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Cambio di rotta: esce libreria il nuovo romanzo di Elizabeth Jane Howard

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Una nuova storia dell’autrice dei Cazalet, che non vi farà rimpiangere la famosa saga

C’è sempre un occhio puntato sul matrimonio nei libri di Elizabeth Jane Howard: ogni unione è strana a modo suo e questo lei riesce a raccontarlo sempre con grande delicatezza. Anche in “Cambio di rotta”, da oggi in libreria per Fazi Editore, la storia è quella di un matrimonio in crisi. Protagonisti sono un uomo e una donna molto diversi, uniti più dall’abitudine che dall’amore. Basta poco a sconvolgere il loro equilibrio precario, disturbato anche da numerosi tradimenti e da un dolore insopportabile.

Elizabeth Jane Howard non giudica mai i protagonisti dei suo romanzi ed è come se cercasse di dare voce alle ragioni di ognuno. Il racconto si svolge in maniera molto ritmata, con il continuo passaggio di testimone tra un protagonista e l’altro. Ognuno racconta a modo suo.

Il triangolo amoroso: e tutto vacilla

Quando entra in scena una giovane ragazza che si trova a disturbare questa unione ormai stanca tutto si fa complicato. Anche se Alberta sembra poco interessata all’amore.

Le donne raccontate dalla Howard non sono mai banali: inserite in un contesto domestico, non sono rassegnate alla loro condizione, sono sempre argute e intelligenti. Forse perché Elizabeth Jane Howard anche nella sua complicata esistenza, ha sempre amato il lato domestico della vita: fare la maglia, cucinare, curare il giardino. Questi interessi, che negli anni Cinquanta venivano usati come mezzi per raccontare la banalità della donna, in realtà a Elizabeth Jane Howard servono per raccontare la complessità dei personaggi.

In “Cambio di rotta” si parla molto anche del desiderio di fuga, che porta questa coppia a girare dovunque, ma mai abbastanza lontani da loro stessi e con i loro dolori. Con i quali alla fine dovranno fare i conti.

Il miglior libro del 1959, accanto a “Lolita”

Nel 1959, quando uscì, “Cambio di rotta” fu inserito tra i migliori libri dell’anno dal Sunday Times insieme a “Lolita” di Nabokov. Un successo svanito velocemente in un mondo sempre molto maschile come quello letterario. Elizabeth Jane Howard ha scritto quindici romanzi, ma solo negli ultimi anni stiamo assistendo alla riscoperta di questa scrittrice straordinaria, capace di raccontare l’intimità delle persone con grande delicatezza.

Presto “Cambio di rotta” sarà anche al cinema: sarà Kristin Scott Thomas a curare la regia dell’adattamento cinematografico e a interpretare il film.

Silvia Gambi

Su Netflix arrivano i fantasmi con The Haunting of Hill House

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Netflix annuncia The Haunting of Hill House, la nuova serie TV originale horror di Mike Flanagan con Michiel Huisman, disponibile da venerdì 12 ottobre in tutti i Paesi in cui il servizio è attivo.

Sarà un autunno all’insegna del DARK quello in arrivo su Netflix: dopo Le terrificanti avventure di Sabrina viene annunciata un’altra serie per tutti gli appassionati dell’horror. Netflix nuove serie

The Haunting of Hill House è una moderna interpretazione dell’omonimo romanzo di Shirley Jackson. La serie racconta la storia di un gruppo di fratelli, che ha trascorso l’infanzia all’interno di quella che sarebbe diventata la più famosa casa infestata del Paese. I protagonisti, ora adulti, si ritrovano forzatamente insieme in un momento tragico e sono costretti ad affrontare i fantasmi del proprio passato – alcuni sono ancora nascosti nei meandri della loro mente, mentre altri potrebbero essere fisicamente appostati nelle tenebre di Hill House.

Creata, diretta e prodotta dal genio dell’horror Mike Flanagan (HushOculusGerald’s Game), The Haunting of Hill House è un complesso dramma familiare avvolto all’interno di una terrificante storia horror.

Trevor Macy è produttore esecutivo insieme a Flanagan. Meredith Averill è sceneggiatrice e produttrice esecutiva. Justin Falvey e Darryl Frank sono anch’essi produttori esecutivi.

Michiel Huisman, Carla Gugino, Timothy Hutton, Elizabeth Reaser, Oliver Jackson-Cohen, Henry Thomas, Kate Siegel e Victoria Pedretti sono parte del cast, accanto a Lulu Wilson, McKenna Grace, Paxton Singleton, Violet McGraw e Julian Hilliard.

The Haunting of Hill House è prodotta da Amblin TV e Paramount Television per Netflix.

22 July, l’espressione più pura dell’orrore

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Ci sono film belli e brutti, ovviamente. Possono essere anche mediocri e discreti, altrettanto naturalmente. Poi, però, ci sono i film necessari, che a prescindere dalla qualità – a meno che non sia infima – con la loro potenza e contemporaneità diventano imprescindibili.

Questo è il caso di 22 July, lo dico senza dubbi alcuni. Il film di Paul Greengrass lascia una scia di malessere, interrogativi morali e prospettive sul presente che non possono lasciare indifferenti. Ritengo difficile giudicare 22 July in maniera analitica e prettamente distaccata – non invido chi ci riesce, onestamente – perché la potenza delle immagini e delle parole si insinua così ferocemente nel nostro quotidiano da non poter evitare il confronto col reale.

Il film ha un lungo prologo, la ricostruzione della terribile strage di Utoya. Sicuramente è il momento che più rimarrà, facile capire il motivo. Paul Greengrass gira con la sua classica predilizione per il realismo dinamico, con scosse di montaggio, suoni e purissima tensione che fa entrare lo spettatore in quello che vede. Senza filtri, senza omettere alcuna cosa. Letteralmente, la scena dell’attentato pare uscire da un film horror, una lunga sequenza che il regista estrapola da uno slasher movie e soffoca, in uno spazio senza via di uscita, tutti i personaggi.

Impostato l’orrore, fatto capire cosa abbiamo davanti, 22 July spiega le ali sulla sua vera natura. E qui inizia il “bello”.

Greengrass, con fare da fine drammaturgo che pensavamo non appartenere ad un maestro del cinema d’azione, inizia la sua indagine sulle contraddizioni e vizi di forma del sistema democratico. Riteniamo giusto che un un attentatore, un essere spregevole che ha ucciso 77 persone consapevolmente e lucidamente, goda degli stessi diritti degli altri cittadini? La democrazia ci dice sì, ma la morale? Anzi, forse è proprio la morale a darci risposta affermativa, ma allora per dimostrare di non essere mostruosi come lui non ci pieghiamo troppo, dandogli una vetrina che non merita?

Un discorso complicatissimo, ed evidentemente senza via d’uscita per un semplice film, che invece 22 July esplora con attenzione e potenza emotiva. Non c’è un momento, anche il più toccante, che non sia al tempo stesso raggelante (sarà anche perché, senza risultare offensivi nel dirlo, gli attori norvegesi usati appaioni tutti molto algidi). Il film vuole continuamente spaventare e far riflettere, ed indubbiamente la più grande paura deriva dal pensare a quanto le idee di odio manifestate nella vicenda sia stiano espandendo nel nostro reale presente.

Quello che Greengrass mette in scena è soprattutto un grande monito, inevitabilmente. Non possiamo perdere di vista i nostri valori, ma al tempo stesso saper combattere qui vuole distruggerli. In tal senso, è anche utilissimo il modo col quale 22 July è strutturato, ovvero un continuo specchio tra carnefice e vittima. Il primo sembra quasi godere dei confort della sua posizione e dei diritti che la democrazia gli concede. Il secondo oltre al danno ha la beffa di vedere tutti i riflettori lontano da chi sono i veri nomi da ricordare.

Ci sarà addirittura, letteralmente, uno showdown tra i due. Ma, appunto, tutto filtrato attraverso il sistema democratico e della giustizia.

Da qui si torna al punto di partenza, il valore di un simile discorso al giorno d’oggi. La stringente attualità di 22 July lo rende un film politico, sicuramente, ma al tempo stesso un film necessario. La democrazia ha i suoi difetti, non si può negare, ma da quei difetti si può costruire qualcosa, ed i pregi vanno utilizzati per ergersi dall’odio. Sempre e comunque. Il film ce lo mostra, ripete, ma soprattutto fa capire con la potenza infinita del ricordo e del dubbio morale. Tutto ciò, con una tensione che dura dal primo all’ultimo minuto.

Paul Greengrass ha realizzato grande cinema, e forse qualcosa di più.

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Emanuele D’Aniello

Dragged Across Concrete, attenti a quei due

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Craig Zahler ha deciso di dedicare la sua carriera a riscrivere i generi dei B-Movie americani anni ’70

Lo ha fatto con egregi risultati al primo tentantivo, il western. Lo ha fatto con un pirotecnico trionfo in tutti gli aspetti nell’opera seconda, col genere carcerario. Adesso che tocca il poliziesco, infondendolo di attualità e picchi da hard boiled, l’effetto ottenuto da Dragged Across Concrete è minore rispetto ai precedenti.

Certamente è divertente, anzi molto soddisfacente, vedere Mel Gibson e Vince Vaugh come coppia sullo schermo. I loro dialoghi, la loro caratterizzazione, probabilmente sono gli aspetti migliori. Il modo con cui Zahler gioca e si diverte a sovvertire i canoni del buddy cop movie – e avere Mel Gibson nel ruolo esattamente a quello di Arma Letale fa tantissimo, oltre ai simbolismi – riesce ad intrattenere lo spettatore. Non sono solo le battute, ma soprattutto la dinamica ed il modo col quale i due sembrano poliziotti reali afflitti da problemi reali.

Però, poi, Dragged Across Concrete, per citare la traduzione del titolo, si trascina eccessivamente e stancamente verso altri obbiettivi.

