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E le altre sere verrai? Un romanzo per la profondità delle nostre anime

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Il giornale francese Le Monde lo ha definito «una delicata esplorazione dei rapporti affettivi.» E le altre sere verrai? di Philippe Besson, edito da Guanda, è un libro delicato, un intreccio lieve di voci che narrano storie in cui ognuno può ritrovarsi.

Aprite E le altre sere verrai? edito da Guanda e fatevi rapire dal fascino di un libro in cui i protagonisti potremmo benissimo essere noi lettori, perché questo romanzo racconta una storia che nessuno può davvero ignorare.

In un bar di Cap Cod, che occhieggia a un oceano mai domo, una giovane donna consuma il suo ennesimo Martini, mentre un barman lustra un argentino bancone, sussurrando pensieri che si sperdono in un’aria rarefatta.

Una scena che si potrebbe ripetere all’infinito, in un lacerto di un’estate che brucia i suoi ultimi giorni nascondendosi a un incipiente autunno.

Improvvisamente un uomo entra in quel locale, rompendo la quiete di parole non dette e tacitando il tintinnio del ghiaccio in fragili bicchieri.

La donna si gira di scatto.

Riconosce quello che cinque anni prima era stato il suo folle, inspiegabile, impossibile amore e d’improvviso le sue certezze svaniscono.

Lei che per lavoro inventa storie da portare in scena, in quel bar dove al massimo entrano aspiranti suicidi che inseguono le piroette di indomiti gabbiani, ora non può recitare, pur conoscendo perfettamente quel copione.

Il silenzio lascia posto a ricordi, a parole non dette, a motivi non del tutto spiegati, ad abbracci mai davvero dimenticati.

Il passato irrompe in quel bar, pervadendo lo spazio dilatato dal tempo.

Louise, la donna che silente sorseggia un Martini. Stephen, l’uomo misterioso che taglia la sottile atmosfera di un giorno di fine estate.

Quei due che una volta erano stati semplicemente un uno, si ritrovano e non per caso, in quel bar isolato sotto lo sguardo di un barman che conosce la grammatica del loro amore, spartito di una musica mai davvero composta.

E le altre sere verrai? di Philippe Besson, edito da Guanda, è un romanzo che assomiglia a un panorama immerso nella nebbia.

Lentamente, però, la bruma si dissolve.

Il paesaggio torna timido a mostrarsi e allora si distingue il profilo di qualche edificio, i contorni di alcuni volti e la distesa di un oceano in tempesta.

Una trama che si svela pigra ma incalzante, come un sussurro in una cacofonia di voci.

Louise, Stephen e Ben, il barman, si rivelano lievi mostrando la loro affascinante complessità, fatta di segreti, dolori, aspettative, delusioni, inafferrabili sogni.

Ispirato da un celebre dipinto di Edward Hopper, Nighthwaks, Philippe Besson dà vita a un acquerello straordinario, in cui le voci si penetrano senza mai sovrapporsi.

Ecco allora che le figure mute e solitarie del capolavoro di Hopper prendono improvvisamente vita.

Cominciano a muoversi, a parlare, a raccontarsi.

Phileppe Besson, partendo da uno dei dipinti iconici della solitudine umana, costruisce una trama apparentemente semplice, forse anche scontata, ma in cui chiunque può naturalmente e inevitabilmente ritrovarsi.

Scritto in ossequio alle unità aristoteliche di tempo, luogo e azione, E le altre sere verrai? è un romanzo che racconta la storia di molti di noi nell’arco di un pomeriggio declinante.

Le parole di Louise, di Stephen, i loro silenzi, i loro affanni sono anche i nostri, corredo senza tempo di infinite altre storie.

Un libro che sussurra con la voce dei nostri ricordi, delle nostre esperienze, di quel vissuto lastricato di errori, incertezze, speranze e delusioni, che spesso tratteggia quelle relazioni che forse non dovrebbero mai cominciare.

In quel bar isolato e solitario, dove la loro storia è cominciata, Louise e Stephen, come due cani, dopo essersi guardati a lungo, iniziano ad annusarsi.

Ritrovano i loro odori, quei complessi e ingenui codici, quelle emozioni mai sopite e quella loro assenza che è nel frattempo divenuta una struggente consistenza.

A fare da sacerdote laico a quell’improvvisato matrimonio, Ben che, nel suo muto osservare, ricorda il portiere di notte dell’omonima e bellissima canzone di Enrico Ruggeri.

Anche lui intimamente spera, anche lui immagina, seppur per un solo fugace attimo, un’esistenza diversa.

E le altre sere verrai? è un libro che ha il pregio di costringerci a metterci davanti allo specchio, ad osservarci, a percepire la parte più inconscia di noi.

Partire da un dipinto di Hopper, esperienza che qualche anno fa hanno fatto anche alcuni grandi scrittori con il bellissimo Ombre, è un’idea originale ma difficile.

Dare parole al pittore della solitudine è rischioso ma Besson ci è riuscito perfettamente.

L’autore di altri romanzi di successo, come Un amico di Marcel Proust,  ha confezionato con una narrazione che assomiglia alle pennellate degli impressionisti, una delicata esplorazione dell’intreccio unico dei rapporti affettivi, un universo che al netto dell’esperienza e degli errori rimane un’incognita tutta da esplorare.

«Assumersi la responsabilità di un fallimento è il modo più sicuro per non farselo rimproverare.»

 

Maurizio Carvigno

Ecco tutte le nominations dei Premi Oscar 2019

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Ci siamo, sono arrivate tutte le nominations dei premi Oscar 2019! Tante sorprese quest’anno, con una grande presenza di film non in lingua inglese, le prime nominations nella storia di un cinefumetto e di un film Netflix nella categoria Miglior Film, e molti film che hanno incassato cifre notevoli al box office.

A guidare il plotone, con 10 candidature a testa, troviamo Roma e La Favorita. Poi, con 8 a testa, Vice e A Star is Born.

Ecco tutte le nominations degli Oscar 2019 nelle ventiquattro categorie:

 

MIGLIOR FILM
BlacKkKlansman
Black Panther
Bohemian Rhapsody
La Favorita
Green Book
Roma
A Star is Born
Vice

 

MIGLIOR REGISTA
Spike Lee – BlacKkKlansman
Pawel Pawlikovski – Cold War
Yorgos Lanthimos – La Favorita
Alfonso Cuaron – Roma
Adam McKay – Vice

 

MIGLIOR ATTORE
Christan Bale – Vice
Bradley Cooper – A Stars is Born
Willem Dafoe – Van Gogh: sulla soglia dell’eternità
Rami Malek – Bohemian Rhapsody
Viggo Mortensen – Green Book

 

MIGLIOR ATTRICE
Yalitza Aparicio – Roma
Glenn Close – The Wife
Olivia Colman – La Favorita
Lady Gaga – A Stars is Born
Melissa McCarthy – Copia Originale

 

MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA
Mahershala Alì – Green Book
Adam Driver – BlackKkKlansman
Sam Elliott – A Stars is Born
Richard E. Grant – Copia Originale
Sam Rockwell – Vice

 

MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA
Amy Adams – Vice
Marina de Tavira – Roma
Regina King – Se la strada potesse parlare
Emma Stone – La Favorita
Rachel Weisz – La Favorita

 

MIGLIOR SCENEGGIATURA ORIGINALE
La Favorita
First Reformed
Green Book
Roma
Vice

 

MIGLIOR SCENEGGIATURA NON ORIGINALE
La Ballata di Buster Scruggs
Blackkklansman
Copia Originale
Se la strada potesse parlare
A Star is Born

 

MIGLIOR MONTAGGIO
BlacKkKlansman
Bohemian Rhapsody
La Favorita
Green Book
Vice

 

MIGLIOR FOTOGRAFIA
Cold War
La Favorita
Opera Senza Autore
Roma
A Stars is Born

 

MIGLIOR SCENOGRAFIA
Black Panther
La Favorita
First Man
Il Ritorno di Mary Poppins
Roma

 

MIGLIORI COSTUMI
La Ballata di Buster Scruggs
Black Panther
La Favorita
Il Ritorno di Mary Poppins
Maria Regina di Scozia

 

MIGLIOR COLONNA SONORA
Black Panther
BlacKkKlansman
Se la strada potesse parlare
L’Isola dei Cani
Mary Poppins Returns

 

MIGLIOR SONORO
Black Panther
Bohemian Rhapsody
First Man
Roma
A Stars is Born

 

MIGLIOR MONTAGGIO SONORO
Black Panther
Bohemian Rhapsody
First Man
A Quiet Place
Roma

 

MIGLIORI EFFETTI SPECIALI
Avengers: Infinity War
Vi presento Christopher Robin
First Man
Ready Player One
Solo: A Star Wars Story

 

MIGLIOR TRUCCO
Border
Mary Queen of Scots
Vice

 

MIGLIOR CANZONE ORIGINALE
“When a Cowboy Trades His Spurs for Wings” from La Ballata di Buster Scruggs
“All the Stars” from Black Panther
“The Place Where Lost Things Go” from Mary Poppins Returns
“I’ll Fight” from RBG
“Shallow” from A Star Is Born

 

MIGLIOR FILM D’ANIMAZIONE
Gli Incredibili 2
L’Isola dei Cani
Mirai
Ralph Spacca Internet
Spider-Man: un nuovo universo

 

MIGLIOR FILM STRANIERO
Germania, Never Look Away
Giappone, Shoplifters
Libano, Capernaum
Messico, Roma
Polonia, Cold War

 

MIGLIOR DOCUMENTARIO
Free Solo
Hale County This Morning, This Evening
Minding the Gap
Of Fathers and Sons
RBG

 

MIGLIOR DOCUMENTARIO CORTOMETRAGGIO
Black Sheep
End Game
Lifeboat
A Night at the Garden
Period. End of Sentence.

 

MIGLIOR CORTOMETRAGGIO
Detainment
Fauve
Marguerite
Mother
Skin

 

MIGLIOR CORTOMETRAGGIO D’ANIMAZIONE
Animal Behaviour
Bao
Late Afternoon
One Small Step
Weekends

 

I premi Oscar 2019 saranno consegnati il 24 febbraio.

 

Lorenzo Lotto, il richiamo delle Marche

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Lorenzo Lotto, il richiamo delle Marche in mostra a palazzo Buonaccorsi di Macerata.

Lorenzo Lotto torna protagonista nelle Marche con una mostra interessante e ricca di spunti di riflessione. In un percorso di 11 sale, la mostra ripercorrere in ordine cronologico le tappe della vita artistica del maestro veneziano.

Le Marche, lo abbiamo visto anche nel 2018 a Recanati, hanno dato ospitalità per lungo tempo al pittore. Possiamo dunque dire che le Marche e Lotto raccontano una lunga e appassionata storia d’amore.

