Venezia 2018: Shadow, l’estetizzante mondo epico dei samurai

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Ricordando i precedenti lavori del regista nel genere, chiaramente non si va a vedere un film di Zhang Yimou sul mondo dei samurai per seguire la trama. Non per innamorarsi dei personaggi o rimanere avvinti dai continui intrecci. Si va solo e soltanto per rimanere strabiliati dalla sua inarrivabile estetica.

E su questo aspetto, fortunatamente, Shadow non tradisce.

Il ritorno del maestro cinese al genere epico dei samurai è una nuova full immersion totale di estetica e spettacolo visivo. Qui però, a differenza dei precedenti, nei quali trionfavano i colori primari di scenografie e costumi letteralmente accecanti, in Shadow domina il buio. Lo dice il titolo stesso, dopotutto, il soggetto sono i samurai Ombra, coloro che operano dietro gli ordini dei loro padroni. Tra le ombre, pertanto, il film predilige il nero, il bianco, il grigio.

Anzi, dire che predilige tali sfumature è prettamente riduttivo. Tutto il film, se escludiamo i volti degli attori, è costruito su questi tre colori, gli UNICI presenti sulla scena. Non c’è assolutamente spazio per altre tonalità. Il film è giocato sul non detto, sugli intrighi, sulle mezze verità, sui sotterfugi che ovviamente il grigio rappresenta pienamente.

Un grande simbolo raffigurante Yin e Yang domina costantemente la scena.

Non una scelta casuale. Zhang Yimou, con i suoi samurai spenti e depressi, dilaniati dalla sete di di primeggiare, quasi senza onori rispetto agli standard delle storie del genere, ritrae una storia in cui nessuno fa completamente del bene, ma è sempre contaminato dal male. E viceversa, ovviamente. La tragicità di Shadow è fondata su evidenti echi shakespeariani, non tanto approfonditi ma importanti come ispirazioni.

L’estetica, come spesso accade, è letteralmente l’intero film. C’è da ammettere che per quanto straordinaria visivamente non basta ad innalzare il film nel suo complesso rispetto ai precedenti del regista, soprattutto Hero e La Foresta dei Pugnali Volanti. Qui soprattutto, il regista insiste nelle scene di battaglia su elementi quasi steampunk assolutamente inattesi, come se fosse rimasto folgorato dai toni di blockbuster del suo debolissimo lavoro precedente. Perde quindi un po’ la purezza del genere, ma la missione della spettacolarità la vince senza dubbi.

Non sarà uno dei migliori lavori di Zhang Yimou, in sostanza, ma i motivi per cui i fans attendono Shadow si ritrovano dal primo all’ultimo. E può andare bene così.

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Emanuele D’Aniello

Malato di cinema, divoratore di serie tv, aspirante critico cinematografico.

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