrico Ceci e il Frocco di Vignedileo.

La viticultura marchigiana che va oltre il Verdicchio.

Tra questi da inserire certamente anche Marotti Campi che produce anche una grande Lacrima di Morro d’Alba. Dagli altri vitigni invece tante sorprese come la Passerina Notturno di Tenute Recchi Franceschini, vitigno trattato ottimamente anche dall’Azienda San Michele a Ripa. Villa Forano invece ha proposto Le Piagge, Ribona Doc altrimenti detto Maceratino. Vitigno molto interessante e fine nella versione spumantizzata in metodo classico dallAzienda Sant’Isidoro, che lo vinifica anche in versione fermo nell’ottimo Paucis.

Il Pecorino ha trovato invece un’ottima espressione nei vini di Le Canà, Cocci Grifoni e di Le Cantine di Figaro, che lo impiega nel Letix insieme ad altri vitigni. Altro autoctoni presenti e poco conosciuti, il Bianchello del Metauro a cui Fiorini rende onore con il Tenuta Campioli, e la Vernaccia di Serrapetrona vinificato da Podere sul Lago, una conferma come sempre. Nel complesso grande qualità che insegna come per bere bene non sia necessario un capitale. Occorre solo la voglia di indagare il territorio alla ricerca dell’autenticità.

Bruno Fulco

“La cucina”, dopo più di mezzo secolo, è ancora una metafora puntuale della vita sociale

“La cucina”, una commedia da non perdere assolutamente, resterà in scena al Teatro Eliseo di Roma fino al 20 maggio 2018.

La commedia “La cucina” è stata rappresentata per la prima volta nel 1957, quando il suo autore Arnold Wesker aveva solo venticinque anni. Ad oggi, resta forse l’opera più famosa del drammaturgo londinese.

L’adattamento attualmente in scena al Teatro Eliseo di Roma fino al 20 maggio 2018  è prodotto dal Teatro Stabile di Genova e ha esordito nell’ottobre 2016.
Ha subito ottenuto un grande successo di critica e pubblico e non possiamo che essere d’accordo con chi l’ha apprezzato.

Il cast de “La cucina” è composto da ventiquattro bravissimi attori provenienti dalla Scuola di Recitazione dello Stabile, così come il regista Valerio Binasco.

Una bellissima scenografia attira lo spettatore prima ancora che si sieda in sala, visto che il sipario è già alzato. Guido Fiorato ha, infatti, installato la cucina di un ristorante inglese nel secondo dopoguerra. L’ambiente sembra fatiscente, soprattutto all’esterno.

I dialoghi sono un coacervo di accenti. Ne “La cucina”, infatti, Weskner ha voluto rappresentare l’Europa della seconda parte del ‘900.
Ma è una pièce talmente attuale che vale a rappresentare tutto il mondo e sembra essere scritta ai giorni nostri. Infatti, mostra da vicino la violenza che può nascere dalla convivenza forzata di persone straniere.

La cucina

Secondo Valerio Binasco “Wesker rappresenta la cucina come un mondo disumanizzante, perché il suo primo obiettivo era la denuncia sociale sulle condizioni di lavoro. Per lui, che voleva affermarsi come ‘poeta del popolo’, la cucina è un brutto posto, è la metafora della fabbrica”.
Binasco, invece, mettendo in scena “La cucina” nella versione italiana di Alessandra Serra, è partito da un assunto diverso.

La cucina di un ristorante, per Binasco, non è un brutto posto e le persone che lavorano lì rappresentano l’intera umanità.

La cucina, quindi, diventa  una metafora della vita sociale. Ma è anche un posto dove si può vedere il lavoro di squadra.

Di vita ce n’è tanta su questo palcoscenico. Si inizia a ballare al suono di una radio costruita dal nulla da uno sguattero russo. Camerieri e cuochi intrecciano tresche più o meno segrete. Vivono amori malati, distruttivi e autodistruttivi, che dovrebbero essere rifugi, invece sono prigioni.

Ad un certo punto si parla, addirittura, di sogni e ci si rende conto che al mondo c’è pure chi non è capace di sognare seriamente, cioè in grande.

“La cucina”, però, è anche un luogo di tensioni, alcune palesi, altre sottese, pronte ad esplodere con conseguenze tragiche. D’altronde è la rappresentazione di una società multietnica in cui le differenze possono diventare motivo di incontro e di scontro.

Parliamo di un luogo frenetico – come la società contemporanea – in cui non ci si può fermare neanche se un collega si infortuna mentre lavora, in cui il lavoro non è valorizzato.