A palazzo Buonaccorsi sono sopraggiunte opere d’arte provenienti da tutto il mondo. Da Berlino a Londra, da Parigi a Madrid, da Milano alle collezioni private. Insomma, il curatore della mostra, Enrico Maria Dal Pozzolo, non si è risparmiato ed è riuscito nell’impresa di riportare “a casa” opere prodotte per la regione (o in ogni caso legate alle Marche) ma che poi sono finite in giro per il mondo.

Ed è grazie a lui e al suo team che riunite nelle stesse stanze possiamo ammirare i pannelli di San Cristoforo e di San Sebastiano, (attualmente a Berlino, ma inizialmente parte di un polittico realizzato per Castelplanio) o il ritratto di gentiluomo proveniente da una collezione privata. Brilla, tra tutte, la Venere adornata dalle Grazie che viene mostrata per la prima volta dopo decenni.

Come gemme incastonate all’interno di un prezioso gioiello, troviamo documenti autografi di Lorenzo Lotto, che testimoniano l’attività dell’artista: dai libri di conto ai contratti stipulati, la componente documentaristica non è irrilevante.

A conclusione del tragitto, due contrapposizioni che mi hanno molto colpito. La prima, Il San Girolamo nello Studio accostata alla stampa di Durer (di cui Lotto era un profondo estimatore). L’altro confronto suggestivo e affascinante è quello tra la Madonna col bambino del Crivelli in contrapposizione con quella di Lotto. Un incontro di sguardi dei due pittori veneziani che, alle Marche, hanno dato (e ricevuto) davvero tanto.

La mostra rimarrà aperta fino al 10 febbraio e in questi ultimi giorni il consiglio è quello di una gita fuori porta per andarla visitare!

Serena Vissani

 

Madonna col cappotto di pelliccia: un romanzo dal gusto europeo

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“Madonna col cappotto di pelliccia” è una delle prime uscite del 2019 per Fazi Editore.

Fazi Editore non si è lasciato sfuggire questa piccola perla di Sabahattin Ali, uno dei maggiori esponenti della letteratura turca contemporanea.

Madonna col cappotto di pelliccia” è uno di quei romanzi dal sapore quasi europeo, se non fosse per le origini dell’autore.

L’impiegato protagonista del romanzo e, per certi versi, anche il suo collega, ricordano vagamente i burocrati di Gogol e, in certi altri momenti, alcuni protagonisti delle novelle pirandelliane.

Raif Effendi, protagonista del romanzo, è una figura che incuriosisce chi lo osserva. L’amicizia tra i due personaggi metterà nelle mani della voce narrante un diario per mezzo del quale verremo proiettati indietro nel tempo, durante la giovinezza di Raif.

Un lettore occidentale, abituato ai romanzi del Novecento italiano, trova subito familiarità con una struttura del genere e, incuriosito, procede nella lettura.

Il cuore della vicenda ci racconterà del viaggio di formazione di Raif in Germania avvenuto nel ’33, anno cruciale per la storia della Germania. Il viaggio sarà un viaggio di formazione solo in parte. Qui Raif incontrerà Maria, la Madonna col cappotto di pelliccia, donna determinata e volubile. Divisa e contrastata, incarna perfettamente il periodo in cui vive.

Maria è una donna forte, autonoma, ma bisognosa di affetto, fragile.

Raif si curerà di lei fino al momento della separazione.

L’amore vissuto da Raif rappresenta a tutti gli effetti il punto cruciale della sua vita. Suo padre, mandandolo a formarsi in Europa, si sarebbe aspettato di vederlo tornato Uomo, un giovane forte, consapevole e pronto a prendersi carico delle sue responsabilità. Ma il giovane che torna a casa è come svuotato, inibito, disinteressato alla vita. Il romanzo di formazione che ci aspettavamo di trovare non si compie e l’inettitudine pervade il protagonista, dando ragione del personaggio anziano incontrato all’inizio del romanzo.

Quell’amore così forte, l’incontro con quella donna così determinata e forte invece di stimolare analoghe predisposizioni hanno accelerato un percorso che il padre di Raif aveva già temuto. L’autore, però, non vuole assolutamente imputare a questa donna la causa della rinuncia alla vita di Raif. Anzi! Maria, è vero, non è un personaggio esattamente positivo, ma allo stesso tempo scopre fragilità e bisogni che solo attraverso l’amore può colmare. Il giovane turco, in un primo memento, sembra essere la risposta necessaria, ma poi tutto finisce.

La vita e la Storia si mettono di mezzo rendendo impossibile un lieto fine.

Romanzo interessante, sopratutto se sia è a digiuno completamente di autori turchi del primo Novecento. Madonna col cappotto di pelliccia risulta familiare per certi schemi e personaggi recuperati dal nostro bagaglio letterario, ma, a mio avviso, un po’ troppo lento. Un bel romanzo, quindi, ma non lo rileggerei.

Serena Vissani

Il sogno cinematografico di Dreaming Murakami

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Dreaming Murakami è un documentario, un film, un’esperienza cinematografica. È un sogno.

Il regista Nitesh Anjaan ha realizzato in un film di un’ora uno di quei sogni che Murakami Haruki scrive su carta. È esattamente un libro di Murakami che non si legge ma si guarda, e gli elementi dei suoi romanzi, dallo schema narrativo ai personaggi, ci sono tutti:

Un protagonista solitario, con un gatto, che viaggia per lavoro;
– Un personaggio onirico e misterioso che non appartiene al mondo reale;
– Due realtà e più storie che si intrecciano;
– Un finale aperto.

Per chi non conosce o non apprezza Murakami questo è solo un documentario su una traduttrice, sulla sua professione e in parte sulla sua vita. Si potrebbe domandare “Dov’è Murakami?”.
L’autore però è presente nel film, perché è nella vita di Mette Holm; è una presenza-assenza nella vita dei suoi lettori, in un certo senso come lo è l’Uomo Pecora.

Il docufilm Dreaming Murakami accomuna e rappresenta gli appassionati dei suoi romanzi e il loro particolare legame con lo scrittore. Non è un semplice film su una traduttrice danese, è un film su me, su te e su qualsiasi altra persona che lo ha letto tante volte e si è rivisto nei suoi personaggi!

Nei libri di Murakami Haruki non leggi la storia di un personaggio, ma leggi la tua, leggi di te stesso.

È difficile non ritrovare se stessi nel protagonista, perché è così realistico: ha paure, insicurezze, sofferenze ed è solo, però non soffre la solitudine, ci è abituato, ed è in essa che scioglie i suoi conflitti. È in queste stesse cose che anche le persone apparse nel film fanno intendere di rivedersi.

Ciò che lega i personaggi di Murakami ai suoi lettori è l’introspezione, la solitudine e l’avere un mondo immaginario parallelo in cui andare spesso.

Personalmente non ho potuto che apprezzare il film, mi sono sentita raccontata e descritta in ogni momento e in ogni fotogramma per la passione per il tè, i gatti, i libri, il Giappone e, ovviamente, per questo incredibile autore.

Se potessi, ringrazierei Mette Holm di persona per fantastico viaggio, in questa sua esperienza professionale, in cui ci ha portati. Murakami Haruki libri

Dreaming Murakami è un docufilm realizzato con una tale cura e precisione da lasciare a bocca aperta. I riferimenti ai libri, nelle immagini, nei luoghi, erano tantissimi e tutti inseriti nella storia perfettamente e senza forzature, quasi combaciassero.

Sembra cucito addosso ai romanzi di Murakami Haruki e ai suoi lettori, perché una volta finito, ti sembra di essere uscito da un’altra realtà, sei ipnotizzato, confuso e frastornato e dopo sei super entusiasta.

È un film senza dubbio intenso, in particolare per i dialoghi e le citazioni del Ranocchio.

I dettagli, poi, l’hanno reso un documentario eccezionale.

 

La versione inglese è scaricabile qui / The english version is available here:

The_cinematographic_dream_of_Dreaming_Murakami_CulturaMente_Ambra_Martino

 

Ambra Martino

Percorrendo “84 scalini” si racconta una vita intera

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Il monologo di Giuseppe Mortelliti vinse riconoscimenti ai Fringe Festival di Roma e San Diego nel 2014 e nel 2015 e ora, dopo il Teatro Studio Uno, sarà in scena a Foggia al Teatro dei Limoni.

Grazie a “84 gradini”, di cui è autore, regista e interprete, Giuseppe Mortelliti si è portato a casa due premi meritati qualche anno fa: nel 2014 il Premio Special Off Roma Fringe Festival e nel 2015 il Premio Solo Performance San Diego Fringe Festival.

A distanza di circa quattro anni questo intenso e coinvolgente monologo continua – fortunatamente – ad andare scena.

Dal 17 al 20 gennaio è stato in cartellone al Teatro Studio Uno di Roma. Il 26 e il 27 gennaio sarà, invece, in scena al Teatro dei Limoni di Foggia.

Il monologo trae il titolo dalla metafora nota della vita come una scala. “84 gradini” sono quelli che sale e scende Fabrizio per raccontarci la sua esistenza. Come ci redarguisce il proverbio, “la vita è fatta a scale: c’è chi scende e c’è ci sale”. E il protagonista di questo monologo sale e scende questi gradini, tra il comico e il commovente.

Fabrizio, guarda caso, lavora come manutentore di scale mobili e va sempre di corsa. Ma la vita corre e scivola via più velocemente di lui, più veloce di noi, che ci sforziamo di afferrarla oppure di viverla appieno. Tuttavia, il tempo pare sfuggirci sempre.

Prende tante botte Fabrizio, dalla vita, mentre sale quegli 84 gradini.

Il protagonista si confronta continuamente su cosa significhi l’amore e su come superare le sue paure. E la paura si affaccia, non solo ogni volta che si prospettano malattie o pericoli, ma anche quando affiorano i desideri e le speranze.

monologo teatrale

Il testo è scritto bene: poetico, divertente, intenso, struggente sul finale. Come altre opere di Giuseppe Mortelliti spinge sempre molto a riflettere, anche perché il significato di alcuni aspetti resta enigmatico. Sul titolo, ad esempio, lo spettatore si arrovella non poco: perché i gradini sono 84? Il riferimento è a George Orwell, citato nel monologo, il cui nome e cognome sono composti da sei lettere, come il nome del primo amore del protagonista?

Bellissime sono le musiche originali di Francesco Leineri, che accompagnano perfettamente il testo. La scenografia di Simone Martino, invece, assume dinamicità per quanto Mortelliti la usa mentre si muove sulla scena.

In realtà, è proprio lui, Giuseppe Mortelliti, l’anima dello spettacolo, non solo perché gli dà vita. Lui è un grande attore teatrale, uno che fisicamente mette tutto se stesso in quello che fa sul palcoscenico. Dal gioco costante con la voce, ai movimenti rapidi e perfetti, comunica ogni emozione in modo diretto e senza sbavature. Fa ridere e fa pensare.

Unico potenziale difetto di tanto talento e coinvolgimento? Viene il dubbio che il monologo – pur bello – interpretato da altri non sarebbe altrettanto coinvolgente.

