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Standing ovation per Lavia al Vascello con “Il sogno di un uomo ridicolo”

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Una lunghissima standing ovation per Gabriele Lavia con Il sogno di un uomo ridicolo di Dostoevskij. 

Il suo è un progetto maturo che lo assolve da eventuali leggerezze commesse nella sua carriera artistica. Al Teatro Vascello di Roma è protagonista come regista e interprete di due pietre miliari della letteratura mondiale: Lavia dice Leopardi  il 5 e il 6 aprile e Il sogno di un uomo ridicolo il 7 e l’8 aprile, al quale ho assistito.

Quale sarà il motivo che ha spinto Lavia ad interpretare quasi in contemporanea le opere dei due scrittori?

Sicuramente il distacco ironico e sapiente della maturità dagli impeti superficiali di inizio carriera ha la sua responsabilità; l’attenzione è rivolta a una dimensione più esistenziale e intima, sciogliendo i legami con le servitù di tutte le convenzioni.

Disse a questo proposito Nietzsche di Dostoevskij: conosco solo uno psicologo che abbia vissuto nel mondo in cui il cristianesimo è possibile, in cui un Cristo potrebbe nascere in ogni momento. E questi è Dostoevskij.  

L’attore-regista Lavia si presenta al pubblico in modo strategicamente dimesso, minimalista, unico oggetto d’arredo scenico è una sedia di legno spartana che diventa il nido dove covare le sue ossessioni.

Si rivolge con complicità, a voce nuda sottolinea con una punta di sano narcisismo di rifiutare gli ausili tecnici che amplificano la voce, accenna un riferimento alle nuove starlette senza talento.

Dopo aver accolto gli ospiti nel suo spazio, quello che definisce grazie alla personalità e al suo inossidabile fascino, racconta della vita di un artista come Dostoevskij e delle sue magagne umane, una vita di stenti e di passioni che verrà santificata post-mortem.

E Il sogno di un uomo ridicolo entra in scena con il culto della propria disperazione fredda, lucida, segnata dallo scorrere del tempo.

il sogno di un uomo ridicolo

L’uomo del sottosuolo, come gli piace definirlo, è la monade moderna in sospensione tra i mondi, tragico e sulla strada della resa.

Dostoevskij concepisce Il sogno di un uomo ridicolo come un racconto fantastico, scritto intorno al 1876 e inizialmente inserito nel Diario di uno scrittore. Si tratta della storia di un uomo, abbandonato da tutti, che ripercorre in un viaggio onirico la sua vita e le ragioni per cui si è sempre sentito estraneo alla società. Sogna la sua morte dopo un fallito tentativo di suicidio e il passaggio in un’altra vita attraverso un percorso di luce.

Anche lui fa parte dei dannati in terra, sottomesso alla crudeltà del vivere ma riesce a trovare uno squarcio di umanità che è proprio la caratteristica che lo rende un uomo ridicolo, additato dal branco. Ma anche nell’Eden che accoglie la sua purezza come propria presto le cose si complicano.

Riesce infatti a contaminare con i suoi difetti terrestri quell’immagine speculare di Terra senza peccato. Presto l’ideologia e le sovrastrutture delle religioni snaturano la purezza dei concetti che vanno incontro a una fatale decadenza; ricreando quell’humus diabolico che allontana l’uomo dalla Verità: ama il prossimo come te stesso.

Una interpretazione, quella di Gabriele Lavia, che lo traccia distintamente come uomo.

A settantacinque anni ama l’amore e la bellezza forse più che in giovinezza; trae linfa dalla forza della parola che diventa sempre più incisiva e seducente. Un corpo senza tempo il suo che ha perso in dinamicità ma si fa forte della seduzione mentale di un intelletto forgiato dall’esperienza.

Il pubblico raccoglie la potenza della parola e si specchia nella pozza di Narciso, perchè legge una grande Verità. Lavia ci piace così.

 

Antonella Rizzo

The Rock nella fattoria degli animali grossi e cattivi di Rampage

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Rampage Furia Animale è già un titolo piuttosto singolare per capire di che razza di film stiamo parlando.

Eppure, non rende ancora idea della follia. Dopotutto, ci vuole davvero una buona dose di follia per prendere Rampage, l’arcade videogame degli anni ’80, e decidere di tirarci fuori un film. Una visione accolta pienamente da Dwyane “The Rock” Johnson che ormai non è solo un attore, ma un vero e proprio marchio. Sebbene qui facciamo meno rispetto ad altri suoi film, è lui il prodotto da vendere, il sottogenere cinematografico da vedere, il volto che attira un pubblico che sa cosa aspettarsi da lui. E, probabilmente, vuole esattamente quello.

Intrattenimento è la parola chiave. Eppure, al netto della trama del film per cui bisogna sospendere l’incredulità addirittura in maniera più potente rispetto ad altri occasioni, l’intrattenimento stavolta non è nemmeno gran che. Il fatto che è Rampage Furia Animale è talmente brutto, talvolta stupido, da superare le piccole dosi di intrattenimento.

Ovviamente da un film che propone animali giganteschi che devastano una città non possiamo attenderci molto. Non lo si va a vedere aspettando tematiche profonde e chiavi di lettura nascoste, o sceneggiature ispirate a Shakespeare. Ma la pochezza e la superficialità de prodotto finale lasciano comunque sbalorditi.

Avete presente i film della The Asylum?

Da un certo punto di vista, spero bene di no. In ogni caso, è la compagnia che sta offrendo da anni al pubblico lobotimizzato la serie Sharknado e altre boiate simili. Il pregio è che le realizzano consapevolmente per divertirsi e divertire. Il difetto è che così siamo circondati da talmente tanta bruttezza cinematografica da accettarla, oramai, come “intrattenimento”. Cosa che non è, ovviamente.

Ecco, a tutti gli effetti Rampage Furia Animale pare un film della Asylum, e come capite non è un complimento. Con più soldi da spendere nel budget, con un buon cast e il carisma di The Rock, ma il risultato finale cambia pochissimo. È un film fuori tempo massimo, che venti anni fa sarebbe stato un B Movie destinato a bypassare le sale e uscire direttamente in home video, adesso invece è spacciato come blockbuster per la massa.

Ma è davvero difficile chiudere un occhio rispetto a effetti speciali visti e rivisti, al vuoto cosmico nella descrizione dei personaggi, alla banalità più assoluta nel creare ipotetici villain (e lasciamo perdere le loro motivazioni che è meglio). Non è un film tratto da un videogame, è semplicemente la sceneggiatura del videogame traslata al cinema. In quale universo questo può andar bene, o semplicemente bastare?

Persino The Rock si perde. Ha pochissimo da fare, battute meno efficaci del solito da dire, e soprattutto nel finale sembra rimbalzare da una parte all’altra senza motivo solo per apparire davanti al suo pubblico (e non lasciare tutta la scena agli effetti speciali).

Il discorso è sempre lo stesso, alla fine: possiamo accontentarci al cinema? Sì, indubbiamente, talvolta si può vedere benissimo un film stupido solo per ridere. Nel caso di Rampage Furia Animale, però, tale opportunità è stata colta un filino troppo alla lettera.

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Emanuele D’Aniello

Medimex 2018 a Taranto. In esclusiva italiana i live di Kraftwerk e Placebo

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Si svolgerà a Taranto da giovedì 7 a domenica 10 giugno il Medimex 2018, International Festival & Music Conference.

Promosso da Puglia Sounds, il programma della Regione Puglia per lo sviluppo del sistema musicale pugliese.

Un cambio di location che porta i quattro giorni di live, attività professionali, incontri d’autore, workshop e mostre in una delle città più belle d’Italia. Una scelta fortemente voluta dalla Regione Puglia e Puglia Sounds nella convinzione che il futuro di Taranto passi attraverso la bellezza e la cultura. E proprio il futuro è la linea guida di questo Medimex 2018 che si sviluppa in una fitta programmazione di iniziative rivolte ai professionisti della musica e al grande pubblico.

 

medimex

Importante la sezione live che ospiterà numerosi artisti del panorama internazionale e nazionale e i talenti pugliesi.

Già confermati gli headliner del Medimex 2018 che si esibiranno in esclusiva italiana sul Main Stage nella rotonda del lungomare: giovedì 7 giugno i Kraftwerk , i grandi padri della scena elettronica mondiale con Kraftwerk 3-D.  E venerdì 8 giugno i Placebo, una delle più importanti rock band del pianeta.

La prevendita dei concerti è già attiva nel circuito online e punti vendita bookingshow. Inclusiva e accessibile la politica dei prezzi adottata dal Medimex per consentire a tutti di partecipare: euro 15,00 per singola serata e abbonamento ad entrambe le serate ad euro 25,00 (per la singola serata di venerdì 8 giugno biglietti in vendita anche nei circuiti TicketOne e

Ticket Master).

Sabato 9 giugno, invece, sarà la volta della serata speciale, una grande festa per Tar

anto promossa da Birra Raffo, Main Sponsor del Medimex 2018. Il resto della programmazione live sarà definito attraverso un avviso pubblico rivolto ad operatori e agenzie, che proporranno concerti per il Medimex 2018.
Spazio ai talenti pugliesi con showcase dedicati a direttori di festival e rappresentanti di agenzie di booking italiani e internazionali della scena jazz, world e indie/pop/rock.

Numerose anche quest’anno le attività del segmento professionale rivolte a operatori, artisti e imprese musicali. Medimex 2018 sarà  anche l’occasione per incontrare direttori di festival, agenzie, etichette discografiche, stakeholder italiani ed internazionali. In programma panel e workshop, con autorevoli esperti, che affronteranno alcuni dei temi centrali del music business: dal colleting alla blockchain, dallo streaming alle label del futuro. Numerose anche le attività di networking e B2B.

Torna il Puglia Sounds Musicarium, scuola dei mestieri della musica con autorevoli docenti che terranno lezioni per più giovani.  E, quest’anno, anche una versione advanced, per i professionisti. Confermato anche il Songwriting Camp

Medimex, in cui i giovani musicisti pugliesi potranno lavorare a stretto contatto con affermati autori e produttori italiani.

Articolato il programma dei quattro giorni che si svilupperà in molti dei luoghi più suggestivi di Taranto.

Il museo MArTA (Museo Archeologico Nazionale di Taranto) ospiterà, in esclusiva italiana, la mostra Kurt Cobain e il Grunge: storia di una rivoluzione. 

A cura di ONO Arte, con foto di Charles Peterson e Michael Lavine, fotografi di fama mondiale testimoni p

rivilegiati della rivoluzione grunge.

Il Castello Aragonese ospiterà anche gli incontri d’Autore con importanti artisti italiani e internazionali, ormai tra gli appuntamenti più riconoscibili del Medimex. Mentre, Villa Peripato ospiterà Il Mercato del vinile e delle etichette indipendenti, dopo il successo dello scorso anno. Altri luoghi della città ospiteranno presentazioni, djset, contest, proiezioni e numerose attività collaterali.

Importante novità di questa edizione 2018 è la presenza di sponsor privati. Per la prima volta il Medimex all

arga la rete di partnership a soggetti privati  che hanno deciso di investire nel progetto e nella città di Taranto. Oltre al Main Sponsor Birra Raffo, storico brand legato a doppio filo alla storia e all’identità della città, Medimex vede anche la presenza di Conad da sempre impegnato a sostenere iniziative per la comunità e il territorio. Confermate inoltre le partnership con Apulia Film Commission e PugliaPromozione.

Il programma dettagliato del Medimex 2018 sarà reso noto nelle prossime settimane. Costanti aggiornamenti sono disponibili sul sito web www.medimex.it.

Medimex è un progetto Puglia Sounds, il programma della Regione Puglia per lo sviluppo del sistema musicale regionale attuato con il Teatro Pubblico Pugliese nell’ambito del Fondo di Sviluppo e di Coesione 2014-2020 – Patto per la Puglia Area di Intervento IV “Turismo, cultura e valorizzazione delle risorse naturali.

Maggiori info sugli avvisi pubblici del Medimex qui

Vietato leggere “L’orrore numero 91” prima di andare a dormire

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Sole 76 pagine di angoscia, mistero, adrenalina e paura.

Ebbene sì, ho avuto la malsana idea di leggere “L’orrore numero 91” (edito da La strada per Babilonia) sotto le lenzuola proprio poco prima di addormentarmi. Ovviamente finire tra le braccia di Morfeo non è stata impresa semplice dopo aver letto queste pagine. Il bravissimo autore Paolo Ferrara è cresciuto a pane e arte, frequentando i corsi più disparati. Dal fumetto al teatro fino ad un Master in tecniche della narrazione presso la Scuola Holden di Torino.

Una penna sapiente e diretta, in grado di trasportare il lettore fin dentro le paure più profonde.

Quattro racconti brevi in cui si verrà catapultati da un “orrore” all’altro.

