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Grease il Musical, parte il tour estivo per rinfrescare le “sere d’estate”

Tutti pazzi per la GREASEMANIA! Il cult del 1978, con John Travolta e Olivia Newton-John, non è mai stato così attuale ed è uno dei più amati anche dalle nuove generazioni, emblema senza tempo della gioventù, della spensieratezza, e del ricordo di quelle indimenticabili “sere d’estate”.

Il film, per il 40° anniversario, torna in edizione restaurata in Dvd, Blu-ray e 4K Ultra Hd con Universal Pictures Home Entertainment Italia, ed è stato celebrato a Cannes con una proiezione speciale sulla spiaggia presentata da dallo stesso regista e da John Travolta, interprete di un ruolo minore nel musical, prima di indossare il giubbotto di Danny Zuko nella celebre pellicola.

In Italia, il musical di Jim Jacobs e Warren Casey, prodotto da Compagnia della Rancia con la regia di Saverio Marconi, in più di 20 anni di repliche, è un fenomeno che si conferma a ogni replica, più di 1.750 per oltre 1.750.000 spettatori a teatro. Una festa travolgente, dal ritmo crescente e dall’energia esplosiva e contagiosa, che dal 1997 accende le platee italiane, e ha dato il via alla musical-mania trasformandosi in un vero e proprio fenomeno di costume “pop”, un cult intergenerazionale.

Dopo una lunga serie di entusiasmanti “tutto esaurito” nella passata stagione, GREASE IL MUSICAL sarà in scena a grande richiesta anche con il tour estate 2018 dal 20 luglio al 18 agosto e nella stagione 2018/2019, partendo dal Teatro della Luna di Milano dall’8 novembre (Tutte le tappe sul sito ufficiale grease.musical.it).

GREASE, con la sua colonna sonora elettrizzante da Summer Nights a You’re the One That I Want e le coreografie irresistibili, piene di ritmo ed energia, ha fatto innamorare (e ballare) intere generazioni, ed è stato capace di divenire fenomeno pop, sempre più vivo nella nostra estetica quotidiana, con personaggi diventati vere e proprie icone generazionali che tratteggiano il tema quanto mai attuale tra il sapersi accettare e il volersi mostrare diversi da quello che si è: un gruppo coinvolgente, capitanato da Danny Zuko (Giulio Corso), il leader dei T-Birds, innamorato di Sandy (Lucia Blanco), la ragazza acqua e sapone come Sandra Dee e Doris Day, che arriva a Rydell e, per riconquistare Danny dopo un flirt estivo, si trasforma diventando sexy e irresistibile. Insieme a loro, l’esplosivo Kenickie (Gianluca Sticotti nel tour estivo / Riccardo Sinisi nel tour invernale), la ribelle e spigolosa Rizzo (Eleonora Lombardo), i T-Birds, le Pink Ladies, gli studenti dell’high school più celebre e un particolarissimo “angelo” (Nick Casciaro).

New entry nel cast nel ruolo di un Danny Zuko affascinante, divertente, irresistibile, sarà dunque GIULIO CORSO.

grease musical 2018

Diplomato presso l’“Accademia Nazionale di Arte Drammatica Silvio D’Amico”, ha esordito al cinema con “Walking on Sunshine”; baritono, protagonista maschile accanto a Lorella Cuccarini di “Rapunzel il musical” (vincitore nel 2016 del Premio Persefone come Migliore Attore Emergente), in tv con il docufilm su Paolo Borsellino “Adesso tocca a me”, “Squadra antimafia 5”, “Francesco” (regia di Liliana Cavani), “Il Commissario Montalbano”, “The Arrangement” e “Rocco Chinnici” (regia di Michele Soavi) e al cinema con “Soledad” della regista argentina Agustina Macri.

In 20 anni di successi strabilianti in Italia, GREASE IL MUSICAL si è trasformato in una macchina da applausi, cambiando il modo di vivere l’esperienza di andare a teatro. Oggi è una magia coloratissima e luminosa che si ripete ogni sera, una festa da condividere con amici e famiglie, senza riuscire a restare fermi sulle poltrone ma scatenarsi a ballare: un inno all’amicizia, agli amori indimenticabili e assoluti dell’adolescenza, oltre che a un’epoca – gli anni ’50 – che oggi come allora rappresentano il simbolo di un mondo spensierato e di una fiducia incrollabile nel futuro. Si vedono tra il pubblico scatenarsi insieme almeno tre generazioni, ognuna innamorata di GREASE per un motivo differente: la nostalgia del mondo perfetto degli anni Cinquanta, i ricordi legati al film e alle indimenticabili canzoni, l’immedesimazione in una storia d’amore senza tempo, in cui ci si nascondeva tra ciuffi ribelli modellati con la brillantina e giubbotti di pelle per giocare a fare i duri e conquistare ragazze romantiche con gonne a ruota dai colori pastello.

 

ESTATE 2018

20 LUGLIO 2018 MAROSTICA (VI)- Marostica Summer Festival

22 LUGLIO 2018 PECCIOLI (PI)- Rassegna 11 Lune

3 AGOSTO 2018 FORTE DEI MARMI (LU) – Villa Bertelli

9 AGOSTO 2018 PORTO RECANATI (MC) – Arena Gigli

11 AGOSTO 2018 MAJANO (UD) – Festival di Majano

15 AGOSTO 2018 FOLLONICA (GR)Follonica Summer Festival

18 AGOSTO 2018 SANTA MARGHERITA DI PULA (CA) – ForteArena

STAGIONE 2018/2019

Dall’8 NOVEMBRE al 2 DICEMBRE 2018 MILANO– Teatro della Luna

8-9 DICEMBRE 2018 FERRARA – Teatro Nuovo

15-16 DICEMBRE 2018 PADOVA  – Gran Teatro Geox

31 DICEMBRE 2018 BRESCIA  – Gran Teatro Morato

25-27 GENNAIO 2019 LUGANO – LAC Lugano Arte e Cultura

2 FEBBRAIO 2019 MONTECATINI (PT) – Nuovo Teatro Verdi

Per tutte le info e il calendario aggiornato www.grease.musical.it 

La stagione della poesia per Ilaria Palomba e la sua “Mancanza”

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Con Mancanza, la sua silloge per le edizioni Augh, Ilaria Palomba compie felicemente il suo ingresso nella parola poetica con la classe che la contraddistingue. Una raccolta matura, malgrado la giovane età dell’autrice.

Ogni talento letterario ha assaporato il passo grave della mancanza, fino ad attraversare gli anni di piombo della crescita umana e artistica. Ilaria Palomba traghetta sé stessa dall’esperienza del romanzo a quella della poesia, compiendo un percorso inverso da quello di molti scrittori.

Ci si imbatte in un personaggio squisitamente autentico, ingenuo, dalla carnalità inconsapevole e feroce che non prova risentimento.

Questa caratteristica è rara nel panorama odierno che critica la complessità pur non conoscendo altro modo di compiere l’esperienza. Ilaria Palomba è una degna erede dei travagli del Novecento; una scrittrice di colta provenienza che mette a disposizione del suo talento una interiorità difficile da contenere, in una condizione di eterna borderline.

Lo fa con una saggezza composta, paziente, abituata com’è a gestire un mondo enorme rispetto alla sua fisicità, con i mezzi intellettuali che coltiva come unica risorsa al mal de vivre.

La Palomba guida la parola fino al suo compimento della sua funzione, non esagera con i virtuosismi inutili, artificiosi; non si spinge verso sterili provocazioni, distruzioni di massa, cannibalismo sessuale.

La sua mancanza è la fame atavica dopo ogni pasto, quel margine tra il gesto e la felicità che non potrà essere colmato da niente e da nessuno.

mancanza

Lo spleen, il retrogusto del costante abbandono non chiede la risoluzione del conflitto perché teme il limbo più dell’inverno stesso.

La poetica di Ilaria Palomba è tagliata perfettamente a misura del suo senso di realtà e la percezione che se ne ricava è di un’opera corposa, di un suono scuro ma armonico, accordato a mestiere. Antonio Veneziani è incisivo nella sua prefazione e sancisce la sorellanza della Palomba con le voci inquiete della Poesia mondiale come Anne Sexton, la Pozzi, la Guidacci e le altre, tutte quelle che hanno rotto il patto con il conformismo di facciata, che sono uscite dal nido caldo della propria esistenza per sperimentare i propri confini.

Lo fa, come ho già detto, senza rivendicazioni o pretese di risarcimento ma con una sorta di delicatezza e di garbo che conduce il lettore di poesia nella zona franca dove risiede l’oscura malinconia della Mancanza. Il suo è l’occhio di Redon che sovrasta l’esperienza umana, solcando cieli in grande solitudine.

C’è chi potrà sollevare obiezioni sulla discontinuità tra lo stile “urbano” dei romanzi e la dimensione aulica delle poesie; credo profondamente nel pensiero articolato dell’autrice e nel suo desiderio di attribuire a livelli diversi di percezione peculiarità specifiche di rappresentazione.

Non ci è dato di sapere se questo intermezzo poetico rappresenti per la Palomba un’incursione felice nella sua carriera letteraria o l’inizio di una nuova consapevolezza; ci auguriamo di leggerla ancora in questa veste che emoziona e convince.

Ilaria Palomba ha pubblicato: I buchi neri divorano le stelle (Arduino Sacco Editore 2011) con il quale ha vinto il secondo premio nella XIV edizione del Premio Nazionale Osservatorio; Fatti male (Gaffi Editore, 2012) tradotto in tedesco dalla casa editrice Aufbau-verlag con il titolo Tu dir weh (marzo 2013); Violentati (ErosCultura, 2013); Il corsetto (Lite Editions, 2013); Io sono un’opera d’arte (Edizioni Dal Sud, 2014); Homo homini virus (Meridiano Zero, 2015); Streghe postmoderne (AlterEgo, 2016); Una volta l’estate (Meridiano Zero, 2016); Disturbi di luminosità (Gaffi, 2018).

Antonella Rizzo

100 anni di Madiba: storia di una lunga lotta contro la segregazione razziale

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Premio Nobel per la Pace, avvocato, politico, attivista per i diritti civili e il più importante leader sudafricano, Nelson Mandela ha combattuto la segregazione razziale dei neri e ha aperto la strada alla democrazia.

In occasione del centenario della nascita ripercorriamo brevemente la sua storia per riscoprire il suo pensiero e la lezione umana che ci ha lasciato in eredità.

La vita

Nelson Rolihlahla Mandela nasce il 18 luglio 1918 a Mvezi, un piccolo villaggio nel sudest del Sudafrica. Figlio di un capo della tribù Thembu, studia legge e si laurea in giurisprudenza. Nel 1944 entra attivamente a far parte della vita politica contribuendo alla nascita dell’ANC (African National Congress) con il quale organizzerà scioperi, manifestazioni e campagne di disobbedienza civile contro l’Apartheid con l’obiettivo di porre fine alla segregazione della popolazione di colore.

La lunga prigionia

Arrestato più volte, il 12 giugno 1964 viene accusato di aver cospirato per ribaltare il governo con la forza. All’età di 46 anni viene condannato all’ergastolo.

Rinchiuso in carcere, vi resterà fino al 1990: 27 lunghissimi anni.La prigione non debilitò il suo spirito; continuò a guidare la lotta contro la segregazione anche dal carcere divenendo il simbolo della lotta contro il razzismo e della resistenza. Gli anni di reclusione nel carcere di massima sicurezza non misero però a tacere la voce di Mandela. Egli continuava a gridare NO alle ingiustizie e ai soprusi mediante la propria resistenza dolorosa.

Nelson, nel corso della sua prigionia, attirò su di sé un’attenzione pubblica molto forte. Cominciarono, da ogni parte del mondo, mobilitazioni per la sua liberazione. Fedele ai propri ideali, rifiuterà anche un patteggiamento offertogli dal presidente Botha. Non avrebbe conosciuto la libertà fin quando quella libertà non fosse stata condivisa con il suo popolo.