Stefania Fiducia

 

Il Bocuse d’Or: un concorso tra talento e disciplina

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Il 15 gennaio, presso Identità Golose a Milano, si è svolta la conferenza stampa di presentazione della finale mondiale del “Bocuse d’Or”.

Il Bocuse d’Or è la prestigiosa competizione gastronomica ideata da Paul Bocuse, scomparso un anno fa all’età di 91 anni.

C’è chi lo ricorda per la Nouvelle Cuisine, chi per le cinquanta “3 stelle Michelin” consecutive, chi ancora per aver ispirato il film Ratatouille.

E dal suo estro è nato il “Bocuse d’Or” nel 1987, la cui finale mondiale si svolgerà a Lione i prossimi 29 e 30 gennaio.

Il Bocuse d’Or, la più prestigiosa competizione gastronomica del mondo, prende spunto dalle competizioni sportive: 24 partecipanti hanno a disposizione 5 ore e 35 minuti per preparare due piatti davanti ai migliori chef del mondo.

E non si parla di una semplice gara di cucina: qui si valutano sia talento, estro e creatività che tecnica, rigore e disciplina.

Il concorso, a cadenza biennale, ha fino ad oggi decretato 16 vincitori di varie nazionalità. Ahimè, fino ad oggi, nessun italiano si è mai classificato nelle prime tre posizioni.

Quest’anno l’Italia partecipa al concorso con una doppia veste.

Con lo chef Martino Ruggieri sperando nel podio, e con la regione Piemonte che ha ospitato la finale europea della prestigiosa competizione.

E proprio il Piemonte è stato decretato Best in Travel” 2019 per la guida Lonely Planet.

Natura e città d’arte convivono in una regione ricca di attrazioni.

I paesaggi vitivinicoli di Langhe, Roero e Monferrato, le residenze reali, i Sacri Monti sono tutti patrimoni Unesco.

A questo si aggiunge la cultura enogastronomica di questa terra tanto ricca quanto variegata.

Ma esiste un confine tra enogastronomia e cultura?

Il Piemonte, come racconta Antonella Parigi – Assessora alla Cultura e Turismo della Regione Piemonte – alla conferenza stampa di Milano, ha sviluppato negli ultimi anni una leadership culturale molto evidente.

E l’enogastronomia rientra a tutti gli effetti in questa leadership. Rappresentando l’unione tra cultura e produzione diventa un importante traino per economia e turismo, per questo è un prodotto da tutelare. E per farlo servono studio, ricerca e impegno.

enogastronomia

Per questa ragione nel 2017, proprio ad Alba, è nata l’Accademia del Bocuse d’Or.

Un organismo che supporta gli chef italiani che vogliono partecipare a questo concorso internazionale, un polo di formazione e promozione della cucina nostrana nel mondo.

Nell’accademia convivono varie figure professionali: designer, coach, ingegneri, tecnologi, comunicatori e scrittori. Il compito di ciascuno è portare il “Made in Italy alimentare al livello di eccellenza necessario per competere a livello internazionale”.

 

Martino Ruggieri rappresenterà l’Italia a fine gennaio a Lione.

Classe 1986, nato a Taranto, alla conferenza stampa di Milano racconta l’impegno intenso e totale dei suoi ultimi due anni di lavoro.

“Due anni di lavoro che si giocano in 5 ore e 35 minuti” che detto così evidenzia tutta la tensione e l’emozione del partecipare alle finali. Martino tiene a sottolineare l’importanza della tecnica e del rigore in questo tipo di competizione, e quindi l’importanza di avere una squadra accanto che lavora in modo coeso e professionale.

enogastronomia

La creatività non basta per competere a certi livelli, perché per essere efficace deve essere affiancata da studio, fatica e investimenti.

Aspetto cruciale che emerge anche dalle parole di Luisa Bocchietto – Presidente World Design Organization. La globalizzazione ci ha insegnato che bisogna sfatare il mito che la creatività basta a rendere tutto facile.

enogastronomia

Ed è per questo che il contributo della Regione Piemonte, in questo caso, è di fondamentale importanza come sottolinea nel suo intervento Luciano Tona – Direttore Accademia Bocuse d’Or Italia.

L’unico modo che l’Accademia ha di crescere e posizionarsi è grazie al supporto di chi vuole investire su di lei. Affinché diventi una fucina di idee, ricerca e formazione e raggiunga così i risultati sperati, servono investimenti. E in questi ultimi anni ne sono stati fatti di importanti.

enogastronomia

 

Che sia la volta buona in cui vedremo il tricolore sul podio?

Valeria Farina

Cani avvelenati da umani disumani

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Mia nonna me lo diceva sempre quando sentiva al telegiornale casi di abbandono oppure di maltrattamenti. Se fanno male agli animali, pensa cosa possono fare alle persone.

Crescendo in mezzo agli animali ho fatto mia questa considerazione. Tra cani, gatti, cavalli, criceti, uccellini raccolti nel mio giardino o anche per strada, tartarughe e topolini riportati nel prato, quando gli altri mi guardavano storto perché stavo perdendo tempo.

Quando, dopo dieci anni di lotta con i miei, ho potuto prendere un cane l’ho chiamato Nike, vittoria, perché quello significava per me. Per me come per tutte le persone che amano gli animali.

Apprendo con molto ritardo della morte di Pimpi, la cagnolina della scrittrice Susanna Tamaro, avvelenata da uno di quei maledetti bocconi che vengono lasciati in giro, ormai troppo spesso, lo scorso 12 gennaio.

In Italia nel 2018 sono stati avvelenati circa 60.000 cani, di cui 4000 domestici; 20.000 sono morti, prevalentemente in Campania, Sicilia e Sardegna. Il veleno che viene inserito nel boccone provoca una morte quasi immediata, ma alcuni animali sono morti anche col veleno per i topi, usato per la derattizzazione nei luoghi pubblici. Aree ricreative, mi preme ricordarlo, adibite anche allo svago dei bambini, che possono a loro volta ingerire questi veleni.

Come riportato da AgenPress lo scorso ottobre, il presidente dell’AIDAA Lorenzo Croce definisce tale fenomeno “Una vera e propria strage di cui nel 99% dei casi non si trovano i responsabili”.

Responsabili anonimi che ci sembrano senza cuore, dei pazzi. Per noi che viviamo con gli animali, condividiamo con loro la nostra esistenza – la stessa Tamaro afferma di scrivere libri con un cane sempre vicino – sembra qualcosa di inconcepibile.

Attualmente l’Ordinanza Ministeriale coinvolge l’intervento di più soggetti istituzionali, come il veterinario della ASL e l’IZS, mentre al sindaco spetta il compito di richiedere una bonifica dell’area killer e l’apertura di un’indagine per trovare i colpevoli. Colpevoli che devono essere puniti dalla legge per gli atti disumani che compiono. Serve una legge ad hoc.

Il saluto e l’immagine in evidenza sono prese dalla pagina Facebook di Susanna Tamaro

Ti ho cercata a lungo e, alla fine, ti ho trovata dietro le sbarre di un canile. Per un mese, come la Volpe con il Piccolo Principe, sono venuta a trovarti con regolarità perché volevo essere certa che la gioia che provavo io nel vederti la provassi anche tu. E alla fine, quando ti ho portato a casa, è stato subito un grandissimo amore. Eri intrepida, ma mai fanatica, allegra e ubbidiente, amavi i cani, i gatti, i bambini. Amavi il mondo intero e i tuoi occhi osservavano il mondo con inesausta curiosità.

Avresti dovuto essere il cane della mia vecchiaia, piano piano, con gli anni, avremmo rallentato il passo insieme e poi, un giorno ci saremmo seduti sulla panca davanti casa e avremmo visto il sole tramontare, consapevoli che, oltre il tramonto del giorno, quello sarebbe stato anche il tramonto della nostra vita. Nei lunghi anni di compagnia, con la tua gioiosa felicità saresti stata l’antidoto naturale all’inevitabile malinconia del passare degli anni. Ma purtroppo non è stato così.

Pimpi è morta ieri, uccisa da un boccone avvelenato. Era con me da appena sei mesi.
Addio, piccolo raggio di luce, meraviglioso arcobaleno che hai allietato un tempo purtroppo così breve.

 

Alessia Pizzi

3 anni senza Ettore Scola

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Il 19 gennaio 2016 ci lasciava Ettore Scola, uno dei più grandi registi italiani.

Sono trascorsi già tre anni da quando è venuto a mancare il grande Ettore Scola. Un’assenza che però è stata possibile colmare con il ricordo dei suoi capolavori che, quelli sì, resteranno per sempre nella nostra memoria.

Se proprio vogliamo citare alcuni di questi capolavori, possiamo ricordare “La terrazza“, “Brutti sporchi e cattivi“, “C’eravamo tanto amati“…

Un aspetto senza dubbio affascinante di Scola è la presenza della Storia all’interno dei suoi film. Non parliamo di film storici (sull’esempio di Luigi Magni e la sua trilogia sul risorgimento italiano), ma di film in cui la Storia, quella con la maiuscola, fa da sfondo alle vicende personali di personaggi del tutto marginali.

Una giornata particolare. Un esempio illustre.

La coppia Mastroianni-Loren affascina sempre, ma in questa pellicola lo fa in un modo tutto inedito. Siamo lontani dalla passionalità di Matrimonio all’italiana di Vittorio De Sica. in questo film, la coppia di attori dà a Scola un’interpretazione quanto mai titanica nell’infinita emarginazione dei due personaggi. Gabriele-Mastroianni è omosessuale, mentre Antonietta-Loren è la tipica donna della famiglia fascista.

La giornata è particolare, in quanto è il giorno che i due capi di stato, Mussolini ed Hitler, si incontrano a Roma. La città è in festa, mentre i due protagonisti restano nelle proprie abitazioni. Ciascuno con le proprie motivazioni. La radio, i discorsi, le immagini portano la storia dentro la vicenda contestualizzando la “particolarità” di quella giornata. Ma non è solo questo. La Storia, scopriamo, diventa sempre più protagonista della vicenda e i due attori non sono altro che due eccellenti strumenti per consentirle di cavalcare la scena.

Mastronianni è più disilluso: la sua condizione di emarginato gli consente di vedere in modo cristallino il dramma del suo tempo. La Loren è inizialmente coinvolta e parte integrante di una farsa, quale era quella della società fascista. Divertente ma tendente all’amaro è la scena in cui lei racconta di aver scoperto di essere incinta dopo aver incrociato lo sguardo del duce. La nemmeno tanto velata allusione al fascino sensuale e al potere virile di Mussolini, viene derisa da Gabriele in modo bonario ma non troppo. E lei se ne rende conto.

Film e storia, insomma, si intrecciano in un modo attento e rigoroso, seppur questo rapporto si declina non sempre con le stesse modalità.

Prendiamo ad esempio l’incipit di “C’eravamo tanto amati”. Troviamo un Nino Manfredi che racconta gli anni immediatamente successivi alla fine della guerra. La spontaneità che lo contraddistingue riassume schiettamente quegli anni. Il compromesso tra risata e sguardo amareggiato è senza dubbio assicurato.