Onestamente 158 minuti sono troppi per tanti altri film, figuriamoci per uno simile. Oltre i dialoghi qui non si va. Le improvvise esplosioni di violenza che tanto avevano caratterizzato i film precedenti del regista qui latitano, e quando arrivano sono ormai troppo dilatate nel tempo. Si gioca col prendere in giro il politicamente corretto, ma alla lunga pure questo perde d’efficacia minuto dopo minuto.

Sembra chiaro che qui Zahler abbia fatto il passo più lungo della gamba. Ha buonissimi attori, una buona storia e una grande capacità di scrittura, ma purtroppo anche l’idea di realizzare un grande film, cosa che Dragged Across Concrete non riesce mai a diventare. Si crede più arguto di quanto non sia, e la scelta di propugnare idee conservatrici attraverso attori dalle note simpatie conservatrici sembra più uno scherzo che non una scelta sensata.

Un peccato, perché Zahler scrive e dirige benissimo, e si conferma una voce imprescindibile per il cinema indipendente americano. Quando però troverà qualcuno che gli dirà “no” davanti ad alcune scelte, oppure qualcuno più coraggioso in sede di montaggio, sarà ancora meglio.

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Emanuele D’Aniello

Crazy & Rich: bene ma non benissimo

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Crazy & Rich, la nuova commedia romantica tutta orientale.

È uscito il 15 agosto in tutte le sale italiane “Crazy & Rich”, il nuovo film che vede tra i protagonisti l’attore Kendrick Kang Joh Jeong, meglio conosciuto come Mr. Chao. È proprio lui a reggere il gioco della commedia divertente in tutta la saga de “Una notte da leone”. Proprio per questo se vi aspettate un film divertente e che vi faccia ridere, cambiate subito sala. Chi entra con l’aspettativa di passare qualche ora spensierata al cinema, ne rimarrà completamente deluso. Non si ride quasi mai, se non a tratti. L’atmosfera che si respira in sala è, invece, piuttosto quella del romanticismo. Si tratta di una commedia romantica, che sporadicamente ricorda un po’ la storia di Cenerentola, solo che in questo caso si tratta di una Cenerentola moderna e orientale, catapultata in occidente.

La trama racconta di una giovane ragazza orientale, emigrata negli Usa, per cercare la propria fortuna, emancipata e diversa dal solito. Ha un proprio lavoro e vive con la madre. Ha ricevuto un’educazione del tutto rispettosa e particolare rispetto alle solite ragazze orientali, più legate alla tradizione. Un ragazzo non proprio comune si innamorerà di lei e da quì inizieranno le loro strepitose avventure. A tratti un film divertente, ma non esageratamente. Non resterete particolarmente entusiasmati, se non per le risate che vi farà fare l’attore che interpreta solitamente il personaggio Mr Chao nelle commedie statunitensi.

Crazy and Rich

L’attore Kendrick Kang Joh Jeong in una scena del film

Se avete voglia di un film romantico, di farvi rubare qualche ora malinconica da una storia d’amore, allora è il film adatto a voi. Se invece, non amate particolarmente i film romantici e vi aspettate una commedia, scegliete di non vederlo. Un film, la cui visione non è indispensabile, in particolar modo se non amate il romanticismo smielato da finzione.

Crazy and Rich
Una delle scene più divertenti del film

Molto bella la scena finale, che fa sognare magicamente tutte le donne e il gioco che fa la protagonista con la suocera, che rivela una morale davvero fantastica: alla fine chi l’ha dura la vince e l’amore riesce a sconfiggere ogni dolore. Tutti possiamo essere all’altezza di un amore degno, se davvero siamo convinti di meritarlo. Suspense fino all’ultimo, per scoprire se ci sarà o no il lieto fine, che tutti si aspettano, ma che tarda ad arrivare, vista l’eccessiva durata del film.

Trailer ufficiale in italiano di “Crazy &Rich asians”

 

Alessandra Santini

Sunset, l’elegante fine della civiltà

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Se c’è una cosa che riesce a Laszlo Nemes, è creare un’atmosfera di orrore mista a eleganza. Se c’è una cosa che interessa a Laszlo Nemes, sono i momenti storici che segnano la fine dell’umanità.

Le due cose spesso combaciano, lo abbiamo visto nel suo film d’esordio Il Figlio di Saul, lo vediamo ora nel suo nuovo Sunset. Due film quasi gemelli, si potrebbe dire. Se il primo ci gettava nel dramma dei campi di concentramento con un approccio e un punto di vista quasi rivoluzionario, ora siamo nella Budapest alla vigilia della Prima Guerra Mondiale.

Per quasi due ore e mezza Sunset indaga, seguendo ossessivamente la sua protagonisti con intensi primi piani che occupano tutto il frame, oppure con riprese in soggettiva che trasformano la sua visuale nella nostra, su come una civiltà all’apice possa crollare improvvisamente. Nemes, attraverso la sua protagonista che cerca di riscoprire e riprendere la propria identità, cerca al tempo stesso di cogliere l’identità nazionale di un impero, quello austro-ungarico, ormai divenuto una Babele al collasso.

Il tono è quello del thriller, come lo era nel suo precedente film, e la ricerca ci porta in territori sempre più inesplorati e viscidi, che perdono l’eleganza dei primi minuti in un crescendo scomposto di anarchia e fragilità.

Sono i momenti disordinati, paradossalmente per un regista così composto, quelli in cui Sunset davvero trionfa.

Il problema però, oltre l’eccessiva durata non giustificata dalla vicenda e dell’approccio, è la rigidità di fondo. Nemes è un favoloso regista tecnico, e riesce davvero a farci entrare nella testa della sua protagonista. Ma, pur seguendola letteralmente da vicino per tutto il tempo, non riesce a infondere quel necessario calore umano oltre un senso di paura e dubbio. Manca il contatto empatico con la vicenda, si percepisce la chiara rigidità di chi pensa, prima di tutto, a posizionare bene la cinepresa.

Indubbiamente Sunset dà il meglio quando arrivano quei momenti di inesplicabile caos. Un disordine umano, e violento, che sprigionano le forze primordiale dell’uomo e del puro cinema. Nemes ha ancora il controllo pieno del mezzo, perché appunto è davvero un regista eccezionale e i suoi lunghi piani sequenza lasciano a bocca aperta, ma qui infonde anche un’energia che ha pochi eguali. Un peccato che non segua sempre gli istinti, un peccato soprattutto dopo Il Figlio di Saul, che praticamente era tutto istinti. Un regista non può ripetersi al secondo film, è chiaro, ma può e anzi deve capire quali sono i suoi punti di forza, i suoi tratti distintivi, per creare un proprio stile e cinema. Nemes ha voluto cambiare troppo pelle, e subito, perdendo un po’ di sana follia.

Il talento è comunque intatto, e Sunset è un film di grande valore. L’appuntamento al definitivo salto di qualità per il giovane regista ungherese è, sicuramente, solo rimandato.

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Emanuele D’Aniello

Il mostro di Frankenstein nel cuore di una donna

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Cosa spinge una ragazza di soli ventun’anni a partorire un romanzo come Frankenstein? 

Mary Shelley – Un amore immortale non è solo il biopic dedicato a una delle scrittrici ottocentesche più famose di sempre, ma è un film intenso che scuote nell’intimo.

Dalla fotografia alle musiche, Haifaa al-Mansour regala un compendio di emozioni struggenti.  È difficilissimo parlare di questo film perché è un cocktail di sentimenti incorniciati nel Romanticismo ottocentesco più cupo: passione, dolore, invidia, frustrazione, disperazione, avventura, sregolatezza.

Mary Wollstonecraft Godwin (Elle Fanning) viene dipinta con estrema eleganza e senza mai annoiare, un rischio sempre dietro l’angolo quando si realizza un film biografico. L’amore per Percy Bysshe Shelley (Douglas Booth) la condurrà in un vortice tra inferno e paradiso, un’altalena su cui Mary, posata e decisa, si crogiolerà fino alla morte del compagno.

In un secolo intrigante e malinconico scopriamo una giovane donna pronta a tutto pur di restare fedele a se stessa.

Mary è una grande osservatrice dell’animo umano. È delicata, sensibile e allo stesso tempo fiera e decisa. Scrive Frankenstein in uno dei momenti più dolorosi della sua esistenza, mette al mondo la sua creatura dopo aver perso una figlia in carne ed ossa.

mary shelley film

Chi è il mostro quindi se non l’essere umano nella sua più sfrenata solitudine? A Mary non interessa che il suo dottore produca un essere perfetto: la scrittrice vuole che il messaggio per il mondo sia realistico e palesi la condizione umana.

Questo attaccamento alla realtà, questo pragmatismo, si scontrerà sempre con l’idealismo romantico (e a tratti davvero insopportabile) di Percy, ma nella lotta tra i due Mary non rinnegherà mai nulla. L’emancipazione di questa donna dalla condizione femminile coeva, sia fuori che dentro le mura di casa, è un battito d’ali veloce e netto: nonostante tutte le brutture della vita Mary va avanti, prosegue per la sua strada consapevole che nulla è perfetto, assolutamente conscia dei limiti di chi la circonda, come anche dei propri.

Determinazione, coraggio, profondità emotiva: questo è il film che sa raccontare una donna geniale, le contraddizioni della vita, il coraggio di sapere accogliere tutti i frutti dell’esistenza.

Mentre vediamo scorrere la galleria dei geni letterari ottocenteschi (compreso Lord Byron) prendiamo davvero atto che non si tratta solo di icone scolastiche, ma di persone con vizi e virtù. Esseri umani che hanno fatto della vita un’esperienza da condividere, nel bene e nel male, e che ancora oggi sanno far vibrare le corde giuste per scatenare quell’empatia di cui spesso i banchi di scuola ci privano quando siamo costretti a studiare determinati argomenti.

Questo film fa venire voglia di leggere Frankenstein per capire a fondo l’animo umano senza avere troppe riserve, senza cercare dei modelli di comportamento, una soluzione o un perché. Il mostro si suicida perché la solitudine e il disprezzo lo hanno condotto nell’abisso della crudeltà più umana che ci sia. Mary usa questa morte fittizia per rinascere dalle proprie sofferenze attuando una catarsi profonda e significativa.

