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Amore e Psiche: video-riassunto del mito di Apuleio

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Amore e psiche. Una delle favole d’amore più suggestive della letteratura latina riassunta in 5 minuti: pronti, partenza, via!

Andiamo per ordine. Il mito di Amore e psiche portato alla ribalta da Apuleio (II sec. d.C) nelle sue Metamorfosi (romanzo di ben 11 libri conservati tutti integri!) deve molto alla fabula Milesia, novelle greche di argomento erotico, ma ha anche degli influssi nordafricani. E non è un caso visto che lo stesso autore aveva origini numidi-getule.

Amore e Psiche secondo Canova (ma non solo)

Il caso di Amore e Psiche è forse uno dei più “mainstream”, passatemi il termine. Forse il mito è noto ai più per la statua realizzata da Canova tra il 1787 e il 1793 e oggi conservata presso il museo del Louvre, a Parigi. Non tutti sanno che fu realizzata anche una seconda copia, ora esposta al Museo statale Ermitage di San Pietroburgo in Russia.

Naturalmente Canova non è l’unico ad aver raccontato questo mito. Ne abbiamo parlato anche negli Infusi D’Arte raccontandovi come l’ha pensato Raffaello. E in un altro articolo abbiamo raccontato le allusioni falliche nella Loggia di Amore e Psiche.

Amore e Psiche, la trama

Amore si infila tutte le notti nel letto di Psiche vivendo dei momenti di intensa passione. Unico dettaglio: l’amore è consumato al buio, quindi Psiche non sa che si sta unendo con un Dio. Saranno le sue sorelle a farle venire il dubbio di andare a letto con un mostro e a spingere Psiche a guardare di nascosto il suo amante…

Il significato psicologico

Nel video ho riassunto la storia di Amore e Psiche in cinque minuti. La fiaba raccontata da Apuleio è davvero particolare nel suo genere, oltre a mandare moltissimi messaggi. Primo su tutti? Il pensiero è il primo nemico dell’amore. Questo concetto viene spesso suggerito anche nei video del celebre psicoterapeuta Raffaele Morelli, che usa spesso il mito di Amore e Psiche per sottolineare quanto l’amore e l’eros non debbano mai essere spiegati. Quindi il significato psicologico di questo mito risiede nella consapevolezza di non poter controllare tutto. Se un partner ci dà piacere dobbiamo a tutti costi sapere di chi si tratta? Il piacere non è legato alla progettazione, alla coppia, alla storia.

Una frase estratta dal testo (la lettura prosegue nel video)

“Oh audace e temeraria lucerna, vile strumento d’amore, tu hai osato bruciare il dio di ogni fuoco, tu che sei stata certamente inventata da un innamorato che voleva godere più a lungo, anche di notte, le dolcezze tanto desiderate!”

Amore e Psiche – Apuleio
Riassunto nel video

Se siete appassionati di Metamorfosi non dovete assolutamente perdervi quelle di Ovidio. Trovate i vari miti spiegati nella playlist dedicata alla Letteratura Classica (greca e latina) su Youtube.

Alessia Pizzi

Se ti piacciono le favole per non perderti il nostro speciale su Fedro:

“Denuncio tutti”. Il dramma di Lea Garofalo raccontato a teatro

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Ancora una volta Giovanni Gentile, con il suo “Denuncio tutti-Lea Garofalo” ci sferza con uno spettacolo che racconta il dramma ma anche il coraggio di una donna e di una madre che seppe dire no all’Ndrangheta.

 

Il prossimo 25 settembre, “Denuncio tutti-Lea Garofalo” di Giovanni Gentile, arriverà a Roma e sarà possibile vederlo in una location che dire ideale è poco: La Casa Internazionale delle Donne.
«Abbiamo accettato l’invito con gioia e con orgoglio che non so spiegare» ha detto un emozionato autore e regista di “Denuncio tutti-Lea Garofalo” .

Uno spettacolo a cui Gentile è particolarmente legato, anche perché «il personaggio di Lea, è una figura così grande, che diventa quasi epica, un esempio di essere umano che mi pongo come obiettivo personale.»

La storia che Giovanni porta sul palcoscenico è, ancora una volta, direttamente tratta dalla cronaca.

Lea Garofalo è una giovane donna che nel 2002 decise coraggiosamente, sapendo benissimo il rischio in cui sarebbe incorsa, di denunciare il mondo della ‘Ndrangheta, facendo nomi, cognomi, riportando fatti, descrivendo i rapporti fra le famiglie criminali, ma anche le faide.
Lea in quell’ambiente fatto di violenza, prevaricazione, minacce e morte c’era nata e cresciuta, ma a un certo punto comprese l’assurdità di quella vita.
Il fratello Floriano Garofalo era il capo di una cosca locale, mentre il compagno, Carlo Cosco, da cui nel 1991 aveva avuto una figlia, un boss di spicco di una potente ’Ndrina.

Ma forse proprio la responsabilità di essere madre fu alla base del suo cambiamento.

La consapevolezza del futuro di sua figlia, fece capire a Lea che un’esistenza come quella non era una vera e propria vita.
Dopo l’arresto del compagno, che seguì quello del fratello, Lea tagliò con il suo passato, tentando di riscrivere il suo presente e quello di sua figlia.

Diventò testimone di giustizia, denunciò tutto e tutti, ben sapendo di scolpire così il suo epitaffio.

«Perché quando rompi con la famiglia,» come ha detto Enrico Fierro presentando il libro Il coraggio di dire no. Lea Garofalo la donna che sfidò la ‘ndrangheta, scritto da Paolo De Chiara «quando vuoi venirne fuori, diventi una infame, una cosa lorda, la vergogna per il padre, i fratelli, il marito. E la vergogna si lava con il sangue»

Con la sua testimonianza Lea permise agli inquirenti di conoscere un mondo da sempre omertoso.

Ma per Lea iniziò un calvario che avrebbe potuto avere soltanto un epilogo.

Perché come accaduto per Falcone, Borsellino, Livatino, Peppino Impastato, anche Lea venne abbandonata da quello Stato che avrebbe dovuto difenderla.
Fu uccisa il 24 novembre 2009, a soli 35 anni.

Responsabile della sua morte l’ex compagno.

Dopo averla torturata, la uccise con un colpo di pistola, gettandola in 50 litri di acido e lasciandola lì per tre giorni.
Il corpo, abbandonato in un terreno nella frazione di San Fruttuoso, in provincia di Monza, verrà ritrovato solo in un secondo momento, dopo la confessione di un pentito.
Il giorno dei funerali la figlia Denise, pronunciò queste parole: «Per me è un giorno triste ma la forza me l’hai data tu, mamma. Se è successo tutto questo è stato solo per il mio bene.»

Una storia di violenza, sopraffazione ma anche di desiderio, di libertà, armi che non uccidono ma che spaccano i meccanismi ben oliati dell’Ndrangheta.
Una lucida testimonianza che Giovanni Gentile porta superbamente in scena, grazie a un testo duro e lirico al tempo stesso, capace di incalzare lo spettatore, costringendolo, come in ogni suo spettacolo, non solo ad assistere ma inevitabilmente a reagire.
Sul palco, ovviamente, Barbara Grilli, attrice di straordinaria bravura che fa venire i brividi in sala, riportando in vita Lea.
Lo spettacolo, in scena il 25 settembre alle ore 21, è un’occasione per rendere omaggio a Lea Garofalo, una donna che non seppe piegarsi ma anche la possibilità per aiutare altre donne.
Quella sera, infatti, sarà anche possibile sostenere La Casa Interazionale delle Donne, a cui andrà buona parte del ricavato. Un’istituzione che da anni si impegna per offrire un aiuto vero a tutte le donne, senza se o ma, solo per il fatto di essere donne.

“Denuncio tutti-Lea Garofalo” è uno spettacolo sul coraggio di una grande donna.

«Quando ho scritto questo spettacolo sentivo quanto fosse giusto mettersi accanto a Lea e denunciare.»

(Giovanni Gentile)

Maurizio Carvigno

Better Call Saul 4×06, la persona più stupida che conosca

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La scorsa settimana, probabilmente, grazie a quella scena iniziale, abbiamo avuto un episodio immediatamente amatissimo dai fans. Eppure, paradossalmente, è questa settimana che accadono più cose, a livello soprattutto emotivo.

I due episodi sono comunque gemelli, quantomeno nella struttura. Se la scorsa settimana si sfruttava un flashforward per tornare poi indietro e vedere come sarebbe iniziato quel percorso distrutto dagli eventi di Breaking Bad, stavolta invece si parte con un flashback che ci rammenta la dipendenza di Jimmy dalle opinioni altrui.

Jimmy/Saul è intelligente, carismatico, arguto, capace di mille risorse. Ma, più di ogni cosa, è una persona debole che si fa influenzare sempre da chi ha intorno. E per realizzare ciò che vuole, sa anche abbandonare ogni scrupolo.

Se nel passato, come visto, è sempre stata l’ombra di Chuck e l’amore per Kim a muoverlo, adesso è prima di tutto la necessità di ottenere rispetto. Come se Jimmy fosse imprigionato in una sorta di bizzarro Canto di Natale, ogni personaggio che incontra lo stimola a fare qualcosa di negativo per la sua stessa condotta.

Chuck è ovviamente il fantasma del passato, colui che ha portato Jimmy su binari rovinati da false premesse e speranze. Kim è il fantasma del presente, la costante che c’è sempre, la cui spinta propulsiva è talmente forte e soprattutto giusta che nemmeno Jimmy riesce a starle dietro. Infine, Howard è il fantasma del futuro, gli avanzi di un ex uomo di successo che serve da monito a Jimmy sul cosa non diventare.

Jimmy desidera, anzi esige la legittimazione, il rispetto perché da un lato Kim fa cose giuste e migliori di lui, pertanto lo sorpassa, e dall’altro lato non può permettersi di diventare un fallimento come Howard. La via criminale è l’unica che gli permette di ottenere ciò che vuole nel minore, e più diretto, modo possibile.

Le scene finali di questo episodi, e quello della scorsa settimana, sommate ci danno gli ingredienti per la ricetta che crea Saul Goodman. Jimmy ancora li deve amalgamare bene, ma ormai li ha trovati tutti.

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Emanuele D’Aniello

Immersive Show Dinner: Alta cucina alla Casina Valadier

Lo Show di cucina torna il 14 settembre alla Casina Valadier con gli Chef stellato Massimo Viglietti e Giuseppe Di Iorio.

Dopo l’estate torna per, la gioia dei palati più esigenti e per gli amanti dell’arte e della musica “Immersive Show Dinner”, l’innovativo format, unico in Italia, progettato su modello delle cene immersive già collaudate a New York, Shangai e Ibiza. Venerdì 14 settembre alla Casina Valadier di Roma lo chef  Massimo Viglietti al timone della cucina, affiancato da un dream team di colleghi stellati (Stefano Marzetti del Mirabelle, Giuseppe Di Iorio del Ristorante Aroma al Colosseo, Domenico Stile di Enoteca La Torre e Daniele Usai de Il Tino di Fiumicino) regalerà emozioni speciali a coloro che avranno la fortuna di sedersi al tavolo per immergersi in una dimensione davvero straordinaria, per la gioia dei sensi e dello spirito.

Il progetto Immersive Show Dinner

Il gioiello del neoclassicismo affacciato sulla vista più spettacolare di Roma, ogni fine settimana, si trasforma in un laboratorio di sperimentazione gourmet ad alto tasso di tecnologia. Cenare alla Casina Valadier con il visionario format «Immersive Show Dinner», ideato da Pier Paolo Roselli, diventa infatti un’esperienza multimediale che stuzzica non solo il palato ma anche il tatto, la vista, l’olfatto e le orecchie dei commensali.