La Storia, insomma, si insinua anche quando i personaggi sono impegnati in altro, nelle piccole necessità quotidiane, nella gestione delle emozioni personali e dei rapporti umani. Intanto che siamo impegnati a fare altro, la Storia ci plasma e condiziona sotto le spoglie del presente e dell’attualità. Basta voltarsi un attimo indietro e guardare cosa c’è alle nostre spalle per scorgerla.

Serena Vissani

Giulia torna “immensamente” nel nuovo video de Le Vibrazioni

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LE VIBRAZIONI tornano in radio con “CAMBIA”, l’atteso nuovo ed emozionante singolo, prodotto da 432 e distribuito da Artist First.

Una ballad rock che unisce le sonorità proprie della band con un testo capace di entrare immediatamente nel cuore e nelle orecchie dell’ascoltatore, grazie anche a un ritornello che resta impresso nella memoria.

Le Vibrazioni canzoni ed emozioni nuove: torna immensamente Giulia

Diretto da Bendo, il video nasce con l’intenzione di rendere omaggio al celebre videoclip di “Dedicato a Te” tramite un pianosequenza, citandone volutamente i momenti e i segni caratteristici che ne scandiscono le diverse fasi. Location, dinamica del percorso ed attori. Il videoclip, infatti, vede il grande ritorno di “Giulia” che attraversa il naviglio pavese di Milano. I membri della band continuano a cambiare direzione e non interagiscono mai tra loro, lasciando al finale il loro ricongiungimento, simbolo del reale percorso artistico che li ha portati nuovamente a suonare insieme.

Le Vibrazioni il 26 marzo saliranno per la prima volta sul palco del Mediolanum Forum di Assago (Milano). Sarà un grande evento che celebrerà i 20 anni di carriera della band che ha segnato la storia del rock-pop italiano!

Imperdibile festa della musica rock, prodotta da 432 srl, che vedrà la presenza sul palco di tanti amici artisti che hanno condiviso con Le Vibrazioni il loro lungo ed emozionante percorso. Biglietti disponibili su Ticketone.it (http://bit.ly/LeVibrazioniForum).

Testo e Video di “Cambia”

 

 

LE VIBRAZIONI

“Cambia”

(Francesco Sarcina, Davide Simonetta)

 

Se fosse facile dirti di restare qui

Se fosse facile avere un minuto solo per convincerti

Io non lo so, almeno adesso non avrei più paura

Giorni interi a contarci i lividi

Ma com’è bella Milano d’inverno, forse domani nevica

Forse è meglio se restiamo a casa

 

Poi sveglieremo la città

Nell’alba fredda delle sei

E vivere è la sola cosa che ci viene bene

Tutto il resto non conta, siamo in piedi un’altra volta

 

Cambia

Due mani che si cercano nel buio

E il mondo cambia

Promesse che non durano un minuto

E tutti i calcoli inutili

Sei tu che pensi di essere diversa

Ma è il mondo che cambia

 

Se fosse facile dire “io stasera non esco”,

fosse facile stare in silenzio e non spiegarti niente

e raccontarsi che va tutto bene

e spegnere il telefono,

riverniciare le pareti mentre tutto

 

Cambia

 

Due mani che si cercano nel buio

E il mondo cambia

Promesse che non durano un minuto

E tutti i calcoli inutili

La pioggia lava ancora i tuoi peccati

E il mondo cambia

Rincorrersi per non restare indietro un’altra volta

E tutto quello che vorresti adesso non è mai abbastanza

Sei tu che pensi di essere diversa

Ma è il mondo che cambia

 

C’erano quei giorni e tutti i nostri film

Il mare piatto nelle polaroid

C’era la voglia di risolvere le cose

Come se il mondo fosse cenere che cade

Dalle tue sigarette fumate sul balcone

Quando la guerra inizia per un posto che non hai

E tutte le parole, parole da evitare

Sorrisi da affittare per nascondere chi sei

 

Cambia

Due mani che si cercano nel buio

E il mondo cambia

Promesse che non durano un minuto

E tutti i calcoli inutili

La pioggia lava ancora i tuoi peccati

E il mondo cambia

Rincorrersi per non restare indietro un’altra volta

E tutto quello che vorresti adesso non è mai abbastanza

Sei tu che pensi di essere diversa

Ma è il mondo che cambia

Sì, cambia

Cambia

È il mondo che cambia

 

Il mistero dei cartoni degli anni 90: abbiamo trovato Carmen Sandiego

Che fine avrà fatto Carmen Sandiego?

Netflix annuncia la nuova serie animata Carmen Sandiego, una produzione originale Netflix in 20 episodi disponibile dal 18 gennaio in tutti i paesi in cui il servizio è attivo.

 Tutti i fan del celebre cartone cult degli anni ’90, e del videogioco da cui a sua volta è tratta la storia, potranno seguire nuove e incredibili avventure nell’attesissimo remake di Netflix dedicato alla ladra internazionale. Nella versione in lingua originale della serie animata al debutto domani su Netflix, la voce di Carmen Sandiego è della star ispano-americana Gina Rodriguez premiata e pluricandidata ai Golden Globe (Jane the Virgin).

Carmen è una moderna Robin Hood, viaggia per il mondo rubando con la sua associazione criminale V.I.L.E.

Carmen è considerata pubblicamente una criminale, ricercata dalla maggior parte delle forze dell’ordine – o meglio, è una criminale professionista, famosa per la portata e per la spettacolarità dei suoi colpi. La serie animata racconterà le origini di Carmen Sandiego svelando il suo percorso e i motivi per cui si è dedicata al crimine.

 Netflix ha inoltre recentemente annunciato l’acquisizione dei diritti del film live action Carmen Sandiego in arrivo prossimamente sulla piattaforma. Il film sarà interpretato da Gina Rodriguez, nel duplice ruolo di attrice protagonista e produttrice con la sua società I Can and I Will, insieme a Kevin Misher and Caroline Fraser. Infine il prossimo 24 gennaio uscirà in Italia il romanzo La vera storia di Carmen Sandiego edito Magazzini Salani con una speciale introduzione proprio di Gina Rodriguez.

La Redazione

Gastronomia italiana tra lingua e tradizione

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Se c’è una cosa di cui tutti gli italiani vanno fieri è la tradizione culinaria del proprio Paese.

Non esiste un abitante della nostra penisola che non storca il naso, inorridito, di fronte a una carbonara con panna o che non gridi sconvolto alla vista di una pizza con l’ananas.

La cucina italiana è una delle più apprezzate nel mondo per i sapori genuini e gli ingredienti di qualità. Ma forse non tutti sono a conoscenza dell’importanza della cultura gastronomica per la lingua italiana.

I ricettari, infatti, si diffusero già dal Medioevo ed ebbero una prima funzione standardizzante per l’italiano. È nel Quattrocento, ad esempio, che si codificò il modo di indicare tipi di sughi e condimenti con espressioni come salsa alla genovese. Ancora oggi l’utilizzo della preposizione articolata al femminile si utilizza in formulazioni come pasta alla carbonara, tagliatelle alla bolognese, pollo alla cacciatora e tantissime altre.

Dal Cinquecento in poi i ricettari assunsero il carattere di veri e propri trattati, ma è nell’Ottocento che avviene la svolta.

Mi riferisco naturalmente a Pellegrino Artusi e al suo La Scienza in cucina e l’arte di mangiar bene. Manuale pratico per le famiglie. Il suo linguaggio nuovo, di matrice fiorentina, e la sua azione normalizzante furono così importanti che il linguista Luca Serianni ha definito Artusi il Manzoni della lingua gastronomica italiana. Egli ha per primo messo insieme tradizioni e termini appartenenti a regioni diverse, contribuendo a creare un’identità culturale unitaria negli anni successivi alla formazione del Regno d’Italia.

Sapete che fu con lui che si diffuse l’espressione, che oggi tutti usiamo, cuocere a bagnomaria? O anche i verbi stuccare e nauseare per indicare qualcosa di non gradito per eccesso di qualche ingrediente?

Il libro uscì nel 1891 e al momento della morte dell’autore nel 1911 era arrivato già alla quattordicesima edizione. Ogni edizione si arricchiva di nuove ricette che venivano anche inviate dai lettori insieme a commenti e suggerimenti, come in una sorta di forum o blog ante litteram.

La scienza in cucina e l'arte di mangiar beneUn successo straordinario che si è tramandato negli anni, tanto che ancora oggi il suo nome è ricordato come un classico dei ricettari (altro che Benedetta Parodi e Antonella Clerici!). Il libro continua a essere ristampato e venduto in nuove edizioni, ma c’è qualcuno che ancora conserva gelosamente la propria copia dell’Artusi di inizio Novecento ormai logora e sporca di farina.

Oggi il lessico gastronomico italiano, già estremamente eterogeneo grazie ai dialetti e alle tradizioni regionali, si è arricchito di molti termini stranieri per indicare cibi nuovi che non appartengono alla nostra cultura culinaria.

Basti pensare ai vari hot dog, sushi e kebab. È sempre altissima, viceversa, la presenza di parole italiane nelle altre lingue. Pizza è il termine italiano più noto al mondo insieme a ciao. Sono poi diffusi soprattutto in inglese, ma non solo, parole come pasta, lasagna, spaghetti, carbonara, salami, zucchini, mortadella, mozzarella, espresso, cappuccino, parmigiano, tiramisù… Una lunga lista che evidenzia quanto la cultura culinaria del nostro Paese sia amata e imitata a livello internazionale e quanto la lingua sia parte integrante di essa.

Insomma una cosa è certa: ovunque si trovi un italiano riuscirà quasi sicuramente a ordinare una pasta alla carbonara! Non è altrettanto garantito, però, che gli arrivi senza panna…

Francesca Papa

“Cani d’estate”: il pamphlet di Sandro Veronesi per la crisi dei migranti

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Un acceso pamphlet fa il punto sulla crisi dei migranti.

Siamo nel giugno 2018, quando, durante la crisi della nave Aquarius il ministro dell’Interno Matteo Salvini si pronuncia in termini di “pacchia” e “crociera” sulla crisi dei migranti. È allora che si leva l’indignazione di molti sui media. Inizia così l’impegno nella crisi dei migranti di Sandro Veronesi, che ci viene raccontato in questo libro uscito a fine 2018 per La Nave di Teseo.

Lettere e hashtag.

La prima mossa di Veronesi è una accorata lettera a Roberto Saviano, pubblicata sul Corriere della Sera e riprodotta a inizio libro (qui il testo integrale).

Da quando il Mediterraneo ospita la civiltà. Cioè da migliaia di anni, il naufrago in mare è sempre stato considerato sacro (…). È inaccettabile che questa regola venga sospesa oggi, con tanta leggerezza. Ma è proprio quello che sta succedendo.