Questo film fa quindi venire voglia di vivere e basta, senza lamentarci troppo delle “inadempienze” di chi ci circonda. La nostra essenza, la nostra voglia di vivere va oltre qualsiasi ingerenza esterna, e anzi prende ispirazione anche e soprattutto da quella per emergere quando meno ce lo aspettiamo.

 

Alessia Pizzi

 

Luca Marinelli brilla nel toccante Ricordi?

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Ma voi le “cose” come ve le ricordate? Perché io, onestamente, non ricordo quasi niente in maniera lineare.

E so anche che il cinema non deve essere per forza realistico, anzi. Quando sfrutta le potenzialità dell’infinito immaginifico, nessuna altra arte lo affianca o supera. Al tempo stesso, però, indagare la mente umana, ed il modo assolutamente imperfetto e oscuro con cui lavora, è l’unica occasione che il cinema ha per essere al tempo stesso fantastico e realistico.

L’approccio di Ricordi? è esattamente questo, e vedendo il risultato finale possiamo perdonare (e anche capire) un’assenza dal cinema durata quasi un decennio per Valerio Mieli. Il regista col suo Ricordi? riesce a realizzare una sorta di Se Mi Lasci Ti Cancello italiano e, seppur tra molte virgolette, i fans del genere sanno benissimo che razza di paragone e complimento possa essere questo.

Non è solo una storia romantica Ricordi?, né tantomeno solo un film che usa il trucco della scrittura frammentata. Semmai, è un qualcosa che riesce intelligentemente, e con grande sensibilità, a captare quanto la mente sia melliflua e molto poco affidabile quando si tratta di immagazzinare esperienze e sentimenti. In una coppia, è difficile che entrambi ricordino un episodio esattamente alla stessa maniera. Anzi, talvolta è molto facile che noi stessi ricordiamo in maniera differente, più volte, un medesimo momento. Nella nostra mente cambiano i colori, gli abiti, i luoghi, un singolo dettaglio è un pezzettino di domino che fa crollare tutto ciò che poi forma.

Valerio Mieli è laureato in filosofia, e credo questa sia una premessa importante. Detto ciò il suo Ricordi? non è un trattato esistenziale ma, nel panorama del cinema italiano, si erge rispetto alle altre storie romantiche o esistenziali.

Un flash che ci appare in mente all’improvviso. Un timore che abbiamo sopito per anni, e poi si concretizza distruggendo le cose più grandi. Una parola detta per sbaglio che manda in crisi tutto il resto. Un singolo episodio dell’infanzia, positivo o negativo, che influenza inevitabilmente ogni frequentazione futura della nostra vita.

Tutto questo è cristallizzato benissimo in Ricordi? un film che con estrema tenerezza, e pochissima voglia di banalizzare i suoi pur tanti cliché sui due protagonisti, riesce a comprendere quanto le relazioni di coppia siano la colonna portante di ogni giorno. È davvero così raro trovare un film evidentemente costruito a tavolino che risulti poi, sullo schermo, così poco posticcio e tanto sincero. Merito è anche dei due interpreti Luca Marinelli, quasi banale dirlo, e Linda Caridi, che se possibile risulta anche più spontanea e azzeccata del suo più famoso collega di scena.

Non nega alcun momento Ricordi? e non ha paura di far cadere il velo sulla forza della nostalgia, delle esperienze passate. Vedere una coppia che, vivendo insieme, impara a influenzarsi a vicenda e diventare una cosa sola, pur non volendolo, pur se la vita spesso presenta strade separate, è la grande forza di questo film straordinariamente autentico. E perché no, anche un po’ terapeutico.

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Emanuele D’Aniello

“Ragazzo con canestra di frutta” di Caravaggio: analisi del quadro

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L’estate è agli sgoccioli ma tranquilli non c’è da disperarsi! Vediamo un bellissimo dipinto di Caravaggio per amare l’autunno in tutte le sue sfumature…

Ebbene sì le ferie sono finite e lentamente siamo scivolati verso Settembre, ma non buttiamoci troppo giù, dopotutto siamo nel mese che celebra l’uva e naturalmente il vino! Allora vediamo come questo frutto appare anche in uno dei quadri più conosciuti di Caravaggio.

L’uva è un prodotto tipicamente settembrino ed è da sempre molto amata nel mondo dell’arte. Moltissime sono infatti le rappresentazioni figurative in cui appare non solo come natura morta ma come simbolo di Bacco, metafora dell’ebbrezza, della passione animalesca e in una parola della vita.

L’infuso d’arte di oggi è il “Fanciullo con canestra di frutta” dipinto olio su tela dal Caravaggio tra il 1593 ed il 1594 e conservato presso la Galleria Borghese a Roma. L’opera risale al primo periodo romano del Merisi insieme ad un altro capolavoro del pittore, il “Bacchino malato”, entrambi provenienti dalla collezione del cardinale Scipione Borghese.

Potete visionarlo qui.

Qual è il soggetto dipinto?

Caravaggio ritrae un normalissimo garzone di bottega con i capelli ricci e la bocca carnosa, socchiusa in un atteggiamento erotico e provocante. Questo è vestito di una semplice e morbida camicia bianca, la quale ricadendogli sul corpo lascia sensualmente nuda la spalla destra.

Il giovane regge una canestra colma di frutti maturi: fichi, pomi, melograni e fulgidi grappoli d’uva rossa e bianca. La frutta è allo stesso tempo protagonista dell’opera insieme al ragazzo, entrambi i soggetti sono infatti sullo stesso piano. Ciò si vede dall’attenzione che Caravaggio rivolge alla riproduzione dei vari frutti con un realismo pittorico che è evidente in ogni piccolo dettaglio.

Cosa ci fa entrare nel quadro?

Lo spettatore viene immediatamente colpito dalla resa naturalistica dell’opera che è una delle caratteristiche principali dello stile di Caravaggio. Siamo di fronte ad un vero e proprio cesto di frutta matura, priva di idealizzazioni e interpretazioni estetizzanti, ma rappresentata attraverso tutte quelle imperfezioni che possiamo ritrovare anche nella realtà della vita quotidiana.

Il fanciullo sostiene una canestra traboccante di frutti, belli a vedersi e soprattutto veri, anzi verissimi. Alcuni sono rossi e succosi, altri sono inevitabilmente ammaccati, inoltre vediamo degli acini d’uva quasi marci mentre alcune foglie sono secche e appassite.

Il soggetto raffigurato può essere interpretato come un’allegoria della vanitas, una raffigurazione simbolica che invita lo spettatore a riflettere sulla caducità della vita, lo scorrere spietato del tempo e sulla natura precaria e fugace dei beni terreni.

Due parole sullo stile…

Notiamo un realismo estremo ed impressionante attraverso cui Caravaggio raffigura sia il ragazzo che la frutta in primo piano. Emerge chiaramente la sorprendente abilità del giovane Merisi nella rappresentazione di una realtà veridica, naturale, senza alcuna nobilitazione.

Tutto è reale, tutto è vero a partire dal fanciullo con un volto comune e quasi volgare in questa sua camicia sbrindellata che gli scende lungo la spalla e in questa sua bocca semiaperta che accentua una sensualità gretta, oscena, tutta popolare. La frutta stessa è concreta e tangibile, è quella che possiamo trovare tra i banchi del mercato, esposta alle intemperie e toccata da più mani.

Caravaggio diede spazio alla realtà, alla vita di una Roma autentica, ritratta dal naturale, provocante e trasgressiva. Una Roma restituita attraverso soggetti veri, spesso ignobili ed immorali, ma certamente vivi.

Anche per oggi il nostro infuso d’arte è terminato. Se non siete ancora pronti per l’ufficio ma volete concedervi qualche altro giorno di vacanza allora vi consigliamo di prendere spunto dalla scorsa pillola a questo link sul Beato Angelico. Ci vediamo come al solito tra due settimane!

Martina Patrizi

At Eternity’s Gate, la tristezza di Van Gogh

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Davvero incredibile pensare come le vite di molti pittori siano state singolari e spessissimo travagliate. Pensateci, quasi tutti i più grandi artisti del disegno hanno avuto più sfortuna che gloria (in vita). Forse non è un caso, per quanto sia triste concepirlo, che la più grande arte peschi a piene mani dalla sfortuna. Come fosse un sacrificio obbligatorio per essere artisti.

E c’è da dirlo, pochi hanno avuto la quantità di sfortuna e problemi di Vincent Van Gogh.

Portarlo al cinema non è facile, come per tutte le biografie di pittori. Come si rende cinematografica l’esistenza di una persona seduta a dipingere? La risposta la dà Julian Schanabel, uno che le cose convenzionali (fortunatamente) proprio non sa farle. Anche il suo nuovo At Eternity’s Gate rifugge la normalità per andare dritto all’essenza del suo protagoista.

Così, insieme alla semplice biografia, per quanto interessante, il regista riesce a raccontare ed esplorare altro. Il Van Gogh del film, per quanto realistico e profondamente umano, è il simbolo supremo della solitudine umana. Anzi, la solitudine dell’artista, colui costretto a convivere con un talento che funziona in maniera inversamente proporzionale alle fortune in vita.

La particolare fisicità di Willem Dafoe è il perfetto veicolo per il messaggio del suo personaggio. Un Van Gogh che vorrebbe solo poter parlare con qualcuno, poter comunicare, farsi capire, e invece ha quel talento che lo costringe ad abbandonarsi sull’altare dell’arte, sempre e comunque, e alienarsi da tutto il resto. Lui vive benissimo il contatto con la natura, quello umano per quanto bramato molto meno.

Schanabel racconta tutto ciò eviscerando la dinamica mentale del suo personaggio. Le manie, e soprattutto le cause di tali manie, sono espresse dal film con acuta e sincera delicatezza. Van Gogh impazzisce, ed il film ci conduce nella sua testa ambigua, nei colori che vede, nelle voci che sente, nelle parole altrui che gli rimbalzano più e più volte in mente, ma rimane pur sempre un uomo vero. Un uomo solo, che vorrebbe solo l’affetto altrui.