In un’abbuffata di creatività per la gioia dei cinque sensi. Si lascia fuori il tramonto romano e si entra in una sala riservata del palazzetto ottocentesco, per ritrovarsi immediatamente protagonisti dello show gastronomico multisensoriale che trasforma l’intera stanza in un maxi schermo dove scorrono le immagini di panorami lunari, campi di grano, capolavori del cinema ed effetti speciali a trecentosessanta gradi.

Alta cucina e buona musica

I fotogrammi in movimento avvolgono sia gli ospiti che le superfici. Dalle pareti al grande tavolo bianco, poi bicchieri, piatti e posate. Ogni centimetro della sala prende vita, in perfetta simbiosi con le portate del menù, firmato non a caso dallo chef stellato più anticonvenzionale della Capitale: Massimo Viglietti di Enoteca Achilli al Parlamento, che per ogni piatto ha messo a punto anche una playlist musicale ad hoc.

Così, mentre si gusta il suo piccione con parmigiano, olive, trevigiana e riduzione di caffè, si ascoltano i Sigur Ros immersi nei toni più morbidi del blu e del rosso. Insieme ai gamberi con spinaci, riduzione di Campari e arancia appare in video Marcello Mastroianni e partono le note di «Amarcord» di Nino Rota, mentre col dessert il suono è quello dei Led Zeppelin e ci si lascia ipnotizzare dai prismi psichedelici di un caleidoscopio. Difficile da etichettare.

Non è una semplice cena, né un’installazione artistica o una performance teatrale, nonostante ci sia una vera e propria compagnia di attori ad animare la serata (riservata a un massimo di 16 persone a sera) che procede per due ore tra sapori, musica, immagini ed esibizioni dal vivo. «È un progetto di food entertainment di ultima generazione – spiega Roselli – costruito intorno alla visione e personalità dello chef Viglietti per trasmettere e valorizzare il suo lavoro e le eccellenze italiane. Sulla stessa tavola serviamo il virtuale, ovvero la tecnologia, e il reale, ossia il gusto».

Gazzelle presenta il nuovo singolo “Tutta la Vita”

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Ad un anno dal disco d’esordio “Superbattito” e dal successivo tour interamente sold out, Gazzelle torna venerdì 14 settembre con “Tutta la vita”. Gazzelle cantante

Prodotto da Maciste Dischi e Artist First “Tutta la vita” di Gazzelle è una ballad amara e sincera, corale ma estremamente intima. Il brano è pregno di un’autoironia cinica, dove il punto di vista dell’autore diventa quello di tutti, persi nella quotidiana e affollatissima solitudine, con un soffio profondo di speranza nemmeno troppo velato, che riecheggia ben chiaro nel ritornello. Gazzelle cantante

Copertina del singolo “Tutta la vita” di Gazzelle

 

Riguardo al nuovo lavoro Gazzelle afferma: «C’era odore di vernice fresca, e le tende erano così lunghe che si arrotolavano sul pavimento nuovo, mai calpestato prima, nell’airbnb in cui stavo dormendo a Milano per qualche motivo che non ricordo. Mi sembrava il posto perfetto per scrivere questa canzone, e anche il posto più sbagliato».

Insieme al nuovo album sono state anche annunciate le date del nuovo tour che vedranno il cantautore romano esibirsi prima a Milano l’1 marzo 2019 e successivamente a Roma il 3 marzo.

Gianclaudio Celia

@Gian_Celia

La profezia dell’armadillo: dal fumetto di Zerocalcare al film il passo è incerto

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La versione cinematografica del best seller di Zerocalcare, “La profezia dell’armadillo”, esce nei cinema il 13 settembre per la gioia dei fan.

Zerocalcare è un fumettista romano sempre più amato e conosciuto, quasi un fenomeno di costume. “La profezia dell’armadillo” è stata la sua prima graphic novel, diventata presto un best seller.

La Fandango di Domenico Procacci e RaiCinema hanno deciso di produrre un film tratto dal fumetto, prendendosi un bel rischio, perché rendere il mondo di immagini di Zerocalcare non era così facile.

Personalmente, il risultato mi ha convinto solo a metà. Tuttavia, il regista Emanuele Caringi si è detto abbastanza soddisfatto dell’accoglienza e degli applausi ricevuti alla Biennale del Cinema di Venezia, dove “La profezia dell’armadillo” è stato presentato nella sezione “Orizzonti”.

È rimasto, invece, basito dai fan più “puristi” di Zerocalcare, che hanno dimostrato da subito forti perplessità sul film. Probabilmente il regista ha percepito nelle critiche un atteggiamento classico degli ammiratori: collocare l’opera dell’artista su un piedistallo di intoccabilità. È altrettanto probabile – come pensa Caringi – che tale atteggiamento non piacerebbe allo stesso Michele Rech (vero nome di Zerocalcare).

Qualcuno ha voluto leggere la non partecipazione di Zerocalcare alla promozione della pellicola – compresa la presentazione di Venezia – come un suo voler prendere le distanze dal risultato. In realtà, è bene ricordare che Michele Rech è il primo degli sceneggiatori del film – e si vede, aggiungo.

Domenico Procacci, all’anteprima stampa di Roma, ha voluto chiarire in proposito che Zerocalcare ha scelto di non promuovere personalmente il film a monte del progetto. Infatti, il disegnatore avrebbe sempre precisato, secondo Procacci, che “il suo lavoro è il libro, e poi la sceneggiatura – che è una cosa già diversa dal libro. E il film è una terza cosa, relativamente diversa anche dalla sceneggiatura oltre che dal libro, che appartiene in parte a lui e in parte a chi firma quest’opera nuova, cioè il regista del film”.

Forse ci voleva proprio un quasi esordiente come Emanuele Scaringi per dirigere un film che richiedeva una certa dose di coraggio.

È facile immaginare che i fumetti e la fama, tuttora in crescita costante, di Zerocalcare avrebbero posto “La profezia dell’armadillo” sotto i riflettori implacabili dei fan più accaniti.

Lo ha capito bene il protagonista, Simone Liberati, che per affrontare il personaggio è partito dalla sua esperienza di lettore. Come ha detto nella breve intervista per CulturaMente, sapeva che si stava confrontando con un personaggio popolare. Lui stesso aveva già letto i fumetti di Zerocalcare, ci si era trovato e riconosciuto. Come ogni lettore, si era appropriato di quei personaggi. Era consapevole anche del “discorso generazionale che è nato intorno a Zerocalcare“. Non voleva assolutamente tradirlo. Ammetto che lui ci è riuscito a non tradire il suo personaggio, “Zero”.

La profezia dell'armadillo

 

Il film de “La profezia dell’armadillo” non è un tradimento, ma neppure un omaggio all’altezza del fumetto a cui si ispira.

A questo punto vi chiederete: perché vedere “La profezia dell’armadillo”? Io alcuni motivi li ho trovati.

1)      Per la sceneggiatura. Qui c’è la mano di Michele Rech (ovvero lo stesso Zerocalcare) e chi lo legge lo riconosce. È stato affiancato da Valerio Mastandrea, Oscar Glioti e Johnny Palomba. Non c’è niente di banale in quelle battute. Chi ama Zerocalcare si riconosce nei suoi racconti e nelle sue parole, nel suo immaginario. Questo un po’ avviene anche nel film.

2)      L’Armadillo interpretato da Valerio Aprea, che si rivela una scelta azzecatissima del casting. Personalmente, non potrò più leggere un fumetto di Zerocalcare senza che in testa mi risuoni la voce di Aprea che pronuncia le battute di quell’animale immaginario, che popola l’inconscio e la coscienza di Zero.

3)      Le scene di Zero (Liberati) insieme a Secco, interpretato da Pietro Castellitto. Due attori giovani ma già piuttosto bravi, che recitano con ottima sintonia. Sono divertenti quando devono essere divertenti, teneri quando devono essere teneri. Peccato, però, che in alcuni scene di interazione con altri attori, il gioco tra loro funzioni meno e perdano un po’ di ritmo.

4)      La colonna sonora perfettamente amalgamata a certe inquadrature e ambientazioni nella periferia orientale di Roma. Nell’ambientazione la regia ha fatto un buon lavoro. I soliti puristi potrebbero storcere il naso al fatto che più che Rebibbia quella siano Portonaccio e la stazione Tiburtina, ma il mondo Zeracalcare non è poi così lontano.

La profezia dell'armadillo

Cosa, invece, proprio non va nel film “La profezia dell’armadillo?

A tratti il film è lento e poco brillante e perde ritmo. Non mi riferisco, certamente, alle scene più tristi o malinconiche che raccontano del dramma di Camille, amica e amore adolescente non corrisposto di Zero, né a quelle in cui lui e Secco affrontano il lutto. Certi difetti li si nota proprio nelle parti brillanti.

Il regista, rispondendo alla nostra intervista, ha detto che il tema del film è proprio l’elaborazione del lutto, con il tono della commedia. Tuttavia, questo non risulta davvero così chiaro, se non in alcune scene anche commoventi. Sembra, piuttosto, un film sul percorso di formazione e di crescita di Zero.

Inaspettatamente, i flashback con i protagonisti adolescenti sono la parte meno convincente. Forse per l’inesperienza dei giovanissimi interpreti, quelli che avrebbero dovuto essere le scene più tenere, che avrebbero dovuto raggiungere il tasso di coinvolgimento emotivo più alto sono, invece, le più deludenti.

In conclusione, “La profezia dell’armadillo” è un tentativo dignitoso, ma non necessario di portare sullo schermo un immaginario che – forse – nel fumetto continua a trovare la sua collocazione più adeguata.

Stefania Fiducia

 

Quattro film strappalacrime che tutti i romantici dovrebbero vedere

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Se siete approdati su questo articolo alla ricerca di film cult strappalacrime per cuori romantici… siete nel posto giusto! Ecco la lista delle pellicole da vedere da soli o in compagnia, ma sempre accompagnati dagli amici più fidati di sempre: i clinex.

I migliori film strappalacrime secondo i fan di CulturaMente

A volte sono storie tristissime che finiscono male, altre volte c’è il lieto fine: il fil rouge è che sono tutte storie super romantiche. Le avete scelte proprio voi lettori nel nostro sondaggio Facebook, ed eccoci qui ad elencarle per tutti coloro che ne hanno bisogno. Gli Spacciatori di Cultura vi consigliano la visione per continuare a credere sempre nella forza dell’amore: non perdete la speranza e usate il cinema per sfogare tutte le vostre emozioni più nascoste!

GHOST

Iniziamo con Ghost, la meravigliosa storia d’amore tra Sam e Molly, il legame che supera anche la morte. Siamo nel pieno degli anni Novanta e gli effetti speciali sull’oltretomba sono quelli che sono, ma tra la fantastica coppia di attori e la meravigliosa colonna sonora è davvero difficile dimenticare questo film. Il taglio corto di Demi Moore, Un Patrick Swayze che dimostra di essere qualcosa in più di un Dirty Dancer e la fantastica Whoopi Goldberg a fare da collante sono gli ingredienti principali di questa indimenticabile pellicola. Di sottofondo, tra un vaso d’argilla e un penny che scivola sul muro, scorre quel vinile di Unchained Melody che entrato nel cuore di tutti noi. And time goes by so slowly…

ROMEO + GIULIETTA

Altro cult della metà degli anni Novanta, questo film ripercorre in modalità del tutto alternativa la tragica storia d’amore raccontata dal genio shakespeariano. Un acerbo ma già affascinante Leonardo Di Caprio affianca la più matura Claire Danes in una Verona Beach moderna. Questo è un film decisamente più leggero di Ghost nonostante il finale sia ben noto: accompagnato dalla frizzante colonna sonora dei The Cardigans, Lovefool, Romeo + Giulietta è stata una delle pellicole più amate dagli adolescenti dell’epoca. Love me love, say that you love me…

PRETTY WOMAN

Ah qui davvero ogni parola è vana. La combo Julia Roberts – Richard Gere è assolutamente imbattibile. Lei, la prostituta col cuore nobile, lui, il rigido uomo d’affari. Una commedia d’amore davvero stupefacente, che ha rapito i cuori di tutti i romantici. Frizzante, divertente, ma allo stesso molto riflessiva, Pretty Woman è la pellicola che non può mancare nella cineteca dei cuori di panna. Un film leggero, assolutamente poco realistico, che però fa davvero sognare. E alla fine abbiamo bisogno anche di quello, no? Pretty Woman, walking down the street  cantava anni prima Roy Orbison, ma è Roxette a conquistarci in questo caso con It Must have been love (…but It’s over now…. e già la lacrima pizzica!).