Non c’è posto per la qualità, nella cucina di questo ristorante da 2000 coperti, “solo offerta, solo soldi”.

“La cucina” è pure un ambiente misogino, dove non mancano violenze sulle compagne e giudizi impietosi sulle colleghe.

Ma la metafora della cucina è anche la prova dell’inesauribile capacità di adattamento dell’essere umano ad ogni condizione di vita e di lavoro.

Eppure “La cucina” è un spettacolo bellissimo, suscita un entusiasmo che ci accompagna fuori dal teatro.

Il cast si dimostra perfettamente all’altezza di una scena caotica e movimentata. Gli attori si muovono freneticamente, senza minimamente intralciarsi. Sembra di assistere ad una puntuale coreografia, tanto ogni gesto è studiato, coordinato con quelli degli altri. Sono molto suggestive le scene in cui si muovono al rallentatore.
Le interpretazioni si amalgamano benissimo tra loro. Il risultato è un lavoro corale riuscitissimo che diverte, emoziona, commuove.

La cucina

Si immagina quanto faticosa sia stata la regia di questa pièce. Per questo il lavoro di Valerio Binasco è ancora più degno di plauso e ammirazione.
In alcuni punti, lo spettacolo appare quasi ripetitivo. Ma, in fondo, non lo sono certe volte anche la vita, la società, la Storia che in fondo “La cucina” vuole raccontare?

Binasco e la Compagnia del Teatro Stabile di Genova, in effetti, sono riusciti a catturare l’idea della cucina come un luogo di notevole, seppure involontaria, bellezza, e a mandare con il Teatro “un messaggio di pace”.
Nel finale c’è un abbraccio che non ci si aspetta. Quello è il messaggio di pace più convincente.

Stefania Fiducia

La triste corte dei miracoli italiani (fasulli) di Loro 2

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Ora che abbiamo visto l’opera Loro nella sua interezza, qualche idea in più per commentare l’abbiamo. O meglio, adesso sappiamo cosa è, cosa voleva essere, ma non quel che sarà.

Perché Paolo Sorrentino lo ha ribadito più volte: il suo è un film apolitico (verissimo) che vuol svelare l’individualità della persona Silvio Berlusconi, cosa c’è dietro il personaggio pubblico mentre gli altri, loro appunto, spingono a conservare quella faccia per puro tornaconto. Insomma, è l’ennesimo racconto sulla solitudine umana presente come colonna portante in tutti i film del regista napoletano, e anzi, qui ci sono davvero tutti i suoi mantra cinematografici.

Però, d’altro canto, Sorrentino non è ingenuo, e sapeva benissimo a cosa andava incontro. Sapeva benissimo, non posso pensare altrimenti, che scegliendo Silvio Berlusconi come soggetto non si sceglie una persona casuale, e qualunque intenzione avesse inizialmente sarebbe diventata obbligatoriamente altro. Se non vuoi parlare di politica, allora non parli di Silvio Berlusconi in partenza, punto.

In poche parole, Loro è il ritratto degli ultimi 25 anni italiani incarnati dalla sua figura più caratteristica, nota, controversa. A prescindere da cosa Sorrentino volesse fare, ovviamente.

La prima parte ha costruito con acidità, follia e graffiante ironia il percorso inevitabilmente decadente del suo protagonista. Percorso che, di riflesso, si estende a tutti coloro che gli gravitano intorno, o che vorrebbero anche solo ronzargli. Loro, appunto. Questa seconda parte ha gettato la maschera, dimostrando che dietro la superficie c’è il vuoto, l’ineluttabile confronto col tempo che passa e con la costante insoddisfazione umana.

“Tutto non è abbastanza” non è soltanto una tagline, ma la concretizzazione materiale dell’impossibilità di essere felici. Berlusconi ha tutto ciò che vuole, ma non si capacita di come possa essere nuovamente all’opposizione, e pure quando torna al potere perde l’unica bussola che gli dava una parvenza di normalità, ovvero la moglie. Sergio e Tamara hanno finalmente avuto accesso a Lui, alle stanze dei bottoni, ma tra di loro si è creato un muro invisibile e invalicabile. Soprattutto, non hanno migliorato la loro vita come pensavano.

Rimane allora la presa di coscienza più amara: si nasce e si muore soli.

