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’58-’68-’78 Il tempo di uno scatto. La storia del nostro paese fotografata da Marcello Geppetti

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’58-’68-’78 Il tempo di uno scatto è una mostra fotografica che racconta, attraverso decine di indimenticabili scatti di Marcello Geppetti, l’Italia e non solo, in tre decenni che fecero davvero la storia.

Inaugurata lo scorso 10 aprile, all’interno dei bellissimi locali della dolceVita Gallery, la mostra fotografica ’58-’68-’78 Il tempo di uno scatto, rappresenta, senza dubbio, un’occasione imperdibile per chi ama la storia e la fotografia. La mostra, curata da Andrea Dezzi, mette in scena, attraverso decine di fotografie di Marcello Geppetti la recente storia del nostro paese, attraverso tre anni che hanno cambiato la storia d’Italia.

Tre decenni rimasti impressi in pellicole iconiche. Tre date che sono il nostro ricordo, il nostro passato, senza il quale non esiteremmo.

Per molti, magari, il nome di Marcello Geppetti non dirà molto, ma di certo non si può dire lo stesso per le sue memorabili foto. Perché il fotografo reatino, prematuramente scomparso nel 1998, ha fatto, attraverso le sue istantanee, la storia della fotografia e non solo. David Schonauer, editore di American Photo, lo definì il fotografo più sottovalutato della storia e non aveva torto.
Geppetti è colui che colse, in una magnifica foto, il celebre Bacio fra Liz Taylor e Richard Burton ad Ischia, durante una pausa dalle riprese di Cleopatra. La prova “fotografata” che fra i due ci fosse del tenero, nonostante fossero ufficialmente sposati.

Quella foto fece letteralmente il giro del mondo. Ma ridurre la produzione di Geppetti a quello scatto, seppur celeberrimo, sarebbe profondamente ingiusto e questa bella mostra lo conferma. 

Geppetti fotografò l’Italia di quegli anni, la corsa affannosa e rivoluzionaria di un paese che desiderava diventare grande. Nelle due sale dedicate a questa rassegna non ci sono solo foto, ma anche oggetti e testimonianze di anni che segnarono il nostro futuro. E attraverso quegli oggetti, quelle foto, sarà possibile ritrovare emozioni sopite, leggendo la storia del nostro paese in modo diverso e originale.

Bellissimo, in particolare, l’allestimento della terza e ultima sala (la Project room) della DolceVita Gallery, quella tradizionalmente destinata alle Story Telling. Sulla sinistra si vede una grande foto, che occupa tutta la parete, raffigurante un fotografo che scappa nel pieno degli scontri fra studenti e forze dell’ordine all’università “La Sapienza” di Roma il 16 marzo 1968.

Su quella foto, che corre come il reporter, troviamo decine di foto di Geppetti, da quella che ritrae una donna che si butta dall’Hotel Ambasciatori in fiamme, ad Anna Magnani che attraversa Roma, a Kennedy fra la folla a Napoli. E poi Dalidà, Renzo Arbore e Gianni Boncompagni che ballano al Piper o i tumulti all’Università; ma anche Federico Fellini sul set del film Roma e la foto del delitto di Pasolini all’Idroscalo di Ostia.

L’ultima delle settantaquattro foto è quella forse più drammatica, perché segnò in modo indelebile la nostra storia: i funerali di Aldo Moro, il 13 maggio 1978.

Visitando la mostra ’58-’68-’78 Il tempo di uno scatto, c’è tempo fino al 12 maggio, si ha anche l’opportunità per vedere un posto davvero particolare, a due passi da via Nazionale, quello della dolceVita Gallery. In questo luogo, in cui spiccano singolari oggetti di design, si ha davvero la possibilità di immergersi nel modo unico della fotografia, levandosi, magari, anche lo sfizio di acquistare una foto che ha fatto la storia, e, ancor di più, la nostra personale storia.

Maurizio Carvigno

Un comune amore da raccontare (a teatro)

 Dal 24 al 29 Aprile all’Off/Off Theatre è di scena L’amore per le cose assenti, nuovo spettacolo di Luciano Melchionna, prodotto da Ente Teatro Cronaca Vesuvioteatro.

In scena gli attori Giandomenico Cupaiuolo e Valeria Panepinto, con la partecipazione della violinista H.E.R., a cui si aggiungono le musiche originali degli STAG.

È il racconto di una lacerazione di un cuore di una coppia a trecentosessantagradi.

Un esame dei sentimenti di fronte alle verità urlate e buttate in faccia come torte di un compleanno da non festeggiare. Assomiglia più a un incontro di boxe: lo spettatore assiste commosso e divertito, ritrovandosi (inutile negarlo), nei luoghi comuni dell’amore che sfuma: in quella ricerca del diversivo che non è più dentro un “noi” ma fuori; nel dolore di una negazione e nella liberazione concentrata in un “basta”.

Qualcuno, in quest’incontro, deve per forza cadere: ma chi? Per quanto? Il titolo  ossimorico invita già alla riflessione “amare le cose assenti”: amare la percettibile presenza del ricordo, noioso, ridondante come una litania.

I due attori, Giandomenico Cupaiuolo e Valeria Panepinto, con ritmo incalzante, nevrotico e convulso riescono a costruire perfettamente un marito e una moglie allo sfacelo del loro presumibile amore.

Ora avvolti nella noia totale del continuare ad accettarsi, mentre si spalmano odio, rancore, frustrazioni, lacci da cui doversi liberare o da cui volerne continuare ad essere strozzati.

L’assenza è non solo nelle battute vomitate. Sta anche nella visione di un talamo che è sospeso, per tutta la durata della pièce, dietro i due: è un letto rotto, esaurito, avvolto in una rete bucata che appare come un cuore enorme ciondolante nell’attesa, forse, di tornare a pulsare.

Le luci ambrate, fioche, aiutano a fare entrare ancora di più lo spettatore dentro entrambi cuori di una storia/non più storia, oramai comune al parlato.

L’amore per le cose assenti è senza dubbio un mixage di citazioni: dalla tragedia greca, in quanto c’è un prologo, epilogo per mano di H.E.R., un alter ego del regista che, recitando in maniera distaccata, con vesti da bambola inizialmente e un frac poi, prende per mano lo spettatore addentrandolo nella storia.

Nella sua essenza teatrale evoca la perfetta marionetta di G. Craig. Non solo: accompagna, in silenzio, i corpi dei due performer durante il loro match. Citazioni anche al teatro di B.Brecht che porta, fin dall’inizio, allo straniamento, esercitato sia da H.E.R che dai due attori in scena, nel cambio registro delle battute, rivolgendo corpo e volto alla platea in qualche curioso “a parte”.

Non mancano, poi,  citazioni extratestuali scivolate tra le parole, come Schopenhauer, nel momento in cui si parla del “velo di Maya” o di Frida Khalo.

Soprattutto L’amore per le cose assenti risulta essere uno spettacolo delicato e di rispetto, paradossalmente a quanto detto prima, per l’amore da raccontare anche nella sua decadenza.

Un epilogo (forse?) alla ricerca di un cambiamento, alla ricerca di un altruismo da consegnare al proprio specchio. Perché si sa: l’amore è molto egoista. (Credits Attilio Cusani).

 

Maria Francesca Stancapiano

The Handmaid’s Tale 2×01/2×02, la luce in fondo al tunnel

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Bastano pochi momenti, solitamente, per capire cosa voglia essere una serie tv.

Nel secondo episodio c’è una scena con protagonista Alexis Bledel, un flashback del suo personaggio. Lei è al piano superiore di un edificio, guarda fuori dalle vetrate, in basso, e scorge una scritta sulla strada esterna, un insulto; poi vede la gente piangere mentre guardano un punto in alto, si gira e vede all’esterno una lunga corda tesa appesa ancora più in alto.

Abbiamo già immaginato cosa sia successo. Avendo oltretutto anche le scene precedenti quel momento, abbiamo anche capito benissimo a chi è successo, e il perché.

Però non basta a The Handmaid’s Tale, effettivamente. Ha raggiunto il suo scopo, in maniera anche efficace, eppure vuole di più. Il personaggio della Bledel scende a vedere cosa è successo, pur avendolo capito insieme a noi, e quindi per quei 30/40 secondi che ci mette a scendere sappiamo che stiamo per assistere faccia a faccia all’orrore che già immaginiamo. Orrore che poi, puntualmente, arriva senza filtri.

Una tortura, in un certo senso, accentuata da quell’attesa verso qualcosa che ci aspettiamo.

Ecco, The Handmaid’s Tale è esattamente questo. Il suo non è un intento didascalico, affatto, ma è la volontà di metterci di fronte all’orrore, sempre e comunque, per farcelo assorbire e ricordarci di vivere sull’attenti, capire le cose che sembrano piccole ma possono diventare più grandi e più preoccupanti (come un ridicolo inutile interrogatorio in ospedale quando June va a recuperare la figlia), per mostrarci che il male c’è, esiste, è vivissimo e presente con noi, e dobbiamo fare di tutto per combatterlo e respingerlo se non vogliamo che il nostro presente superi la finzione di un romanzo o di una serie tv.

Più che un prodotto televisivo, anche in questa 2° stagione The Handmaid’s Tale si conferma un allenamento verso gli orrori possibili.

Sempre più squassanti, se ora per la prima volta facciamo addirittura la conoscenze delle colonie. Orrori che forse, finalmente, possono essere non superati, non sconfitti, ma quantomeno accantonati per un attimo. Se infatti la scorsa stagione si era chiusa con una nota di speranza, seppur fortemente ambigua, in questo inizio di seconda stagione la fuga di June diventa realtà. Difficile, dolorosa, pericolosissima, forse inutile, eppure reale.

Una fuga pure per gli autori dal romanzo originale, ormai narrativamente superato. Le chance che hanno davanti diventano quindi infinite, ma quella più rivoluzionaria di tutte è dare appunto un briciolo di speranza a personaggi e spettatori. Questo è forse il miglior modo per andare avanti (la stagione avrà tre episodi in più rispetto alla prima), far credere che esista davvero una luce in fondo al tunnel.

Dopotutto The Handmaid’s Tale si conferma con questo ritorno ciò che già era: una grandissima serie tv ma così dannatamente difficile da digerire. Le interpretazioni sono sontuose, il look visivo continua ad essere stupefacente nell’uso delle luci e dei contrasti di colore nelle composizioni delle inquadrature, la storia è naturalmente avvincente…eppure mettersi ogni settimana di fronte ad una nuova puntata è una sofferenza, la visione scatena un malessere insopprimibile.

Tutti punti a favore, perché solo rischiando si fanno grandi cose. Solo così da serie tv The Handmaid’s Tale diventa un’autentica esperienza. E per la seconda stagione sa ancora catturarci l’anima e tritarla per bene.

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Emanuele D’Aniello

Dalle lettere di Wolfgang Amadé Mozart, secondo Tullio Solenghi

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Wolfang “Amedé” Mozart è un personaggio che non tutti hanno avuto il piacere di conoscere…

Tullio Solenghi svela il lato giocoso del compositore al Teatro Vittoria di Roma, tracciandone un profilo inedito   attraverso la lettura di insoliti carteggi.

Il talento è un capriccio senza età, un divertissement degno di un Casanova bambino, la testimonianza che niente procede in modo parallelo e il magnifico Mozart ne incarna senza dubbio la verità.

Attraverso quella leggerezza di pensiero stralunata e disarmante, Solenghi apprezza la libertà dell’arte assolutamente noncurante delle convenzioni, proprio come nella bolla fortunata dell’infanzia.

Il nostro genio musicale ha infatti vita breve ma intensissima e legata a stretto giro a un impegno intellettuale, quello creativo, di una gravosità sconvolgente. Come tutti sanno, il piccolo Mozart era solo un fanciullo quando componeva con precisione matematica le sue prima composizioni.

La sue stessa esistenza rappresentava un fulcro di interesse che giustificava l’esistenza di una corte familiare e sociale pronta a sostenere, e mantenere, una leggenda che traeva necessità di rigidi schemi mentali di supporto.