Si comincia con quello che da il nome al libro. “L’orrore numero 91”. Un esperimento. Un terribile esperimento La minuziosità con la quale l’autore descrive i ritrovamenti delle tante vittime che s’incontreranno lungo lo scorrere delle pagine e i tanti dettagli, rendono la storia estremamente realistica. Viene da guardare in fondo al corridoio che tutti abbiamo in casa.  Ci si stringe nelle coperte facendo attenzione a non fare uscire nemmeno un lembo di pelle dal proprio letto. Ovvio che non sarà questo a salvarci ma fin da piccoli, almeno per me, i confini sono sempre stati fonte di effimera tranquillità.

Il secondo racconto è intitolato “Pizzicorio”. Ebbene sì, l’incubo di chiunque. Sentir partire un leggero prurito che parte da un piede e si dipana ovunque nel corpo. La voglio di strapparsi via la pelle per liberarsi sì…ma da cosa?

Si passa così al “Ricamatore” che è il più corto dei quattro. Pochissime pagine, appena quattro per far accapponare la pelle. In tutti i sensi.

In chiusura arriva poi “L’autostoppista”. Ecco, leggendo quest’ultimo ho avuto davvero l’impressioni di aver fatto la scelta sbagliata nel leggerlo di notte. Intendiamoci, io sono un pauroso. Temerario non è un aggettivo che mi si addice. Sono il tipo di persone che non vuole fare le case “horror” nei parchi giochi e se le fa, le affronta con gli occhi chiusi. Mani in spalla al pover’uomo che mi precede e gridolino facile. Dunque non è che a scrivervi sia proprio la persona che non cede mai alla paura.

Tant’è, si tratta di un racconto che sul finale vi farà pensare per minuti e minuti a come liberarvi dal danno che vi siete appena causati.

Non aggiungo altro…o forse dovrei. Dovrei raccontarvi di cosa ho letto. Per liberarmi del fardello di cui mi sono appena caricato le spalle. Ho pochi giorni…pochissimi prima che sia troppo tardi.

Emiliano Gambelli

Delitto e Castigo. All’Ambra Jovinelli va in scena il capolavoro di Dostoevskij

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«Sono partito da un mio antico amore» ha raccontato recentemente Rubini al Corriere della Sera, «Delitto e Castigo è un libro che ho sempre amato molto, l’ho letto, riletto, e la voglia di metterlo in scena è un rovello che mi porto appresso da tanto tempo.»

La prima sensazione che si prova nel momento in cui, seppur virtualmente, cala il sipario sul bellissimo Delitto e Castigo di Sergio Rubini, in scena all’Ambra Jovinelli fino al prossimo 15 aprile, è l’irrefrenabile desiderio di rileggere immediatamente il capolavoro di Dostoevskij. Tornare, quindi, in fretta a casa, setacciare i ripiani della libreria per ritrovare quel libro e, dopo averlo squadernato, riprovare quelle emozioni appena salutate a teatro.

La scena della piece, adattamento teatrale di Sergio Rubini e Carla Cavalluzzi, si apre con il rumore martellante di una goccia che cade in un catino smaltato, un suono che anticipa la straordinaria teoria sugli uomini ordinari e straordinari, i “napoleonici” esposta Rodiòn Romanovic Raskòl’nikov (Luigi Lo Cascio), ed è subito magia.

La trama del capolavoro, che Fedor Dostoevskij scrisse nel 1866, è nota e narra il tormento di un giovane e squattrinato studente, dilaniato dai debiti e da una miseria che morde come la più feroce e sanguinaria delle belve.

Cacciato dall’università, Rodiòn decide di compiere un efferato omicidio, quello della vecchia, cinica usuraia che gli affitta una misera stanza.

Rodiòn è sicuro che quella morte, a cui si aggiunge quell’imprevista della sorella della vecchia, involontaria testimone, non solo non sia moralmente condannabile, ma necessaria, inevitabile, la naturale affermazione della sua più intima libertà, un’azione che, per quanto in apparenza malvagia, sarà utile per la collettività. Eliminare Alena Ivànovna equivale a togliere di mezzo un essere spregevole e Rodiòn, come i grandi uomini, è eticamente autorizzato a vivere sopra la legge, certo che la storia alla fine lo assolverà. Ma la teoria è ben altra cosa rispetto alla cruda, amara, devastante realtà e questo Rodiòn lo impara immediatamente in una San Pietrburgo che diventa una città incubo, un luogo opprimente, abitato da reietti, da carnefici ma anche da vittime come lui.

Quel duplice omicidio lo tormenta.

Il peso di quelle morti lo dilania, portandolo rapidamente al definitivo delirio. Il delitto genera l’inevitabile castigo che è prima morale che giudiziario. Una complessità di temi, infinite immagini, rimandate da mille specchi, che riflettono i principali motivi che agitarono la Russia di metà Ottocento e che riemergono totalmente nell’omonimo e bellissimo spettacolo di Rubini.

Una scena dello spettacolo

 

Convince molto la scenografia di Gregorio Botta, che ricorda un’installazione di Cattelan con quel massiccio tavolo e principalmente con quei vestiti sospesi che cadono pesantemente come corpi inanimati dopo il doppio delitto. Dietro tutto questo si scorge, sullo sfondo, un’icona della madonna, espressione privata e popolare della religiosità del popolo russo.

Ma convince ancor di più la natura bitonale del racconto di un libro di più di 700 pagine che rivive grazie alla recitazione e alle voci di Sergio Rubini (che oltre a essere la voce narrante, interpreta anche Alena Ivànovna, il consigliere Marmelàdov, la madre di Rodiòn, il coinquilino di Lùzin, nonché altri personaggi) e di Luigi Lo Cascio che, invece, interpreta, in modo straordinario, il protagonista di Delitto e Castigo, il suo crescente sdoppiamento che, come una febbre, devasta l’anima di Rodiòn.

Pensare di adattare un simile capolavoro della letteratura mondiale a uno spettacolo teatrale è francamente un’impresa improba che vede, però, tutti i protagonisti dello spettacolo, oltre a Rubini e a Lo Cascio anche Francesco Bonomo e Francesca Pasquini, uscire assoluti vincitori, con il risultato di regalare al pubblico un autentico gioiello di rara raffinatezza e bellezza che strappa a più riprese sonori applausi, giusto premio per un prodotto coraggioso e straordinario.

Maurizio Carvigno

La musica classica e il Conservatorio G. Verdi inaugurano FIM 2018!

Giovedì 31 maggio a Milano la Fiera della Musica si apre con l’ensemble di fiati diretto dai maestri Scanziani e Bombonati. Dal mattino Showcase Youth Orchestras con orchestre scolastiche da tutta Italia. Noi ci saremo, e voi?

 

FIM 2018 FIERA DELLA MUSICA

Giovedì 31 maggio 2018

ore 18.00

FIM Theater

Auditorium Testori

Piazza Città di Lombardia

Milano

Evento inaugurale:

concerto del Conservatorio di Milano “G.Verdi”

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Showcase Youth Orchestras

Si apre all’insegna della musica classica l’edizione 2018 del FIM – Fiera della Musica, da giovedì 31 maggio a Milano. L’evento inaugurale – riservato a ospiti e partner accreditati, per richiesta accredito info@fimfiera.it – è il concerto dell’ensemble di fiati del Conservatorio G. Verdi di Milano, che rinnova la collaborazione con FIM sperimentando una partnership ancora più approfondita grazie alla direzione “educational” impressa al programma del 2018. Evento di apertura, dunque, al FIM Theater, lo spazio dell’Auditorium Testori che si candida a diventare uno dei centri pulsanti del FIM: alle 18.00 l’ensemble di fiati si esibirà in un programma dedicato a Ludwig Van Beethoven, con la direzione di due figure prestigiose del Conservatorio come Silvano Scanziani e Alessandro Bombonati.

Prima parte del concerto con la Sinfonia No. 7 in La magg. Op. 92 (riduzione d’epoca attribuita a W. Sedlak a cura di P. Destro), con la direzione di Silvano Scanziani, oboista, compositore e direttore d’orchestra, docente di Musica d’insieme per strumenti a fiato. Seconda parte con la Sinfonia No. 3 in Mib magg. Op. 55 “Eroica” (riduzione moderna a cura di A. Bombonati) e la direzione di Alessandro Bombonati, clarinettista, compositore e direttore d’orchestra, docente di Musica d’insieme per strumenti a fiato, già autore di una trascrizione per fiati delle 10 Sinfonie di Beethoven.

Tra tarda mattinata e pomeriggio si terrà un evento complementare visto il coinvolgimento orchestrale e l’impostazione educational: Showcase Youth Orchestras!

Dalle 11.30 alle 16.00 si esibiranno alcune delle giovani orchestre iscritte al progetto FIM Educational, che ha offerto agli studenti delle scuole elementari, medie e licei, un’occasione di incontro con la musica dal vivo, con la possibilità di provare strumenti musicali, partecipare a laboratori, suonare davanti ad un pubblico. Le giovani orchestre delle scuole ad indirizzo musicale iscritte suoneranno un programma libero di 10 minuti che spazierà tra classica, pop, rock, jazz, world music, ecc. Le orchestre giovanili che si alterneranno fino alle 16.00 provengono da tutta Italia: Orchestra Giovanile PEPITA, I.I.S. Inveruno Orchestra, I.C. Palmanova Orchestra, I.C. Casalecchio Orchestra, I.C. San Fruttuoso Orchestra, I.C. Bologna Orchestra, I.C. Padova Orchestra, I.C. Borzoli Orchestra, I.C. Arborio Orchestra e I.C. Tirano Orchestra. Per questo evento l’ingresso è gratuito come per il resto della rassegna (fatta eccezione della serata PROG ON del 2 giugno).

Entrambi i concerti si terranno sul palco del FIM Theater in Auditorium Testori: è il nuovo prestigioso Main Stage del FIM 2018, il più importante appuntamento della rassegna con la musica dal vivo in grado di coniugare nuove proposte artistiche a progetti di alta formazione, per offrire ad una platea di addetti ai lavori, allievi e appassionati, l’incontro con musicisti professionisti e il confronto con i diversi progetti musicali.

Per richiesta accredito evento inaugurale: info@fimfiera.it

Inaugurazione FIM 2018:

http://www.fimfiera.it/eventi-in-programma-fim-fiera/news-e-ospiti-internazionali-fim-fiera/243-evento-inaugurale-31-maggio-2018-ore-18-00

FIM 2018:

http://www.fimfiera.it/

Synpress44 Ufficio stampa:

http://www.synpress44.com/

Io sono Tempesta: il nuovo film con Marco Giallini ed Elio Germano

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Io sono Tempesta da non perdere se avete voglia di  passare due ore divertenti con il sodalizio Giallini-Germano.

Io sono Tempesta è il nuovo film di Daniele Lucchetti. Dopo i successi di “Mio fratello è figlio unico”, “Anni Felici” e “La nostra vita” il grande regista italiano torna con una pellicola innovativa: divertente e al tempo stesso struggente. E’ un ritratto dell’ Italia contemporanea leggero e con una comicità mai volgare, cosa assai rara da trovare. Un pizzico di malinconia è dosato in un simpatico affresco della nostra Italia.

Sin dall’ inizio della proiezione capiamo a cosa andremo incontro: in effetti già dalla musica iniziale possiamo percepire un’atmosfera buffa, sorniona, con un tono del tutto fiabesco.

Io sono Tempesta è una commedia italiana, che racconta uno spezzato del nostro paese triste, malinconico e del tutto realista. Sfiora a tratti la tragicità dello squilibrio sociale con cui siamo costretti a fare i conti nella contemporaneità e allo stesso tempo con naturalezza affronta i temi del denaro, del potere, del capitalismo e della cronaca politica.

Marco Giallini che intepreta Numa Tempesta in Kazakistan.

Numa Tempesta, interpretato da Marco Giallini è un imprenditore plurimilionario di grande potere. Per evitare la galera, in seguito ad un suo problema con la giustizia, dovrà scontare un anno ai servizi sociali in un centro di accoglienza per poveri, mettendosi a loro completa disposizione. Vive nel suo immenso hotel deserto e pieno di letti e passatempo, in cui, però solo con la propria coscienza, la notte non riesce a dormire. Per questo e non solo, è in cura da un’analista che gli ha consigliato di fare l’amore almeno due volte a settimana, peccato che lui non riesca a provare attrazione, né impulsi sessuali per nessuno, neanche per le tre appetitose prostitute che cercano inutilmente di riempire i suoi vuoti: Radiosa, Klea e Mimosa.

A contribuire a questo vuoto c’è l’assenza di suo padre, che non ha mai saputo amarlo. A risvegliare i suoi sensi sarà Angela, che proprio come un miraggio sceso dal paradiso lo riporterà al mondo. Gli farà scoprire cosa si intende per empatia. Angela è la direttrice del centro di accoglienza in cui è ambientata la storia.

E’ una donna che ha dedicato gli ultimi 20 anni della sua vita al proprio lavoro e difende vivamente e con passione il contesto in cui si muove. Passione di cui Numa sembra aver dimenticato il sapore. All’interno del centro sociale, Numa si confronterà con Bruno, un giovane padre divorziato, che ha un rapporto speciale con suo figlio, ma a causa del vizio per il gioco ha perso tutto. Apparentemente sembra povero, ma ha una grande ricchezza d’animo e soprattutto è pieno di valori.

