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Chi era il deejay Tim Bergling, in arte Avicii

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Morto il re dell’house music, il deejay e produttore svedese Avicii a soli 28 anni

Il 20 aprile 2018 è venuto a mancare il famosissimo deejay svedese Avicii, nome d’arte di Tim Bergling, all’età di 28 anni. Nato a Stoccolma il 20 settembre del 1989 aveva iniziato la sua carriera a soli 18 anni, nella sua camera, dove componeva e mixava pezzi.

Da sempre la passione per la musica lo aveva spinto e incoraggiato, tanto da pubblicare i suoi primi pezzi su un famoso blog svedese e poi sul suo profilo personale di MySpace. In breve è stato notato da grandi produttori e deejay di tutto il mondo, che hanno voluto collaborare con lui. Appena iniziata la sua carriera sceglie il suo nome d’arte : “Avicii”, che in sanscrito vuol dire letteralmente senza onde e rappresenta, nel buddhismo, l’ultimo livello dell’inferno (Avīci).

 

                                                                 

Avicii in una delle sue strepitose performance

Tanti i suoi successi, che hanno fatto ballare, in questi dieci anni, generazioni di ragazzi; ricordiamo i più conosciuti: Hey brothers, Withouth You e la strepitosa Levels, che è subito balzata nella classifica delle tracce più vendute sul sito di musica elettronica Beatport e ha debuttato alla decima posizione della classifica italiana e alla sessantaseiesima della Billboard Hot 100.

Inoltre, in Italia questa canzone ha fatto da colonna sonora alle pubblicità e alla festa di Radio Deejay per i suoi trent’anni. Si è esibito nelle discoteche più famose di Ibiza, con i dj più affermati, come: Tiesto, David Guetta, Martin Garrix.

 

Levels, video ufficiale di Avicii, una delle sue canzoni più conosciute, che ha fatto ballare intere generazioni

Ad influenzare le sue scelte artistiche sono stati diversi musicisti, tra cui Daft Punk e Swedish House Mafia. La sua musica era una contaminazione. Un mix tra house e pop. Tantissimi artisti conosciuti nel panorama mondiale lo hanno scelto per arricchire i propri pezzi, come: Robbie Williams, Madonna, Etta James, Flo Rida.

Da poco aveva interrotto i suoi numerosissimi tour per dedicarsi alla carriera di produttore discografico.
Tim Barling è stato ritrovato morto ieri in una stanza di Muscat, nell’Oman. Ancora non sono chiare le cause del suo decesso.
Quello che è certo è che ci mancherà la sua musica, ci mancheranno tutti i pezzi che non potremmo ballare sulle sue note. Addio grande deejay.

Alessandra Santini

Una passione diventa lavoro grazie a FIM 2018!

Ricerca scientifica e istruzione, orientamento, mondo del lavoro e informazione, cultura della musica come incontro e sperimentazione di saperi. Dal 31 maggio al 3 giugno a Milano la Fiera della Musica ospita eventi unici nel loro genere tra didattica e performance.

FIM FIERA DELLA MUSICA 2018

Piazza Città di Lombardia

Milano

Dal 31 maggio al 3 giugno 2018

…una passione diventa lavoro…

Orientamento, rapporto tra scuola e mondo del lavoro, ricerca tecnologica e informatica, innovazione e ricadute sul mondo delle professioni. Solitamente questi argomenti, cari sia al mondo delle istituzioni che alla realtà giovanile e ai professionisti già attivi, non rimandano alla musica.

È questa la riflessione portante dell’edizione 2018 di FIM – Fiera della Musica, che dal 31 maggio al 3 giugno a Milano offrirà per la prima volta in Italia un momento di riflessione, conoscenza, sperimentazione e pratica “sul campo” tra mondo della scuola, istituzioni, ricerca e mercato della musica. È nel termine “educational” che si trova quest’anno la parola chiave di FIM: pur confermando la presenza di una vasta gamma di momenti performativi, l’edizione 2018 punterà in modo particolare a unire queste diverse direzioni, trovando il collante e il minimo comun denominatore nel mercato della musica, luogo dove la passione può diventare lavoro grazie al giusto know-how.

FIM 2018 si presenta in continuità con la ricchezza e la varietà delle precedenti edizioni, con la conferma di partnership di prestigio e l’arrivo di nuove, illustri collaborazioni (dalla Regione Lombardia ai Conservatori di Milano, Como e Bologna, dal Politecnico di Milano al Museo Teatrale alla Scala e molti altri), caratterizzate da una speciale attenzione al rapporto tra tecnologia e innovazione, all’orientamento e al mondo del lavoro, alle nuove professioni nel mondo della musica.

Sono cinque le aree principali su cui FIM lavorerà per offrire occasioni, opportunità e incontri. La prima è dedicata ai mestieri della musica, destinata ai ragazzi delle scuole e vede la partecipazione di tre soggetti come l’IED (Istituto Europeo di Design), che si occuperà di laboratori di Sound Design, l’Accademia del Suono di Milano con showcase e seminari sulla tecnologia audio, il CPM – Centro Professione Musica di Franco Mussida, con un incontro speciale sulla formazione dei giovani musicisti.

La seconda area tematica si chiama ‘Musica e innovazione, la musica del futuro’, ed è una delle più interessanti perchè focalizzata su un argomento cruciale del FIM 2018. Saranno presenti il Dipartimento di Fisica ed Elettronica del Politecnico di Milano, con due laboratori sull’acustica e sul suono, il LIM (Laboratorio di Informatica Musicale) del Dipartimento di Informatica dell’Università degli Studi di Milano con tre installazioni e quattro seminari (importantissimi i contributi su ‘sonificazione’ e rapporto tra musica, emozioni e informatica); infine Victor Zappi, ideatore dello Hyper Drumhead (un nuovo strumento musicale digitale basato sulla manipolazione audio/visiva delle onde sonore), che si è classificato primo alla Guthman Musical Instrument Design Competition 2018 (Atlanta, USA), aggiudicandosi il titolo di miglior strumento dell’anno.

La terza area è molto vicina alla funzione storica del FIM, ovvero quella di amplificare la voce e le esigenze dei musicisti attraverso testate giornalistiche, radio e tv, spazi performativi : FIM On Air ospita ben 27 web radio presenti tutte le giornate, che saranno disponibili a intervistare tutti gli artisti e i musicisti emergenti; gli spazi live FIM Social (il palco per gli emergenti) e FIM Theater (il palco per gli eventi di maggiore risonanza nazionale ed estera), infine la diretta streaming da Casa FIM, il centro nevralgico della rassegna, all’interno del quale si attendono nomi illustri e creativi del mondo della musica (come è da sempre tradizione del FIM). Tra i contest afferenti a questa area, particolare importanza per V.I.C. – Videoclip Italia Contest, P.A.E. – Premio Autori Emergenti, DJ It’s Your Time e 9. FIM Rock Contest.

La quarta area offre lo scambio culturale con i professionisti del settore tutelando tutti i generi musicali e diffondendo la musica come bene comune: ciò accadrà grazie alla presenza di ospiti italiani e stranieri che si esibiranno dal vivo, grazie a eventi come la commemorazione dei 70 anni dalla nascita del Long Playing, a serate PROG ON dedicate alla cultura del rock progressivo con la partecipazione di nomi di punta internazionali come gli Anekdoten e i leggendari The Trip, ma anche provando una pacifica e costruttiva convivenza tra generi diversissimi, dal rap alla musica classica, che inaugurerà FIM giovedì 31 maggio con un concerto dell’Ensemble di Fiati del conservatorio Verdi di Milano.

La quinta e ultima area tematica riguarda invece le eccellenze del nostro mercato musicale. Il ‘Laboratorio italiano della Musica’ che promuove il Made in Italy degli strumenti musicali e dell’audio professionale.

Tra gli espositori di quest’anno ci sono produttori Made in Italy di Cabine insonorizzate, di luci per spettacoli che esportano i loro lavori in tutto il mondo, produttori di strumenti artigianali quali strumenti a percussione, ad arco e chitarre (tra gli altri, ben due espositori di Lira Calabrese artigianale), di pedane sonore innovative per strumenti ad arco, studi di registrazione di nuova concezione, aste microfoniche magnetiche innovative Mektor, Aerodrums (la batteria invisibile), la padderia (sistema di insegnamento innovativo della batteria con pad digitali), nuove community di musicisti originali che utilizzano piattaforme web di gestione dei contatti di nuovissima concezione, con particolare attenzione alle proposte italiane. Altre avvincenti curiosità in arrivo.

FIM: www.fimfiera.it

Synpress44 Ufficio stampa: www.synpress44.com

Il rap incontra l’arte di Lucamaleonte. Il nuovo album di Lucci

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Raffaele Lucci, noto a tutta la scena rap italiana con il nome di Lucci, dopo due anni di attesa allieta le nostre orecchie con il suo secondo album solista.

Dopo “Brutto e Stonato” infatti, il rapper romano sforna un altro capolavoro. L’album prende il nome dal suo ultimo singolo “Shibumi”. Insieme al suo fedelissimo amico e produttore Ford78, Raffaele presenta un disco diverso dal precedente. Un disco intimo, sua caratteristica principale, ma più maturo.

E non è tutto.

L’album infatti racchiude 8 tracce tutte accompagnate dalle grafiche di Lucamaleonte. Writer romano, classe ‘83, che è diventato uno dei più grandi street artists italiani negli ultimi anni. Il sodalizio tra Lucci e Lucamaleonte rende “Shibumi” un prodotto, non solo musicale, ma anche artistico. L’interscambio tra arte e musica offre ai fans un lavoro ricercato e completo. La musica è fatta di immagini. Spesso vengono materializzate su un accessorio, un abito, un oggetto, in questo caso su un disco. Le canzoni di Lucci parlano attraverso le grafiche di Lucamaleonte e viceversa.

Ogni canzone dunque è rappresentata da un’opera del writer.

Raffaele inizia la sua carriera nel 2007. L’unione della sua crew, formata da lui, Ford 78 e Hube con quella di “Circolo vizioso” composta da Coez, Nicco e Franz, da vita ai Brokenspeakers. I Brokenspeakers in poco tempo diventano uno dei gruppi rap romani di riferimento. Tante le collaborazioni con i grandi nomi della scena rap dai Colle der Fomento a Kaos one, da Gemitaiz a Primo Brown. L’album “Fino al collo”, è prodotto dall’etichetta “la grande onda” che fa capo al Piotta. Ma non solo. Unici in questo, i Brokenspeakers hanno fatto un featuring con i fans romani. Si avete capito bene. “Anthem feat Roma” è il titolo della canzone. Dopo qualche anno, il gruppo decide di sciogliersi, per dar spazio ad ognuno di dedicarsi alla sua carriera solista. Da qui Lucci presenterà “Brutto e stonato” ed ora “Shibumi”. Di quest’ultimo è proprio lui a parlarcene in questa intervista.

Sentite cosa ci racconta.

Il nome dell’album fatto in collaborazione con Ford 78, è Shibumi, stesso titolo del singolo uscito a febbraio 2016, spiegaci questo titolo.

Shibumi è il titolo di un libro di Trevanian a cui sono particolarmente legato, ed è una parola giapponese che potremmo tradurre con “bellezza modesta”. Cito testualmente: “shibumi allude a una grande raffinatezza sotto apparenze comuni. È un’affermazione così precisa che non ha bisogno di essere ardita, così acuta che non dev’essere bella, così vera che non deve essere reale. Shibumi è comprensione più che conoscenza.Silenzio eloquente. Nel modo di comportarsi, è modestia senza pruderie. Nell’arte, dove lo spirito di shibumi prende la forma di sabi, è elegante semplicità, articolata brevità. Nella filosofia, dove shibumi emerge come wabi, è una serenità spirituale non passiva; l’essere senza l’angoscia del divenire. E nella personalità di un uomo, è… come dire? Autorità senza dominio? Qualcosa del genere.”

Perché hai fatto passare ben due anni dal singolo all’album?

Eh, perchè nel frattempo io e Ford lavoravamo forte al ristorante! La musica fino ad oggi è sempre stata un’attività secondaria, che veniva dopo il lavoro. Questo ha influito pesantemente sui tempi.

Questo è già il secondo album che fai da solista, cosa avrà di diverso rispetto al precedente?

Sarà meno triste e più bello. Più maturo. Musicalmente siamo sempre io e Ford.

Hai fatto sempre album molto intimi e personali e una delle cose che ti viene detta spesso è che tu fai tutte canzoni tristi. Sei proprio tu a dirlo ne “la mia natura”, nell’album con i Brokenspeakers. Questo nuovo album anche avrà tutte canzoni tristi?

No, stavolta no. Sono canzoni molto serie, non c’è nulla di divertente ma non lo definirei triste. lo definirei “adulto”. A mio avviso molto ben scritto. Ci sono pezzi molto molto intimi ma sempre in chiave positiva.