Pretty woman, la favola moderna che ogni persona romantica vorrebbe vivere

MOULIN ROUGE

Dulcis in fundo, preparatevi perché qui i clinex non basteranno. Una sensuale Nicole Kidman in tutto il suo splendore è la cortigiana di cui si innamora lo scrittore Evan McGregor, romantico quasi da far vomitare in questo film. Moulin Rouge è un film musical che non annoia, ma va visto una tantum perché ha contenuti parecchio pesanti. Può essere utilizzato con funzione catartica se volete piangere. Le canzoni rivisitate nel film sono diventate famosissime, basti pensare alla delicatissima Your Song di Elthon John. Ma è Come What May a farla da padrone con il tenero duetto della coppia alla fine del film. I will love you until my dying day.

Ci siamo fatti abbastanza del male? Direi di sì. Per gli insaziabili c’è anche:

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Alessia Pizzi

The Equalizer 2 – Senza perdono: il ritorno del vendicatore

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Torna Denzel Washington in The Equalizer 2- Senza perdono, dal 13 settembre al cinema

Dopo 4 anni ritorna il tanto atteso sequel di uno dei film di azione, che ha reso famoso l’attore Denzel Washington. Un’interpretazione assai amata del grande attore americano, che come sempre non ci delude mai. E se il primo film è stato accattivante, straordinariamente avvincente e ci ha tenuto sul filo della suspense fino alla fine, anche il sequel non potrà che essere altrettanto. Anche se, solitamente, il secondo film non è mai bello come il primo; in tanti casi è deludente, non è questo il destino di “The Equalizer 2”, che farà restare in attesa del finale, trepidanti per tutto il tempo. La durata è di 110 minuti.

La sensazione che si prova, durante la visione del film è, da una parte, di voler arrivare alla fine, per scoprirne l’epilogo, dall’ altra si prova quasi dispiacere, quando ci si rende conto che sta per arrivare il finale. Il vendicatore è tornato e stavolta, senza perdono, quasi come un Robin Hood, che ruba ai ricchi per dare ai poveri, il giustiziere, può essere considerato un po’ come il vendicatore, che non deve chiedere mai il permesso e entra in scena nel mondo della criminalità, per punire i cattivi e dare giustizia ai buoni. Le ingiustizie sono quelle che più stanno a cuore all’’equalizzatore. Improvvisamente davanti a lui sono tutti uguali, egli pone tutti sullo stesso piano.

Un film davvero avvincente, un Denzel Washington fenomenale, straordinaria la sua interpretazione, come sempre, a tratti non si capisce se stia dalla parte dei buoni o dei cattivi, per via delle sue pungenti battute. Un film intenso, ricco di colpi di scena, non mancano momenti memorabili. In particolar modo in questo film, l’attore sembra calzare a pennello i panni del protagonista.

 

Un film da non perdere assolutamente e da andare a vedere, anche per chi non ama particolarmente i film d’ azione. Per i più intrepidi, amanti del genere, invece, il film non farà che confermare, anzi sorprendere in positivo le vostre aspettative.

 

Alessandra Santini

La fotogenia, un omaggio alla bellezza sfacciata

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La fotogenia è il secondo singolo estratto da “Voyages Extraordinaires”, nuova creatura discografica del romano Alessandro Orlando Graziano, attesa per inizio novembre.

Cantautore che coniuga la ricercatezza letteraria a quella vocale, con questo brano, impreziosito da un recitato di Sandra Milo, Graziano rimanda a riflessioni sarcastiche sul bello, sulla caducità e sull’apparire, incongruente ed effimero dei Miti.   cantautore romano

Genere: Pop d’autore   cantautore romano

Label: Paradigma Music

Release Date 10/09/2018

[dt_quote type=”pullquote” layout=”right” font_size=”big” animation=”none” size=”1″]“Tempo che impolveri le cose immobili e che consumi i corpi vivi insegni ad indossar se stessi a interpretarsi senza eccessi negli specchietti e nella fotogenia dei vecchi tempi”[/dt_quote]

https://www.youtube.com/watch?v=hjIprp9b8tU&feature=youtu.be

Solo una vera ed ironica Diva come Sandra Milo avrebbe potuto accettare la follia di recitare in un brano come La fotogenia.

Omaggio alla bellezza sfacciata, alle Star che scaramanticamente cercano un riflettore per una posa per l’eternità, il brano rimanda con incalzare post moderno a riflessioni sarcastiche sul bello, sulla caducità e sull’apparire incongruente ed effimero dei Miti. Solo una mente creativa e libera poteva accostare, in un azzardato omaggio, Postalmarket e “La nascita di Venere” di Botticelli facendolo apparire come la cosa più naturale del mondo.

https://itunes.apple.com/it/album/la-fotogenia-feat-sandra-milo-single/1418683473

In questo brano Alessandro Orlando Graziano si serve di tastiere vintage (vagamente fine anni 70, inizio 80) e ritmiche minimali per esaltare le vocalità, avvalendosi di musicisti di primo livello: prodotto con Roberto Cola, vede l’arrangiamento degli archi curato da Fabio Cinti e la batteria di Dario Esposito.

Il videoclip è realizzato dagli ILLOGICA.

Biografia di Alessandro Orlando Graziano

Nasce a Roma, frequenta l’Accademia di Belle Arti, fa l’ingresso nel mondo della musica con un primo lavoro interamente scritto ed interpretato da lui, nel 1999 pubblica infatti per la Virgin Music Italy il singolo Da due ore non ti amo più e poi l’album Nella valle della distrazione. Nel 2001 co-produce un album tributo alla cantautrice Rettore, interpretando una cupa nuova versione di “splendido splendente” inizia contemporaneamente la collaborazione con la cantautrice Diana Tejera. Nel 2006 anticipando di qualche anno le tendenze musicali, diffonde gratuitamente sulla sua piattaforma digitale il suo secondo album “Old Europe” accompagnato da un “self videoclip” pionieristico della canzone “Radio Interferenze”.

Dopo esperienze come autore e molti concerti, nel 2007 scrive e produce Aeroplani ed angeli, ultimo album della cantante Carla Boni. Nel 2011 esce Aspettando la grandine raccolta di inediti, con la partecipazione di Alessandro Benvenuti, Collabora con Gianni Maroccolo partecipando al progetto “debut”. Nel 2012 il trio italiano IL VOLO riprende ed esegue in una serie di concerti nel mondo la sua canzone Magnificat   precedentemente scritta per l’album Terra mia di Gennaro Cosmo Parlato. Nel 2014 Graziano è autore per ANTONELLA RUGGIERO nel Festival di Sanremo con il brano “da lontano” per l’artista firma anche “il palpito di questa felicità” eseguito dalla Ruggiero in duetto con Elio e le Storie Tese nella trasmissione “il musichioine”. Nel 2015 esce l’album “Onironautica” un lavoro interamente registrato con l’ausilio di tastiere vintage, primo singolo estratto “sono un fenomeno paranormale”. Nel 2016 partecipa al disco tributo ad Ivan Cattaneo “un tipo atipico” rielaborando “pomodori da marte” canzone del 1975.

Contatti

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“Una storia senza nome” gira intorno al mistero del furto della Natività di Caravaggio

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Al cinema dal 20 settembre, “Una storia senza nome”, commedia confusamente noir di Roberto Andò, presentata fuori concorso alla Mostra del cinema di Venezia 2018.

“Una storia senza nome”, diretto da Roberto Andò racconta la storia di Valeria (Micaela Ramazzotti), segretaria di un produttore cinematografico (Antonio Catania) alla prese con il plot di un film e una serie di misteri. Lei è la ghost writer di un celebre sceneggiatore, interpretato da Alessandro Gassman. Un giorno viene contattata da un poliziotto in pensione (Renato Carpentieri) che le propone una trama per un film.

Il produttore legge il soggetto e ne rimane entusiasta. Purtroppo, però, non sarà un film facile. Racconta del più famoso furto d’arte degli ultimi 50 anni in Italia: quello del dipinto dellla Natività di Caravaggio, misteriosamente sottratto dall’Oratorio di San Lorenzo a Palermo, in una notte d’ottobre del 1969. Le sorti del dipinto sono altrettanto misteriose. Negli anni diversi ex mafiosi, collaboratori di giustizia, hanno raccontato diverse versioni della fine della Natività. Quella che sembra certo è il coinvolgimento della mafia.

A questo punto in “Una storia senza nome” entrano in scena, quindi, anche la criminalità organizzata, i servizi segreti e la politica. E la protagonista Valeria si troverà immersa in un meccanismo complicato e rocambolesco.

Una storia senza nome

Il risultato è un film che non si riesce a classificare, come dichiara di volere il regista Roberto Andò. Ma non sappiamo se questo sia un bene.

Infatti, la difficoltà ad inquadrarlo in un genere è dovuta alla grande confusione che si respira guardandolo.

È un film con dei momenti divertenti, ma non è una semplice commedia. Vuole svelare i retroscena dell’industria del cinema, ma non riesce a denunciarne i difetti e le connivenze né con forza polemica, né con ironia.

Per non parlare poi della mafia, tema inevitabilmente difficile da trattare. Ma in “Una storia senza nome”, manca uno stile definito per narrare i fatti e il fenomeno mafioso. Andò la descrive mescolando i registri: ironia, grottesco, dramma, ferocia. Ma non li amalgama perfettamente.
La nostra impressione è che sia, più che un film di difficile definizione, un film non definito.

In “Una storia senza nome” nessuno è quello che sembra o dice di essere. I personaggi sono tutti un po’ misteriosi e hanno qualcosa da nascondere. La protagonista sembra dovere esplorare dimensioni sconosciute di sé, tanto da citare Amleto quando dice “sappiamo ciò che siamo, ma non ciò che potremmo essere”.

Ma il gioco dell’ambiguità, vera o presunta, è difficile e in questo film non riesce molto bene. Nonostante ciò, gli ottimi interpreti hanno fatto un buon lavoro.

Micaela Ramazzotti e Renato Carpentieri ricreano in questo film di Andò la complicità che li univa ne “La tenerezza” di Amelio. Se in quest’ultimo era l’uomo anziano a riscoprire attrverso una giovane madre e la sua famiglia la tenerezza, in “Una storia senza nome” è Valeria ad acquisire una maggiore fiducia e consapevolezza di sé grazie al misterioso poliziotto in pensione. I due condividono il culto per la segretezza in un rapporto più scanzonato.

Una storia senza nome

Ad onor del vero, la maestria di Carpentieri supera di gran lunga le capacità di Ramazzotti, che purtroppo dà l’impressione di recitare una  parte troppo simile a quello interpretato in altri suoi film.

Abbiamo molto apprezzato anche gli interpreti dei ruoli “minori”. Tra gli interpreti più convincenti spicca, senza dubbio, l’ottimo Gaetano Bruno, personaggio trait d’union tra produzione del film, boss mafiosi, politici.

Fa sempre una bellissima figura Laura Morante, qui madre ingombrante della protagonista, nonché esempio e causa di molte delle sue scelte.