 

                                                                      

Bruno, Elio Germano e Numa, Marco Giallini.

La straordinaria interpretazione di Marco Giallini rende il film un vero e proprio spettacolo. Il personaggio di Numa Tempesta è cucito a pennello su di lui, in effetti il regista ha dapprima pensato al protagonista della sua pellicola e poi ha costruito un personaggio con le sue stesse caratteristiche. Ci sono molte somiglianze tra Giallini e Tempesta; entrambi uomini affascinanti, ricchi di una spiccata simpatia, ma la caratteristica che li accomuna, senz’ altro più di tutte, è che quando entrambi parlano sanno attirare l’attenzione e non passano inosservati. Sanno dominare la scena. Insomma, l’attore e il protagonista hanno una verve unica, che li rende subito irresistibili agli occhi di chi li guarda.

A rendere Io sono Tempesta ancora più piacevole è il secondo protagonista della vicenda: Bruno, interpretato da Elio Germano. La sua è una magistrale messa in scena della vita di un uomo povero, ma pieno di dignità.

All’ inizio sembra essere in contrasto con Numa, ma poi si rivelerà essere, a tratti, il suo alter ego. Il suo personaggio è quello a cui, probabilmente il pubblico si sente più vicino: un uomo comune, caduto in disgrazia, ma che saprà rialzarsi con le proprie forze e un temperamento unico. E’ la classica “brava persona”, un “bonaccione” come direbbero a Roma. Bruno è un padre impeccabile e nonostante le vicissitudini negative della sua vita, con l’educazione e l’amore dati a suo figlio arriverà lontano.

La protagonista femminile della storia è Angela, interpretata da Eleonora Danco, grandissima attrice che proviene dal teatro. Angela sarà l’unica che riuscirà a tenere testa a Numa. Per lei, Tempesta rappresenta un mix tra ignoranza, seduzione e fascino. Lei sarà l’emblema di come si può provare a vivere e restare integri in un mondo in cui le tentazioni di arrendersi al potere e al denaro sono fortissime.

 

                                                                   

I poveri del centro sociale dove Numa deve scontare le sue pene.

Il luogo in cui è ambientato Io sono Tempesta è Roma. Lucchetti aveva inizialmente pensato a Milano, ma non sarebbe stata la stessa cosa. Solamente una città come Roma poteva permettersi di raccontare la povertà in un modo così comico, che permettesse di sorriderci e sbeffeggiarla.

Il linguaggio usato è quello delle persone comuni e il dialetto romano aiuta molto.
E’ la prima volta in cui vediamo il sodalizio Giallini-Germano sui grandi schermi. Avevano collaborato già 10 anni fa per un cortometraggio diretto dal grandissimo Valerio Mastrandrea, con il quale entrambi hanno un’amicizia che li lega. C’è da dire che l’accoppiata è vincente. E’ come se in una partita a carte ti capitassero due jolly.

I temi affrontati nel film sono molto profondi: il disagio vissuto dai giovani che non riescono a trovare un lavoro e ad incanalarsi per potersi permettere un futuro, la relazione dell’Italia con gli altri paesi europei, la corruzione, l’evasione fiscale, il disagio dei poveri e il problema del gioco, preso in esame in diversi momenti. La protagonista femminile fa più volte presente quanto la nostra società italiana sia in declino e quanto ci sia un urgentissimo bisogno di politiche sociali attive, che contribuiscano a risolvere il problema maggiore che attanaglia l’ Italia: l’esigenza di trovare un lavoro per i giovani e risolvere il problema del gioco.
Io sono Tempesta è un film in cui viene evidenziato come il denaro trasformi, inevitabilmente, tutti e abbia un’influenza assai forte. Il realismo, a volte, contribuisce a ricordare la farsa romana. Il racconto è diviso in atti, per risultare più leggero.

 

Il trailer ufficiale di 01 Distribution.

Gli attori e il regista sono andati fisicamente nei luoghi più disagiati di Roma, hanno passato molti giorni in diversi centri sociali a contatto con i più poveri, per vedere come si vive. Forse è questa l’arma vincente del film: il miscuglio di linguaggi. Insieme ad attori professionisti sono stati fatti recitare persone comuni.

La bravura di un attore sta in questo: sapersi misurare con tutti e mettersi al pari di chi si ha di fronte.
E’ uno di quei film che non ti delude, ma che ti lascia con un amaro sorriso, perché inevitabilmente ci sbatte davanti la realtà e ci fa capire quanto essa sia triste.

La morale del film è che non è detto che i poveri siano buoni e i ricchi cattivi.
C’è, infatti, un colpo di scena finale, in cui assistiamo ad un capovolgimento dei protagonisti: i buoni diventano crudeli e i cattivi improvvisamente ricchi di sentimenti.

E noi da che parte stiamo?
Questo è un film che fa interrogare sui valori della vita.

 

Alessandra Santini

Un tiepido applauso dà il benvenuto al “Delitto e castigo” di Bogomolov

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Il 3 aprile scorso ha debuttato al Teatro Argentina di Roma l’adattamento di Konstantin Bogomolov del romanzo di Fedor Dostoevskij.

Questa versione irriverente di “Delitto e castigo” resterà in scena fino al 15 aprile al Teatro Argentina. Chiariamo fin da subito che questo adattamento non ci ha convinto.

Il regista, Konstantin Bogomolov, sostiene che “bisogna accostarsi a Dostoevskij con leggerezza“. Tuttavia, il suo adattamento non ci è sembrato poi così “leggero” ed ironico. Gli è riuscito meglio, invece, rifiutare l’approccio romantico di “Delitto e castigo” ed abbracciarne il cinismo. D’altronde, a differenza che negli altri romanzi di Fedor Dostoevskiji, qui l’ironia è quasi assente.

L’inizio della rappresentazione è molto promettente. Il sipario è già alzato e in scena c’è un salotto in stile nordico anni ’60, linee essenziali ed eleganti, quattro schermi che faranno quasi da secondo palcoscenico. Ad esempio, da quelli vedremo la polizia che interroga il sospettato del delitto. L’intento di Bogomolov di attualizzare la vicenda è riuscito dal punto di vista scenico.

Entrano a turno i personaggi a ritmo di musica techno-dance. Si pensa di assistere ad un adattamento contemporaneo, provocatorio e dissacrante al punto giusto. Il protagonista, Raskolnikov, fa il suo ingresso a suono di rap. Non parla, rappa. Non è un ex studente russo, ma un giovane immigrato africano che uccide due donne bianche.

Il delitto è rappresentato in modo ancora più violento: la vecchia usuraia muore soffocata da un rapporto orale imposto dal protagonista Raskolnikov.  La figlia, incinta, viene uccisa a colpi di accetta – come nel capolavoro della letteratura russa – dando alla luce il bambino che aspetta, a sua volta affogato nell’acqua di un vaso.

Ciò che non ha entusiasmato sono stati proprio l’adattamento e la regia di Bogomolov.

In questo “Delitto e castigo” c’è molto di provocatorio ma poco di convincente. Potremmo anche essere noi a non averlo capito abbastanza, ma in realtà l’impressione che abbiamo avuto che in sala la delusione fosse condivisa da molti. Al momento del saluto finale gli attori hanno ricevuto dal pubblico degli applausi alquanto tiepidi. In realtà, tutti gli interpreti avrebbero meritato un maggior riconoscimento, visto che le loro interpretazioni sono state ottime.

Delitto e castigo

Al teatro Argentina non abbiamo ritrovato nulla del “Delitto e castigo” di Dostoevskij. Apparentemente, all’inizio Bogomolov sembra semplicemente volerlo rendere più feroce. Ma è una ferocia un po’ fredda. Non ci sono la drammaticità e l’introspezione necessaria per capire o anche soltanto per scandagliare le motivazioni del duplice delitto. Nel romanzo, l’autore, il protagonista e il lettore non fanno altro che chiedersi perché Raskolnikov abbia ucciso. L’ex studente squattrinato non fa che tormentarsi , anche quando delira dalla febbre o lucidamente trova il modo di sfuggire alle domande scomode di ispettori ed amici. Nell’adattamento in scena al Teatro Argentina sembra rimanere solo l’ansia al cospetto dell’inquirente.

Vero è che l’idea del regista Bogomolov è che “il dubbio se sia giusto o meno uccidere non è più un argomento così attuale … è importante  quindi dare nuova linfa a queste domande e nuova vita all’argomento“. Tuttavia, non siamo così sicure che la premessa corrisponde alla realtà. In ogni caso, non ci sembra raggiunto l’obiettivo di dare nuova linfa alle domande sulla giustificazione di uccidere.

Peccato che “Delitto e castigo” inizi con brio, ma continui e finisca annoiando.

E’ un po’ un’occasione mancata, perché è una versione coraggiosa, piena di trovate potenzialmente divertenti, che generano stupore.

Siamo rimasti, tuttavia, molto colpiti dalla bravura di tutti gli attori. Un plauso particolare, però, deve andare ad Enzo Avetrano, che nel ruolo dell’alcolista Marmeladov, la cui morte innesca una sorta di desiderio di espiazione in Raskolnikov, ci regala il monologo più struggente di tutta la rappresentazione.

Stefania Fiducia

Le fotografie sono state tratte dal sito web del Teatro Argentina di Roma

Ultima settimana di DOIT Festival e Premiazione

L’avventura della quarta edizione del DOIT Festival | Drammaturgie Oltre il Teatro volge al termine.

Dal 10 al 15 aprile vivremo le emozioni dell’ultima settimana dedicata alla narrazione storico-civile e letteraria, due drammaturgie originali che guardano, una alla Storia contemporanea, e l’altra alla letteratura italiana e alla cultura popolare.

Autoprodotto dall’Associazione culturale ChiPiùNeArt, senza finanziamenti, il festival, ideato e curato da Angela Telesca e Cecilia Bernabei, ha ospitato sul palco romano dell’Ar.MaTeatro compagnie indipendenti provenienti da tutta Italia e nuovi drammaturghi, proponendo, in concorso, otto progetti teatrali di qualità, tre spettacoli fuori concorso ed eventi editoriali volti a valorizzare la simbiosi tra messinscena e scrittura per il teatro.

Il weekend alzerà il sipario sugli eventi editoriali della ChiPiùNeArtEdizioni e sulla cerimonia di premiazione in cui scopriremo i vincitori della quarta edizione del Festival e del concorso L’Artigogolo | Scrittori per il Teatro 2018.

Sabato 14 aprile, durante l’aperitivo con l’editore sarà presentato, per la prima volta, all’interno della collana teatrale Le Nebulose, Marmellata d’arance, di Anna e Rosalia Messina, testo vincitore del concorso di drammaturgia contemporanea L’Artigogolo 2017 per la sezione Drammaturghi Esordienti

Martedì 10 e mercoledì 11 aprile ore 20.45

TI SI MOJ ZIVOT

Tu sei la mia vita

Scritto, diretto e interpretato da Alessandro Veronese

Produzione Fenice dei Rifiuti | LOMBARDIA

È il racconto di una guerra che si è combattuta poco tempo fa, vicinissima nel tempo e nello spazio. Una guerra atroce, che ha visto fratelli uccidere fratelli, frantumando l’unità di una nazione, frantumando vite, sogni, speranze. Frantumando la loro stessa storia. La guerra nella ex Jugoslavia, iniziata in Slovenia e finita in Kosovo, senza che alcuna di quelle regioni potesse uscirne indenne per più di un decennio. Di chi sono stati i torti? Chi ha iniziato? Chi ha commesso i crimini peggiori? Qual è stato il ruolo delle grandi potenze internazionali?

Il progetto Ti si moj zivot si propone di realizzare tre differenti spettacoli teatrali, in tre successive stagioni, nel tentativo di fornire un quadro più ampio possibile delle atrocità di quel decennio. In questo primo capitolo, la lente di ingrandimento è posta su alcune delle tante piccole storie che hanno attraversato il primo anno della guerra in Bosnia, tra il 1992 e il 1993, dando a Bosko e Admira, due giovani fidanzati di etnie e di religioni differenti; Zlata, una bambina di undici anni che ha scritto in un diario la sua visione di quegli anni; Suada, una giovane studentessa in medicina e Verdan, mentre suona il suo violoncello sulle rovine della biblioteca di Sarajevo.

Sullo sfondo, quasi in controluce, le Olimpiadi invernali di Sarajevo del 1984 e i mondiali di calcio di Italia 1990, ultimi bagliori del sentimento di appartenenza alla Nazione.