Quando hai deciso di fare “Brutto e stonato” è stato difficile pensarti da solo e senza i Brokenspeakers?

Si, tantissimo, c’è stato un momento in cui ho seriamente pensato di smettere visto che non avevo mai pensato a me come un solista. Non l’ho vissuta benissimo ma poi piano piano mi sono abituato, soprattutto grazie ai live ed ho trovato la mia dimensione.

Perché hai deciso di fare solo due feauturing uno con Danno dei Colle der Fomento e uno con White Boy?

Allora, la questione featuring è abbastanza ragionata. Volevo un rappresentante di un certo tipo di rap in linea con la mia storia personale e soprattutto un amico, quindi Danno, uno dei grandi. Abbiamo voluto fare un pezzo un po’ ipnotico, paranoico. Poi volevo bilanciare inserendo White boy, che fa parte del collettivo Do Your Thang, capace di spaziare benissimo dal rap classico alla trap. Loro sono una delle realtà migliori che abbiamo in Italia. White boy come voce e stile si accosta benissimo al mio lavoro e con lui ci siamo concessi la classica coattata rap.

Tra i featuring non hai inserito neanche Coez, tuo compagno nei Brokenspeakers e tuo amico fraterno, che ne pensi del percorso che sta facendo?

Il successo di Coez ha trovato impreparati gli addetti ai lavori e buona parte di pubblico, non noi, non i suoi amici più cari. Silvano sta lavorando duro per ottenere quello che vuole e lo sta facendo con estrema precisione e costanza da anni. Senza spocchia, ma noi lo sapevamo già e ne siamo tutti felici. Cosi gli faccio pure offrire le cene co sta scusa. Non è su questo disco in primis perchè non è successo. Non siamo riusciti a trovare dei momenti per chiuderci e fare un pezzo perchè stavamo entrambi incasinati. E poi perchè adesso è giusto cosi, prossimo disco!

In un periodo storico come questo in cui la musica che va per la maggiore è l’indi e la trap, tu decidi di continuare nel tuo, facendoci ascoltare il Rap, nella sua forma più alta, più “classica”. Come mai questa scelta? E che ne pensi dei generi musicali che vanno ora?

Perchè io so fare solo questo, mi va di fare solo questo e qualcuno deve pur farlo…Per il resto sono in un momento della mia vista dove sto ascoltando praticamente di tutto, jazz, trap, blues, rock, punk hc. Sto cercando di recuperare tutto quello che mi sono perso negli anni in cui sono stato infognato ad ascoltare solo rap americano.

Ogni traccia che del tuo album sarà accompagnata da un’opera di Lucamaleonte. Spiegaci questa collaborazione

Io sono appassionato d’arte, ci tenevo con ford a fare un disco che nella sua copia fisica fosse un oggetto “bello”. Adesso con spotify e internet la gente può avere il tuo disco in mille altri modi. la copia fisica ha senso solo se si tratta di un oggetto che vale la pena di possedere. Lucamaleonte è uno dei miei artisti preferiti per la sua vena classica e insieme abbiamo pensato al disco come ad un contenitore di 8 stampe, ognuna ispirata dall’ascolto del brano a cui è associata. Credo proprio che abbiamo fatto un gioiellino.

 

Alessandra Forastieri

L’Otello di Shakespeare al Teatro della Pergola: torna il dramma delle apparenze

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Al Teatro della Pergola di Firenze dal 3 all’8 Aprile l’Otello di William Shakespeare riprende vita sotto la regia di Elio De Capitani e Lisa Ferlazzo Natoli. Lo spettacolo ha debuttato il 24 Ottobre 2016 all’Elfo Puccini.

Si accendono le luci sulla prima scena, si innesca il meccanismo tragico dell’Otello intorno a una scena quasi comica.

Colpiscono i toni ironici, l’aspetto amichevole di colui che causerà molte morti e notevoli disgrazie. Un linguaggio che appare spontaneo, colloquiale, prima nel tentativo di raggirare Roderigo poi anche noi, il pubblico, che ci cadiamo con tutte le scarpe: Jago fa simpatia, ci diverte.

Da subito appare evidente come siamo lontani dalle figure a tinta unita del passato. Jago mostra la cattiveria nelle sue forme caleidoscopiche: dal sarcasmo all’invidia, dalla manipolazione alla menzogna, dalla gelosia al razzismo, dall’istigazione alla violenza fino all’omicidio. Chi ne è immune?

 

Otello shakespeare - teatro della pergola

 

Non si tratta più di una figura diabolica lontana da noi, ma di una cattiveria e una violenza che riconosciamo come umane. Sono le ombre dell’anima che scorgiamo spesso negli altri e in noi. La regia, notiamo, lo sottolinea con un continuo gioco di luci, passaggi soffusi e poi violenti, contrasti e chiaroscuri.

Anche il palco stesso, una cornice ambrata e luminosa, essenziale, tinteggia con delicatezza questo gioco di veli aurei e trasparenze. Giochi di visibile ed invisibile, di celato e evidente che lascia in primo piano, sempre, le parole.

Io non sono quel che sono dice Jago. E’ questa l’essenza di tutto il meccanismo narrativo dell’Otello di Shakespeare che ruota intorno al tema delle apparenze sopra la vera essenza dell’animo di un uomo.

Otello è uno straniero, un barbaro a Venezia, nonostante ne abbia salvato le sorti mostrando in guerra il suo valore. Ed il suo aspetto diverso, sottolineato da dettagli durante lo spettacolo, è ciò che lo renderà preda del tentativo di manipolazione dell’astuto, più che onesto, Jago.

Otello è uno straniero, ha la pelle scura, è più vecchio di Desdemona e molto diverso nella forma fisica e nei modi da lei. Queste caratteristiche vengono sottolineate anche dall’abbigliamento militare tenuto dal Moro. E’ un abbigliamento che contrasta con l’eleganza e la delicatezza quasi eterea degli abiti di lei.

Tutto questo, le apparenze che li rendono diversi, diventano per lui un tarlo nella mente tale da far passare in secondo piano la comunanza dello spirito.

Queste le parole di Desdemona nell’opera di Shakespeare: Mi giurava che era una storia strana, molto strana, che era una storia triste, molto triste, che avrebbe preferito non saperla, ma che avrebbe voluto essere me (Otello, atto I, scena III).

Colpisce inoltre, quasi come un pugno in piena faccia, come Elio De Capitani, il nostro Otello abbandoni la tenuta militare solo, quando svestito dell’uniforme e della maschera di moralità che essa conferisce, si abbandonerà al femminicidio.

Gli uomini dovrebbero essere quel che sembrano dice Jago ad Otello che lo ripete. Ma nessuno dei personaggi che vediamo lo è fino in fondo, nessuna delle relazioni che intrecciano risulta sincera. Tutto si sgretola nella cornice di un palco che si apre oltre la scena, in un gioco di toni aurei e di contrasti che affascina lo spettatore.

Otello in fondo è un militare, un violento, un uomo poco avvezzo alla parola e più alla brutalità.

Sarà più facile per lui credere alle parole di Jago e non a quelle di Desdemona. Parole che fanno leva sui suoi timori più profondi, quelli di non essere accettato e incluso come cittadino di Venezia, ma anche perché parlano una lingua che conosce meglio: il tradimento più conosciuto dell’amore.

In un effetto di straniamento poi il culmine della tragedia porta ad una sensazione di disgusto. Non si tratta solo per Jago, ma di tutti i personaggi in scena. Anche Desdemona, l’unica onesta nell’opera di Shakespeare, non denunciando il marito si conforma ad un codice morale abietto.

Viene uccisa, proprio prima del suo tentativo di dimostrare al marito la sua purezza sul letto di nozze. La scena si dispiega proprio davanti al giaciglio preparato per loro, sopra le candide lenzuola nuziali. Queste, coperte da un velo trasparente, ci portano in un turbinio di movimenti che sottolinea ancora lo strano gioco di celato e non celato.

Solo la denuncia di Emilia provoca una commozione profonda. Lei, uccisa da Jago, scompare cadendo dietro a quel talamo nuziale che ancora una volta resta fermo, come quei codici morali che celano i lati oscuri, negano il buio dell’anima e così facendo lo concimano.

Quanto è moderno moderno questo dramma di Shakespeare, ci chiediamo. Il dramma delle apparenze che importano più della verità, della scarsa accettazione di chi è diverso, della violenza, del femminicidio.

Tutti possiamo essere Jago, manipolare, ognuno di noi può immedesimarsi in Otello. Conosciamo questa società in cui è più facile credere nella violenza che nell’amore vero. Siamo abituati alla manipolazione delle parole,alla purezza che rimane talvolta vittima.

Elio De Capitani spoglia i personaggi di tutti i vecchi stereotipi e modelli per mostrarli in nuovi modi cangianti e multiformi e il meccanismo narrativo stesso dell’Otello si rinnova, regalandoci mutate e intense emozioni.

Silvia Cipolli

Siria, tensione altissima fra Trump e Putin: la verità nel libro di Wolff

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Fuoco e furia: Dentro la Casa Bianca di Trump, è il diario nudo e crudo dei giorni trascorsi alla corte di Trump e del suo entourage da parte del giornalista politico Michael Wolff.

Trecentottantadue pagine, in Italia edite da Rizzoli, in cui Donald Trump viene ritratto inesorabilmente. Sono evidenziate le sue superficiali voluttà e le sue lacune in ambito polito.

È un ritratto spietato.

Attraverso questa cronaca Wolff evidenzia come Trump si sia ritrovato quasi per sbaglio seduto nello Studio Ovale. Una campagna elettorale incentrata sulla sconfitta annunciata diventa in un batter di ciglia una macchina mediatica che deve rivedere il suo punto di vista. Wolff rivela che lo staff di Trump era impreparato a questo ribaltone. Nessuno si aspettava che potesse diventare il quarantacinquesimo Presidente degli Stati Uniti d’America. Ogni capitolo, dall’election day al conflittuale rapporto con la Russia, setaccia i lati più nascosti della quotidianità politica a Washington.

Il giornalista approfondisce il lato politico ed umano dei personaggi chiave con cui Trump si è circondato. Sentenzia che nei sogni di Ivanka Trump la prima donna presidente della storia americana sarebbe stata lei. Interi capitoli sono dedicati al capo stratega del presidente, oggi ex, Stephen K. Bannon, un uomo dispotico e conservatore. Melania è la moglie trofeo. Il genero Jared Kushner è utilizzato come intermediario designato tra il suocero e l’establishment ed è figura cruciale nel caso Russiagate.

Inoltre, Fuoco e furia, secondo alcune indiscrezioni diventerà anche una Serie Tv. Sarà  il regista Jay Roach a portare sul piccolo schermo le vicende della Casa Bianca occupata da Trump. Roach tornerà a parlare di politica dopo aver diretto Game Change, tratto dal libro di John Heilemann e Mark Halperin.

Trump ha un ruolo cruciale nelle decisioni planetarie. Tuttavia, il suo esser imprenditore lo porta ad avere “istinto”. Non ha una predisposizione alla pazienza o al ponderare pensieri diplomatici. Ne sono un esempio lampante le sue dichiarazioni “politicamente scorrette” , le frasi omofobe, le offese ai disabili e i commenti sessisti.

Un lungo sospiro per prendere consapevolezza che Trump è il Presidente degli Stati Uniti.

L’elezione di Trump non è stata un brutto sogno. Questo libro ci porta inevitabilmente alla realtà.

Oggi, dopo gli attacchi in Siria, il diario Fuoco e Furia è più attuale che mai. Diventa, metaforicamente, l’algoritmo per capire come si sia spettatori di una prova di forza senza via d’uscita.

Alessia Aleo

Mistero e incertezze sul palco di Latitudine Teatro. Arriva in scena “Hamelin”

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Hamelin, il nuovo spettacolo del centro di formazione e produzione Latitudine Teatro diretto da Stefano Furlan, debutterà a Latina venerdì 20. Repliche anche il 21/27/28 aprile alle ore 21 e il 22/29 aprile alle ore 17.

Esiste la verità? E se sì, essa è unica e oggettiva o inevitabilmente legata alla personalità, ai valori e alle credenze di chi se ne fa portavoce? Inoltre, ci si può domandare quali siano le parole della verità. Quelle generiche che lasciano spazio alle interpretazioni o quelle troppo specifiche che possono essere poco comprensibili? Infine, chiediamoci se trovare la verità voglia dire riuscire a capire cosa sia giusto e cosa non lo sia.