Proprio per questo il giovane Amadeus aveva coltivato nei rapporti più intimi l’esercizio della libertà di espressione, una lallazione giocosa e irriverente che affondava i presupposti nella materia freudiana del piacere, la carne e i suoi dintorni.

Tullio Solenghi ripropone i passi più significativi e ludici della sua corrispondenza epistolare con i suoi cari attraverso la sua ironia sapiente e garbata.

Grazie all’accostamento di alcune lettere con uno dei suoi ultimi capolavori cameristici  si traccia un ritratto umanissimo e sorprendente di Wolfgang Amadeus Mozart. L’opera in questione è il divertimento per trio d’archi KV563; scritto al termine della sua vita in cui sembrano convergere e sublimarsi tutte le precedenti esperienze compositive.

Tullio Solenghi è accompagnato dal Trio d’archi di Firenze: Patrizia Bettotti – violino; Pierpaolo Ricci – viola e Lucio Labella Danzi – violoncello.

Intervalla letture sceniche a momenti di ascolto di un capolavoro assoluto per ricchezza dell’invenzione armonica e contrappuntistica e per varietà espressiva del gioco tematico, pieno di sentimenti e stati d’animo.

Il pubblico è rapito, si immedesima, ride delle burle mozartiane e si emoziona di cuore; la bellezza può essere compresa sempre perché porta i trattini della semplicità, anche quando si mostra come miracolo.

Bellissimo questo ritratto scomposto che il bravo Solenghi ci regala, interprete divertito di un turpiloquio epistolare che connette il genio all’uomo. Ci rende tutti più vicini.

Antonella Rizzo

Westworld 2×01, un sonno profondo e privo di sogni

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Li avevamo lasciati più di un anno fa al loro risveglio. Nuovi, intelligenti, finalmente consapevoli. Parlo degli “hosts”.

Gli umani, invece, li avevamo lasciati addormentati, non ancora in grado di capire i propri limiti naturali. Sempre desiderosi di giocare a fare Dio, sempre stupidi nel non afferrarne l’impossibilità e, pertanto, le conseguenze fatali.

Più di tutto, però, avevamo lasciato una serie tv nuova di zecca, fin da subito ambiziosissima, alla ricerca di uscire da quel proprio labirinto non solo narrativo, ma anche di effetti a sorpresa spesso inutili, unica arma a disposizione per lasciare il segno.

Come e dove ritroviamo Westworld, più di un anno dopo?

Ritroviamo il tema del sogno, se possibile ancora più allargato. Ripartiamo dalla confusione di personaggi e spettatori, con nuovamente due diverse linee temporali che invece di stupire rischiano solo di generare ancora più caos. Riprendiamo le vecchie abitudini nel presentare ogni situazione nel modo più distaccato possibile.

Nel tono e nello stile, Westworld non sembra cambiata affatto. Si crede più bella di quanto appaia, più complessa di quanto sia veramente. E allora il problema non è solo la storia che, davvero, non presenta nulla di innovativo dopo decenni di fiction sul medesimo soggetto, ma soprattutto il costante approccio anaffettivo: la narrazione è fredda, i personaggi non scaldano mai, l’unico che può trasmettere un briciolo di empatia è Bernard, come sempre.

Alla sua seconda stagione, Westworld continua ad essere un meraviglioso gioco e poco più.

Si diverte tantissimo a creare mondi, scenari nei quali lasciar sfogare la fantasia degli spettatori del web in teorie e congetture. Ama moltissimo le metafore poco sottili e creare narrazioni incastrate, mettendosi all’angolo per dipanare la matassa pian piano. Vuole stupire ogni volta, spingendo sempre più l’asticella delle possibilità.

Dimentica purtroppo la parola emozione, quella che fa fare il vero salto di qualità. Convince a vedere il prossimo episodio per capire cosa succede e come accade qualcosa, non perché appassiona realmente alle sue vicende o ai suoi personaggi.

Non è una scatola vuota, assolutamente, di materiale interessante e cose buone ce ne sono in abbondanza. Ma ancora non ha capito che la sostanza importante con cui riempire la scatola non è solo un continuo puzzle cerebrale. Fino ad allora Westworld non potrà mai essere quello cui ambisce e che, forse, crede già colpevolmente di essere: una grande serie tv.

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Emanuele D’Aniello

Sunrise: tra idillio e pazzia, così esordiscono gli Hadeon

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Con il loro primo album, gli Hadeon si affacciano sul panorama musicale italiano, mostrando talento e tanta voglia di sperimentare.

Sunrise è un concept totalmente incentrato sull’essere umano, sulla sua natura e debolezze. Lo stile della metal band friulana rispecchia molto l’identità dei brani, un rock progressive accattivante che, sfruttato sagacemente dai ragazzi, sa quando colpire l’ascoltatore trasmettendo la rabbia e il dolore con cui gli stessi autori si sono voluti esprimere.

La formazione è nata nel 2014 ed è attualmente composta da Alessandro Floreani (chitarra), Fabio Flumiani (chitarra), Federico Driutti (voce e tastiere), Gianluca Caroli (basso) e Emanuele Stefanutti (batteria).

Divided è senza dubbio uno dei brani più interessanti e apprezzabili dell’album. Un viaggio dentro l’uomo che vede il mondo con occhi sempre diversi, così come le sonorità al suo interno: schemi differenti, ma sempre in grado di stupire chi ascolta, e un effetto catartico finale.


Gli Hadeon sono un cocktail di suoni ed emozioni. Vi accompagneranno in un viaggio inusuale tutto da scoprire, nella speranza di far emergere una persona diversa anche dentro di voi.

Una formula altrettanto particolare è quella usata per Hopeless Dance: forti vibrazioni che protendono verso il rock-metal, a dimostrazione della versatilità della band. Questa dinamicità riesce a portarci in quello che è il modo per gli Hadeon di interpretare l’album, ossia una raccolta di esperienze che hanno come protagonisti indiscussi i più disperati casi di disturbo di personalità.

L’album si conclude con quella che viene definita la colonna portante dell’intera opera, per l’appunto Sunrise, traccia che si prende carico di ripercorrere i momenti più tortuosi del trip in cerca di un segno di salvezza, di rinascita, un vero e proprio inno alla speranza, su cui è incentrata interamente la seconda parte.

Per maggiori info: www.hadeonband.com / Press: TheRockBuzz Promotion

Composizione: 8/10
Tecnica: 7.5/10
Arrangiamento: 8/10
Giudizio complessivo: 8/10

Riccardo Marini

Impressionismo e avanguardie 2018: a Milano i capolavori del Philadelphia Museum of Art

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A Milano fino al 2 settembre 2018 si potrà ammirare la splendida mostra “Impressionismo e avanguardie. Capolavori dal Philadelphia Museum of Art”.

Inaugurata l’otto marzo 2018, la mostra permette a noi italiani di rimirare alcune opere che altrimenti non avremmo – forse – mai modo di vedere. Stiamo parlando dei quadri e delle sculture del Philadelphia Museum of Art. La mostra è una coproduzione di Comune di Milano-Cultura e MondoMostre Skira, e il catalogo è edito da Skira.

La mostra presenta una selezione di 50 capolavori provenienti da uno dei più importanti e storici musei americani. Un’occasione unica per ammirare opere dei più grandi pittori a cavallo tra Ottocento e Novecento, nel loro periodo di massima espressione artistica. Filadelfia, infatti, è stata la capitale del collezionismo d’arte dalla metà dell’Ottocento e l’esposizione “Impressionismo e avanguardie” vuole essere il racconto della storia del museo e dei suoi collezionisti.

La mostra si inserisce nella linea espositiva “Musei del mondo a Palazzo Reale”, inaugurata nel 2015, che vede la realizzazione di mostre delle più importanti collezioni museali di tutto il mondo, non sempre note al grande pubblico e non sempre accessibili.

Grandi artisti in 50 opere

Nella mostra “Impressionismo e avanguardie” si possono ammirare opere di artisti celeberrimi come Pierre Bonnard, Paul Cézanne, Edgar Degas, Edouard Manet, Paul Gauguin. E ancora, Claude Monet, Vincent van Gogh, Camille Pissarro, Pierre-Auguste Renoir fino alle sperimentazioni di Georges Braque. Ci sono poi Vasily Kandinsky, Paul Klee, Henri Matisse, Marc Chagall, Constantin Brancusi, Pablo Picasso, passando per il surrealismo di Salvador Dalí e Joan Mirò. A questi si aggiungono i lavori di tre grandi artiste, perché l’impressionismo fu anche al femminile: Mary Cassatt, Marie Laurencin, Berthe Morisot.

Per la mostra milanese sono state scelte cinquanta opere, in un percorso affascinante: troviamo i luminosi paesaggi di Monet, di Pissarro, di Cézanne con Le Quartier du Four, à Auvers-sur-Oise (ca.1873) e Paesaggio invernale, Giverny (1894), di de Vlaminck con La Senna a Chatou (ca.1908), di Soutine con Paesaggio e altre opere.

Sfilano poi magnifici ritratti, e ancora indimenticabili composizioni di frutta e fiori come Natura morta con rose centifolia in un cestino (1886) di Gauguin. E sculture come L’atleta (1901-1904) di Rodin visivamente legata al Pensatore, che ritrae Samuel S. White III, tra i maggiori donatori del Museo, l’enigmatico Il giullare (1905) di Picasso, la bellissima scultura in pietra Il Bacio (1916) di Brancusi.

Il Philadelphia Museum of Art

Fondata nel 1681, Filadelfia si considerava sempre la prima e la più bella delle città degli Stati Uniti e nell’Ottocento era la più grande città nordamericana. I suoi commercianti facevano fortuna nel commercio e abbellirono la città, gareggiando per renderla la capitale culturale dell’America. La prima Fiera mondiale ufficiale negli Stati Uniti fu tenuta proprio a Filadelfia nel 1876 e fu visitata da più di 10 milioni di persone, contribuendo a stimolare i ricchi americani a viaggiare in Europa e ad acquistare opere d’arte. Ne è nato il Philadelphia Museum of Art, che ha aperto l’anno successivo, e possiede oggi una collezione di oltre 240.000 opere, rappresentative di oltre duemila anni di produzione artistica.

Valeria Martalò

Paolo Jannacci ospite al FIM – Fiera della Musica!

Domenica 3 giugno il poliedrico musicista milanese, esempio di versatilità e preparazione, partecipa a un incontro sulla sua esperienza di compositore, strumentista e docente. Riceverà il FIM Award 2018 come “artista senza barriere”.

Domenica 3 giugno 2018 FIM – Fiera Della Musica (con la direzione artistica di Verdiano Vera, organizzato da Maia in collaborazione con Alveare e BigBox) sarà lieta di accogliere Paolo Jannacci per un incontro speciale incentrato sulla suaesperienza di musicista, esempio di versatilità, eclettismo e preparazionePaolo Jannacci sarà intervistato in CASA FIM, il centro nevralgico della rassegna all’interno del quale si incontrano – come sempre da tradizione FIM – i nomi illustri e creativi del mondo della musica, in diretta streaming. Il palco/salotto di FIM sarà il luogo in cuiPaolo Jannacciracconterà il suo lungo e affascinante percorso musicale, inoltre gli sarà consegnato il FIM Award, il prestigioso riconoscimento che dal 2013 viene assegnato ai grandi nomi della musica italiana e internazionale, in quanto “Artista senza barriere, aperto al confronto e sganciato dalle logiche commerciali”.

Paolo Maria Jannacci è nato a Milano nel 1972, figlio del grande Enzo Jannacci ha collaborato ampiamente con il padre a partire dagli anni ’90, sia in studio che dal vivo.