 

Giovedì 12 e venerdì 13 aprile ore 20.45

TÁLIA SI È ADDORMENTATA

tratto da “Lo cunto de li cunti” di Giambattista Basile

drammaturgia e regia Francesco Petti

con Cinzia Antifona, Valentina Greco, Francesca Pica

musiche Francesco Petti

ninna nanna Antonio Petti, musicata da Melisma

scene e costumi Domenico Latronico

aiuto scenografo Dario vegliante

sarta Gaia Vona

Produzione PolisPapin e Ygramul Teatro | LAZIO

L’inclinazione della compagnia a prediligere un percorso di ricerca che vede come elementi fondanti del lavoro le atmosfere noir, la cultura popolare, la commistione di realismo e momenti onirici ha naturalmente portato il progetto a rivolgersi verso l’opera di Giambattista Basile, all’arte e alla cultura inquieta e nera del Seicento. Il lavoro si è incentrato su una delle versioni più antiche della fiaba, a tutti nota come La bella addormentata che ne Lo cunto de li cunti è intitolata Sole, Luna e Tàlia. Il corpus dello spettacolo, nella sua sostanza, prende vita dall’elaborazione dei diversi livelli della fiaba. La Bella Addormentata non si è mai svegliata con un semplice bacio. Al fondo oscuro della sua favola c’è una bambina che diventa donna, preda di un uomo cacciatore, la vecchia generazione che lotta per non scomparire, Eros e Thanatos, l’ineluttabilità spietata del Fato e il Tempo inarrestabile. La drammaturgia, nata in corso d’opera e realizzata da Francesco Petti, è stata composta in italiano, mista a brani quasi integrali del Basile il cui affascinante linguaggio, dialettale ma letterario, cortese e teatrale, spesso glossolalico e sempre musicale, ha permesso alle attrici di lavorare ampiamente sul suono e di creare un gioco di trasformazione, indagato così in profondità da diventare la chiave poetica dello spettacolo. Nella messa in scena vi è un continuo scambio di ruoli attuato dalle tre attrici che interpretano, a turno, tutti i personaggi. Un meccanismo da giostra, un espediente teatrale che cela il compito più profondo della fiaba e del teatro ovvero di essere uno specchio per chi legge, ascolta, guarda. Tra stilemi secenteschi e piccole macchinerie teatrali si restituisce l’atmosfera magica e sospesa dello spettacolo, in cui si avvicendano figure misteriose, fosche peripezie, storie d’amore, loschi tranelli e buffi servitori.

14 aprile | ore 18.00 | ingresso libero

APERITIVO CON L’EDITORE

Presentazione del volume Marmellata d’arance di Anna e Rosalia Messina

Vincitore del Premio L’Artigogolo 2017 | scrittori per il teatro | categoria drammaturghi esordienti

Oltre alla presentazione dell’opera vincitrice dell’Artigogolo 2017, pubblicata all’interno della collana Le Nebulose, edita da ChiPiùNeArt S.r.l.s, con il titiolo Marmellata d’arance, che affronta con grande delicatezza i rapporti familiari, in particolare quello tra la protagonista e sua madre: rapporto mai affrontato e mai risolto, saranno presenti altri autori che dialogheranno col pubblico e leggeranno stralci delle loro opere. Tra gli ospiti: Maria Pia Brunelleso, poetessa, Livio Curatela, scrittore, Alma Daddario, drammaturga, Adele Costanzo, Direttore Editoriale ChiPiùNeArt, Cecilia Bernabei, curatrice della collana Le Nebulose.

Gran festa per il quinto compleanno dell’associazione ChiPiùNeArt con giochi letterari e piccolo rinfresco offerto dalla Direzione Artistica del DOIT Festival e L’Artigogolo.

15 aprile | ore 17.00 | ingresso libero

CERIMONIA DI PREMIAZIONE

Premiazione dei vincitori e dei menzionati | DOIT Festival, Drammaturgie Oltre Il Teatro, IV edizione 2018. Presenzierà la giuria.

Premiazione dei vincitori e dei menzionati | L’ARTIGOGOLO – Scrittori per il teatro, concorso di scrittura drammaturgica, IV edizione 2018:

Sezione Drammaturghi in azione: “Narciso” di Alessia Giovanna Matrisciano

Sezione Drammaturghi Esordienti: “Terra amara” di Marco Spata

Sezione studenti di scuole secondarie: “Medea” di Matteo Domenico Varca

Menzione speciale sezione studenti: “Tatì” di Rachele Pesce

Presenzierà Massimo Gazzè Riccardi.

Al termine brindisi offerto dalla Direzione Artistica del DOIT Festival e L’ARTIGOGOLO.

 

DOIT Festival – Drammaturgie Oltre Il Teatro

www.doitfestival.eu

 

in collaborazione con

 

LARTIGOGOLO – scrittori per il teatro

www.artigogolo.eu

 

 

15 | 27 MARZO 2018

3| 15 APRILE 2018

 

Ar.MaTeatro | Via Ruggero di Lauria, 22 – Roma (Metro A Cipro)

Per info e prenotazioni: 06 3974 4093

Email: info@capsaservice.it

 

Biglietti: 12 euro intero; 10 euro ridotto; 8 euro studenti

Abbonamenti a partire da 32 euro

 

Direzione artistica DOIT Festival

Angela Telesca – angela.telesca@chipiuneart.it

Cecilia Bernabei – cecilia.bernabei@chipiuneart.it

 

Direzione organizzativa DOIT Festival

Simona Lacapruccia simona.lacapruccia@chipiuneart.it

 

Ufficio stampa ChiPiùNeArt

ufficiostampa@chipiuneart.it, 3208955984

Grafica e webmaster ChiPIùNeArt

Walter Mirabile – walter.mirabile@chipiuneart.it

Si ringraziano i mediapartner

CulturaMente | Gufetto Magazine | Missioni Teatrali | Persinsala | Recensito

 

i Teatri della Rete DOIT Festival

Teatro Il Moscerino (Pinerolo – TO) | Ar.MaTeatro (Roma)|

Teatro Studio Uno (Roma) | Teatro Trastevere (Roma) |

TRAM Teatro Ricerca Arte Musica (Napoli) | Teatro dei Limoni (Foggia)

Liam Neeson interpreta “The silent man”, la gola profonda dello scandalo Watergate

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“The silent man”, il nuovo film di Peter Landesman in uscita il 12 aprile, racconta lo scandalo Watergate visto dall’interno dell’F.B.I.

Scritto e diretto da Peter Landesman (“Zona d’ombra”, “Una scomoda verità”, “Parkland”),“The silent man” è la storia di Mark Felt, vice-direttore dell’FBI e fonte anonima dello scandalo Watergate, sotto lo pseudonimo di “gola profonda”. Siamo, quindi, di fronte ad un cinema che sta a metà tra il film biografico e il film storico.

Mark Felt è stato un agente speciale dell’FBI per tutta la vita e ha occupato la carica di Vice-Direttore dal maggio1972 fino al pensionamento nel giugno1973. In “The silent man” è interpretato perfettamente da Liam Neeson.

Il film si apre con la morte del direttore, nonché fondatore dell’FBI, J. Edgar Hoover (protagonista di un interessante biopic con Leonardo Di Caprio). Il protocollo non ufficiale prevede che si distruggano documenti e dossier. D’altronde quello dell’FBI è un “bell’ambientino”, molto vicino ad un covo di vipere.

Nel frattempo, cominciano a trapelare le notizie sulle intercettazioni che alcune persone legate al Partito Repubblicano avrebbero effettuato illegalmente all’interno del palazzo Watergate, quartier generale dell’avversario Partito Democratico. In breve, si innescherà lo scandalo più famoso della storia degli U.S.A. che ispirerà Hollywood per i decenni a venire.

D’altronde, il periodo storico era pieno di fermento: le truppe americane erano ancora in Vietnam; il popolo americano protestava sempre di più per una guerra di cui stava pagando un prezzo alto in termini di giovani vite; il movimento hippy stava cambiando la società e la famiglia americane in maniera profonda.
La stessa famiglia di Mark Felt stava affrontando le conseguenze di tali fermenti, visto che sua figlia era fuggita di casa per unirsi ad una comune e da anni non dava notizie di sé.

In “The silent man” sono ben descritti i tumulti politici dell’era Watergate.

Peter Landeseman descrive bene questa fase storica, comprese le lotte di potere tra i rami dell’esecutivo e l’FBI, le prove di brogli elettorali e la rinnovata posizione di sfida della Casa Bianca nei confronti della veridicità dei mezzi di informazione.

In questo contesto Felt troverà il coraggio di diventare l’informatore segreto di Bob Woodward e di altri giornalisti. Fornirà al Washington Post e agli altri organi di stampa le informazioni cruciali che nel 1974 portarono alle dimissioni del Presidente degli Stati Uniti Richard Nixon.

“The silent man” è un film dalle atmosfere cupe e ansiogene. Non c’è vera azione, ma fa respirare molta tensione allo spettatore. La fotografia, diretta da Adam Kimmel, è davvero perfetta per rendere questo tipo di atmosfera e di tensione.

Liam Neeson è sempre bello e bravo, anche se truccato in modo da sembrare un po’ più vecchio. Vi consigliamo di vedere il film in lingua originale, se potete: la sua voce profonda lo rende perfetto come informatore che si muove nell’ombra, per il bene del suo Paese.

The silent man
Diane Lane interpreta in modo impeccabile la bella Audry, la moglie di “gola profonda”. È proprio la perfetta, devota “mogliettina dell’FBI”: si sorbisce i vari traslochi, accetta anche che il marito non possa “approfittare” della sua posizione per ritrovare la figlia.

Il cast offre al pubblico un gioco divertente: ma in quale serie TV ho visto quest’attore/trice?

Il resto del cast di “The silent man” è ben amalgamato e composto da ottimi attori, anche per i ruoli marginali. Gli amanti delle serie TV americane troveranno interessante rivedere alcuni volti noti in ruoli diversi dal solito. Nel film recitano, infatti, Tony Goldwin (il presidente Grant di “Scandal”), Kate Walsh (la dr. Allison Montgomery di “Grey’s Anatomy” e “Private Practice”), Noah While (il dr. John Carter di “E.R”).

Vi ritroviamo anche Julian Morris, che abbiamo visto in molte serie tra cui “New Girl” e “Once upon a time” (il principe Philip), ma che qui interpreta il giornalista John Woodword. Sebbene il suo ruolo sia solo accennato nel film, è inevitabile un paragone con Dustin Hoffman che interpretò lo stesso personaggio, anche perché costumi e trucco li hanno resi più che simili.

The silent manLa ricostruzione storica ci è sembrata quasi perfetta, grazie alle scenografie di David Cranke i costumi di LorraineZ.Calvert.

“The silent man” è nel complesso un prodotto ben riuscito. Tuttavia, rischia di essere noioso, perché difficile da seguire da chi non conosca già gli eventi storici narrati.

Al contrario è un film che non annoierà  affatto gli appassionati di storia americana contemporanea. Per ricostruire tutto quel momento storico, consigliamo di (ri)vedere “Tutti gli uomini del presidente” e “The Post”.
Stefania Fiducia

Giudizio Universale: lo show che finisce con un ma

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Giudizio Universale, lo show in scena all’Auditorium della Conciliazione, crea un’immensa suggestione per l’uso di 3D, tecnologie all’avanguardia, ma manca l’interazione con il pubblico.

Uscire da un teatro o un auditorium con un ma è sempre avvilente. Sarà forse che gli addetti ai lavori (essendo guida turistica) conoscono queste storie, ma Giudizio Universale. Michelangelo and the Secrets of the Sistine Chapel, la show ideato da Marco Balich e prodotto dalla sua Artainment Worldwide shows con la supervisione teatrale di Gabriele Vacis in scena ora all’Auditorium della Conciliazione, mi ha lasciato perplesso.

Ero molto curioso di vedere questo spettacolo, perché è uno spettacolo, creato con la consulenza scientifica dei Musei Vaticani e con le musiche di Sting arrangiate da John Metcalfe. Eppure in questo spettacolo è mancato qualcosa.

Un’esperienza totale….

Michelangelo concepì i capolavori della Sistina in due fasi della sua vita: la volta, commissionata da Giulio II, fu dipinta tra il 1508 e il 1512, mentre il Giudizio Universale, commissionato da Clemente VII e dipinto sotto Paolo III, fu iniziato intorno agli anni ’30 del 1500 e finito nel 1541.

Marco Balich, produttore esecutivo di eventi come la Cerimonia d’Apertura delle Olimpiadi di Rio de Janeiro 2016,  in un’intervista del 19 febbraio sul Venerdì di Repubblica, ha detto le seguenti parole: “A me non interessa che la gente esca dalla sala dicendo” ah, carino il documentario”. Voglio che restino senza parole per mezz’ora come quando sono uscito da 2001 Odissea nello Spazio. Voglio che sia un momento di sbigottimento, un’esperienza totale, artistica, emotiva e perché no spirituale“. Balich continua dicendo “Per tutti, dalla famigliola agli autostoppisti con lo zaino, dal cattolico all’ateo al buddhista, fino alla fascia di pubblico più difficile: gli adolescenti abituati a videogiochi e film di supereroi. Se riusciamo a fargli passare un’ora senza sbirciare il telefonino, abbiamo vinto“.