Questi sono gli interrogativi posti da Hamelin. Il titolo richiama esplicitamente la favola del pifferaio magico, poiché protagonisti sono i bambini e la mancanza di attenzioni che viene loro riservata dagli adulti. La storia racconta di un’indagine giudiziaria condotta dal giudice Montero su una questione tanto delicata quanto orrenda. Lo spettatore che segue la vicenda ne è immediatamente catturato e sente da subito il bisogno di individuare il colpevole. Peccato che questo bisogno sarà continuamente frustrato dallo svolgimento dell’inchiesta. Le prove sono insufficienti e ogni indagato racconta la sua versione, mostrandosi assolutamente convinto di ciò che dice. Trovare la verità, unica e non contraddittoria, è un compito ben più difficile di ciò che sembra (di ciò che farebbe comodo, anche). Individuare cosa sia giusto e cosa sia sbagliato non è così scontato.

Hamelin ci fa riflettere sull’inadeguatezza dell’uomo a definire e a comprendere la complessità della natura umana mettendo in luce una delle caratteristiche più affascinanti che regolano la nostra società: la relatività del concetto di verità.

Ma Hamelin è anche uno spettacolo di teatro che riflette su se stesso e sulle potenzialità della macchina scenica.

La storia non è raccontata solo dai personaggi in scena, ma da un Didascalista, una sorta di figura narrante. Il suo compito è quello di aiutare lo spettatore a entrare nella vicenda, ma allo stesso tempo lo rende consapevole del fatto che si tratta di una finzione. Gli effetti di luce, i costumi, la scenografia sono ridotte a pochissimi elementi. Il pubblico non siede lontano dagli attori, ma dentro la scena, sentendosi parte integrate della narrazione. Hamelin mostra il teatro come un luogo di comunicazione. La realtà è sì rappresentata ma al solo fine di renderla più comprensibile e di dotarla di significati che sfuggono nelle abitudini del quotidiano.

Lo spettacolo attribuisce un valore aggiunto al mondo teatrale che si intreccia bene con lo spirito di Latitudine Teatro.

Il centro di formazione e di produzione teatrale fondato da Stefano Furlan nella città pontina si è sempre proposto come obiettivo quello di creare un teatro che fosse in grado di parlare al pubblico stimolandone la curiosità e la capacità riflessiva. Un tipo di teatro che non vuole intrattenere, ma emozionare e soprattutto comunicare.

Hamelin andrà in scena il 20/21/27/28 aprile alle ore 21:00 e il 22 e 29 aprile alle ore 17:00 nella sede di Latitudine Teatro (via Cisterna 3, Latina). In scena ci saranno gli allievi del terzo anno- adulti: Beatrice Vidali, Claudio Turetta, Eleonora Pasquariello, Erika Crescenzo, Gabriele Mariani, Gianmarco Cestra, Maria Teresa Fiore, Pierluigi Grenga, Simone Carconi e Xenia Caldarelli. Il disegno delle luci è stato realizzato da Gianluca Cappelletti.

Federica Crisci

Il poker come chiave del successo in Molly’s game

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Molly’s game è una pellicola dal sapore accattivante e dalla fotografia lussureggiante incolla al grande schermo. Il saluto, obbligato, alla carriera sportiva della protagonista per intraprendere un nuovo percorso agonistico, il gioco d’azzardo, sarà il punto di rottura tra la realtà e il mondo degli “innominati”.

Il poker, cooprotagonista del racconto, è lo strumento di redenzione per Molly Bloom, interpretata da Jessica Chastain.

Se un ramoscello di pino ghiacciato aveva stroncato la sua carriera e vanificato gli anni di rigore e disciplina sportiva, il poker invece compensava con velocità l’immediatezza del successo. Un trionfo di popolarità e ricchezza che lastricava la via di questa giovane donna intelligente e carismatica. Molly’s game è tratto dal libro di memorie della Bloom edito da Rizzoli e portato sul grande schermo, per la prima volta alla regia, da Aaron Sorkin. Grazie ad alcuni flashback riusciamo a comprendere quanto la Tyche (Τύχη) possa influire sulla nostra vita. Una vertiginosa montagna russa composta da una buona componente di rischio e una parte sportiva inconscia, quella di superare il limite e detenere il record.

La principessa del Poker sarà accompagnata in tribunale dall’avvocato Charlie Jaffey interpretato da Idris Elba, famoso anche nelle vesti di guardiano dei portali, Heimdall, nella saga Marvel di Thor.

Contro tutti i pronostici il giurista riuscirà ad alleviare la pena di Molly.

Molly’s game
Idris Elba and Jessica Chastain in MOLLY’S GAME

Intelligente, ambiziosa e grazie alla pellicola, Molly’s Game, la figura reale della protagonista viene “riabilitata”.

Un ruolo fondamentale, a mio parere, è quello dei costumi. I costumi di Susan Lyall sono stati fondamentali per corredare l’evoluzione del personaggio. I suoi abiti rappresentano il suo essere in un dato momento. Gli abiti sono il vocabolario per tradurre il personaggio. Molly era diventata la versione Cinemax di se stessa. Inevitabile fare la comparazione tra gli abiti indossati.

Al suo primo incontro di poker a Los Angeles l’affascinante interprete Jessica Chastain porta un vestitino da 30 dollari JCPenney. Successivamente si vedrà una vera e propria escalation di eleganza. Il personaggio di Molly in tutto il film ha ben 90 cambi costume.

Jessica Chastain ha dichiarato: “Ho amato davvero lavorare con Susan. I costumi, i capelli e il trucco sono molto importanti per me, in ogni film che inizio, soprattutto guardando all’intero arco del personaggio, mettendo a confronto l’inizio con la fine del film. Con Susan, volevo mostrare questa donna che capisce che per ottenere potere nel contesto in cui si trova, ha bisogno di apparire in un certo modo. Quegli uomini valutano le donne per il sesso più che per il cervello e volevo mostrare quella trasformazione in Molly.”

jessica chastain film

Molly’s game si imbatte nella mano di gioco pericolosa della mafia russa. Non è solo l’azzardo del poker bensì la sventatezza di mettere sotto luce i suoi punti di debolezza. Punti di debolezza che hanno sempre caratterizzato il rapporto conflittuale con il padre. Il genitore, interpretato dal sempreverde Kevin Costner, è un personaggio secondario che solo alla fine tornerà a riabbracciare la sua bambina.

Sappiate che dopo aver visto il film ci saranno degli effetti collaterali. Quali?

Un’irrefrenabile voglia di imparare a giocare a poker e indossare della Louboutin.

 

Alessia Aleo

“The Alienist” su Netflix: serial killer e profiler nella New York di fine Ottocento

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Abbiamo visto in anteprima l’avvincente serie TV “The Alienist”, con  Daniel Brühl e Dakota Fanning, che dal 19 aprile sarà disponibile su Netflix in esclusiva per l’Italia.

Fino al XX secolo le persone che soffrivano di malattie mentali erano definiti “alienati dalla loro vera natura”. Gli esperti che li studiavano erano noti come alienisti. Questa è la premessa di “The Alienist”, nuova serie TV genere crime, disponibile sulla piattaforma streaming di Netflix a partire dal 19 aprile.

Se questo sarà l’esordio in Italia, in realtà “The alienist” è già andata in onda negli U.S.A.  dal gennaio scorso, prodotta e trasmessa da TNT.

Girata da Cary Fukunaga (già regista e produttore della prima serie di “True detective”) la serie TV è tratta dall’omonimo romanzo di Caleb Carr.

Siamo nella New York del 1896, feroce, sporca, nel pieno della sua ascesa per diventare la città più potente del mondo. Un ragazzino viene trovato morto e orribilmente mutilato su un ponte in costruzione.

Il personaggio dell’alienista è il dr. Lazlo Kreizler, interpretato da Daniel Brühl (il Niki Lauda di “Rush“, che abbiamo visto anche in “Bastardi senza gloria”). Il medico brillante, che cerca di capire e curare le patologie mentali, inizia un’ossessiva indagine per individuare e catturare quello che si rivelerà presto un serial killer che uccide ragazzini poveri, immigrati, costretti a prostituirsi per vivere.

the alienist serie tv netflix

Presto verranno coinvolti nelle indagini l’amico e disegnatore del New York Times John Moore (Luke Evans), Sarah Howard (Dakota Fanning), la prima donna a lavorare per il dipartimento della polizia di New York e due fratelli, Marcus e Lucius Isaacson, poliziotti ebrei che metteranno in pratica metodi di polizia scientifica all’avanguardia.

La serie è piuttosto avvincente. Quando si pensa di aver capito qualcosa, ci si deve ricredere.

“The Alienist” è una classica serie crime con tutti gli elementi tipici del genere che ha più successo negli ultimi decenni. È evidente la volontà di farne un C.S.I. in costume, visto l’utilizzo degli esami da polizia scientifica ante litteram. Inoltre, non mancano i richiami alle serie TV incentrate sulle indagini basate sulla profilazione dei criminali (“Criminal mind” o il più recente “Mindhunter”).

La novità che rende tutto più accattivante e non lo fa sembrare troppo banale è proprio l’ambientazione, molto accurata. Belli i costumi e le scenografie, ma sono interessanti anche i riferimenti storici. Ad esempio, giocano un ruolo importante nelle vicende raccontate anche personaggi realmente esistiti, come il banchiere J.P. Morgan e il giovane capo della polizia Theodor Roosvelt, futuro presidente.

Scopriamo, quindi, una New York difficilissima. L’alienista visita i manicomi e conosciamo incidentalmente le condizioni in cui erano reclusi i malati mentali. La polizia è violenta e corrotta dal vertice alla base.

La città cresce a suon di discriminazioni verso gli immigrati italiani, gli ebrei, le donne.

I poliziotti Isaacson sono oggetto di scherno da parte dei colleghi perché ebrei e solo lavorando alle indagini con il dr. Kreisler possono realizzarsi professionalmente.

Stesso discorso vale per la protagonista femminile interpretata da Dakota Fanning. Unica donna nel dipartimento di polizia, lavora anche se è abbastanza ricca per non farlo. Fuma, sfugge alle convenzioni sociali. Ma  si trova a lavorare in un ambiente maschilista. Quando passa per i corridoi tutti la guardano, qualcuno urina davanti a lei per metterla in imbarazzo, la intimidiscono. Non mancano, ovviamente, le battute sessiste. Soffre per il corsetto che le ferisce letteralmente la schiena. Insomma, è emancipata quanto può in una società in cui è appena arrivata “la moda” di manifestare per il diritto di voto alle donne.

In “the Alienist” i personaggi sono complessi al punto giusto e lasciano accesa l’attenzione. Nel corso delle puntate si è incuriositi non solo dalla scoperta dell’assassino seriale di ragazzi di strada. Infatti, anche le personalità dei protagonisti si rivelano più chiaramente mentre si svelano le origini segrete dei loro difetti e abitudini.

The Alienist

Abbiamo molto apprezzato lo sforzo di fare evolvere un po’ i personaggi. Infatti, dopo dieci puntate e quattro mesi di indagini li vediamo quasi tutti un passo avanti rispetto ai propri segreti e traumi. Persino il dr. Kreisler sembra iniziare a ricredersi sulla propria convinzione di poter trattare i disturbi mentali ed emotivi dei suoi pazienti solo alleviandone i sintomi, ma senza avere la presunzione di curarli.

Concludiamo consigliandovi di dare una possibilità a questa serie intrigante, anche se a tratti un po’ “splatter”.  Può offrire parecchi elementi sia di divertimento sia di riflessione.

Stefania Fiducia

I Reveers esordiscono con un sognante To Find a Place

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La giovane band udinese Reveers esordisce con To Find a Place, un album pieno di passione e sfumature sperimentali, e noi l’abbiamo ascoltato per voi.

Nonostante la giovane età i Reveers hanno già dimostrato una notevole maturità artistica e un gusto particolarmente raffinato nella composizione del suono. È questa l’impressione che ci si fa già dal primo ascolto di To Find a Place, il primo album della band di Udine. Si tratta di otto tracce ben strutturate e tra loro coerenti che vanno a comporre un bellissimo viaggio all’interno dell’universo Reveers.

Reveers - To Find a Place
Reveers

Il gruppo si forma nel 2015, formato da Fabio Tomada alla chitarra elettrica, Ismaele Marangone alle tastiere e voce, Amedeo Elia Martina al basso e Giulio Ghirardini alla batteria e percussioni. To Find a Place viene pubblicato nel giugno del 2017, frutto della collaborazione con Toks Records e Music Force.

Caratteristica principali dei brani dei Reveers è il fatto che nascano tutti da improvvisazioni, in seguito levigate ed elaborate perseguendo uno stile preciso ed originale.

https://www.youtube.com/watch?v=oOwEpVJVnPU

I suoni mescolano tra loro armoniosamente, mentre le melodie sognanti e la veemente carica espressiva vanno a creare un album pregiato. To Find a Place ricorda in alcuni momenti Grace di Jeff Buckley per la dolcezza dell’espressione musicale. I Reveers si distaccano, però, accostando suoni più elettronici come in “Spheres”.