Musicista completo, eclettico, arrangiatore e polistrumentista, Paolo Jannacci opera in vari campi, dalle colonne sonore per film e pubblicità alle produzioni sia discografiche che teatrali, ma è anche docente di musica d’insieme al CPM. Attivo inarea jazzcon varie formazioni, ha collaborato con nomi celebri quali Dario Fo, Paolo Conte, Giorgio Gaber, Claudio Bisio, Paolo Rossi, Chico Buarque, Massimo Ranieri, Claudio Baglioni, Francesco Guccini, Roberto Vecchioni, Ornella Vanoni, Cristiano De Andrè, Mauro Pagani, Cochi & Renato, Sergio Bardotti e tanti altri.La partecipazione di Paolo Jannacci è legata anche alla collaborazione tra FIM e Nuovo IMAIE, che ha ideato il Premio Enzo Jannacci a sostegno dei giovani e meritevoli artisti, con l’obiettivo di celebrare la genialità, l’ironia e la poesia di Enzo Jannacci, e prevede una borsa di studio per la formazione artistica e la crescita professionale del vincitore. Il Premio Enzo Jannacci è stato vinto nel 2017 da Maldestro e quest’anno da Mirkoeilcane (consegnato dallo stesso Paolo Jannacci con Dodi Battaglia e Maldestro).

In un’edizione così ricca come quella del 2018, particolarmente attenta al tema della formazione musicale e delle professioni legate alla musica, la presenza di un musicista così versatile come Paolo Jannacci sarà utile nel percorso relativo al rapporto tra musica, professione e insegnamento.

FIM è una manifestazione ideata e diretta da Verdiano Vera e organizzata da Maia, in collaborazione con BigBox e L’Alveare e il contributo di Regione Lombardia e inLombardia.

Avengers: Infinity War e lo stravolgimento narrativo

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Dopo aver visto Avengers: Infinity War si è certi solo di una cosa, nulla sarà più come prima!

Questa pellicola prodotta dalla Marvel Cinematic Universe e distribuita da Walt Disney Studios Motion Pictures stravolge completamente il percorso narrativo dell’universo fumettistico.

Portate sul grande schermo, da ormai una decade, le avventure della Marvel Comics affascinano i piccoli sognatori e i grandi appassionati.  Avengers: Infinity War riporta in campo tutti i grandi nomi che hanno reso celebre l’Universo Marvel. Non ci saranno spoiler a seguire. Ma se avete letto anche i fumetti potete immaginare come si evolverà il racconto. Tuttavia se invece vi approcciate per la prima volta a questo genere sarà opportuno prima “leggere” tutti i capitoli precedenti.

Difatti, dopo aver assistito alla fase uno e alla fase due cioè la presentazione dei personaggi chiave di questo iter narrativo, si è passati ad apprezzare e metabolizzare le fasi tre e quattro. Queste ultime due fasi portano lo spettatore a conoscere i lati oscuri dei vendicatori, i loro conflitti e i loro demoni. Fino ad arrivare al capitolo Avengers: Infinity War che potremmo definire l’incipit della resa dei conti.

Avengers: Infinity War
Marvel Studios’ AVENGERS: INFINITY WAR
Thanos (Josh Brolin)
Photo: Film Frame
©Marvel Studios 2018

Da oggi i prossimi episodi, proprio come accade nei fumetti, avranno un plot che probabilmente punterà ad impressionare lo spettatore su un livello differente di ansia, attenzione ed emozione. Ciò avverrà in periodi temporali differenti.

Gli sceneggiatori sono dei maestri nel costruire il personaggio “cattivo”.  Il cattivo rappresenta non più un nemico da abbattere e sconfiggere bensì un timore a livello globale, universale.

Thanos, interpretato da Josh Brolin, in Avengers: Infinity War, è alla ricerca delle sei gemme dell’infinito. Le pietre che portano alla completa forza. Le gemme dell’infinito possono controllare: tempo, anima, spazio, mente, realtà e potere.  Ed ognuna di essa è già stata presentata nei capitoli precedenti della Marvel.

Ci ritroviamo dinnanzi ad un super cattivo che della sua etica vuole farne legge assoluta su tutti i pianeti. Thanos vuole rimettere equilibrio. Genocidio e stermini sono gli strumenti da lui utilizzati per restituire la perfetta stabilità. Nonostante la presenza di tutti gli Avengers è lui, a mio parere, il protagonista indiscusso. Il patrigno di Gamora desidera che soltanto metà dell’umanità continui ad esistere perfettamente bilanciata come tutto dev’essere.

Avengers: Infinity War
Marvel Studios’ AVENGERS: INFINITY WAR
L to R: Thor (Chris Hemsworth), Rocket (voiced by Bradley Cooper) and Groot (voiced by Vin Diesel)
Photo: Film Frame
©Marvel Studios 2018

La sincronia tra pathos ed ironia tipica delle pellicole Marvel anche questa volta si dimostra eccellente.

Impeccabili le interpretazioni degli “storici” Avengers. Degno di nota l’approccio conoscitivo di Iron Man e Doctor Strange. Assai simpatico l’incontro di Thor con i Guardiani della Galassia.

Inevitabile constatare come Steve Rogers sia in questo racconto parte lesa. In conflitto con la propria identità come un Capitano senza le sue stelle, anzi senza il suo scudo. Durante i 150 minuti di proiezione non si farà mai chiamare capitano. In Civil War quando fa cadere lo scudo abbandona, metaforicamente, l’alta identità morale di Cap. Steve Rogers si approccia così ad un nuovo sé stesso. Un ex-avangers che tuttavia nel momento del bisogno scende nuovamente in campo insieme a tutta la sua squadra.

Avengers: Infinity War

La fine è realmente vicina?

Alessia Aleo

In che ordine vedere film e serie Marvel? Guida e Riassunto

Dieci Piccoli Indiani di Agatha Christie al teatro Brancaccio

Nel 1939 uscì per la prima volta Dieci Piccoli Indiani di Agatha Christie, definito da sempre uno dei capolavori della scrittrice inglese.

E’ considerato il libro giallo più venduto in assoluto e fa parte dei top 10 dei best seller. Perchè?

Perchè il libro  è capace di tenere il lettore con il fiato sospeso fino all’ultima pagina. Un vero e proprio romanzo di suspense e pieno di intrigri.

A Nigger Island, da un certo signor Owen, proprietario dell’unica abitazione sull’isola, sono stati invitati per diversi motivi dieci sconosciuti: Anthony Marston, John Macarthur, Emily Brent, Lawrence Wargrave, William Blore, Edward Armstrong, Philip Lombard e Vera Claythorne.

Gli invitati non si conoscono tra di loro e, una volta arrivati, scoprono che il signor Owen e sua moglie non ci sono; ad aspettarli vi sono solamente i due domestici, i coniugi Thomas ed Ethel Rogers, che, come ognuno di loro, non hanno ancora conosciuto i proprietari della villa.

In ognuna delle camere assegnate agli ospiti è appesa al muro una filastrocca che recita la storia di dieci soldatini quali, uno dopo l’altro, muoiono in modi differenti. In sala da pranzo, inoltre, si trovano le statuine corrispondenti ai dieci soldatini  della filastrocca.

La filastrocca in realtà è una canzone americana, scritta nel 1868 da Septimus Winner. In origine si chiamava Ten Little Niggers ma successivamente fu  trasformata in Ten Little Indians, per evitare di offendere la sensibilità dei cittadini di colore.

Una serie di morti misteriose infonde il terrore negli ospiti, che iniziano ad accusarsi a vicenda fino ad arrivare ad una scioccante conclusione. L’assassino si nasconde tra di loro. Dieci Piccoli Indiani è un libro, un successo tanto da essere stato arrivato nelle sale cinematografiche e a teatro.

Dieci Piccoli Indiani

Ho potuto vedere la rappresentazione teatrale di Dieci Piccoli Indiani, diretta dal  regista spagnolo Ricard Reguant, sulla traduzione di Edoardo Erba, al  Teatro Brancaccio.

I ruoli dei protagonisti è affidata a grandi attori di teatro: Giulia Morgani, Tommaso Minniti, Caterina Misasi, Pietro Bontempo, Leonardo Sbragia, Mattia Sbragia, Ivana Monti, Luciano Virgilio, Alarico Salaroli, Carlo Simoni.

Dieci Piccoli Indiani

Il finale scelto dal regista è del romanzo e non quello modificato, dalla scrittrice stessa, per Dieci Piccoli Indiani a teatro. Lo spettacolo, a differenza del romanzo, è tutto ambientato nella sala da pranzo e nella colonna della sala da pranzo c’è la famosa filastrocca.

La filastrocca assomiglia un po’ a quella che tutti i bambini conoscono:“Cinque maialetti saltavano sul letto. Uno cadde giù e si ruppe il cervelletto. Chiamano il dottore, Il dottore ha detto. Basta maialetti che saltano sul letto…”.

Una filastrocca che mette ansia e che entra in testa subito.

Lo spettacolo sembra una partita del gioco in scatola Cluedo. Lo spettatore dovrà svolgere il ruolo di detective e  risolvere il caso: scoprire l’assassino.

Una storia che trova il suo apice in un finale tra i più elettrizzanti e spiazzanti… Dieci Piccoli Indiani da vedere anche con i bambini dai 7 anni in su! Le due ore passano velocemente senza rendersene conto.

Alessandra Bonadies 

Peter Rabbit: il racconto di Beatrix Potter arriva al cinema

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Fin da piccola sono stata conquistata dalle avventure di quattro piccoli coniglietti i cui nomi erano Flopsy, Mopsy, Coda di cotone e Peter.

In fin dei conti tutti i bambini amano i coniglietti e così la mia passione per Peter Rabbit l’ho trasmessa anche a mia figlia.

Le avventure di questi coniglietti erano illustrate e raccontate dal libro del 1902 di  Beatrix Potter: Il racconto di Peter Coniglio, pubblicata da Frederick Warne & Co, con oltre 28.000 copie in stampa solo quell’anno.

Potter ha creato Peter Rabbit e scritto questa storia come parte di una lettera a Noel Moore, il figlio della sua ex governante. Quando la scrittrice apprese che il bambino era ammalato gli scrisse questa storia per sollevargli il morale; il  racconto includeva una serie di disegni che illustravano la storia.

Da oltre cento anni i libri di Beatrix Potter affascinano grandi e piccini.

Le storie di Peter Rabbit sono un vero e proprio classico della letteratura per bambini; proprio per questo motivo le ventitré avventure sono state tradotte in oltre trentacinque lingue.

Peter Rabbit e le sue avventure in questi anni sono state portate spesso in televisione e proprio per questo che il regista Will Gluck, con la sceneggiatura di Rob Lieber, ha deciso di portarlo nel grande schermo.

Peter Rabbit

Il Film

Peter Rabbit e le sue sorelle, rimasti orfani dopo la morte della mamma, rimediano da vivere rubando gli ortaggi dal giardino del signor McGregor, che in passato ha ucciso il loro papà. Quando McGregor muore a causa di un infarto, i coniglietti e i loro amici si illudono di poter mettere le zampe sul suo prezioso orto.

Purtroppo  l’eredità finisce al nipote dell’anziano, Thomas, un ragazzo di città paranoico che odia gli animali ma che fa subito breccia nel cuore  Bea, la vicina di casa, amica dei coniglietti.

https://www.youtube.com/watch?v=cbhLidBuv_A&feature=youtu.be

Personalmente il film è piaciuto sia a me e sia a Mariavittoria; come la maggior parte dei film tratti dai libri non ha a nulla a che vedere con il libro originale ma in tutti i casi lo consigliamo.

È divertente, veloce e ha il classico finale “…e vissero tutti felici e contenti“.

Naturalmente all’uscita della sala tutti i bambini chiedevano ai genitori: “Prendiamo un coniglietto?”.In fin dei conti chi non è conquistato dalla loro morbidezza, dalle grandi orecchie e dolcezza?

No, non mi sono fatta convincere.

Alessandra Bonadies

Gi architetti di Zevi: dal 25 aprile al MAXXI la mostra dedicata al progettista

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Da oggi, 25 aprile fino al 16 settembre 2018, la mostra dedicata al centenario della nascita di Zevi

L’ esposizione, dal titolo: “Gli architetti di Zevi. Storia e contro storia dell’architettura italiana 1944-2000” prende spunto dal centenario della nascita dell’architetto, per presentare la figura di Bruno Zevi, del suo multiforme lavoro di docente, studioso, storico, politico e broadcaster radiofonico e televisivo.

