Lo spettacolo “Grotesk” con caustica ironia ci porta al cabaret berlinese per una sera

Bruno Maccallini

Lo scorso 25 aprile Bruno Maccallini ha presentato in prima assoluta lo spettacolo “Grotesk. Ridere rende liberi” al Teatro della Cometa di Roma.

Per lo spettacolo “Grotesk“, in scena fino al 6 maggio al Teatro della Cometa, Bruno Maccallini ha scelto un sottotitolo caustico e perfetto: “ridere rende liberi”, che si capisce pienamente solo nella seconda metà della rappresentazione.

Ma andiamo con ordine. “Grotesk” è un one man show con protagonista Bruno Maccallini, autore della pièce insieme ad Antonella Ottai.
Lei aveva scritto, infatti, il romanzo “Ridere rende liberi” che Maccallini ha desiderato, fin dall’inizio, mettere in scena. Vi si raccontano le vicende del padre vissuto nella Berlino di Weimar, tra gli anni ’20 e ’30 del secolo scorso.

Nello spettacolo “Grotesk” tutto è molto originale, a cominciare dalla messa in scena.

Le quinte sono pannelli su cui vengono proiettate le immagini che ricordano quelle dei cinegiornali in bianco e nero. Si crea un’accattivante commistione di cinema e teatro.

In sottofondo la voce narrante di Franca d’Amato racconta, con le parole di Ottani, la storia del Kabarett berlinese.

Ma gli schermi sono anche delle quinte, da dove arriva la musica.

Ci si immerge, infatti, facilmente nell’atmosfera degli Anni ’30, anche grazie alle musiche eseguite dal vivo dalla Kabarett Ensemble:  una, tromba, un contrabbasso, un pianoforte, un fagotto, una fisarmica e delle percussioni che suonano componimenti originali di Pino Cangialosi e brani celebri di autori dell’epoca, come Kurt Weill e Friedrich Holländer.

Ma tutto ciò fa da contorno all’archetipo del cabarettista dell’epoca di Weimar: Oskar Grotesk, il personaggio creato da Bruno Maccallini per essere il protagonista del progetto teatrale.

Bruno Maccallini è un animale da palcoscenico: recita con verve espressionista; si muove sul palco con coreografie precise; canta intensamente; fa giochi di prestigio come un mago professionista. Ci fa ridere in modo irriverente e mordace.

Ci racconta la Berlino della Repubblica di Weimar. “A Berlino è già successo tutto”, ripete. Un po’ come  si vede nella serie TV “Babylon Berlin”.

La città, infatti, è piena di locali dove i berlinesi vivono la parte trasgressiva e libera della propria esistenza. Il cabaret berlinese è uno spazio di libertà, di critica sociale e humour agro. Oskar Grotesk ne incarna al meglio lo spirito.
Una frase che Grotesk ripete spesso è che “Berlino volge sempre il suo sguardo al futuro”. Non facciamo fatica a immaginare il cabaret berlinese rappresentare questo spirito d’avanguardia della capitale tedesca.

Ad un certo punto dello spettacolo “Grotesk”, capiamo che il sottotitolo “ridere rende liberi” non si riferisce soltanto al potere liberatorio della risata. E neanche alla sua capacità di ridimensionare la violenza e l’aggressione altrui, tenendole a distanza e sciogliendo le tensioni tra le persone.

In realtà, il sottotitolo parafrasa anche l’inquietante scritta, che campeggiava all’ingresso di numerosi campi di concentramento nazisti, “il lavoro rende liberi”. Il motivo è semplice.

Dai Kabarett di Berlino ai campi di concentramento, gli artisti non potevano smettere di esibirsi per far ridere.

I cabarettisti che hanno reso leggendaria la scena comica mittleuropea erano in gran parte ebrei, come ebreo era il colore del loro umorismo.

La sorte degli artisti del cabaret berlinese è stata segnata inesorabilmente dall’avvento di Hitler al potere.

Vengono espulsi dai set cinematografici e dai palcoscenici dei teatri e dei Kabarett. Sono costretti ad esibirsi nei ghetti o nei campi dove vengono deportati e sterminati.

Come ha scritto Antonella Ottai, con l’ascesa del Nazismo questi artisti diventano “stelle di prima grandezza che di grande non hanno più che la stella gialla, cucita ben in evidenza sul loro petto”.

Nello spettacolo “Grotesk”, quindi, si ride in stile cabaret berlinese, ma poi si viene coinvolti nelle emozioni degli ebrei perseguitati, a cui è stata tolto il potere di esprimere il proprio talento in modo libero. La scelta di debuttare il 25 aprile, giorno che celebra la liberazione dell’Italia dal Nazifascismo non è stata casuale e ha consentito al pubblico di conoscere un aspetto della Shoah ancora poco noto.

Si esce dal teatro affascinati dal mondo del cabaret berlinese dei tempi di Weimer e inquieti per aver assistito all’ennesima, necessaria, rappresentazione degli orrori nazifascisti. Si va a casa, però, sempre più consapevoli che dittature, genocidi, persecuzioni, violenze sono possibili solo perché, come dice Grotesk, “si uccide sempre il sogno che non si è capaci di sognare”.

 

Stefania Fiducia

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