Tracklist:

1. Low to the ground
2. Fortune teller
3. Thesis, antithesis and synthesis
4. Music for a silent film
5. Mosaico
6. Spheres
7. Waves from the sky
8. Blind alley

Gianclaudio Celia

@Gian_Celia

Ancora una volta Pablo Escobar: ecco la versione romantica di Virginia Vallejo

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Il film su Pablo Escobar diretto da Fernado Leon de Aranoa uscirà in Italia il 19 aprile, dopo la serie tv di successo firmata Netflix Narcos e il film del 2014 Escobar.

Ma in Escobar.Il fascino del male il vero protagonista dopotutto non è il noto criminale colombiano. La pellicola si basa sul best-seller di Virginia Vallejo, la giornalista che inaspettatamente fu l’amante di Escobar.

Nel suo libro “Loving Pablo, Hating Escobar” la Vallejo racconta l’amore burrascoso tra i due, e non solo.

Si va a ritroso, partendo dagli ultimi eventi che vedono Virginia come testimone per uno dei processi più importanti per la Colombia.

Ma chi è Virginia Vallejo? Cosa ha visto e vissuto tanto da scrivere un libro oramai divenuto best-seller da cui è tratto il nuovo film su Escobar?

Virginia è un volto noto della tv colombiana, non solo per la sua bravura ma anche per la bellezza che la caratterizza. Circondata sempre da tanti uomini, all’età di 33 anni incontra l’allora signore della droga colombiano Pablo Escobar, e se ne innamora. Il fascino seducente di cui Virginia si innamora da una parte la rende una silenziosa spettatrice delle atrocità commesse dal compagno. Dall’altra una fedele confidente per la carriera politica di quel periodo.

Siamo negli anni ’80 ed i rapporti tra Stati Uniti, Colombia e cartelli della cocaina si inaspriscono sempre di più. Il processo nel quale Virginia dovrà testimoniare nel 2009 si riferisce all’omicidio avvenuto 20 anni prima di un giornalista nonché due volte presidente della Colombia, da sempre oppositore dei cartelli della droga.

Nonostante tutto Virginia rimane a fianco del narcotrafficante, attratta incondizionatamente dal carisma ma anche dallo stile di vita, come lei stessa racconta.

La relazione tra i due ha come sfondo sì gli innumerevoli crimini di Escobar, ma allo stesso tempo si trascina fino ai primi anni novanta tra hotel di lusso, champagne, fiori e gioielli.

Ma solo cercando di stroncare la loro storia, che Virginia conosce realmente la persona con cui ha condiviso il letto. Come lei stessa racconta nel libro, Escobar non fece nulla per nascondere la sua indole:

«Sono un sadico depravato mille volte peggiore di quelli dei film dell’orrore, non te l’hanno detto, tesoro?» Mi sussurra all’orecchio. Io lo accarezzo e gli dico che siamo una coppia perfetta, perché io sono masochista. Lui mi bacia e mi dice: «L’ho sempre saputo».

Ed è proprio quel masochismo di cui parla a renderle difficile il distacco, ma ancor più i soldi che Escobar le leva del tutto affinché non scappi via. Tanto da rimanere insieme fino alla morte di lui, avvenuta il 2 dicembre 1993.

La figura di Virginia rimane tutt’oggi molto enigmatica, sia che venga sviluppata nei film su Escobar sia che si legga il suo libro.

Le parole che utilizza per raccontare la sua storia d’amore, come farà con gli agenti della DEA per collaborare, sono rivolte al presente ma con il cuore forse ancora nel passato. La determinatezza della donna vive ancora nelle pagine del libro, dove a testa alta racconta la “storia pazzesca” che Escobar le ha donato in eredità.

Alternando toni ironici ad alcuni più inquieti la Vallejo non solo ripercorre la sua relazione che potremmo semplicemente definire “odi et amo” con Escobar, ma delinea con estrema lucidità un terribile quadro di crimini ed eventi politici perpetrati dinanzi la sua corte. Quella corte voluta e creata dal signore della droga che fece di una giornalista la sua regina.

Irene Mancuso

Ghost Stories. I fantasmi dell’anima sono gli unici da temere

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Ghost Stories è tratto da una pièce teatrale. Uno degli autori nonché protagonista, Andy Nyman, ha dichiarato di aver immaginato questo spettacolo come una versione horror de i Monologhi della Vagina, celebre opera di Eve Ensler per scardinare i luoghi comuni sui genitali femminili e portare all’attenzione del pubblico la questione di genere. “Tre uomini su uno sgabello che raccontano storie agghiaccianti”, così Nyman ha definito la sua idea. Ma la verità è che mi hanno fatto più paura le violenze raccontate dalle donne di Ensler che l’adattamento cinematografico di Ghost Stories.

Lo stesso Nyman interpreta il Professor Philip Goodman, il cui compito è quello di smascherare presunte frodi soprannaturali.

La trama del film lo vede alle prese con tre casi spettrali su cui dovrà indagare. Solo che, colpo di scena (?), a forza di scavare si troverà a dover fare i conti con una verità sconvolgente che lo riguarda molto da vicino.

Ghost Stories è un film noioso, senza particolari colpi di scena né tanto meno momenti di terrore. Il finale vuole sorprendere lo spettatore, ma è talmente banale per qualsiasi persona abbia un minimo di bagaglio horror che sono uscita dalla sala quasi ridendo.

Splendida la fotografia del film e degna di nota l’interpretazione del giovane Alex Lawther nei panni di uno dei “casi umani” di Goodman.

Per il resto cosa devo dirvi di questo film? Tento di ricordare qualche cult sui fantasmi che davvero meritava un po’ di attenzione, dal The Others con Nicole Kidman al Fantasmi con Kate Beckinsale, e non riesco a trovare in Ghost Stories nulla che mi abbia convinto come film dell’orrore. Tuttavia, forse una luce si intravede alla fine del tunnel, ma certamente non concerne gli appassionati del genere.

Lo sguardo sulla natura umana potrebbe essere la nota positiva di questo film. Come ho riscontrato anche in Insidious 4, sembra che l’horror, ormai arenato, tenti di dedicarsi all’indagine psicologica. Se tutto già stato è visto, non ci resta che focalizzarsi sulle paure reali.

Cosa sarà mai un fantasma al cospetto di una malattia, di un omicidio o di un grave lutto?

Perso il potere suggestivo del paranormale ci si affida alle sofferenze quotidiane per spaventare il pubblico, con un ipotetico fine catartico. Non manca nemmeno il cenno al bullismo, che si manifesta in tutta la sua crudeltà, sottolineando come i mostri più terribili siano quelli che ci abitano l’anima. E i fantasmi più pericolosi siano quelli che perseguitano la nostra interiorità.

 

Alessia Pizzi

Ritrovare noi stessi: questo l’invito di Alessio Marucci

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A distanza di tre anni dal suo ultimo lavoro esce ” Ad un miglio da te”, il nuovo singolo di Alessio Marucci.

Il cantautore di Benevento interpreta in maniera egregia un brano scritto e composto da Marco Canigiula e Francesco Sponta. Cantare un brano scritto da altri e provare a ritrovare noi stessi non è cosa semplice, bisogna rispecchiarsi e immedesimarsi, cosa che Alessio Marucci evidentemente ha fatto proprie le sensazioni, i profumi e le emozioni degli autori.

La paura è quella falla nella logica. È una stanza dove tutto poi si amplifica.

Il ritornello è una piccola perla.

Melodicamente inattaccabile, riesce ad entrare dentro le corde dell’anima. Toccante quanto basta per far immedesimare anche chi ascolta su un episodio della propria vita che sicuramente si è vissuto.

Singole note di piano che rimarcano l’amarezza e colpi di cassa che sembrano trascinare indietro il pezzo, creando un vortice che “risucchia”. Si ha l’impressione di cadere in quel vuoto che il testo ci palesa davanti, assieme alla paura di saltarci dentro. Un salto che spesso è d’obbligo se si vuole ritrovare noi stessi.

Dare un senso a te, a te che sei lontano un miglio da te.

Un brano che ci mette davanti allo specchio, nel momento in cui preferiamo tornare sui nostri passi piuttosto che osare. Per paura. La paura che tutti abbiamo di fare un salto avanti nell’ignoto perché non ci da certezze. Quelle certezze spesso effimere che ci piantonano sulla nostra ombra e non ci consentono di vedere oltre.

Un brano che nel suo percorso sembra riportare in musica l’idea di una rinascita.

Un ritornello che esplode in quella caduta di cui sopra. Una caduta che però sembra essere leggera e liberatoria, completamente diversa dal blocco che ci privava di questo volo.

 “Un miglio da te” segna, infatti, l’inizio di un nuovo cammino, di un nuovo capitolo, che verrà svelato un passo alla volta. Il progetto è in elaborazione, ma l’intenzione è quella di metterci tutto me stesso. Sto lavorando sul futuro e il futuro parte da qui».

Così Alessio Marucci sul suo brano. Non possiamo che augurargli il meglio. Ci faccia sapere poi come è andato il salto e soprattutto l’atterraggio. Magari troviamo anche noi il coraggio di ritrovare noi stessi.

 

Emiliano Gambelli

Il piacere dell’onestà. Al Quirino va in scena la più intima natura di noi essere umani

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Quando ho letto Il piacere dell’onestà ho pensato ai film di Bergman e a quelli di Dreyer che vedevo da ragazzina coi piccoli inferni familiari… In quei film c’era sempre in sottofondo la lotta del Male contro il Bene che sembra perdere, invece poi talvolta… (Liliana Cavani)

Nel salotto di una stimata famiglia borghese, due “gentiluomini”, «è più facile essere eroe che gentiluomo», il marchese Fabio Colli (Leandro Amato) e Angelo Baldovino (Geppy Gleijeses), grazie alla fattiva collaborazione di Maurizio Setti (Maximilian Nisi), vecchio compagno di scuola di Baldovino, stringono un sordido accordo per cancellare, o almeno tentare di camuffare, l’ignominia di un amore clandestino, il peso di una nascita imprevista.

Un perfetto sconosciuto diventa così, per il sottile “giuoco delle parti,” l’onesto marito di «una donna che non può essere sua moglie» e «l’onesto padre di un nascituro che non può essere suo figlio».

Ma l’onestà, come afferma un serafico Baldovino, dopo aver lentamente insellato gli occhiali sul naso, dovrà necessariamente essere duplice, anzi generale.

«Dovrà essere onesto anche lei, signor marchese, davanti a me. Per forza! Onesto io, onesti tutti. Per forza!»

Questa, in sintesi, la trama della commedia di Luigi Pirandello Il piacere dell’onestà, dal 3 aprile scorso in scena al teatro Quirino di Roma fino al prossimo 22 aprile per la regia di Liliana Cavani.

Le apparenze, dunque, sono salve. La rispettabilità totalmente salvaguardata, così come la possibilità concreta che il marchese possa continuare a frequentare la sua amante, Agata (Vanessa Gravina), nonostante sia sposato. È più facile, come sostiene Baldovino, che una donna sposata abbia un amante, piuttosto che una signorina.

Sulla scacchiera della studiata finzione tutte le pedine sembrano occupare la loro casella, in attesa della prima, mossa fatale.

Ma la partita non prosegue come troppo semplicisticamente ipotizzato. La realtà si fa ipocritamente beffa della simulazione e la messinscena salta al primo improvvido moto, proiettandosi verso un finale tutto da interpretare. Un finale che, nel crudo realismo pirandelliano, «non conforta e non lenisce» come suggerisce Geppy Gleijeses.
L’opera fu scritta nel 1917, l’anno di Caporetto, l’anno in cui l’Italia fu vicina all’orlo dell’abisso. Il piacere dell’onestà è ispirata alla novella Tirocinio del 1905, fu rappresentata per la prima volta il 27 novembre 1917 al Teatro Carignano di Torino, protagonisti due attori straordinari: Ruggero Ruggeri e Vera Vergani.

A riproporre a distanza di più di cento anni la commedia di colui che Gramsci definì “l’ardito del teatro” italiano, è Liliana Cavani.

La regista mette in scena il racconto di una famiglia che desidera essere maledettamente normale, nonostante sia schiacciata dalle convenzioni, dai pregiudizi, dalle ferree regole che la società impone. Per farlo non disdegna di ricorrere all’inganno di un matrimonio bianco, (stratagemma utilizzato dal premio Nobel già in altre commedie quali Pensaci Giacomino e Ma non è una cosa seria), in cui un falso marito sposerà per finta una donna. Sposa, però, sul serio l’onestà. È l’ultima sponda per riscattare una vita mediocre, nella speranza di provare, prima o poi, l’intimo «piacere dei Santi negli affreschi delle chiese».