Lungo cammino verso la libertà

La liberazione arriverà solo nel febbraio del 1990, quando diventerà presidente dell’ANC. Nel 1993 gli sarà conferito il premio Nobel per la pace per aver svolto un ruolo decisivo nello smantellamento del sistema di segregazione razziale nel suo paese. Nel 1994 si tennero le prime elezioni libere, aperte a tutti i cittadini, neri compresi. Mandela fu eletto Presidente della Repubblica del Sudafrica.

In qualità di Presidente lavorerà soprattutto alla pace e alla riconciliazione, all’insegna dell’ascolto e del perdono, spezzando la spirale della violenza. Al termine del mandato, nel 1999, Mandela si ritirerò a vita privata proseguendo il suo impegno sociale attraverso il sostegno alle organizzazioni per i diritti civili e umani. Morì nel 2013, all’età di 95 anni, lasciando un grande vuoto.

Cosa rappresenta Madiba oggi?

Mandela è il simbolo di una lotta che non si è arresa: una lotta all’oppressione e alle discriminazioni, alle sopraffazioni, alle umiliazioni.

È il sogno di una società libera. È la vittoria dell’uguaglianza e della libertà sull’oppressione.

È la storia di un uomo che ha vissuto sulla propria pelle il significato di oppressione. Un uomo che ha cambiato la storia.

Mandela fu tutto questo. Ricordiamolo!

 

Ilaria Marchetti

Il Roma Jazz Festival ospita Oddisee & Good Compny

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Il 14 luglio si è esibito sul palco del Parterre Oddisee accompagnato dalla sua Good Compny, ospiti del Roma Jazz Festival 2018!

Sono diverse le location che quest’anno ospitano il Roma Jazz Festival 2018 e il Parterre Farnesina Social Garden si rivela elegante e suggestivo, soprattutto se a fare da protagonista della serata è Oddisee. Il rapper afroamericano classe ’85 torna in Italia portando nella capitale l’ultimo lavoro The Iceberg, pubblicato nel 2017. La particolarità di Oddisee è il mix di stili col quale compone le sue canzoni, rap ma con una forte influenza soul, funk e jazz. È proprio la sperimentazione tra i vari generi musicali che lo ha fatto apprezzare nella scena rap “di nicchia”.

A ispirare i testi di Oddisee sono invece vari elementi, la cultura afroamericana in primis. Già da diverse interviste rilasciate è possibile capire il forte sentimento che lega il musicista di Washington alle sue origini africane e agli artisti che più ne hanno portato avanti i valori, uno fra i tanti, il grande Fela Kuti. The Iceberg, l’ultimo album di Oddisee è un intreccio tra temi politici, razziali, religiosi e suggestioni sul denaro, sul sesso ecc. Impossibile quindi non trovare in una delle sue canzoni qualcosa che non ci tocchi nel profondo.

Di fronte poco più di un centinaio di persone va in scena presso il Parterre uno show fenomenale, tanto intenso quanto intimo. Non servono transenne, il pubblico sta a pochi centimetri dal palco e l’atmosfera è magica. Inizia così una breve jam session introduttiva della Good Compny che anticipa l’entrata in scena di Oddisee.

 

La scaletta della serata comprende le canzoni dell’ultimo album come “Hold It Back”, “Digging Deep” e l’immancabile “Like Really”, per la quale il pubblico è invitato a interagire cantando il ritornello. A non mancare sono anche le hit più classiche come “After Thoughts” e la più amata “That’s Love”, tratta da The Good Fight del 2015. Ad intermezzare sono poi sono delle stupende session strumentali della Good Compny.

La serata va avanti in maniera energica e sul palco la band da vita ad uno spettacolo energico fatto di balli, vocalizzi improvvisati e tante risate. A chiudere il concerto in bellezza è “Rights and Wrongs”.

L’esperienza Oddisee & Good Compny si è rivelata una vera perla del Roma Jazz Festival 2018 che continuerà ancora fino al 5 agosto, non ci resta quindi che darci appuntamento per il prossimo live!

Gianclaudio Celia

@Gian_Celia

Foto: @CulturaMente

Mike Sponza presenta il suo nuovo album: Made in the Sixties

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 Il bluesman italiano Mike Sponza apre la promozione del suo nuovo lavoro artistico presso il Mondadori Megastore di Milano.

La presentazione comincerà alle ore 18:30 ad ingresso libero, tutti potranno ascoltare dal vivo i nuovi brani che Mike Sponza suonerà durante l’appuntamento.

L’album si chiama ‘Made in the Sixties’, un omaggio di Mike Sponza al modo di vivere degli anni Sessanta, dei Sixties appunto.

L’ultimo lavoro di Mike Sponza è stato già rilasciato presso i principali distributori sia come album fisico che in forma digitale.

 L’album è già disponibile sia come CD sia come vinile, sarà inoltre disponibile su Spotify e le altre principali piattaforme di streaming e download digitali.

 Mike Sponza sarà accompagnato da due membri della sua  band: Roberto Maffioli al basso e Moreno Buttinar alla batteria.

Tuttavia per chi non fosse in grado di poter presenziare alla presentazione di lunedì sarà comunque possibile ascoltare e vedere Mike Sponza ed i suoi collaboratori nel videoclip promozionale rilasciato in occasione del lancio dell’album, che potete vedere tutti qui.

Mike Sponza

Di seguito riportiamo anche una dichiarazione dello stesso Mike Sponza in merito a questo suo ultimo lavoro, il quale presenta così il suo ultimo lavoro artistico:

Un album dedicato agli anni ’60, una decade per me molto affascinante sotto molti profili e su cui c’è molto da dire; è anche il periodo in cui sono nato, e da un po’ di tempo pensavo di realizzare un disco su quel decennio. 10 canzoni. Una per ogni anno. 10 storie ispirate da eventi, fatti, persone, culture, idee, che si intrecciano per guardare gli anni 60 in una duplice prospettiva: il lato glamour e swinging da un lato, il lato buio e problematico dall’altro“.

E ancora: “10 anni controversi che hanno cambiato la cultura giovanile per sempre. Il tutto filtrato con linguaggi musicali diversi, dal rock al latin, dal pop all’acustico, dal soul al rock’n’roll. Nel 2014 il mio album ERGO SUM è stato prodotto agli Abbey Road Studios da Rob Cass, produttore della scena rock blues inglese e braccio destro di Giles Martin ad Abbey Road”

“Ad inizio 2017, Rob mi propose di produrre anche il mio nuovo progetto discografico. Nasce quindi la collaborazione con Pete Brown – uno dei maggiori autori rock inglesi, attivo dai primi anni ’60, ma soprattutto l’uomo dietro i principali successi dei Cream (ha scritto White Room, Sunshine Of Your Love, I Feel Free, Theme From An Imaginary Western…). A dare un tocco grafico importante, ci ha pensato Romeo Toffanetti – illustratore di fama (Nathan Never), che in 8 tavole è riuscito a rappresentare perfettamente il contenuto delle canzoni”.

Antonio Di Meglio

Giorgio De Chirico e la Neometafisica, Osimo omaggia un grande pittore

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A Osimo una mostra curata da Vittorio Sgarbi celebra Giorgio De Chirico con una rassegna tutta da vedere. Dipinti, sculture, fotografie, disegni per ripercorrere la carriera del pittore nativo di Volo.

Lo scorso 1 giugno nelle sale di Palazzo Campana a Osimo (AN) è stata inaugurata la mostra “Giorgio De Chirico e la Neometafisica”.
Curata da Vittorio Sgarbi questa rassegna, che si chiuderà il 4 novembre, ripercorre gli ultimi dieci anni, ma non solo, dell’attività artistica di uno dei più grandi pittori del secolo scorso: Giorgio De Chirico.

Il pittore, nativo di Volo (Grecia), oramai ottantenne sperimentò «nuove declinazioni creative, rielaborando i soggetti rappresentati lungo tutto il suo percorso artistico.»
Quei soggetti che De Chirico aveva realizzato, trovarono una nuova forma, colori più accesi, una veste pittorica più suggestiva, elementi che catturano inevitabilmente, l’attenzione degli osservatori, anche di quelli meno avvezzi al suo stile.
Nella Neometafisica lo spleen che abitualmente accompagna De Chirico, definendo i suoi celebri personaggi e spazi metafisici, lascia il posto al buon umore e a una sottile ironia.
I soggetti dei dipinti di questa nuova fase artistica sono alla fine sempre gli stessi; i celebri manichini, le piazze ampie e deserte, i famosi gladiatori ma inseriti in un contesto cromatico più lieto, decisamente empatico.

Le quinte di questi personaggi sono quindi meno drammatiche e malinconiche, con un accenno misterico meno evidente.

Proprio i gladiatori, uno dei soggetti più familiari per De Chirico, in questa fase neometafisica «acquistano all’interno della scatola-stanza le fattezze e le movenze di leggiadri ballerini.»
Emblematico è Il Ritorno al castello, del 1969, che rappresenta un punto di partenza di questa nuova e felicissima fase artistica di De Chirico.

In quest’opera un anonimo cavaliere «metonimica rappresentazione delle ombre dell’Ade, ritorna al castello avito illuminato da una lucente luna gialla.»

La mostra, ospitata in Palazzo Campana (celebre liceo dove studiarono Leone XII, Pio VIII o Aurelio Saffi), non ripercorre solamente gli ultimi anni della lunga e articolata carriera di De Chirico ma anche quelli precedenti.
Fra i dipinti esposti non mancano capolavori quali Bagnanti sopra una spiaggia del 1934, (opera in cui è ritratta Isabella Far seconda moglie del pittore); ma anche il celebre Autoritratto del 1957, l’enigmatico Triangolo metafisico (con guanto) del 1958 o il magnifico Le Muse inquietanti del 1950.

Una rassegna che esalta il genio di un artista unico nel suo genere che rifuggiva da ogni forma di inquadramento stilistico.

«Nessuno, in nessun momento, mi può costringere a dipingere in una maniera o nell’altra. Non esiste nessuna legge in proposito, continuerò a fare ciò che voglio, senza obblighi in assoluta libertà.»

Nella mostra emerge anche il particolare rapporto fra De Chirico e la Grecia, dove il pittore nacque e visse diciassette anni, diviso fra la natia Volo, in Tessaglia, e la capitale Atene.

La classicità nutrì De Chirico fin dalla nascita, non abbandonandolo mai.

Le leggende greche innervarono la sua formazione, riemergendo attraverso la metafora dell’arte che declinò in tutte le sue più svariate forme.
Emblematici i suoi celebri “archeologi” che «prendono forma da fattezze antropomorfe e che, a differenza dei loro cugini metafisici, imitano un dialogo misterioso attraverso arti umanizzati o in un abbraccio rivelatore di un risveglio dei sensi.»

Non solo dipinti ma anche disegni, sculture e fotografie che rendono un meritato tributo proprio nell’anno in cui ricorre il quarantennale della scomparsa del pittore che morì a Roma, il 20 novembre 1978


Una mostra davvero imperdibile che permette di avvicinarsi a un artista decisamente geniale.

 

Maurizio Carvigno

“Due donne tahitiane con germogli di mango” di Gaugin: analisi

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Siamo nel pieno dell’estate, ma non tutti ancora hanno avuto la fortuna di farsi una bella vacanza coccolati dalla brezza marina. Se il vostro sogno per quest’anno è quello di immergervi in un paradiso terrestre allora lasciatevi ispirare dai colori caldi e avvolgenti di Paul Gauguin: direzione Tahiti.

Questa volta noi di Infusi d’Arte vi proponiamo un vero e proprio invito al viaggio, alla ricerca di un’oasi dove conciliare se stessi con una terra arcaica ed incantevole persa in mezzo al Pacifico, lontana dalle incombenze quotidiane e dallo stress cittadino. State già controllando i biglietti?

L’Infuso d’arte di oggi è “Due donne tahitiane con germogli di mango” realizzato dal pittore francese, tra i massimi interpreti del post-impressionismo, nel 1899 e conservato al Metropolitan Museum of Art di New York. Il dipinto fa parte di una serie di opere dedicate da Gauguin a quest’isola paradisiaca e primitiva, dove essere e sentirsi finalmente liberi.

Potete visionare il quadro qui.

Cosa vediamo nel dipinto?