La divulgazione è importante nel mondo odierno. Si tratta del primo spettacolo in Italia di Artainment, una forma di arte che unisca musica, spettacolo, performance e arte. Le immagini hanno un grande potere di stimolare il processo creativo mentale. L’arte e la cultura vanno portati al popolo. Le riproduzioni in 3D usate per questo show, curate da Luke Halls, erano spettacolari, così come le luci di Bruno Poet e Rob Halliday, il sound design di Mirko Perri, i costumi di Giovanna Buzzi e le voci di Pierfrancesco Favino e Susan Sarandon (rispettivamente Michelangelo e la Bibbia). Anche tutto il resto dell’equipe tecnica e artistica è stato notevole.

…che si trasforma…..

L’intero Auditorium è stato trasformato nella Cappella Sistina, immagini spettacolari del Giudizio Universale venivano proiettate sul fondo. Il pubblico era stordito dal suono gioioso delle campane per l’elezione del papa (nella Sistina avviene il conclave) e addirittura compare un finto camino (la famosa fumata bianca o nera). L’intento dei creatori era stimolare un possibile turista a visitare la Cappella Sistina. Bersaglio che sicuramente sarà stato centrato.

…….. a cui manca qualcosa

Vi è però una questione fondamentale per me da sottolineare: in questo show mancava l’interazione con il pubblico. L’interazione è parte fondamentale di uno show: il pubblico si sente coinvolto.  I pochi dialoghi presenti, curati da Luca Speranzoni, erano purtroppo poveri.

L’interazione, fornita di dialoghi che avessero spiegato meglio dei capolavori, latitava. Opinione non solo mia ma anche dei turisti seduti dietro di me. Mancavano poi figure fondamentali come quella di Papa Clemente VII Medici, il grande papa committente del Giudizio Universale.

Anche le musiche del maestro Sting non erano adatte al tema, mentre di grande effetto era il Dies Irae dalla Messa da Requiem di Giuseppe Verdi.

Un bello spettacolo a cui mancava qualcosa. Quel qualcosa che l’avrebbe potuto rendere veramente grandioso.

Marco Rossi

@marco_rossi88

(Foto di Antonello&Montesi, Art by Balichworldwideshow, prese dal sito Artribune)

La Fornarina di Raffaello torna di nuovo a Palazzo Barberini di Roma

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La Fornarina di Raffaello torna a Roma a Palazzo Barberini, dopo un piccolo viaggio a Bergamo per la mostra Raffaello e l’eco del mito.

 

Raffaello Sanzio (Urbino 1483 – Roma 1520)
La Fornarina
1520 circa
olio su tavola
cm 87 x 63
Palazzo Barberini
Inv: 2333

Proprio oggi, lunedì 9 aprile 2018 torna di nuovo la splendida opera di Raffaello: La Fornarina, presso Palazzo Barberini di Roma.
Ritorna, infatti, oggi nella sua dimora l’opera di Raffaello.
Le Gallerie Nazionali Barberini Corsini hanno deciso di aderire a un progetto espositivo di straordinario valore scientifico, concedendo in prestito all’Accademia di Carrara di Bergamo, a partire dal 27 gennaio La Fornarina, per consentirne l’esposizione alla mostra Raffaello e l’eco del mito.

La famosissima opera di Raffaello Sanzio, detta La Fornarina è del 1520. Si tratta di un olio su tavola, di 87×63 cm. Secondo la tradizione, la donna raffigurata è Margherita Luti, musa e ispiratrice di Raffaello. Margherita era la figlia di un fornaio di Trastevere, da qui il nome “fornarina”, per anni amante del pittore.

Raffaello la dipinse negli ultimi anni della sua vita e non si conosce bene il committente dell’opera.

La donna presenta sul suo volto dei forti tratti marcati e sicuramente ricorda La Venere. Il riferimento è assai forte, in effetti possiamo notare questo dalla posa delle mani, una posata delicatamente sul grembo e l’altra che sfiora il seno. Il modello è quello della Venere statuaria classica, che è considerata una “Venere pudica”.

Sebbene si tratti di un gesto di pudore, l’osservatore è attratto proprio da quello che la Fornarina vorrebbe nascondere. Altri riferimenti alla dea dell’amore sono: il mirto e il ramo di melo cotogno, che rappresentano la fertilità e il bracciale della donna, dove si legge “Raphael Urbinas”, firma dell’autore e simbolo di un pegno d’amore.
Visto l’imminente ritorno, se non lo avete ancora mai fatto, potete ammirare La Fornarina, a partire dal 12 aprile in poi, nel suggestivo scenario di Palazzo Barberini di Roma.

 

Alessandra Santini

Oscura Luce: la mostra di Roberto Ferri

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Si è tenuta fino al primo aprile, alla Fondazione Stelline, la mostra “Oscura Luce”, che ha raccolto 12 opere di Roberto Ferri, interessante esponente della figurazione italiana.

La sua è una pittura dal gusto classico ma assolutamente contemporanea, caratterizzata da una tecnica che sfiora il virtuosismo.

Siamo sinceri: è un grande periodo per Caravaggio e per i suoi fan. A Milano fa furore la mostra Dentro Caravaggio e lo spin-off L’ultimo Caravaggio. Eredi e nuovi maestri (alle Gallerie d’Italia), e al cinema ha grande successo L’anima e il sangue. In questa linea si inserisce perfettamente Roberto Ferri, pittore tarantino (ma che ora vive nel Viterbese) famoso per essere finito in TV con le sue opere. Secondo lo stesso Ferri, l’attenzione che c’è oggi per Michelangelo Merisi è dovuta al fatto che la gente è stanca di vedere installazioni moderne con poca qualità e poco spessore. Piace invece l’idea di tornare a una pittura che fa parte della nostra tradizione, e Caravaggio significa tornare a qualcosa di sicuro. E’ un punto fermo della nostra tradizione, impossibile non restarne affascinati.

I quadri di Ferri sono stati scelti per il set della seconda serie di “Gomorra” andata in onda su Sky (“Liberaci dal male” e “Un angelo caduto” sono stati collocati ai lati della scrivania del boss Pietro Savastano). Ma non solo! Possiamo vedere le sue opere anche in “Sangue del mio sangue” di Marco Bellocchio, presentato al Festival di Venezia nel 2015. Bellocchio ha voluto una decina di opere di Ferri, tra cui “Sigillum”, per gli arredi della dimora del misterioso Conte.

Un veicolo per l’arte contemporanea

Come ci ha raccontato lo stesso artista, il contatto con Bellocchio è avvenuto tramite lo scenografo del film “Sangue del mio sangue”, Andrea Castorina. I quadri proposti al regista sono piaciuti tantissimo, tanto che nel film sono ben visibili circa dieci quadri dell’artista. I due si sono rivisti poi a Venezia, al Festival del Cinema. I quadri hanno così completato la scenografia e la tematica del film.

Per “Gomorra” invece sono stati scelti 4 quadri, di cui due inseriti nello studio di Savastano, il big boss della serie. Secondo l’artista questo è un buon veicolo per l’arte contemporanea, soprattutto per i dipinti, che non diventano solo un arredamento all’interno della scenografia ma accrescono il livello del film o della serie. E’ molto difficile affermarsi, infatti, per un artista contemporaneo, e questo è un modo per farsi conoscere.

oscura luce roberto ferri

Nato a Taranto nel 1978, Roberto Ferri è uno dei giovani esponenti della figurazione italiana. Sulla scorta della grande tradizione rinascimentale e poi barocca, ha saputo reinventare una pittura dal gusto classico ma assolutamente contemporanea. Un genere che oltre a Roberto Ferri, con diverse sensibilità, ha tra i suoi esponenti più noti e affermati Nicola Samorì, Agostino Arrivabene, Giovanni Gasparo.

Quella di Ferri è una pittura sublimata da una tecnica che sfiora il virtuosismo. Sugli elementi iconografici della tradizione si innestano strumenti tipici del surrealismo.

Le parole del curatore Crespi

“Il risultato”, sottolinea il curatore Angelo Crespi, “sono opere di una straordinaria bellezza, minata però da una profonda inquietudine, di corpi che si adeguano alla mollezza della ragione, colti nel dormiveglia, presi in quel soprassalto tra sonno e vita. Il nero è il limite dentro il quale sprofondano le certezze, il non colore che genera per esuberanza miracolosa la luce e dunque anche le cromie ma appena accennate, flebili e quasi momentanee increspature di una buia totalità.

Si compie così l’ossimoro della ‘luce oscura’ per chi è abituato di notte alla visione scotopica con cui si coglie prima la brillantezza, il baluginare delle cose, e solo dopo – scrutando – se ne apprezza la cromaticità. Le membra si radicano, sembrano sul punto di farsi altra scorza, in una metamorfosi solo in apparenza naturalistica. E invece, se guardata con attenzione, è una sorta di ibridazione meccanica, in cui gli ingranaggi o le catene rimandano a visioni ombrose. Rimandano ai miti di quella cultura romantica che si oppose in nome dell’oscurità e delle forze ctonie allo stolido ottimismo del positivismo nei confronti di un progresso senza fine”.

Biografia dell’autore e progetti futuri

Roberto Ferri (1978) è stato allievo per elezione dei grandi maestri del Cinquecento e del Seicento, da Michelangelo a Caravaggio, e poi dell’accademismo sette-ottocentesco. Ha esposto in molti paesi e in prestigiose istituzioni d’arte e musei, ha partecipato a importanti fiere internazionali e collettive. Non ha disdegnato neppure le commesse pubbliche di prestigio, realizzando opere straordinarie, come la Via crucis per la Cattedrale di Noto, ricostruita dopo il terremoto.

La mostra alla Fondazione Stelline ha ottenuto un grandissimo successo: 2.500 visitatori totali in circa 15 giorni, con una media di 180 visitatori al giorno.

Tra i futuri progetti dell’artista, c’è una mostra personale museo di Olomouc, vicino Praga, incentrata sul sacro. Probabilmente, inoltre, la mostra di Milano si sposterà a Palermo nei prossimi mesi. Sogni nel cassetto e obiettivi da raggiungere? Roberto non ha dubbi: spera che la pittura si affermi, e soprattutto che la pittura contemporanea abbia il giusto riconoscimento. E lui sicuramente è sulla buona strada.

Valeria Martalò

Il passato che non si dimentica raccontato da Elizabeth Jane Howard in “All’ombra di Julius”

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Esce oggi il romanzo che la scrittrice inglese scrisse prima della nota saga dei Cazalet.

Sono trascorsi vent’anni da quando Julius è scomparso, ma la sua assenza ha lasciato un segno profondo nelle persone intorno a lui. Forse perché Julius ha vissuto come un uomo mite, ma ha voluto morire da eroe, o forse perché le donne della sua famiglia senza di lui hanno vissuto una vita diversa da quella che avevano immaginato.

All’ombra di Julius” della scrittrice inglese Elizabeth Jane Howard, edito da Fazi, è una storia familiare, ma è anche la storia di una generazione. Siamo negli anni Sessanta, in un lungo weekend di inizio primavera. Tre giorni durante i quali ognuno dovrà fare i conti con Jiulius e con la sua ingombrante assenza. La guerra è lontana ma non è dimenticata, è indelebile il segno che ha lasciato.

La guerra, una ferita ancora aperta

Esme è la moglie di Julius, una donna intelligente e affascinante, che negli anni Quaranta si innamora del giovane Felix. Iniziano una relazione travolgente, ma poi improvvisamente Julius muore: a 50 anni, decide di imbarcarsi per andare a salvare i soldati abbandonati sulla spiaggia di Dunkerque. Vuole dare il suo contributo alla lotta contro i tedeschi non potendo più andare al fronte. Una missione suicida, che lascia dietro di sé un carico di dolore: Julius è davvero partito per eroismo o semplicemente aveva scoperto la relazione della moglie e non ha resistito al dolore?

Le donne fuori dagli schemi di Elizabeth Jane Howard

La figlia Cressida da vent’anni vive con questo peso sul cuore, mentre Esme si è rassegnata alla sua solitudine. L’altra figlia, Emma, sembra vivere in un mondo tutto suo. Ognuna ha rapporto diverso con l’amore, che però non porta mai al raggiungimento della felicità. Non c’è mai pace per le donne di Elizabeth Jane Howard.

Gli anni passano veloci, con nodi destinati a non sciogliersi, fino a quando ricompare nella vita delle tre donne compare Felix, vent’anni dopo la sua fuga, e ognuno di loro dovrà fare i conti con l’ombra di Julius che porta nel cuore.

Gli ingredienti della saga dei Cazalet ci sono tutti

Chi ha amato la saga dei Cazalet amerà anche questo libro, ci sono tutti gli ingredienti, anche se Elizabeth Jane Howard scriverà la saga molti anni dopo “All’ombra di Julius”.  I personaggi femminili sono straordinari, inquieti, rivoluzionari. Le donne cercano il loro posto nel mondo, la scrittrice mette in luce tutte le contraddizioni di un’epoca che le vede in ruolo quasi di segregazione.

Questa è un’altra caratteristica dei libri della Howard: quello che succede fuori dalle porte di casa non è mai solo lo sfondo della storia, ma ne è parte integrante. Non può lasciarci indifferenti quello che accade fuori dal nostro piccolo mondo.

Tra vita personale e impegno collettivo

Elizabeth Jan Howard non risparmia critiche amare sulla società in cui vive, ci sollecita a riflettere se sia più importante pensare a sé stessi e al proprio piacere o se invece sia più giusto impegnarsi in un progetto collettivo.

