Venezia 2018: The Nightingale, la vendetta è donna

The Nightingale

Pensavamo che Jennifer Kent avesse già toccato il genere horror col suo film d’esordio Babadook. Quanto ci sbagliavamo.

L’orrore, quello vero, tangibile, ascoltabile, persino percepibile per quanto va nel nostro profondo sotto pelle, è tutto in The Nightingale. Al quale, se proprio vogliamo trovare una “gabbia cinematografica”, calza a pennello quella del rape & revenge movie. C’è la potenza orrorifica di quella premessa, e poi la struttura classica della storia. Davvero, il film non si nega ogni battito e scalino di un copione canonico di quel genere.

In realtà, e per fortuna, The Nightingale cerca e riesce ad uscire da quella gabbia. Col suo andamento lento che sprofonda a più riprese nell’incubo e nel perverso, il film diventa un “folk tale” sull’assenza di umanità.

Uscire indenni dalla prima mezz’ora di film, fatta di urla e immagini inscalfibili dalla mente, è davvero ardua. Jennifer Kent non nega il terrificante, lo fa digerire tutto a più riprese. Può sembrare una medicina estrema, ad alcuni addirittura retorica nel suo sfruttamento, ma è innegabile l’efficacia emotiva. Tutta questa vicenda si fonda sulla violenza, da qualsiasi prospettiva la si voglia vedere.

E le prospettive sono tante: misoginia, femminicidio, razzismo e colonialismo, temi presenti che rendono The Nightingale multisfaccettato ma legato in un unico reticolo di malessere attualissimo. Che, appunto, fa tornare tutto alla radice della violenza.

Quell’outback australiano nel quale l’uomo bianco arriva e spazza via gli abitanti aborigeni è l’ambiente perfetto per un racconto simile. C’è lo scontro di civiltà, anzi, l’annientamento di due civiltà: una che sparisce con la morte, l’altra che svanisce annullando i propri valori portando morte, facendo trionfare violenza e ignoranza.

Il film non si nega, purtroppo, una certa prolissità che rende i momenti fondamentali anti-climatici. E nemmeno una velata retorica, come detto in precedenza. Ma i difetti sono testimonianze evidenti del desiderio ardente di Jennifer Kent di propugnare un messaggio enormemente contemporaneo. La violenza sulle donne e l’ignoranza culturale sono piaghe del nostro tempo, e vederle sbattute in faccia così prepotentemente da un film raggiunge il suo scopo emotivo sempre e comunque.

In poche parole, Jennifer Kent si fa beffe delle eventuali problematiche della sua presunzione perché troppo impegnata a creare un qualcosa che colpisca, in barba a tutto il resto. E così The Nightingale riesce ad essere avvincente quando vuole, con la protagonista che una volta subita le violenze conosce la rabbia e l’innato istinto di vendetta. Sa essere folle quando vuole, con una spruzzata di Herzog che tira il fuori il selvaggio inconoscibile quando ci si addentra nel cuore di tenebra di territori sconosciuti. E sa pure essere toccante, come nel finale e soprattutto nell’evoluzione della protagonista che capisce il ruolo infimo della violenza nel cuore di ognuno.

L’orrore, ci suggerisce The Nightingale, non si esaurisce mai. Ma abbiamo i mezzi per combatterlo.

.

Emanuele D’Aniello

Malato di cinema, divoratore di serie tv, aspirante critico cinematografico.

1 Commento

COMMENTA QUESTA DOSE DI CULTURA

Lascia un commento!
Inserisci il tuo nome qui