L’artista ritrae qui due bellissime donne tahitiane, entrambe in piedi e semi nude, possiamo ammirare infatti i seni sensualmente scoperti dalla leggera veste e la delicatissima pelle color ebano illuminata totalmente dal sole.

La giovane a sinistra sta sostenendo con le braccia un cesto contenente dei fiori di mango con la mano splendidamente messa in risalto in primo piano dall’artista. Le ragazze indossano semplici abiti che le ricoprono parzialmente, uno viola e l’altro azzurro, portano degli orecchini dorati, mentre i capelli neri, lisci e vellutati sono sciolti lungo le spalle.

Le protagoniste sono donne “selvagge” inserite in un’ambientazione senza uno sfondo definito, due tahitiane silenziose, immerse nei suoni e nei colori di una natura paradisiaca che ha catturato il cuore dell’artista. Allo sguardo di Gauguin esse si presentano in una nudità naturale e priva di pudori, in armonia con uno stile di vita semplice e privo di condizioni.

Cosa ci fa entrare nel quadro?

Lo sguardo delle due donne è intenso e profondo, cattura l’osservatore che si perde alla ricerca del messaggio che queste ragazze sembrano voler comunicare con i loro occhi scuri. Le due affascinanti protagoniste diventano il simbolo del meraviglioso mondo che Gauguin ha incontrato in Polinesia rappresentato attraverso le sue forme ed i suoi colori portando lo spettatore a perdersi nel contesto del paradiso oceanico.

L’artista ci rivela Tahiti attraverso le sue bellissime abitanti, una natura esotica ed incontaminata dove è possibile essere liberi divenendo l’esatto contrario del mondo occidentale che il pittore aveva infatti deciso di lasciare con una critica consapevolezza.

Due parole sullo stile…

Le figure sono definite da Gauguin con una spessa linea di contorno che rende la figura massiccia, robusta e perfettamente dominante lo spazio circostante. Tuttavia la posizione dei due corpi e la relazione tra le figure, che sembrano tra loro interconnesse, rivela un senso di intima armonia creando un’atmosfera di serenità e tranquillità che coinvolge lo stesso osservatore.

Gauguin utilizza colori caldi e avvolgenti stesi sulla tela con delle pennellate dense che siano in grado di tramettere le sensazioni e le sfumature psicologiche degli abitanti di questo sperduto paradiso terrestre.

Anche per oggi il nostro infuso è finito, speriamo di avervi ispirato abbastanza da abbandonare tutto e trasferirvi in Polinesia. Se non ne siete ancora convinti potrebbe aiutarvi a sopportare il caldo cittadino un’altra nostra piccola pillola dedicata all’estate a questo link. Ci vediamo tra due settimane!

Martina Patrizi

Downton Abbey film e lo scoop è servito

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Downton Abbey film prende vita, due giorni addietro confermate l’inizio delle riprese.

Proprio il mese scorso avevamo parlato dei rumors che si susseguivano sulla possibilità che Downton Abbey avesse un sequel e divenisse film.

Ed è recentissima difatti la notizia che il film si farà.

I canali social hanno confermato quanto si desiderava da anni.

Dopo tre anni di attesa le vicende della nobile famiglia Crawley continueranno a coinvolgerci.

Cosa aspettarsi dunque del passaggio dal piccolo al grande schermo?

Sono molte le aspettative.

C’è anche chi ironizza sulla durata del film, visto la lunghezza delle singole puntate della seguita serie televisiva.

Ma qualche certezza è già stata sancita.

Le riprese cominceranno quest’estate ha confermato la Focus Features.

La Focus Features è lo studio cinematografico statunitense, divisione della Universal Pictures, che si occuperà di dar vita all’atteso Downton Abbey film.

Confermati gli attori che hanno reso celebre i volti “downstairs e upstairs” di Downton Abbey.

La sceneggiatura sarà curata da Julian Fellowes. A firmare la regia sarà Brian Percival. Già regista di Downton Abbey  ma divenuto celebre sul grande schermo per il film Storia di una ladra di libri.

L’uscita nelle sale è prevista per il prossimo anno.

Alessia Aleo

L’ipocrisia italiana contro i “barbari francesi” che deturpano la fontana di Campo de’ Fiori

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Non bastava che tutti odiassero la Francia prima che vincesse i Mondiali 2018. Non bastavano le immagini sui Social Networks a palesare il comune sentimento filocroato.

Oggi in Italia c’è un motivo in più per storcere il naso visto che la fontana di Campo de’ Fiori si è trasformata nel palco dei festeggiamenti francesi.

calcio mondiali 2018Una sorta di revival di quel che fecero gli hooligans olandesi alla fontana di Bernini in Piazza di Spagna. Certo, la fontana in questione forse non è paragonabile al gioiello berniniano, essendo una copia moderna della cinquecentesca fontana della Terrina, che a questo punto siamo lieti sia stata spostata a piazza della Chiesa Nuova oltre un secolo fa.

Con queste aspre parole Il Messaggero diffonde la notizia:

Si arrampicano sulla vasca ottocentesca, conquistano l’anello più alto, aprono le braccia, aria di sfida. C’è la sbornia del trionfo e il ghigno da conquistatori, della Coppa del Mondo, certo, ma anche di un monumento di Roma che per diversi minuti diventa il bottino dei nuovi «barbari» in gita, come li chiama Vittorio Sgarbi.

Sempre Vittorio Sgarbi parla di inciviltà, addirittura scomoda il Sacco di Roma come paragone. In questo come nel precedente caso mi dico che i nostri fratelli europei vivono a pochi chilometri da noi e dovrebbero quindi avere una certa sensibilità per il patrimonio storico. Non sono come le americane in shorts che pretendono di entrare nelle Cripte dei Cappuccini a cosce di fuori perché non hanno la minima concezione della mentalità con cui si stanno relazionando.

Il rispetto dovrebbe essere aprioristico, naturalmente, ma si può chiudere un occhio di fronte allo spirito naive generato dalla non conoscenza di alcune tradizioni. In questo caso, però, non ci aspettavamo di vedere gli oranghitanghi francesi battersi il petto su una delle nostre fontane.

E risulta strano lo stupore, visto che Campo de’ Fiori è da sempre protagonista di atti vandalici, non di certo solo per opera degli stranieri. Per citare un esempio – anche se la vittoria italiana dei Mondiali è ormai un ricordo annebbiato – nel 2006 i nostri tifosi furono cacciati dalla piazza e raggiunsero Piazza del Popolo, dove i carabinieri si trovarono a dover sedare il lancio di bottiglie, sampietrini e bombe carta.

Poca civiltà, vandalismo, nessun rispetto per la nostra cultura. Ma se noi siamo i primi a non mostrare cura verso ciò che è nostro, perché dovrebbe venire spontaneo agli altri di farlo? Se gli italiani non sfregiano i monumenti degli altri Paesi (ma sfregiano i propri) è perché sanno autoregolarsi, come afferma Sgarbi o perché nelle altre Nazioni se provi a fare una cosa del genere finisci male?

In Italia al massimo ti fanno la predica sui giornali il giorno dopo (anche se la Codacons sta provando a scuotere le acque con un esposto in procura contro i responsabili e contro le forze dell’ordine in servizio a Campo de’ Fiori).

La verità è che siamo un popolo di ipocriti. Barbari francesi sfregiano la fontana: “Impronte di scarpe, bottiglie rotte, bicchieri e tanti altri ‘segnali’ della ‘sbronza mondiale’ hanno lasciato il segno sull’effige di Giordano Bruno” riporta Livesicilia.it. Ma perché gli italiani in Italia si comportano meglio di solito dopo un concerto o una manifestazione?

Non mi risulta.

La morale della favola ce la insegna la fontana della Terrina, quella originale: sapete perché ora ha un coperchio sopra? Perché quando stava a Campo de’ Fiori veniva utilizzata come pattumiera durante il mercato. AMA DIO E NON FALLIRE. FA DEL BENE E LASSA DIRE incise lo scultore alla base del pomello. Non ci resta che dire le preghierine e andare in pace.

Alessia Pizzi

fontana della terrina

Tutte le meraviglie di Villa d’Este a Tivoli

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Non lontano da Roma, vi è una cittadina che per le sue straordinarie ville è tutta scoprire: Tivoli.

Per gli appassionati della Roma antica, meta ideale è Villa Adriana, costruita dall’imperatore da cui prende il nome nel II secolo d.C., mentre per gli amanti dell’arte rinascimentale tappa imperdibile è Villa d’Este, importante sito UNESCO dal 2001. Lo stupore nel visitarla sarà continuo perché la villa si presenta come una residenza suburbana di lusso, affacciata su uno degli esempi più belli di giardino “diffuso”, arricchito da fontane e giochi d’acqua trionfali!

Tutto ebbe inizio nel Cinquecento, quando il cardinale Ippolito d’Este – figlio di Lucrezia Borgia e Alfonso I – ricevette in regalo da papa Giulio III, i territori di Tivoli. Il cardinale, ben felice di governare su un territorio così salutare e ricco di reperti antichi, avrebbe però dovuto abitare all’interno di un vecchio convento annesso alla Chiesa di Santa Maria Maggiore, ben poca cosa per chi come lui era abituato a lusso e sfarzo! Decise così, sul sito chiamato Valle Gaudente, di iniziare la costruzione della sua villa, affidando il progetto al celebre architetto Pirro Ligorio.

Le alterne vicende politiche e personali del cardinale fecero sì che la costruzione si protrasse per molti anni, tanto che Ippolito poté godere della sua bellezza in realtà solo pochi mesi, morendo poco dopo la fine dei lavori nel 1572.

I suoi discendenti non mancarono di apporre modifiche, aggiunte e sistemazioni all’iniziale complesso e tra le più importanti vanno menzionate la Fontana del Bicchierone – così chiamata perché costituita da due calici dentellati sovrapposti e sorretti da una conchiglia – realizzata nel Seicento da Gian Lorenzo Bernini e la cascata della Fontana dell’Organo, così chiamata per il portentoso meccanismo ad acqua presente al suo interno che fa udire il suono di un organo.


La residenza presenta una serie continua di stanze e saloni, disposti su due piani e affacciati sui terrazzamenti del giardino, decorati con stucchi ed affreschi da un gruppo di artisti diretti da Livio Agresti da Forlì.

Tra le sale più importanti vi sono il Salone della Fontana utilizzato per ricevere gli ospiti che giungevano dal sottostante giardino e per le riunioni conviviali con poeti, letterati e musici; la Sala di Ercole interamente dedicata alle imprese dell’eroe greco e ancora la Cappella privata del cardinale, posta a conclusione del suo appartamento, opera di Federico Zuccari.

Ciò che però forse cattura maggiormente l’attenzione è il grandioso giardino che circonda la villa e che come un vero locus amenus, è costellato da numerose fontane di ogni forma e dimensione che, con i loro giochi d’acqua, rendono davvero unico il parco.

Questo testimonia inoltre la ricchezza d’acqua della zona e l’accuratezza ingegneristica delle realizzazioni, ma anche l’amore per questi divertenti giochi scenici.

Oltre alle fontane già citate, meritano una menzione le Cento Fontane che fiancheggiano un lungo viale, i cui cento zampilli sono disposti su due file sovrapposte di mascheroni antropomorfi, mentre sovrastano il canale più alto, zampilli generati e alternati da sculture di gigli, obelischi, navicelle ed aquile estensi; a sinistra di questo viale, la Fontana dell’Ovato, così chiamata per la sua forma ad esedra ovale, composta da una grande vasca dove sono raccolte le acque, definita per la sua bellezza, la “regina delle fontane”; e ancora la Rometta, con al centro la raffigurazione della dea Roma in trono insieme ad altre sculture che sono un chiaro riferimento alla Capitale: una nave romana, la Lupa, Romolo e Remo, anche se molte altre decorazioni sono purtroppo andate perdute negli anni.

Al tempo degli Este all’interno del parco vi erano anche numerose sculture e statue preziose poste a coronamento dei viali e degli slarghi, andate purtroppo perdute nei lunghi anni di abbandono della villa, dopo essere divenute proprietà agli Asburgo. Solo a partire dall’Ottocento e soprattutto nel corso del secolo scorso, quando la residenza divenne proprietà statale, si intrapresero importanti e numerosi interventi di restauro per riportare all’antico splendore l’intera Villa, rendendola di fatto uno dei musei più belli di tutta Italia!