Alessandro Gassman è sempre a suo agio nel ruolo dell’uomo un po’ cialtrone e guascone, seduttivo e scaltrissimo. Essendo un film sul cinema, non può che essere pieno di citazioni. Gassman, mentre lo picchiano, risponde alle domande con frasi famose dei film.

Insomma, se – come si dice nel film – “il cinema è al 50% seduzione”, “Una storia senza nome” non ha raggiunto del tutto lo scopo. Pur essendo godibile, non ci ha sedotti.

Tuttavia, il cinema è anche sogno. E se c’è un motivo per vedere “Una storia senza nome” è sognare per un paio d’ore che “La Natività” di Caravaggio sia ancora integra, nascosta da qualche parte; che non se la siano mangiata i maiali, che non sia stata fatta a brandelli da un mercante d’arte svizzero, che non si sia sgretolata appena svelata agli occhi di un boss mafioso.

Al cinema ci si può illudere che il capolavoro possa un giorno tornare al suo posto, all’Oratorio di San Lorenzo a Palermo. Possibilmente, stavolta, custodito sotto sguardi più attenti.
Stefania Fiducia

Prima stagione del Teatrosophia: Roma ha un altro spazio per esprimersi

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Il Teatrosophia è ‘un luogo di condivisione artistica’ nel cuore di Roma

Un luogo non grande, ma accogliente; dove l’aria è piena di foto di scena, luci chiare ma non invadenti. Un posto dove la carta da parati è una platea d’opera, con pubblico che guarda. Tutto contornato da un sofisticato tocco un po’ retrò, testimoniato dal colore bianco e nero della citata carta fino all’insegna all’interno della struttura. Uno spazio che sfida il tempo. Nono solo perché si trova a pochi passi da Piazza Navona e Castel Sant’Angelo, ma anche perché in un periodo in cui la burocrazia, la finanza e l’incopetenza non permettono ai sogni e all’Arte di realizzarsi, visto che “non si vive di queste cose”.

Dopo un’inaugurazione avvenuta alle porte dell’estate, Teatrosophia ha presentato ieri la sua prima stagione teatrale.

A fare gli onori di casa è stato il direttore artistico Guido Lomoro che, oltre a dare il benvenuto alla stampa, ha presentato uno per uno tutti i progetti in cartellone: opere di improvvisazione, mostre d’arte, reading, concerti ma, soprattutto, Teatro.

Ci saranno produzioni che coinvolgeranno il pubblico, come il primo spettacolo della stagione La Cena (dal 20 settembre 7 ottobre): evento teatrale che si svolge intorno una sontuosa tavola apparecchiata per trenta persone, 27 spettatori e 3 attori, dove gli spettatori svolgeranno il ruolo di invitati non potranno mutare il corso degli avvenimenti. Un altro esempio arriva dal secondo in scena, 30 spettacoli in 60 minuti, dove la compagnia Vox animi racconterà dal 12 al 14 ottobre 2018 ben 60 storie in 30 minuti.

 

Altre produzioni omageranno dei classici con dei rifacimenti o traendo spunto da essi.

L’ispirazione può venire da racconti, come Il Diario di Eva di Mark Twain, che Ilaria Manocchio interpreterà dal 21 al 23 novembre 2018; da film, come Scene di un matrimonio di Bergaman, trasformato in Un matrimonio da Laura Donzella e Paolo Scannavino e in scena dal 25 al 27 gennaio 2019; oppure da album discografici, come farà la Compagnia Le Partenze Intelligenti con Il ladro di anime, tratto da Storia di un impiegato di Fabrizio De Andrè, in scena dal 15 al 17 marzo 2019.

Ci saranno spettacoli deidcati al mondo dell’improvvisazione come Gli occhi delle donne, in scena dal 19 al 21 ottobre 2018; o Cervella, sul palco il 19 e 20 gennaio 2019.

Ci sarà sempre uno spazio dedicato al mondo delle donne.

Donne che si cambiano per paura di vivere come sono, come quella di Valentina Ghetti in La gabbia di carne sul palco dal 26 al 28 ottobre 2018. Donne prigioniere di se stesse, come ci racconta 1 al 3 febbraio 2019 Giorgia Palmucci in Disturbo?; o donne capaci di sfumare l’amore, tra musica e dialogo, come Un concerto in punta di piedi dal 12 al 14 febbraio 2019. Altre produzioni invece ci mostrano la differenza tra uomoni e donne, soprattutto nella gestione dei sentimenti, come i corti di Sole donne, in scena dal 1 al 3 marzo 2019; fino alle dinamiche di coppia di Se solo fosse sale, dal 9 al 12 maggio 2019.

Ci saranno anche Storia e società.

Un esempio lo daranno Marchio di fabbrica, dedicato al sottobosco del mondo del lavoro, in scena dal 29 novembre al 2 dicembre 2018; Ivan Festa e Pasolini a Villa Ada, dall’8 al 10 marzo 2019, con un autore lontano dalle polemiche politiche; L’aquila nuova, dal 5 al 7 aprile 2019, di Massimo Sconci, dove l’autore e attore sogn ainsieme al pubblico una rinascita del capoluogo abruzzese dopo il terremoto, e 55 lettere, dedicato ai giorni di prigionia di Aldo Moro, sul palco il 17 e il 18 maggio 2019.

Alcune produzioni si ripeteranno.

Una sarà quella di Luca Gaeta e Salvatore Rancatore. Tre spettacoli faranno parte del cartellone con i loro nomi, rispettivamente Confessioni di un burattino senza fili (dal 22 al 24 febbraio 2019), Altrokesuperman (dal 22 al 24 marzo 2019) e R.I.P. – Ritorno In Platea (dal 3 al 5 maggio 2019): spettacoli dedicati alla ricerca di se stessi, con un pizzico di ironia, fantasia e al mondo attoriale. Anche Tiziano Scarpa farà due spettacoli. Uno è in fas edi preparazione, l’altro sarà Groppi d’amore nella scuraglia: tutti in scena dal 15 al 18 novembre 2018. Ci sarnno poi gli appuntamenti di Marta Scelli nel Viaggio nella Divina Commedia: l’Inferno. Tre serate divise in Dalla viltà all’amore all’accidia (7 febbraio 2019), Malebolge (14 marzo 2019) e Violenza e tradimento (4 aprile 2019) che possono riassumersi in “un’esperienza spirituale, decisiva, di rinnovamento e di espansione della propria identità“.

Non mancheranno infine, oltre a mostre d’arte, anche le produzioni firmate Teatrosophia.

Il Natale di Harry sarà il primo, in scena dal 14 al 16 dicembre 2018, dove Alessandro Giova interpreta un uomo e la sua tagliente solitudine, esasperata durante la ‘festa in compagnia per eccellenza’. Altro spettacolo sarà From Medea, dal 28 al 31 marzo 2019, dove quattro donne in un centro psichiatrico provano a spiegare che l’impulso della della maternità non è così primordiale: spettacolo di cui si potrà anche ammirare la ‘mise en space’ il 24 e il 25 novembre 2018. Entrambi gli adattamenti saranno diretti da Marta Iacopini. Dal 24 al 26 maggio 2019, infine, Guido Lomoro dirige e interpreta Tango, la storia di una madre e un figlio, legati dal dramma dei desaparecidos.

Una stagione da vivere, carica di storie, talenti e curiosità. Questo sarà Teatrosophia. Un spazio che noi seguiremo.

 

Francesco Fario

Antonello Venditti: 40 anni di “Sotto il segno dei Pesci”

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Il 21 settembre uscirà “SOTTO IL SEGNO DEI PESCI – 40° ANNIVERSARIO” (Universal Music), una riedizione dello storico album di ANTONELLO VENDITTI, anticipato dal brano inedito “SFIGA”, in radio e nei negozi digitali da venerdì 7 settembre.

SOTTO IL SEGNO DEI PESCI – 40° ANNIVERSARIO” uscirà nelle versioni doppio CD, Vinile e BOX SUPER DELUXE: la versione doppio CD conterrà nel CD 1 l’album completo rimasterizzato dai nastri originali dello storico album uscito nel 1978 e nel CD 2 l’inedito “SFIGA”, le versioni in francese mai pubblicate prima d’ora dei brani “SARA” e “SOTTO IL SEGNO DEI PESCI” oltre a “BOMBA O NON BOMBA”“SARA”, “CHEN IL CINESE”, “GIULIA” e “SOTTO IL SEGNO DEI PESCI” in un’inedita versione live registrata durante un concerto a Roma del 1980, con un booklet di 32 pagine con foto e contenuti inediti, tra cui il commento ai brani dello stesso Antonello Venditti.

La versione Vinile conterrà l’album rimasterizzato dai nastri originali su un vinile da 180 grammi arancione trasparente con l’artwork originale con i segni zodiacali fronte e retro in rilievo.

Il BOX SUPER DELUXE uscirà in un’edizione limitata di 1000 copie e conterrà le due versioni CD e Vinile, oltre ad una stampa autografata dall’artista e un book di 36 pagine con foto rare e inedite e contenuti speciali.

Il 23 settembre sarà poi la volta di “Sotto il Segno dei Pesci 2018”, l’imperdibile concerto di all’Arena di Verona per celebrare i 40 anni di uno degli album che hanno fatto la storia della musica italiana, che ha già registrato il tutto esaurito!

Ma le celebrazioni non finiscono qui! Il 21 (SOLD OUT) e 22 dicembre, infatti, Venditti porterà “Sotto il Segno dei Pesci” nella sua amata Roma e sarà protagonista di altri due imperdibili concerti al Palalottomatica.

venditti antonello

 

Sono passati 40 anni da quando Antonello Venditti pubblicava Sotto il Segno dei Pesci”. Era un momento storico durissimo, il culmine delle BR e poche luci in fondo al tunnel.

Questa manciata di canzoni di Antonello, ben prodotte da Michelangelo Romano e con una copertina firmata da Mario Convertino, essenziale e iconica, escono l’8 marzo 1978 in un momento sociale di tensioni fortissime e in cui la speranza, la voglia di cambiamento sono enormi.

È la stessa necessità che vive il trentenne che ha appena lasciato alle spalle la casa-madre artistica, la RCA, ed è alla ricerca di un suono e di temi che gli diano un nuovo slancio. Antonello prende ispirazione dall’Italia che vede intorno a lui. E’ un disco personale e generazionale insieme.

«È stata la mia svolta musicale, poetica. Il mio disco più importante, in cui c’erano tutti i miei temi: la politica e i suoi riflessi sulle persone (Sotto il Segno dei Pesci), la comunicazione (Il Telegiornale), il viaggio dentro e fuor di metafora di Bomba O Non Bomba, la droga (Chen il Cinese), la tenerezza per Sara (che non si è mai sposata, ma ha avuto tre figli…), l’amicizia con De Gregori (Scusa Francesco). In fondo, sono temi ancora attuali.

Suonare a 40 anni di distanza l’album per intero, cosa che non ho mai fatto, ha un significato speciale per me. Per l’occasione ho chiamato anche i musicisti di allora. Lo inserirò al centro di 45 anni di canzoni e condividerò il palco con alcuni ospiti» afferma Antonello Venditti.

Le prevendite per la seconda data di Roma, prodotta e organizzata da F&P Group, sono disponibili su www.ticketone.it e nei punti vendita abituali.

Media partner dell’evento è RTL 102.5.

Il Canaro della Magliana. Una storia spaventosamente letteraria

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Il Canaro della Magliana di Massimo Lugli e Antonio Del Greco, oltre a riportare alla ribalta uno dei fatti più cruenti del secolo scorso, permette di conoscere una Roma che non esiste più.

«Non aveva più un nome. Non aveva sesso. Non aveva faccia. Non era più niente.»
Tranquilli non si tratta dell’incipit di un libro di Stephen King, tantomeno della descrizione di un film splatter.

Ma solo del prologo di un libro tutto da leggere: Il Canaro della Magliana. Il romanzo.