Sorrentino ce lo dice in ogni film, e quando accade anche a uno come Silvio Berlusconi il concetto è ribadito più forte. Addirittura, il concetto ora si allarga: ritroviamo anche la paura di invecchiare (come in Youth), e la decadenza sociale e morale di un intero paese (come in La Grande Bellezza).

Nel gioco dei rimandi, Loro è una storia agli antipodi di Il Divo. Lì avevamo una figura grigia, mediocre, silenziosa che si muoveva negli anni più rocamboleschi della storia italiana, che Sorrentino paradossalmente filtrava in un’opera rock e definiva “spericolato”. Qui ora abbiamo una figura energica, rumorosa, istrionica fino al parossismo, ridicola nel suo ergersi a iconografia forzata, pietra angolare della simbiosi tra sesso e politica, che Sorrentino invece ritrae nel suo piccolo mondo antico, nel suo esilio in Sardegna, solo tra soli, infantile e invecchiato.

Il Re è nudo. Ma nudi sono anche tutti i cortigiani. Lo è l’Italia stessa, in conclusione.

Berlusconi visto da Sorrentino non è il Diavolo, e questo deluderà molti. I difetti ci sono tutti. Le nefandezze fatte in politiche sono tutte dette e persino raffigurate (la compravendita dei senatori), ma Sorrentino non si sofferma ad esplorarle. Addirittura il malcostume delle “olgettine”, che in Loro 1 era l’architrave onnipresente, in Loro 2 passa in secondo piano tematico ed emotivo: non sono l’epitome di una mancanza di moralità, ma l’ennesimo sguardo satirico su qualcosa di profondamente patetico, triste.

Berlusconi, però, è trattato in modo umano, e diventa il simbolo assoluto del nostro paese. Come l’Italia, non si capacita del perché non riesca più a raggiungere la gloria del passato. Come gli italiani, è assuefatto a tutto grazie al riflesso di perfezione che ha costruito su sé stesso. Da qui l’idea geniale di far interpretare anche Ennio Doris a Toni Servillo, come se i vari “yes men” di Berlusconi fossero tutti riflesso della voce del padrone. Megalomania, direbbero quelli bravi. Proprio come l’Italia, oltretutto, decide di non arrendersi mai. Se per lui la voglia di andare avanti è rappresentata dall’energia in una telefonata in cui torna il venditore di inizio carriera (la scena migliore del film), per il nostro paese quella voglia è la determinazione nel ricostruire dalle nostre stesse macerie, come vediamo nel finale.

Dopotutto, ce lo suggeriva anni fa proprio Sorrentino: è tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio. Quel chiacchiericcio sterile, futile, dannoso che in 20 ha costruito Berlusconi, e che noi italiani dobbiamo avere la forza di superare. Perché qualcosa là sotto c’è ancora.

Quello che rimane è un Silvio Berlusconi solo, triste, che non accetta la realtà e forse per questo è ancora più patetico. Non è attaccato direttamente in forma propagandistica come molti credevano, ma indirettamente, nel profondo della sua stessa essenza berlusconiana. Probabilmente è davvero il film che ha capito come mai prima d’ora il Berlusconi uomo.

Quella figura che ha avuto tutto, si sente ancora pieno di energia e voglia di imporre il proprio ascendente (come si evince ancora dai recentissimi e attuali fatti di cronaca politica) ma si trova davanti l’inesorabile tramonto. Una fine che prova a scacciare in tutti i modi. Che sia essa rappresentato da un’epoca, come il matrimonio, oppure da una persona vera, come Mike Bongiorno. Tutto ciò che appassisce è deleterio per Berlusconi, proprio perché gli ricordano che appassisce anche lui.

Ne esce fuori un ritratto umano, sincero, tenero, che non farà felici gli ammiratori e nemmeno i detrattori. In compenso, abbiamo tre ore e mezza di puro cinema. Di un film diviso in due parti sicuramente imperfetto, è innegabile, che talvolta si perde nei suoi stessi compiacimenti, nelle sue stesse stranezze. Proprio per questo allora, nel suo prendere solo rischi, diventa grande cinema.

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Emanuele D’Aniello

Walking on the moon, favola contemporanea tra tecnologia e letteratura

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La Compagnia del Teatro dell’Orologio va in scena al Teatro India dal 3 al 6 maggio con Walking on the moon, regia di Leonardo Ferrari Carissimi.

Walking on the moon è uno spettacolo capace di mescolare ironia, divertimento e delicatezza ma soprattutto in grado di tenere insieme tre realtà apparentemente inconciliabili: la letteratura, il presente ultra tecnologico e il passato che vive sotto forma di ricordo.