Non è un film semplice At Eternity’s Gate, perché non vuole esserlo. Ostico a tratti, compassato in altri, è sicuramente allineato alla via artistica che Schanabel ha nel DNA, ma non perde di vista la semplicità. Sono i momenti, le parole, i sentimenti ad interessargli, non il manierismo dell’artista a tutti i costi.

Un film altissimo ma al tempo stesso frugale, un po’ come era esattamente Van Gogh in vita. Che ha degli sprazzi di ricerca estetica, ma poi sa sempre tornare sulla Terra e capire l’essenziale dell’umanità perduta. Forse, il film che sarebbe piaciuto anche a Van Gogh stesso.

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Emanuele D’Aniello

The Sisters Brothers, l’umanità ai tempi del west

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Per Charlie Sisters la reputazione è tutto. Vorrebbe che lui e suo fratello fossero famosi e rispettati come crudeli cacciatori di taglie. Ma la reputazione, ovviamente, è solo forma. La sostanza è che i due sono una coppia di fratelli meravigliosa, assassini certo, ma sinceri nel loro affetto.

Quando un regista non americano debutta in lingua inglese ci sono sempre dubbi enormi. Riuscirà a farsi capire, non sé stesso, ma il suo cinema? Pensiamo quando, in questo caso, un francese debutta in America col genere americano per antonomasia, il western.

Eppure, il risultato in questione è The Sisters Brothers, il testamento di quanto Jacques Audiard sia un grandissimo autore. E soprattutto, di quanto certi temi abbiano risonanza universale, senza confini geografici o linguistici.

Un western, sicuramente, ma un western dai toni di commedia. La leggerezza che accompagna The Sisters Brothers è fondamentale, perché costruisce in maniera perfetta i momenti più toccanti e malinconici. Questo è indubbiamente uno dei western più umani visti negli ultimi anni, col rapporto tra due fratelli al centro, la loro capacità di unirsi e, oltre ogni altra cosa, cambiare in meglio.

Ogni sparatoria, ogni inseguimento, ogni ostacolo sono tappe che stringono ancora di più il legame tra i due. Certo, è tutto più facile quando gli interpreti sono così dannatamente impeccabili. Ormai su Joaquin Phoenix gli aggettivi li abbiamo finiti, e conoscete tutti le iperboli: anche qui non sbaglia. C’è invece da dire che John C. Reilly non fatica al suo fianco sulla scena, e questo potete capire che enorme complimento sia. I due personaggi sono opposti: arrogante e avventuroso il primo, saggio e malinconico il secondo. Ma la bravura e la chimica tra i due attori rendono la coppia irresistibile, ben più che affiatata, semplicemente una cosa sola.

Quando tutti gli ingranaggi girano, nessuno può lamentarsi. Non è un film indimenticabile The Sisters Brothers, ovviamente, ma è un film che convince pienamente e soprattutto può raggiungere la più vasta gamma di spettatori e gusti.

“Io obietto” di Elisabetta Canitano denuncia i pericoli dell’obiezione di coscienza

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Lo spettacolo teatrale “IO Obietto” di Elisabetta Canitano torna in scena il 4 settembre alla Casa Internazionale delle Donne di Roma.

“Io obietto” è uno spettacolo teatrale sull’obiezione di coscienza, scritto dalla ginecologa Elisabetta Canitano. Con esso si affronta in maniera diretta l’influenza della Chiesa Cattolica nel sistema sanitario nazionale.

Portato in scena dalla Compagnia Causa, è diretto da Amandio Pinherio. Sul palco le interpreti sono Chiara David, Natalia Magni, Laura Nardi e Valentina Valsiana.

L’hanno co-prodotto l’Associazione Vita di Donna, la Casa Internazionale delle Donne di Roma, Compagnia Causa e il Teatro Biblioteca Quarticciolo. Qui ha debuttato in prima nazionale lo scorso febbraio. La sottoscritta ha avuto occasione di assistere allo spettacolo a maggio 2018 presso la Casa Internazionale delle Donne. Questa ospiterà la prossima replica il 4 settembre 2018 all’interno della rassegna “Chiamata alle arti”.

Elisabetta Canitano ha scritto il testo ispirandosi alla storia tragica di Valentina Milluzzo. La giovane donna morì nel 2016, per sepsi, nell’ospedale di Catania dopo diversi giorni di ricovero. Uno sconcertante episodio di cronaca, in cui malasanità, omissione di soccorso, obiezione di coscienza si mescolano tra loro.

Altra fonte d’ispirazione è stata l’analoga vicenda di Savita Halappanavar, trentunenne, morta anche lei di sepsi in un ospedale irlandese, dove i medici cattolici si erano rifiutati di intervenire finché non si fosse fermato il battito fetale.

Cosa succede alla donna se tutti i medici sono obiettori? “Io Obietto”, collocandosi tranquillamente nell’alveo del teatro civile, cerca di rispondere a questo interrogativo attraverso l’arte.

La protagonista, Bianca, è incinta di 20 settimane  di due gemelli, concepiti con la procreazione assistita e viene ricoverata in ospedale per delle complicanze. Per molti giorni i medici decidono di non intervenire con un aborto terapeutico, visto che sentono ancora i battiti fetali. La frase “ma c’è il battito” diventa un mantra che i medici si ripetono tra loro, così come lo dicono alla paziente, a suo marito, ai suoi genitori.

Così Bianca finisce per trascorrere dieci giorni sul suo letto d’ospedale, con le gambe in alto, come gli dice di fare il primo medico con cui parla, senza più essere visitata.

Bianca parla in rima per raccontare la sua gravidanza, così desiderata. È piena di tenerezza nel suo parlare ai gemelli che aspetta. Tanto è dolce e stringe il cuore il racconto di Bianca, tanto lasciano stupiti e indignati le parole dei medici e degli infermieri.

Elisabetta CanitanoIl testo di Elisabetta Canitano diventa un’occasione per sciorinare dati sconvolgenti sull’obiezione di coscienza.

In Italia abbiamo il 70% di obiettori di coscienza, in alcune regioni si sfiora il 90%. In Italia l’aborto è garantito dalla legge 194 del 1978. Ma l’obiezione di coscienza è così diffusa da rendere difficile anche nelle strutture pubbliche l’applicazione della normativa.

Sul piano drammaturgico, si sente che l’autrice è un medico e non scrive normalmente per il teatro. Eppure ha fatto delle scelte efficaci per veicolare il suo messaggio di denuncia.

Elisabetta Canitano usa con esito felice l’espediente delle filastrocche in molte parti del testo, anche quando i medici sciorinano i diritti del nascituro e le idee della Chiesa Cattolica. Infatti, Canitano non ha paura di raccontare la storia di Bianca, collegandone gli esiti tragici alla negligenza dei sanitari. Ma, allo stesso tempo, non teme di collegare tale negligenza alle scelte etiche dei medici e non solo, dettate dall’influenza della Chiesa, oltre che dalla loro paura di incorrere in responsabilità nei confronti dei feti.

Risulta efficace l’espediente scenico di far indossare delle maschere alle attrici, che rendono anonimo l’orrore. Anche i medici e gli infermieri non hanno nomi, sono il medico 1, il medico 2, etc. Così come è riuscita la scelta di voler fare interpretare tutti i ruoli, anche maschili, a delle donne. Ha aiutato a focalizzare sul fatto che in queste tematiche il punto di vista della donna è il più importante.

In “IO Obietto” in primo piano ci sono la vita, la salute e i diritti della donna.

La messinscena di “IO Obietto” è un climax di emozioni con un lacerante finale. Non si tratta di temi facili da affrontare. Ma Elisabetta Canitano e la Compagnia Causa hanno saputo mettere in risalto il punto di vista della donna dinanzi all’aborto terapeutico e i pericoli dell’obiezione di coscienza che, se indiscriminata e diffusa, si trasforma da diritto a lesione dei diritti altrui. Fino al diritto alla salute e alla vita.

Al pubblico è andato incontro il regista Amandio Pinheiro, che ha deciso di usare uno stile umoristico, quasi grottesco, che non esisteva nel testo originale. Ha dichiarato di aver “cercato una specie di analogia: far ridere il pubblico “a tutti costi” diventa come preservare la vita “a tutti i costi, persino con la morte di tutti quanti”.

Spogliandovi di eventuali pregiudizi o preconcetti, vi invito ad assistere ad “IO Obietto”. Per i romani, la prossima occasione è la replica del 4 settembre alla Casa Internazionale delle Donne.

Stefania Fiducia

La Favorita, intrighi e stranezze alla corte della regina

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Anche voi siete tra quelli che farebbero di tutto per avere il potere?

Le tre protagoniste di La Favorita fanno parte di quel gruppo, anche se nel loro caso si tratta di conservarlo, non solo di ottenerlo, e non è necessariamente il potere che si può pensare. Un gioco di manipolazioni e dietro le quinte va in scena nella commedia di Yorgos Lanthimos, che fa ridere – tanto – e lascia l’amaro in bocca. Dopotutto definirla commedia non è poca cosa, ma un elogio alle complessità del genere e pertanto del film.

Sicuramente è il lavoro più accessibile e commerciale del regista greco finora in carriera. Premesso ciò, La Favorita mantiene comunque intatti i tratti distintivi del cinema di Lanthimos, a cominciare da una idiosincrasia nei rapporti umani e un cinismo di fondo che, declinati alla commedia, aiutano a spingere il tono ancora più sull’assurdo.

Che tutto ciò, poi, accada in un dramma storico in costume su personaggi realmente esistiti, è la ciliegina sulla torta. E di quella torta tutti vogliono una fetta.

“Il potere logora chi non ce l’ha” diceva un noto politico italiano. Il mantra di La Favorita è proprio quello.