Scritto da Massimo Lugli e Antonio Del Greco, questo libro, edito da Newton Compton, racconta uno dei più atroci fatti di cronaca nera, seppur in forma romanzata.

Roma, 19 febbraio 1988.

In via Giuseppe Belluzzo, un’anonima strada di periferia, viene ritrovato in una discarica un corpo carbonizzato.
Non è solo un cadavere bruciato, ma un uomo orribilmente torturato.
Le ricerche cominciano immediatamente, concentrandosi su più piste.
Si pensa a un regolamento di conti fra bande rivali, magari della famigerata Banda della Magliana; si ipotizza la firma della mafia, perfino quella della Ndrangheta, ma nulla viene fuori.
L’inchiesta annaspa fra mancanza di prove, anche di semplici indizi e l’assoluta omertà di un quartiere totalmente silente.

In quell’inizio di anno bisestile, quel fatto scuote a fondo la Capitale.

Il Canaro della Magliana ha il merito di descrivere perfettamente la Roma di fine anni Ottanta e una delle sue periferie, quinta di quell’efferato assassinio.
Merito di una straordinaria coppia di scrittori.
Da una parte Massimo Lugli, una delle più prestigiose penne di cronaca nera, storico inviato di “La Repubblica”; già autore, per Newton Compton, di successi quali L’istinto del lupo, finalista al Premio Strega; La strada dei delitti, Ossessione proibita e Nelmondodimezzo. Il romanzo di Mafia capitale.
Dall’altra Antonio Del Greco, per anni dirigente della Sezioni Omicidi della Polizia di Stato.

Un poliziotto vero che si occupò personalmente dei più celebri fatti di cronaca nera.

Oltre a quella del Canaro, contribuì alla cattura di Johnny lo Zingaro, indagando anche sul delitto di via Poma e sulla Banda della Magliana.
Un connubio efficace e già apprezzato con la biografia Città a mano armata, che regala ai lettori una storia vera, un atroce omicidio che recentemente ha anche ispirato Dogman, il bel film di Matteo Garrone.

Attraverso le pagine di questo libro si ritrova un pezzo di un’Italia e di una Roma che non esistono più.

Si setacciano, nelle pieghe di questo bel romanzo, luoghi lontani, periferie impenetrabili.

Si odono linguaggi indecifrabili, e si fa conoscenza con personaggi a metà strada fra il drammatico e il grottesco, che tanto sarebbero piaciuti a Pasolini.
Il Canaro della Magliana permette non solo di ritrovare una città sparita ma anche di conoscere le modalità investigative delle nostre forze dell’ordine.

In anni in cui non esisteva la prova del DNA e tanti altri strumenti tecnologici, la verità veniva alla luce spesso solo grazie all’istinto e alla straordinaria capacità di grandi poliziotti, capaci di conoscere il delitto e gli assassini in ogni loro declinazione.

E Antonio Del Greco era uno di questi.

Non stupisca che un fatto di cronaca possa trasformarsi in un ottimo romanzo.

D’altra parte, la vicenda reale del Canaro, come ha ricordato più volte Massimo Lugli, «è una storia spaventosamente letteraria» che ricorda da vicino un celebre racconto di Edgar Allan Poe, Il Barile d’Amontillado.
In quel breve scritto il grande scrittore americano narra l’atroce vendetta di Montresor ai danni di Fortunato, un nobile italiano suo amico, non proprio nomen omen. Il tutto consumato in una notte di carnevale, quando lo sventurato, ubriaco e vestito da giullare, verrà murato vivo dal suo carnefice e lasciato morire di fame e di sete.

Il merito dei due narratori è quello di non cadere mai nel truculento, nel macabro, nonostante la storia reale sia ricca di aspetti raccapriccianti, ma di dipingere sfumature letterarie.

Accanto all’inchiesta, che porta a scoprire non solo il volto della vittima ma anche quella del suo carnefice, si affianca la tenera e impossibile storia d’amore fra una “sbirra” e un ladruncolo.

Il Canaro della Magliana è la dimostrazione che si può raccontare la cronaca nera, anche quella più efferata, tenendo sempre il timone a dritta, direzione letteratura.

Il libro piace per la sua capacità descrittiva, per i diversi piani narrativi, per la struttura dei personaggi, specie quelli minori.

Ma più di tutto colpisce il sapersi destreggiare degli autori fra i differenti linguaggi, che descrivono perfettamente la realtà di quegli anni.

In questo lembo d’estate, il romanzo di Lugli e Del Greco è una lettura ideale per colorare di noir le nostre serate che non vogliono ancora cedere all’incipiente arrivo dell’autunno.

Maurizio Carvigno

Antonio e Cleopatra. In scena l’amore “hic et nunc”

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Arriva in prima nazionale allo Short Theatre 2018,  reduce dal Festival di Avignone 2016, uno degli spettacoli più belli che io abbia mai visto (e credetemi, ne ho visti molti).

Chiedetemi cos’è l’amore. Chiedetemelo oggi, dopo aver assistito all’”Antonio e Cleopatra” di Tiago Rodrigues, presso il MACRO Testaccio.

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Segui la serie” font_container=”tag:h3|text_align:center|color:%231e73be” use_theme_fonts=”yes”][vc_video link=”https://www.youtube.com/playlist?list=PLksrtE2iBoGaeV2tx7x5E1UczlN5K36aF” css_animation=”fadeIn” src=”“https://www.youtube.com/embed/dYz1wK2ZRGo“” width=”“280“” height=”“158“” frameborder=”“0“”]

L’amore è un respiro all’unisono che esce da polmoni diversi. Antonio e Cleopatra, jeans e maglietta, si raccontano l’uno con gli occhi dell’altra. Mettono in scena la passione, un intreccio di mani tra specchi fluttuanti, unico vezzo della scenografia insieme a un lettore di vinili che suona “Cleópatra” (1963) di Alex North.

Lo spettacolo, recitato interamente in portoghese (con sottotitoli proiettati), fa ridere, sorridere e commuovere. Gli amanti giocano, si provocano, si struggono: raccontano la loro unione con occhio esterno finché nei dialoghi non arriva un TU e ognuno riprende il proprio ruolo. Cleopatra è Cleopatra, Antonio è Antonio. Ma solo per pochi istanti, quando ci si confronta, ci si scontra. Per tutto il resto del tempo viene creata questa dimensione, questo occhio esterno degli amanti che si descrivono a vicenda. Fino all’ultimo respiro, letteralmente.

Antonio e Cleopatra. Due nomi, ripetuti in continuazione, come la più struggente delle poesie. Antonio respira, Cleopatra respira, Antonio inspira, Cleopatra respira. È un amplesso di quotidianità, un’àncora sul presente.

Vale solo l’hic et nunc di quello che oggi chiamiamo STORIA. Perché in fondo l’amore vive solo nel presente: è l’unica dimensione a cui si possa aggiogare.

Sofia Dias e Vítor Roriz sono perfettamente simbiotici, ma senza mai nauseare: tengono il palco alla perfezione e riescono a tenere viva l’attenzione per un’ora e venti. Lei è una Cleopatra con i capelli corti corti e il fisico asciutto, lui è un Antonio biondo con gli occhi chiari. Un principe azzurro. Non sono come ce li aspetteremmo ma è meglio così: scardinano i capisaldi dell’immaginario proiettandoci in una storia nota, a cui si aggiunge quel quid che ci fa innamorare più di quanto non abbia già fatto Shakespeare.

Qualsiasi parola banalizzerebbe il frutto di questo magnifico lavoro. Un lavoro a mio avviso senza pecche, originale, profondo, sperimentale quanto basta per regalare al teatro contemporaneo una vera perla e al pubblico un’esperienza riflessiva e piacevole sull’amore e sulle sue semplici contraddizioni.

Alessia Pizzi

Go Wine torna a Roma con i vitigni autoctoni italiani

Il calendario romano delle degustazioni dell’associazione Go Wine prende il via con un appuntamento sempre molto gradito al pubblico degli enoappassionati.

L’associazione Go Wine riprende l’attività a Roma, dopo la pausa estiva, con l’appuntamento ormai tradizionale di settembre interamente dedicato ai vitigni autoctoni italiani. Un parterre importante di aziende incontrerà direttamente il pubblico, altre aziende partecipano presentando i vini in una speciale Enoteca. Al centro dell’attenzione la ricchezza del vigneto italiano, fatto di tante realtà legate per storia e cultura a diversi territori.

Ecco un primo elenco delle cantine che saranno protagoniste dell’evento:

Agricola Emme – Piglio (Fr); Benforte Valori e Verdicchio – Cupramontana (An); Cantina Frentana – Rocca San Giovanni (Ch); Cantina Sociale di Quistello – Quistello (Mn); Casale del Giglio – Le Ferriere (Lt); Cascina Castlèt – Costigliole d’Asti (At);  Cipressi – San Felice del Molise (Cb); Colle Ciocco – Montefalco (Pg); Luca Ferraris – Castagnole Monferrato (At); Marisa Cuomo – Furore (Sa); Fattoria Paradiso – Bertinoro (Fc); Firriato – Paceco (Tp); Montecappone – Jesi (An); Diego Morra – Verduno (Cn); Murales – Olbia (Ss); Paltrinieri – Sorbara di Bomporto (Mo); Poggiolella – Orbetello (Gr); Scubla – Premariacco (Ud); Tenuta Stella – Dolegna del Collio (Go); Torre Varano – Torrecuso (Bn); Vini Raimondo – Affile (Roma);  Associazione VITE IN RIVIERA, con una selezione di vini di 25 aziende del Ponente Ligure.

Programma e orari:

Ore 16,30 -19,00: Anteprima: degustazione riservata esclusivamente ad un operatori professionali

(giornalisti, enoteche, ristoranti, wine bar)

Ore 19,00: Breve conferenza di presentazione

Ore 19,30 – 22,00: Apertura del banco d’assaggio al pubblico di enoappassionati

Il costo della degustazione per il pubblico è di € 18,00 (€ 12,00 Soci Go Wine, Rid. soci associazioni di settore € 15,00). L’ingresso sarà gratuito per coloro che decideranno di associarsi a Go Wine direttamente al banco accredito della serata (benefit non valido per i soci familiari). L’iscrizione sarà valevole fino al 31 dicembre 2019.

Per una migliore accoglienza è consigliabile confermare la presenza alla serata all’Associazione Go Wine, telefonando al n°0173/364631 oppure inviando o un’e-mail a stampa.eventi@gowinet.it entro le ore 12.00 di giovedì 20/09 p.v..

Better Call Saul 4×04/4×05, il passo più lungo della gamba

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Welcome to Breaking Bad.

Lo dico con molta eccitazione, ed una punta di preoccupazione.

Eccitazione perché, dopo la lentezza dell’episodio 4×04, un filler piuttosto piatto e poco interessante pur essendo comprensibile nell’economia di una lunga stagione, rivedere i cari vecchi toni della serie di Vince Gilligan non può che essere straordinario. Un po’ di preoccupazione perché Better Call Saul è ancora indeciso su quale strada seguire, su quando, in pratica, esplodere, definitivamente. Vedendo soprattutto, come spesso accade, che la storia del nostro Jimmy è la più emotivamente soddisfacente, e la trasformazione inevitabile in Saul Goodman ci strapperò un pizzico di cuore. Anche a chi adesso non se ne rende conto, accecato da altro.

Dalla scena iniziale dell’episodio 4×05, innanzitutto. La prima in quattro anni di Better Call Saul che si svolge temporalmente durante gli anni – finali – di Breaking Bad. Una strizzata d’occhio enorme ai fans, sicuramente, e anche un premio alla loro pazienza. Ma, vedendola attraverso la prospettiva reale di questi due episodi, molto utile anche alla fase che Jimmy sta attraversando.