In mostra sono presenti, non solo i suoi lavori, ma anche quelli di alcuni tra gli architetti che promuoveva, esattamente ne sono stati scelti 38, tra cui: Maurizio Sacripanti, Carlo Scarpa, Pier Luigi Nervi, Franco Albini e Renzo Piano. La grande esposizione è realizzata dalla Fondazione Bruno Zevi e curata da Pippo Ciorra e Jean-Louis Cohen.

Il materiale raccolto proviene dagli archivi del MAXXI Architettura, dalla Fondazione stessa dedicata al progettista, da alcune autorevoli istituzioni nazionali, come lo IUAV di Venezia, lo CSAC di Parma e molti altri archivi privati.
L’esposizione è incentrata sulla figura di Zevi a tutto tondo. Viene presentato come un docente, uno storico, critico, ma soprattutto grande comunicatore. Nelle varie fasi della sua vita, infatti scelse di promuovere e sostenere lo stretto rapporto tra architettura e comunicazione. E’ stato un editor, uno scrittore, un consulente di emittenti e case editrici, un collaboratore di riviste, un curatore di mostre.

Nella sua lunga vita, Bruno Zevi è stato un esploratore del campo delle possibilità comunicative dell’architettura.

Si rivela, inoltre, un precursore, usando per la prima volta strumenti che nessuno prima di lui aveva ancora utilizzato: la radio, la televisione, fino a giungere all’editoria low-cost.

La mostra è composta da fotografie, riviste, libri, immagini e soprattutto video capaci di raccontare i molteplici interessi che aveva Zevi. I supporti servono anche a raccontare le opere realizzate dai tanti architetti che seguiva e promuoveva.
I loro progetti sostenuti dal critico hanno accompagnato il progettista per i suoi oltre 50 anni di attività. Tra questi ci sono molti capolavori del patrimonio architettonico di tutta Italia. Solo per citarne alcuni: il Ponte sul Basento realizzato a Potenza tra il 1967 e il 1976 da Sergio Musmeci, il Padiglione Venezuela ai Giardini della Biennale di Venezia di Carlo Scarpa nel 1953, l’edificio polifunzionale a Roma in via Campania di Lucio Passarelli realizzato tra il 1961 e il 1964 e il Monumento ai martiri delle Fosse Ardeatine tra il 1946 e il 1949 di Mario Fiorentino.

Esposizione all’interno della mostra dedicata al centenario della nascita di Bruno Zevi.

L’ampio catalogo di opere presenta uno sguardo volto agli interessi dell’autore, anche in ambito internazionale.

Vi è una grande quantità di video, che mettono direttamente a contatto con Zevi, che diventa voce e corpo. Lo spazio è così un incrocio tra valori morali, sociali e culturali.
Punto focale della mostra è il linguaggio moderno dell’architettura; un linguaggio che Bruno Zevi aveva saputo utilizzare con largo anticipo. Un altro punto forte della riuscita della mostra è l’allestimento: tutta la scena è costruita in modo tale da far si che storia e critica zeviana si manifestino con forte autonomia. Fondamentale è il modo in cui lo spazio comunica.

La potenza del linguaggio viene messa in risalto: secondo Zevi non c’è progresso senza la messa in chiaro, il sostegno dell’intuizione (la capacità individuale dell’innovazione e la ricerca della forma).
In rosso sarete guidati da una lunga time-line, che ripercorre la biografia dell’autore, in cui incrocia grandi figure del ‘900. Un punto chiave è che tutti i progetti, messi in mostra, sono stati esclusivamente realizzati, non ce ne è nessuno rimasto sulla carta. Si tratta di edifici esistenti.

L’intera esposizione sembra essere un vero e proprio studio architettonico, proprio per far sentire lo spettatore a pieno nel suo mondo.

Antonjia Pacek racconta il suo incanto pianistico nel primo tour italiano

Antonija Pacek, famosa pianista europea, ha tenuto il suo concerto in occasione del primo tour italiano venerdì 13 aprile, nella suggestiva cornice del Teatro di Villa Torlonia a Roma proponendo un repertorio selezionato dei suoi due album, Soul Colours (2014), e Life Stories (2017).

Dopo il magnifico concerto di Roma dove ho avuto modo di apprezzare il suo grande talento e l’incredibile umanità, l’artista ha raggiunto Milano (Teatro Dal Verme, 14 aprile), Verona (Teatro SS. Trinità, 15 aprile) e Torino (Circolo dei lettori, 16 aprile).

La sua musica è stata definita dalla stampa europea “la risposta femminile a Ludovico Einaudi”, “bella come un gioiello radioso” e “simile ad Erik Satie e a Keith Jarrett”.

Nata in Croazia, all’età di undici anni compone la sua prima canzone, Tamed Courage, successivamente inclusa dopo molti anni nel suo album di debutto, Soul Colours. A diciassette anni è costretta a lasciare il suo Paese a causa della guerra e si trasferisce a Vienna, dove riceve una borsa di studio e si laurea  con il massimo dei voti in tempo record in psicologia. Viene ammessa presso l’Università di Cambridge per continuare gli studi con un master di specializzazione sulla materia, sul tema “Investigation of Human Development”.

Proprio all’università di Cambridge inizia a coltivare seriamente la sua passione musicale e, da allora, compone oltre 70 composizioni. Nel 2013 firma un contratto con l’etichetta Autentico Music in Germania pubblicando, l’anno successivo, il suo primo CD,Soul Colours, che riceve molte recensioni positive da vari giornali e riviste tedesche.

Del giugno 2017 è il nuovo album, Life Stories, definito da Alison Joyce la perfetta dimostrazione di un’autentica passione nel modo di suonare e compenetrarsi con la vita, trasmettendo allo spettatore una magia emozionale unica nel suo genere.

Antonija Pacek

Antonija, al Teatro di Villa Torlonia abbiamo provato una grande emozione nell’ascoltare la tua musica, un grande successo di pubblico. Sono atmosfere rarefatte e preziose alle quali stiamo perdendo l’abitudine, ormai immersi nel tecnicismo.

Antonella, grazie per le tue gentili impressioni. Faccio del mio meglio per esprimere sinceramente  storie di vita attraverso la melodia. Suono davanti al pubblico con la stessa onestà  di quando scrivo la mia musica.

Se l’emozione è onesta, credo, le persone lo sentono. La mia musica è minimalista e forse, in questa forma, permette all’ascoltatore di prestare maggiormente attenzione alla storia e alle emozioni piuttosto che esaminarla tecnicamente.

La musica è l’anima di un popolo e tu hai vissuto vicende diverse in posti diversi. La tua prima creazione pianistica risale alla tua infanzia ed è straordinaria per la maturità della composizione. C’è l’anima balcanica nella tua musica, struggente e viscerale come i suoi ambienti naturali e raffinata come l’architettura delle sue città. Cosa significano le origini per te e che peso hanno nella tua arte?

La mia musica potrebbe riflettere la mia personalità: giocosa, spontanea, onesta, inquieta, ma anche preoccupato dell’ingiustizia fatta alle persone. Le emozioni sono diverse secondo la situazione, una persona che mi ispira o anche un libro che leggo. Non so se l’anima balcanica è presente nella mia musica; preferirei dire che è universale, senza alcun particolare carattere folk all’interno.

Mi considero un’anima internazionale, quindi la mia casa è dove sono la mia famiglia e gli amici intimi. Sono più legata alle persone care che alla terra – territorio in sé.

Poi c’è stata la maledizione della guerra e gli equilibri della convivenza sono saltati. Sono stata molto coinvolta da quegli eventi, e mi rivolgo con cautela. Penso a Guernica di Picasso e ti chiedo se l’arte può subire una svolta creativa in certi frangenti e come è stato nel tuo caso.

Sono d’accordo, le guerre sono così inutili. Di solito c’è una politica molto sbagliata dietro…L’arte può suggerire il cambiamento e può protestare contro situazioni o politiche ingiuste che portano ai risultati della guerra. Gli scrittori possono scrivere storie di perdite e attrattive con la speranza di poter imparare dai nostri errori precedenti, per non ripeterci mai.

La musica può essere lenitiva o terapeutica per aiutare le persone a far fronte a tali suture o dopo che le persone sopravvivono a questi orrori. In passato c’erano opere e musical scritti con una forte connotazione anti-guerra. Ogni pezzo artistico potrebbe avere un posto significativo e profondo in relazione alle guerre scoraggianti.

La mia attenzione sull’ingiustizia e sulla mia melanconia potrebbe certamente essere formata nella mia personalità a causa delle mie situazioni di vita e delle esperienze del passato.

Nella tua lunga parentesi austriaca sono iniziati anche i tuoi studi di psicologia, conclusi a Cambridge. Bellissimo questo connubio intellettuale, trasmetti una sensibilità e una capacità empatica tali da pensare che conosci in profondità l’animo umano. La musica ha un’azione riparativa sul dolore, secondo te?

Grazie! Credo proprio di sì. Amo il modo in cui l’hai espresso: “la musica può avere effetti riparativi sul dolore”. Questo è così poetico… Attraverso l’ascolto della musica, gli ascoltatori possono auto-riflettere e elaborare alcune delle loro storie in un posto molto sicuro.

Possono portare le loro storie dal passato che hanno soppresso e pensare a loro mentre si collegano emotivamente con alcune delle storie musicali che ascoltano. In questi momenti, potremmo lasciar andare qualcosa che ci ha infastidito o addirittura piangere. Quindi la musica ha qualità meditative, terapeutiche o di guarigione in questo senso. 

In psicologia, la musica è anche usata per le terapie artistiche e l’apprendimento basato sulle arti (anche in contesti organizzativi per esercizi auto-riflessivi o auto-introspettivi).

Nelle tue composizioni c’è una componente archetipica al femminile molto forte, un imprinting che si trasmette dai brani struggenti dedicati a tua madre a quelli radiosi per le tue figlie.

Grazie per aver notato anche questo. Ero molto vicina a mia madre (mio padre non mi ha trasmesso molte emozioni durante la sua vita). Ho avuto tre figlie femmine, anche se in ogni gravidanza ho desiderato solo che i miei figli fossero sani senza preferenza per un genere. Così il lato femminile è stato particolarmente enfatizzato nella mia esperienza di vita.

Dato che mia madre era anche una mia grande amica, lei significava molto per me. La sua perdita è stata estremamente difficile per me. Ho scritto di questo nelle canzoni, “Your Love’s Here”, “Sorrow”, “Lost”, “Reaching Sky” e “The Sea”. Grazie a mio marito e alle mie ragazze, ma anche alla mia musica (è stata una specie di terapia per me), adesso sono più forte. Ma ovviamente penso sempre a lei.

Desideravo anche che mio padre mi avesse espresso più affetto nella sua vita. La canzone che gli ho dedicato quando è morto è stata “Soft Place”. Le mie tre ragazze sono dolcissime e ognuna ha la sua personalità, che ho espresso in tre canzoni che ho dedicato loro durante il mio tour italiano, e sono felice che tu abbia trovato queste canzoni radiose! Percepisco anche le mie ragazze radiose…

Ti hanno definito neoclassica, minimalista, romantica. Ti fanno piacere queste definizioni? Io definirei la tua musica “il classico contemporaneo”, la naturale evoluzione dello stile.

Non sono affatto preoccupata per la classificazione. Ma sembra che le persone abbiano bisogno di definire la musica che ascoltano. Posso essere d’accordo con etichette come minimalista, neoclassico, contemporaneo, classico e romantico. Mi piacciono le cose semplici e potrei dire di me stessa di essere una romantica.

È divertente che le persone che provengono da un rigoroso allenamento di musica classica classificano la mia musica come pop puro e le persone che provengono dal background della musica pop dicano invece: “Oh, questa è musica classica, o neoclassica”. Sembra che tutto sia relativo e queste classificazioni talvolta sono un po’ ridicole dopo tutto… Preferirei classificare la musica in altri modi: se è autentica, arriva all’ascolto o meno.

Ad esempio, Ennio Morricone con il suo “Tema d’amore” del film Cinema Paradiso mi fa sempre piangere e mi tocca profondamente ogni volta che lo ascolto. È pieno di anima, emozioni e va dritto al cuore.