Con un meraviglioso trio di donne al centro della scena, il film ricorda non poco i meccanismi psicologici di Eva Contro Eva. La perfidia e i giochi astuti non conoscono limiti qui, e a farne le spese sono, come sempre, i veri rapporti umani. Soprattutto i rapporti che vanno alla sostanza, quindi ai sentimenti, rimanendo schiacciati dalla forma imperante all’epoca in cui è ambientata la vicenda.

I sentimenti sono soprattutto quelli della regina Anna, la cui fragilità è il motore di tutto. La performance di Olivia Colman è indubbiamente una delle più complesse viste recentemente, in grado di tratteggiare una gamma di emozioni – e crisi mentali – con carisma ma soprattutto umanità. Rachel Weisz e Emma Stone, invece, sono lo specchio distorto dell’ambizione umana, pur agendo ai lati opposti. Se la prima è una donna tutta d’un pezzo, ma nasconde un amore profondo e una debolezza che può essere curata solo sapendo di avere il controllo sugli altri, la seconda è una figura dall’aria innocente ma capace dei peggiori sotterfugi morali pur di ottenere il proprio scopo.

Raramente ci si trova davanti un film di così stringente attualità pur rifuggendo ogni forma di metafora col presente, o pretesa retorica. Il ruolo del femminismo, e numerose battute sui comportamenti del genere opposto, sembrano nascere dai fatti di cronaca recenti. Eppure La Favorita è un film per tutte le stagioni, contemporaneo e universale perché non costruito e non machiavellico, a differenza delle sue protagoniste. Diverte e accompagna ogni risata con la riflessione, lasciandoci la certezza che il raggiungimento del potere ha un prezzo salatissimo.

Si vuol a tutti i costi coronare un’amibizione: va bene, ma bisogna anche esser pronti a rimanere letteralmente prigionieri di tale voglia.

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Emanuele D’Aniello

È perentorio: trovate le dieci ragioni per cui cancellarsi dai social

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Tra i libri da leggere nell’ estate 2018 trovate sicuramente in vetta il nuovo saggio di Jaron Lanier.

Il libro “Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social” edito da Il Saggiatore può avere un potere esegetico. Il fruitore si troverà dinnanzi ad una lettura tecnica e al percorso analitico di perdita della propria libertà e della propria individualità.

Se il digital detox è il vostro obiettivo armatevi di evidenziatore: questa lettura farà al caso vostro. (Si io sottolineo i testi!)

Il nemico numero uno è l’algoritmo. È importante, già dal primo capitolo, il tipo di approccio che Jaron Lanier vuole offrire e parte spiegando brevemente ciò che è il «comportamentismo». Il comportamentismo nato prima dei computer, studiava i nuovi procedimenti, più metodici, sterili e nerd per addestrare animali e uomini. Noi oggi sui social siamo figli di quell’addomesticamento. Quando mettiamo like su un post, inevitabilmente, entriamo nel vortice dei Clickbait e delle echo chamber. Fenomeni assai delicati, in corso di studio, che hanno per l’appunto il potere assoluto di influenzare l’opinione pubblica.

Basta scorrere sulle nostre home page di facebook, senza andare troppo lontani per notare i detriti del buon senso: bufale, incitazioni all’odio, ostentazione della ricchezza. Un circolo vizioso di vuoto non a rendere.

Vi ricordate il cane di Ivan Pavlov?

Noi siamo il cane. Persino Candy Crush, che tutti conosciamo, crea dipendenza utilizzando disegni colorati di caramelle invece che vere caramelle. Altri video-giochi che danno dipendenza usano immagini luccicanti di monete o altri tesori. Come scrive l’autore:

Gli schemi cerebrali del piacere assuefacente e della ricompensa – la «piccola dose di dopamina» di cui parla Sean Parker – sono alla base della dipendenza dai social media, ma non finisce qui, perché i social media usano anche la punizione e il rinforzo negativo.

Ecco l’elenco completo delle “Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social

  • Stai perdendo la libertà di scelta;
  • Abbandonare i social media è il modo più mirato per resistere alla follia dei nostri tempi;
  • I social media ti stanno facendo diventare uno stronzo;
  • I social media stanno minando la verità;
  • I social media tolgono significato a quello che dici;
  • I social media stanno distruggendo la tua capacità di provare empatia;
  • I social media ti rendono infelice;
  • I social media non vogliono che tu abbia una dignità economica;
  • I social media stanno rendendo la politica impossibile;
  • I social media (ti) odiano (nel profondo del) l’anima.

Forse già dopo le prime tre potremmo essere tentati di cancellare i nostri account.

Alessia Aleo

I Multipotenziali e il lavoro nel nuovo millennio

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Fabio Mercanti pubblica per i tipi di Ultra il saggio Multipotenziali – Chi sono e come cambieranno il mondo del lavoro, riprendendo il tema affrontato da Emilie Wapnick

Il mondo del lavoro è cambiato e la crisi economica ha assunto il ruolo di catalizzatore di un processo che non poteva essere più arrestato. L’economia, la tecnologia, la comunicazione si è evoluta con una velocità mai vista prima rendendo un mondo ormai lontano l’ultimo decennio del secolo scorso.

Lontano da qualsiasi vena polemica o nostalgica, l’autore prende atto di una realtà ormai incontestabile, analizzando la figura lavorativa del multipotenziale, studiata da Emilie Wapnick. Chi è, cosa fa, cosa lo contraddistingue: sono alcuni dei passaggi del saggio che ne delineano le caratteristiche principali.

Il lavoro è uno degli aspetti più importanti della vita di una persona.

Per ciascuno di noi è fondamentale riuscire ad inserirsi all’interno di un’identità professionale e l’appartenere ad una categoria lavorativa.

Volendo fare un esempio generico, essere un insegnante significa anche indicare il modo in cui ci si guadagna da vivere. Ma non è tutto. Dal lavoro prende origine la consapevolezza di sé e del proprio valore.

I cambiamenti dell’economia degli ultimi anni hanno contribuito a rendere precari i vecchi punti di riferimento e a rendere l’individuo più instabile.

La precarietà con la quale vive l’uomo oggi non è solo economica ma anche identitaria. La quotidianità ha spinto spesso persone a dimenticare le proprie aspirazioni e ad accantonare le proprie capacità per superare nel migliore dei modi possibili l’hic et nunc.

In questo contesto si inserisce la figura del multipotenziale, ossia una figura lavorativa eclettica, che sa fare delle proprie aspirazioni e capacità i propri punti di forza. Nell’epoca della comunicazione, della fluidità dei contenuti e della intercambiabilità di ruoli e competenze, diventa fondamentale una risorsa di questo tipo per un’azienda.

Il multipotenziale si arricchisce dall’esperienza lavorativa non da un punto di vista strettamente materiale. La sua identità professionale viene completata a mano a mano che procede nel suo percorso che potrebbe essere paragonato ad un racconto.

Paradossalmente ciò che forgia la figura professionale del multipotenziale è proprio il NON appartenere a nessuna categoria in maniera stringente. Lo è in mondo parziale, fluido, dinamico, in movimento continuo.

Il saggio di Mercanti propone un linguaggio piano e lineare.

Lavora molto sull’etimologia della parola e contestualizza i concetti per sviluppare i vari capitoli del libro che rappresentano a loro volta i vari step del ragionamento. Un tema apparentemente ostico e complesso nella sua novità viene compensato da una struttura cristallina che permette di avvicinare l’argomento anche ai non addetti ai lavori.

Serena Vissani

Suspiria, lasciate ogni speranza voi che vedete

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Nel singolare finale del film, un personaggio esclama una frase decisa: “questa non è arte!”. E siamo d’accordo: Suspiria non è arte.

Assodato ciò, non è comunque facile inquadrare la creatura di Luca Guadagnino. Non è nemmeno facile capire se quella battuta fosse casuale, o un gioco del regista verso chi sarebbe stato pronto ad accusare il film. Un gioco e una provocazione, quel momento come tutto Suspiria. O forse nemmeno questo, ma un qualcosa con alte velleità pretenziose che Guadagnino non è riuscito a seguire.

Perché Suspiria è un film molto meno indimenticabile di quanto si pensasse alla vigilia, e di quanto volesse il suo creatore. Come pseudo-horror ha pochissimo da far paura, ancora meno crea inquietudine, e le pochissime scene di tensione fanno quasi dire “tutto qui” dopo tutte le chiacchiere precedenti. C’è il pregio di lasciar immediatamente scoprire la natura della vicenda, ma al tempo stesso tale scelta disintegra la tensione. Il paragone col caposaldo omonimo di Dario Argento non esiste, perché questo Suspiria è diversissimo. Lo è come approccio, ambizioni, finalità, ma ovviamente quando si vuole alzare troppo l’asticelle le cose più semplici, ovvero attenersi semplicemente al genere come fece Argento, riescono meglio.

Suspiria è un tableu di tantissime cose che finiscono inevitabilmente per cozzare con loro.

Un film vittima di lungaggini narrative e registiche, con sottotrame senza capo né coda. Personaggi sottoutilizzati, le cui motivazioni e improvvise evoluzioni non ha mai una chiara definizione. Va benissimo metaforizzare il trauma della Germania post-bellica col soprannaturale, è una bella trovata ma appunto solo un punto di partenza, poi va approfondito e non lasciato così nel vuoto. Un film che ribolle di tantissime cose interessanti, questo va dato atto a Guadagnino, ma così tante che presto la bussola salta.

Problemi di senso, problemi di tensione, che creano un labirinto cinematografico molto poco sensoriale, praticamente zero emozionale, nel quale si spreca qualsiasi elemento. Attori sprecati, estetica sprecata, omaggio al film di Argento sprecato.

Certo, detto così pare che Suspiria sia davvero pessimo. Non è il caso, sia chiaro, Suspiria ha idee e già questo è un pregio. Ma non sa cosa farne, e crolla sotto il peso delle sue stesse ambizioni, diventando una enorme occasione buttata. Talvolta fare meno, volere meno, pensare a stupire meno, non è necessariamente una diminutio. Fare cinema è anche sapersi frenare.