Autore: L’Asino d’Oro Associazione Culturale

The Handmaid’s Tale 2×12/2×13, occhio per occhio

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Arrivati alla conclusione di questa 2° stagione, finalmente ho capito tutto.

Sì, ho avuto quasi un’illuminazione sulla via di Damasco vedendo la chiusura di The Handmaid’s Tale. Chiusura si fa per dire, poiché tornerà per una terza stagione già certa. E, vedendo i premi o altro, chissà per quanti altri anni tornerà. Ma come tornerà? Perché in questa seconda stagione i problemi sono stati tanti, i difetti onnipresenti, il ritmo calato, i punti interrogativi innumerevoli, le scene bizzarre continue.

Almeno stavolta, appunto, ho capito tutto. Ho capito perché June e Serena prima si odiano, poi sembrano alleate, poi tornano ad odiarsi improvvisamente e nel finale, ancora, sembrano tornare sulla stessa lunghezza d’onda. Ho capito perché il colpo di scena di metà stagione, un attentato, invece di cambiare gli equilibri della serie ha avuto zero effetti sulla narrazione generale. E ancora, ho capito perché la serie fa un passo avanti e due indietro, ad iniziare col personaggio di Emily. Infine, già che ci siamo, ho capito pure perché June prova a scappare due volte e alla terza occasione, la migliore, decide lei stessa di non scappare.

La risposta è più basilare  di quanto pensassi. Semplicemente, The Handmaid’s Tale non ha più senso.

Fuori dal guscio protettivo del romanzo di Margaret Atwood, spina dorsale narrativa e tematica della prima stagione, la serie ha perso la bussola. Gli autori si sono come immobilizzati: da un lato titubanti sull’andare avanti, consapevoli di avere chissà quante stagioni ancora per raccontare una storia già arrivata evidentemente agli sgoccioli; dall’altro lato, realmente incapaci di capire come andare avanti con una storia da continuare e creare ogni volta ex novo.

Il problema di fondo, forse, è che The Handmaid’s Tale ci presenta una storia limitata. Il suo nocciolo va bene per una miniserie, andare avanti per anni è davvero dura. Soprattutto se la prima stagione è stata, sotto quasi ogni aspetto, un impressionante apice qualitativo difficilmente ripetibile. Il rischio è quello di perdere il contatto col materiale che si ha. Allora si compiono scelte insensate, come quella di June, o Serena.

Se costruisci un linea narrativa sull’ipotesi di fuga, e lo strazio di un personaggio sulla perdita di una figlia, non ha senso che adesso la tua protagonista quando può fuggire non lo faccia, e scelga di abbandonare consapevolmente una seconda figlia. Oltretutto, salutandoci come fosse un rivoluzionario, o Rambo. Se costruisci Serena come un mostro, o quantomeno come complice di altri mostri, non ha alcun senso che lei si interessi a migliorare la condizione della donna in Gilead. Vi ricordate che a Gilead le donne non hanno proprio una condizione? Non hanno diritti? Perché dovremmo sperare migliori la situazione, il che vorrebbe dire comunque lasciare intatto il regime oscurantista, e non sperare Gilead venga direttamente distrutta?

Non è tanto una vera crisi di qualità il problema. Infatti, The Handmaid’s Tale rimane una delle serie tv meglio recitate e meglio realizzate dell’intero panorama attuale. La preoccupazione, semmai, è che la serie stia attraversando una seria crisi d’identità.

Cosa è, e cosa vuole essere, The Handmaid’s Tale? Lo scorso anno, la sua grandissima fortuna fu quella di anticipare i movimenti femminili adesso in auge, diventandone un vero simbolo. In poche parole sembrava, anche vedendo la situazione politica globale, una serie spaventosamente profetica. Tutto in maniera piuttosto inconsapevole, appunto. Ora che quel vento invece lo conosce, e vorrebbe provare ad approfittarne, ha tirato fuori tutta l’inconsistenza di un prodotto di finzione. In pratica, se lo scorso anno puntava al disagio, all’orrore come monito per lo spettatore, quest’anno ha virato sui momenti cool, su un’ironia quasi grottesca e perciò spesso fuori posto, sul piegarsi ai tempi invece di plasmarli.

Un finale che non solo lascia l’amaro in bocca, ma diventa frustrazione vedendo l’andamento dell’intera stagione. E col pensiero all’anno prima, ancora peggio. Ma la speranza – la serie ci vuol dire che un po’ di speranza c’è ancora, e allora facciamola nostra – è che il ritorno il prossimo anno sia degno dell’incredibile materiale tematico e attoriale a disposizione.

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Emanuele D’Aniello

Caffè Vergnano, l’azienda italiana con oltre 130 anni di storia

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Caffè Vergnano è una storica torrefazione italiana con alle spalle oltre 130 anni di storia partiti da una piccola bottega a conduzione familiare fondata alle pendici delle colline torinesi, precisamente nella cittadina di Chieri.

La drogheria nacque per volontà di Domenico Vergnano e fu merito del suo spirito imprenditoriale se, oggi, Caffè Vergnano è un brand conosciuto e venduto in tutto il mondo.

Caffè Vergnano, nata nel 1882, è la più antica torrefazione italiana: un successo straordinario che, partito da Chieri, si espanse attraverso l’apertura di due ulteriori magazzini, ad Alba e a Torino e che, negli anni, si estese in Italia e nel mondo. Un respiro internazionale che cominciò concretamente a partire dagli anni Trenta, quando l’azienda acquistò una fattoria produttrice di caffè in Kenya, un investimento davvero importante.

Complice il vento della pubblicità americana che ormai sfiorava il Vecchio Continente, gli anni Cinquanta videro la nascita del primo logo di Caffè Vergnano.  Negli anni Settanta Franco e Carlo Vergnano raccolsero l’eredità di famiglia e, sotto la loro guida, la crescita dell’azienda di famiglia fu notevole: l’acquisizione nel 1986 di Casa del Caffè aprì il mondo dei bar e quindi dell’HORECA (la sigla che indica Hotellerie-Restaurant-Café, ossia il settore dell’industria alberghiera). Dieci anni più tardi Caffè Vergnano aprì le sue porte anche verso il mercato estero.

Una crescita inarrestabile, risultato di una filosofia unica e speciale che permette alla torrefazione piemontese di coniugare la tradizione del passato con la voglia di affrontare in maniera positiva le novità del futuro. Una storia fatta di scelte che hanno sempre contraddistinto l’azienda sul mercato italiano e internazionale: offrire prodotti di qualità in linea con le richieste più esigenti del mercato è la sfida quotidiana di Caffè Vergnano.

Caffè Vergnano al passo con i tempi

È proprio grazie alla filosofia di essere un passo avanti a tutti gli altri che Caffè Vergnano ha dato vita ad alcuni dei suoi prodotti più esclusivi, le capsule compostabili, capsule caffè totalmente riciclabili e biodegradabili. Le capsule compostabili sono compatibili sia con le macchine da caffè a marchio Nespresso che con le macchine caffè Èspresso1882. Prodotte con una plastica speciale che può essere totalmente trasformata in compost, queste capsule possono essere gettate nel sacchetto dell’umido senza il bisogno di separare il caffè dall’involucro esterno: la capsula è stata infatti creata per venire incontro ai problemi nati in seguito all’espansione dell’uso delle macchinette con funzionamento a capsula.

Da prodotti non riciclabili si passa quindi a prodotti organici totalmente biodegradabili che, considerando i consumi in costante crescita, portano a uno scarto di oltre 12 mila tonnellate di capsule nella sola Italia. Con le capsule compostabili Caffè Vergnano lancia la sua sfida green, in totale rispetto dell’ambiente e delle tematiche ad esso collegate. Una sfida che si affianca a Cold Brew, caffè freddo contenuto in bottiglia di vetro ideale per rinfrescare la calda estate dei veri amanti del caffè.

La bevanda Cold Brew viene ottenuta tramite l’infusione del caffè con acqua ghiacciata, un processo che richiede oltre 20 ore per giungere all’ottenimento di un prodotto degno della qualità che da sempre segna la storia della società di torrefazione più antica d’Italia.

Caffè Vergnano, i numeri di una grande torrefazione

La qualità assoluta dei prodotti Caffè Vergnano è ottenuta grazie agli importanti risultati raggiunti dovuti a una crescita costante nel tempo che aperto la strada a numerosi consensi in campo internazionale. Caffè Vergnano, infatti, oltre che sul mercato italiano, si posiziona in maniera notevole sul mercato internazionale: l’azienda è presente in ben 19 paesi, con oltre 130 locali sparsi per il mondo, mentre con i settori HORECA e GDO i numeri si ampliano, toccando la cifra di 80 paesi.

Una presenza favorita dalla fortunata collaborazione con Eataly che, attraverso una fruttuosa attività di co-branding, ha spinto Caffè Vergnano verso il successo in importanti città come New York, Chicago, Los Angeles, San Paolo, Seoul, Tokyo oltre a Roma, Milano, Istanbul e Mosca. Una serie di locali prestigiosi con arredi di eco-design e legati dal filo comune della sostenibilità ambientale, tema che Caffè Vergnano ha reso proprio grazie al successo delle capsule compostabili.

Ancora una volta Go Wine saluta l’estate degustando Vino Moscato

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Uno dei vitigni Italiani più diffusi, anche quest’anno protagonista del Moscato Wine Festival in Tour che l’associazione porta in giro per l’Italia.

Nella sala Veneto dell’Hotel Savoy, ormai casa romana di Go Wine, è andata in scena la degustazione dedicata al vino moscato, proposta di nuovo al pubblico romano vista la positiva risposta delle precedenti edizioni.  Quello con il vitigno è un rapporto che Go Wine  ha ormai consolidato nel tempo.

Una lunga storia quella tra Go Wine e il Moscato.

Un feeling da cui nasce il Moscato Wine Festival in Tour, giunto alla sua diciottesima edizione con tappe estive in diverse città italiane. L’iniziativa molto apprezzata dagli appassionati, ha lo scopo e il merito di diffondere la conoscenza della varietà di sfumature che questo vitigno è in grado di sviluppare.

Nell’ampelografia italiana figura storicamente come uno dei vitigni più radicati, in grado di integrarsi alle diverse condizioni pedoclimatiche interpretando il territorio. La tradizione lo vuole come originario della Grecia e con loro arrivato nel belpaese. Successivamente il commercio sul territorio da parte dei veneziani ne avrebbe aumentato la diffusione, insieme ad altri vitigni che anche oggi si trovano in diverse regioni o che sono evoluti in altre varietà.

Tante etichette per differenti stili di vinificazione.

Di fatto è presente da nord a sud e la degustazione di Go Wine ha permesso ancora una volta, di compiere un percorso tra più di sessanta etichette di vini moscato provenienti da tutta l’Italia.  Non solo presenti nelle diverse varietà, quali moscato bianco e giallo, oppure quello rosa tipico del Trentino Alto Adige e del Friuli Venezia Giulia, ma anche nei differenti stili di vinificazione.

Quando si dice Vino Moscato però, l’associazione mentale più comune conduce subito ad Asti. Sono infatti i vignaioli della provincia piemontese che si sono dedicati con più energia alla valorizzazione di questo vitigno, puntando sulla qualità che è andata migliorandosi negli anni. A riprova di questo, la batteria del Moscato d’Asti era la più nutrita con tante bottiglie capaci di esprimere la loro delicata personalità individuale.

La grande rappresentanza del Moscato d’Asti.

Tra questi le Aziende Bera, Ca’ Du Sindic con il Vigna Moncucco 2017, Francone con Poderi Gallina 2017, Marenco con Scrapona 2017. Poi ancora Terrenostre con Spatuss 2017 e Tenuta il Falchetto, con Tenuta del Fant 2017. Dalla stessa provincia così come da altre regioni, anche diverse versione di moscato secco. Vini che però faticano a “farsi belli” vicino a quelli ottenuti dai metodi di vinificazione più tradizionali. risultando comunque molto interessanti in alcuni casi.