Tutta la commedia ruota inevitabilmente intorno al concetto dell’onestà. Una coperta troppo corta, tirata e accomodata per l’esigenza di tutti che, molto spesso, la società dei “cosiddetti ben pensanti” tiene alla larga, temendo la sua inusitata forza, la sua spropositata modernità, svuotandola di ogni reale significato.

Bravissimi tutti gli attori diretti dalla Cavani.

A lei il merito di riproporre, oltre al realismo magico della commedia, anche quella sottile ironia pirandelliana. Questa tocca l’acme nella splendida battuta che Angelo Baldovino fa a proposito della figura della suocera Maddalena (Tatiana Winteler), «una costruzione irriducibile» che sarebbe meglio che non ci fosse.
Menzione di merito spetta per Geppy Gleijeses. Questo, ogni volta che incontra un testo pirandelliano, tocca vette di teatralità supreme, come già in Liolà, Il giuoco delle parti o L’uomo, la bestia e la virtù.

Qui, nel Piacere dell’Onestà, esalta la figura di Baldovino. Ripropone appieno la mostruosità di una «maschera grottesca che alla fine diventa un volto rigato dalle lacrime» come definì il suo personaggio Luigi Pirandello.

Geppy Gleijeses

 

Andare a teatro a vedere Pirandello equivale sempre a mettersi, come Vitangelo Moscarda in Uno, nessuno e centomila, davanti allo specchio e scoprire dolorosamente tutte le nostre infinite, ipocrite finzioni, celate da pesanti trucchi per nascondere una sola, inevitabile verità che, come scrisse, Hannah Arendt «non è né data né rivelata alla mente umana, ma piuttosto da essa prodotta.»

 

Maurizio Carvigno

Il ritorno dei wikipedia movies con Escobar il Fascino del Male

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Adesso, cercando il termine “superficiale” sul dizionario troverete molto probabilmente “Escobar Il Fascino del Male”. E già titolo, dopotutto, non è il massimo dell’originalità.

Ma questo non è un film che ambisce all’originalità, chiaramente. Non può esserlo quando il suo soggetto, nell’anno del Signore 2018, è Pablo Escobar. Un personaggio che oramai abbiamo visto in ogni salsa, ovunque, e così tanto negli ultimissimi anni. Non so bene quando e perché sia improvvisamente (ri)scoppiata la moda di Escobar, ma è davvero il caso di fare una preghiera e chiedere di non vedere più film su questo soggetto per molto tempo. Perfavore, e lo dico anche voi per stessi cineasti.

Non a caso, cosa si può dire di nuovo, di diverso, di più interessante? Non solo Escobar è stranoto per i fatti reali di cronaca relativamente vicino nel tempo. Ma, appunto, la sua vicenda è stata vista e stravista tra cinema e serie tv.

L’approccio di Escobar il Fascino del Male, pertanto, è quello di non raccontare nulla di nuovo. Anzi, di raccontare il nulla.

Paradossalmente, l’originalità è proprio quella di accettare passivamente la confezione di film inutile, e servirsi delle due star principali per provare ad accalappiare qualche spettatore, qualche titolo di giornale. Chiunque conosca un briciolo della storia di Escobar può risparmiarsi il film. Chi non la conosce, può leggere la pagina wikipedia ed è la medesima cosa. Più che un vero film, Escobar il Fascino del Male è un bignamino della storia vera. La quale, condensata in due ore, finisce inevitabilmente per essere velocizzata e privata di ogni ambiguità o approfondimento. Scena dopo scena si passa semplicemente al fatto successivo, e dal film non capiamo mai perché Escobar sia diventato questa figura mitologica per cui cinema e tv si spremono.

L’unica vaga idea del progetto, quella di raccontare la storia dal punto di vista Virginia Vallejo, una delle amanti di Escobar, si rivela prestissimo completamente inutile alla narrazione, che torna ad essere una superflua ricostruzione dei fatti. Semmai l’idea è il classico pretesto per avere le luci dei riflettori sulla presenza di Penelope Cruz, la quale è chiamata comunque ad interpretare un ruolo scarno e ingeneroso verso il suo talento. Ugualmente Javier Bardem non è lì per interpretare veramente Escobar ma solo dare volto e corpo al personaggio: non ha tempo per l’introspezione, ed è costretto all’imitazione.

Venti anni fa questo tipo di film sarebbe stata la classica biografia tv. Ora invece non possiamo nemmeno dire che è brutto, perché è la sua inutilità a vincere. Su una cosa, però, possiamo sdegnosamente accanirci: perché prendere i due attori spagnoli più noti, immergerli in una storia sudamericana su un personaggio colombiano…..e farli recitare in inglese?

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Emanuele D’Aniello

“Il giardiniere, pomeriggio sole, Eragny” di Camille Pissarro: analisi

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Alzi la mano chi con la bella stagione si improvvisa giardiniere! Se vi serve l’aiuto di un professionista qui ce n’è uno che viene direttamente dalle campagne francesi e dal pennello di un certo Pissarro

Basta una domenica di sole per scatenare il giardiniere che è in noi! Vasi, fiori nuovi, paletta e il nostro hobby preferito che ci attende. Quanti di voi hanno questa passione? Qui agli infusi d’arte praticamente tutti, ed è per questo che oggi  abbiamo da presentarvi qualcuno che il giardiniere lo fa per professione. Non cercatelo nel parco più vicino, lui lavora solo in uno splendido panorama impressionista. Lasciate il rastrello e venite a conoscerlo!

Il dipinto di oggi è “Il giardiniere, pomeriggio Sole, Eragny” di Camille Pissarro, datato 1899 e oggi conservato alla Staatsgalerie di Stoccarda.

Potete visionarlo qui.

Cosa sta succedendo?

In realtà poco. E’ un momento semplice e quotidiano: la fine di un giorno di lavoro come tanti. L’unico dettaglio che ci fa capire che la giornata sta

finendo è l’ombra lunga in primo piano, tipica del tardo pomeriggio d’estate, è l’attimo prima del crepuscolo. Il giardiniere ha appena finito di sistemare il

campo dietro di lui e sta spostando un ultimo secchio d’acqua. Il grembiule è storto, il passo stanco e il viso arrossato eppure si nota un certo sorriso. Sembra proprio che stia pregustando una serata al fresco sulla propria sdraio preferita, magari sotto le stelle. Un momento semplice anche questo, di quotidiano relax. Ma sono proprio queste le cose che piacciono tanto agli impressionisti…e anche a noi!

Qual è la particolarità di questo dipinto?

La sensazione che ci regala è talmente appagante e serena che spesso non ci chiediamo cos’è che ce l’ha fatta provare. Ma è presto detto. Il paesaggio è quello tipico degli impressionisti: alberi in lontananza, vento, effetti di luce, niente contorni. A renderlo speciale c’è lui..il giardiniere! Eh sì, perchè la figura umana qui non è nè la protagonista assoluta nè il dettaglio, interagisce alla pari con il paesaggio pur non facendone parte. In poche parole questo

bilanciamento ci fa soffermare in egual misura sia sul paesaggio che sul giardiniere permettendoci di legare le sue/nostre sensazioni al momento del giorno e all’atmosfera. Ma noi di tutto questo non ci rendiamo conto, ci sentiamo semplicemente coinvolti dallo spirito del dipinto.

Due parole sullo stile…

Pissarro è un impressionista…ma non troppo. Ciò che lo rende diverso è la maggiore definizione delle figure (non soltanto umane) e la costruzione del dipinto. Ci basta guardare le spalle del nostro amico giardiniere per renderci conto che sono ben delineate e decisamente non si fondono con il campo retrostante che è anche di un colore simile. Tutto questo naturalmente senza l’uso della linea di contorno. Per quanto riguarda la costruzione del dipinto possiamo notare facilmente l’equilibrio di proporzioni tra le zone del terreno e tra l’uomo e gli alberi. In altre parole dimensioni di questi elementi sono simili tra loro. Un ultimo elemento pisarriano? L’inserimento “alla pari” della figura umana nel paesaggio.

Anche questo infuso d’arte è finito ma se vi è rimasta sete potete scoprire qui tutti segreti della dea della primavera. Se invece avete perso l’infuso precedente lo trovate qui.

Buon giardinaggio e ci vediamo tra due settimane!

Chiara Marchesi

Comunicazione e lettori: il giornalismo è pronto?

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Come ogni anno a Perugia si è tenuto l’international journalism festival. Dall’11 al 15 aprile, giornalisti da tutte le parti del mondo si sono riuniti nel capoluogo umbro per gli stati generali del giornalismo.

Numerosissimi sono stati gli eventi che hanno toccato i più diversi aspetti del giornalismo e impossibile sarebbe riassumerli tutti in un elenco sintetico. Privo del dono dell’ubiquità, il giornalista-uditore deve costruirsi un proprio percorso all’interno del dedalo di interventi del festival. D’altra parte, la varietà degli aspetti trattati è tale da non rendere questo compito impossibile.

Una keyword che abbiamo deciso di seguire è stata quella del pubblico. Pubblico declinabile in mille modi, ora da lettore, ora da utente social, ora da fruitore di canali terzi. Considerare la notizia come messaggio da inviare ad un destinatario.

All’interno del teatro La Sapienza, Marino Sinibaldi ha lanciato una provocazione interessante: i non lettori non esistono più.

Una provocazione senza dubbio forte ed efficace nel suo intento. Se i non lettori non esistono più, allora dove sono andati a finire? Venuto meno il “monopolio” del libro e del giornale quale mezzo di informazione e di conoscenza, è importante identificale i nuovi canali in uso e adattarli, nei limiti del possibile, al pubblico e, quindi, al lettore.

Il pubblico deve essere raggiunto, “catturato” e, per usare una parola amata di questi tempi, fidelizzato. Instaurare un rapporto di fiducia con un pubblico di fruitori indipendentemente dal canale preferenziale. Non siamo più all’interno di un unico media ma in una situazione di multicanalità. Non è raro, inoltre, che i vari canali si intersechino, si accavallino, sfumando l’uno nell’altro. Da questa promiscuità è possibile trarre un grande vantaggio, in quanto, raggiungendo il medesimo utente attraverso più vie, si ha l’occasione di “farsi conoscere”.

 

cosa fare a perugia

Ma come si instaura un rapporto di fiducia con un utente social, un lettore, uno spettatore?

Un primo elemento significativo è quello del contenuto di qualità. Una qualità che sia sinonimo di un’informazione fatta bene, a prescindere da quale sia il suo scopo (informare, intrattenere, educare etc…). Non basta scrivere, ma è fondamentale che chi scriva lo faccia con cognizione di causa. In secondo luogo, è importante padroneggiare i nuovi strumenti che l’era digitale ci ha fornito. Nulla, anche la GIF più buffa, deve esser lasciata al caso. La costruzione di un piano editoriale efficace e l’ottimizzazione SEO dei contenuti sono fondamentali per presentare al pubblico un progetto strutturato e rintracciabile nel mare magnum del web.

Cosa fare a Perugia

All’interno del labirinto perugino abbiamo seguito un filo d’Arianna che non si è rivelato altro che esser il fine comunicativo dell’informazione. Il giornalista scrive in primis perché ama il suo lavoro, ma senza un lettore o un fruitore, più in generale, non avrebbe ragion d’essere. Il suo obiettivo è quello di farsi leggere, di comunicare, di trasmettere un suo messaggio. Mettiamo, pertanto, la comunicazione davanti a tutto.

Le generazioni, i temi e i mezzi sono cambiati rapidamente negli ultimi anni. Cambiamenti che sono stati sottolineati, durante questi giorni, valorizzando sia le avanguardie nel campo della comunicazione, ma anche illustrando i vari tallone d’Achille del giornalismo attuale. L’informazione del terzo millennio sarà in grado di adempiere al suo scopo comunicativo? Solo se chi se ne occuperà farà propri i mezzi del mestiere, del tutto nuovi rispetto al passato.

Serena Vissani

L’Amore Secondo Isabelle non è il migliore degli amori possibili

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Esistono dei “What If..” che per sempre tormenteranno le menti dei cinefili.

E se Sam Peckinpah avesse girato uno commedia demenziale? Se Leslie Nielsen fosse stato il protagonista di Schindler’s List? Perché i fratelli Farrelly non girano un serissimo drammone lacrimevole? Perché un grande austero autore europeo non gira una commedia romantica sullo stile americano?

Ecco, ora quest’ultimo scenario possiamo scartarlo. Claire Denis, una delle più celebrate autrici francesi ed europee, con L’Amore secondo Isabelle ha deciso per la prima volta in carriera di aprirsi ad un registro più leggero e provare la strada della commedia sentimentale agrodolce. Non può seguire ovviamente la formula, altrimenti non ci sarebbe gusto a metterci le mani col proprio stile, ma per tutti i suoi 90 minuti L’Amore secondo Isabelle segue la classica struttura della storia di una donna che passa, con poca fortuna, di relazione in relazione, di uomo in uomo.

