E ora dobbiamo parlare di A Beautiful Day

A Beautiful Day

Esistono i peccati veniali ed esistono i peccati mortali.

Un peccato veniale è dire una bugia a fin di bene, oppure buttare una cartaccia a terra quando non si dovrebbe. Un peccato mortale, invece, è non aver visto un nuovo film di Lynne Ramsay in quasi 8 anni. E, ora che abbiamo davanti ai nostri occhi A Beautiful Day, questo dispiacere aumenta notevolmente.

È vero che la regista scozzese ha un carattere difficile, a quanto si dice. E non è chiaro quanto lei abbia voluto rimaner ferma o quanto abbia trovato produttori restii ad accettare suoi progetti. Ma Lynne Ramsay ha un talento registico pazzesco, una visione che pochi altri autori al mondo hanno, e non è possibile dover attendere un intervallo di quasi un decennio per vedere un suo film. Soprattutto se quello precedente è E Ora Parliamo di Kevin, film bellissimo e straziante che probabilmente a qualsiasi altro regista avrebbe aperto chissà quali e chissà quante porte. Invece lei ha trovato tutti i portoni chiusi.

Fortunatamente la potenza viscerale di A Beautiful Day li abbatte quei portoni.

In altre mani, in mani comuni, A Beautiful Day sarebbe stato un thriller che più generico non si può. Prendiamo la sua trama basica: un “fixer” con manie suicide, dal passato misterioso e tormentato, rimane invischiato in un caso sporco e nel doppio gioco di uomini potenti e pericolosi. Tutto qui? Lo abbiamo visto più e più volte, e la fonte d’ispirazione del breve romanzo originale è lapalissianamente Taxi Driver, in tutto e per tutto.

Senza dubbio, A Beautiful Day sarebbe potuto diventare un action thriller di serie B con protagonista Liam Neeson.

Attraverso lo sguardo e soprattutto gli istinti creativi di Lynne Ramsay, A Beautiful Day si trasforma in un viaggio allucinante e allucinato nella psiche malata di un uomo senza speranza che si perde ancora di più nello schifo del mondo circostante.

Basterebbero già le note distorte di Johnny Greenwood, la cui musica renderebbe un capolavoro insormontabile anche un videoclip di prediciottesimo, a creare quell’atmosfera schizofrenica che rende il film diverso e unico rispetto al suo genere di riferimento. In più, grazie al cielo, c’è appunto l’occhio della scozzese, che minimizza l’impatto della trama ed estremizza l’odissea sensoriale. Il suo tocco non ammette compromessi, non ammette un approccio classico e lascia le immagini libere di fluttuare tra brutali esplosioni di violenza e un fatalismo che quasi si tocca. Un noir che sfocia nel pulp attraverso istinti talvolta animaleschi, talvolta puramente artistici.

Non è solo il protagonista a soffrire di stress post-traumatico, ma il film stesso. Tra frammenti di incubo reali o mentali, siamo gettati nel caos più puro. Lo stile è nervoso, rapido, acido, composto da flash visivi che sembrano uscire fuori da un brutto trip. Sgradevole, sicuramente.

In più, e non guasta mai, c’è un certo Joaquin Phoenix.

Sarà il suo sguardo costantemente stralunato, sarà la sua fisicità carismatica, sarà soprattutto quel talento indicibile, ma l’attore dà corpo e palpabile disperazione umana all’irrazionalità perversa del film. Il suo volto barbuto e stanco è spesso in primo piano, ma a risaltare è il tour de force emotivo cui è costretto il personaggio. Ne esce fuori un ritratto eccentrico del dolore, pieno di spirito eppure al tempo stesso sommerso nella caducità. Il suo Joe è un nemico della vita costretto a combattere una battaglia che sa di aver perso in partenza, e sa di continuare a perdere.

La durata del film è 82 minuti, praticamente un nulla secondo alcuni canoni. A maggior ragione allora è impressionante come in così poco tempo, e con quale intensità, Lynne Ramsay sia riuscita ad incapsulare la bellissima ferocia della sua arte. Un’avventura visiva e percettiva che la regista apre chiude come una zip cinematografica, i cui tagli di montaggio e l’uso nevrotico del sonoro compongono – quando non frammentano – un labirinto di sensazioni. Potere unico del cinema.

Speriamo Lynne Ramsay stessa trovi al più presto l’uscita da questo labirinto. Il mondo del cinema ha bisogno di nuovi suoi film.

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Emanuele D’Aniello

Malato di cinema, divoratore di serie tv, aspirante critico cinematografico.

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