Sull’onda del successo della lettera, viene fondato un gruppo, “Corpi” (con il relativo hashtag #corpi) per manifestare l’intenzione di “metterci il corpo” nella quesitone migranti. Ossia, dichiarare di essere pronti a imbarcarsi letteralmente. Michela Murgia, Paolo Virzì, Gabriele Muccino, Antonio Pennacchi sono fra questi volontari. Come scrivono loro stessi: “siamo scrittori, registi, editori, giornalisti, fumettisti, di diverso orientamento politico, uniti nell’intento di agire, subito, per difendere il nostro diritto a essere onesto, salvare e accogliere persone bisognose di aiuto, e verificare che i più elementari diritti umani siano rispettati”.

I taxi del mare, le ONG, Soros.

Veronesi si volge poi alle numerose critiche mosse alle ONG (bollate come “taxi del mare”) e a tutta una serie di slogan diventati frequenti nel dibattito politico. “Pagato da Soros. Gli Schiavi di Soros. Il complotto di Soros”. Ripercorre quindi le vicende legate alla figura di quest’uomo per indagare la fondatezza delle accuse – e si convince del contrario. Si interroga poi sulla dinamica che ha portato ai conflitti tra UE e le ONG e alla benzina che è stata gettata sul fuoco dei populisti e dei sovranisti d’Europa. Il filo conduttore è l’escalation della crisi, sempre più urgente.

Ci sono organizzazioni che difendono il mare dalla plastica, che difendono la flora e la fauna marina, ma una vera organizzazione che difenda i diritti umani nel mare non c’è. E nel nostro pianeta c’è molto mare che terra.

Un latrato disperato.

Agile, conciso, appassionato: il nuovo libro di Veronesi rimane impresso nel lettore. Il tema scottante e lo stile vivace, fatto di articoli, tweet, interviste,  ci portano al  cuore di una situazione critica che domina tuttora i media ogni giorno.

Il caso Diciotti. L’intervento della Chiesa per sbloccarlo (e dell’Irlanda). L’uomo che non conosce il mare indagato per sequestro di persona, sequestro di persona a scopo di coazione, arresto illegale, abuso d’ufficio e omissione di atti d’ufficio. Il sistema australiano. La recrudescenza del razzismo. L’ONU che riconosce che nei campi libici i migranti vengono torturati, la guerra civile a Tripoli, i “cani selvaggi” addosso a Papa Francesco… Nel mezzo di tutto questo è arrivato anche il mio gran giorno, quello che è dato nella vita di ogni cane, e finalmente sono riuscito a salire a bordo di Open Arms.

Davide Massimo

Cinque milioni di italiani combattono l’ansia con la Cannabis terapeutica

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Proprio qualche giorno fa, passeggiando con un’amica, ho avvistato un Coffee Shop vicino casa mia, a Roma.

Il nome del negozio è Hakuna Matata, senza pensieri. Molto adeguato, visto che vende infusi, energydrink e torte a base di Cannabis legale, cioè quella senza THC, le sostanze stupefacenti che realizzano la cosiddetta Marijuana. La Maria che si fuma, per intenderci, decantata dagli Articolo 31 in una celebre hit degli anni Novanta.

In quel momento io e la mia amica abbiamo iniziato un’indagine sulla cannabis ad uso terapeutico, recentemente legalizzata nel nostro Paese, chiedendoci se bere un infuso ci avrebbe dato fastidio o non avrebbe provocato alcun effetto. Sapevamo, ad esempio, che ne fanno uso i malati di cancro per alleviare la nausea, ma volevamo saperne di più e abbiamo iniziato il nostro viaggio su Google.

Secondo lo studio condotto da BEM Research ed Eusphera intitolato “Cannabis terapeutica: percezione ed effetti in Italia” nel nostro Paese la canapa terapeutica riduce “ansia, stress e depressione” (37% dei rispondenti).

Il sondaggio demoscopico realizzato con Google Consumer Survey su 1000 soggetti rileva che il 66% dei residenti in Italia ritiene la cannabis utile per diverse patologie. Gli italiani sono ben informati, quindi, e circa 5 milioni di connazionali ne fanno uso. I maggiori fruitori sarebbero le donne tra i 25 e i 34 anni, residenti nel Mezzogiorno, lavoratori autonomi, con titolo di studio elevato.

Mariachiara Marsella, web marketing manager di BEM Research afferma che:

Tra i principali paesi europei l’Italia è infatti quello in cui si riscontra il maggiore interesse sul web verso la cannabis ad uso terapeutico, interesse misurato attraverso l’analisi delle ricerche su Google. L’Italia è il paese che ha visto crescere in modo più intenso l’interesse degli internauti, soprattutto a partire dal 2014, quando è iniziato il dibattito interno sulla possibilità di legalizzarne l’uso per finalità terapeutiche. Francia, Germania e Spagna hanno visto aumentare l’interesse verso la cannabis medica, ma con un’intensità di circa la metà rispetto a quella italiana.

Devo ammettere che queste informazioni mi hanno un po’ stupita visto che l’Italia è per eccellenza uno dei Paesi più bigotti in assoluto. Ammetto di non essermi mai informata molto sull’uso terapeutico della cannabis, perché in realtà non sono mai stata consumatrice della cannabis in generale. Ma perché non farne uso se può alleviare lo stress?

E alzi la mano chi non è stressato di questi tempi!

Alessia Pizzi

True Detective 3×01/3×02: il tempo è un cerchio piatto

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Come diceva Rust Cohle, con quel suo fortissimo accento texano, nella prima indimenticabile stagione di True Detective, “time is a flat circle”. Il tempo è un cerchio piatto. Tutto è al suo interno, nulla esce, e tutto si ricrea ripartendo dall’origine, inclusi gli errori fatti destinati ad essere ripetuti.

In quel cerchio piatto è quindi chiuso pure, per forza di cose, il destino di True Detective.

La serie antologica è destinata a tornare alle sue origini, a quanto già vissuto, e noi spettatori costretti a rivedere quanto già visto. Ora, alla terza stagione, ci ritroviamo ancora di fronte un omicidio in una piccola cittadina americana dimenticata da Dio. Ad indagare, ancora, è un detective problematico e traumatizzato da esperienze passate. Ancora una volta, il caso sembra nascondere più misteri di quanto inizialmente appaia, e non abbandona mai il detective costretto a riviverlo e ricordarlo lungo tre archi temporali distinti, sempre interrogato da colleghi che cercano di fare luce su cosa è andato storto all’inizio dell’indagine.

Sì, True Detective è davvero tornato alle origini, letteralmente, con un caso, e soprattutto una struttura narrativa, che ricorda pedissequamente quella della prima stagione. Non è necessariamente un problema, sia chiaro, perché quella prima esperienza, seppur irripetibile adesso, è la strada da seguire come esempio. Molto più della inutilmente intricata e a tratti soporifera seconda stagione, che pare adesso totalmente cancellata dalla memoria collettiva.

Cancellata, in primis, dalla memoria del creatore della serie Nic Pizzolatto, il quale rivive ugualmente la propria esperienza in un cerchio piatto costretto a ripetersi. Come il nostro nuovo detective Wayne Hays cerca, nell’arco di storyline del 2015, di ricordare cosa è successo nel 1980, facendosi strada nei ricordi delle rivelazioni del 1990, adesso Pizzolatto, arrivato al suo terzo tentativo nella serie, cerca di ricordare cosa fece di buono nel primo tentativo facendosi strada tra gli errori del secondo tentativo.

Un gioco meta, forse involontario, ma che rende l’idea di quanto Pizzolatto sia True Detective, nel bene e nel male.

E qualcosa di male, indubbiamente, c’è in questo terzo capitolo. I chiarissimi rimandi alla prima stagione, inevitabilmente, rendono la vicenda poco originale. La visione, più che arricchirsi di interrogativi, si abbandona ad un costante senso di deja vu. Un già visto peraltro indebolito, poiché manca completamente la visione di Cary Fukunaga, che nella prima stagione aveva diretto tutti gli episodi celebrando il matrimonio perfetto con la scrittura di Pizzolatto. Le immagini soffocanti, la capacità di creare tensione, l’abilità nell’incedere nel mistero, tutto quello era l’approccio di Fukunaga e non lo abbiamo più ritrovato.

Ma, tra le cose buone, è altrettanto indubbio che anche questa terza stagione presenti un magnetismo non indifferente. Laddove manca l’originalità nella storia o nell’atmosfera, si sopperisce con l’esplorazione dei personaggi. Il detective interpretato da Mahershala Ali, seppur ancora solo abbozzato, è già un pozzo di empatia e malinconia puramente umana. La dignità che l’attore premio Oscar gli conferisce, soprattutto interpretandolo da anziano, trasmette tutto il peso emotivo di una figura traumatizzata e cresciuta con un accumulo di senso di colpa. Un ritratto molto complesso e multisfaccettato che il carisma di Alì è in grado di umanizzare, trasformando il suo stoicismo in autentica confusione emozionale.

Grazie a questa ottima interpretazione Pizzolatto può, dunque, proseguire sul suo vero percorso, nel suo vero intento. Anche stavolta, come nella prima stagione, il caso di cronaca ed i misteri apparentemente soprannaturali sono l’espediente per analizzare la crisi del machismo tipicamente americano, divenuto nel corso del tempo maschilismo tossico. Ora Pizzolatto è anche meno sfumato, citando esplicitamente due fatti che collegano, in un filo rosso immaginario, la sua idea: da un lato la guerra del Vietnam, che ha stuprato la coscienza collettiva di generazioni di maschi americani, dall’altro altro la morte di Steve McQueen, preso a simbolo di quel maschio tutto d’un pezzo sparito da decenni.

La costruzione del maschilismo tossico, di cui purtroppo tanto si parla ai giorni nostri, è ancora l’aspetto più interessante della serie. E anche la chiave di volta, in un certo senso, per capire pregi e difetti della serie stessa.

Pizzolatto, infatti, è talmente innamorato dei suoi temi da non essere in grado di svilupparne altri. Un limite quando ci troviamo davanti i personaggi femminili, come al solito di True Detective poco sviluppati. Ma un pregio quando la fascinazione esistenziale della scrittura diventa approccio filosofico per spiegare il male e leggerlo come vademecum dei problemi dei giorni nostri.

Insomma, anche quando True Detective sembra essere arrivato creativamente alla frutta, come adesso, rigirando spesso nei medesimi temi col medesimo tono, riesce comunque a farlo con estremo fascino e acuto interesse. Forse Pizzolatto sa scrivere e fare una cosa sola, ma almeno sa farla bene.

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Emanuele D’Aniello

Glass, nemmeno i supereroi sono più quelli di una volta

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Spesso e volentieri, anzi, quasi sempre quando si parla di “film d’autore”, è impossibile scindere il risultato di tali film dalla mente e dal percorso di chi li realizza. Addirittura per comprenderli veramente bisogna davvero conoscere chi li ha concepiti, altrimenti la visione sarà sempre monca, azzoppata nel suo significato.

