YAHTZEE!!! o i bambini di Murillo: l’infanzia descritta con una partita a dadi

Bartolomé Murillo

Se siete amanti del mondo dell’infanzia, con i suoi giochi e la sua primitiva ingenuità, sicuramente adorerete quest’opera di Bartolomé Esteban Murillo che infatti ritrasse in tutti i modi i trovatelli di Siviglia. Ragazzini sporchi, poveri, ma sorridenti che affollavano le strade con l’eco delle loro avventure quotidiane. Andiamo a conoscerli!

Murillo iniziò a coltivare un vero e proprio interesse verso i bambini che riempivano le vie della città spagnola con grida e bricconate. Ragazzini persi tra la folla, orfanelli e piccoli mendicanti, che nella loro misera povertà riuscivano comunque a conservare quella purezza, vivacità e quella risata squillante che risuona all’interno delle opere dell’artista.

L’infuso d’arte di oggi è “Bambini che giocano ai dadi” dipinto dal Murillo verso il 1670-1675 circa e conservato a Monaco presso l’Alte Pinakothek. Un’opera con un soggetto tanto semplice quanto poetico che apre una finestra verso la Siviglia di fine Seicento, povera, fatiscente ma piena di vita e rumore.

Cosa sta succedendo nel dipinto?

Ci troviamo di fronte ad una scena semplice e quotidiana. Tre bambini, seduti su una specie di gratinata, che potrebbe benissimo essere qualche resto archeologico dimenticato dal tempo e dagli uomini, giocano ai dadi. Due di loro, i più grandi, sono impegnati nella partita. Li vediamo con lo sguardo attento e rivolto verso il basso, mentre con le dita si concentrano per contare i punti fatti.

Bartolomé Murillo

Un terzo bambino, il più piccolo del gruppo, invece non partecipa al gioco. Sarà senza dubbio il fratellino di uno degli altri due, costretto forse dalla madre a portarselo dietro perché troppo piccolo per stare da solo. La classica scena del “se esci a giocare fai venire tuo fratello con te!!!”. In fondo alcune cose non cambiano mai…

A completare il gruppetto si unisce un cane, forse un randagio di strada, che segue i ragazzini nelle loro avventure. In questo momento però sembra più interessato al pezzo di pane che uno dei tre protagonisti sta mordendo avidamente e con forza, con un gesto di grande realismo pittorico. Sarà una pagnotta vecchia e dura, l’avrà raccolta per terra, o mendicata da qualche parte, ma insomma sono tempi difficili e se la pancia brontola ci dobbiamo accontentare!

Ma cosa ci fa entrare nel quadro?

Il Murillo ritrae il bambino più piccolo con lo sguardo rivolto fissamente verso l’osservatore. È l’unico personaggio del dipinto a rivolgere l’attenzione verso di noi, che ci sentiamo inevitabilmente attratti da quei due occhi grandi e scuri, che hanno fame. Il piccolo infatti non è distratto né dai compagni di giochi e nemmeno dal grosso pezzo di pane che sembra mangiare piuttosto meccanicamente, ma dalla nostra presenza o meglio da quella del pittore che li osserva con sguardo amorevole.

L’artista spagnolo più che ritrarre una scena infantile voleva in realtà sensibilizzare il pubblico dell’epoca verso le misere condizioni di vita della popolazione andalusa, soffermandosi particolarmente sull’immagine dell’infanzia abbandonata a se stessa, preda della fame, del freddo e della miseria. Effettivamente quest’opera del Murillo narra una storia patetica e commovente che induce l’osservatore verso uno spirito di carità per questi tre ragazzini buttati su una strada con le camicie rotte e sbottonate, i piedi sporchi e cenciosi, scalzi che tuttavia giocano, perché animati da un’indomabile forza di vivere.

murillo

Due parole sullo stile…

È con Murillo che assistiamo alla nascita di un nuovo genere incentrato sul mondo infantile. Scene di vita ludica e quotidiana con protagonisti i bambini iniziarono ad essere rappresentate in un senso sempre più pittoresco e ad avere molta fortuna. Una delle caratteristiche di questa produzione artistica è il fatto che i piccoli protagonisti sono sempre visti con un sentimento paterno e di carità. Sentimento che viene trasmesso all’osservatore, che si sente umanamente chiamato a rispondere della situazione di miseria che affligge in particolar modo i più deboli, tra cui i bambini.

Con grande realismo il pittore spagnolo riesce ad aprire lo sguardo sulla realtà quotidiana della propria epoca. Entriamo nella sua città, la Siviglia di fine Seicento, ci mischiamo tra la popolazione, a piedi scalzi per le strade anche noi, tra quei ragazzini dimenticati nel caos della folla. Sentiamo le urla, gli schiamazzi, le risate puerili e vivaci che grazie all’arte possiamo ancora sentir echeggiare.

Anche per oggi l’Infuso d’arte è terminato. Se vi siete persi l’ultimo articolo potete sempre dare un’occhiata qui mentre nell’attesa del prossimo vi raccomandiamo di tornare un po’ bambini, non fa mai male!

Martina Patrizi

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