È una fiaba contemporanea animata principalmente da tre personaggi davvero originali e bizzarri. Elia è un giovane startupper, timido, goffo e impacciato, Alice una studentessa appassionata di poemi cavallereschi e quindi di quel mondo lontano nel tempo e nello spazio, abitato da “maghi, cavalieri, palafreni”. E poi c’è lui, Micheal Collins, astronauta della mitica missione Apollo 11, l’unico però a non aver messo piede sulla Luna, a differenza dei sui colleghi Armstrong e Aldrin.

È proprio il mondo amato da Alice, quello “degli eroi e degli amori impossibili”, a fare da sfondo e a essere il crocevia di tutte e tre le storie perché non esiste opera più completa dell’Orlando Furioso per poter parlare di desideri, di paure, di sconfitte, di sogni e di delusioni e quindi dell’umanità.

walking on the moon

E come i protagonisti del poema cavalleresco anche quelli di Walking on the moon hanno un oggetto del desiderio: la Luna, topos per eccellenza della letteratura e non solo.

Elia vuole realizzare un app attraverso cui l’uomo possa simulare di camminare sulla Luna e Collins è senza dubbio il miglior sponsor. Lui che per tutta la vita ha custodito dentro di sé la solitudine e il rammarico per non aver messo piede sulla Luna, per essere stato, la sera del 20 luglio 1969, l’uomo più solo al mondo orbitando intorno al satellite mentre “tutti i cuori dell’umanità battevano per Armstrong e Aldrin”. Per Alice, invece, la Luna è quella di Astolfo, è il luogo dove si raccolgono tutte le cose che si perdono sulla Terra, è un posto magico che vive nella sua immaginazione continuamente nutrita dalle ottave cavalleresche.

Leonardo Ferrari Carissimi dirige uno spettacolo in cui la tecnologia e la modernità incontrano l’eternità e il valore assoluto della letteratura, superando quella barriera che troppo spesso tiene distanti queste due realtà  e ci ricorda, così, che l’una non esclude l’altra. Una riflessione dunque sottile e puntuale sul nostro presente.

In un crescendo di stupore lo spettacolo coinvolge il pubblico, che guidato dalla Luna segue i protagonisti nei diversi spazi del teatro India, dalla sala teatrale al foyer, dal retro palco all’arena esterna fino ad arrivare a vivere l’emozione di camminare sulla luna attraverso dei cardboard box forniti dagli attori.
Un percorso labirintico, proprio come lo spazio del Furioso in cui i personaggi si muovono, cercano, desiderano e tornano poi al punto di partenza.

In questa fiaba contemporanea s’incontrano e si mescolano le passioni e le solitudini di tutti e tre i personaggi, dando vita così a una tavolozza di  colori e di emozioni ricca di sfumature. Dunque, il senso del meraviglioso ariostesco sposa quello del meraviglioso tecnologico in una messa in scena giovane, frizzante e delicata.

Lo spettacolo è terminato ma a mantenere viva quell’atmosfera magica e sospesa ci pensa l’attore Graziano Piazza che, sotto gli occhi emozionati di tutti, s’inginocchia e con un anello in mano chiede alla compagna di sposarlo.
Non poteva esserci finale migliore.

Walking on the moon

di Leonardo Ferrari Carissimi e Fabio Morgan
regia Leonardo Ferrari Carissimi

con Graziano Piazza, Matteo Cirillo e Anna Favella
e con Davide Antenucci, Susanna Laurenti, Benedetta Russo, Enrico Torzillo, Riccardo Viola, Pietro Virdis
scene e costumi Alessandra Muschella
assistente scene e costumi Chiara Titone
disegno luci Martin Emanuel Palma
esperienza multimediale Oniride s.r.l.

Diletta Maurizi 

The Sultan and the Saint: il 9 maggio al Seraphicum in anteprima europea

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L’incontro tra Francesco Di Assisi e il Sultano Al-Kamil al centro di un docu-film in anteprima europea al Seraphicum

Mercoledì 9 maggio alle ore 18 e a seguire un dibattito, presente in sala anche il regista

“The Sultan and the Saint” è l’atteso docu-film che sarà presentato, in anteprima europea, mercoledì 9 maggio alle ore 18 all’Auditorium Seraphicum (via del Serafico, 1 – angolo via Laurentina a Roma).

