Venezia 2018: Vox Lux, il prezzo del successo

vox lux

Talvolta è incredibile come si possa essere pretenziosi senza essere, per forza di cose, fastidiosi o fallimentari.

Brady Corbet dietro la macchina da presa è sicuramente un autore pretenzioso. Cercare di immaginare e collegare la crisi dell’America recente, attraverso attentati e il problema delle armi, alla caduta e all’ascesa di una cantante pop, vedendo quel genere musicale come il simbolo dell’americanismo di plastica che ha perso i suoi valori fondanti, è indubbiamente molto pretenzioso.

Ma l’ambizione di Corbet qui si sposa ad una grande arguzia e leggerezza. Il regista è certamente fiducioso nei propri mezzi, forse troppo, ma riesce anche a non prendere mai solo sul serio ciò che sta facendo. Il suo tocco è, incredibilmente, il medesimo del tono della recitazione che ci regala Natalie Portman: carismatico, sempre vagamente a rischio di finire un tono sopra le righe, ma consapevole di quello che si vuole mettere in scena.

Come nel suo film esordio, Corbet continua ad avere una fascinazione enorme per la genesi di un malessere. Nel bellissimo L’Infanzia di un Capo si immaginava la crescita di un ipotetico dittatore fascista europeo, mischiando finzione e realtà. Qui in Vox Lux si opera la stessa identica operazione: vedere lo sviluppo di una personalità, e soprattutto come le esperienze accumulate cambino la prospettiva personale. Anche qui i fatti reali (Columbine e l’11 settembre) si intersecano alla finzione scenica.

Tutto serve a portare avanti, in Vox Lux, un complesso discorso sull’America. Un discorso che non avrà una vera risoluzione, perché il film non è interessato a trovare una vera verità. Ma che, già solo per l’audacia di averlo immaginato ed iniziato, ha seminato più interrogativi etici e quotidiani di quanto altri film più seri su temi simili abbiano fatto in precedenza.

La martellante musica di Scott Walker cementa una fitta coltre di cinismo sulla pellicola. Non è solo lo studio della fine dei valori e della costruzione di un’icona Vox Lux, ma anche un ritratto sagace sul ruolo della musica pop nella società moderna. Che non è un ruolo mostruoso, come potrebbe sembrare nella seconda parte del film. Dopotutto, il vulcanico istrionismo di Natalie Portman nasconde anche una intensa fragilità. Semmai, è più mostruoso il personaggio da ragazzina, quando la prova perfettamente algida di Raffey Cassidy ci mostra un’esibizione di talentuoso egocentrismo durante una veglia funebre.

Tutto insomma, secondo Corbet in Vox Lux, è spettacolo. Necessariamente. Lo è la musica pop, lo sono le stragi e gli attentati, lo è soprattutto l’America stessa. Quella società vive per l’intrattenimento, noi stessi saremmo persi nei nostri problemi senza intrattenimento. Paradossale quanto Vox Lux sia proprio l’opposto del canonico “film per tutti”, ma ne capisca e comprenda pregi e difetti meglio di tutti.

L’audacia con cui Vox Lux racconta la perdita dell’innocenza – di una nazione, di una forma sociale, di un modello per le masse – è sorprendente. In senso positivo, anche il cinema può essere una sorprendente arma di distruzione di massa.

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Emanuele D’Aniello

Malato di cinema, divoratore di serie tv, aspirante critico cinematografico.

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