Tutto ciò è ancora più vero quando si parla dei film di M. Night Shyamalan.

I registi, in ogni film che affrontano, in ogni genere che scelgono, riescono sempre ad inserire la propria poetica, la propria visione. Gira e rigira, i temi cari sono spesso i medesimi. Shyamalan, oltretutto, fa addirittura il passo successivo, ovvero inserire i propri film in una singola formula strutturale e narrativa, e poi declinarli a seconda di ciò che vuole raccontare. I suoi film, pertanto, si somigliano più o meno tutti, a differenziarli è l’idea e il peso emotivo che si portano dietro. Soprattutto quest’ultimo, a pensarci bene, perché Shyamalan è anche uno dei registi che più lascia trasparire quanto tenga ai propri film. Nel bene e nel male, a seconda dei casi.

Arrivati quindi adesso a Glass, di conseguenza, il peso delle premesse fatte schiaccia inevitabilmente tutto il resto. Perché come film Glass è ingiudicabile: non è un film vero, un film autonomo, non può esserlo. È, semmai, il diretto figlio del contesto in cui nasce, da qualsiasi angolatura lo si voglia guardare.

Il contesto è quello di un regista che è stato acclamato enfant prodige agli esordi, è stato successivamente deriso dalla critica e rimasto vittima di pessimi flop (alcuni molto meritati), e poi si è lentamente ricostruito una dignità artistica cercando di legittimarla, adesso, con un ritorno alle origini. Il contesto è anche quello di un mondo cinematografico contemporaneo nel quale i cinefumetti la fanno a padrone, gli spettatori ne intuiscono e conoscono ogni segreto e sono diventati il cinema commerciale per antonomasia. Inoltre, il contesto è anche quello dell’evoluzione artistica, in cui maturazione di un regista, le aspettative del pubblico e la saturazione dell’industria devono andare di pari passo per proporre novità oppure, se si vuol guardare al passato, rielaborare il già visto.

Pertanto,  se è vero tutto quanto detto finora, Glass non può che essere bollato come un fallimento sotto il profilo artistico e creativo.

Lo è in maniera ancora più roboante vedendo tutte le cose buone, interessanti e affascinanti che Glass, in realtà, aveva messo sul tavolo. Come l’idea di gettare dei supereroi nel realismo del nostro quotidiano, dando spiegazioni razionali alle loro gesta irrazionali. La decisione di decostruire il genere supereroistico, svelando e approfittando al tempo stesso della sua struttura e dei suoi tòpoi, non in maniera fine a se stessa, ma per ricostruire un nuovo universo privo dei riferimenti sicuri e delle basi preesistenti dei fumetti. L’ambizione di costruire ciò partendo da un film di quasi venti anni fa, Unbreakable, unendolo allo spirito più anarchico del recente successo Split.

Eppure, sono proprio le ambizioni a schiacciare le ottime intenzioni di Shyamalan. Il suo eccessivo e già sottolineato calore artistico che si scontra con la realtà delle esigenze cinematografiche.

Tutte le idee sono lasciate sulla carta, e sostituite da un fiume di parole che inondando lo spettatore, soprattutto nella prima ora, con una noia letargica. Come i protagonisti sono rinchiusi in un luogo chiuso, così il film stesso è chiuso in una struttura chiusa fatta di cliché e didascalie che azzerano l’azione e annullano lo stimolo d’interesse del pubblico. Nei film di Shyalaman quasi sempre tutto è nascosto, segreto, da capire prima che da scoprire. Qui in Glass, invece, tutto è chiaro, tutto è manifesto, tutto è visibile, tutto è detto, raccontato, spiegato, nella maniera più esaustiva e banale possibile. Non c’è tensione, l’elemento chiave dei primi del regista, perché tutto è esplicito.

E questi non sono nemmeno i difetti più grandi del film, per dire.

Perché un difetto ancora più evidente è la mancanza di originalità. Un peccato tremendo vedendo come il film cerchi, paradossalmente, di svelare la mancanza di originalità del genere che affronta. Eppure questo percorso decostruttivo lo hanno già seguito – in maniera altrettanto claudicante, a dirla tutta, ma con più incisività – Watchmen e la serie tv Heroes. Dal primo Glass ruba la psicologia delle vicende dei supereroi e la predestinazione dei loro comportamenti. Dal secondo invece ruba l’estetica più fumettosa, che attraverso colori, scenografie e costumi abbina un simbolo o un mood a personaggi e situazioni.

Ma col difetto più grande Glass ci convive in maniera intrinseca. Lo si ritrova nella sua concezione e nell’ambizione di Shyamalan di riaffermarsi nuovamente. Vincere pubblico e critica non cambiando, ma riproponendo le sue stesse armi che, quindi, non stanno più al passo coi tempi. Paradossalmente, stavolta è il regista a stare in una torre d’avorio dalla quale non si accorge che il genere che vuole decostruire in realtà, negli ultimi anni, è diventato meno schematico e più sperimentale di quanto voglia provare. Non si accorge che è il suo modo di fare cinema e narrare, semmai, ad essere stantio e pieno di cliché, con una fame del colpo di scena finale, anche laddove non ce ne sarebbe bisogno, che ormai è diventata autoparodia e ha tolto ogni senso di stupore allo spettatore. Oramai, vedendo un film di Shyamalan, tutti aspettano il plot twist che ribalta quanto visto, come fosse un’ovvietà.

È la schematicità, ripetitività e presunzione di intelligenza ad aver azzoppato il potenziale di Glass, che hanno finito per generare soltanto noia.

Il calore affettivo di Shyamalan qui si è trasferito dal film a se stesso, ad una inusitata per lui autoindulgenza. Ha perso di strada il successo di Unbreakable e Split: i personaggi. Qui il regista è innamorato dell’operazione cinematografica che prova a compiere, dell’ipotetica storia che prova a costruire, ed i personaggi sono solo pedine, strumenti narrativi mossi da fili artificiali, e non da emozioni da trasmettere.

L’Uomo di Vetro di Samuel L. Jackson qui diventa solo una macchietta. Le personalità interpretare da James McAvoy sono più un diversivo d’intrattenimento che non un qualcosa con un significato da esplorare. La tristezza del personaggio di Bruce Willis, che nell’atmosfera malinconica di Unbreakable deflagrava in tutta la tragicità della solitudine umana, qui è completamente assente.

I protagonisti, le loro azioni e il loro percorso, sono sacrificati sull’altare della costruzione di un ipotetico nuovo universo supereroistico al cinema. Pertanto, sacrificati sul bisogno del regista di avere una nuova affermazione che crei un suo futuro al cinema. Di conseguenza, Glass non è solo una grande occasione persa, quanto una grande delusione per chi ha amato i precedenti due film. Però nel trasportare i supereroi nella realtà, qualcosa è pienamente riuscito: la trasformazione di Shyamalan in un perfetto villain.

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Emanuele D’Aniello

Sulla soglia dell’eternità: il film su Van Gogh che lo narra a metà

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Il titolo del film su Van Gogh preannuncia già un po’ la banalità con cui è stata raccontata la sua vita.

Sulla soglia dell’eternità. Van Gogh non è “sulla soglia”, lui è eterno, come tutti i soggetti che ha rappresentato.

Ho visto diversi film su Van Gogh e questo mi ha molto delusa. Non mi aspettavo chissà che ed ero anche un po’ titubante sulla scelta di Willem Dafoe come interprete. L’attore, seppur bravissimo, è poco somigliante nella fisionomia a Van Gogh, senza contare che ha quasi il doppio degli anni che aveva il pittore quando è morto.

Sarebbe stato forse meglio prendere a recitare la parte qualcuno meno conosciuto e comunque bravo ma più somigliante. Chi è un grande appassionato del pittore avrà sicuramente pensato all’attore che lo interpretò in un episodio famoso e molto, molto commovente di Doctor Who.

Non è chiaro se l’intento del film fosse raccontarlo come lo vedevano le persone che lo hanno conosciuto e vissuto, cioè come un pazzo, un tipo strano, o se il regista sia ancora legato a questa visione obsoleta e superata di Van Gogh.

Ci sono alcuni momenti, e anche molte persone, fondamentali della vita del pittore, che sono stati trattati con enorme superficialità. Ad esempio il Dottor Gachet viene rappresentato come una persona qualunque di quelle ritratte da Vincent, non c’è neanche un accenno al fatto che lui sia stato la persona che si è preso cura del pittore negli ultimi anni di vita e al legame stretto che si era creato tra i due.

Per farla breve, non è un film che consiglierei sulla vita di Van Gogh.

Il “grande” braccano che ruota attorno a questo film è dovuto solo a Willem Dafoe, poiché è un grande e rinomato attore. Forse senza di lui, non sarebbe stato un film tanto chiacchierato.

Indubbiamente è stato bravo nell’interpretare Vincent Van Gogh, o almeno come ci si aspetterebbe che sarebbe stato: timido, introverso, impacciato e con degli scatti d’ira, dovuti alla sua malattia mentale. Inoltre i suoi occhi sono stati la cosa più somigliante al pittore, cioè grandi, azzurri e pieni di espressione.

Van Gogh poteva essere narrato molto meglio. Avrei preferito una visione della persona più completa, globale, e non parziale, legata soprattutto alla sua malattia e alla sua solitudine.

Van Gogh meritava una biografia cinematografica al pari dei suoi quadri: piena di mille colori, di toni scuri e chiari, di contrasti, di solitudine, di compagnia, di profondità, sensibilità e  di vita, nella sua accezione più intensa.

Ambra Martino

 

In occasione del Festival del cinema di Venezia, il nostro Emanuele Daniello aveva espresso un’opinione molto diversa. Leggi la sua recensione, se ti va!

Venezia 2018: At Eternity’s Gate, la tristezza di Van Gogh

Valentina Parisse torna con “Tutto Cambia” per la Universal Music Italia

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Valentina Parisse torna sulle scene col singolo Tutto Cambia per la Universal Music Italia.

Dopo l’esperienza canadese e la fondazione dell’etichetta discografica LAB (di cui ricorderete senza dubbio “Don’t stop”, il brano dei Fleetwood Mac, diventato colonna sonora dello spot Eni Gas e Luce dal 2012 al 2015), la cantautrice romana è pronta ad affrontare il nuovo anno col nuovo album preceduto dal singolo “Tutto Cambia”.

Ho intervistato Valentina poco prima di Natale per farmi raccontare la sua esperienza all’estero, le impressioni sul cantautorato italiano e internazionale, ma anche per avere uno sguardo femminile sul mondo della musica.

Come ha recentemente sottolineato il film A Star is Born, spesso le icone pop, specialmente se donne, vengono strumentalizzate dalle etichette e dai produttori, che preferiscono vendere un prodotto, un’immagine, piuttosto che assecondare la naturale predisposizione dell’artista.

