Primavera: oltre i fiori c’è di più. Flora docet!

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Primavera: oltre i fiori c’è di più. Flora docet!

Due raggi di sole, qualche grado in più e per tutti è già arrivata la bella stagione. Ma tutto questo è possibile grazie ad una dea molto speciale: Flora.

Per  per il nostro infuso d’arte di oggi abbiamo scelto di presentarvi la star indiscussa della stagione. Flora infatti è vera diva che non teme rivali e che frequenta il jet set dell’olimpo classico. Direttamente dal red carpet storico artistico in un servizio fotografico, pardon in un dipinto, di Jan Metsys. Potete vederlo qui.

Prima di cominciare però le presentazioni sono d’obbligo. Quindi questa Flora, chi è?

Non semplicemente o soltanto la dea dei fiori. Sposata felicemente con Zefiro che l’ha conquistata quando ancora lei si chiamava Chlori ed era una semplice ninfa. Come regalo di nozze la sposina riceve il potere sui fiori e l’eterna giovinezza. Insieme naturalmente al suo nuovo nome. Un inizio davvero niente male. Il suo lui di lavoro fa il vento, e non uno qualunque ma la brezza tiepida che annuncia la bella stagione e che crea il clima ideale per le fioriture.

Nella sua rassegna stampa, ehm, nelle fonti letterarie, si trovano diversi altri dettagli. Ovidio ne parla nei Fasti associandola a Narciso e Giacinto, due personaggi tramutati in fiori. Tra le sue amiche certamente figura Giunone, aiutata da Flora a concepire Marte grazie ad una pianta piuttosto che grazie al marito. La primissima inseminazione artificiale. Si dice però che frequenti anche le tre Grazie con le quali è stata artisticamente immortalata più volte.

Adesso che conosciamo la protagonista, passiamo al dipinto in questione. Realizzato da Jan Metsys in due versioni , entrambe conservate al Nationalmuseum di Stoccolma. L’artista ,fiammingo anche lui come Brueghel, arrivò in Italia verso dopo il 1544. La prima versione la dipinse nel 1559 , la seconda nel 1561. La distanza è poca ma la differenza è tanta. Curiosi? Continuate a leggere per scoprire perchè.

Diamo uno sguardo alla versione 1561. Esattamente come una diva che si è appena spogliata per un servizio fotografico Flora si è tolta il drappo che l’avvolgeva e ci si è distesa sopra. Ora è pronta a farsi guardare. E’ vestita, si fa per dire, solo di un velo e di qualche gioiello. Niente orpelli nei capelli o anelli, i monili infatti servono solo a sottolineare le sue grazie. Notare che la collana si ferma strategicamente all’altezza dei seni, come pure i bracciali. L’outfit della nostra dea non potrebbe essere più sensuale, ma cosa aspettarsi da chi è da sempre collegata all’idea di rinascita e quindi implicitamente alla sessualità? E’ la sua natura.

Flora ha inoltre un bel vaso di fiori davanti a sè e ne tiene anche un ciuffetto nella mano destra.

Sono proprio loro il dettaglio che ci permette di riconoscerla. Seminuda e ammiccante com’è sarebbe potuta benissimo passare per Venere.

La location di tanta bellezza è una sfarzosa terrazza rinascimentale. Dalla pavimentazione all’imponente fontana in secondo piano, alla loggetta più in basso. Ci troviamo in una villa di gran lusso, costruita secondo le ultime tendenze dell’epoca. Dove si trova questa meraviglia di marmo? Non ci sono dubbi: siamo a Genova. La veduta che occupa l’intero sfondo è quasi una fotografia. Metsys da bravo fiammingo ha curato ogni dettaglio per farcela riconoscere a colpo sicuro.

A questo punto però fioriscono, è il caso di dirlo, diverse domande. Una su tutte: che c’entra Genova con Flora? C’entra eccome.

 In questo caso la bella dea ha un doppio ruolo: personifica sia se stessa che la città alle sua spalle. E’ allo stesso tempo protettrice della città e la città stessa. Un ruolo multiplo che ha il solo e unico scopo di indicare a chi guarda la situazione di Genova. All’epoca del dipinto infatti la città era uno dei poli più importanti e fiorenti sa dal punto di vista commerciale che da quello culturale.

A Genova infatti arrivavano prima che altrove tutte le novità dalle fiandre. Novità in fatto di tessuti, di oggetti ma anche e soprattutto di cultura, di arte e di artisti. Il bravo Metsys infatti giunse in Italia proprio attraverso il grande porto genovese. E come lui moltissimi suoi colleghi. Come spesso accade le novità piacciono, così gli italiani iniziarono ad avere un occhio più “fiammingo” per i dettagli mentre i fiamminghi acquisirono il gusto tutto italiano per le architetture. Gusto che Metsys non ha resistito ad inserire anche in questo dipinto che però presenta anche le caratteristiche della scuola di Fontainebleau. Figure allungate e sinuose, allegorie oscure, temi mitologici. In quest’ottica quindi Genova diventa la città che più di tutte era rinata nel corso del XIV secolo. La più fiorente sotto tutti i punti di vista.

Manca ancora qualcosa però. Che ci fa quel pavone sulla balaustra? Solo un altro riferimento colto. Il pavone era simbolo di rinascita, intesa in senso religioso o profano in base al contesto. Il motivo di questa bizzarra associazione sta nel fatto che, secondo la leggenda, il volatile perde tutte le piume in inverno e le rimette ancora più belle e variopinte in primavera. Periodo in cui giustamente esce all’aperto per farsi ammirare. E’ quindi il perfetto “animale da compagnia” per la dea che porta la bella stagione.

Fermi tutti, manca ancora la versione del 1559. E qui chi ama l’enigmistica può giocare al “trova le differenze”. La terrazza innanzitutto si è ridotta di molto. Giusto qualche statua e la stretta panchina su cui siede la dea. Sulla destra intravediamo l’angolo di un palazzo e gli alberi ai lati della composizione sono decisamene diversi. Non proprio quelli che ci saremmo aspettati su un lungomare ligure. Per il resto gli elementi sono più o meno gli stessi: dea seminuda, fiori, pavone e veduta di sfondo. Un attimo, ma quella non è Genova! Giustissimo, infatti quella è Anversa.

Metsys ha scelto proprio la sua città natale per creare la doppia associazione che abbiamo già visto. Il suo però non è solo l’omaggio di un colto fuori sede. Anversa infatti aveva un ruolo esattamente speculare a quello di Genova, era quindi l’altro capo del telefono senza fili. Quello che arrivava a Genova era partito da Anversa e quello che partiva da Genova arrivava ad Anversa. Le due città erano quindi i due poli culturali e commerciali più ricchi e vivaci poichè tutti gli scambi tra le due zone passavano dai loro porti e da nessun’altra parte.

Lo stile è esattamente lo stesso del dipinto del ’61.

Anche l’ultima goccia di questo infuso d’arte è finita ma vi aspettiamo tra due settimane per un’altra tazza fumante. Buona primavera a tutti!

Chiara Marchesi

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