Un evento promosso dalla Pontificia Facoltà teologica “San Bonaventura” Seraphicum, in collaborazione con il PISAI – Pontificio Istituto di Studi Arabi e d’Islamistica, il Cineforum Seraphicum e il mensile San Bonaventura informa.

La serata farà da apripista alle numerose cerimonie che, nel 2019, celebreranno l’ottavo centenario dell’incontro tra Francesco di Assisi e il Sultano Al-Malik Al-Kamil. Alla proiezione seguirà un dialogo tra gli ospiti, moderato da fra Emil Kumka, docente di Francescanesimo, al quale parteciperanno fra Dariusz Wisniewski (OFMConv), teologo e già missionario in Turchia, e il prof. Adnane Mokrani, professore associato del PISAI. Saranno presenti in sala anche il regista Alex Kronemer, Patrick Carolan Executive Director del “Franciscan Action Network”, sr. Marie Lucey Assistant Director del “Franciscan Action Network”, e fra Mike Lasky (OFMConv), membro di “Justice, Peace and Integrity of Creation Ministry”.

L’appuntamento, al di là dell’evento celebrativo in sé, intende offrire un rilevante contributo al tema del dialogo interreligioso, dell’apertura al “diverso”, dell’ascolto delle altrui ragioni.

“L’incontro tra Francesco di Assisi e il Sultano – spiega fra Emanuele Rimoli, docente del Seraphicum e organizzatore dell’evento –  non ha alcuna pretesa di conversione ma si tratta di un dialogo tra due uomini di fede, i quali subiscono l’uno il fascino dell’altro e dall’altro sono disposti ad imparare, dimostrando quanto sia fondamentale la capacità di porsi dinanzi all’interlocutore senza pregiudizi, lasciandosi sorprendere con la disponibilità ad apprendere sempre qualcosa”.

Una esigenza fortemente avvertita dinanzi alle difficili, spesso drammatiche e conflittuali dinamiche internazionali e interreligiose, sulle quali è spesso intervenuto papa Francesco, ricordando come:

“Non si può costruire la civiltà senza ripudiare ogni ideologia del male, della violenza e ogni interpretazione estremista che pretende di annullare l’altro e di annientare le diversità manipolando e oltraggiando il Sacro Nome di Dio”.

Dunque un richiamo a un terreno di confronto libero da pregiudizi, senza pretese di predominio ma anche senza attese di omologazione, guardando piuttosto alla ricchezza della diversità che, nel rispetto dell’altro, può concorrere alla creazione di ponti di dialogo e di pace.

“Tra Francesco e il Sultano – aggiunge fra Rimoli – si crea una sorta di reciprocità, una apertura all’umanità dell’altro, scoprendo che si può persino pregare con parole simili. Sarà proprio questo il segno concreto che intendiamo offrire in questa serata tanto importante, per la costruzione di ponti di ascolto, di dialogo e di pace. Un auspicio che concretizzeremo con un particolare dono agli ospiti della serata: una pergamena che riporterà parte del testo delle Lodi all’Altissimo di san Francesco e, specularmente, alcuni dei novantanove nomi con i quali, nel Corano, si invoca Dio”.

Il docu-film – a ingresso libero – sarà proiettato in lingua originale inglese con sottotitoli in italiano.

Info logistiche e organizzative

  • L’Auditorium Seraphicum si trova a via del Serafico, 1 – angolo via Laurentina, a 200 metri dal capolinea della Metro B – Laurentina.
  • Dispone di un ampio e gratuito parcheggio interno.
  • Pagina Facebook dell’evento: https://www.facebook.com/events/371526196649812/
  • Sui social: #FrancescoeSultano

 

Dear White People stagione 2, il muro invisibile tra le persone

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Capisco bene perché in Italia Dear White People non sfondi.

Le tensioni razziali sembrano non appartenerci – almeno, non ancora – e ci sembra strano quanto gli afroamericani facciano girare qualsiasi cosa intorno alla politica e all’identità. Chi conosce però un briciolo la realtà americana sa quanto questa serie sia forse il miglior ritratto attuale della gioventù di quel grande e controverso stato.

Commentando la prima stagione ho definito più volte Dear White People una serie tv topica. Insomma, arrivava al momento giusto con gli argomenti giusti. In questa 2° stagione se possibile la serie è ancora più al centro dell’universo reale. Non c’è solo il problema della divisione culturale tra bianchi e neri che diventa problema generazionale e quotidiano, ma il dolore di dover prenderne atto giorno dopo giorno mentre sono in preoccupante ascesa dell’alt-right e il trollaggio su internet (non è difficile vedere in due personaggi della serie delle acute parodie di Tomi Lahren e Milo Yiannopoulos).