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Emanuele D’Aniello

Peterloo, non si scherza con la storia

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L’unica spiegazione è che Mike Leigh, per preparare il suo nuovo film, abbia visto davvero troppi documentari sul fatto storico.

Solo così possiamo spiegare Peterloo, un film che fatto da qualsiasi altro regista sarebbe semplicemente brutto, ma fatto da Mike Leigh diventa una cocente delusione imperdonabile. Eppure non è la prima volta che il regista si cimenta con la ricostruzione storica. Il problema di Peterloo è che c’è solo la ricostruzione storica, ed il cinema è da un’altra parte.

Non so davvero spiegarmi come un grande sceneggiatore, famoso per dipingere personaggi meravigliosi e situazioni sempre sfaccettate, che si ribaltano e incastrano nella loro evoluzione, sia finito a scrivere un qualcosa così piatto, così statico, cosi immotivatamente immobile. Così squisitamente noioso, diciamola tutta.

Non c’è una vera evoluzione della vicenda, o un escalation narrativa che porti al gran finale. Bello, indubbiamente, ma un finale bello su due ore e mezza nette di pellicola non basta a salvare il resto.

La storia di Peterloo, e la storia vera di quei fatti, si perde in un mare di parole. Davvero tantissime, pompose, inutili, vuote. Forse è il primo film in carriera per Leigh davvero non interessante, perché non riesce mai ad infondere, alla vicenda o ai personaggi, quella passione tipica del suo cinema. Si era già cimentato nel genere storico in costume, tipicamente british, ma era sempre riuscito, da grande autore quale è, a trasmettere una grande energia interiore, una innata passione: la forza con cui lui amava i suoi lavori, e la tempesta emotiva con cui i suoi personaggi si muovevano. Qui non c’è energia, solo scenari e grandi discorsi, cattivi macchiettistici e piattume spropositato.

Non so se anche Mike Leigh si sia realmente invecchiato. Di sicuro, Peterloo sembra uscire fuori da diverse ere cinematografiche passate.

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Emanuele D’Aniello

Al di là del suo pensiero andiamo con Nietzsche sul balcone

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Il Nietzsche pensiero interpretato da Carlos Fuentes

Con Nietzsche sul balcone è l’opera postuma di Carlos Fuentes. Il titolo in spagnolo è Federico en su balcón. Attratta dal titolo ho subito intrapreso la lettura di questo romanzo. Le righe scorrono lentamente, quindi pazientate quando penserete di aver perso il filo del racconto. Non demordete e continuate nella lettura. La discussione, in quest’interminabile alba, tra Dante e Federico porterà alla luce la sua provocante e insoddisfacente attualità. Il pensiero della svalutazione di tutti i valori operati dalla morale cristiana ha un potere, non solo qui, chiarificatore. Dante e Friedrich sono forse due facce della stessa moneta.

Fantasie… Immaginazione in atto. Guardami. Immaginami. Sono un altro. Immagina che non sia io «Friedrich».

Il razionale si ottiene dall’irrazionale, la logica dall’illogica, il disinteresse dalla brama, la verità dagli errori. Metaforicamente questo romanzo propone di sostituire al pathos del possesso di verità assolute l’emozione della ricerca della verità stessa.

È forse un discorso sul metodo?

Nietzsche confuta la ragione di Dante. Lo mette in crisi. Diventa la coscienza stessa del protagonista. La razionalità rappresentata da Dante, per quello che potremmo definire il Nietzsche pensiero, èimpossibile, figlia forse di un asservimento di volontà estrinseche.

I temi del Nietzsche pensiero ci sono tutti.

Anche quando incontreremo il secondo dei protagonisti del romanzo: Aarón Azar.

Egli rappresenta la legge, colui che mette ordine al moto rivoluzionario, che stabilisce una norma in uno stato d’eccezione.

No, perché il giudizio non è solo legale. È anche sentimentale…
Che cosa vuoi dire?
Che ogni giudizio incide sull’ordine morale.
Quali sono i doveri di ogni individuo verso la propria persona?
È proprio quello che non si può giudicare. I doveri verso se stessi. Il suicidio, per esempio, non è punibile, per ovvie ragioni. Ma si può punire chi aiuta un suicida? La legge dice di no. Chi è colpevole, allora, di quella morte, di quell’auto-omicidio? Nessuno? Perché puniamo chi uccide un’altra persona e non chi uccide se stesso? Qual è il limite morale del delitto?

Azar ha una fede incondizionata verso la legge. La legge è per lui al di sopra di ogni cosa a tal punto da ordinare la morte di un uomo. Uomo chiave del romanzo. Omettiamo volutamente il nome così da non rovinare la lettura a chi si cimenterà.

Infine, il terzo personaggio che si riuniva nel Giardino di Epicuro è Saúl Mendés, l’idealista.

Nel Giardino di Epicuro, Saúl Mendés-Renania fu il primo a dirlo: «Gli eventi ci hanno superati, amici miei. Noi abbiamo incitato con la

parola. Loro hanno agito senza di noi. Ci hanno forse ascoltati? Ne dubito. Si sono mossi per ragioni loro. Senza di noi».

Perché leggere questo romanzo filosofico ?

Il pensiero di Nietzsche ha influenzato gli ambiti più disparati dalla musica alla letteratura e l’opera postuma di Carlos Fuentes ne è un esempio contemporaneo.

Alessia Aleo

The Ballad of Buster Scruggs, l’Odissea western dei Coen

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Non so se i fratelli Coen siano tra i migliori o tra i più importanti registi contemporanei (penso entrambe, ma è un altro discorso). Di certo, sono convinto di un’altra cosa: i Coen sono indubbiamente i registi essenziali del nostro odierno.

Pensateci un attimo, approfonditamente. Al di là dei gusti soggettivi, che ci fanno attendere qualsiasi lavoro del nostro autore preferito, i Coen sono gli unici dei quali il cinema non può fare a meno. Gli unici per cui il cinema sente una vera mancanza. Il motivo è presto detto: sanno fare tutto. Vero cinema, si capisce. Qualsiasi genere, qualsiasi tono, qualsiasi storia. Sempre con qualcosa da dire.

Prendiamo adesso The Ballad of Buster Scruggs, davvero un esempio perfetto. Non solo perché ci sono vari toni, un’antologia western di 6 piccoli episodi uniti dall’ambiente della vecchia frontiera americana. Ma soprattutto perché non è assolutamente uno dei loro lavori migliori. Appare davvero come un divertissement, un qualcosa fatto per non stare con le mani in mano e sfruttare la loro passione per il mondo creato dal western.

Eppure, questa parentesi nella loro filmografia non riesce a passare inosservata.

Si passa dal musical al dramma, dalla commedia al romanticismo. C’è praticamente tutto in 6 episodi da 20 minuti ciascuno, in più i loro personaggi mitici – il Buster Scruggs del titolo è nel pantheon coeniano – e i loro dialoghi godibilissimi.

Ci si diverte, spesso molto, e ogni tanto si notano venature profonde da fare invidia ad autori più seriosi e pretenziosi. Quelli che invece la semplicità nemmeno sanno cosa sia. Fortunatamente i Coen la leggerezza e la semplicità la sfruttano fino alla fine, raccontando senza calcare troppo la mano la complessità dell’uomo. Infatti, se proprio vogliamo trovare un reale comune denominatore a The Ballad of Buster Scruggs che non sia il genere, è la capacità unica di esplorare i rapporti umani. Laddove, nel vecchio west appunto, l’umanità era al minimo, la legge della sopravvivenza andava per la maggiore.

I Coen riscoprono il sorriso del canto, l’importanza del colpo di fulmine, la tenerezza di un amore sbocciato con sincerità, l’idiosincrasia di chi vive senza pensare al prossimo. Tutto ciò, appunto, un film assolutamente minore, imperfetto, divertente ma non indimenticabile.

Eppure, è l’habitat perfetto per la poetica dei Coen. Ad avercene di opere minori così.

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Emanuele D’Aniello

The Other Side of the Wind, è risorto Orson Welles

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E ora come ve lo spiego che, nel 2018, ho visto un nuovo inedito film di Orson Welles?

Eppure la storia di The Other Side of the Wind è materiale da leggenda per ogni cinefilo. Proviamo la strada breve: questo film è stato girato da Orson Welles tra il 1970 e il 1976, e nonostante i 6 anni è finito incompiuto, mai montato lasciato negli scaffali a causa dei finanziamenti finiti o scappati. Per anni Peter Bogdanovich, amico di Welles e attore nel film, ha provato a sistemare le oltre 100 ore di materiale girato, e solo due anni fa è entrata sulla scena Netflix che ha messo i soldi per tale operazione e permesso la chiusura del cerchio. Dopo quasi cinquanta anni.

Ora che avete almeno chiare le basi di ciò di cui stiamo parlando, mollate comunque gli ormeggi mentali: per un motivo o per un altro, The Other Side of the Wind non è nulla di ciò che potete aspettarvi. Del tocco celeberrimo di Orson Welles c’è l’anarchia, e quella sicuramente regna sovrana durante i 120 minuti usciti fuori dopo tutti questi anni. Un girato che passa dal colore al bianco al nero, da un missaggio sonoro ballerino e poche scene definitive, non può essere un vero film, chiaramente. Ma giudicarlo come tale sarebbe folle, nel 2018.

Ciò che abbiamo davanti è un’esperienza magica, che va vissuta come tale e di cui, oltretutto, dobbiamo essere grati.

Quello che ci appare è l’apice del metacinematografico, sia voluto – la trama racconta di un regista che mostra un film appena girato agli amici, quindi c’è un film dentro un film – sia soprattutto involontario – il regista non ha finito il suo film, sono finiti i soldi, è ormai in crisi – mischiato ad un tono assolutamente sopra le righe. Sembra che con questa storia Welles si fosse portato sfortuna da solo, o molto più banalmente abbia profetizzato il suo futuro, ben consapevole dei tanti problemi avuti in carriera con produttori vari.