Sarebbe diventata capace di aiutare gli altri, quelli che ancora confondevano l’amore con il matrimonio, quelli che vivevano nella convinzione che, se possiedi case, macchine, una buona reputazione e una routine quotidiana, allora non ti manca niente.

Julius sottraendosi alla sua famiglia ha davvero compiuto un gesto eroico o è semplicemente codardamente fuggito dal suo dolore personale, per non dover chiedere spiegazioni? Il giudizio finale spetta a voi lettori.

Silvia Gambi

“Circus Don Chisciotte”: la lotta contro i mulini a vento a colpi di letture

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Circus Don Chisciotte arriva sul palco del teatro Eliseo di Roma dal 3 al 22 aprile. Il testo scritto, diretto e interpretato da  Ruggero Cappuccio insieme a Giovanni Esposito, trasporta l’eroe di Cervantes in epoca moderna.

Don Chisciotte è uno dei personaggi letterari più famosi della letteratura mondiale del mondo occidentale. L’hidalgo uscito di senno dopo aver divorato troppi romanzi cavallereschi incarna una serie di valori morali in aperto contrasto con la contemporaneità. Non a caso, il romanzo di Cervantes rispecchia il passaggio dal mondo rinascimentale a quello barocco. Un’epoca di transazione dove l’unico eroe possibile sembra essere un pazzo accompagnato da un fedele scudiero che lo asseconda.

Si sa che uno dei pregi dei classici letterari sia la loro capacità di essere attualizzati. Tra gli ultimi ad avercelo dimostrato è Ruggero Cappuccio che, nello spettacolo teatrale Circus Don Chisciotte, porta l’eroe di Cervantes nella Napoli odierna.

Operazione non di certo errata visto che non viviamo un periodo semplice. Con il progresso tecnologico galoppante è facile perdere di vista valori e abitudini che hanno sempre guidato l’essere umano.

Michele Cervante, questo il nome del protagonista (interpretato dallo stesso Capuccio), non riesce ad accettare di vedere il mondo solo attraverso uno schermo o come immagine priva di spessore. Ed è così che questo ex professore universitario decide di rinunciare alla pensione per vivere come vagabondo ai margini della società. Durante una delle sue peregrinazioni lungo un binario morto, trova Salvo Panza, un ex infermiere diventato nullatenente. Cervante riesce a convincere Salvo a mettere in piedi una rivoluzione contro l’alienazione provocata dalla tecnologia. Ai preparativi per la rivolta si uniranno altri personaggi caduti in disgrazia: una coppia di vecchi ristoratori, un ex prestigiatore amante delle moto e una principessa siciliana.

Insieme daranno vita a una serie di scene paradossali e del tutto irreali a cui credono, o fingono di farlo, proprio come lo spettatore.

Circus Don Chisciotte
                                             Ruggero Cappuccio nei panni di Michele Cervante.

 

Circus Don Chisciotte si fa guardare con piacere strappando più di una volta qualche sonora risata, grazie soprattutto alla simpatia di Giovanni Esposito. Peccato che il carattere immaginario delle situazioni, l’uso di vari dialetti anche molto stretti e il volume basso di alcune voci abbiano compromesso la comprensione di alcuni momenti. Anche il messaggio rivoluzionario di Cervante e del suo seguito, si perde nel susseguirsi delle scene comiche. I momenti più intimi e seri non hanno lo stesso impatto delle battute ilari.

I mulini a vento contro cui combatte il Don Chisciotte del 2018 sono la superficialità, la scontentezza e la mancanza di ideali forti tipica dell’età contemporanea. Non mancano di certo opere che parlano degli effetti dello sviluppo tecnologico sugli esseri umani. Ma la cosa più riuscita dello spettacolo è proprio la trasposizione in chiave moderna del capolavoro letterario di Cervantes.

La lingua usata dal novello hidalgo è poetica (spesso ci sono termini che ricordano la lirica trecentesca) ed espressiva. Restituisce l’idea di un cavaliere, di un intellettuale, di un uomo di altri tempi. Interessante anche la scelta di contrapporre questo modo di parlare al dialetto, più concreto, più popolare ma non privo di saggezza e spessore.

Circus Don Chisciotte

Molto bella è l’immagine dei libri e degli scrittori che viene fuori da Circus Don Chisciotte.

Don Chisciotte, come Madame Bovary, sono quei personaggi che incarnano il lato negativo della lettura. Lasciandosi trasportare dalle pagine di finzione, compromettono la loro stabilità mentale e la loro stessa vita, confondendo l’immaginario con il reale. Eppure, nello spettacolo di Capuccio i libri sono la principale fonte di sostentamento di Cervante (l’uomo chiede che gli siano letti dei libri al posto del cibo), nonché strumento utile per il superamento di alcuni ostacoli. Una delle scene più memorabili è quella in cui Cervante chiede a Salvo di passargli i volumi più significativi della storia letteraria mondiale per attraversare un lago immaginario.

Inoltre, l’ex professore si rivolge a scrittori famosi – Pennac, Roth e Oz per citarne alcuni – per diffondere la rivoluzione. è chiaro che la buona letteratura sia lo strumento più efficace per riconquistare consapevolezza di sé e del mondo. (Sull’importanza della letteratura per la vita quotidiana, potete leggere anche questo nostro articolo).

Circus Don Chisciotte può piacere sia agli amanti del mondo letterario, sia a chi ha voglia di passare qualche ora in allegria. Forse non è lo spettacolo migliore della stagione dell’Eliseo, ma di certo è una buona scelta per passare una serata a teatro.

 

Federica Crisci

“Domani i giornali non usciranno” è “un lavoro di squadra travestito da monologo”

In concorso al “Doit Festival 2018”, il breve dramma per aeroporti “Domani i giornali non usciranno” è tornato in scena a Roma il 5 e 6 aprile all’Ar.Ma Teatro.

Del bellissimo monologo “Domani i giornali non usciranno” avevamo già parlato al suo debutto ad ottobre 2017 al Teatro Studio Uno di Roma.

Confermiamo di essere rimaste affascinate anche noi da questo spettacolo coprodotto dalla Compagnia Baroni Chielli e Ferrari e dal Teatro Studio Uno.
Una donna ha appena perso la coincidenza per il suo volo e non sa quando potrà imbarcarsi sul prossimo. Per mesi si è preparata a questa partenza, per raggiungere l’uomo che la sta aspettando. Ha vissuto in uno stato non di attesa, ma di “anticipazione”.

Ora è all’aeroporto nella versione migliore di se stessa: nel suo aspetto migliore, con addosso il suo abito più bello, con il perfetto grado di abbronzatura.

Il testo è bellissimo: complesso, non immediato, ma relativamente facile da seguire. La donna si trova di fronte a elefanti nella stanza, astinenza da nicotina e ai migliori dubbi della sua vita.

L’autrice Veronica Raimo e la bravissima interprete Alessandra Chieli ci regalano battute degne di riflessione.

Ad esempio, i fisici si saranno mai accorti che quello del gatto di Schrödinger è un paradosso molto più utile alla polemica che alla matematica quantistica? Certe coppie di amanti avranno mai pensato che nella loro storia a distanza è arrivata prima la storia e poi la distanza? O ancora: come scegliamo le scarpe? La donna sospesa in aeroporto vuole belle scarpe, non comode. Vorrebbe “sentire qualcosa, fosse anche il dolore ai piedi” per lunghe camminate sui tacchi alti.

Uno spettacolo in cui parole, movimenti, suoni e luci si amalgamano tra loro in modo elegante e leggero.

La donna perde il passaporto, le dicono che sta creando una situazione di disagio. Lei, però, affronta solo i propri dubbi, senza scioglierli. Adottando le parole di un critico e del pubblico nel dibattito post-recita, c’è una donna sospesa tra l’ansia del passato e la paura del futuro. In realtà, ci è sembrato che sulla bilancia pesasse più l’ansia del passato. Sulle tante zavorre che porta in viaggio, la donna deve affrontare una riflessione.

L’uomo che deve raggiungere si palesa attraverso i ricordi di lei e una voce, rassicurante. Le parla dei loro viaggi in auto, in cui lui sceglierà la musica, lei gli autogrill e i ristoranti. Le dice che spesso le persone entrano nelle vite degli altri come delle consolazioni. Lei, invece, è la prima persona a non essere per lui una consolazione.

Abbiamo molto apprezzato la messa in scena, l’uso della scenografia e delle luci, perfettamente integrate con e nel testo. Ad un certo punto l’abito nero di Alessandra Chieli diventa uno schermo su cui proiettare immagini. Oppure le luci cambiano come ci fosse una sfera stroboscopica ed accompagnano ritmicamente parole incomprensibili – tra futurismo e dadaismo. Oppure per dare dinamicità al monologo, l’attrice sposta e smonta i telai delle porte che costituiscono la scenografia.

D’altronde, lo stesso testo di Veronica Raimo, come dice lei stessa nel dibattito a fine recita, è nato per essere smontato. Il progetto di “Domani i giornali non usciranno” si è costruito fin da subito con la collaborazione tra Raimo e l’attrice Chieli, addosso a cui è stato cucito il testo. A sua volta, i registi Emilio Barone e Massimiliano Ferrari hanno preparato lo spettacolo alla presenza frequente della drammaturga.

Questo continuo confronto tra autrice, registi e attrice ha reso “Domani i giornali non usciranno un lavoro di squadra travestito da monologo”.

Stefania Fiducia

Le fotografie sono tratte dalla pagina Facebook del DOIT Festival

“Van Gogh – Tra il grano e il cielo” è un docufilm che emoziona e sorprende

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Il 9, 10 e 11 Aprile nei cinema sarà possibile vedere il favoloso docufilm VanGogh – Tra il grano e il cielo, distribuito da Nexo Digital.

Che sia per cavalcare l’onda del successo che sta ampiamente avendo l’artista in questi anni o per la semplice voglia di conoscere e far conoscere uno dei pittori più incompresi della sua epoca, poco importa. Quello che conta è che ogni film realizzato sull’autore riesca a trasmettere e suscitare emozioni che arrivano al cuore, lasciando una sensazione strana, mista di malinconia e ammirazione.

Dopo il grandissimo successo, oltremodo meritato, di Loving Vincent, al cinema uscirà un altro film spettacolare sulla vita del pittore!

Van Gogh – Tra il grano e il cielo è un fantastico docufilm che ruota attorno alle opere dell’artista e alla fondatrice del primo museo che racchiuse le sue opere, Helene Kröller-Müller.

Per spiegare il loro legame unico, si ripercorrono la vita dell’artista e della fondatrice del museo e i luoghi in cui hanno vissuto e che li hanno ispirati.

Forse nessuno si è mai chiesto come faccia a diventare famoso un artista dopo la sua morte… Nel caso di Van Gogh, il merito è stato tutto della ricca borghese Helene Kröller-Müller.

La prima volta in cui venne in contatto con i quadri di Van Gogh fu da un professore di arte ed iniziò ad interessarsi all’autore di quei capolavori in cui tanto si rivedeva. Cominciò ad acquistare alcuni dei dipinti di Van Gogh circa 20 anni dopo la sua morte.

Helene iniziò anche a cercare le lettere che il pittore aveva scritto, ad informarsi su di lui e sulla sua vita. In lui trovò un amico, distante nello spazio e nel tempo, con cui “condividere” la sua particolare interpretazione per la fede e i suoi momenti di solitudine.

La donna decise di costruire un museo in cui vi fossero esposte le opere di diversi artisti ma soprattutto quelle di Vincent Van Gogh, suo autore preferito in assoluto.

Da questo museo sono state prese in prestito le opere esposte alla Basilica Palladiana di Vicenza, fra cui anche alcuni dei suoi ritratti più famosi.

L’uso sapiente delle luci e delle telecamere utilizzate per il documentario, sulle opere in mostra, hanno messo in risalto la peculiarità dei ritratti di Van Gogh.

In quei volti sembra di specchiarcisi, perché i ritratti di Van Gogh sono come degli specchi. Non troviamo il nostro volto ma troviamo comunque noi, le nostre emozioni, i nostri dolori, gli sguardi assenti. Sono gli stessi delle persone ritratte.

Grazie alla tecnologia 4K, le riprese sono così belle che sembra di essere davanti al quadro, tanto da di dimenticarsi di essere al cinema.

È meraviglioso come si riescano a vedere così nel dettaglio le pennellate che Van Gogh ha lasciato sulle tele. Si vede chiaramente lo spessore del colore ad olio che dà in questo modo un senso di rilievo e di profondità ai suoi dipinti.

Valeria Bruni Tedeschi, nella chiesa di Arles, ci accompagna narrando le storie di queste due persone che hanno segnato il cambiamento l’una per l’altra.

La linea di orizzonte che divide i campi di grano dal cielo nei suoi dipinti è la linea di solitudine che divideva Van Gogh dalle persone del suo tempo che non l’hanno apprezzato. Al tempo stesso, è una linea temporale che unisce i suoi sentimenti a quelli di tutte le persone che l’hanno ammirato dopo la sua morte.