Ciò che ovviamente distingue il film dagli schemi, e rende unico il tocco della Denis, sono i dettagli. L’assenza di ironia forzata, ad esempio. L’estrema sincerità nel ritratto di una donna di mezza età infelice. Il coraggio nel mostrare le storture di un rapporto e l’imbarazzo degli incontri sessuali senza passione.

Eppure, al tempo stesso, c’è un motivo per il quale gli scenari alternativi è meglio rimangano tali. C’è una ragione se chi dirige commedie eccelle in quelle, e chi realizza cinema autoriale è bravo in quello.

L’incursione di Claire Denis in territori più frivoli non è da lei, si vede, si percepisce, si respira. L’Amore secondo Isabelle, nonostante si concentri sulla psicologia e sulle reazioni emotive della propria protagonista, rimane una banale e superficiale esplorazione della solitudine. Un’arida, per quanto ossessiva, e forse proprio per questo quasi involontariamente comica, ricerca senza fortuna del vero amore.

Il talento di Juliette Binoche, che renderebbe interessante qualsiasi ruolo con qualsiasi sfumature, è l’unico motivo che rende il suo personaggio degno di essere seguito. Ma anche lei rimbalza tra una situazione ripetitiva ad un’altra, da un dialogo vuoto ad un altro. Più che disperata, e pertanto empatica, la sua odissea sentimentale è patetica, quasi quanto gli errori che continua a ripetere.

Forse al film, allora, avrebbe davvero giovato uno scenario alternativo. Dopotutto, se Claire Denis stessa non dimostra particolare affetto per i personaggi che descrive, e nemmeno profondo amore per la sua protagonista più stupida che realmente malinconica, l’unico modo per affrontare il tutto è l’ironia. La bellezza del cinema è negli occhi degli spettatori, nel modo in cui possono interpretare i film oltre le intenzioni dei suoi creatori. L’Amore secondo Isabelle, visto come una parodia delle relazioni amorose, vissuto come un carosello disincantato di parole sempre più snervanti e risibili, un senso lo assume.

Non sarà quello che la regista sperava, ma sempre meglio dell nulla cosmico, non trovate?

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Emanuele D’Aniello

“La Divina Sarah”, il divismo femminile in scena al Teatro Vittoria

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Dal 6 al 15 aprile La Divina Sarah sarà al Teatro Vittoria di Roma grazie al talento di Anna Bonaiuto e Gianluigi Fogacci. Il testo è tratto da Memoir di Sarah Bernhardt  di John Murrell.

La Divina Sarah Bernhardt, la più grande attrice di tutti i tempi, nasce a Parigi nel 1844 e muore nella Ville Lumiére nel 1923. La sua vita è un’epopea dalla nascita.

Nessuna come lei ha interpretato nel teatro e nella vita il primo esempio di divismo aulico e femminile. Uno stile esistenziale che appare come un copione ieratico e perenne, ma che in realtà è una totale aderenza con sè stessa e con la sostanza dei desideri.

Un turbine di passioni e avventure, alluvioni di lacrime, uragani di rabbia, malattie mortali e una salute e un’energia senza pari, come riporta il sunto di un necrologio inglese alla sua morte.

Sfidando i canoni della bellezza tradizionale, La Divina Sarah diventa la donna più amata e desiderata del mondo e colleziona avventure e passioni travolgenti.

Se il raziocinio conduce alla libertà, Sarah sceglie la schiavitù dell’anticonformismo instintivo e visionario; un tentativo disperato di essere coerente ad un’interiorità incoercibile.

La Divina SarahCome ogni diva che si rispetti, cerca il conforto nell’oblio del presente rifugiandosi nel ricordo; rivolgendosi al suo cameriere devoto e schiavo delle sue stravaganze compie l’ultimo viaggio teatrale nel palcoscenico della sua vita.

Quale miglior stratagemma per evocare la magia è compierla in prima persona? La diva sul viale del tramonto supplica e pretende dal suo ultimo ascoltatore, il suo fedele cameriere-servo di impersonare i ruoli degli uomini che ha incontrato nella sua carriera.

Lo fa con decisione e tirannia, appellandosi al rantolo della malattia che sbiadisce il sigillo con il quale ha segnato l’esistenza di chi le è stato vicino.

I due duettano in una dialogo divertente, amaro e velato di sarcasmo dove le grandi verità della vita sono rivelate attraverso aforismi dal sapore decadente. John Murrell scrisse questo testo realizzando uno psicodramma vero e proprio, nel quale ella stessa compie un’analisi del mito attraverso una rievocazione poetica e malinconica.

Come ogni vera diva, quello della vecchiaia e della decadenza è un amaro calice impossibile da accettare.

Immediatamente il personaggio è messo a nudo nella sua vulnerabilità, nella maledizione della sofferenza. Una reazione che non provoca lontananza emotiva ma intenerisce quasi e genera un’immediata empatia con le ferite inferte dal declino.

La Divina Sarah

Grande è l’interpretazione dei due attori che entrano ed escono da situazioni e personaggi diversissimi tra loro in un unico respiro; una subordinazione che in realtà è l’ultimo atto di amore per una donna che incarna il desiderio recondito di condurre una vita eccezionale, unica.

Sullo sfondo si alterna la magia di un grande sole che, come replica Sarah al suo fedele servitore non tramonta mai, ma sorge in Manciuria, o chissà in quale parte del mondo…

Dal 6 al 15 aprile 2018
Pietro Mezzasoma presenta La Divina Sarah con Anna Bonaiuto e Gianluigi Fogacci

Regia Marco Carniti, scene Francesco Scandale, costumi Maria Filippi, musiche Paolo Daniele, disegno luci Marco Carniti, produzione Teatro e Società

TEATRO VITTORIA / ATTORI&TECNICI  Piazza S.Maria Liberatrice 10  Roma (Testaccio)  info@artinconnessione.com

 

Antonella Rizzo

Il 1° concorso enologico nazionale “La Venere Callipigia” a Luglio sull’Etna

Si svolgerà dal 19 al 22 luglio 2018 nel comprensorio etneo la 1^ edizione del Concorso Enologico nazionale “la Venere Callipigia”, autorizzato dal Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali.

L’evento sarà organizzato dall’Associazione Culturale no profit “Sicilia Pro Events” rappresentata dal Dott. Massimo Picciotto. La location prescelta sono le Cantine Patria, la cantina dei vulcani, che si trova a Solicchiata, piccola frazione di Castiglione di Sicilia (Ct)

Il Concorso Enologico si avvale del patrocinio dell’importante Ente di ricerca e di certificazione dei vini Doc della regione Sicilia, come,  l’Istituto Regionale del Vino e dell’Olio  (IRVO), e dei Consorzi di tutela dei vini a Doc.,  Etna, Cerasuolo di Vittoria, Eloro e vini della Val di Noto,  Sardegna, Soave (Veneto), Valcalepio (Lombardia), Bagnacavallo (Emilia Romagna) e altri si aggiungeranno a breve. Potranno partecipare al concorso tutti i vini prodotti nelle regioni italiane, divise nelle varie categorie, consultabile sul sito .

Faranno parte delle commissioni di degustazione,  Enologi provenienti da ogni parte d’Italia, giornalisti ed  esperti di settore.

Direttore del concorso enologico sarà l’Enologo Giacomo Alberto Manzo, funzionario dell’Istituto Regionale del Vino e dell’Olio della Regione Siciliana, mentre il ruolo di notaio sarà ricoperto dal dott. Giacomo Gagliano, direttore dell’Ispettorato Centrale della Qualità e Repressioni Frodi della Sicilia.

Di interesse, per l’edizione 2018 è il “gemellaggio” con un altro importante concorso, che ha raggiunto ormai la sua sesta edizione e cioè il “Premio Mediterraneo Packaging”  organizzato dalla testata giornalistica EgNews che si svolgerà nel mese di Maggio a Castellammare del Golfo (TP), e la collaborazione con la web app Agenzia Ladyoak Ltd, con sede a Manchester, che ha sviluppato l’applicazione Wine App, per la promozione dell’enoturismo integrato sostenibile, in linea con la green economy, e che premierà solo ed esclusivamente le aziende vincitrici al concorso “la Venere Callipigia”,  inserendole gratuitamente per un intero anno nell’applicazione  e nel portale www.wineapp.it.

Perché l’Etna? . Perché l’Unesco ha inserito l’Etna nel patrimonio mondiale dell’umanità definendolo come uno dei vulcani “più emblematici e attivi del mondo”.

“I crateri, le ceneri, le colate di lava le grotte di lava e la depressione della valle del Bove, fanno del monte Etna una destinazione privilegiata per la ricerca e l’educazione” continuando ad avere un ruolo importante, capace di influenzare “la vulcanologia, la geofisica e altre discipline di scienza della terra”. La zona classificata come patrimonio mondiale, fa parte del Parco dell’Etna creato nel 1987. Per informazioni e news consultare www.wineupexpo.it e la pagina Facebook:  wineup expo.

Per maggiori informazioni su come aderire a Wine App info@wineapp.it  o come trovare la location del concorso ed essere sempre informati potete scaricare gratuitamente l’applicazione Wine App da tutti dispositivi cellulari e tablet da tutto il mondo.

L’assedio di Sarajevo, le lacrime e il dolore della città. “Ti si moj zivot” al Doit Festival

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Sarajevo è una città che piange, un dolore che percuote l’anima e la strazia

Eravamo troppo piccoli per ricordare. Sarajevo, ridotta ad un ammasso di macerie fumanti, parlava di dolore. Sarajevo è diventata il simbolo dell’assurdità della guerra. Come ci ha raccontato Alessandro Veronese, nel suo bellissimo spettacolo Ti si moj zivot della Compagnia Fenice dei Rifiuti in scena il 10 e l’11 aprile 2018 all’Ar.maTeatro per il DOIT Festival, la guerra è assurda.

Quel rigore non segnato

30 giugno 1990. L’Italia ha accolto il mondo con i suoi Mondiali di Calcio. Una partita storica si giocava quel giorno: Jugoslavia-Argentina. Firenze, con il suo Stadio Artemio Franchi, è stata testimone del fatto. Siamo ai quarti di finale. Si giocano i rigori. Faruk Hadžibegic, capitano della squadra, ha tirato un rigore. Agitato, il pallone è per lui un simbolo. Sente una responsabilità enorme.

Il rigore fallisce, la Jugoslavia ha perso, venne eliminata e la sua sconfitta diventa il simbolo dello sgretolamento di quel paese.

Il numero otto

Con la delicatezza e la bravura di un attore come lui, Alessandro Veronese parte da questa vicenda per raccontare la storia della Guerra in Jugoslavia e dell’assedio di Sarajevo. L’assedio di Sarajevo è l’episodio più conosciuto della guerra in Bosnia. C’è un numero che torna, puntuale come il destino: il numero otto, che, messo steso, è un “numero bellissimo perché infinito“. Otto sono i mondiali al quale la Jugoslavia ha partecipato, otto sono gli anni di fidanzamento di Boško ed Admira. Il racconto della guerra è andato avanti attraverso storie vere.

Romeo e Giulietta di Sarajevo

Romeo e Giulietta di Sarajevo. Così sono stati chiamati Boško Brkić e Admira Ismic. Così è stato intitolato un documentario che ha narrato la loro storia. Boško Brkić, un giovane ragazzo serbo, ha visto un giorno una ragazza bellissima, seduta ad un caffè posto davanti al Lion Cemetery di Sarajevo, luogo che accoglierà i loro corpi. Lei è Admira Ismic, ragazza musulmana. Otto anni di fidanzamento, la loro storia è diventata un simbolo. Boško andò a vivere con i genitori di Admira nel quartiere musulmano della città. Consci che la loro Bosnia era diventato un luogo dell’orrore, hanno deciso di fuggire, ma prima volevano raggiungere Grbavica, per salutare i genitori di lui.

Un ponte, un fiume, un giorno e un anno. Le lancette dell’orologio si sono fermati per entrambi sul Ponte Vrbanja, struttura che attraversa il fiume Miljacka. Sullo stesso fiume, nel 1914, il 28 giugno Gavrilo Princip uccise l’imperatore Francesco Ferdinando, dando inizio alla Prima Guerra Mondiale. 19 maggio 1993, Boško ed Admira stavano fuggendo verso la libertà.

Boško è stato ucciso da una prima raffica di colpi. Admira, ferita, è rimasta accanto al suo uomo. Prima di essere uccisa, gli ha sussurrato “ti si moj zivot” (“tu sei la mia vita”). I loro corpi sono rimasti su quel ponte otto lunghi giorni (sempre il numero otto) prima di essere rimossi. Solo nel 1996, con la fine dell’assedio di Sarajevo, saranno seppelliti. In quei 8 giorni Mark H. Milstein scattò una foto dei loro corpi che rimase nella storia. Un corpo e un’anima nell’assedio di Sarajevo, di cui questa foto è la testimonianza più forte.