Quali sono i tuoi grandi pianisti classici di riferimento e chi ti ha avvicinato così precocemente alla musica?

Da bambina ho suonato Bach, Beethoven, Mozart, Ciajkovskij, Mendelson e ho amato molto il loro lavoro. Più tardi ho iniziato a suonare Pavane di Faure o alcuni dei Valzers di Chopin, o Nyman e la sua musica per il film Piano.

Adoro ascoltare Erik Satie o sognare con Debussy anche se non ho mai suonato la loro musica. Mi piacciono anche diverse canzoni di Ludovico Einaudi – ho imparato a conoscerlo dai miei amici che mi hanno detto che dovevo ascoltare la sua musica che somigliava al mio stile espressivo; in seguito anche i media in Germania hanno scritto la stessa cosa.

Mi piace anche ascoltare Oscar Peterson. Ma dato che il mio programma è molto impegnato, per lo più compongo e suono la mia musica negli ultimi anni …

Antonjia, è la prima volta che vieni in Italia e sono onorata di essere stata presente al tuo concerto. Qual è stata l’occasione e le persone che ti hanno condotto finalmente sui nostri palchi?

Sono davvero felice che tu sia venuta ed è stato un piacere conoscerti. Grazie per le grandi domande, che sono davvero poetiche. Attraverso alcuni dei miei post sui social riguardo al mio nuovo album Life Stories, ho notato che il pubblico italiano ha reagito con un grande interesse. Mi sono interessata a questa cosa e ho iniziato a cercare un’agenzia stampa italiana per avere una consulenza.Così ho conosciuto Elisabetta Castiglioni che ha sinceramente apprezzato la mia musica ed è iniziato la nostra collaborazione.

Abbiamo scelto Roma, Milano, Verona e Torino per il mio primo tour italiano. Così è diventata anche la mia manager italiana e anche una grande amica che mi ha accompagnato durante i concerti. Sono stata felicissima di suonare in tutte e quattro le città; il pubblico italiano è caloroso, cordiale, gentile e onesto. Suonare in queste città è stato magico, quasi onirico.

Ringrazio per la partecipazione e sono grata alle persone che mi hanno contattato per condividere le loro impressioni. Mi hanno riempito il cuore.

Spero di poterti riascoltare prestissimo, sei una grande presenza artistica e umana. Magari in occasione dell’uscita del tuo prossimo album…

Mi piacerebbe davvero tornare in Italia dopo la pubblicazione del terzo album…Grazie di cuore!

Incontri artistici che lasciano un segno. Grazie, Antonjia.

 

 

Antonella Rizzo

Il procuratore di Giudea. Ricordi di un uomo che fece involontariamente la storia

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«La vita del procuratore di Giudea non si è svolta come lui sperava si svolgesse; molte promesse non sono state mantenute, la calunnia e le avverse circostanze, in particolare lo scontro con il detestato popolo ebraico, hanno impedito il compiersi di una carriera politica che avrebbe potuto essere -è il cuore stesso del suo rimpianto- ben più ricca di soddisfazioni.»

Lo giuro di fronte agli dei immortali: non ho mai offeso, neppure una sola volta, la giustizia e le leggi. Ma ormai sono vecchio. I miei accusatori sono morti. Morirò senza essere vendicato. Chi difenderà la mia memoria?

A parlare è un procuratore dell’antica Roma. Non si tratta, tuttavia, di uno sconosciuto burocrate imperiale, bensì del procuratore più famoso della storia: Ponzio Pilato, colui che, come raccontano i vangeli, mandò a morte Gesù Cristo.

Campi Flegrei. Un vecchio Pilato, afflitto dalla gotta, la malattia dei re, cerca in quella terra dai salutari vapori, un improbabile ristoro ai sui anni, ai suoi infiniti acciacchi, alla sua immutata e appesantita memoria. Si tratta di un Pilato molto differente da quello descritto da Michail Bulgakov nel bellissimo Il Maestro e Margherita. Non più l’aspetto regale di un uomo potente e temutissimo, ma il volto corrucciato e rigato dagli anni e dalla «bruciante consapevolezza di tutto ciò che avrebbe potuto essere e ormai non sarà più.»

Un giorno, mentre sul far della sera, quando il giorno declina, tingendosi di notte, Pilato con il suo sparuto seguito sta facendo rientro a casa, incontra un vecchio amico, testimone dei suoi anni ribollenti in terra di Giudea, Elio Lamia. I due, la sera dopo, davanti a un ottimo Falerno, ricordano quegli anni, lasciandosi andare a ricordi molto differenti. Politici quelli di Pilato, molto più umani ed ameni quelli di Lamia.

Questa, in sintesi, la trama del delizioso racconto Il procuratore di Giudea, di Anatole France, edito da EDB, nella collana Lampi d’autore, per la traduzione di Silvano Petrosino, professore all’Università Cattolica di Milano.

Il libro, scritto dal premio Nobel e accademico di Francia, Anatole France, pseudonimo di Francois Anatole Thibault, è «un piccolo gioiello» come sottolineato da Petrosino nella nota di lettura. Un racconto di poco più di trenta pagine, che offre al lettore uno spaccato sulla Giudea, sul rapporto fra i Romani e quel popolo che, come ricorda Pilato, «ignorano la filosofia e non tollerano la diversità delle opinioni.»

Un libro che mette anche in luce la sostanziale incapacità di quel procuratore di comprendere davvero l’unicità di quella cultura, così diversa da quella di Roma che, invece, comprese molto di più Lamia che, al contrario di Pilato, si confuse fra la gente in quell’animata Gerusalemme, scoprendo in quegli uomini, «oscure virtù», rimaste ignote ai più .

Nel cameo di Anatole France, la cui lettura sarebbe consigliabile anche per capire come si deve scrivere un racconto, non vi aspettate rivelazioni sull’uomo che il procuratore mandò alla croce.

Ponzio Pilato aggrottò le sopracciglia e si portò la mano alla fronte, come chi cerca qualcosa nella propria memoria. Poi, dopo qualche istante di silenzio, mormorò: Gesù? Gesù il Nazareno? No, non mi ricordo.

 

Maurizio Carvigno

Berlusconi c’è ma non si vede, il trucco magico di Loro 1

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Partiamo dalle cose semplici semplici, e anche molto buffe. Soprattutto oneste: Loro 1 non è un film. Questa è la verità, è la prima parte di un film, anzi, un primo tempo, che apre e non chiude alcun arco o percorso, e finisce letteralmente quando “il film” si accende.

Paolo Sorrentino non ha diviso il suo magnus opus in due parti per motivi narrativi, ma per motivi di distribuzione. Non siamo in presenza di un caso Kill Bill,  in cui tra le due parti c’erano differenze di tono e stile. Questo Loro 1 è davvero l’inizio di un film più grande, per la cui fine dobbiamo aspettare il 10 maggio.

La premessa è doverosa, una premessa che nasconde anche l’impossibilità di giudicarlo appieno. Non è facile, e forse non sarebbe giusto. Compito però di un “critico” è saper giudicare, o quantomeno commentare e analizzare, ciò che ha di fronte, così come compito di un regista è trasformare in cinema ciò che gli passa per la testa.

Proprio per questo, Loro 1 è semmai l’ammissione dell’impossibilità di fare un film su Silvio Berlusconi.

Come farlo? Cosa inserire? Da dove partire? Quale tema o momento esplorare? Biografia cronologica o no? Fare un film su Berlusconi è letteralmente impossibile, soprattutto perché Berlusconi non è solo l’uomo, il politico, l’imprenditore, il controverso pregiudicato (vedete già quante anime), ma è più di tutto un simbolo, una figura, un qualcosa quasi astratto nell’aria e nella mente degli italiani da tre decenni almeno.

Lui, lui, lui, lui, lui, lui, lui, lui, lui, lui, lui, lui.

Un mantra che sentiamo spessissimo in Loro 1, perché non serve il nome, Berlusconi è quella figura quasi mitologica che tutti conoscono. Sorrentino allora non fa un biopic e nemmeno un film su Berlusconi, in un certo senso nemmeno sul berlusconismo (per quanto appaia finora alla luce di una prima parte incompleta, lo voglio sempre sottolineare). La sua è una storia sul simbolo Silvio Berlusconi nell’immaginario collettivo.

Stavolta però Sorrentino ha la riposta su come fare questo film, o meglio da dove partire. Si parte da Loro, e si parte da Lui.

Silvio Berlusconi è l’idea che Loro hanno di Lui. In un certo senso, è la concretizzazione delle spinte propulsive verso la follia che si celano dentro gli italiani. È l’umanizzazione della sfrenata ambizione verso il potere. È l’arrivismo più becero che fagocita ogni sentimento, ogni disincanto, ogni leggerezza. Puro e semplice, è la morte dell’innocenza.

Silvio Berlusconi è anche, e soprattutto, colui dietro Silvio Berlusconi stesso. Toni Servillo lo interpreta e raffigura come una vignetta vivente perché l’uomo Berlusconi è trangugiato perennemente dall’immagine Berlusconi. Ognuno di noi, nella propria testa, ha la propria personale visione e caricatura di Berlusconi. Allora Loro 1 non nega le controversie, la vita dissoluta, gli scandali politici e giudiziari, ma non ne fa il centro perché, oltre ad essere stranoti, non hanno mai contribuito a far tramontare la narrativa berlusconiana nel corso degli anni. Sorrentino non vuole denunciare, scoperchiare, abbattere quel mondo, semmai capire perché è ancora in piedi nonostante tutto.

Il contrasto paradossale è quello che veramente gli interessa. L’assurdità per la quale l’idea che abbiamo di Berlusconi è molto più presente negli altri, in Loro, quando lui non c’è, e quando Lui appare il noto Berlusconi sparisce per lasciar spazio all’uomo gretto, sempliciotto, che ha paura di essere solo – la solitudine è il tema portante che ricorre in tutti i film di Sorrentino – e cerca in ogni modo di compiacere la moglie. È quasi tener, anzi, senza il quasi. Un uomo, insomma, ma schiavo di sé stesso, schiavo dell’idea di sé stesso filtrata attraverso gli altri, costretto a truccarsi e vestirsi pure stando a casa.

Il Silvio Berlusconi di Sorrentino, in sostanza, è un uomo che indossa la maschera di Silvio Berlusconi e va in scena.

Pertanto Loro 2, essendo la letterale continuazione, non sarà più una sorpresa. Adesso conosciamo tono e stile del racconto. Conosciamo, più di ogni cosa, quanto Sorrentino abbia voluto spingere sull’acceleratore, consapevole di cosa stesse per affrontare. Diffidate allora da chi pensa che questo film possa assomigliare a Il Divo, oppure ricorda La Grande Bellezza. Siamo lontani anni luce da entrambi. Qui in Loro 1 Sorrentino è mutato nuovamente, è andato ancora oltre – talvolta troppo oltre – girando come nessuno fa in Italia.

A Loro Sorrentino ha dedicato una regia volutamente confusa, stracolma di zoomate e whip pan, montaggio frenetico e idee visive kitsch. Una cacofonia polifonica di suoni e immagini. In tale marasma visivo non si è negato di cadere nel trash, perché quei personaggi hanno creato e fanno parte del trash italico.

Per Lui invece il regista ha pensato che fosse giusta la calma, come la tranquillità della tenuta in Sardegna. I rumori i sentono in lontananza, sostituiti da quelli del mare. Il verde e il bianco prevalgono, così come la serenità che trasmettono. Un rilassamento stilistico, e mentale per lo spettatore, che dà quindi maggior risalto ai momenti comici o assurdi quando arrivano.

Per giudicare e comprendere veramente Loro 1 è necessario aspettare e vedere Loro 2. Eppure, una cosa possiamo già dirla: probabilmente non sarà il miglior film di Paolo Sorrentino, ma sarà il suo più ambizioso oltre che più complesso, finora.

Siamo nel momento in cui godiamo un autore in pieno possesso delle proprie capacità mischiate ad una arrogante onnipotenza di mezzi e possibilità. Il momento creativo personale in cui le velleità artistiche si sposano alla sensibilità trash.

