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All’Ombra del Colosseo, torna la rassegna dedicata alla comicità

Dal 10 luglio al 9 settembre, torna All’Ombra del Colosseo, la rassegna romana dedicata alla comicità con un cartellone di due mesi, fitto di appuntamenti sei giorni su sette alle 21.45, dal martedì alla domenica all’interno del Parco del Colle Oppio.

Con una location rinnovata e più accogliente, all’Ombra del Colosseo punta ad offrire al pubblico romano, non solo le performance dei più famosi comici italiani ma anche ristoro e benessere, fin dal tardo pomeriggio, con un’ampia area dedicata allo street food, alla ristorazione e all’aperitivo.

Nel corso dei due mesi di programmazione, tanti i nomi che si alternano sul palco del Colle Oppio. Il calendario di luglio prevede: martedì 10 lo spettacolo “Prove tecniche di trasmissione” di scqr condotto da Marco Capretti, mercoledì 11 è la volta di Pino Insegno e Roberto Ciufoli con “Vieni avanti cretino, sottotitolo “t’insegno un par de Ciufoli”, giovedì 12 Cinzia Leone in “Il peggio di Cinzia Leone”, venerdì 13 Barbara Foria in “Euforia! Questione di Euforia”, sabato 14 Francesco Cicchella con “Millevoci”, mentre domenica 15 i Ditelo Voi con “Che grandi figli di Befana”; martedì 17 è la volta del trio Batta, Verduci e Rocco con “Da quando ho famiglia sono single”, mercoledì 18 Andrea Perroni “Dal vivo” con la Stefano Cenci Social Band e Carlo D’Alatri, giovedì 19 Marco Capretti in “Capretti di Battaglia”, venerdì 20 il duo formato da Augusto e Toni Fornari con “Fratello Unico”, sabato 21 Pezzi di Nerd con “Genitori in affitto”, domenica 22 Nino Taranto e Paciullo con “Che mi sono perso”; martedì 24 Gianluca Impastato con “Gianluca Impastato 30 anni fotomodello”, mercoledì 25 Antonio Ornano con “Horny”, giovedì 26 Francesca Reggiani in “Tutto quello che le donne (non) dicono”, venerdì 27 Massimo Bagnato con “Quanti pensano”, sabato 28 Maurizio Lastrico in “Quello che parla strano.ombra del colosseo - eventi roma 2018 Nel mezzo del casin di nostra vita”, domenica 29 chiude la programmazione di luglio il trio di Lallo Circosta, Riccardo Graziosi e Claudia Campagnola con lo spettacolo “Showkezze”.

Ad agosto, giovedì 2 Maurizio Mattioli, Venerdì 3 Luciano Lembo in “Buona serata! Aridaje”, sabato 4 Rodolofo Laganà in “Toro Sedato”, mentre domenica 5 Uccio de Santis con “Vi racconto 15 di Mudù”. Il programma completo di agosto e settembre verrà presto comunicato sul sito.

“L’iniziativa è parte del programma dell’Estate Romana promossa da Roma Capitale Assessorato alla Crescita culturale”

BIGLIETTI

€ 17,00 + 3,00 intero

€ 12,00 + 2,00 ridotto (over65, under10, gruppi+10) Prevendite abituali su http://www.ticketone.it/allombra-del-colosseo-biglietti.html o su www.allombradelcolosseo.it

Spettacoli ore 21.45

Ingresso: Viale Cesare Ceradini snc / Viale del Monte Oppio

Ingresso diversamente abili, sedie a rotelle e passeggini: viale del Monte Oppio

Infoline: +39 334 9297472

Mail: info@allombradelcolosseo.it

 

COME ARRIVARE

METRO linea B Colosseo, Metro A Vittorio Emanuele, Metro A/B Termini

Linee tram: 3, 14 ,15

Parcheggio: disponibile nelle zone limitrofe.

Il pop-folk ecologico dei Secondamarea

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Un disco e un tour per tornare alla terra.