Nel presente di Better Call Saul ritroviamo l’uomo impazzito dell’ultimo Breaking Bad, seppur ancora non trasformato adesso.

Le precauzioni, le manie, l’irritazione, tutto quello che ritroveremo in Saul lo sta sperimentando Jimmy. Incluso, soprattutto, un orgoglio duro a morire che è la fonte di tanti problemi (come lo era/sarà per Walter White, non casualmente).

Il Jimmy che vuole con tutto se stesso, e con una passione palpabile, ritornare a fare l’avvocato, è lo stesso che ad inizio episodio quel mestiere deve mollarlo una volta per tutte per cause esterne. Sì, è doloroso vederlo con un time jump enorme, al contrario, abbandonare tutto. Ma è la prova, ancora una volta, di quanto Better Call Saul sia una serie maestosa: vogliamo ritornare a Breaking Bad, siamo entusiasti quando ritroviamo una sua scena, ma al tempo stesso è devastante abbandonare il nosro vero Jimmy McGill.

Dobbiamo però iniziare ad assaporare tale sensazione, ce lo ricorda anche il resto. Se Gus e Mike iniziano a lavorare al superlab di Walter e Jesse, dopotutto, vuol dire che tempo per scherzare non ne abbiamo più. Tutto ha raggiunto un clima di discesa verticale – incluse le apparizioni di Kim e Howard – e tornare indietro è impossibile. Tornare al passato di Breaking Bad, per questa serie, vuol dire in realtà andare avanti a mille all’ora. Come sarà l’impatto lo scopriremo con estrema curiosità.

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Emanuele D’Aniello

“Ora dimmi di te”: Andrea Camilleri si racconta in una lettera

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Il noto scrittore siciliano, testimone d’eccezione di novant’anni di storia d’Italia, si racconta nel suo nuovo libro.

A pochi giorni dal suo novantatreesimo compleanno, Andrea Camilleri (Porto Empedocle 1925) pubblica con Bompiani Ora dimmi di te. Lettera a Matilda. Il libro, sotto forma di lettera alla pronipote Matilda, è di fatto un racconto della vita dello scrittore.

Matilda, mia cara,

ti scrivo questa lunga lettera a pochi giorni dal mio novantaduesimo compleanno, mentre tu hai quasi quattro anni e ancora non sai cosa sia l’alfabeto. Spero che tu possa leggerla nel pieno della tua giovinezza. (…)  Vedi, mia cara, nell’ultimo trentennio i cambiamenti attorno a me sono stati tanti e alcuni del tutto inattesi e repentini. Il mondo non ha più lo stesso aspetto che aveva durante la mia giovinezza e maturità. (…)
Ma perché sento il bisogno impellente di scriverti? Rispondo alla mia stessa domanda con una certa amarezza: perché ho piena coscienza, per raggiunti limiti di età, che mi sarà negato il piacere di vederti maturare di giorno in giorno, di ascoltare i tuoi primi ragionamenti, di seguire la crescita del tuo cervello. Insomma, mi sarà impossibile parlare e dialogare con te. Allora queste mie righe vogliono essere una povera sostituzione di quel dialogo che mai avverrà tra di noi. Perciò, prima di tutto, credo sia necessario che io ti dica qualcosa di me.

Infanzia e gioventù: il fascismo, la guerra, la sindrome dell’evasione.

 Nato in pieno ventennio fascista, Camilleri non poteva che essere educato negli ideali del regime. Tuttavia, vari avvenimenti incrinano la sua ‘fede’: le leggi razziali che gli portano via un compagno di scuola, l’entrata in guerra dell’Italia a fianco della Germania, un incidente a teatro durante la riunione della gioventù nazifascista. Ne consegue una crisi esistenziale acuita da diverse letture, fra cui il Manifesto di Karl Marx. Scrive Camilleri: erano pensieri confusi, ma chiaro in me era il senso dell’ingiustizia. (…) Ecco come lentamente cominciai a diventare comunista in pieno regime fascista.  Nel frattempo, insofferente alla scuola, il giovane Camilleri sviluppa una sindrome dell’evasione, che asseconda leggendo libri su libri.

Rosetta, il teatro, la RAI.

Grazie a un concorso riesce ad entrare all’accademia Silvio D’Amico e diventa allievo di Orazio Costa. Abbandonati gli studi per la sua condotta turbolenta e il suo carattere non facile, inizia a vivere di espedienti e lavoretti. Durante un’occasione di lavoro teatrale, Camilleri conosce Rosetta Dello Siesto, che sarebbe diventata sua moglie. Innamoratosi, si decide a invitarla a cena: Da quella sera ceniamo assieme da oltre sessant’anni. Camilleri vince un concorso alla RAI, ma gli viene negato il posto per la sua fede comunista nel 1954. Lo ottiene poi tre anni dopo e sposa Rosetta, da cui avrebbe avuto tre figlie e da queste quattro nipoti. Ottiene vari lavori nel campo della sceneggiatura e del teatro, fino a ottenere la cattedra di regia all’Accademia Nazionale di Arte Drammatica.

Andrea Camilleri
Andrea Camilleri (fonte: Flickr).

La carriera di scrittore e il commissario Montalbano.

L’esperienza come romanziere comincia relativamente tardi. Il suo romanzo d’esordio, Il corso delle cose, risale al 1978. Seguono altri due romanzi dal successo modesto. Solo dopo l’incontro con Elvira Sellerio inizia a essere concepito quello che sarebbe divenuto il celeberrimo commissario Montalbano, che appare per primo ne La forma dell’acqua (1994). Dapprima osteggiato per la sua particolare mistione di italiano e dialetto siciliano, la saga di Montalbano conosce un enorme successo nel corso degli anni. Sellerio ha venduto 18 milioni di copie e lo sceneggiato televisivo ispirato a Montalbano ha superato un miliardo e duecento milioni di spettatori. Eppure, Camilleri rimane modesto: Non credo di essere un grande scrittore. In Italia si ha l’ambizione di creare cattedrali, a me piace invece costruire piccole disadorne chiesette di campagna. E tanto mi basta.

Congedo: “Matilda mia, ho imparato pochissime cose e te le dico”.

 Gli ultimi anni si susseguono pieni di eventi: la parabola della seconda repubblica, l’ascesa e il declino di Berlusconi, la corruzione, la mafia, le Torri Gemelle, il terrorismo, le guerre. Nonostante tutto, Camilleri ci tiene a precisare di non essere pessimista. Il fatto è che io credo nell’umanità, ho fiducia nell’uomo.  Ai giovani consiglia di fare tabula rasa del vecchio mondo e della sua generazione. Le poche cose che ha imparato? Che si impara che uso fare della vita solo vivendola;  le cose cambiano e l’esperienza insegna cose inaspettate; bisogna avere un’idea o un ideale e attenervisi ma senza chiudersi, ascoltando e dialogando, e se serve, cambiare idea.

Ricordati che, sconfitta o vittoriosa, non c’è bandiera che non stinga al sole.

Andrea Camilleri, Ora dimmi di te. Lettera a Matilda, Bompiani 2018,€ 14,00, pp. 112.

Davide Massimo 

Shadow, l’estetizzante mondo epico dei samurai

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Ricordando i precedenti lavori del regista nel genere, chiaramente non si va a vedere un film di Zhang Yimou sul mondo dei samurai per seguire la trama. Non per innamorarsi dei personaggi o rimanere avvinti dai continui intrecci. Si va solo e soltanto per rimanere strabiliati dalla sua inarrivabile estetica.

E su questo aspetto, fortunatamente, Shadow non tradisce.

Il ritorno del maestro cinese al genere epico dei samurai è una nuova full immersion totale di estetica e spettacolo visivo. Qui però, a differenza dei precedenti, nei quali trionfavano i colori primari di scenografie e costumi letteralmente accecanti, in Shadow domina il buio. Lo dice il titolo stesso, dopotutto, il soggetto sono i samurai Ombra, coloro che operano dietro gli ordini dei loro padroni. Tra le ombre, pertanto, il film predilige il nero, il bianco, il grigio.

Anzi, dire che predilige tali sfumature è prettamente riduttivo. Tutto il film, se escludiamo i volti degli attori, è costruito su questi tre colori, gli UNICI presenti sulla scena. Non c’è assolutamente spazio per altre tonalità. Il film è giocato sul non detto, sugli intrighi, sulle mezze verità, sui sotterfugi che ovviamente il grigio rappresenta pienamente.

Un grande simbolo raffigurante Yin e Yang domina costantemente la scena.

Non una scelta casuale. Zhang Yimou, con i suoi samurai spenti e depressi, dilaniati dalla sete di di primeggiare, quasi senza onori rispetto agli standard delle storie del genere, ritrae una storia in cui nessuno fa completamente del bene, ma è sempre contaminato dal male. E viceversa, ovviamente. La tragicità di Shadow è fondata su evidenti echi shakespeariani, non tanto approfonditi ma importanti come ispirazioni.

L’estetica, come spesso accade, è letteralmente l’intero film. C’è da ammettere che per quanto straordinaria visivamente non basta ad innalzare il film nel suo complesso rispetto ai precedenti del regista, soprattutto Hero e La Foresta dei Pugnali Volanti. Qui soprattutto, il regista insiste nelle scene di battaglia su elementi quasi steampunk assolutamente inattesi, come se fosse rimasto folgorato dai toni di blockbuster del suo debolissimo lavoro precedente. Perde quindi un po’ la purezza del genere, ma la missione della spettacolarità la vince senza dubbi.

Non sarà uno dei migliori lavori di Zhang Yimou, in sostanza, ma i motivi per cui i fans attendono Shadow si ritrovano dal primo all’ultimo. E può andare bene così.

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Emanuele D’Aniello

La serie tv de L’Amica Geniale arriva al cinema

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Tratta dal Best Seller di Elena Ferrante che ha conquistato oltre dieci milioni di lettori in tutto il mondo

Quando l’amica più importante della sua vita sembra essere scomparsa senza lasciar traccia, Elena Greco, una donna anziana che vive in una casa piena di libri, accende il computer e inizia a scrivere la storia sua e di Lila, la storia di un’amicizia nata sui banchi di scuola negli anni 50. Ambientato in una Napoli pericolosa e affascinante, inizia così un racconto che copre oltre sessant’anni di vita e che tenta di svelare il mistero di Lila, l’amica geniale di Elena, la sua migliore amica, la sua peggiore nemica.

Dopo la presentazione in anteprima alla 75. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, arrivano al cinema in anteprima esclusiva come evento speciale solo l’1, 2 e 3 ottobre (elenco delle sale a breve su www.nexodigital.it) i primi due episodi della serie firmata da Saverio Costanzo e tratta dal best seller di Elena Ferrante, edito da Edizioni E/O. Un appuntamento unico per i fan per vivere per la prima volta sul grande schermo e condividere con tutti gli altri appassionati la saga che ha conquistato oltre dieci milioni di lettori in tutto il mondo.

In scena oltre 150 attori e 5000 comparse. Un casting durato otto mesi, durante i quali sono stati provinati oltre 8000 bambini e 500 adulti provenienti da tutta la Campania. Attori professionisti e non professionisti, bambini e ragazzi reclutati nelle scuole di tutti i quartieri.

A interpretare Elena e Lila bambine, Elisa Del Genio e Ludovica Nasti. Mentre Elena e Lila adolescenti saranno, rispettivamente, Margherita Mazzucco e Gaia Girace. Imponente il lavoro di ricostruzione del Rione, il set principale della serie: la troupe tecnica, composta da 150 persone, ha creato 20 mila metri quadrati di set costruiti in oltre 100 giorni di lavorazione. Sono state costruite inoltre 14 palazzine, 5 set di interni, una chiesa e un tunnel. I costumi sono circa 1500, tra realizzazioni originali e di repertorio.