Prendiamo il prologo, ad esempio, una metafora semplice quanto fulminante. Una pecora che si congela davanti alla tv, davanti alla tv commerciale per esattezza. La rappresentazione più efficace del popolo italiano, un popolo di pecore che va sempre dietro al vento momentaneo, che è rimasta assuefatta da oltre 30 anni al simbolo supremo del berlusconismo, la tv commerciale, cadendo ai suoi piedi, non riuscendo più a reagire.

Un astrattismo quasi lynchano – e ce ne sono vari nel corso del film – filtrati attraverso la lente del sarcasmo sorrentiniano d’impronta popolare. Berlusconi, se ci pensate bene un attimo, è il soggetto perfetto per tale connubio.

Anche per questo solo Sorrentino poteva fare un film con Berlusconi. E soprattutto, solo Berlusconi poteva diventare il protagonista ideale di un film di Sorrentino.

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Emanuele D’Aniello

Se Dante diventa Denti. E l’università italiana si fa in inglese

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Occhio alla grammatica inglese. La lingua internazionale potrebbe diventare protagonista assoluta di alcuni atenei italiani.

Pietra dello scandalo il Politecnico di Milano, che dal 2012 tenta di proporre un modello accademico monolingue con l’inglese protagonista. Docenti e Tar avevano subito messo le cose in chiaro illo tempore, ma alla fine dei giochi nel prestigioso ateneo restano solo 8 corsi in italiano. Il Consiglio di Stato chiede equilibrio, il Ministero dell’Istruzione vacilla, chiedendo una revisione per il programma 2019/20. L’Accademia della Crusca, noto baluardo della lingua italiana, si schiera invece contro il sacrificio del nostro idioma. Il linguista Claudio Marazzini ritiene che un provvedimento di questo tipo possa avere senso solo per facoltà come ingegneria e design. La questione, quindi, è davvero rinunciare all’italiano?

Già adesso le facoltà scientifiche, come ad esempio quelle di matematica e ingegneria,  propongono manuali principalmente in inglese. Alcuni tecnicismi sono praticamente intraducibili in italiano. Non è possibile applicare lo stesso ragionamento alle facoltà umanistiche, dove a malapena si sostiene un esame di lingua inglese e se capita anche di letteratura. Ma rabbrividisco all’idea di sentire nominare un “Denti Alighieri” all’esame sulla Divina Commedia e capisco perfettamente Marazzini quando afferma che gli architetti debbano leggere il Vasari in italiano.

L’errore, come sempre, sta nell’estremizzazione. Non possiamo pensare di proporre corsi di laurea solo in inglese, ma che male ci sarebbe ad avere un’università davvero bilingue, che consentisse a tutti i neolaureati di destreggiarsi facilmente anche all’estero? Lo studio della grammatica inglese in Italia, se ne parla ormai da decenni, dovrebbe essere seriamente potenziato sin dalle elementari. Quanti studenti italiani attualmente si sentirebbero davvero in grado di seguire un corso di laurea esclusivamente in inglese? E cosa dire, invece, di chi non vuole fare l’università? C’è anche chi sceglie di lavorare dopo le superiori. La conoscenza dell’inglese, in questo caso, non è comunque fondamentale per l’inserimento nel mondo del lavoro? Anche per fare il commesso al centro di Roma richiedono un inglese fluente.

Il presente è già globalizzato e il nostro Paese per certi versi è rimasto indietro. Basta ascoltare un olandese o un danese parlare in inglese per capire quanto è rimasto indietro.

Tuttavia non so se il vero salto di qualità sia rinunciare all’italiano. Anzi, studiare in due lingue o più lingue consente lo sviluppo di una padronanza maggiore di tutto ciò che si acquisisce perché arricchisce il ragionamento. Penso che saranno d’accordo tutti quelli che hanno studiato lingue o lettere classiche: quanto cambia il modo di pensare tradurre dal greco all’italiano? E forse saranno d’accordo anche tutti gli insegnanti che almeno una volta nella vita si sono trovati a insegnare la lingua italiana a uno straniero utilizzando l’inglese come termine di paragone, perché era l’unica lingua conosciuta da entrambi i parlanti.

Se la scuola non corre in aiuto degli studenti dal principio, ai ragazzi non resta che farsi le ossa da soli. Vedendo film in lingua originale, traducendo canzoni o munendosi, come tanto piace ai Millennials, di qualche app che supporti lo studio della lingua!

Alessia Pizzi

Il Sole a Mezzanotte. È sempre un buon momento per amare

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Non esistono amori giusti e amori sbagliati. Non esistono momenti giusti e momenti sbagliati per innamorarsi. Ma soprattutto, l’amore è decisamente un’entità senza tempo. Impossibile da relegare ai nostri confini umani.

Il sole a mezzanotte è senza alcun dubbio un film sull’amore buono. E non perché Katie (Bella Thorne) ha la fortuna di innamorarsi di un ragazzo (Patrick Schwarzenegger) che la ricambia, ma perché entrambi sanno tirare fuori dall’altro il talento. E per talento non intendo tanto la bravura in qualcosa, quanto quella creatività innata che spinge ognuno di noi a sentirsi realizzato nella propria essenza (e non, badate bene, a livello professionale).

È quando questa creatività scende in campo che la nostra anima danza. Un amore buono sa tirarla fuori, a prescindere dalla sua durata o dalla sua ipotetica progettualità nel tempo. In questa visione ogni giorno è un dono, ogni giorno è un buon momento per essere creativi, anche a costo della propria vita.

In questo film ci sono moltissime forme di amore. C’è l’amicizia tra Katie e Morgan e c’è il grande affetto tra Katie e suo padre. Un uomo che dedica la propria vita a una figlia malata di Xeroderma Pigmentoso e quindi impossibilitata ad esporsi alla luce del sole.

il sole a mezzanotte film

Un aspetto molto interessante del film è la reticenza di Katie nel dire a Charlie che è malata, per essere vista come una persona e non come una malattia. L’errore più grande che si possa fare nella vita quotidiana è identificare le persone, inserirle dentro una scatola con un’etichetta sopra. E questo non vale solo per chi lotta con delle patologie, ma per tutti noi. Nel film il concetto è chiaramente estremizzato dalla condizione della protagonista, ma il pensiero può essere applicato davvero a ogni incontro, come allo stesso Charlie.

Basta chiedersi se è giusto o sbagliato, basta chiedersi se durerà.

La vita è solo un insieme di occasioni, a volte piacevoli altre meno. Sta a noi percepire la nostra essenza, anche quando siamo soverchiati dal dolore, sta a noi circondarci di chi sa coglierla senza limitarci, ma anzi esaltandola al massimo delle sue potenzialità.

Ne Il Sole a Mezzanotte si percepisce un dolore silenzioso. C’è rabbia accolta, non c’è un grido. C’è la sofferenza di chi deve lasciarsi andare e lasciare andare. È un film dalla trama banale volendo, a tratti molto adolescenziale chiaramente, ma colmo di riflessioni sul potere delle immagini, sullo sguardo verso noi stessi. Per alcuni versi la storia è molto simile a Noi siamo tutto, specialmente per quanto riguarda il topos dell’adolescente reclusa in casa e dell’innamoramento in stile “teicoscopia”, attraverso le finestre che la separano dal mondo. In qualche momento mi ha ricordato anche I Passi dell’amore, ma senza quella edulcorazione cattolica che permeava tutto il film con Mandy Moore. Qui Katie stringe la forte la propria chitarra, il ricordo di sua madre e i suoi affetti senza affidarsi a salvatori divini o identificarsi lei stessa come una salvatrice o una persona che ha bisogno di essere salvata.

Alessia Pizzi

Moving Spheres, l’esordio della cantante jazz italiana Rose

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“Chi lo ha detto che il jazz è per intellettuali?”, disse qualche anno fa Paolo Fresu. In effetti oggi si assiste sempre di più a una sua “popolarizzazione”. Una contaminazione con altri generi, dal pop al blues, all’ R&B, che lo rende fruibile e godibile da un numero sempre maggiore di ascoltatori.

Moving Spheres è l’esordio discografico per Toks Records e Music Force della cantante jazz Rosa Mussin, in arte Rose. L’artista, veneta, classe 1994, nonostante la giovane età ha alle spalle una solida formazione ed esperienza musicale. Sin dalla prima infanzia suona il pianoforte a cui, negli anni, si sono aggiunti vari altri strumenti. Il clarinetto, innanzitutto, che ha suonato nella Real Flexible Orchestra diretta dal suo maestro Roberto Rossetti e nella Big Band di Pordenone diretta da Juri dal Dan. In tempi più recenti sperimenta anche violoncello, basso elettrico e chitarra, ma lo strumento che la rende davvero straordinaria è il più personale di tutti: la sua voce. Inizialmente l’interesse è tutto per i generi reggae e ska, ma grazie anche alla guida dell’insegnante di canto Flavia Quass di Monfalcone, scopre il suo talento come cantante soul.

cantante jazz italianaAl primo ascolto di Moving Spheres, Rose dimostra subito una buona confidenza con il blues, il jazz e l’ R&B. Generi non sempre semplici e immediati da praticare e da ascoltare. E per questo non così comuni nel panorama italiano contemporaneo, soprattutto tra i più giovani.

Eppure Rose canta con una padronanza e una naturalezza davvero ammirevoli. Bastano pochi secondi per avvolgerci nella sua calda e intima atmosfera con Relation, la prima traccia dell’EP.

La voce è perfetta in ogni sua sfumatura: avvolgente, melliflua e grintosa.

Il richiamo a cantanti del calibro di Joss Stone, Norah Jones o Alicia Keys è inevitabile. Il bello di questa artista, però, è che, nonostante l’indubbia maestria vocale, l’arrangiamento e la musica non passano in secondo piano. Tastiere, basso e chitarra sono fondamentali e complementari alla linea melodica del canto. In più, si apprezza molto la sperimentazione di suoni elettronici nella title track dell’album. Moving Spheres, appunto, in cui si ha proprio la sensazione di movimento, dinamicità di suoni che fluttuano nell’etere.

Si attinge poi a sonorità decisamente black e funk nei brani Same Thing e Stupid, forse tra i più godibili e orecchiabili dell’intero album.

Amused conquista subito con il suo raffinato intro di pianoforte. Pianoforte presente in tutto il brano e che regala momenti di gran classe così come la chitarra, con il suo assolo nella parte centrale del brano.

Il disco si chiude con una perla in acustica. Ups and Downs, nella semplicità di sola voce e chitarra, racconta i momenti felici e bui dell’amore e della vita.

Insomma, Moving Spheres è un disco che conquista subito e convince nella sua totalità. Un ascolto interessante e piacevole senza essere troppo impegnativo. La musica di Rose è ricercata ma non difficile, virtuosa ma non virtuosistica. La dimostrazione che il jazz non deve essere soltanto per gli intenditori. Una piccola perla che lascia ben sperare per la nuova musica italiana.

Francesca Papa

Per la terza edizione “IO VINO” si sposta nel Castello di Santa Severa

L’associazione culturale “IO VINO” nata dalla profonda passione per la viticultura anche quest’anno suggella il matrimonio con il territorio scegliendo una splendida dimora.

Conoscere il territorio attraverso l’arte, la cultura e le tradizioni culinarie e il folklore sono sempre state alla base dei nostri viaggi non di meno approfondire volgendo lo sguardo al mondo poliedrico vitivinicolo che da sempre caratterizzava e caratterizza le regioni da noi visitate. Il viaggio ci ha resi più consapevoli che il vino era ed è una summa di cultura ,ambiente ed usi che meglio rappresenta il profilo di una Regione.

Ci siamo quindi spinti ad approfondimenti per una conoscenza dettagliata della cultura del vino affrontando studi con corsi di formazione ed è nato in noi il desiderio di creare un evento di comunicazione che correlasse il territorio, i produttori e fruitori.