Ilaria Becchino e Andrea Biscaro, lei cantante e musicista lui scrittore e cantautore, sono i Secondamarea: duo milanese ma toscano d’adozione, perché entrambi risiedono all’Isola Del Giglio, presenta il suo nuovo album dal titolo “Slow”. Il nome scelto per questo lavoro di inediti racchiude perfettamente il messaggio che due artisti vogliono diffondere:  un ritorno a una dimensione più naturale e sana del vivere, tenendosi ben lontani dai ritmi forsennati della contemporaneità.

Prova ne è il nuovo singolo, “Via dell’orto”, che parla del ritrovare le proprie radici, il proprio tempo, uno spazio personale anche di solitudine. Ed esserne felici.

Quello dei Secondamarea è una sorta di pop-folk “ecologico” e un po’ ingenuo, risente di una certa ripetitività nei ritornelli ma è forte di una visione poetica molto ben definita e si presta a essere tradotto in sede live con un tour coerente a quanto musicalmente espresso.

LAgritour consiste in una serie di appuntamenti in luoghi quali agriturismi, cascine e fattorie quasi a voler riportare le sette note alla terra in un’atmosfera conviviale e gioiosa. Si riparte da Grosseto e queste sono le date previste, tutte gratuite:

il 21 giugno all’Agriturismo Giuncola&Granaiolo di Rispescia (ore 21:30, Località Giuncola 61);

il 22 giugno all’Agriturismo Le Gerlette di Braccagni (ore 21:30, Via Gerlette 48 Località Braccagni);

il 23 giugno all’Agriturismo Le Giuncaine di Castiglione della Pescaia (ore 21:30 – Località Castiglione della Pescaia);

il 25 giugno all’Agriturismo Aia del Tufo di Sorano (ore 21:30 – Località Poggio la Mezzadria);

il 26 giugno alla Fattoria di Poggio Foco a Manciano (ore 21:30 – Località Poggio Fuoco);

il 27 giugno all’Agriturismo Al Girasole di Orbetello (ore 21:30 – strada Provinciale 81, San Donato);

il 28 giugno all’Agriturismo El Molino di Fonteblanda (ore 21.30 – Strada Statale Aurelia 298);

il 29 giugno all’Agriturismo Gli Archi di Grosseto (ore 21:30 – Str. Grillese 2, 51);

il 30 giugno all’Agriturismo Il Cerro Sughero di Scarlino (ore 21:30 – Podere Il Bottonaio);

l’1 luglio da Franchino Garage di Poderi di Montemerano (ore 20:00 – SP159, 3).

Secondamarea 2

Una piacevole occasione per riascoltare o scoprire dal vivo l’intera tracklist di “Slow“, prodotto da Paolo Iafelice e pubblicato da RadiciMusic Records:  “C’hanno rubato l’inverno”, “Naturale”, “Pellegrinaggio”, “Macina”, “Slow”, “Petrolio”, “Il presente”, “Via dell’orto”, “Sangue di legno”, “Senza”, “Acuacanta” e “Il mondo vuole te”.

Cristian Pandolfino

Save The Children Italia fa provare sulla propria pelle la violenza assistita

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Entrate in una stanza di un bambino. Una comune stanza, con giocattoli, libri, abiti e un letto caldo. Un luogo carino, che però può nascondere dei segreti.

Una stanza che vede delle costruzioni ammucchiate insieme a un cuscino sotto al letto; dove un sussidiario rovinato con scritte e buchi si accompagna ad una girandola di carta pesta. Un ambiente dove l’interno di un armadio è pieno di disegni di pennarello e un peluche strappato si nasconde in mezzo agli altri.

“Cosa c’è che non va?” – penseranno molti – “è un bambino: della sua stanza fa ciò che vuole”. Sono, però, spesso sintomi di un grave malessere, come la violenza assistita.

Save The Children Italia ha voluto, tramite un curioso e particolare esperimento, far toccare con mano come sensibilizzare le persone a tale argomento.