L’evento al cinema è distribuito in esclusiva da Nexo Digital solo l’1, 2 e 3 ottobre con i media partner Radio DEEJAY e MYmovies.it.

L’AMICA GENIALE è una serie HBO-RAI Fiction e TIMVISION, prodotta da Lorenzo Mieli e Mario Gianani per Wildside e da Domenico Procacci per Fandango, in collaborazione con Rai Fiction, TIMVISION e HBO Entertainment, in co-produzione con Umedia. Tutti gli episodi sono diretti da Saverio Costanzo. Il soggetto e le sceneggiature sono di Elena Ferrante, Francesco Piccolo, Laura Paolucci e Saverio Costanzo. Paolo Sorrentino e Jennifer Schuur sono i produttori esecutivi. FremantleMedia International è il distributore internazionale in collaborazione con Rai Com. Prossimamente la serie sarà su Rai 1, HBO e TIMVISION.

The Nightingale, la vendetta è donna

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Pensavamo che Jennifer Kent avesse già toccato il genere horror col suo film d’esordio Babadook. Quanto ci sbagliavamo.

L’orrore, quello vero, tangibile, ascoltabile, persino percepibile per quanto va nel nostro profondo sotto pelle, è tutto in The Nightingale. Al quale, se proprio vogliamo trovare una “gabbia cinematografica”, calza a pennello quella del rape & revenge movie. C’è la potenza orrorifica di quella premessa, e poi la struttura classica della storia. Davvero, il film non si nega ogni battito e scalino di un copione canonico di quel genere.

In realtà, e per fortuna, The Nightingale cerca e riesce ad uscire da quella gabbia. Col suo andamento lento che sprofonda a più riprese nell’incubo e nel perverso, il film diventa un “folk tale” sull’assenza di umanità.

Uscire indenni dalla prima mezz’ora di film, fatta di urla e immagini inscalfibili dalla mente, è davvero ardua. Jennifer Kent non nega il terrificante, lo fa digerire tutto a più riprese. Può sembrare una medicina estrema, ad alcuni addirittura retorica nel suo sfruttamento, ma è innegabile l’efficacia emotiva. Tutta questa vicenda si fonda sulla violenza, da qualsiasi prospettiva la si voglia vedere.

E le prospettive sono tante: misoginia, femminicidio, razzismo e colonialismo, temi presenti che rendono The Nightingale multisfaccettato ma legato in un unico reticolo di malessere attualissimo. Che, appunto, fa tornare tutto alla radice della violenza.

Quell’outback australiano nel quale l’uomo bianco arriva e spazza via gli abitanti aborigeni è l’ambiente perfetto per un racconto simile. C’è lo scontro di civiltà, anzi, l’annientamento di due civiltà: una che sparisce con la morte, l’altra che svanisce annullando i propri valori portando morte, facendo trionfare violenza e ignoranza.

Il film non si nega, purtroppo, una certa prolissità che rende i momenti fondamentali anti-climatici. E nemmeno una velata retorica, come detto in precedenza. Ma i difetti sono testimonianze evidenti del desiderio ardente di Jennifer Kent di propugnare un messaggio enormemente contemporaneo. La violenza sulle donne e l’ignoranza culturale sono piaghe del nostro tempo, e vederle sbattute in faccia così prepotentemente da un film raggiunge il suo scopo emotivo sempre e comunque.

In poche parole, Jennifer Kent si fa beffe delle eventuali problematiche della sua presunzione perché troppo impegnata a creare un qualcosa che colpisca, in barba a tutto il resto. E così The Nightingale riesce ad essere avvincente quando vuole, con la protagonista che una volta subita le violenze conosce la rabbia e l’innato istinto di vendetta. Sa essere folle quando vuole, con una spruzzata di Herzog che tira il fuori il selvaggio inconoscibile quando ci si addentra nel cuore di tenebra di territori sconosciuti. E sa pure essere toccante, come nel finale e soprattutto nell’evoluzione della protagonista che capisce il ruolo infimo della violenza nel cuore di ognuno.

L’orrore, ci suggerisce The Nightingale, non si esaurisce mai. Ma abbiamo i mezzi per combatterlo.

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Emanuele D’Aniello

Ai nastri di partenza la Roma Bar Marathon

Sabato 15 settembre 2018 ZERO propone il grande evento che unisce i migliori bartender con i protagonisti della scena elettronica capitolina.

Con 10 ore non stop di Musica & Cocktail Zero celebra il rinnovamento dei propri media. Torna la maratona che riunisce in un unico luogo i protagonisti del bere bene e del clubbing di Roma. Dopo il successo della festa per il suo ventennale e in occasione del lancio del nuovo sito e del nuovo magazine, sabato 15 settembre ZERO riporta in città il suo format inedito che vedrà i migliori bartender e i protagonisti della scena elettronica capitolina alternarsi tra bancone e consolle. A ospitare la Roma Bar Marathon saranno gli spazi di Largo Venue, giovane realtà che in quest’ultimo anno è stata scenario di tantissimi eventi in sintonia con lo spirito di questo appuntamento.

Da sempre ZERO celebra il rinnovamento dei propri media – magazine e sito – con grandi eventi che coinvolgono le città del proprio network e i suoi protagonisti. La Roma Bar Marathon sarà dunque un occasione speciale non solo per ribadire il motto che da oltre vent’anni ispira ZERO, “Divertirsi è giusto”, ma anche per festeggiare l’arrivo del nuovo zero.eu e toccare con mano il nuovo formato della rivista cartacea.

La festa comincerà nel pomeriggio, con cocktail e vinili nel cortile di Largo, per poi spostarsi nella sala interna quando l’atmosfera comincerà a farsi più calda. Il pubblico che si sarà allenato a dovere per la Maratona potrà gustare ben 40 drink diversi di altrettanti bartender, legati ai bar più importanti della Capitale, che saranno alla Roma Bar Marathon solo con ricette esclusive pensate per l’occasione. L’evento sposerà la causa “No straw” portata avanti da molti bartender, che utilizzeranno cannucce in materiale riciclabile per i loro cocktail unici.

Alle postazioni bar: Barbara Simmi (Hotel De Russie), Daniele Gentili (Marco Martini Restaurant Cocktail Bar), Dario Gioco (Voja), Eleonora De Santis (Brand Ambassador Bonaventura Maschio), Eleonora Sasso/Letizia Calabria (Fischio), Emanuele Principi Bruni (Les Maudits), Federico Leone (Brand Ambassador VII Hills), Francesco De Santis (Madeleine), Francesco Pirineo (Brand Ambassador Gin Citadelle e Plantation Rum), Giorgio Vicario (Beere Mangiare), Ilaria Bello (Talea), Emanuele Broccatelli (Drink-it/Caffè Propaganda), Marco Ferretti (Jameson Sine Metu Squad), Mattia Ria/Egidio Fidanza (Blind Pig), Maurizio Musu (Angelina Al Porto Fluviale), Paolo Guasco (Brand Ambassador Altos Tequila), Riccardo Speranza (Héco), Roberta Martino, Valeria Pieri (Up Sunset Bar), Valerio Boccitto (Terrazza del Cesári), Vincenzo Palermo (APT), Valerio De Stefani (Sottobanco), Antonio De Meo (Charade Private Bar), Vieri Baiocchi/Igor Zaplatynsky (Yeah! Pirgneto), Solomiya Grytsyshyn/Massimo D’Addezio (Chorus Café), Marco Zampilli, Mario Farulla (Baccano), Sabina Yausheva (The Pantheon), Viola Serra (Mezzo), Daniele Protasi (Bootleg), Domenico Maura, Luca De Lucia (OnTheRox), Valentina Bertello (Brand Ambassador Branca), Letizia Paris (Haus Garten), Francesco De Angelis (BlackMarket San Lorenzo), Flavio Wijesinghe (Porto Fluviale), Michele Ferruccio, Jordy Di Leone, Jerry Thomas’s secret bartender e altri in via di conferma.

La colonna sonora della Maratona rispecchierà il suono contemporaneo della notte di Roma, attraverso le selezioni di 8 dj che porteranno da Largo ritmi legati alla scena street (hip hop, reggae e trap) e a quella dance (house, disco, italo). Bartender e dj si alterneranno di ora in ora, dando vita a dieci feste diverse in una sola.

A passarsi il testimone in consolle: Beat Soup, Delphi (Tiger&Woods), Lady Coco, Drone 126 (Love Gang), Hugo Sanchez (Tropicantesimo), Ice One, L.U.C.A. aka Francisco, Pier One (One Love Hi Powa).

La Roma Bar Marathon è realizzata da ZERO in collaborazione con Largo Venue, Valeria Bassetti e Andrea Lai.

Dal 1996 ZERO è il magazine più letto di eventi e lifestyle. Dal 2007 è il sito di riferimento per sapere dove andare, a fare cosa e con chi. Sempre gratis, sempre in città, sia su carta che su smartphone, sempre in tasca.

INFO: dalle 18:00 alle 21:00 ingresso gratuito, dopo le 21:00  € 5

ZERO
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L’amore ai tempi del telefono a gettoni

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Come si corteggiava una ragazza qualche decennio fa quando non c’erano ancora i cellulari? Come era il  mondo quando esistevano solo i telefoni fissi o, al massimo, a gettoni? Fra ironia e nostalgia lo scopriremo.

C’era una volta, tanto tempo fa, un posto dove per poter telefonare esistevano solo due possibilità: o utilizzare l’apparecchio di casa o quello pubblico.
Succedeva, allora, che ad una festa, dopo cinque ore di ammiccamenti e maldestri tentativi di approccio, si riusciva finalmente a conquistare quella che si riteneva la ragazza della vita.

Dopo una serie di amenità varie ci si scambiava il fatidico numero di telefono, quello di casa e, solo allora, cominciava il secondo tempo di un film che era una via di mezzo fra uno dei tanti Fantozzi e una pellicola strappalacrime.

Il giorno dopo la festa il nostro quindicenne dell’epoca, dopo aver atteso invano che la mamma terminasse la telefonata alla nonna, il papà quella all’amico per commentare i risultati di calcio e la sorella quella al fidanzatino di turno, poteva brandire l’agognato telefono.
Di solito l’apparecchio si trovava in salotto, troneggiante su un tavolino sbilenco con affianco l’immancabile rubrica ridotta ai minimi termini e la penna che puntualmente non scriveva.
Poteva, però, trovarsi anche  all’ingresso o corridoio, vicino alla porta del bagno o a un’altra stanza.

Se il filo lo consentiva, dopo aver composto il numero, ci si chiudeva dentro una stanza per avere un po’ di intimità.
Il bello era quando ci si chiudeva in bagno e dopo un minuto o due, qualcuno gridava con voce cavernicola, giustificata da un bisogno fisiologico impellente: «Usciamo fuori da quel bagno che me la sto facendo sotto?»
E allora la poesia della telefonata scemava prima dell’abbattimento della porta.
Luogo della telefonata a parte, l’iter prevedeva, dopo la faticosa conquista dell’apparecchio una seconda fondamentale tappa: la codificazione del numero.
Solo dopo aver tradotto il geroglifico scritto su un foglietto volante, sperando di averlo riportato correttamente, iniziava la vera avventura.
Esistevano sostanzialmente tre possibilità.

La prima era la più rapida ma anche la più tragica.

Dopo aver atteso febbrilmente che qualcuno dall’altra parte del filo rispondesse, averlo educatamente salutato e chiesto se ci fosse la “nostra” lei, una voce oltremodo scocciata sentenziava: ha sbagliato numero.

Ogni certezza crollava, la possibilità di rincontrare la ragazza della festa era identica a quella di diventare presidente degli Stati Uniti.
Fine di ogni speranza e tutto per una cifra errata, per un numero scritto nella semioscurità.

Seconda possibilità, quella più temuta: il discrimine fra il coraggio e la paura, il valico fra il paradiso e l’inferno.