Siamo giunti a scegliere due regioni che potenzialmente offrono un ampio spettro di proposte vitivinicole con altrettante produzioni enologiche di rispetto,tutte rigorosamente nelle D.O.C.- D.O.C.G.- I.G.T. Proponendo l’esclusività ai vitigni autoctoni. I vitigni autoctoni sono l’espressione massima delle regioni,caratterizzate da diverse zone morfologiche,ampelografiche con una tradizione di vinificazione congrua al proprio territorio originando areali di territoire e terroirs.

La Campania che affaccia sul Mar Tirreno con la sua costa meravigliosa e nell’entroterra un’ampia zona Appenninica che la attraversa da Nord a Sud, le Marche che all’opposto bagna le sue coste nel mar Adriatico e che similmente alla Campania ha gli Appennini che corrono su una dorsale Nord-Sud ma che differiscono totalmente anche se molto simili l’una è accarezzata dai venti temperati del Mediterraneo e da pertubazioni Atlantiche l’altra da correnti Balcaniche .

Due esempi di confronto di alto profilo per comparare le produzioni dei vitigni autoctoni sottolineando le differenze dei diversi terroir. Quindi, ogni anno, l’evento “IO VINO”  selezione da vitgno autoctono, si presenta come FOCUS annuale dei viticoltori che direttamente propongono i loro vini  agli appassionati di ogni genere.

Non a caso nel contest si propongono seminari tematici,un vero e proprio approfondimento guidato da relatori:giornalisti, enologi e scrittori. Il nostro intento è creare la possibilità di conoscere un territorio attraverso un viaggio sensoriale, gustativo,visivo e culturale rinnovando ogni anno le tematiche di approfondimento e di selezione accurata.

Quest’anno l’appuntamento è il 06/07 Maggio presso il Castello di Santa Severa (RM).

Nel corso della manifestazione si svolgeranno 2 seminari tematici riguardanti il Greco ed il Pecorino, i moderatori saranno:

Alle ore 15,00 presso “Manica Corta”il sig. Francesco Quercetti, critico enogastronomico e coordinatore per la regione Marche della guida Slow Wine, condurrà un seminario sul Pecorino nell’annata 2014.

Alle ore 17,00 presso “Manica Corta” i signori Alessio Pietrobattista, giornalista, collaboratore e degustatore per la guida vini d’Italia del Gambero Rosso, ed Monica Coluccia giornalista freelance,

condurranno un seminario sul Greco nell’annata 2012.

Lista in aggiornamento delle aziende presenti.

MARCHE:                                                                      CAMPANIA:

-Tenute Santori                                                            -Villa Matilde

-Tenute Spinelli                                                            -Gennaro Papa

-Tenuta dell’Ugolino                                                    -Il Verro

-Tenuta di Tavignano                                                  -Marisa Cuomo

-Montecappone                                                          -Cantine Astroni

-Tenuta San Marcello                                                 -Masseria Felicia

-Villa Forano                                                                -Cantina del Barone

-Pantaleone                                                                 -Donnachiara

-La Valle del Sole                                                        -Antico Castello

-Tenuta Cocci Grifoni                                                 -Cantine Lonardo

-Le Cantine di Figaro                                                 -Mier Vini

-Az.Agr. Ceci Enrico                                                   -Cantine dell’Angelo

-Cantina Sant’Isidiro                                                  -Cantine di Marzo

-Il Conventino di Monteciccardo                             -Il Cancelliere

-Cantine di Castignano                                             -Tempere

-San Michele a Ripa                                                  -Az.Agr. Mila Vuolo

-Le Vigne di Clementina Fabi                                   -I Borboni

-Marotti Campi                                                          -I Favati

-Cantine Belisario                                                     -Tenuta Sarno 1860

-Vigneti Santa Liberata                                            -Fosso degli Angeli

-Moroder                                                                   -Cantina Bambinuto

-Podere sul Lago                                                      -Cautiero

-Santa Barbara                                                         -Sertura

-Madonnabruna                                                       -Le Masciare

-Sabbionare                                                              -Vigne Guadagno

-Poderi Mattioli                                                         -Villa Diamante

-Le Canà                                                                    -Stefania Barbot

-Vigne di Leo                                                             -Vadiaperti-Traerte

-Tenuta Mazzola                                                       -Aia delle monache

-Esterina Centrella

-Az.Agr.Sangiovanni

 

Riccardo D’Avino realizza la propria presa d’incoscienza

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Ci sono dischi che ti sembrano cuciti addosso. Come se le note di cui sono composti facessero riaffiorare sulla pelle ricordi mai dimenticati.

Presa d’incoscienza è un disco pop-rock che ha nelle sue corde, oltre che in quelle di Riccardo D’Avino, una linea guida cantautorale. Sei tracce che raccontano molto del loro padre artistico.

Una vera e propria autoanalisi che sfocia in brani intimi e personali. Tutto nel mio nome, il brano di apertura, è un pezzo rock diretto con un ritornello malinconico dove la critica alla società non è nemmeno troppo velata.

Molto interessanti gli elementi elettronici di questo brano che donano una punta di acidità, specialmente nelle sue strofe. Tutto nel mio nome a tratti sembra essere una “scusa” da parte di noi uomini a tutto quello che accade nel mondo. Solo nella parte della giornata in cui siamo svegli, poiché non appena chiudiamo gli occhi tutto sembra non esistere più.

Inno alla noia ammorbidisce nei suoni la rabbia del brano precedente. Il testo segue la vena polemica. Riccardo D’Avino esprime il proprio malessere (il nostro?) nei confronti di una quotidianità ipocrita. Dove ci si crede onesti nell’esprimere ciò che non si è.

Liberi di esprimerci pieni di monotonia. Mentre sbadiglio penso non mi sembra vero.

Ti aspetto è un brano che sa far brillare gli occhi. Dolcissimo e sincero, riesce a scaldare il cuore con il suo arrangiamento delicato.

Il timbro vocale di Riccardo D’Avino è caldo, tridimensionale. Riesce attraverso la sua voce a toccare tutti i colori vocali che questo brano merita.

Si passa a tutt’altra atmosfera in Mediocre Coscienza. Una cassa in battere scandisce il tempo ed è preludio di una strofa molto più movimentata e allegra. Chitarre ben dosate lasciano spazio ad un basso presente e corposo. Tracce di dance qua e la, si mischiano a leggerissimi accenni di “musica medievale” nei pre-chorus rendendo questo pezzo assai brillante. Forse il più accattivante, melodicamente parlando.

Si torna sulle note che più si confanno al sound dell’album. Uno di questi giorni è un brano dove la chitarra acustica la fa da padrona. Qui gli archi e il pianoforte ci riportano a quella sensazione iniziale, in cui ci sentivamo parte di questo disco. Nello stesso modo anche Non dormi ancora ci culla nelle sonorità che abbiamo apprezzato fino ad ora.

Un album che ci porta su un sentiero sicuro, dove è impossibile perdersi.

Ci costringe a prendere una presa d’incoscienza. Ci costringe a riflettere su diversi ambiti della vita. Tutti estremamente personali, anche quelli che ci sembrano lontani chilometri da noi. Anche quelli che ci sembrano esistere soltanto quando i nostri occhi aperti osservano il mondo che ci circonda. Aperti sì, ma troppo spesso ciechi.

Emiliano Gambelli

Amy Foster a teatro. Storia di un naufragio

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Da venerdì 13 a domenica 15 aprile al Teatro Manzoni di Calenzano (Firenze) Daniela Morozzi presenta un testo ispirato da Amy Foster di Conrad.

Una scelta forte quella di Daniela Morozzi che porta avanti il progetto di riproporre in scena Amy Foster, quasi una denuncia.

La forza di uno spettacolo che propone un carnevale, nel senso del termine utilizzato dai Romani: quel rovesciamento della prospettiva e dei ruoli che si proponeva con giochi ed esagerazioni prima di entrare nella Quaresima.

Ognuno può indossare una maschera, impersonare qualcuno che non è mai stato, la società si rovescia e cosa accade? La protagonista è la “grulla” del villaggio, colei, l’unica che potrà amare uno straniero.

Abbiamo lasciato le nostre case, abbiamo appena visto su qualche canale della solita televisione quei soliti barconi, quelle persone dai colori “strani” che si accumulano sulla nostra terra. Forse ci siamo un po’ innervositi, forse non siamo d’accordo o abbiamo solo cambiato canale perché non ne possiamo più.

Ma ora siamo qui a teatro ed Amy è in scena. Non solo lo stesso straniero, lo stesso naufrago è diventato un uomo, è guardato con una strana curiosità, ma potrebbe essere amato.

Uno straniero che diventa novità, sorpresa, la possibilità di un riscatto, di una famiglia.

Amy Foster, l’emarginata, grazie a lui diventa donna, moglie, madre.

Siamo disgustati da ciò che vediamo arrivare dai nostri mari, abituati a quella vista o inclini ad avere compassione per pensare che quello straniero potrebbe essere addirittura una risorsa.

Questo è il pensiero che attraversa la sala mentre lo spettacolo va in scena.

Se tutto il male che la nostra società ha prodotto, i problemi che ha comportato per il nostro benessere fossero dovuti a chi sta arrivando adesso sarebbe strano, forse.

Eppure Amy combatte, si sforza a tal punto da riuscire ad essere felice, sposa il suo amato, il diverso, come lei. E ci ricorda che il riscatto può essere ovunque, almeno per un po’.

117 anni fa, quando la storia è stata scritta erano migranti che provenivano dall’Europa e arrivavano faticando in America inseguendo un sogno.

Oggi invece arrivano qua, a casa nostra, cercando una fortuna che forse non realizziamo di avere o che pensiamo ci possa essere portata via.

Mentre le parole ci cullano e le musiche ci accompagnano, lo spettacolo è un viaggio in riflessioni profonde e vaghe, qualcosa che dovremmo e che vogliamo ricordare.

La grande forza di un progetto che ci sveglia e che rivela come la società non sia poi così diversa, ma ancora profondamente impaurita dal domani e da ciò che appare un po’ diverso da irrigidirsi su sé stessa.

Non vogliamo che qualcosa ci travolga, forse abbiamo ragione, o forse così facendo non pensiamo che a travolgerci potrebbe essere qualcosa che cambia in meglio la nostra sorte, così come accade per Amy, almeno per un po’.

E se la nostra paura dello straniero fosse un po’ la paura per il futuro? Se bloccandoci cercando di far rimanere immutato ciò che è oggi non lasciassimo entrare qualcosa di buono del domani per paura che duri per poco tempo?

E’ vero, forse Amy Foster perderà Yanko, l’uomo che ama, dopo averlo salvato una prima volta, abbandonata ancora da una comunità ostile e vendicativa. Ma sarà stata amata, scelta e avrà dato al futuro un figlio e una parte diversa di Sé.

Nella storia di Conrad un vecchio prende le veci di una società che ha dato solo dolore ad una donna per chiedere infine scusa. Non accadrà mai sul serio, ci sembra, se pensiamo a tutto quello che il rivivere nell’Oggi questo dramma ci ha fatto pensare.

O forse, Daniela Morozzi con questo testo su Amy Foster, ci ha consentito adesso di chiedere un po’ scusa. Per tutte le volte che ci siamo distratti vedendo certe notizie, per tutte le volte che ci siamo infastiditi vedendo certe scene, per tutte le volte che siamo stati anche noi quella vecchia società irrigidita.

Silvia Cipolli

Il Mudec ospita la più importante mostra su Frida Kahlo, celebre pittrice messicana

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La mostra Frida Kahlo. Oltre il mito, è un viaggio fra i colori, i dolori, gli amori di una donna straordinaria, che seppe declinare la vita in tutti i modi possibili. Frida dipinse se stessa e la sua vita, senza mai nascondersi, mostrandosi sempre e comunque.

Frida Kahlo è stata innanzitutto un’artista, una pittrice straordinaria, con una potenza espressiva che ferisce lo sguardo del visitatore, che non può assolutamente lasciare indifferenti e che merita il giusto plauso da parte della critica e del pubblico.
Il merito primo della mostra Frida. Oltre il mito, inaugurata lo scorso 1° febbraio al Mudec di Milano e visitabile fino al prossimo 3 giugno, è proprio quello di restituirci appieno l’opera di Frida Kahlo, attraverso la più grande retrospettiva mai dedicata alla pittrice messicana nel nostro paese.

