Tommaso è la terapia impossibile di Abel Ferrara

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L’onnipresente disagio umano di Abel Ferrara, che viaggia sempiterno in tutti i suoi film, esplode in maniera fragorosa, e forse definitiva, in Tommaso, autentico film terapia del regista newyorkese. E per fragoroso intendo potente, ovviamente, ma l’esplosione è al tempo stesso tenera, triste e tremendamente empatica.

Uno dei bad boy del vecchio cinema americano, uno Scorsese più selvaggio e sporco, e onestamente meno talentuoso, Ferrara da quando vive in Italia ha messo su famiglia e ha limato i lati aggressivi e corrosivi del suo cinema. Forse sarà stata anche l’età, non solo il calore di Roma. Ma non ha dimenticato i lati ostili del suo carattere, semplicemente sopiti, non annientati.

Tanti, tantissimi sono i registi che usano il cinema come valvola di sfogo psichiatrica per mettere a nudo i propri difetti. Da Woody Allen a Von Trier, per fare due esempi semplici, seppur diversissimi tra loro. Ferrara è uno che si concede agli spettatori con sincerità ed esasperato bisogno d’affetto. Film pienamente autobiografico, tanto da far recitare la sua vera compagna e la sua vera figlia nei rispetti ruoli, Tommaso è una richiesta d’aiuto, una dolorosa confessione d’impossibilità di abbandonare per sempre le paure, i difetti, le dipendenze da rabbia e egoismo, cercando al tempo stesso di vivere una relazione normale. Non riuscita, non vittoriosa, forse nemmeno pienamente felice, ma perlomeno normale.

Il rigoroso e lancinante cattolicesimo di Ferrara, che per tornare al paragone con Scorsese, il primo ha sempre vissuto in maniera più viscerale e sottomessa del secondo, non è qui solo il simbolo della punizione umana, ma l’unica condizione esistente per capire le proprio colpe. Non c’è espiazione possibile, e nemmeno vero pentimento alla ricerca del perdono, solo consapevolezza del proprio dolore.

L’interpretazione intensa di Willem Dafoe è il vero strumento che Ferrara usa per dare senso cinematografico alla propria vita messa sullo schermo. Il corpo dell’attore, i suoi ghigni celeberrimi, persino le sue rughe, sono argilla sulla quale Ferrara modella il suo stesso marasma interiore.

Non siamo in presenza del migliore lavoro del regista, ma forse del suo film più onesto. Certamente il più umano e accessibile a tutti.

 

Emanuele D’Aniello

Malato di cinema, divoratore di serie tv, aspirante critico cinematografico.

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