Se capiamo che The Other Side of the Wind, adesso, non può essere un film vero, semmai una esperienza vera, possiamo godercelo. E goderci quanto Welles a fine carriera fosse ancora così vivo, così voglioso di creare controversie e sperimentare. Il film nel film è l’esempio perfetto di come i grandi registi del bianco e nero, una volta passati al colore, provassero forme e toni inusitate, e sempre bellissime. Provava Welles e provavano allora, tentavano, sperimentavano, rischiavano.

Questo è un documento enorme su come il cinema nei suoi lati negativi e problemi non sia mai cambiato. Ma nei suoi lati artistici potenziali, purtroppo, si è quasi involuto. Rischiare adesso è un lusso che si concedono in pochissimi. Vedere nel 2018 un’opera inedita di Orson Welles è un fortissimo reminder su quanto il cinema possa regalarci se in grado di spiegare le ali e sfidare il Sole.

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Emanuele D’Aniello

I Triolet con Reverie: quando la musica diventa viaggio

I primi anni del 1900 hanno segnato una svolta incredibile nella storia della musica.

Vuoi per le numerosissime guerre che hanno sconvolto il panorama europeo (e non solo), vuoi per le conseguenze di un movimento artistico come il Romanticismo, che ha portato a mettere in risalto maggiormente la “spiritualità” piuttosto che i rigidi canoni formali del passato, anche la musica si è adattata, allontanandosi un pochino dai, seppur stupendi, schemi musicali di “mostri sacri” come Johann Sebastian Bach, per abbracciare le sensazioni e i sentimenti che la musica poteva essere in grado di generare in chi ascoltava.
Nasce il simbolismo musicale: la musica non racconta più le storie, ma ne è parte attiva, interpretando direttamente personaggi, ambienti, sentimenti. I suoni ricordano battaglie, le armonie musicali descrivono paesaggi naturali e sensazioni di pace, angoscia, dolore e amore, gli strumenti interpretano un ruolo chiave a seconda del timbro e dell’altezza.

È in questo contesto storico che emergono figure come Arnold Bax, Maurice Ravel e Claude Debussy, protagonisti “post mortem” dello spettacolo a cui ho assistito Venerdì 24 Agosto, all’interno della cornice suggestiva (Roma è sempre Roma, non c’è niente da fare) della Cappella dei Condannati a Castel Sant’Angelo.

Spettacolo magistralmente interpretato ed eseguito dal “Triolet”, ensemble composta da Manuel Zurria (flauto), Luca Sanzò (viola) e Lucia Bova (arpa). I tre musicisti, conosciuti nella scena europea per qualità nell’interpretazione della musica classica novecentesca e contemporanea, hanno messo in scena un incredibile excursus musicale dedicato proprio a questo periodo.
Il titolo dello spettacolo, “Reverie”, non è casuale: chiaro rimando alle atmosfere ed alle sonorità tipiche del panorama musicale francese dei primi anni del ‘900, come anche la “scaletta” dei brani eseguiti.
Da “Elegiac Trio” (1916) di Arnold Bax si passa a “Sonatine” di Ravel, saltando poi a “…and then I know ‘twas wind” (1992) del più moderno Toru Takemitsu, abilissimo riarrangiatore dell’impasto sonoro proprio del simbolismo musicale (anche se troppo astratto a parere personale), fino a ritornare nei primi del ‘900 con “Sonate” (1915) di Claude Debussy.
Piccolo ma apprezzato bis l’esecuzione di un piccolo estratto della “Tosca” di Giacomo Puccini che ben figurava all’interno di una cornice come Castel Sant’Angelo (proprio in questo luogo avvenne la fucilazione di Mario Cavradossi, amante della Tosca nell’opera).

Al di là della inconfutabile bellezza di queste opere (delle quali consiglio assolutamente l’ascolto a prescindere da gusti musicali personali, preferibilmente ad occhi chiusi e in pieno relax), vorrei sottolineare l’eccezionale complicità con la quale i tre musicisti hanno accompagnato le mie orecchie per tutta l’ora di ascolto.

L’arpa di Lucia costruisce le fondamenta sulle quali Luca alla viola e Manuel al flauto costruiscono temi e sensazioni, percorrendo percorsi paralleli e subito dopo contrastanti. Questi scambi avvengono sempre senza che nessuno prevalga rispetto all’altro: nonostante i ruoli diversi che interpretano durante lo sviluppo dell’opera, si percepisce chiaramente come tutti e tre abbiano chiaro l’obiettivo di immergere l’ascoltatore in continui viaggi attraverso le guerre, gli amori, e in generale le vicissitudini che hanno caratterizzato quell’epoca, sempre in maniera soggettiva.
“Sonatine” di Ravel (trascrizione a cura di Carlos Salzedo) alterna immagini di quiete e riflessive a ritmi più animati, Debussy ci accompagna con una sonata dalla struttura classica ma armonie mai ripetitive o dall’aria di “già sentito”, Takemitsu sorprende in ogni momento con sonorità aggressive e non sempre armonicamente inquadrabili.
L’arpa definisce in maniera incredibilmente emotiva le dinamiche dei brani, mentre il flauto vi ricama sopra atmosfere e temi in maniera varia ed il suono della viola, per cui ammetto di avere un debole, amalgama e unisce perfettamente il tutto. La ricetta di un buonissimo piatto musicale, insomma.
Non è facile descrivere le sensazioni che l’ascolto di brani di questo tipo trasmettono, perchè non è sempre intuibile lo scopo o il contesto nel quale si inseriscono.
Ma forse proprio questo è il bello di quel periodo: niente è stabilito, niente è chiaramente definito. Le sensazioni che un tema può dare devono essere reinterpretate dall’ascoltatore, proiettate sulla propria vita e le proprie esperienze, lasciandolo così libero di trarre le proprie conclusioni sul messaggio (o non messaggio) che recepisce.
Dario Palazzolo

Breve storia dell’ubriachezza di Mark Forsyth, un libro tutto da bere

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Il rapporto fra l’uomo e l’alcool esiste dalla notte dei tempi. Il saggio di Mark Forsyth, edito da Il Saggiatore, ripercorre questa affascinante storia.

Breve storia dell’ubriachezza di Mark Forsyth è innanzitutto un libro spassosissimo.
Non fatevi intimorire dal titolo accademico, perché si tratta di un saggio che tutti dovrebbero leggere, specie gli astemi.
Breve storia dell’ubriachezza, edito da il Saggiatore, è un affascinante viaggio storico e sociale nel mondo dell’alcool, nell’universo del bere.
Grazie a questo libro, tradotto da Francesca Crescentini, impareremo, divertendoci, tantissime cose e sarà facile come bere un bicchiere, ma non di acqua, mi raccomando.
Sapevate che la tupaia malese (un piccolo mammifero che ricorda lo scoiattolo) è «capace di inghiottire nove bicchieri di vino senza fare una piega»?

O che la birra è nata in Mesopotamia e più precisamente nell’antico regno sumero?

Si trattava, invero, di una bibita molto differente da quella attuale, una sorta di «porridge frizzante all’orzo» con un sacco di roba che fluttuava in superficie, tanto da essere bevuta con la cannuccia. Sapore e consistenza a parte, l’antenata della nostra bionda era molto apprezzata dalle popolazioni locali, al punto che, nel pantheon sumero, c’era posto addirittura per la dea della birra: Ninkasi.

L’alcool, in tutte le sue svariate declinazioni, ha sempre accompagnato l’uomo, «prima ancora di essere umani, siamo stati dei bevitori.»

Non c’è stata popolazione sul nostro globo, che non abbia avuto a che fare con il vino o con i suoi parenti più prossimi.

Gli antichi egizi amavano moltissimo sbronzarsi. In un dipinto ritrovato in una tomba si legge: «Per la vostra anima, bevete fino a inebriarvi. Festeggiate!»
Nella terra dei faraoni il vino scorreva a fiumi e ad apprezzare questo nettare divino erano in particolare le donne. Almeno in quell’ambito vigeva l’assoluta uguaglianza di genere.

Il vino piaceva e molto pure ai greci al punto da prevedere pure un dio, Dioniso.

Una singolare divinità con il suo corollario di menadi, satiri e feste all’insegna del divertimento sfrenato.
I connazionali di Socrate, però, bevevano il vino solo dopo averlo allungato, in un rapporto di due parti d’acqua e una di vino. Per loro berlo puro era impensabile. Per questo giudicavano barbari coloro che non lo annacquavano, come i Traci, ma anche quelli che non lo bevevano proprio, come i Persiani che preferivano la birra.
I greci avevano un tale rispetto per il vino, da dedicargli un momento sacrale come quello del simposio, un vero e proprio evento a cui Forsyth dedica pagine bellissime.

Tutta la nostra storia è fondata sull’alcool.

Nessuna popolazione al mondo è rimasta immune al piacere del bere. Egizi, greci, cinesi, romani ma anche le antiche popolazioni bibliche.

La stessa storia di Gesù è intrinsecamente legata al tema del vino.

La sua manifestazione pubblica coincide con il miracolo della trasformazione dell’acqua in vino alle nozze di Cana. Ma alla preziosa bevanda è legato anche uno dei momenti centrali del cristianesimo: l’Ultima cena, dove un «singolo sorso di vino cambierà la storia del globo e dell’economia mondiale, e le abitudini alcoliche di terre lontanissime.»

Breve storia dell’ubriachezza è la dimostrazione di come un saggio rigoroso possa essere letto piacevolmente.

Forsyth, linguistica e scrittore britannico, ripercorre questa storia non tralasciando nulla, riportando fatti, aneddoti, curiosità, spaccati di vita e di società.

Il bere è un fenomeno universale, valido a tutte le latitudini, chiedetelo agli Aztechi.