La rassegna, fortemente voluta da Diego Sileo, pone al centro di tutto proprio la pittura di Frida, fino ad ora troppo spesso «interpretata come un semplice riflesso delle vicissitudini personali» come ha dichiarato lo stesso curatore a Pino Cacucci, scrittore che, all’artista messicana, ha dedicato lo splendido spettacolo Viva la Vida, nonché l’omonimo libro, edito da Feltrinelli.

Suddivisa in quattro sezioni, La Donna, La Terra, La Politica e Il Dolore, la rassegna ripercorre per intero l’irripetibile vita di Frida Kahlo, senza davvero tralasciare nulla. Quello che sorprendente visitando l’esposizione milanese è proprio la mole incredibile di materiali in mostra.

Non solo i bellissimi dipinti, ma anche disegni, fotografie, oggetti personali, video, lettere. Testimonianze che raccontano la donna, l’artista, la politica, la paziente, l’amante, la mancata madre, la figlia. In una sola parola Frida Kahlo. Il tutto evitando ricostruzioni forzate, letture iconiche, partendo innanzitutto dalla sua unica arte. Frida Kahlo per tutta la vita cercò di fuggire da definizioni preconfezionate, ripetendo spesso, come una sorta di mantra, che lei dipingeva solo e soltanto se stessa e ci riuscì perfettamente.

Una figura indiscutibilmente poliedrica, sempre in credito con la vita, inseguita dalla morte, che lei chiamava La Pelona.  Ma anche dal dolore, che fu la cifra assoluta della sua travagliatissima esistenza. Dal terribile incidente, che la distrusse fisicamente ma non psicologicamente e che l’avvicinò alla pittura, all’incontro con il pittore Diego Rivera, che per Frida, come lei dichiarò tragicamente, fu principio, costruttore, bambino, fidanzato, pittore, amante, marito, amico, madre, padre, figlio, io, universo. Un uomo che le segnò in modo definitivo la sua vita: «ho subito due gravi incidenti nella mia vita… il primo è stato quando un tram mi ha travolto e il secondo è stato Diego.»

Ma l’esistenza di Frida non può e non deve essere solo il terribile incidente o il tormentato rapporto con Rivera.

Nell’esistenza della Kahlo furono molte le  tappe fondamentali. A cominciare dalla politica «l’unica ragione reale per vivere.» Passando, poi,  per la famiglia, gli amori e, naturalmente, il dolore. Nulla di ciò rimane inesplorato nella rassegna milanese. Nelle diverse sale non si può non farsi rapire da quella pittura, che troppo frettolosamente fu definitiva surrealista. Il suo modo di dipingere trascese i semplici e ingessati steccati stilistici, esaltando, sempre, il legame fra Frida e la sua terra. Questo sottile filo emerge con forza in ogni suo dipinto e Frida non l’abbandonò mai, neanche quando l’artista lasciò il Messico per gli Stati Uniti.

Impossibile non evidenziare anche il particolare rapporto fra la pittrice messicana e il suo corpo. Frida Kahlo, come sottolinea Sileo, «fu la prima artista donna a fare del proprio corpo un manifesto, ad esporre la propria femminilità in maniera diretta, esplicita e, a volte, violenta» come nello straordinario autoritratto La colonna rotta.

In questo dipinto, realizzato nel 1944, Frida appare sola, una madonna laica che piange umanissime lacrime di latte.

La forza espressiva di quel busto, uno dei tanti, era la sua seconda pelle. Quel busto, aperto verticalmente nel mezzo a mostrare tutto il suo inevitabile dramma, è trattenuto, a stento, da cinghie tirate, che stringono un infinito dolore. Eppure anche in questo dipinto Frida è straordinariamente donna. Con quei capelli neri e sciolti, quelle sopracciglia marcate e quello sguardo severo, che inchioda lo spettatore.
Frida Kahlo morì il 13 luglio 1954, augurandosi che l’uscita fosse allegra e sperando di «non tornare più.»

 

Maurizio Carvigno

Roma e le Mura Aureliane: binomio millenario

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Passeggiare per Roma vuol dire avere davanti ai propri occhi tutti i lunghi secoli di storia della città.

Per chi fosse in cerca di qualche itinerario più insolito, una passeggiata lungo le Mura Aureliane è assolutamente da consigliare. Osservando il loro tracciato e la loro imponenza infatti è possibile comprendere pienamente la grandezza della Roma antica. Un tratto più di tutti è pieno di sorprese, quello compreso tra Porta Latina e Porta San Sebastiano.

Le mura furono costruite dall’imperatore Aureliano in soli 5 anni, dal 270 al 275 d.C. Roma infatti non aveva un valido sistema difensivo da molti secoli ormai. Era, infatti, la capitale di un impero invincibile, ma le cose nel III secolo d.C. stavano cambiando. Aureliano infatti, temendo le invasioni dei nemici, sentì la necessità di difendere nuovamente Roma e diede così il via alla realizzazione delle nuove mura. Il tratto forse meglio conservato è proprio quello compreso tra Porta Latina e Porta San Sebastiano (anche se le mura sono visibili in molte altre parti della città). Un alto e imponente muraglione difensivo costruito interamente in mattoni e rivolto verso la campagna romana, davanti a due delle più importanti strade del mondo antico, l’Appia Antica e la via Latina.

Appena arrivati davanti a Porta Latina, impossibile è non notare la sua imponenza, superava infatti i 4 metri di altezza!

E’ fiancheggiata da due torri semicircolari senza finestre ma con una serie di feritoie per gli arcieri. La facciata invece presenta cinque piccole finestrelle ad arco, corrispondenti alla camera di manovra, dove cioè venivano collocati gli armamenti più ingombranti come le catapulte. Queste porte si chiudevano con una duplice chiusura. All’interno con una porta a due battenti; all’esterno invece con una saracinesca scorrevole, dall’alto in basso, posta dentro una scanalatura (ancora oggi visibile). Questa poteva bloccare istantaneamente l’accesso in caso di necessità o pericolo.

La porta diventò poi assai importante a partire almeno dal V secolo d.C. Tradizione cristiana vuole che San Giovanni Evangelista proprio qui abbia subito il martirio dell’immersione in un calderone di olio bollente.

In ricordo dell’evento, davanti alla porta, fu edificato il piccolo Tempietto di San Giovanni in Oleo, che venne poi rifatto completamente nel 1500 su progetto forse del Bramante e ulteriormente abbellito nel Seicento grazie all’intervento di Francesco Borromini nella copertura e di Lazzaro Baldi, allievo di Pietro da Cortona, all’interno con gli affreschi che raccontano il martirio del Santo. Poco più avanti, merita una visita la Basilica di San Giovanni a Porta Latina, capolavoro di arte romanica e medievale. Al suo interno infatti, lungo le pareti della navata centrale, è ancora oggi possibile ammirare un’interessante serie di affreschi datati al XII secolo con scene tratte dal Vecchio e Nuovo Testamento: dalla Genesi al Giudizio Universale, dalle storie dei Patriarchi fino alla morte del Cristo.

Proseguendo nella passeggiata, si raggiunge Porta San Sebastiano.

 Al suo interno si trova un piccolo ma interessante museo (ad ingresso gratuito) grazie al quale è possibile ripercorrere l’intera storia delle mura: dalla loro realizzazione in epoca romana fino alle successive trasformazioni apportate dai pontefici nel corso dei secoli. E’ questo anche il motivo per il quale le mura si sono così ben conservate fino ai nostri giorni. Imperdibile è la vista di cui si gode salendo su una delle torri. È possibile ammirare tutta l’area dell’Appia Antica, della campagna romana fino al Gazometro del quartiere Ostiense.

Prima di uscire dal museo però, ci attende un’altra sorpresa. E’ possibile percorrere a piedi un lungo tratto del camminamento di ronda ricavato all’interno delle mura: una suggestiva galleria coperta intervallata da torri, posta immediatamente al di sotto del camminamento scoperto superiore e merlato. Quanti soldati avranno calpestato questi stessi pavimenti, venendo feriti o addirittura uccisi durante quegli scontri violenti che hanno fatto la storia di Roma!

Porta San Sebastiano poi, nel 1536, fu per una giornata protagonista della città perché fu scelta da papa Paolo III Farnese come ingresso solenne per l’arrivo a Roma dell’imperatore Carlo V. E fu bardata a festa su progetto di Antonio da Sangallo il Giovane con statue, festoni e pitture ad affresco. E’ per tutto questo che le Mura Aureliane sono assolutamente un luogo da visitare!

Autore: L’Asino d’Oro Associazione Culturale

Il monologo “Allenarsi a levarsi” è troppo criptico per aiutare ad alleggerirsi la vita

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“Allenarsi a levarsi” è una grande prova d’attore di Giuseppe Mortelliti in scena al Teatro Studio Uno di Roma fino al 22 aprile.

Giuseppe Mortelliti ha scritto un monologo criptico, dal nome attraente come “Allenarsi a levare”.

Avevamo avuto la possibilità di vederne un assaggio in occasione di “Pillole”, l’iniziativa del Teatro Studio Uno. La scorsa estate, per alcune serate, sono stati presentati dei brevi sunti degli spettacoli tra cui il pubblico poteva scegliere cosa sarebbe stato inserito in cartellone nella stagione teatrale successiva.

La storia di “Allenarsi a levarsi” parla di un allievo e di un Maestro all’interno di uno stagno di bambù, ricreato con le scenografie di Simone Martino. Il Maestro suggerisce all’allievo un percorso per abbandonare ogni fonte di sofferenza, attraverso la leggerezza.

Il titolo e la premessa possono entusiasmare chi, come me, è rimasto folgorato dalla leggerezza pensosa di Guido Cavalcanti raccontato da Italo Calvino nelle “Lezioni americane”.

Sulla carta lo spettacolo sembrerebbe voler suggerire come alleggerirci la vita.

Tuttavia, la leggerezza a cui tende il Maestro consiste nel levare proprio ogni cosa dalla vita dell’allievo. Quasi non deve restare più niente.

Probabilmente sono stata io a non comprenderlo appieno, ma il monologo è piuttosto enigmatico. Le riflessioni non si fermano un’ora dopo lo spettacolo. Se l’autore voleva inquietare e stimolare il pensiero, l’intento è sicuramente riuscito.

La mia interpretazione è che si sia voluto descrivere un percorso esistenziale di liberazione che, però, diventa una perdita di identità. Si finisce quasi ad abbracciare il nichilismo.

L’allievo deve liberarsi di tutto: dal peluche di quando era bambino alle ossessioni contemporanee (viaggiare, fotografare continuamente, mangiare cibo giapponese). Ma deve allontanare anche gli affetti di parenti, gli amici e gli amori!

Allenarsi a levarsi

Solo liberato da tutto, l’allievo potrà liberarsi dalla paura di dimenticare e di perdere.

L’allievo ha provato dolore per ogni cosa, persona, situazione che ha perduto. Lo ripete sempre. Come ripete che, per sopravvivere al dolore, ha dovuto “mangiare la faccia” di ciò che ha perso, finché anche di se stesso rischia di non rimanere più niente.

Insomma, uno psicologo potrebbe dire che il protagonista non sa separarsi in maniera sana dalle cose e dalle persone senza annullare l’identità altrui e la propria.

Giuseppe Mortelliti regala un’ottima prova d’attore nel recitare il suo stesso testo, bello, difficilissimo e pieno di giochi di parole.  Il tempo scorre veloce per lo spettatore travolto da tante parole, da molte battute brillanti e dalle risate, ma anche dalla sofferenza dell’allievo che non trova altro modo per affrontare i cambiamenti che non sia levarsi tutto di dosso.

Alla fine dello spettacolo, insomma, se ci si è immedesimati nell’allievo non ci si sente pensosamente leggeri, ma inghiottiti dal vuoto raggiunto con l’ascesi.

Stefania Fiducia

Fotografie di Alessio Trerotoli, tratte dalla pagina dell’evento Facebook di “Allenarsi a levarsi”.