L’amicizia e la Shoa. Storia di un rapporto mai veramente nato

“Cara Hannah, dopo che sono passati otto anni su una lettera senza risposta, forse è strano tornare a scrivere. In fondo mi è sempre dispiaciuta la rottura del nostro rapporto, ma poiché Lei non dava segni di vita, ho lasciato perdere”.

Gerusalemme aprile 1961. Gli occhi del mondo sono puntati sulla città israeliana, dove si tiene il processo del secolo, quello che vede alla sbarra Adolf Eichmann, uno dei maggiori responsabili dell’Olocausto, catturato pochi mesi prima in Argentina, dove l’ex nazista da anni conduceva una vita “normale” e “tranquilla”.

Nella città santa si incontrano Hannah Arendt e Leni Yahil. La prima, filosofa di rilievo, con alle spalle opere importanti fra cui Le origini del totalitarismo, é inviata a Gerusalemme dal giornale statunitense New Yorker per seguire il processo. La seconda è una storica israeliana, impegnata nella stesura di un importante saggio sugli ebrei danesi nell’epoca della Shoah, che la Yahil discuterà come tesi presso la Hebrew University of Jerusalem nel 1964 e successivamente pubblicata con il titolo di The Rescue of Danish Jewry: Test of a Democracy. Un mese dopo le due donne si dividono ma iniziano a scriversi, diverse lettere, una corrispondenza breve ma rilevante, sotto molto punti di vista. L’amicizia e la Shoah. Corrispondenza con Leni Yahil, edito in Italia da Fazi nella collana Lampi d’autore, è la fedele trascrizione, attraverso la traduzione di Fabrizio Iodice di questo carteggio ma anche, se vogliamo, «dell’amicizia mancata tra due intellettuali, donne ed ebree, che trasformarono in oggetto di riflessione l’esperienza che aveva sconvolto la loro epoca e vita.»

Adolf Eichmann durante il processo

Una corrispondenza da cui emergono le diverse visioni delle due intellettuali su molteplici questioni, a partire dalla concezione dello stato israeliano e del popolo ebraico.

Tramite le lettere affiora specialmente la linea di pensiero della Arendt, come ad esempio il timore della filosofa, discepola di Heidegger, che «il popolo ebraico, abituato a credere nel Dio di Giustizia [stesse] cominciando a credere soltanto in se stesso» rischiando di sprofondare in una pericolosa deriva idolatrica.

L’amicizia e la Shoah non è soltanto un carteggio ma è anche, se non soprattutto, un saggio agevole che ricostruisce, in particolare, la complessa personalità di una delle più grandi studiose dei totalitarismi, Hanna Arendt, grazie anche alla bella e agevole introduzione di Ilaria Possenti, che ricostruisce perfettamente la statura intellettuale di due donne, diverse per formazione culturale e se vogliamo umana, che, infatti, mostrano la loro diversità interpretativa su svariate questioni, dalla concezione dello stato Israele alla religione, passando per la storia e la politica ebraica.

Un utile strumento per approfondire, in modo particolare, la complessa personalità dell’autrice della Banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, l’opera più importante ma anche più discussa della Arendt. E proprio le lettere dedicate al processo ad Eichmann sono fra le più interessanti di tutto il carteggio. Dalle missive emerge delusione della Arendt per un processo che, al netto dall’inesorabile sentenza capitale, non poteva non essere condannato. come affermò provocatoriamente anche l’avvocato dell’ex nazista, non era stato minimamente in grado di toccare «veramente nessuno dei punti salienti e scottanti.»

In queste preziose lettere troviamo in nuce il pensiero che la Arendt svilupperà ampiamente nella Banalità del male.       

L’idea portante che Eichmann fosse un uomo normale e non un sadico, e che questa “normalità”, che suscitò scalpore, specie nella comunità ebraica, fosse ben più pericolosa di una presunta follia, è un tema che emerge nel carteggio e che divide le due donne in modo piuttosto evidente. Leggere L’amicizia e la Shoah permette di comprendere la fase preparatoria di un libro che, al netto delle numerosissime critiche, rappresenta, nonostante tutto, un caposaldo della storiografia sulla Shoah specie sulla spinosa questione, in primis filosofica, della responsabilità delle singole persone coinvolte nel dramma dell’Olocausto.

Un libro per capire anche un rapporto fra due donne che non decollò mai davvero anche e soprattutto per i temi trattati nelle lettere, per le notevoli e insanabili divergenze emerse, che aprirono un solco incolmabile, erigendo, purtroppo, muri troppo alti da scalare. «Il rapporto tra noi» scrive Yahil alla Arendt «o si è interrotto oppure si è raffreddato e da parte mia non avrei fatto nulla per riprenderlo.»

 

Maurizio Carvigno

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