Van Gogh – Tra il grano e il cielo è davvero un capolavoro di documentario! Ben fatto, emozionante, suggestivo. Fra i film su Van Gogh questo è più intimo, poiché analizza la vita e lo stile del pittore, senza romanzare. Racconta semplicemente la vita di una persona vissuta, una persona come noi ma dal talento e dalla sensibilità unici. Per queste ragioni mi aguro che abbia lo stesso successo di Loving Vicent.

Vederlo è d’obbligo per chi è appassionato di impressionismo, di espressionismo o dei capolavori del pittore olandese!

 

Ambra Martino

Donne e Metal: intervista a Sara Squadrani, voce degli Ancient Bards

Prosegue il nostro viaggio all’interno del Metal made in Italy.

Un viaggio che oggi ci porta a Rimini, città che ha dato i natali agli Ancient Bards, band che può vantare la splendida voce di Sara Squadrani. Mi fa davvero molto piacere accoglierla sulle nostre pagine virtuali.
Ad oggi ho avuto l’onore di recensire il disco di una band strepitosa come i Trick or Treat e di conoscere meglio gli Skeletoon attraverso le parole del loro leader: Tomi Fooler.

Così eccoci a fare quattro piacevolissime chiacchiere anche con lei. Vi lascio alla nostra intervista e vi invito, come sempre, ad ascoltare la bellissima voce di Sara Squadrani, conoscere e approfondire gli Ancient Bards e perché no, le tante band che il nostro bel paese sforna!

ancient bards

Ciao Sara e grazie per aver accettato il nostro invito. Cantante degli Ancient Bards. Ci presenti la tua band?

Ciao Emiliano, è un piacere! Gli Ancient Bards sono una band Symphonic Metal formatasi nel 2007 con all’attivo tre album che raccontano la storia della “Black Crystal Sword”.

Siete sotto contratto con una etichetta discografica tedesca. È così impensabile immaginare un investimento nel metal da parte dei nostri addetti ai lavori?

Al giorno d’oggi sono ben poche le etichette che possono permettersi di fare un vero e proprio investimento, ovvero puntare su un artista emergente, spendere soldi per produrlo/promuoverlo con la certezza che il guadagno sarà maggiore dell’esborso. Sappiamo tutti come va il mercato discografico ormai e la situazione esula dal fatto che ci si trovi in Italia o altrove. Nel nostro paese ci sono comunque diverse etichette che, in proporzione alle proprie possibilità, investono nel metal.
Al tempo ricevemmo un paio di proposte e la nostra scelta ricadde su Limb Music per vari motivi, tra cui la sua affinità con il nostro genere, essendo stata la prima etichetta dei Rhapsody.

Ultimamente abbiamo intervistato Tomi Fooler degli Skeletoon e recensito Re-Animated, il disco omaggio ai cartoni dei Trick or Treat in cui tu hai prestato la voce al brano “Jem”. Che esperienza è stata?

Era da tempo che Alle mi parlava dell’idea di registrare cover dei cartoni animati e quando il tutto si è concretizzato sono stata molto contenta, ero sicura che avrebbero ottenuto un risultato esaltante. Avevo già collaborato con i Trick or Treat in passato (nel loro ultimo album Rabbits Hill pt. 2) e quando mi hanno chiesto di partecipare a Re-Animated ho accettato senza indugio, perchè sono amici, lavorare con loro è sempre piacevole e non vedevo l’ora di dire sono una cantanteeee!!

Cantanti come Sharon den Adel, Tarja Turunen e Amy Lee immagino possano essere dei veri e propri punti di riferimento del genere. Ci sono gli artisti a cui si ispira Sara Squadrani?

No, non propriamente. “Ispirarsi a qualcuno” mi suona come un tentativo di imitazione, un prendere un modello predefinito a cui adattare il proprio stile e questo non lo faccio, non avrebbe alcun senso. Indubbiamente la mia formazione è il frutto dell’influenza di tanti cantanti che ammiro che hanno contribuito a dare vita alla mia personale artisticità, ma devo dire che nessuno di questi appartiene al mondo del metal, al quale mi sono avvicinata molto più in la con l’età. Sono cresciuta con Celine Dion, Mariah Carey e Whitney Houston e, ovviamente, nella frustrazione di sapere di non poterle mai eguagliare (ride)! Quando ho scoperto le cantanti che citi, verso i 20 anni, la mia vocalità era ben definita, per cui di loro ho potuto “assorbire” più il lato professionale che quello vocale.

Che brano consiglieresti per iniziare i curiosi che vogliono conoscere la vostra musica?

La nostra musica ha diverse sfaccettature, varia dalle tinte più sinfoniche a quelle più power metal, non saprei quale sia il brano più rappresentativo di tutta la nostra musica. Tra i miei preferiti c’è sicuramente “Soulless Child” la title track del nostro secondo album.

Su CulturaMente siamo sempre molto attenti alle figure femminili nel mondo dell’arte. Le donne “metal” sono a mio avviso una grande espressione di forza e determinazione. Quanto è importante a tal fine la presenza di “quote rosa” nel mondo del metal.

Le quote rosa sono importanti in tutti i mondi, il metal non fa eccezione! Ne ho discusso di recente sul mio blog (in occasione della festa della donna) e il punto è che sono un po’ annoiata da questa abitudine che si ha del dover sempre rimarcare la differenza tra uomo e donna, finché si sottolineerà la differenza ci sarà qualcuno che discrimina. Le donne del metal sono eccezionali così come gli uomini e mi piace tantissimo che ognuna interpreti il suo ruolo secondo il proprio stile, così possiamo vedere un array di personalità che vanno dall’aggressività di Alyssa alla dolcezza di Simone.

Ho in testa da un po’ di giorni il brano “The birth of evil”. Conoscere l’origine del male sarebbe utile davvero in un momento storico come questo. Secondo te da dove nasce?

Credo che il male sia nato insieme al bene, sono due facce della stessa medaglia. Non si potrà mai eradicare il male in sé, sarà sempre una scelta che possiamo fare. L’importante è scegliere sempre di fare il bene, per poterlo tenere a bada.

Lasciaci con una piccola news musicale che riguarda gli Ancient Bards oppure Sara Squadrani.

Gli Ancient Bards stanno lavorando al nuovo album. Federico e Martino saranno impegnati nelle prossime settimane in tour con altre band ed al loro ritorno daremo il giro di vite alla produzione.

…e noi aspettiamo!

Emiliano Gambelli

[Foto in copertina di www.realisart.com]

Esplorando la lingua italiana: un viaggio tra storia e curiosità

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Con Viaggio nei tempi della lingua italiana, (edito da Franco Cesati Editore) Marco Biffi accompagna il lettore attraverso le tappe evolutive dell’italiano. Dalla fine del latino, passando per il “guazzabuglio medievale“, spiega la questione della lingua. Infine, toccando l’unità d’Italia, conclude con una riflessione sullo stato attuale dell’italiano nel XXI secolo.

Un viaggio è un’esperienza indelebile nella nostra memoria e sulla nostra pelle. Molto spesso, la stessa lettura di un libro può rivelarsi un’esperienza paragonabile ad un viaggio immaginario. Qui la mente lascia il corpo e si dirige verso mete esotiche.

Oserò ancora di più. Cosa ne potrebbe essere di noi se l’esotismo in questione ci conducesse attraverso la storia di un entità tanto immateriale quanto contingente come la lingua italiana?

Quest’opera è una breve storia della lingua italiana che però non rifugge dall’evidenziale le pietre miliari di una storia millenaria, mettendone in luce le più svariate connotazioni. La lingua è un entità poliedrica, le cui sfaccettature declinano ora verso l’aspetto temporale, ora verso quello geografico. Essa acquista volume e spessore a partire anche dalla varietà sociale, dal mezzo di comunicazione scelto e dal contesto in cui si sviluppa. E’ insomma un animale corposo ed eterogeneo che difficilmente si presta ad essere esibito con linearità.

Spoiler alert: questo libro contiene parolacce!

A voi la scelta, poi, se considerare tale l’iscrizione filio dela puta o l’espressione polirematica!

lingua italiana origine
Per ogni secolo viene scelta una parola che ne denota le caratteristiche. In questo caso, viene presa ad esempio un’iscrizione ritrovata nella basilica di San Clemente a Roma. 

Tuttavia il titolo Viaggio nei tempi tradisce un’impostazione prevalentemente storica (e quindi temporale) della narrazione. Si tratta, in effetti, di una caratteristica dalla quale difficilmente si può trascendere. La linearità offerta dal tempo permette un’esposizione ordinata e chiara. I riferimenti ai momenti fondamentali della storia italiana ed europea ne giustificano e ne illustrano le evoluzioni.

Ancora di più. L’autore parla di “Storia, con la S maiuscola” sin dall’inizio del suo libro, precisando come un determinato evento possa far virare bruscamente lo svilupparsi di una lingua. Come possa decidere a favore di una disputa teorica o come possa al contrario decidere per un suo impoverimento. Eventi cardinali della nostra storia, (come il dominio europeo dei banchi fiorenti, l’invenzione della stampa o il boom economico) che ritroviamo inesorabilmente nei manuali scolastici di storia, fungono da catalizzatori per l’evoluzione linguistica.

Biffi, con un linguaggio semplice ma puntuale e scientifico, racconta un viaggio per la storia della nostra lingua. Delineando punti di riferimento esattamente come farebbe una guida esperta di un sentiero di montagna, indica i passi di accesso più semplici, suggerisce gli strumenti con cui sarebbe utile partire e si mette alla testa dell’escursione. La fluidità della narrazione e la sintassi mai ostile, rendono una scarpinata di montagna una vera e propria passeggiata di salute. Linguisticamente parlando, ovviamente.

Serena Vissani

Mercati di Traiano: gioiello architettonico della Roma Antica

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Passeggiando a Roma lungo via dei Fori Imperiali impossibile è non rimanere incantati davanti alle imponenti vestigia del più sontuoso dei Fori.

Stiamo parlando ovviamente del Foro voluto dall’imperatore Traiano e fatto edificare tra gli importanti Fori di Cesare e Augusto. In realtà lo spazio disponibile in città per la realizzazione di una nuova piazza, non era poi così grande. Grazie però alla genialità dell’architetto Apollodoro di Damasco, si risolse immediatamente il problema. Come? Sbancando le pendici dei colli Quirinale, Viminale e parte del Campidoglio in modo da ottenere un’enorme spianata in cui poter poi disporre tutti gli edifici del nuovo Foro.

E’ qui infatti che trovarono posto due biblioteche (una greca e l’altra latina), la nuova Basilica Ulpia per l’amministrazione della giustizia e soprattutto l’imponente colonna i cui rilievi, presenti sul fusto, raccontano le vittorie di Traiano contro la Dacia (attuale Romania), terra ricca di miniere di oro e argento. In cima alla colonna, in origine, doveva verosimilmente svettare la statua dell’imperatore, sostituita poi nei secoli successivi da quella di San Pietro. Fu grazie infatti all’imponente bottino di guerra che l’imperatore riuscì a finanziare i lavori di costruzione del suo portentoso progetto.

Tra tutti gli edifici del foro però, è forse la quinta scenografica dei Mercati di Traiano a destare il maggiore interesse.

Per superare infatti il dislivello tra la piazza e la parte alta della città, verificatosi in seguito allo sbancamento;, si costruì un edificio disposto su più livelli. I Mercati – oggi un vero e proprio museo in cui sono esposti anche i reperti provenienti dagli scavi archeologici degli altri fori – non erano unicamente un centro commerciale. Costituivano, anzi, un vero e proprio centro polifunzionale.

Le numerose stanze del complesso infatti ospitavano principalmente uffici; in cui indaffarati impiegati si adoperavano per amministrare almeno parte di quell’immenso impero che era Roma al tempo di Traiano.

Nella parte inferiore dell’edificio, soprattutto lungo la cosiddetta via Biberatica, si trovavano anche botteghe e negozi che vendevano merci di ogni genere, ed immancabili poi erano certamente le chiassose tabernae. Passeggiando tra le stanze dei Mercati, si potranno inoltre raggiungere alcune suggestive terrazze panoramiche, con affacci senza eguali in città. Da qui è possibile infatti ammirare dall’alto non solo tutta la zona sottostante al complesso; ma anche, spingendo lo sguardo lungo via dei Fori Imperiali, sull’intera Urbe, assaporando così tutta la sua antica magnificenza!

I più accorti noteranno poi che all’interno del piccolo giardino del complesso svetta una delle torri medievali più maestose della città, a tutti nota come Torre delle Milizie, appartenuta a varie famiglie nobili romane e caduta in disuso dopo il tremendo terremoto del 1348 che le fece perdere almeno un piano, rendendola di fatto per sempre pendente!

Visitare i Mercati di Traiano vuol dire quindi passeggiare realmente dentro la storia; andando alla scoperta di una delle opere più imponenti della città, realizzata da uno degli imperatori più importanti della storia.

“Che tu possa essere più fortunato di Augusto e migliore di Traiano”.