Sarajevo
I corpi di Boško e Admira (Foto di Mark H. Milstein/Northfoto estratta dal sito Flickr)

Un ponte che li lega

Stesso ponte, stesso fiume. Le sue acque sono rosse di sangue. Il 5 aprile 1992 ci fu una grande marcia per la pace a Sarajevo con circa 100.000 persone. Sul quel ponte c’erano anche anche Suada Dilberović, studentessa di medicina e Olga Sučić. Dall’Hotel Holiday Inn, sede del Partito Democratico Serbo, i manifestanti sono stati attaccati. Suada e Olga hanno sacrificato la loro vita per la pace. Il Ponte Vrbanja oggi si chiama Ponte Suada e Olga.

Un violoncello che celebra la memoria

Il racconto di Alessandro ha introdotto la figura di Vedran Smailović, violoncellista. Il protagonista della sua storia è un pezzo musicale famosissimo, il cosiddetto Adagio di Tommaso Albinoni. Il musicologo Remo Giazotto affermò di aver trovato resta dello spartito tra le macerie della Biblioteca di Stato di Dresda dopo la Seconda Guerra Mondiale. Solo a seguito della morte di Giazotto nel 1998 si capì che era una sua composizione e non di Tommaso Albinoni. Praticamente disse una “bugia”, il cui motivo rimarrà per sempre nella sua tomba.

Smailović, con il suo violoncello, ha suonato questo brano meraviglioso e struggente nelle rovine della Biblioteca Nazionale di Sarajevo in diverse ore per ventidue lunghissimi giorni. Si tratta dello stesso numero di civili uccisi in un attentato mentre erano in fila per prendere il pane.

Il violoncello, dal suono caldo e lamentoso, fece sì che queste persone non divennero solo numeri.

assedio di Sarajevo
Vedran Smailović suona tra le macerie della Biblioteca (Foto di Mikhail Evstafiev/Getty Images estratta dal sito The Times)

Gli occhi di una bambina

Tanti bambini testimoni, che con i loro piccoli occhi hanno visto il diavolo in persona. Zlata Filipovic raccontò le vicende della guerra attraverso il suo diario. Il suo diario lo aveva chiamato Mimmy. Egli è stato il testimone involontario di una bambina di 12 anni diventata adulta nel giro di pochissimo tempo. Sopravvissuta al conflitto, oggi vive a Dublino e spero vivamente che abbia vissuto o che stia vivendo quell’infanzia che il mondo le ha tolto. L’assedio di Sarajevo è finito il 29 febbraio 1996. Zlata ha visto la luce in fondo al tunnel.

Alla fine dello spettacolo, meraviglioso, pregnante (Alessandro Veronese è un narratore e attore perfetto), quella sera, il 10 aprile 2018, seduti sulle nostre sedie tutti noi ci siamo chiesti: “E se Faruk avesse segnato quel rigore?“.

C’è bisogno di pace nel mondo. Le vicende di Sarajevo si rivivono oggi in Siria ed in tanti luoghi del mondo.

Al grido di Zlata: “Pace, ora!!” vorrei finire questo mio articolo con un video storico: l’esecuzione del Requiem di Mozart nel 1994 nella distrutta Biblioteca Nazionale di Sarajevo.

 

Marco Rossi

@marco_rossi88

(Foto di copertina tratta dalla pagina Facebook del DOIT Festival)

“Ho bisogno di ballare!”. Così il piccolo Billy conquista il Sistina

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Billy Elliot- Il musical, regia di Massimo Romeo Piparo, ritorna al teatro Sistina di Roma fino al 22 aprile. E con la prima dello spettacolo, il Sistina festeggia le 1000 alzate di sipario.

Dalla sua prima apparizione sullo schermo – avvenuta nel lontano 2000 – Billy Elliot è diventato un modello di riferimento. Non solo per i giovani aspiranti ballerini che temono di essere ridicolizzati a causa della loro passione per la danza. Ma anche per chiunque abbia un grande sogno nel cassetto e lotti per vederlo diventare realtà. Non deve sorprenderci, allora, se il successo della pellicola cinematografica si è riversato sul musical londinese del 2005, vincitore di quattro Laurence Olivier Awards e di dieci Tony Awards, e poi su quello italiano adattato e diretto da Massimo Romeo Piparo.

Billy Elliot- il musical ha visto la luce nel 2015 e torna tre anni dopo per essere nuovamente accolto calorosamente dal pubblico italiano. Dopo essere stato al teatro Arcimboldi di Milano, il musical è tornato a casa, ovvero sul palco del Sistina, dove rimarrà fino al 22 aprile. Dopo, partirà per il tour italiano.

Noi abbiamo partecipato alla prima e abbiamo avuto l’occasione di assistere ai festeggiamenti del teatro per le sue 1000 alzate di sipario.

A presentare la serata è stato niente di meno che Pippo Baudo. Una volta invitati sul palco Piparo e gli attori che hanno contribuito alla presente e passate stagioni del teatro, dopo i brevi interventi di rito, è stata anche spenta una candelina di buon augurio.

E poi, annunciato dalle voci dei bambini protagonisti, ha avuto inizio la storia emozionante di Billy Elliot.

La scenografia è maestosa, grande, piena di effetti speciali. Le canzoni, suonate dal vivo dall’orchestra diretta da Emanuele Friello, sono tutte orecchiabili e coinvolgenti. Le interpretazioni sono convincenti, ma su tutti spiccano per bravura il giovanissimo Matteo Valentini, nel ruolo di Michael, l’amico omosessuale di Billy, e Cristina Noci che veste i panni della nonna. Intenso anche Luca Biagini, voce nota del doppiaggio italiano e interprete del padre di Billy. Un’altra menzione speciale va a Sabrina Marciano che dà alla sua Mrs Wilkinson il giusto equilibrio tra una visione cinica della realtà e una più romantica.

Tancredi Di Marco, ha preso il posto di Alessandro Frola come Billy Elliot e si fa notare per la pulizia e la grazia dei suoi movimenti. Nel passo a due sull’ouverture de Il Lago dei Cigni in cui balla insieme a Giuseppe Inga, ovvero il Billy adulto, il giovane Di Marco non sfigura affatto, anzi. La scena in questione è anche uno dei momenti più emozionanti di tutto il musical. Sarà la suggestiva musica di Tchaikovsky, o la bravura degli interpreti, o l’idea romantica di incontrare e ballare con la tua immagine del futuro.

 

Altro momento memorabile è quello in cui il racconto delle lotte dei minatori scioperanti si intreccia alle lezioni di Billy nella scuola di danza.

A tempo di musica, ballano e cantano poliziotti, lavoratori, Mrs Wilkinson, Billy e le allieve della scuola (interpretate dalle studentesse dell’accademia il Sistina). Sul palco si incontrano così due realtà distanti. Da una parte abbiamo quella cruda, violenta, piena di ingiustizie. Dall’altra, il mondo dell’arte, che pur non mancando di concretezza, sembra quasi sospeso poiché si nutre di bellezza e di emozioni, esaltandole, non soffocandole. Sono due universi vicini, non paralleli perché si intersecano tra di loro, ma di certo non si comprendono facilmente. Ce lo dimostrano i continui contrasti tra Mr Elliot e l’insegnante di danza, tra Billy e il fratello sulla possibilità che continui a ballare o no.

Billy Elliot è la classica storia di un giovane alla ricerca del proprio posto nel mondo e della realizzazione del suo talento.

E sarà proprio questo aspetto così tradizionale della storia ad affascinare il pubblico. D’altra parte, tutti abbiamo affrontato, stiamo affrontando o affronteremo il passaggio dal mondo dell’infanzia all’età adulta. E tutti abbiamo avuto dei sogni o dei desideri da realizzare. Storie come quella di Billy Elliott ci danno speranza e voglia di renderli possibili. La musica, la danza e il teatro ci consegnano questo messaggio attraverso linguaggi diversi, ma ugualmente potenti. Il risultato è una serata piena di magia e di emozioni. Proprio quella che ti aspetti quando vai a vedere un musical!

 

Federica Crisci

Lasciatevi incantare da “Tália si è addormentata” e tornerete bambini

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Il 12 e 13 aprile è andato in scena all’Ar.Mateatro lo spettacolo “Tália si è addormentata”, che ha chiuso il concorso del DOIT Festival.

“Tália si è addormentata” è stato l’ultimo spettacolo andato in scena in concorso al DOIT Festival. Il concorso, quindi, si è chiuso all’insegna del femminile. Infatti, in scena sono andate tre bravissime attrici e ci hanno raccontato una favola di formazione di una giovane donna.

D’altronde, in questo festival abbiamo assistito a più spettacoli con al centro il mondo femminile: dalle vite parallele delle Regine Sorelle Maria Antonietta e Maria Carolina d’Asburgo al monologo della donna in attesa all’aeroporto di “Domani i giornali non usciranno”, passando per il desiderio di libertà di Alice in “Stand by me. Notti d’agosto”.

“Tália si è addormentata” è un progetto della Compagnia  Polis Papin che mette in scena la favola “Sole, Luna e Tália” contenuta ne “Lu cunto de li cunti” di Giambatista Basile.

L’opera del letterato campano del ‘600 è la prima raccolta di favole popolari. Da essa hanno attinto tutte le raccolte successive più celebri, compresa quella dei fratelli Grimm. Da “Sole, Luna e Tália” deriva direttamente la fiaba della bella addormentata nel bosco.

Tália si è addormentata

Uno spettacolo in cui tutto funziona come un orologio, nessun dettaglio sembra essere lasciato al caso e un bellissimo marchingegno misura il tempo e domina il palcoscenico.

“Tália si è addormentata” è un ottimo mix di suoni, parole, movimenti, oggetti di scena.

Una regia originale  quella di Francesco Petti che ha scritto il testo teatrale. I dialoghi sono molto belli, alternano italiano e dialetto campano. Così l’effetto di affabulazione è ancora più inteso.

Cinzia Antifona, Valentina Greco e Francesca Pica hanno la presenza scenica e il ritmo indispensabili per padroneggiare un testo non facilissimo. Raccontano con gesti studiati che raccontano tanto quanto le parole. Le tre attrici sono cresciute nella e con la commedia dell’arte. Ciò le ha aiutate molto nella caratterizzazione dei diversi personaggi.

Quasi non ci si accorge che si scambiano i tre ruoli principali di Tália, del re e della regina vecchia. Li interpretano a turno, per dimostrare che nella vita “la ruota gira”. Siamo su una giostra e ad ognuno di noi capita di interpretare almeno uno di quei ruoli: la persona tradita che perde l’amore, la persona che tradisce, la fresca novità che riaccende la passione e porta vitalità.

Le tre attrici interpretano, però anche gli altri personaggi, tra cui le tre sorelle Figlie del Tempo, che manovrano i destini umani.In questo ruolo giocano con le parole e sui luoghi comuni sul tempo che scorre, è galantuomo, ma anche tiranno.

Una menzione particolare la meritano le scenografie e i costumi.

Entrambi frutto della creatività di Domenico Latronico, sono originali e affascinanti. Domina la scena un meccanismo che misura il tempo, intorno a cui si muovono le interpreti e che cattura, con i colori e i marchingegni che lo modificano, lo sguardo dello spettatore.

Guardando lo spettacolo si entra proprio nell’atmosfera incantata delle fiabe. Si ascolta una favola piena d’ironia e si torna un po’ bambini. Vi consigliamo di tenere d’occhio la compagnia, per non perdervi l’occasione di farvi incantare da “Tália si è addormentata”.

Stefania Fiducia

(Foto di Sergio Battista estratte dalla pagina Facebook della compagnia Polis Papin)

Cavalleria Rusticana – Pagliacci al Teatro dell’Opera di Roma: per la croce di Dio!

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Quanto ancora i fan dell’opera devono sopportare gli sproloqui spesso senza senso dei registi??

Come al solito la mia prima regola, per quanto riguarda scrivere delle recensioni di spettacolo, è “prima guardare e poi giudicare”. Ero molto curioso di andare a vedere il dittico Cavalleria Rusticana – Pagliacci, due opere molto eseguite al Teatro dell’Opera di Roma, ma rarissime volte messe insieme (solo sei). Sono due capolavori immortali, differenti per autore (la prima è di Pietro Mascagni e la seconda di Ruggero Leoncavallo), ma simili per storie, per ambientazione (il Sud Italia ed entrambe si svolgono durante una festa religiosa (la prima il giorno di Pasqua e la seconda il giorno dell’Assunzione di Maria) e per periodo della loro composizione (Cavalleria Rusticana andò in scena la prima volta nel 1890 proprio al Teatro dell’Opera di Roma ed i Pagliacci nel 1892 al Teatro Dal Verme di Milano).