Proprio per questo motivo ho deciso di chiedere a Valentina qualcosa in più sull’universo musicale pop. Il singolo Tutto Cambia è un inno a mettersi in gioco, ad accettarsi per come si è, quindi è stato facile chiedersi quanto sia riuscire in questa impresa non solo in ambito personale, ma soprattutto in ambito professionale e, nella fattispecie, nell’ambito dell’entertainment.

Per ascoltare il singolo: https://pld.lnk.to/TuttoCambia

L’intervista

 

Alessia Pizzi

“L’adorazione” di Paolo Veronese: analisi dell’opera

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È iniziato gennaio, le feste sono finite e la vita quotidiana torna a ricordarci impegni e buoni propositi per l’anno nuovo.

Se non siete ancora pronti per riprendere la routine pensate che anche i Re Magi, dopo essere giunti a piedi a quella famosa stalla di Betlemme, sono dovuti tornare indietro e rifarsi tutto il viaggio. L’ha dipinto anche Veronese!

La sola idea vi stanca? Non preoccupatevi! Ci pensiamo noi, come una stella cometa, a portarvi laggiù con un vero capolavoro…

L’infuso d’arte di oggi è “L’Adorazione dei Magi dipinto olio su tela di Paolo Veronese, realizzato tra il 1573 ed il 1575, e conservato a Vicenza nella chiesa di Santa Corona. L’opera, dalle enormi dimensioni, sarà esposta al Museo Diocesano Carlo Maria Martini di Milano fino al 20 gennaio.

Potete visionare il dipinto qui.

Il Veronese con la sua Adorazione ci ha consegnato uno dei più grandi esempi di pittura sacra al mondo incarnando in un’unica composizione i colori ed i valori del secondo rinascimento veneziano. Difatti, l’artista contestualizzò l’evento biblico nella contemporaneità di un ducato ricco e sfarzoso che vediamo rappresentato nelle bellissime vesti dei Re Magi, stoffe preziose e sete cangiate che rimandano direttamente all’attività del committente della pala, il ricco mercante di tessuti vicentino Marcantonio Cogollo.

Cosa accade nel dipinto?

I Tre Magi, dopo aver inseguito la stella cometa, sono finalmente giunti al cospetto della sacra famiglia per consegnare i propri doni al bambino appena nato. Al centro della scena vediamo i re, riccamente abbigliati di mantelli drappeggiati, rivolgere la propria devozione alla delicatissima Madonna con in braccio Gesù, simbolo di salvezza. Intorno a loro una corte di paggi e servitori, tutti elegantemente vestiti, trasformano l’evento sacro in una sfarzosa festa cinquecentesca cui tutti i personaggi partecipano con grande emozione.

Per diritto di anzianità, il re dai capelli bianchi è il primo a portare l’omaggio al bambino inginocchiandosi davanti a questa divina creatura, nata in una stalla a Betlemme, e baciandogli devotamente il piccolo piede. Vediamo Maria, bellissima e fiera, porgergli l’infante con uno sguardo che in tutta la sua dolcezza racchiude le più profonde emozioni ed una serena accettazione di essere stata scelta per un fatto straordinario. Al centro della scena il magio con il mantello rosso, perno dell’intera composizione, spalanca gli occhi abbagliato e sorpreso mentre il suo moro compagno, a sinistra s’inchina commosso al mistero.

Cosa ci fa entrare nel dipinto?

L’occhio dell’osservatore viene immediatamente attratto e soddisfatto dalla ricchezza e vivacità cromatica che sembra essere la vera protagonista del dipinto in un emozionante gioco di luci e colori. Veronese orchestrò perfettamente la composizione attraverso espedienti teatrali che colpiscono lo spettatore impedendogli di distogliere lo sguardo dalla scena dipinta.

Se seguiamo con lo sguardo la raffigurazione vediamo comparire tutti i protagonisti atteggiati in pose ed espressioni che contribuiscono a rendere la dinamicità dell’evento dove i sentimenti di devozione e commozione obbligano i personaggi a gesti sorpresi e sbalorditi.

L’oro, il rosso, il blu ed il bianco delle vesti dei re giunti da Oriente brillano sulla tela, non solo come autentici pezzi di bravura del grande maestro ma creando un suggestivo effetto scenografico che permette a chi osserva il dipinto di esserne rapito sentendosi parte integrante della scena.

Due parole sullo stile…

La maturità stilistica del Veronese emerge in ogni caratteristica di questo capolavoro dove a colpirci è la vastità, larghezza e ricchezza che è propria della sua arte. In questa sublime pala d’altare vediamo certamente il pittore attingere dalla grande tradizione veneziana, in particolare da Tiziano e dalla sua Pala Pesaro a Venezia. Tuttavia, notiamo che il disegno rimane centrale nell’esecuzione dell’opera, non abbandonandosi mai al completo tonalismo ma ricorrendo sempre all’uso di colori vivaci e luminosi.

Martina Patrizi

Amore, musica e vita celestiale di Mahler e Wagner a Santa Cecilia

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Nella musica vi è quasi sempre una costante: l’aspetto celestiale. Gustav Mahler e Richard Wagner, nel concerto della settimana passata all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, ce ne hanno data ampia prova

L’aspetto celestiale è una costante nella musica. Pitagora parlava di “musica delle sfere“. La musica è la più alta forma della sublimazione del divino e dell’anima umana. Due grandi come Richard Wagner e Gustav Mahler lo hanno capito ed espresso nelle proprie opere, e l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia lo ha confermato nei concerti del 10, 11 e 12 gennaio 2019, con la direzione di Daniele Gatti, chiamato a sostituire il previsto Yuri Temirkanov, rinunciatario per motivi personali.

Celestiale è l’aggettivo ideale per descrivere l’Idiliio di Sigfrido di Richard Wagner, un brano composto per celebrare il compleanno della seconda moglie Cosima. Sigfrido è il loro terzo figlio. Questo breve poema sinfonico, che propone alcuni temi musicali dell’Anello del Nibelungo, venne eseguito per la prima volta in forma privata sulle scale della Villa di Tribschen presso Lucerna (era conosciuto scherzosamente come Treppen-Musik, “musica per le scale“). Venne eseguito da un piccolo gruppo musicale (esattamente 13 musicisti) diretto da Wagner alle ore 07:30 della mattina del 25 dicembre per svegliare dolcemente la moglie.

La grande orchestrazione e l’esecuzione della nostra orchestra ha messo in luce l’aspetto intimo del brano, la sua delicatezza, molto differente dall’immagine stereotipata del Wagner magniloquente e dei suo grandi cicli operistici o  pagine monumentali come quella del Tannhäuser. I contrasti musicali delle varie sezioni di questo brano, composto in stile rapsodico, lo rendono un affresco sonoro di grande meraviglia e teatralità. Una sorta di Giudizio Universale michelangiolesco in musica. Wagner stesso disse un giorno a sua moglie che questa era la sua musica preferita.

La vita celestiale

Celestiale è anche la Sinfonia n.4 di Gustav Mahler, il cui soprannome “La vita celestiale” deriva dal lied Das himmlische Leben cantato nell’ultimo movimento dal soprano. La poesia è tratta dalla raccolta Des Knaben Wunderhorn (letteralmente “Il corno magico del fanciullo“), un ciclo di componimenti poetici curato da Clemens Brentano ed Achim von Arnim. Bruno Walter disse che questa sinfonia era “un anelito struggente di superare l’esistenza terrena“. L’orchestrazione è più leggera delle altre sinfonie di Gustav Mahler, senza tromboni, il basso tuba ed i raddoppi dei flauti. La musica sottolinea l’incombenza della morte. Nell’ultimo movimento, il testo e la voce del soprano (in questo caso la bravissima Rachel Harnisch) dà voce ad un’anima angelica che partecipa a danze di angeli e banchetti paradisiaci. Una musica, quella di Mahler, complicata e dolce allo stesso tempo.

Mahler Wagner

L’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia ha raggiunto livelli stratosferici, confermati da quest’esecuzione. Daniele Gatti conosce profondamente l’orchestra, essendo stato suo direttore stabile, ed ha saputo valorizzarne ogni aspetto con un gesto elegante ma partecipe allo stesso tempo.

La coppia Mahler Wagner vince sempre!!

(La recensione si riferisce al concerto del 12 gennaio 2019)

Marco Rossi

@marco_rossi88

(Foto di Musacchio, Ianniello & Pasqualini www.santacecilia.it prese dalla Pagina Facebook Accademia Nazionale di Santa Cecilia)

Io sono Mia, un film che arriva dritto al cuore

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Io sono Mia, con Serena Rossi e Maurizio Lastrico, entrerà a far parte della storia del cinema italiano.

Io sono Mia è un film da non perdere se amate la musica italiana, la grandissima artista Mia Martini, che ha fatto di tutte le sue interpretazioni un successo, ma soprattutto se amate emozionarvi. Catapultatevi subito al cinema.

Per tutti noi italiani, un regalo straordinario fatto dalla Nexo Digital, Rai Fiction, Eliseo Fiction e soprattutto dalla straordinaria interprete di questo film, Serena Rossi.

Un’interpretazione egregia, degna della grandiosa artista di cui veste i panni, interpretandone perfettamente anche l’anima, così nel profondo da arrivare dritta fino al cuore.

Mia Martini viene raccontata a tutto tondo, non solo per la sua bravura, indubbia, per la sua unica capacità di interpretare la musica con sentimento, come pochi oggi sanno fare, ma anche per omaggiare la sua essenza.

Il carattere di una donna così forte viene messo alla luce del giorno, “smascherando” un mondo dello spettacolo di cui pochi parlano. Viene raccontata la sua persecuzione, una caccia alla streghe, viene messo in risalto quanto le maldicenze, le credenze popolari, l’arroganza, la superficialità, la cattiveria, ma soprattutto l’ignoranza possano essere fatali.

L’ingiustizia in questo film sembra evidente.

Il film inizia dal Sanremo del 1989, quando Mia partecipò al Festival con la canzone “Almeno tu nell’universo”. Da qui, da un’intervista che concede a Sandra, una giornalista, prende il via la sua storia, dall’infanzia con i genitori e la sorella Loredana Berté, fino al successo. Per poi arrivare all’invidia e alle maldicenze e concludere col declino psicologico e la sofferenza.

Tanti gli artisti che entrano a far parte della scena: da un simpatico Califano a una divertentissima Loredana Berté (Dajana Roncione). Non figura l’amico di sempre Renato Zero, che ha preferito non essere rappresentato. Viene ricordato, però nel personaggio di Toni, un somigliante Daniele Mariani.

Un intenso interprete Maurizio Lastrico, che nel film è Andrea, il più grande amore della vita di Mia, un’intensa e bellissima illusione.

E mentre scrivo questo articolo, ascolto da tre giorni ormai, quello dell’anteprima, una delle sue canzoni, “Minuetto”, la mia preferita da sempre, dell’ unica, straordinaria, forte, coraggiosa, emozionante Mia Martini.

Potrete godere di questo strepitoso spettacolo solo per tre giorni al cinema: il 14, il 15 e il 16 gennaio. Dopo il festival di Sanremo andrà in onda in Rai in una miniserie di due puntate.