Ad esempio con il Puglia Igt Dammisole 2017 di D’Alfonso del Sordo o il Micol, Moscato di Siracusa di Fausta Mansio. Ma anche con il moscato giallo secco di Casa della Divina Provvidenza dalla provincia di Latina. Terrirorio del Lazio dove comunque anche in passato, il moscato vinificato in questo modo ha dato grandi soddisfazioni.

Il sud si distingue per le versioni dolci.

Per quanto riguarda le versioni dolci la mappa del territorio si amplia e cambia decisamente, regalando perle di vino moscato sparse in tutto il territorio nazionale. Stavolta è Il sud, con il calore del suo clima particolarmente favorevole a questa tipologia, che catalizza il palato degli appassionati. Da sud a nord lo splendido Heritage di Francesco Intorcia & Figli di Marsala e, sullo stesso piano, la coppia di Siracusani Fausta Mansio con il Moscato 2014 e Gaetano Blundo con il Silenòs 2016.

Risalendo su per lo stivale il Moscato di Trani Piani della Tufara 2016 di Rivera e, il passito Plasir di Zaccagnini dalle Colline Pescaresi. L’ottimo Moscadello di Montalcino Pascena 2013 di Col D’Orcia e il Dindarello passito 2017 dell’Azienda Vicentina Maculan, un classico della degustazione in dolce.

Poi chiusura decisamente a nord, con il Moscato Rosa Athesis 2013 di Kettmeir in provincia di Bolzano. Un elenco di menzioni che inevitabilmente farà torto a qualcuno, ma che ha solamente l’intento di invitare un pubblico sempre più ampio, ad approfondire un vitigno che può regalare grandi sorprese. In ogni territorio e per ogni vinificazione.

Bruno Fulco

Marco Francini. Echos volume 2 e il racconto dell’anima dei luoghi

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Forse se ne sentiva il bisogno, forse questa sarà solo l’opinione di chi scrive, ma se ne sentiva il bisogno di un disco che non fosse solo una sequenza di copia e incolla con Intro, Verse e Chorus messi lì perché sì.

Questo è assolutamente quello che ha fatto Marco Francini.
Con il suo nuovo album ‘Echos 2’ Marco Francini decide di raccontare delle storie ma non come un novello bardo o cantastorie di sorta, lui cerca invece di richiamare alla memoria l’anima di posti di importanza storica tramite gli echi appunto del loro passato.

La Piscina Mirabilis e altri posti meravigliosi – e romantici con il loro aspetto decaduto sotto i colpi del tempo – nell’area dei Campi Flegrei diventano la sala di registrazione perfetta in cui vengono catturati anche gli echi naturali del posto, gestiti perfettamente dalla band di Marco Francini.

Le traacce del disco sono 8 e raccontano tutte la stessa storia e storie diverse allo stesso tempo, tra i vari brani c’è un filo logico – quello naturale o naturalistico a voler essere precisi e quello ‘religioso’ per così dire – nei brani di Marco Francini non si sente una voce cantante ma una voce narrante che ora riprende questa ora quella suggestione del passato dei luoghi in questione.

Nel corso del disco si possono udire inni a divinità come Eros, il dio greco dell’amore, o brani tratti dalle opere latine di Giordano Bruno, filosofo strettamente legato alla natura con le sue idee sulla identità tra dio e natura.

“Sempre alla ricerca dell’oggetto amato, senza mai riuscire a raggiungerlo” diceva il grande filosofo Platone a proposito di Eros, un dio figlio della Povertà (non riusciva mai ad ottenere l’oggetto del suo amore) e dell’Espediente, che creava di continuo nella sua ricerca, questa è la suggestione che lasciano i brani di Marco Francini, una serie di immagini riportate alla mente dell’ascoltatore ma senza che questi riesca mai a carpirle del tutto e in maniera limpida.

Oltre alle immagini che vengono alla mente sempre sfocate ci sono altre suggestioni notevoli nel disco di Marco Francini, un esempio è l’uso già citato che si fa dei luoghi, lo sfruttamento di ogni conformazione di questi ultimi per ottenerne il miglior responso sonoro possibile.

Marco Francini

A seguire abbiamo l’utilizzo di strumenti che richiamano i luoghi narrati da Marco Francini stesso, conchiglie e percussioni su tutti.

Il risultato è per usare le parole dello stesso Marco Francini, una musica che attinge alle tecniche degli impressionisti francesi, in sostanza: Marco Francini va a fondo nei luoghi che racconta ma lascia all’ascoltatore l’impressione, un’immagine sfocata ma comprensiva di tutto.

Come già detto in apertura di questo articolo, nel suo disco Marco Francini non si attiene agli schemi tipici della canzone pop(ular) o di altri generi musicali più o meno ‘aulici’, come regole formali restano l’interplay e conseguenti armonie, melodie e ritmi che nascono senza contenitori formali prestabiliti tra i vari partecipanti al disco, che – e lo ricordiamo – è il frutto di una totale improvvisazione dei partecipanti, basata su canovacci di riferimento ideati da Marco Francini.

L’invito ad ascoltare il disco mi sembra d’obbligo, ma voglio aggiungere un motivo, che il lettore potrà condividere o meno, cioè che l’effetto del disco in sé, ascoltato anche nelle semplici cuffie dello smartphone, è notevole, espressivo ed assicurato, insomma: Marco Francini merita un ascolto, da fare con profondità e rispetto del lavoro certosino fatto dietro le quinte del disco.

Antonio Di Meglio

Il ritratto di una donna contro gli stereotipi in Daniel Deronda di George Eliot

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L’ultimo romanzo dell’autrice: condizione femminile e antisemitismo al centro della lettura critica di George Eliot della società vittoriana

Scavare dentro il pregiudizio, raccontarlo e poi alla fine distruggerlo: George Eliot in “Daniel Deronda“, tornato recentemente in libreria edito da Fazi Editore usa il romanzo e i suo personaggi per denunciare l’ipocrisia dell’epoca vittoriana. E’ l’ultimo romanzo scritto da George Eliot, e l’autrice, come in una specie di testamento letterario, si affida a due protagonisti complessi e da un’umanità straordinaria per parlare di libertà delle donne e dell’opprimente educazione religiosa, due temi che ha affrontato spesso nelle sue opere. Mettendo anche il dito nell’assurdità dell’antisemitismo.

Gwendolen Harleth, la spregiudicata protagonista

È una donna spregiudicata e coraggiosa la Gwendolen Harleth protagonista del romanzo: gioca con i corteggiatori, fugge dal matrimonio. Le nozze per lei possono solo significare la rinuncia alla propria realizzazione personale e si prende gioco di chi vede nel matrimonio l’unico mezzo di riscatto. Non riuscirà però a sfuggire dalle convenzioni e alla fine dovrà cedere e sposarsi, per mantenere la propria posizione sociale. Ma lo farà combattuta tra infelicità e sensi di colpa.

Daniel Deronda, un uomo alla ricerca della sua identità

Daniel Deronda, l’altro protagonista del romanzo, ha un carattere molto diverso: è un uomo mite e allegro, figlio illegittimo di un ricco signore. Non sa cosa fare della sua vita, nonostante non gli manchino prospettive interessanti. Sarà l’incontro con Mirah, una giovane e sola ragazza ebrea, a cambiare la sua vita. Aiutando la ragazza a ritrovare la sua famiglia, si troverà immerso anche nella ricerca della propria. Si mette alla ricerca di sua madre e scoprirà di essere ebreo, in un’Europa dove l’antisemitismo sta già covando.

Questi due personaggi si incontrano, a volte intrecciano le loro vite, ma seguono il corso della propria vita autonomamente. Ma non indifferenti. L’incontro tra queste due personalità così differenti, cambierà entrambi, li renderà entrambi persone migliori. Ed è forse proprio questo il messaggio che alla fine vuole lanciare George Eliot.

George Eliot, una donna fuori dagli schemi

Mary Anne Evans, questo era il vero nome di George Eliot, era una donna che aveva coraggio da vendere. Nella sua vita cercò sempre di combattere contro la misoginia che imperava nell’epoca vittoriana. Si innamorò da George Henry Lewes e visse con lui praticamente in una situazione di concubinaggio: era infatti sposato, impegnato in un matrimonio “aperto”. Quando iniziò a scrivere lo fece con lo pseudonimo maschile di George Eliot, e questa è rimasta per sempre. Voleva essere letta, voleva che le sue storie raggiungessero il pubblico e sapeva che sarebbero state valutate diversamente se si fosse saputo che erano scritte da una donna. Una donna che nella sua vita ha scritto un capolavoro come “Middlemarch“, molto apprezzata da Virginia Woolf. Cresciuta con una rigida educazione religiosa, George Eliot ha sempre cercato di vivere la sua vita alla ricerca della felicità, andando oltre le convenzioni. Una spinta alla libertà che molte volte l’ha messa in crisi e molti dei suoi personaggi raccontano proprio questo.

Le sue doti letterarie, ritenute straordinarie anche dai suoi contemporanei, non furono sufficienti a far dimenticare la scandalosa relazione con Lewes. Alla sua morte non fu sepolta cimitero di Highgate, a Londra nell’area riservata ai dissidenti religiosi.

Silvia Gambi

Torna su Netflix “Orange is the New Black”. Ecco il trailer

Siete in crisi perché The Handmaid’s Tale sta per finire? Siete alla ricerca di una serie tv da gustare durante le vacanze? Netflix è pronto a farvi felici con  questo fantastico e attesissimo ritorno.

Le signore di Litchfield sono tornate, questa volta hanno una volontà di ferro e niente da perdere. Nel carcere di massima sicurezza le amicizie saranno messe alla prova e si formeranno nuove alleanze. Le detenute resteranno unite o finiranno per rivoltarsi le une contro le altre?

La sesta stagione di Orange Orange Is The New Black torna su Netflix da venerdì 27 luglio 2018. Ecco il trailer di lancio!

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È una serie tv tutta al femminile che si concentra anche su questioni razziali, religiose e sociali.

Antitude, l’evento dei giovani liberi e ribelli

Quando si dice l’unione fa la forza!

Ebbene sì!

Perché il lavoro in sinergia dei ragazzi usciti dal Polimoda di Firenze, la prima scuola italiana di Fashion design, ha creato un vero e proprio show. Antitude è il nome del collettivo. Nasce dall’incontro di “Anti”, come accezione positiva dell’uscire dai binari seguendo i propri sogni e “Attitudine”. Dopo le molteplici fatiche del percorso accademico, i trentatre giovani designer di strada ne hanno fatta. In poco tempo organizzano un evento autofinanziato e autoprodotto in risposta alle imposizioni del sistema moda. Un sistema ormai obsoleto, che non lascia più spazio alla libertà creativa. Un sistema che si aggiorna sulle severe leggi del mercato, imposte da un marketing sempre più feroce.

Tutto è pronto!

Iniziano ad arrivare gli spettatori che si accomodano nella suggestiva cornice del Convitto della calza.

Un antico edificio trecentesco dedicato a San Giovanni Battista. Tra gli ospiti ci sono figure di spicco come Keanen Duffty, designer che ha lavorato a stretto contatto con David Bowie e Natalie Gibson, professoressa alla Saint Martins di Londra. Sorseggiando del buon vino, offerto dallo sponsor dell’evento, si attende l’entrata delle modelle. La musica del dj L-VIS 1990 inizia a farsi sentire.

L’emozione è tanta.

Pronti con cellulari e macchine fotografiche alla mano. Entrano le modelle e i modelli. Subito si nota come ogni designer ha una sua peculiarità, un suo carisma, una sua autenticità. Ma c’è un elemento che accomuna tutti: la passione!

La cosa che ha colpito molti, è stata la collaborazione, il dietro le quinte. Forse perché quello che ci si aspetta dalle nuove generazioni è sempre troppo poco. Forse perché siamo in una società in cui i giovani vengono dipinti come “bamboccioni”, pigri e incapaci di lasciare il proprio nido familiare. Oppure come quelli sfruttati dalle aziende, se pur capaci. Antitude oltre ad essere un evento che rimarrà nella storia della moda fiorentina, ha trasmesso un messaggio. Ci suggerisce di andare oltre gli stereotipi… “e quando si dice conformismo noi rispondiamo Libertà di espressione!”

