Revenge, se un corpo violentato diventa un’arma da guerra

Revenge Matilda Lutz

Revenge è il primo “rape and revenge movie” girato da una donna. 

A primo impatto lo spettatore si chiede se dovrà fare i conti col fondo schiena di Matilda Lutz per tutta la durata del film. E in realtà la provocazione di Coralie Fargeat nell’inquadrare dall’inizio alla fine le forme perfette della protagonista ha un senso: quello di mostrare al pubblico l’evoluzione del significato di un bel culo.

Il corpo femminile è inizialmente inquadrato come oggetto del desiderio sculettante e civettuolo, ma poi si trasforma in trincea del dolore. Viene strumentalizzato dagli uomini per viltà e dalla protagonista come arma di giocosa seduzione.

Il quesito di base è sempre lo stesso: se la donna è provocante l’uomo può arrogarsi il diritto di metterle le mani addosso?

Pare di sì. Così il corpo di Jen, da trastullo suo e degli altri, si trasforma in una macchina da guerra. La gallinella bionda di cui abusare alzando il volume della TV diventa una killer spietata, mostrando scaltrezza e tenacia per ottenere la sua vendetta.

Alcuni momenti della storia sono assolutamente surreali, ma è stato proprio questo a suggestionarmi molto.

In un mondo dove gli uomini violentano le donne, perché non dovrei credere che una ragazza può cadere da una rupe e sopravvivere?

Insomma, il surreale al mio avviso è una prerogativa della nostra tragica realtà, non di certo del film di Fargeat. La regista esordisce con un action/thriller di poche parole ma di moltissime immagini; la fotografia è meravigliosa, alcune inquadrature hanno un’attenzione al dettaglio che lascia sbalordito lo spettatore: sono piccoli flash, apparentemente irrilevanti, che invece regalano alla pellicola forti attimi di attesa, un’attesa che conduce inevitabilmente a una profonda riflessione sulla violenza di genere e sulle dinamiche psicologiche che la rendono possibile.

Ma non solo: il focus sulle piccole cose, dalla formica bagnata dal sangue nel deserto alla mela marcia in cucina, non fa altro che sottolineare il dramma del dolore che scuote l’essere umano, che lotta senza sosta mentre tutto intorno continua a scorrere normalmente. La natura, la vita degli animali, l’esistenza dell’universo. 

Alessia Pizzi

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