L’alcool è un compagno fedele dell’uomo e nonostante periodi di crisi e giuste campagne sociali contro gli eccessi, non lo ha mai abbandonato.
Forsyth ci conduce negli inaccessibili monasteri, nelle bettole medievali, nelle osterie dell’età moderna, nei fumosi pub inglesi ma anche nei bar russi e nei malfamati saloon del profondo west.

Perfino la lontana Australia, che secondo le intenzioni dei fondatori, «sarebbe dovuta essere una colonia asciutta», non rimase immune al piacere del bere. L’utopica e moralista idea di creare un luogo dove spedire i condannati, costringendoli a rimanere astemi, fu una pietosa speranza.

Insieme ai galeotti scaricati dalle navi inglesi vennero portati a terra anche molti barili con il prezioso e temutissimo alcool.

Il proibizionismo non funzionò mai, tantomeno quando gli Stati Uniti, a partire dal 1920, lo imposero per legge, ottenendo come unico effetto «la distruzione dell’industria alcolica americana» a vantaggio di quei paesi dove la produzione dell’alcool non era vietata e che in quegli si arricchirono e molto.

Leggere il saggio di Mark Forsyth Forsyth è un’esperienza davvero ubriacante e, come diceva il poeta latino Orazio, nunc est bibendum.

«Intorno al 9000 a.C abbiamo inventato l’agricoltura per ubriacarci ogni volta che volevamo. Il risultato è stata la civiltà.»

Maurizio Carvigno

Roma, la lente di Alfonso Cuaron sull’essenza del quotidiano

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Rompiamo subito il ghiaccio con una battuta: qualsiasi cosa che si chiama Roma non può che essere bella.

Una battuta, appunto, ma un fondo di verità notevole c’è nel caso del film di Alfonso Cuaron. La capitale italiana non c’entra nulla, la Roma del titolo è un quartiere di Città del Messico. E finalmente Cuaron è tornato, a 5 anni dal successo di Gravity, a quasi due decenni dall’ultimo lavoro in lingua spagnola. E se ha deciso di fare un film simile, potendo fare di tutto, qualcosa vorrà pur dire. Se ha deciso di fare un film in spagnolo con un cast messicano sconosciuto, in bianco e nero, potendo fare qualsiasi film volesse, significa che qualcosa aveva da dire.

Infatti Roma da dire ne ha tantissimo. Lo dice nel suo modo, ovvero con una narrazione che definire minimal è riduttivo, con zero trama e con lunghissimi piani sequenza calmi e riflessivi. Tutto in Roma è calmo, lento, quasi soporifero. Hitchcock diceva che il cinema è la vita con solo le parti interessanti, ma forse i film che hanno davvero un cuore, e non solo l’interesse verso chi poi ne usufruirà, sono proprio i film che esaltano le parti noiose.

Nel quotidiano, nella monotonia, nella povertà, Cuaron ha tantissimo da dire e da mostrare. Nella vita di una domestica che passa di esperienza in esperienza, nel Messico degli anni ’70 che forse per la prima volta nella sua storia scopre un certo benessere, senza essere in grado però di sopire il degrado che lo circonda o accompagna, Cuaron concentra l’umanità perduta.

Il cinema è soprattutto questo: lentamente, intelligente, farci empatizzare con persone comuni, con esperienze comuni.

Semplicemente, termine non usato a caso, Roma racconta l’ordinario con lo straordinario. Infatti è incredibile l’estetica, l’uso leggiadro della macchina da presa, il modo in cui il bianco e nero infonde calore, e quindi umanità, alle vicende narrate. La forma è impeccabile perché la sostanza non ha bisogno di chissà quali effetti o invenzioni per colpirci: la vita supera sempre la fantasia.

Sicuramente Roma, se proprio vogliamo essere onesti, vive comunque un forte conflitto interiore. Vuol essere bellissimo, pulitissimo, e forse stona un po’ con la semplicità che cerca costantemente. I grandi scenari, le grandi riprese, sembrano quasi “di troppo” rispetto alla bellissima semplicità del film.

Strano adesso lamentarsi di Cuaron che si esalta con i pochi mezzi a disposizione, ma trovare difetti a Roma è quasi doveroso per non cadere nei soliti sperticati elogi. Cuaron se li merita tutti, sempre e comunque, ma il cuore del suo film rischia spesso di perdersi quando si specchia nella bellezza delle sue immagini, quando il piano sequenza dura qualche secondo di troppo, quando una scena è così perfetta da non volerla tagliare, fino a farla stonare.

Non c’è dubbio che Roma sia un grandissimo film, credo si sia capito. Ma, al tempo stesso, proprio perché Cuaron è un autore gigantesco, avrebbe potuto anche fare meno, in linea con la sua storia, per fare di più. In un certo senso, è come il miglior fotogramma del film: un bambino che piange nell’incubatrice ricoperta dai sassi caduti per una scossa di terremoto. Sotto ai sassi c’è la vita, sotto la bravura artistica di Cuaron c’è anche una grande anima. Entrambe vanno riscoperte.

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Emanuele D’Aniello

55 giorni l’Italia senza Moro. Il racconto del nostro paese in quel fatale 1978

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55 giorni l’Italia senza Moro è un libro che racconta il nostro paese in quel 1978. I volti, le immagini, le storie di un paese in bilico. Uno strumento per conoscere l’Italia e gli italiani in quell’annus horribilis.

 

Ho letto molto su Moro, sul suo sequestro e sulla strage di via Fani. Corpose biografie, scrupolosi saggi, ricostruzioni ardite e partecipate testimonianze.

Mi mancava, però, un libro che raccontasse «ciò che si muoveva dietro e mentre quei fatti accadevano.»

A colmare questa lacuna ci ha pensato Stefano Massini con il suo bellissimo 55 giorni l’Italia senza Moro, un piccolo cammeo edito dal il Mulino che punta i riflettori sulle quinte dell’affaire Moro, collocando la telecamera dietro quei fatti, di spalle a quella cesura che cambiò per sempre la storia del nostro paese.

Pubblicato quest’anno, nel quarantennale della drammatica morte di Moro e della sua scorta, questo libro di Massini, autore teatrale e raffinato romanziere, suo L’interpretatore dei sogni, è una poetica carrellata sul quel fatale 1978, l’anno dei due presidenti della Repubblica, dei tre papi e di molto altro.

La lettura di questo annus horribilis, parte da una canzone presentata al Festival di Sanremo da uno stravagante Rino Gaetano.

Gianna divenne un vero e proprio tormentone, inondando con il suo ritmo incalzante e il suo testo nonsense le radio libere italiane.

«Un ostinato grido di fiducia nel domani, festeggiando senza peli sulla lingua come i matti di Basaglia l’avvento di un futuro più radioso.»

Di lì a poco, le immagini del cantante calabrese con cilindro, ukulele e papillon sul collo, sarebbero state sostituite da quelle agghiaccianti di via Fani.

Massini nel suo libro scorre le pagine più significative, care e indimenticabili di quel fatale 1978.

Conosciamo, allora, Basaglia e la sua fantastica utopia di chiudere i manicomi e una legge, magari imperfetta, approvata in quell’anno, che mise fine ai lager di stato.

E il calcio con l’ennesimo campionato vinto dalla Juventus, ma solo al termine di un testa a testa con la neo promossa Lanerossi Vicenza.

I gol del suo Paolo Rossi, non ancora il Pablito nazionale delle notti spagnole, non furono sufficienti per la grande impresa, ma fecero sperare tutti i tifosi italiani di fede non bianconera.

E poi ancora la musica con lo scandaloso Triangolo di Renato Zero, l’irriverente da Trieste in giù, cantata dalla biondissima Raffaella Carrà e la spaziale Figli delle stelle di Alan Sorrenti.

Il 1978 è anche l’anno di Atlas Ufo Robot, meglio noto come Goldrake, il manga giapponese apripista di un genere che impazzerà per anni. La prima puntata fu preceduta da un materno intervento di Maria Giovanna Elmi, per tranquillizzare, più le mamme e i papà che i loro figli, sulle immagini di invasioni della terra da altri pianeti.

In quei mesi gli italiani si entusiasmarono per Superman e La Febbre del Sabato sera, due film che per motivi diversi diventeranno epici.

Un anno che vedrà anche l’uccisione di Giuseppe Impastato, per tutti Peppino.

Un uomo che, pur appartenendo a una famiglia legata ai clan mafiosi, seppe dire di no, ebbe il coraggio di ribellarsi.

Dal microfono della sua Radio Aut derise i mafiosi, parlò di Mafiopoli, denunciò i loro crimini, e per questo pagò con la morte.

«Impastato e Basaglia sono il simbolo di una reale vittoria delle idee, condotta con tenacia contro un potere monolitico, e di loro ci resta dopo quarant’anni l’esempio di un pensiero che seppe farsi contributo concreto allo sviluppo sociale e politico del paese.»

55 giorni l’Italia senza Moro non è un libro sul calvario dell’onorevole democristiano, ma un compendio di storia patria attraverso la musica, la cronaca, lo sport, la televisione, il cinema.

Immagini di un paese che, nonostante tutto, continuò a vivere in quei giorni in cui sembrava che tutto dovesse fermarsi.

Massini nel suo libro fa emergere tutta la contraddittorietà del nostro paese, capace «di far convivere sacro e profano, la Quaresima con il Carnevale, il potere con l’anarchia, la Democrazia cristiana con Lino Banfi e la lotta armata col compromesso storico.»

Un affresco mai banale. Un caleidoscopio di fatti divenuto un bellissimo spettacolo teatrale per la regia dello stesso Massini con Luca Zingaretti e Alessia Giuliani che la Rai, lo scorso 9 maggio, ha coraggiosamente mandato in onda, peccato che lo abbiano visto in pochi.

55 giorni l’Italia senza Moro andrebbe letto a scuola. Perché la storia può essere raccontata anche con i fatti che tutti noi abbiamo vissuto; con una canzone, un film, lo spot di una pubblicità o l’urlo di milioni di tifosi per un goal.

 

«Perché non esiste storia senza ciò che vi sta dietro.»

 

Maurizio Carvigno