E’ così che il Senato Romano dava infatti il benvenuto ai nuovi imperatori dopo la morte dell’imperatore, avvenuta nel 117 d.C; e guardando ciò che Traiano ci ha lasciato, non è difficile crederlo!

 

Autore: L’Asino d’Oro Associazione Culturale

Dub Box Vol 1 è il nuovo progetto degli Almamegretta

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Dub Box Vol 1 è una scatola dalla quale può uscire quasi tutto” così Raiz, frontman degli Almamegretta sintetizza il significato del loro nuovo progetto.

https://www.facebook.com/almamegretta.fb/videos/10155546545445679/

L’ep One World, prodotto da Elastica Records, è uscito il 23 marzo. È composto da una serie di remix che faranno felici i fan della prima ora e sicuramente anche le nuove leve che si appassioneranno al sound degli Almamegretta.

Dentro ci troviamo WOP  remixato da FiloQBlack Athena mixato in versione tribal da Deleted Soul, una versione bass music di Fattallà di Go_dratta, infine un remix del brano storico degli Almamegretta, Gramigna, di Funsui (Pier Paolo Polcari)

Nel live set, quindi, alle basi remixate dai producers di cui sopra, si uniranno la voce di Raiz, la batteria di Gennaro “T” Tesone, i suoni delle tastiere di Paolo Polcari, le percussioni di Salvatore Zannella e il dub di Albino D’Amato.

Gli Almamegretta sono fedeli a sé stessi ma in grado di rinnovarsi e trovare nuova ispirazione nelle contaminazioni sonore.

Il suono degli Almamegretta nasce dalla commistione di più generi, reggae, dub, elettronica, melodia mediterranea e napoletana, una “meditronica” come la chiamano loro. Un’unione di suoni culture e popoli. Nei loro testi si trova sempre una forte componente di critica sociale che li contraddistingue. A ben vedere, molte delle parole scritte, anche 20 anni fa (come il testo di Black Athena 1998), suonano di grande attualità.

Un altro esempio della loro attitudine alla commistione di suoni e lingue è il brano Wop (2004). Cantato in inglese e dialetto napoletano, e nel nuovo remix ha un suono ancora più tirato e duro con echi della cumbia (musica tradizionale colombiana ndr.).

Wop, probabilmente contrazione di With out papers o passport, è un chiaro riferimento al termine slang anglosassone usato in modo denigratorio nei confronti delle persone del sud dell’Europa, in particolare italiani (stereotipati come guappi, cafoni italiani) emigrati e mai integratisi nel tessuto sociale.
Il testo della canzone cita “ […]so francese i’ so spagnuolo, songo pure ‘mericano, fa cchiù ambress chiammame napulitano. This is a tribute to the mix of the race to the black to the white you can see in my face […]

È un pezzo piuttosto incazzato secondo me, sembra essere quasi un inno di riscatto, per gli italiani etichettati, ghettizzati ed emarginati negli U.S.A. Sembra dire che il diverso non debba far paura, che l’integrazione sia l’unica via praticabile e che lo scambio tra culture possa solo arricchire. Razzismo, pregiudizio e diffidenza nei confronti degli emigranti. Allora come oggi. La storia si ripete, nei confronti di altri.

Se siete curiosi potete ascoltare il nuovo Ep One World qui

 

Silvia Bilenchi

Maschere e astuzia: La vedova scaltra in scena

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Fino all’8 aprile, sarà in scena La vedova scaltra al teatro Le Muse di Ancona. Il regista Gianluca Guidi porta sul palco la terza opera di Carlo Goldoni, raccontando così la prima commedia di carattere compiuta del maestro veneziano.

Di tutta la rappresentazione, quello che resta indelebile nella memoria dello spettatore è la presenza scenica della protagonista, interpretata da Francesca Inaudi. Non solo il personaggio predomina la vicenda, non solo determina lo svilupparsi degli eventi, ma il palco sente e risuona del passo e della voce dell’attrice. La centralità della figura femminile di Goldoni viene a pieno rappresentata. L’astuzia onesta di una vedova che, dopo aver subito la malattia di un vecchio marito, conosce il mondo e vuole il meglio per sé.

La protagonista femminile si oppone ai vari personaggi maschili, ciascuno foriero di una condotta tipica della propria nazionalità di provenienza. Il francese libertino, l’italiano geloso, lo spagnolo austero o l’inglese incostante, sono tutte figure che vengono schiacciate dalla forza di donna Rosaura. La donna, infatti, pur confrontandosi sempre con loro è solo apparentemente una loro pari. Se per tutto lo spettacolo si ha questa impressione, l’astuzia finale ordita ai danni dei quattro corteggiatori non lascia più dubbi di alcun tipo.

Un’astuzia tutta razionale soggiogata ad un fine più alto: contrarre un rispettabile matrimonio.

Goldoni opere

Non sono mancati momenti di ilarità e di divertimento.

La presenza delle due maschere veneziane, quella di Arlecchino e di Pantalone, sono condizione sufficiente e necessaria per permettere di innescare una serie di malintesi e situazioni estreme in cui il riso non può che campeggiare per la platea. Il primo, servo astuto, funge da catalizzatore di azioni e reazioni da parte dei quattro protagonisti. Il secondo, vecchio avaro, si presenta più in parentesi comiche, in compagnia del dottore-futuro suocero.

Non è mancato il dialogo con il pubblico. Apertura e chiusura, infatti, hanno visto un dialogo diretto tra i personaggi e la platea. Ma non sono mancati anche momenti in cui i caratteri sono usciti metaforicamente dalla scena, omaggiando il pubblico anconetano.

Uno spettacolo senza dubbio piacevole, accompagnato da musiche suggestive che aiutano lo spettatore a calarsi nella scena con un ulteriore moto partecipativo. Una conclusione della stagione teatrale delle Muse sicuramente degna dell’intero anno e bene augurante per quella che verrà.

Serena Vissani

I Ferraniacolor presentano l’ A-B-C musicale del loro Alfabeto Illustrato

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È uscito il 19 marzo l’ep degli ex componenti dei Panoramics.

Il disco dei Ferraniacolor (Marco Alfano -tastiere – e Luca Zarrilli-sassofono) è stato anticipato dal singolo che porta il nome del disco e vede la collaborazione di Cristiano Lo Mele (Perturbazione) come produttore.

Un disco eccellente che restituisce alla musica nostrana un prodotto elegante e di spessore.

Quattro brani cantanti da altrettanti artisti che hanno prestato le loro voci alla causa. Tra loro Tommaso Cerasuolo (voce dei Perturbazione), impeccabile narratore nella title track dal sapore jazz; Gabriella Rinaldi nel brano dai tratti “somatici” psichedelici “Unicorno di mare”; Eugenio Cesaro nel brano divertente “Lon Chaney Jr” e Simona Boo nel pezzo di chiusura intitolato “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore”.

Un disco dalle sonorità positive dall’inizio alla fine, proprio dove lì, una bossa nova tricolore, ci delizia e ci saluta con un testo che a tratti sembra porsi da ossimoro. Una leggerissima punta di amaro magistralmente interpretata da Simona Boo, voce dei 99 Posse.

I Ferraniacolor danno prova di grande duttilità stilistica.

In soli quattro brani infatti le sonorità toccate sono molte. Il tutto condito da un’atmosfera club che regala un tocco d’intimità estremamente piacevole. Ogni brano ha una sua identità ben precisa e molto è merito delle quattro voci. Interpretazioni impeccabili come nel caso della solare “Unicorno di mare” dove si viene inevitabilmente trascinati a largo. In preda di onde “elettroniche” in un mare di groove tra maree di bassi e respiri profondi.

Un disco che nella sua brevità vi farà venire voglia di mandarlo a loop nel vostro stereo, così da poterne scorgere i colori e le peculiarità. Un lavoro che si presta ad un ascolto attento ma non solo visto che, ne sono certo, potrà accompagnare i vostri momenti di relax lasciandovi scegliere se essere cullati dalla musica che volerà nella vostra stanza o intrattenuti dalle parole cantante da quattro abilissimi narratori.

Consigliatissimo.

 

Emiliano Gambelli.

Tra il grano e il cielo, tra l’oro e l’azzurro, in una parola Vincent Van Gogh

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Vedere Van Gogh significa avvicinarsi all’estasi, farsi rapire dall’incanto, perdersi nel mistero unico del colore. La mostra Van Gogh. Tra il grano e il cielo regala infinite emozioni attraverso il percorso terreno di uno dei più grandi artisti di sempre.

Disegni, dipinti e lettere. L’essenza di uno dei più grandi artisti di sempre in un’unica, imperdibile mostra. Questa, in sintesi, la cifra di Van Gogh. Tra il grano e il cielo alla Basilica palladiana di Vicenza fino al prossimo 8 aprile.

Inaugurata lo scorso 7 ottobre nella suggestiva cornice di una dell’architetture più celebri di Andrea Palladio, questa mostra, fortemente voluta da Marco Goldin, non nuovo a eventi di questo tipo, non è onestamente la solita retrospettiva sul pittore olandese. Perché nelle diverse sale il visitatore non troverà le celebri tele conservate a Parigi e principalmente ad Amsterdam, anche se sono esposti quadri straordinari, uno fra tutti Il ponte di Langlois ad Arles, ma di certo scoverà il carattere più intimo di colui che reinventò i colori, elaborando uno stile che rapidamente si affinò per toccare il limite del divino.

Articolata su più sezioni la mostra ripercorre, attraverso 43 dipinti e principalmente 86 disegni, l’evoluzione artistica di Van Gogh e proprio la copiosa presenza di disegni, realizzati con svariate tecniche, dal carboncino alla matita, dal gesso nero alla penna e inchiostro, rappresenta una delle cifre di questa rassegna.

Il disegno rappresentò per Van Gogh il costante contatto con l’arte, il segno tangibile del suo progresso nell’attività pittorica che lo vide, almeno all’inizio, praticamente autodidatta. Il disegno servì a Van Gogh «come una grammatica che sia della mano e dell’anima insieme, una lingua necessaria e anzi indispensabile per parlare delle cose del cuore.»

Nella mostra vicentina sono tantissimi i disegni che meritano qualche minuto di assorta meditazione, come quelli che riproducono il mondo contadino del Brabante che colpì molto Van Gogh che sentì, come scrive Goldin, «tutta l’infelicità e la difficoltà nel vivere di queste donne e questi uomini» quella inerme passività che sfociava nell’inevitabile accettazione della sofferenza. Menzione particolare meritano le diverse versioni della Donna che cuce, soggetto che Van Gogh prese in prestito da Josef Israels, che all’epoca fu definito il nuovo Rembrandt, ma anche il bellissimo e idilliaco Angolo di giardino che Van Gogh realizzò nel giugno del 1881 ad Etten o Donna sul letto di morte del 1883. Quest’ultimo disegno rappresenta un soggetto decisamente inconsueto, quello della morte di una donna, idea forse suggerita dalla lettura dei Miserabili di Victor Hugo, come racconta Van Gogh al fratello Theo in una lettera dell’11 aprile del 1883, in particolare dal personaggio di Fantine, una prostituta presente nel capolavoro dello scrittore francese

Proprio le lettere che Vincent scrisse all’amato fratello sono uno degli aspetti più importanti e significativi della mostra vicentina che, non permettono solo di conoscere i motivi che stanno alla base della genesi delle opere del pittore olandese, ma sono «una documentazione straordinaria per entrare nel suo vero e proprio laboratorio dell’anima», utili strumenti per scandagliare l’intimo di un uomo straordinario, il suo avvincente e drammatico viaggio che lo condusse fino al suicidio, due giorni dopo aver incontrato Theo, sua moglie Johanna, che fu fondamentale per la fortuna postuma del pittore olandese e il piccolo nipote Vincent.

Particolare interesse desta la sezione dedicata al periodo trascorso dal pittore nella casa di cura per malattie mentali di Saint-Remy-de-Provence, che fu foriera di meravigliosi dipinti fra cui il bellissimo Il giardino dell’istituto a Sant-Remy realizzato nel 1889 con la tecnica del bagnato su bagnato ed esposto nella mostra come il suggestivo plastico della struttura psichiatrica.

Ma di certo la parte della mostra che incanta letteralmente i visitatori è senza dubbio quella riservata ai quindici mesi trascorsi ad Arles, a partire dal febbraio 1888. In quel periodo Van Gogh, non solo realizzò circa duecento quadri e più di cento fra disegni e acquarelli, ma scoprì l’azzurro del cielo, «chiazzato di nubi di un azzurro più chiaro» come scrisse in una lettera al fratello Theo, il giallo del grano e la tinta del mar Mediterraneo, cangiante come il colore degli sgombri.

Visitare Van Gogh tra il grano e il cielo è anche l’occasione per vedere capolavori mai usciti dal Kroller Muller Museum di Otterlo, nei Paesi Bassi, la seconda collezione consacrata a Van Gogh più vasta al mondo, opere come Ritratto del sottotenente Millet che confermano il genio unico del pittore olandese che «ha voluto guardare il sole e l’origine della luce.»

 

Maurizio Carvigno