E c’è la sfera umana, ovviamente. La gravidanza inaspettata di Coco, lo stress post-traumatica di Reggie, esempi di storylines che formano il cuore della serie e la sua universalità. Sicuramente è una serie prettamente politica, i cui toni sono addirittura più esasperati ed esacerbati in questa nuova stagione, ma solo così possono far capire la realtà a chi non vive negli Stati Uniti e, di conseguenza, far empatizzare coi personaggi (e la strutta per cui ogni episodi è dedicato ad un diverso personaggio aiuta molto).

Ma non solo per il suo contenuto sociologico Dear White People è forse la miglior serie di Netflix.

In questa seconda annata ha preso completamente confidenza coi propri mezzi, narrativi ed estetici. Passiamo da puntate più drammatiche a quelle più comiche, ad episodi che sembrano fare il verso ai thriller universitari a quelli in cui la componente allucinata crea un’atmosfera da trip mentale.

Una serie con un grande coraggio Dear White People, e ce ne sono pochissime così. È utilissima a farci comprendere perché la realtà americana sia diventata ultimamente così complicata – sapevate prima di vedere la serie cosa fosse un hotep? – e al tempo stesso ci intrattiene per dieci puntate con storie e personaggi ricchi di sfaccettature e complessità.

E poi, se sceglie di salutarci con un cliffhanger, una cosa vuol dire: ha ancora tanto dire. Questo non può che essere un bene.

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Emanuele D’Aniello

Rigo Righetti ospite al FIM – Fiera della Musica!

Dai Rocking Chairs a Ligabue, passando per il nuovo album ‘Cash Machine’ e il nuovo romanzo ‘Schiavoni Blues’, il bassista modenese partecipa a un incontro sulla sua esperienza tra rock americano e narrativa. Appuntamento domenica 3 giugno in CASA FIM.

 

Rigo Righetti ospite al FIM – Fiera della Musica!

Domenica 3 giugno 2018

16.00

CASA FIM

Piazza Città di Lombardia

Milano

 

RIGO RIGHETTI in CASA FIM!

ingresso gratuito

Domenica 3 giugno 2018 FIM – Fiera Della Musica (con la direzione artistica di Verdiano Vera, organizzato da Maia in collaborazione con Alveare e BigBox) sarà lieta di accogliere Rigo Righetti per un incontro speciale incentrato sulla sua esperienza di musicista e narratore, in occasione del suo ultimo disco Cash Machine e del suo ultimo romanzo Schiavoni Blues. Righetti sarà intervistato in CASA FIM, il centro nevralgico della rassegna all’interno del quale si incontrano – come sempre da tradizione FIM – i nomi illustri e creativi del mondo della musica, in diretta streaming.

Antonio Righetti, meglio noto come Rigo, è una colonna portante del rock italiano. Modenese, classe 1964, fa parte dei Rocking Chairs, la pionieristica band italiana tra le più attive e amate della seconda metà degli anni ’80.

Negli anni ’90 intraprende una storica collaborazione con Ligabue in dischi popolarissimi come Buon Compleanno Elvis e anche in tour. Con Songs from a room vol. 1 del 2005 avvia una carriera solista unica nel suo genere, caratterizzata da una personale interpretazione delle influenze rock americane e una devozione verso figure colossali come Johnny Cash, Bob Dylan e Elvis Presley, come accaduto nell’ultimo album Cash Machine, pubblicato alla fine del 2017. Rigo è anche un valido narratore: nel 2014 debutta con il suo libro Autoscatto in 4/4, recentissima è l’uscita del nuovo romanzo Schiavoni Blues, dedicato alla sua infanzia modenese, ai luoghi della sua città come il Bar Schiavoni, al suo amore per l’America.

In un’edizione così ampia e sfaccettata come quella del 2018, particolarmente attenta al tema della formazione musicale e delle professioni legate alla musica, la presenza di un musicista e narratore come Rigo Righetti sarà utile nel percorso relativo al rapporto tra musica, professione e scrittura.

FIM è una manifestazione ideata e diretta da Verdiano Vera e organizzata da Maia, in collaborazione con BigBox e L’Alveare e il contributo di Regione Lombardia e inLombardia.

FIM 2018:

http://www.fimfiera.it/

Paolo Jannacci:

http://www.paolojannacci.com/

Synpress44 Ufficio stampa:

http://www.synpress44.com/