Alessandra Forastieri

La nuova stagione dell’Ambra Jovinelli fra Dracula, Pirandello e Beppe Fiorello

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La nuova stagione dell’Ambra Jovinelli è tutta da vedere. Un viaggio fra commedia, sperimentazioni e grandi classici. Un cartellone per tutti gli spettatori.

Giuseppe Jovinelli, il fondatore dell’omonimo teatro nei primi anni del secolo scorso, sarebbe contento. La nuova stagione dell’Ambra Jovinelli, che avrà inizio il prossimo autunno, è quanto di meglio si potesse chiedere.

Una varietà di generi e artisti per convincere anche gli spettatori dai gusti più difficili.

Ad aprire la stagione 2018/19 il prossimo 24 ottobre, sarà Giuseppe Fiorello con Penso che un sogno così, dedicato al grande Domenico Modugno.

Penso che un sogno così, come ricorda Fiorello, non è solo un omaggio al cantante pugliese ma anche molto altro. «Salgo a bordo del deltaplano delle canzoni di Domenico Modugno e sorvolo la mia infanzia, la Sicilia e l’Italia di quegli anni, le facce, le persone, vicende buffe, altre dolorose, altre nostalgiche e altre ancora che potranno sembrare incredibili.»

A seguire Perfetta con Geppi Cucciari.

Un monologo, scritto e diretto da Mattia Torre, in cui l’artista originaria di Cagliari, dimostra tutta la sua bravura di attrice. La Cucciari porta in scena uno spettacolo che racconta un mese di vita di una donna attraverso le quattro fasi del ciclo femminile, prendendo in esame quattro giorni qualsiasi, quattro martedì.

L’11 novembre è la volta di Pirandello e della celebre commedia Pensaci Giacomino per la regia di Fabio Grossi e con Leo Gullotta fra gli altri attori.

Un classico del teatro pirandelliano che condensa tutti quegli elementi che solitamente ritroviamo nella drammaturgia dello scrittore siciliano. Pensaci Giacomino, come sottolinea Fabio Grossi, è un «testo di condanna, condanna di una società becera e ciarliera, dove il gioco della calunnia, del dissacro e del bigottismo è sempre pronto ad esibirsi.»

Dal 28 novembre sarà in scena Un cuore di vetro in inverno.

Scritto e interpretato da Filippo Timi, questo spettacolo, in cui i richiami al cinema di Pasolini sono piuttosto evidenti, è una sorta di romanzo cortese, in cui un moderno cavaliere deve lasciare il proprio amore per andare in battaglia e affrontare tutte le sue paure.
L’humour è il sale di Eleganzissima, in scena solo il 10 dicembre. Scritto da Gianluca Godi, questo spettacolo vede protagonista sul palco Drusilla Foer che racconta aneddoti tratti dalla sua vita vissuta  in giro nel mondo e costellata di incontri e grandi amicizie con persone fuori dal comune e personaggi famosi. 
A seguire, con la prima prevista il 12 dicembre, è Miss Marple, Giochi di prestigio per la regia di Pierpaolo Sepe. Adattamento teatrale di Edoardo Erba, Miss Marple, Giochi di prestigio è uno dei romanzi più belli della regina del Giallo. A vestire i panni della famosa investigatrice creata dalla pena di Agatha Christie è Maria Amelia Monti che, con altri attori, terrà il pubblico incollato alla poltrona fino alla fine, quando il mistero sarà svelato.

A chiudere il 2018 sarà Angela Finocchiaro con Ho perso il filo in scena fino al 7 gennaio 2019.

Lo spettacolo, diretto da Cristina Pezzoli, con musiche originali di Mauro Pagani, è in un intreccio di stili e linguaggi assolutamente inediti che esalta la poliedricità della Finocchiaro.
Il 9 gennaio il sipario dell’Ambra Jovinelli si apre per Bella figura, di Roberto Andò. Nel cast Simona Marchini, Anna Foglietta, Paolo Calabresi, David Sebasti e altri.

Bella figura, scritto da Yasmina Reza, è un racconto apparentemente semplice. Tutto ha inizio da un piccolo, banale errore dal quale, però, si sviluppa tutta la storia. Una «tragedia divertente», come l’ha definita il regista inglese Matthew Warchus in cui le contraddizioni e le nevrosi dei personaggi sono spinte all’eccesso, e si ribaltano a volte nel loro contrario, creando effetti capaci di provocare al contempo un disagio sottile e risate clamorose.
Il 30 gennaio ad andare in scena sarà Le signorine, la storia di Addolorata e Rosaria, due sorelle in credito con la vita, che gestiscono una piccola merceria in un vicolo di Napoli. Nel loro negozio compresso fra empori cinesi e fast food mediorientali, le due sorelle trascorrono molto del loro tempo, fra rimorsi e accuse reciproche. A dare volto e voce alle due protagoniste spettacolo diretto da Pierpaolo Sepe e scritto da Gianni Clemente, Teresa De Sio e Isa Danieli.

Il 13 febbraio a esibirsi sarà Giuseppe Battiston in una pièce dedicata a Winston Churchill, uno dei protagonisti dello scorso secolo.

Lo spettacolo, scritto da Carlo Gabardini e diretto da Paola Rota, scandaglia l’animo di un uomo complesso che scrisse la storia in tutti i sensi. Ne esce fuori un ritratto a 360° che mostra il Churchill ufficiale ma anche quello privato. Un uomo collerico, bevitore incallito che nella densa coltre dei suoi sigari mostra, non senza ironia, la parte più nascosta di sé.
Il 27 febbraio il sipario si aprirà su Tempi nuovi, commedia che mette in scena un nucleo familiare investito dai cambiamenti veloci e sorprendenti tipici della nostra epoca. Sulla scena Iaia Forte e Ennio Fantastichini, insieme a Nicola Ravaglioli e Sara Lazzaro, diretti da Cristina Comencini che firma anche il testo teatrale.

Il 13 marzo sarà la volta del Misantropo per la regia di Nora Venturini.

A esibirsi nel capolavoro di Moliere (per la traduzione di Cesare Garboli) Giulio Scarpati e Valeria Solarino. Un testo teatrale sospeso fra commedia e tragedia con il costante confrontarsi del misantropo Alceste con la bella Celimene. Attorno a loro un carosello di prototipi umani, metafore attualissime dei vizi e dei difetti dell’alta società.

A chiudere il mese di marzo all’Ambra Jovinelli sarà Elio Germano con La mia battaglia di cui l’attore romano è anche regista.

Un comico decide, durante uno spettacolo di intrattenimento, di ipnotizzare gli spettatori. Ma quello che doveva essere poco più di una bravata si trasformerà in qualcosa di ben più drammatico.

Il 3 aprile vede il ritorno di un duo che la stagione scorsa ha infiammato il pubblico dello Jovinelli con Delitto e Castigo.

Questa volta Sergio Rubini e Luigi Lo Cascio si esibiranno in un altro classico della letteratura mondiale: Dracula di Bram Stoker. Uno spettacolo, che sarà un successo di sicuro e che rappresenta «un viaggio notturno verso l’ignoto.»
A seguire Non c’è mai pace fra gli ulivi, firmato da Antonio Ornano che è anche il principale protagonista dello spettacolo diretto da Davide Balbi.
«Perché non ho mai un momento di tranquillità? La risposta più plausibile è che abbiamo tutti, chi più o chi meno, una percezione falsata della realtà che ci circonda»

A chiudere la stagione sarà Le regole per vivere, in scena dall’8 al 19 maggio.

Lo spettacolo, diretto da Antonio Zavatteri, è la traduzione di un lavoro di Sam Holcroft. Tutta la commedia (che vede fra gli altri attori Alessia Giuliani, Alberto Giusta, Davide Lorino, Orietta Notari, Aldo Ottobrino) ruota tutto intorno a una cena di Natale.

La trama vede i membri di una famiglia logorata, ognuno con il proprio bagaglio di rancori, cose non dette e manie varie.

 

Una stagione con i fiocchi che conferma il valore dell’Ambra Jovinelli, sempre più presente nel panorama teatrale romano.

 

Maurizio Carvigno

Libri di psicologia da leggere sotto il sole per non lasciarsi abbindolare dai cretini

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Libri di psicologia da leggere per non essere contagiati dai cretini. Thomas Erikson offre la ricetta per farsi capire e capire chi ci sta dinnanzi.

“Il mondo è pieno di cretini. O sei tu che non riesci a farti capire?” è il libro edito da TRE60 che offre un’attenta analisi comportamentale dell’uomo contemporaneo.

Individua quattro macro-categorie.

Le quattro personalità sono: rossa, gialla, blu e verde. Ognuna ha dei punti di forza e dei punti di debolezza. Il suo trattato di psicologia si propone di comprenderne tali tratti. Egli analizza comportamenti, voce, velocità nell’agire e nel parlare.

Pone esempi concreti.

Si trova anche a racconta aneddoti personali ed analizzare eventi come la tipica festa aziendale. Delinea così le dinamiche prototipo della vita lavorativa. Racconta del suo passato in banca e individua le varie personalità rosse, blu, verdi e gialle. Attraverso le sue righe ci rende partecipi delle esperienze dirette. Talvolta viene tralasciata la posizione scientifica per dare adito alla quotidianità.

Dopo un’attenta introduzione è il capitolo 12 a svelare la ricetta dell’adattamento.

Gli assolutamente cretini sono quelli diversi da noi. Coloro che non hanno la nostra stessa lunghezza d’onda. Sono quelli che non sono come voi.

Le persone sono tutte diverse.

A seguito di questo dogma è fondamentale adattarsi a ciò che ci circonda.

Eppure, è innaturale porsi dal lato giusto della barricata. Il mondo perfetto non esiste. Tutto non funziona alla perfezione. Non necessariamente si va tutti d’amore e d’accordo, a mio parere, fortunatamente.

In conclusione, Thomas Erikson suggerisce come adattarsi al comportamento dei rossi, dei gialli, dei blu e dei verdi per cercare di annientare un mondo pieno di assolutamente cretini.

Porre le basi per un quieto vivere senza escludere la necessità di categorizzare le persone.

A tal proposito nella parte conclusiva del libro compie una riflessione storica. Un excursus storico fino a giungere a delle testimonianze contemporanee

E soprattutto, non dimenticare di fare il piccolo test a fine libro per comprendere se siamo circondati da degli assolutamente cretini oppure se abbiamo imparato come comportarci con il prossimo grazie alle dritte di questo esperto comportamentale svedese.

 

Alessia Aleo

“La scomparsa di Josef Mengele”, il romanzo di Olivier Guez ricostruisce le tappe di un mistero

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Chi era Josef Mengele? Come riuscì a scappare dalla giustizia per i suoi crimini?

Le pagine del romanzo di Olivier Guez fanno luce su uno dei nazisti più efferati e sulla sua scomparsa.

Bastava un suo semplice gesto, magari un cenno con il suo schioccante frustino, perché Josef Mengele decidesse la sorte di centinaia di migliaia di sventurati. Mengele che da ragazzo per via della carnagione scura e i capelli neri, così poco ariani, era chiamato dai compagni di scuola “Beppo lo zingaro” anni dopo divenne il dottor Mengele, il medico di Auschwitz.

Lì, in quel campo di sterminio, colui che cinicamente venne ribattezzato l’Angelo della morte, giocava con la vita, decidendo se prevedere la morte immediata dei deportati o, invece, un’agonia lenta nei laboratori nazisti.
Mengele per quasi due anni, dal maggio del 1943 al gennaio del 1945, trasformò i suoi laboratori ad Auschwitz in “uno zoo di cavie per indagare i segreti della gemellarità, produrre superuomini e rendere le tedesche più fertili.”

Il tutto eseguendo esperimenti che sapevano più di macelleria che di medicina.

Quel medico che si sentiva dio, alla caduta del Reich semplicemente sparì, facendo perdere le sue tracce.