Grazie MIA, perché anche se sono passati 24 anni da quando te ne sei andata, sei ancora qui con noi, presente e pronta ad emozionarci.

Questa emozione che giunge ancora fino a noi, l’hai pagata con la vita. GRAZIE Mimì, per quello che ci hai lasciato, per essere rimasta sempre vera, come solo le vere Donne come te sanno fare.

Alessandra Santini

 

SCHEDA TECNICA:

DATA USCITA: 14 gennaio 2019
GENERE: Biografico, Musicale
ANNO: 2019
REGIA: Riccardo Donna
ATTORI: Serena Rossi, Lucia Mascino, Maurizio Lastrico, Antonio Gerardi, Nina Torresi, Daniele Mariani, Dajana Roncione, Gioia Spaziani, Duccio Camerini, Simone Gandolfo, Edoardo Pesce, Corrado Invernizzi
PAESE: Italia
DURATA: 100 Min
DISTRIBUZIONE: Nexo Digital, Rai

Viaggio nella casa museo della Guinness a Dublino

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Se fino ad oggi avete pensato che la Guinness fosse solo una birra dovete assolutamente ricredervi.

Nella sua patria natale la stout irlandese più famosa al mondo ha una casa museo proprio come James Joyce. Una visita allo storehouse, quindi, è quasi d’obbligo come quella presso la dimora dell’autore di Ulisse.

Come ogni museo che rispetti la casa della birra presenta tutte le fasi di produzione del Rubino Nero e consente allo spettatore di vedere ingredienti e macchinari coinvolti nella realizzazione della Guinness.

Protagonista indiscusso dello spazio, però, è lo shopping: visitando lo store scoprirete che esistono patatine alla birra, salse alla birra e persino cioccolata alla birra. All’inizio ero uno po’ scettica, ma in realtà il cibo è tutto squisito grazie al gusto di orzo maltato che contraddistingue la Guinness. Non mancano all’appello tantissimi accessori, dalle shopping bag (a soli 2€) agli apribottiglie. C’è anche tutta una sezione dedicata all’abbigliamento, sia maschile che femminile. Del resto il brand si è sempre fatto riconoscere per slogan e spot e questo l’ha reso ancora più famoso.

Insomma, Guinness is a state of mind.

Nel biglietto di ingresso è inclusa una birra gratis: a questo punto potrei dirvi che il ragazzo a cui ho chiesto informazioni per trovare la fabbrica ha affermato che, dato il costo del biglietto, la degustazione è il minimo. Viva la sincerità.

Effettivamente l’entrata costa ben 25 euro, che sono solo un terzo di quello che spenderete una volta entrati nella pinta gigante a sette piani.

L’unico avvertimento che mi sento di darvi prima di immergervi nel mondo della Guinness è che la stout che berrete è molto diversa da quella che sorseggiate in Italia. Ha un gusto molto più forte di caffè e resta molto più acquosa. Questo forse spiega il perché i dubliners riescano a berla a tutte le ore del giorno.

Lettura Consigliata per il Tour:

Breve storia dell’ubriachezza di Mark Forsyth, un libro tutto da bere

 

Alessia Pizzi

Il teatro che cura: Le Musichall in tour

Dal 10 al 20 gennaio il Teatro Vittoria ospita il più esilarante show di cabaret mai visto: Le Musichall in tour.

Le porte del teatro si chiudono alle spalle dello spettatore e dopo pochi istanti, ció che sorprende, è il desiderio di non voler più uscire.

Direttamente dal Musichall di Torino, teatro delle varietà, lo spettacolo ideato e realizzato da Arturo Brachetti giunge in capitale per un tour glorioso.

Non un semplice Musical ma Musichall, il luogo in cui Il sipario nasconde scenari inaspettati che consentono di viaggiare oltre il tempo.

In un’atmosfera simile a quella di un cabaret di Berlino negli anni ´30,  è possibile ritrovare un’isola felice dove ognuno diventa artista, poeta seduttore, circense e soubrette.

Paillettes e lustrini colorano la sala e introducono il pubblico nel magico mondo del teatro.

I padroni di casa dello show

Equilibristi, illusionisti, trasformisti, ballerine di can can, comici  e cantanti liriche strampalate sono solo alcuni dei protagonisti che, in vari sketch, si esibiranno sotto la  guida di uno sfrontato e divertentissimo Maestro di Cerimonie, interpretato da Diego Savastano.

Tra i fantastici artisti in scena il duo comico Le due e un Quarto (Silvia Laniado e Martina Soragna), l’illusionista Filiberto Selvi, il performer Peter Welters, il clown metropolitano Benjamin Delmas.  Simpatici ed ammalianti daranno vita ad uno show dissacrante, divertente, irriverente e scanzonato.

Ad accompagnarli un corpo di ballo sexy e spregiudicato ( Ilaria Anania, Arianna Capriotti, Valentina Lideo, Martina Mattei, Linda Valerio, Shinai Ventura, Jesus Bucarano e Francesco Gerbi ) sulle coreografie di Cristina Fraternale Garavalli.

Gli effetti collaterali di cui avete più bisogno

Se pensate che lo spettacolo vi terrà ancorati alla vostra poltrona, dimenticatelo. Non c’è posto per gli sbadigli.

Lo show proposto da Le Musichall in tour vi renderà parte di una realtà nuova, oltre i limiti dell’immaginabile. La vostra presunta timidezza non vi renderà credibili.

I piedi inizieranno a muoversi impazienti e le risate non si fermeranno facilmente.

L’effetto Musichall, dunque, sembra non avere antidoti e lasciarsi travolgere è l’unico modo affinché lo spettacolo raggiunga il suo obbiettivo.

Non esistono maschere né menzogne non svelate nel mondo del Musichall.

Le fake news, le falsità del mondo esterno, i suoi mille problemi e le ansie che vi appesantiscono il cuore  non avranno la meglio su di voi.

Al Musichall ciascuno può davvero essere ciò che è, nel bene e nel male.

Non chiedetevi come si faccia ad entrare dentro un palloncino o come un fazzoletto bianco possa fluttuare  nel vuoto senza sostegno o come si possa giocare con un hula hoop facendolo ruotare intorno al naso. È tutto parte dello show! Le spiegazioni sarebbero superflue e rovinerebbero il momento, togliendovi così l’espressione goliardica che vi sarete stampati in faccia.

La genialità di uno spettacolo “popolare”

Solo un genio come Arturo Brachetti poteva pensare ad un intrattenimento che avesse come obiettivo la divulgazione della leggerezza e il coinvolgimento del pubblico. Il Musichall è uno show fantasioso e dal carattere felliniano dove il teatro di strada e le più svariate arti performative si uniscono dando vita ad uno spettacolo popolore di alto livello.

Prendete posto dunque e godetevi 90 minuti di libertà e spensieratezza.

Consigli per l’uso? Abbondate e utilizzate il Musichall posizionandolo in quelle aree della vostra persona più doloranti.

Per i tristi spunterà il sole, gli anziani giocheranno come dei fanciullini e il mal di cuore diventerà solo un lontano ricordo.

La medicina più efficace: il teatro

Musichall è un spettacolo che ci ricorda  quanto il potere del teatro sia miracoloso e quanto tutto sia li per una ragione. Le luci, i costumi, il trucco, il sipario, gli artisti, la musica fanno parte di quel mondo apparentemente illusorio che , tuttavia, è capace di tener vivi i nostri sogni.

Se un giorno dunque doveste scegliere un luogo dove fuggire lontano dalle preoccupazioni, allora non siate banali, le isole deserte sono già tutte prese.

Ricordatevi di Le Musichall in tour, entrate a teatro, chiudete la porta e, preferibilmente, buttate via la chiave.

Note: Nessun animale in laboratorio è stato maltrattato. È scientificamente provato che il teatro e l’arte in generale migliorino la qualità della vita. Medicinale acquistabile senza prescrizione medica. Tenere vicino alla portata di tutti!

Maria Grazia Berretta

 

Terre in Movimento. Una mostra fotografica per non dimenticare

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Terre in Movimento è la mostra fotografica promossa dalla Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio delle Marche con il MAXXI, nel quadro delle attività del MiBACT per le aree terremotate.

La nostra terra sembra non voler smettere di ballare. Viene da poco inaugurata l’esposizione presso la chiesa San Gregorio Illuminato di Ancona, che di lì a poco la terra sarebbe tornata a tremare, anche se altrove. Il terremoto in Sicilia ha riacceso un dibattito che, purtroppo, tende ad affievolirsi una volta che le luci della ribalta hanno trovato un nuovo soggetto.

Il terremoto dell’Aquila, dell’Emilia, di Amatrice (e subito dopo quello che ha buttato giù l’entroterra umbro-marchigiano), quello di Ischia, il l’ultimo in Sicilia e poi chissà quanti altri ancora. La nostra bella Italia galleggia su una terra instabile che, solo negli ultimi 10 anni, ha piegato intere aree.

La mostra Terre in Movimento si pone l’obiettivo, a distanza di due anni dal sisma, di riportare l’attenzione sulle terre umbro-marchigiane.

La memoria deve essere costantemente esercitata affinché una distrazione non la allontani dal ricordo di eventi recentemente avvenuti. Eventi che, (pensiamo anche solo al recente terremoto in Sicilia), lasciano conseguenze segnanti nella vita dei sopravvissuti.

Sopravvivere ad un terremoto di quelle dimensioni e con quelle conseguenze, vuol dire poi dover fare i conti con una realtà cruda.

A volte la perdita di ogni cosa, si affianca l’assenza delle istituzioni le quali, superati i momenti di rappresentanza, lasciano queste terre a se stesse.

Le immagini e i video degli artisti Olivo Barbieri, Paola De PietriPetra Noordkam raccontano i luoghi e gli oggetti dell’entroterra umbro-marchigiano. Raccontano una terra che ha vissuto un suo giorno del giudizio. Anzi ne ha vissuti ben tre: 26 agosto, 26 e 30 ottobre.

Suggestiva e toccante è la proiezione dei video di Petra Noordkam. Gli oggetti della quotidianità rimasti intatti e sopravvissuti al terremoto, sono appesi in mezzo alle macerie, in un silenzio che, nella sua potenza, assordisce lo spettatore.

Nei beni culturali e nelle abitazioni private si contrappongono la geometria delle impalcature di sostegno alle macerie. L’ordine delle strutture di sostegno, geometriche ed armoniche, paradossalmente segnalano l’instabilità e, allo stesso tempo, la propria inamovibile condizione. Geometria e caos che insieme tengono ancora in piedi quanto di umano è stato creato.

Terre in movimento è un’iniziativa significativa per il territorio, ma non solo. È campanello che consente di tenere aperti cassetti della memoria che altrimenti rischieremmo di chiudere con un’egoistica superficialità. Usciamo da questa piccola ma importante esposizione con la consapevolezza di non poter dimenticare. Di non dover dimenticare.

Serena Vissani