Il numero era esatto ma dall’altro capo del telefono a rispondere era la voce di un novello Fred Flintstone, il padre della nostra fiamma.
Dopo che impacciati, con un filo di voce, chiedevamo se ci fosse la nostra lei, il bruto serafico affermava: «chi la vuole?»

E lì o si diventava uomini o si rimaneva per sempre dei ragazzini brufolosi e sfigati.
Il problema era dover dire in un lasso di tempo che non superasse le due ore, il nostro nome e il motivo per cui cercavamo la preziosa figlia dell’orco. Non era raro il caso che si attaccasse, fingendo un’improbabile caduta della linea, ma se si riusciva a dire tutto d’un fiato nome, cognome e codice fiscale non era comunque detto che l’energumeno dall’altra parte, magari interrotto durante “Novantesimo minuto”, ci passasse la donna della nostra vita.

Poteva, infatti, metter fine ai nostri sogni con la semplice frase «è fuori.» Allora umilmente si ringraziava, ci si scusava e dopo si apriva la finestra per lanciarsi nel vuoto, salvo ricordarsi di abitare al piano terra.

Esisteva, tuttavia, una scappatoia.

Per evitare l’impatto telefonico con il custode della virginea ragazza incontrata per caso a una festa dove neanche si voleva andare, si ricorreva all’aiuto di una seconda persona, necessariamente di sesso femminile.
In genere una sorella o un’amica, il tutto dietro lauto compenso da stabilire in base a tabelle stilate prima di stipulare il sordido patto.
Il brutale capofamiglia, sentendo una voce di ragazza, si sarebbe tranquillizzato, chiamato la figlia e “serafico” avrebbe esclamato:
«Ci sta ‘na certa al telefono, ma famo presto perché me devono chiamare fra poco.»

Dopo questo la sorella o amica di turno avrebbe detto alla “nostra” che qualcuno voleva parlare con lei e da quel momento in poi dipendeva solo da noi, dalle nostre abilità di conquistatori seriali.

La terza possibilità era la più semplice, desiderata come un goal di Pruzzo o Bruno Conti nel derby con la Lazio.

A rispondere era direttamente lei, senza intermezzi di altri familiari, tipo madri logorroiche, padri gelosi e fratelli burloni.

In quel caso la realtà si tingeva con i colori del sogno.
Non sempre, tuttavia, era possibile chiamare da casa. Magari si desiderava maggiore intimità, oppure si era da qualche parte in vacanza. In quei casi non rimaneva che affidarsi al famigerato telefono a gettoni.
Quello era un aggeggio che nel pleistocene permetteva a chiunque di telefonare da fuori di casa.
Di norma questi cassoni zincati erano posti all’interno delle famigerate cabine. Scatole posizionate, chissà perché, sempre in posti assolatissimi, tanto che se si superavano i tre minuti di telefonata la liquefazione era certa, specie se le cabine, cosa rara a Roma, fossero munite di porte.
Per telefonare bastava mettere uno o più gettoni, (dischi color bronzo che avevano un taglio orizzontale sul davanti e due sul retro e che negli Stati Uniti erano stati aboliti nel 1944, in piena Seconda guerra mondiale), nell’apposito beccuccio posto in alto sempre che la sorte ci fosse benigna.
Poteva accadere, infatti, che, presi dall’emozione, i nostri gettoni cadessero sul pavimento della cabina, infilandosi inevitabilmente nelle feritoie laterali.
In quel caso era la fine.
La possibilità di recuperali era pari a quella di Maurizio Costanzo di pronunciare correttamente la lettera d.

Insomma se non cadevano i gettoni, se si riusciva ad arrivare al beccuccio, e se il telefono funzionava il più era fatto.

Rispetto alla telefonata da casa, però, c’era un altro temutissimo rischio oltre a quelli già descritti: l’invadente.
Questi, descritto da corposi manuali di antropologia criminale, era un uomo di mezz’età, che, a solo scopo intimidatorio, sperando di abbreviare la nostra chiamata, si piazzava a un palmo da noi, quasi entrando nella cabina, tanto che era inevitabile percepire il suo alito cipollato.
Non c’era speranza. Mai avrebbe mollato, rinunciando al suo spietato intento.

Anzi, per raggiungere il suo scopo, avrebbe messo in atto altre azioni di disturbo, a cominciare dal tintinnio dei gettoni.
Questa acustica pratica consisteva nel far saltellare ripetutamente sul palmo della sua mano alcuni gettoni, o delle chiavi, o entrambi, al fine di ottenere, attraverso l’insopportabile stimolazione uditiva, la fine della nostra telefonata.
Se anche questa azione non determinava l’effetto voluto il tizio metteva in atto l’ultima laida azione: il commento non richiesto.

Si trattava di vere e proprie glosse vocali alla nostra intima telefonata.

Lo sconosciuto poteva fare considerazioni di ogni tipo; dal nomignolo con cui appellavamo la nostra ragazza, alla decisione dell’ora e del luogo dell’appuntamento, perfino alla scelta del vestito da indossare.
Ma se anche questa bassa scorrettezza non andava a buon fine c’era il classico «a regazzì ce n’hai pé parecchio?»
E lì di solito, anche i più forti, desistevano.
Allora si lasciava mestamente la cabina, ormai satura dalla commistione di speziati afrori, al vincitore, che tronfio si impossessava della cornetta come fosse il più desiderato dei premi.

Oggi è tutto diverso.

Alla solita festa il numero della ragazza lo scriviamo sul cellulare e dopo un secondo mandiamo un messaggio, magari un’emoticon o, se si è più spregiudicati, una foto, una canzone, o addirittura un video.
E il gioco è fatto.

Nota bene

Questo racconto è finalizzato a ottenere da voi giovani, figli dei cellulari, la massima comprensione per noi che ci innamoravamo al tempo del telefono a gettoni.
Siamo ancora soggetti sensibili, provati da una marea di telefonate che non dimenticheremo più, perché, in fin dei conti, come sosteneva Gotthold Ephraim Lessing:

«l’attesa del piacere è essa stessa piacere.»

Maurizio Carvigno

Capri Revolution, storia di pazzi e credenti

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“Bella la colonna sonora” verrebbe subito banalmente da dire. Anzi, bellissima, capace di creare una notevole atmosfera.

Incredibile il volto estremamente cinematografico di Marianna Fontana, letteralmente baciata dalla cinepresa.

Primi 30 minuti curiosi e intriganti, che generano un fascino inatteso sulla costruzione dello scontro tra fede e scienza.

Poi basta, onestamente. Sono finiti qui i (pochi) pregi di Capri Revolution. Un film che in realtà è altamente inconcludente, a tratti fastidioso, costantemente presuntuoso.

Inconcludente, perché dall’inizio alla fine vaga perso nel suo ipotetico fascino, nella bellezza degli splendidi scenari che regala il golfo dell’Isola di Capri, e non dà assolutamente sostanza al racconto di un’Italia che, alla viglia della Prima Guerra Mondiale, sta lentamente ma prepotentemente mutando. Quello che Mario Martone vorrebbe mettere in scena è un paese che a fatica abbandona le varie credenze popolari per abbracciare la civiltà della ragione. Da questa premessa, invece, racconta solo un retorico tira e molla fatto di dialoghi insostenibili e scene di rituali di gruppo viste e riviste.

Fastidioso, per il modo stanco, e persino semplicistico, con cui tratta lo scontro al centro della storia. Da un lato abbiamo una comunità hippy ante litteram che potrebbe trovarsi in qualunque posto, in qualunque tempo, e non è mai caratterizzata se non attraverso cliché. Dall’altro lato non possiamo dire nemmeno troppo, perché Martone ad un certo punto si infatua della sua creatura ed inizia ad indugiare sugli sviluppi tediosi dei contrasti di tale comunità, dimenticando il resto dei personaggi.

Presuntuoso, infine, perché Martone è sempre stato un regista piuttosto pretenzioso, e qui non fa eccezione. Il suo racconto della storia italiana attraverso il cinema non risulta per gli spettatori affascinante quanto potrebbe essere, o quanto appaia al regista stesso. Anche in Capri Revolution, il clima che crea all’inizio è di enorme curiosità per una vicenda, apparentemente, originale e controversa, ma pian piano si spegne l’energia ed esce fuori l’innamoramento di Martone per ciò che fa, per come posiziona la macchina da presa, per come crede di esplorare un grande messaggio.

Non è il racconto sull’evoluzione sociale che Capri Revolution vorrebbe essere. Ma, quantomeno, è un film che il tedio della vita contadina fuori dalla modernità lo cattura e trasmette molto realisticamente.

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Emanuele D’Aniello

Vox Lux, il prezzo del successo

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Talvolta è incredibile come si possa essere pretenziosi senza essere, per forza di cose, fastidiosi o fallimentari.

Brady Corbet dietro la macchina da presa è sicuramente un autore pretenzioso. Cercare di immaginare e collegare la crisi dell’America recente, attraverso attentati e il problema delle armi, alla caduta e all’ascesa di una cantante pop, vedendo quel genere musicale come il simbolo dell’americanismo di plastica che ha perso i suoi valori fondanti, è indubbiamente molto pretenzioso.

Ma l’ambizione di Corbet qui si sposa ad una grande arguzia e leggerezza. Il regista è certamente fiducioso nei propri mezzi, forse troppo, ma riesce anche a non prendere mai solo sul serio ciò che sta facendo. Il suo tocco è, incredibilmente, il medesimo del tono della recitazione che ci regala Natalie Portman: carismatico, sempre vagamente a rischio di finire un tono sopra le righe, ma consapevole di quello che si vuole mettere in scena.

Come nel suo film esordio, Corbet continua ad avere una fascinazione enorme per la genesi di un malessere. Nel bellissimo L’Infanzia di un Capo si immaginava la crescita di un ipotetico dittatore fascista europeo, mischiando finzione e realtà. Qui in Vox Lux si opera la stessa identica operazione: vedere lo sviluppo di una personalità, e soprattutto come le esperienze accumulate cambino la prospettiva personale. Anche qui i fatti reali (Columbine e l’11 settembre) si intersecano alla finzione scenica.

Tutto serve a portare avanti, in Vox Lux, un complesso discorso sull’America. Un discorso che non avrà una vera risoluzione, perché il film non è interessato a trovare una vera verità. Ma che, già solo per l’audacia di averlo immaginato ed iniziato, ha seminato più interrogativi etici e quotidiani di quanto altri film più seri su temi simili abbiano fatto in precedenza.

La martellante musica di Scott Walker cementa una fitta coltre di cinismo sulla pellicola. Non è solo lo studio della fine dei valori e della costruzione di un’icona Vox Lux, ma anche un ritratto sagace sul ruolo della musica pop nella società moderna. Che non è un ruolo mostruoso, come potrebbe sembrare nella seconda parte del film. Dopotutto, il vulcanico istrionismo di Natalie Portman nasconde anche una intensa fragilità. Semmai, è più mostruoso il personaggio da ragazzina, quando la prova perfettamente algida di Raffey Cassidy ci mostra un’esibizione di talentuoso egocentrismo durante una veglia funebre.

Tutto insomma, secondo Corbet in Vox Lux, è spettacolo. Necessariamente. Lo è la musica pop, lo sono le stragi e gli attentati, lo è soprattutto l’America stessa. Quella società vive per l’intrattenimento, noi stessi saremmo persi nei nostri problemi senza intrattenimento. Paradossale quanto Vox Lux sia proprio l’opposto del canonico “film per tutti”, ma ne capisca e comprenda pregi e difetti meglio di tutti.

L’audacia con cui Vox Lux racconta la perdita dell’innocenza – di una nazione, di una forma sociale, di un modello per le masse – è sorprendente. In senso positivo, anche il cinema può essere una sorprendente arma di distruzione di massa.

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Emanuele D’Aniello