Come molti altri criminali nazisti si mise in salvo per evitare la condanna a morte. Assunse nomi e identità diverse per scappare alla giustizia umana, aiutato da organizzazioni compiacenti e complici.
Alle sorti di una delle figure più demoniache di tutto il nazismo Olivier Guez dedica pagine di rara bellezza con il libro: La scomparsa di Josef Mengele. Edito da Neri Pozza, questo romanzo, vincitore del prestigioso Prix Renaudot, narra la seconda vita dell’efferato medico di Auschwitz. Da quando, sotto le mentite spoglie di Helmut Gregor, un meccanico altoatesino sbarcò in Argentina, a Buenos Aires nel giugno del 1949.

La scomparsa di Josef Mengele di Olivier Guez, come ha scritto Le Monde “si immerge nella realtà, la cristallizza nella vita individuale nella carne di un uomo di cui niente può giustificare l’esistenza.”
Un libro che non racconta solo la seconda vita di un mostro ma anche la storia dell’Argentina, un colosso dai piedi d’argilla, dominata da una coppia famosa in tutto il mondo: Juan ed Evita Peròn, “un orso in uniforme da operetta e un passerotto ingioiellato.”
Guiez descrive con la penna di un romanziere ma il rigore dello storico, la vita di Mengele che, nelle vesti di Gregor, vive come un’ombra, temendo la luce del presente e il buio suo passato.

Mengele nei primi anni argentini si muove leggero, senza quasi lasciare orme.

Evita di parlare con chiunque, conducendo una vita da reietto. Ovunque vede rischi, dappertutto sospetti. Sogna stinco di maiale e succo di mela; darebbe qualsiasi cosa per parlare tedesco. Ma sono desideri pericolosi, letali come le sue passate iniezioni, efferati come i suoi esperimenti genetici.
Lentamente, però, Mengele/Gregor esce dalla tana, annusa l’aria e si tranquillizza. La tempesta sembra passata, può abbandonare gli stretti panni dell’umile meccanico e rindossare quelli di un passato che vorrebbe tornasse.

Mengele comprende che l’Argentina dove si è rifugiato, un paese che si disinteressa delle beghe europee, è un luogo sicuro. E l’Angelo della morte semplicemente torna a vivere, rimpossessandosi del suo nome, del suo passato, di quel ruolo che riteneva assoluto.
Tutto sotto la rassicurante protezione di un paese, l’Argentina, che ospita, protegge, coccola quelli come lui. D’altra parte, Peròn non ha fatto mai mistero di ammirare i regimi autoritari di Italia e Germania. Apre le porte non solo ai nazisti ma a fascisti, ustascia, ultranazionalisti serbi e ungheresi, vichisti francesi e falangisti spagnoli.

Insomma, un “Quarto Reich fantasma” che celebra un passato oscuro e sogna un futuro di nuovo radioso.

Ma ad un certo punto tutto cambia, il regime di Peròn viene travolto e per i nazisti che vivono in Argentina la vita cambia radicalmente. Gli ex rifugiati rientrano nelle tane, eclissandosi di nuovo, tentando di fuggire al tribunale della storia.

«Allora Mengele si sposta di continuo; non si sente al sicuro in nessun luogo. Di giorno, di notte, si mordicchia i baffi e gira come una vespa intrappolata sotto un bicchiere che rischia di asfissiare.»

Inizia così, una terza vita che terminerà solo nel 1979 con la sua definitiva scomparsa.
La Scomparsa di Mengele è un romanzo bellissimo che, con una prosa asciutta e mai eccessiva, getta la luce su uno dei personaggi più demoniaci di tutto il nazismo, un uomo che solo alla vista faceva tremare i polsi.
Oliver Guez ha scritto, come sottolineato dal critico della Stampa Andrea Kerbaker, «pagine secche come uno sparo, senza una parola in più del necessario, per narrare l’orrendo esilio di uno sterminatore.»
Un libro che, a cominciare dalla copertina, apre squarci su una candida tela, da cui traspare la luce sinistra di una delle pagine più turpi della storia umana: la Shoà.

«Questo libro racconta la storia di Josef Mengele in Sudamerica. Probabilmente alcune zone d’ombra non saranno mai chiarite. Solo la forma del romanzo mi consentiva di seguire passo dopo passo il macabro percorso del medico nazista.» (Olivier Guez)

Maurizio Carvigno

Alessandro Orlandi torna a raccontare con “Saturn’s Children”

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Dopo ben 10 anni di silenzio Alessandro Orlandi torna a farsi sentire, anzi a raccontare perché dai brani del suo nuovo (doppio) album emerge proprio la volontà di raccontare delle storie che abbiano come fine ultimo “la ricerca dell’essenza” come afferma lo stesso Alessandro Orlandi.

L’ultimo album di Alessandro Orlandi si chiama “Saturn’s children”, con un titolo che vuole riferirsi al mito antico secondo cui il dio del tempo Saturno – Crono per i greci – avrebbe divorato i suoi stessi figli per poi ‘ridarli’ alla luce in un altro momento.

Ciò a cui l’autore vuole alludere è la lunga gestazione che ha interessato i suoi brani (32 in tutto, di cui 16 in italiano e 16 in inglese), rimasti per lungo tempo nel cassetto.

Le storie che il maestro Alessandro Orlandi vuole raccontare sono storie che – come già detto – vanno “alla ricerca dell’essenza” cioè del nucleo fondamentale di ogni storia, tuttavia con queste parole l’autore non ha – opinione di chi scrive – cercato di creare qualcosa di minimalista nel senso di ‘spoglio’ o ‘povero’ ma nel senso di ‘denso’, per l’appunto, ‘essenziale’.

L’essenzialità dei brani di Alessandro Orlandi si vede in brani come Stilla di stelle che racconta con un tono quasi disneyano la fantasia di Alessandro Orlandi, il brano in questione è infatti un esempio perfetto di come è stato svolto l’intero album.

In Stilla di stelle Alessandro Orlandi usa una formazione di strumenti comune ma che gli assicura un suono molto ricco e adatto alla narrazione, a fare da contrappunto allo storytelling di Alessandro Orlandi c’è quello, potento e diretto, delle immagini, nel video promozionale del brano infatti non compare minimamente la figura di Alessandro Orlandi come autore – che si limita a narrare – ma vi sono immagini dallo stile fiabesco in linea col contenuto del brano.

Questa considerazione vale anche gli altri brani, abbiamo ad esempio DREAMKILLER! che, come anticipa l’eloquente titolo, parla proprio di una “assassina di sogni” come emerge dai versi del brano in questione. 

In questo brano Alessandro Orlandi, oltre alla già citata propensione allo storytelling, mostra il suo vero sound, che risulta in una amalgama di rock britannico con una sfumatura anni Sessanta ed una Indie dei nostri giorni, in altre parole il sound di Alessandro Orlandi si caratterizza sia per il tratto, per così dire, autoriale sia per quello più ‘classico’ nel senso di ‘ben conosciuto ai più’.

Non resta che fare un’ultima considerazione e cioè che Alessandro Orlandi ha creato davvero un buon album, un vero parco giochi per chi ama le storie e la (buona) musica e di conseguenza, per chi ama qualcosa che non gli risulti banale o noioso all’ascolto, potete dare un’occhiata ad alcuni brani quiqui.

La presentazione ufficiale dell’album si è tenuta lo scorso novembre al teatro Marconi a Roma con una serata-evento creata ad hoc, l’anteprima c’è stata invece a settembre scorso presso il PAN di Napoli.

Oltre ad essere disponibile in formato fisico, il doppio di disco sarà disponibile da novembre per tutti gli store digitali in italiano, un mese prima invece sarà disponibile su quelli inglesi. Sarà anche possibile ascoltare dal vivo i brani grazie alla band formata allo scopo da Alessandro Orlandi, Laura Zara, Claudio e Massimo Rosari ed Egidio Marchitelli, che ha già promosso il disco in un tour.

 

Antonio Di Meglio

Arriva il primo libro dedicato al regista Joe Wright: intervistiamo l’autrice

Sono pochi i registi capaci di trasformare grandi romanzi in film destinati a entrare nella storia del cinema. Joe Wright è uno di questi.

Maestro degli adattamenti letterari – da Orgoglio e pregiudizio ad Anna Karenina, passando per Espiazione – con i suoi movimenti di macchina coreografici, i frequenti omaggi al mondo dell’arte, cast stellari spesso capitanati dalla musa Keira Knightley, Joe Wright infonde vita propria a un cinema che si fa danza dell’immaginazione.

Aggiornata all’uscita in sala dell’ultimo film – L’ora più buia, con protagonista uno straordinario Gary Oldman, vincitore del suo primo premio Oscar come miglior attore protagonista – arriva nelle librerie “Joe Wright: la danza dell’immaginazione, da Jane Austen a Winston Churchill”, la prima monografia italiana in assoluto dedicata alla produzione del regista britannico, che segue e analizza ogni passaggio della carriera, inclusi gli esordi in tv e le pubblicità per Chanel, ricercando analogie e divergenze di uno stile sempre in bilico tra realismo e fantasia. Il libro è impreziosito dai contributi di due collaboratori storici di Wright: il direttore della fotografia Seamus McGarvey e il compositore Dario Marianelli, premio Oscar per la colonna sonora di Espiazione.

In occasione dell’uscita del libro ho avuto il piacere di intervistare l’autrice, la giovane critica cinematografica Elisa Torsiello. Scopriamo come è nata l’idea di questa monografia e soprattutto la sua passione per l’autore inglese.

Partiamo dalle cose ovvie: perché un libro su questo regista?

Diciamo che la scelta è stata dettata dalla mia passione per Joe Wright, il mio terzo regista preferito dopo Alfred Hitchcock e David Fincher. Ho sentito sin da subito una sorta di simpatia intellettuale tra me e questo autore, perché è così che lo reputo, sin dalla prima visione di Orgoglio e pregiudizio. Una simpatia che si è andata poi confermando con le sue varie prove da regista, una su tutta Espiazione. È grazie a lui e a questo film, senza dimenticare Dario Marianelli e Seamus McGarvey, se ho iniziato a scrivere di cinema. Se ho deciso di approcciarmi a questo mondo in maniera più seriosa e attenta agli aspetti tecnici e non solo attoriali.

Rimasi infatti estasiata dai movimenti di macchina e da come indugiava elegantemente sui dettagli che, una volta uscita dalla sala, corsi in camera mia a scrivere la mia prima recensione. Mi ripromisi che avrei smesso di andare a vedere un film solo perché c’era un dato attore, o una data attrice, ma che avrei posto più attenzione ai significati nascosti dietro ogni movimento e ogni elemento in scena. Insomma, diciamo che con questo libro ho voluto ringraziare in maniera alternativa Joe Wright per avermi indicato la strada da intraprendere nel mio futuro.

Come è nata l’idea di questo progetto e soprattutto la collaborazione con la prestigiosa collana Bietti Heterotopia?

Credo vi sia sempre stata in me la volontà di scrivere qualcosa su Joe Wright. Una necessità, questa, ancora più sentita dato che nessuno intendeva scrivere nulla a riguardo e io non potevo accettare che un regista così particolare rimanesse relegato nell’oscurità.

A darmi la spinta finale è stata la visione di Pan alla Festa del cinema di Roma. Attesi con trepidazione quel film, ma a fine proiezione non nego di essermi sentita delusa e quasi “tradita”. Mi continuavo a chiedere “cosa è andato storto?”. E “cosa ha fatto Joe per aver realizzato un film così debole e poco adatto alle sue corde?”. Capii che per rispondere a tali quesiti avrei dovuto risalire all’inizio della sua carriera. Analizzare ogni sua opera per comprendere il suo modus operandi e gli stilemi che caratterizzano la sua visione autoriale. Solo così potevo capire cosa non era funzionato in Pan, e quali elementi poco consoni al suo stile erano stati apportati, oppure eliminati. Alla fine quello studio è stato la linea di partenza di questo libro.