Nella musica di entrambi i compositori si sente proprio la passionalità meridionale. Entrambe parlano di un sud passionale e vivo. Il problema di quest’allestimento ha un nome e un cognome: Pippo Delbono, il regista.

Cominciamo con le cose belle, cioè la musica e i cantanti.

Un po’ di cavalleria..

La storia, tratta dalla novella omonima di Giovanni Verga, si svolge in paese siciliano. La giovane Santuzza ama Compare Turiddu. La ragazza però capisce di essere stata solo un mezzo per far ingelosire Lola. Prima di partire per il militare, Turiddu aveva dichiarato il suo amore per Lola ma, durante la sua assenza, la ragazza si era sposata con Compar Alfio. Santuzza, donna innamorata ma forte e intrisa di senso d’onore, dopo aver capito che il legame tra i due continua, decide di raccontare tutto a Compar Alfio. Il carrettiere sfida a duello il suo rivale. Turiddu, sentendo la fine arrivare, rivolge un’accorata preghiera a sua madre Lucia di occuparsi di Santuzza. Tra l’agitazione delle due donne, arriva la terribile notizia: Alfio ha ammazzato Turiddu.

Che musica quella della Cavalleria Rusticana!!

Cavalleria Rusticana

 

La musica di Pietro Mascagni descrive perfettamente l’aspetto più sanguigno della passionalità. Il direttore Carlo Rizzi ha sottolineato perfettamente quest’aspetto. L’Orchestra e il Coro del Teatro dell’Opera di Roma erano in forma smagliante. L’esecuzione del famoso Intermezzo Sinfonico è stata sublime, così come gli artisti.

Al suo debutto in Cavalleria Rusticana, la giovane mezzosoprano Anita Rachvelishvili (lanciata nel 2009 a soli 25 anni con la Carmen di George Bizet alla Scala) affronta il ruolo di Santuzza con una sicurezza tecnica e bravura scenica impressionante. La punta più alta della sua interpretazione è stata Voi lo sapete, o mamma.

Alfred Kim è è stato un Turiddu interessante vocalmente, ma poco espressivo. Più spavaldo è stato Gevorg Hakobyan come Alfio e molto brava Martina Belli come LolaAnna Malavasi ha risolto con grande professionalità il ruolo di Mamma Lucia, ma non aveva la voce profonda della protagonista.

Arrivano i Pagliacci!!

Dopo il primo tempo si cambia rotta. Basata su di un’inchiesta vera svoltasi nel paese di nascita del compositore, Montalto Uffugo, e sulla Femme du Tabarin di Catulle Mendès, la vicenda dei Pagliacci vede anche qui come protagonista la gelosia.

Una compagnia di artisti arriva in un paese calabrese per uno spettacolo. Siamo il giorno di Pasqua. Il capocomico è Canio, uomo violento e geloso. Sua moglie Nedda è una donna forte e intraprendente. Ha una relazione con Silvio, un giovane del paese. Tonio, un altro membro della compagnia rifiutato da Nedda, fa scoprire la relazione a Canio. Egli tenta di uccidere il suo rivale, ma i suoi doveri lo chiamano. La sua gelosia esplode durante lo spettacolo (Canio interpreta Pagliaccio, una maschera teatrale tradita dalla moglie Colombina (Nedda)). Alla fine Nedda capisce che il marito non sta recitando, e, con un moto d’orgoglio, tenterà di sfuggirgli per rimarcare il suo essere persona libera. Tra le urla disperate del pubblico, Canio uccide i due amanti. Al grido di Tonio “la commedia è finita!” cala la tela.

Che artisti

 

Anche qui, come nella Cavalleria Rusticana, la parte musicale (direzione e artisti) è stata la migliore. Fabio Sartori, tenore oggi lanciatissimo, ho cantato il ruolo di Canio con una voce ragguardevole, ottenendo lusinghieri applausi soprattutto dopo la celebre aria Vesti la giubba. Si tratta di un pezzo difficilissimo, dove Canio è diviso tra il suo essere marito tradito ed essere attore. Parla della trasformazione che lui deve fare. Deve nascondere la sua personalità. Come si dice quando si va al lavoro, i problemi vanno lasciati a casa. Il problema di questo tenore è però la mancanza di una grande personalità. Vale per questo motivi ricordare che l’opera originariamente si chiamava Pagliaccio, indicando la centralità del protagonista; il titolo venne modificato in quanto la parte di Tonio venne affidata a Victor Maurel, grande baritono di fine Ottocento.

Carmela Remigio, altra debuttante, non ha la voce adatta per Nedda ma è una grande attrice e sa usare il suo mezzo con intelligenza. Soprattutto nel duetto con Tonio la personalità è stata la carta vincente.

Ho trovato anche interessanti il Tonio sempre di Gevorg Hakobyan (anche se era in difficoltà nel Prologo), il Silvio di Dionisos Sourbis e il Beppe di Matteo Falcier. Beppe nella commedia interpreta Arlecchino ed ha una serenata (O Colombina), che Falcier ha cantato benissimo.

Ma poi arriva la regia

Purtroppo il problema di questa messinscena è stata la regia di Pippo Delbono. Tolte alcune idee interessanti come le scene (la storia si svolgeva in unico luogo) e le luci taglienti e forti di Sergio Tramonti ed Enrico Bagnoli ed i bellissimi costumi di Giusi Giustino, le idee registiche erano abbastanza nocive.

Prima che iniziasse lo spettacolo, Pippo Delbono è apparso in sala leggendo alcuni pezzi riguardanti il terremoto del Belice, le celebrazioni della Pasqua con sua madre, la guerra con la poesia San Martino del Carso di Giuseppe Ungaretti. Tutte cose che non avevano a che fare con lo spettacolo. Lo abbiamo visto danzare sgangheratamente e muoversi come un ossesso durante lo spettacolo, distribuire petali al pubblico (scatenando un piccolo applauso che ha fatto andare fuori tempo l’orchestra). Alle rimostranze del pubblico durante i suoi numerosi interventi il regista ha risposto dicendo che bisognava mostrare rispetto per chi fosse attento, che Leoncavallo e Mascagni erano due rivoluzionari è che il nostro atteggiamento era la morte del teatro.

Ciò che personalmente non ho apprezzato di più è stato l’uso di persone diversamente abili facenti parte della sua compagnia, come Bobò (nome d’arte di Vincenzo Cannavacciuolo), artista sordomuto, rinchiuso per cinquant’anni nel manicomio di Aversa e salvato da Pippo Delbono. Il gesto è sicuramente ammirevole, ma non capisco quale sia lo scopo di spettacolarizzare quest’aspetto in questo contesto. Bobò reggeva la croce durante la messa nella Cavalleria Rusticana, faceva parte del gruppo dei Pagliacci. E’ un’esortazione a mostrare i mali del mondo, le due opere rappresentano i mali dell’umanità. Ho visto però anche la sofferenza fisica di quest’uomo (soprattutto quando teneva la croce) e quindi mi sono chiesto se ce ne fosse stato bisogno.

Errori

Ho notato anche errori. Quando il coro diceva nella Cavalleria Rusticana (che ricordiamo era uno spettacolo importato dal Teatro San Carlo di Napoli, mentre invece i Pagliacci erano una nuova produzione) “Comare Lola, andiamo via di qua” Lola già se n’era andata. Il duetto d’amore tra Silvio e Nedda nei Pagliacci era cantato con i due artisti a venti metri di distanza l’uno dall’altro (eccezion fatta per la parte finale molto efficace, svoltasi su di un letto rosso)

Una nota positiva è che le storie sono quelle, ma oltre a quello ci vorrebbe altro. Per dirla come Tonio “Per la croce di Dio!“.

Insomma, anche l’8 aprile come alla prima, è stata applaudita la parte musicale ma contestata quella visiva.

Ci sono repliche fino a domenica 15 aprile 2018.

Andate e giudicherete.

Marco Rossi

@marco_rossi88

(Foto di Yasuko Kageyama prese dal sito del Teatro dell’Opera di Roma)

Quatto chiacchiere sui vini Italiani: Il Moscato d’Asti

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Il vino aromatico piemontese per eccellenza, che si spinge oltreoceano tentando l’insospettabile abbinamento con la cultura  hip hop.

E’ uno dei generosi regali dell’enologia piemontese. Diverse testimonianze storiche lo vogliono protagonista già negli antichi banchetti di Greci e Romani. Alcuni documenti segnalano il “Moscatellum” nel comune di Canelli a partire dal XIV secolo. Il nome Moscato secondo alcuni deriva da “muschio”, per via delle sue caratteristiche aromatiche.

Un importante impulso alla coltivazione del vitigno si deve al duca di Savoia, Emanuele Filiberto detto “Testa d’Fer” e alla ristrutturazione dei suoi territori del 1560. La tradizione del Moscato sopravvive poi nel tempo grazie alle famiglie locali. Una vinificazione da sempre artigianale, fino alla nascita del Consorzio dell’Asti nel 1932.

La Doc la Docg e l’equivoco ricorrente.

Il riconoscimento della  DOC del 1967 e della DOCG nel 1993 lo traghettano nei tempi moderni. Il Moscato d’Asti è spesso al centro di un equivoco, scambiato sovente con l’Asti Spumante. Un prodotto totalmente differente ma che visti i volumi di vendita più cospicui lo ha spesso oscurato.

Nel 2015 però è investito da inattesa notorietà, diventando all’improvviso un simbolo del mondo rap. Succede infatti che Jay-Z contestando il mondo ingioiellato dei ricchi, decide di boicottarne una delle icone più rappresentative, lo champagne. Polemica singolare visto il patrimonio miliardario costruito insieme alla compagna Beyoncè.

Il Moscato d’Asti nei testi della cultura Hip Hop.

Di fatto però promuove in alternativa il Moscato d’Asti che diventa immediatamente il vino dell’Hip Hop, a cui si fa riferimento anche nei testi. Moscato got her freaky Aye you got me in a trance, ovvero “il Moscato la rende strana e tu mi mandi in trance”, oppure I’ma sip Moscato and you ‘gon lose dem pants, cioè “sorseggio Moscato e tu ti levi i pantaloni” canta Waka Floka Flame, a suggellare lo strano connubio tra colline Piemontesi e ambientazioni metropolitane.

L’involontaria operazione di marketing frutta 20 milioni di bottiglie esportate negli Usa e porta all’impennata della produzione. In casa nostra invece il Moscato d’Asti non è apprezzato come meriterebbe, con i consumi  erroneamente relegati quasi esclusivamente alle festività natalizie.

Prodotto da uve Moscato Bianco nelle provincie di Asti, Alessandria e Cuneo, è un vino dal moderato tenore alcolico che viene imbottigliato prima che la fermentazione sia interamente completata, risultando a volte delicatamente frizzante. Da bere giovane per distinguerne i tratti qualitativi.

Un centinaio le cantine che lo producono, tra queste Ca’Ed Balos, Bera, Cavallero, La Morandina, Cerutti, Saracco sanno esaltarne le qualità, ma molti altri potrebbero tranquillamente allungare la lista. Il carattere aromatico del vitigno regala profumi eleganti di fiori bianchi, erbe aromatiche, delicata frutta estiva e agrume.

Capacità di abbinamento che si spingono oltre il dolce.

Oltre ad essere l’abbinamento ideale per panettone e pandoro, va benissimo per tutti i dolci lievitati a pasta morbida, come ciambelloni o plumcake, la pasticceria secca o con delicate crostate ai frutti aciduli. É in grado si spingersi anche più in là accostandosi gradevolmente alla frutta, tipo le diverse varietà di melone, oppure ai formaggi morbidi e al foie gras. Qualcuno lo preferisce anche con le ostriche.

Le sue caratteristiche aromatiche si prestano bene anche agli abbinamenti con la cucina etnica. Localmente è molto apprezzato nella classica merenda tradizionale con i salumi e viene anche utilizzato al posto del marsala nella preparazione dello zabaione. Come nella ricetta della chef Mariuccia Roggero nel suo Antico Bunet monferrino con zabajone al Moscato d’Asti “Moncalvina” e lingue di gatto, vera delizia di pasticceria.

La  versione secca si aggiunge a quella tradizionale.

La nuova sfida del moscato però è il lancio della versione dry, con 700 mila bottiglie prodotte da 16 cantine che puntano decisamente alla fascia più giovane dei consumatori. I cosiddetti millenials, dalle tendenze di gusto ancora non irrimediabilmente definite e più disponibili alla novità e alla sperimentazione.

L’obiettivo non è certo quello di scimmiottare il prosecco, ma di creare un prodotto che si caratterizzi per una sua precisa identità. Che il consorzio punti molto sul Moscato Dry lo dimostra l’investimenti nella campagna di lancio. Progetto che supera il miliardo di euro, iniziato lo scorso anno e che si protrarrà fino alla metà del 2018

Bruno Fulco