Per quanto riguarda la Bietti diciamo che già conoscevo l’alta qualità della loro collana di cinema – Bietti Heterotopia – perché in passato avevo acquistato i loro volumi dedicati a Wes Anderson e Christopher Nolan. Una volta ultimata una prima bozza del libro decisi di proporla a quelle case editrici di cui nutrivo una forte stima. Tra queste c’era naturalmente la Bietti, la quale con mia grande sorpresa ed emozione accettò di puntare su questo mio progetto.

Ne approfitto per ringraziare in particolar modo Ilaria Floreano, la mia curatrice. È stata lei la prima a correre il rischio e a credere in questo lavoro. So che Joe Wright non è Paul Thomas Anderson, o David Lynch e che molti non lo conoscono come dovrebbe, per cui spero con questo libro di colmare tale lacuna e ampliare la conoscenza della sua arte a un numero maggiore di appassionati di cinema e non solo.

Prima di scoprilo leggendo il libro, puoi anticipare quali sono i tratti più caratteristici di Wright che lo rendono un autore così unico?

Innanzitutto il dialogo con le arti in tutte le sue forme. Non vi è un solo film che non rimandi, anche implicitamente, al mondo del teatro, dell’arte figurativa, o al cinema stesso. L’universo cinematografico di Wright vive di arte. Ogni elemento sulla scena è come se appartenesse a un mondo altro e Joe lo avesse preso in prestito per integrarlo armoniosamente nella sua opera. Si pensi solo all’uso del teatro in Anna Karenina, alle finestre o alle porte usate come aperture teatrali in L’ora più buia, o alle posizioni assunte dagli attori sulla scena tali da ricordare dei tableaux vivants.

Uno dei leitmotiv che ricorre più spesso nel cinema di Wright è quello che ha dato il titolo a quest’opera: la danza. Che sia quella eseguita dai personaggi, o quella della macchina da presa – si pensi a come si muove sinuosa e silenziosa tra i soldati nel piano sequenza di Dunkirk in Espiazione – il cinema di Wright danza sempre e in punta di piedi. Ovviamente ci sono altri migliaia di elementi ricorrenti che rendono unico il lavoro di questo regista. Uno su tutti la ripresa nel dettaglio di mani e occhi, come correlativo oggettivo dei nostri sentimenti. Spero che con questo libro io li abbia elencati in maniera corretta e interessante.

Pur avendo realizzato film famosi e premiati, Joe Wright non è stato ancora candidato all’Oscar e soprattutto in Italia non è un regista noto. Secondo te c’è un motivo?

Me lo sono chiesta anche io e sono arrivata alla conclusione che Joe Wright tende a essere relegato nella sfera dei “registi inglesi commerciali e dei buoni sentimenti” semplicemente perché ha firmato opere che piacciono prevalentemente a un pubblico femminile. Certo, è stato lanciato da Orgoglio e pregiudizio, tratto dal romanzo sentimentale per antonomasia, e ha portato in scena Anna Karenina, ma quello che si tende spesso a dimenticare è come ha adattato per lo schermo tali opere. Nessuno prima di lui aveva pensato di racchiudere il mondo ideato da Tolstoj all’interno di un teatro, svecchiando il nucleo letterario d’origine. Allo stesso tempo si è dimostrato capace di affrontare tematiche ben più impegnative, come un biopic su un’icona storica come Winston Churchill, o il genere thriller con Hanna. Quest’ultimo lo ritengo uno dei migliori film della sua carriera, e spero con tutto il cuore venga prima o poi rivalutato.

Che siano film tratti da romanzi, o ideati ex-novo, ogni opera si distacca dalle pagine da cui è nata, proponendosi agli occhi degli spettatori come qualcosa di diverso e innovativo. È l’impronta di Wright, il suo continuo lavorare in equilibrio tra verosimiglianza e immaginazione a rendere possibile tutto ciò. Per quanto riguarda una sua affermazione nel campo dei premi Oscar non so darti proprio una risposta. I suoi film sono sempre apprezzati dall’Academy, lo dimostrano le innumerevoli candidature sia attoriali che tecniche ricevute in passato. Perché lui venga ignorato è un mistero che ancora non sono riuscita a risolvere.

In conclusione, perché un cinefilo dovrebbe aggiungere ai suoi scaffali un libro su Joe Wright?

Perché lo stesso Joe Wright è un cultore del mezzo cinematografico e si sente. Senza ricorrere alle citazioni, il suo cinema è ricco di omaggi a quelli che lui stesso reputa suoi maestri, da Alan Clarke a Robert Bresson. Se visti sotto un’ottica differente, sono sicura che anche i cinefili più accaniti potranno cogliere questi riferimenti sottesi e impliciti, apprezzando così un’autorialità ancora troppo spesso rinnegata. In Joe Wright si nasconde un autore, perché è facile cogliere il suo tratto, il modo in cui muove la cinepresa e l’attenzione riposta in certi dettagli, atti a tradurre visivamente concetti altrimenti difficili da esprimere come i sentimenti. Con questo libro non ho fatto altro che tracciare un sentiero e riempirlo di indizi e input; starà poi al lettore, cinefilo o non, seguirlo ed esplorare un mondo fino ad ora ingiustamente sottaciuto e abbandonato.

Non possiamo che ringraziare Elisa Torsiello per questa chiacchierata. Soprattutto, consigliarvi il suo libro.

“Joe Wright: la danza dell’immaginazione, da Jane Austen a Winston Churchill” lo trovate nelle librerie e online. Rappresenta davvero una lettura imperdibile per ogni cinefilo, e un’occasione per scoprire un grande autore per un lettore meno appassionato. Lasciatevi rapire anche voi da quella danza che è il cinema, e che Wright incarna perfettamente nei suoi film

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Emanuele D’Aniello

Roma e il Casino Massimo Lancellotti al Laterano: arte e letteratura a confronto

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Roma si sa è la città della storia, dell’archeologia e dell’arte. Per i più curiosi non sarà difficile andare alla scoperta di qualche piccolo e meno noto tesoro tutto da ammirare.

Non lontano dalla Basilica di San Giovanni in Laterano, il Casino Massimo Lancellotti è certamente uno tra i luoghi più suggestivi dell’intera Capitale. Rappresenta infatti un vero e proprio unicum grazie ai suoi eleganti e raffinati affreschi, dedicati alla storia della letteratura italiana.

L’edificio venne costruito all’inizio del 1500 per volere di Vincenzo Giustiniani, su progetto di Carlo Lambardi, come un piccolo ma elegante Casino di due piani con loggia aperta su un vasto giardino.

Fu poi Andrea Giustiniani a decidere di impreziosire ulteriormente la residenza con l’inserimento, sulle quattro facciate, di lastre, bassorilievi e sarcofagi di epoca romana, seguendo quella che era la moda dell’epoca.

Nel 1800 il Casino passò alla famiglia Massimo: fu infatti Carlo Massimo ad incaricare il gruppo di pittori noto come Nazareni per la realizzazione del ciclo di affreschi dedicati a Dante, Ariosto e Tasso, nelle tre sale a pianterreno.

I Nazareni sono forse oggi poco noti al pubblico ma così non fu in passato: originario del nord Europa, il gruppo ebbe alcuni esponenti principali, come Johann Friedrich Overbach, Philipp Veit e Joseph von Führich. Nel 1809 gli artisti fondarono a Vienna la Lukasbund (e cioè la Lega di San Luca) ispirandosi alle antiche confraternite: cattolici di nascita o convertiti al cattolicesimo, proponevano con le loro opere di rinnovare l’arte su basi religiose, prendendo a modello i grandi artisti del passato, come Giotto, Raffaello e Michelangelo, ribellandosi al classicismo accademico e alle idee patriottiche che si stavano via via diffondendo in tutta Europa.

Il gruppo iniziò ad essere denominato Nazareni in riferimento, forse anche con tono ironico, alla loro pettinatura, visto che erano soliti portare i capelli lunghi, proprio come quelli di Gesù di Nazareth.

La loro principale opera fu la serie di affreschi realizzati in questo Casino, dalla più che originale scelta tematica. Le tre stanze infatti descrivono per immagini l’intero racconto dei tre più importanti poemi della letteratura italiana: una stanza per la Divina Commedia di Dante, l’altra per l’Orlando Furioso di Ariosto e l’ultima per la Gerusalemme Liberata di Tasso.

Nella Stanza di Dante, protagonista assoluta è la veridicità con cui i Nazareni hanno realizzato l’Inferno: i due protagonisti, Dante e Virgilio a cavallo di Gerione, sono ritratti proprio accanto al mostruoso Minosse ed insieme ad alcuni dei più celebri dannati, come il Conte Ugolino ben riconoscibile perché sta aggredendo l’arcivescovo Ruggieri.

Nella Stanza di Ariosto, i Nazareni presentano sulle pareti tutti i cavalieri e i paladini cristiani in lotta contro i musulmani presenti nel racconto. Particolarmente suggestivo nel poema – e quindi anche in pittura – è il momento in cui Orlando coglie l’amata Angelica mentre è intenta a scambiarsi tenere effusioni con Medoro. E’ forse questo il momento più drammatico dell’intero poema: Orlando infatti, per l’atroce dolore ed accecato dall’ira, perderà completamente il senno.

Nella Stanza di Tasso, il tema è più romantico rispetto alle altre due sale. Lungo le pareti infatti sono presentate le celebri coppie di innamorati e la storia più avvincente, anche se dal tragico epilogo, è quella di Tancredi e Clorinda. I due amanti sono infatti nemici e nello scontro in battaglia, Clorinda verrà colpita a morte proprio per mano dello stesso Tancredi. Una tragica sorte certo, ma che rende ancora più epocale l’intera opera dei Nazareni realizzata nel Casino Massimo Lancellotti.

 

Autore: L’Asino d’Oro Associazione Culturale

Il groove di Willie Peyote travolge Villa Ada

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Prosegue la stupenda programmazione estiva di Villa Ada Roma Incontra il Mondo 2018 con Willie Peyote e il suo Ostensione della Sindrome Tour.

L’estate romana ha preso ormai il decollo e Roma Incontra il Mondo si conferma essere uno dei motori dell’intrattenimento musicale capitolino. Un festival che, come già descritto dal nome, incontra la musica di tante culture diverse fondendone in un tutt’uno.

Willie Peyote è dunque l’ospite perfetto, in grado di unire rap, musica funk e pop con un risultato magico. Questa sua caratteristica insieme alla pungente ironia dei testi gli ha fatto conquistare nel giro di pochi anni un pubblico consistente ed eterogeneo che ha mandato sold out più della metà degli spettacoli del tour invernale. Il successo ha iniziato ad arrivare con Educazione Sabauda nel 2015 nel quale sono già presenti brani chiave della produzione di Peyote come “C’era una Vodka”, “Che bella giornata” e “Io non sono razzista ma…”.

A dare però la vera svolta è stato proprio Sindrome di Tôret col quale si è imposto sul grande pubblico. Il sound è sempre funk misto rap ma le badi sono sempre più elaborate e i testi sempre più impegnati e orientati all’attualità. Tra le tematiche di Peyote c’è spazio per la riflessione amorosa come in “Ottima scusa”, per la politica in “Porta Palazzo” e perché no, per un po’ di autocritica sociale come in “Metti che domani”.

https://www.facebook.com/VillaAda.Fest/videos/1467245583420673/

Il concerto del 5 luglio sull’isolotto di Villa Ada ha raccolto moltissimi partecipanti che si sono trovati immersi in una location mozzafiato. La serata procede con grande entusiasmo e il gruppo è in grado di dare filo da torcere al caloroso pubblico romano. Le canzoni proposte spaziano da un album all’altro intermezzate da qualche battuta “poco politica” tipica di Peyote. C’è anche il tempo per un regalo da parte del gruppo che ha presentato in anteprima il brano in uscita il 6 luglio “L’effetto sbagliato”. Si va quindi avanti fino alla mezzanotte e a “E allora ciao”, la canzone di chiusura.

Willie Peyote è stato in grado di illuminare con le sue rime la notte romana di Villa Ada e speriamo vivamente che torni a trovarci il prima possibile, nel frattempo ci prepariamo ai prossimi concerti di Roma Incontra il Mondo.

 

Gianclaudio Celia

Gianclaudio Celia

@Gian_Celia