Una stanza come quella descritta sopra, infatti, è stata inserita a Palazzo Merulana, a Roma, dove i visitatori possono toccare con mano, cercare tutti i sintomi del disagio infantile sopra descritto. La stanza è ovviamente ricostruita e tutti suoi ‘indizi’ sono artificiali. Sono però il frutto di mille e miliardi di situazioni domestiche che molti minori vivono quotidianamente sulla loro pelle. Stime di Save The Children Italia, infatti, comunicano che, in soli cinque anni, ben 427.000 minori abbiano vissuto la violenza tra le mura di casa nei confronti delle loro mamme.

Nasce per questo la campagna “Abbattiamo il muro del silenzio“.

“La casa – afferma un comunicato della Onlus – dovrebbe essere per ogni bambino il luogo più sicuro e protetto e invece per tanti si trasforma in un ambiente di paura e di angoscia permanente. (…) Moltissimi bambini e adolescenti sono vittime di questa violenza silenziosa, che non lascia su di loro segni fisici evidenti, ma che ha conseguenze devastanti: dai ritardi nello sviluppo fisico e cognitivo alla perdita di autostima, da ansia, sensi di colpa e depressione all’incapacità di socializzare con i propri coetanei”.

La vera forza di questo esperimento sociale è nel far provare (in maniera uditiva) al visitatore ciò che può sentire un bambino in tali circostanze.

Appoggiando i gomiti su dei pulsanti posti nella scrivania della ‘cameretta artificale’, il pubblico, appoggiandosi le mani sulle orecchie, sente una conversazione, in lontananza, tra un padre e una madre, dove il primo si sfoga verbalmente e fisicamente sulla secondo. La posizione, le parole e i rumori fanno provare a chiunque sia lì in quel momento l’ansia di quell’ipotetico bambino.

Save The Children Italia

Noi possiamo scappare fuori, dove i volontari ci spiegano tutto; ma dentro le quattro pareti casalinghe è diverso. Si capisce così l’armadio, il cuscino sotto il letto: rifugi dentro il rifugio.

Realtà che esistono, che ne distruggono altre a causa di cancri sociali, come il ‘machismo’, la disparità di genere e l’eterno refrain che ‘parlare non risolve niente‘. Situazioni che insegnano, però, quanto il silenzio e l’omertà siano complici tutti i precedenti: nemici, ci dice save The Children Italia, da combattere.

Si deve certo parlare e insegnare tutto ai bambini, ma soprattutto ricordare ai ‘grandi’ quanto diceve Dante:

“Tre cose ci sono rimaste a testimonianza dell’esistenza del Paradiso: le stelle, i fiori e i bambini”.

Francesco Fario

Una mostra celebra Raffaele De Vico, un grande paesaggista del Novecento

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Raffaele De Vico, con opere che tutti ogni giorno ammiriamo e che realizzò nella prima metà del secolo scorso, rese Roma più bella.

Lo scorso 16 maggio nelle sale al piano terra del Museo di Roma è stata inaugurata la mostra Raffaele De Vico 1881-1969 Architetto e Paesaggista.”

Un giusto tributo a uno dei più importanti architetti e paesaggisti del secolo scorso.
Nato il 18 aprile 1881, a Penne, Raffaele De Vico ha legato il suo nome e il suo ingegno alla città di Roma, segnando la storia del verde pubblico capitolino con opere che ancora oggi tutti ammiriamo.

Conclusi i primi studi a Chieti, De Vico, nel 1907, si diploma professore di disegno architettonico all’Accademia di Belli Arti di Roma. Dopo aver collaborato in diversi cantieri capitolini, fra cui quello del Vittoriano, nel 1915 vince il posto per “Aiutante tecnico di III classe” al comune di Roma. Nello stesso anno si aggiudica il concorso per la realizzazione di un serbatoio d’acqua a Villa Borghese, uno dei parchi più prestigiosi di Roma.

E da quel momento la carriera di De Vico subisce la svolta decisiva.

La mostra, che sarà aperta fino al prossimo 30 settembre, nel prestigioso complesso del Museo di Roma, che ospita anche la bellissima retrospettiva su Canaletto, ripercorre tutte le più significative tappe della carriera di Raffaele De Vico.
Dalla progettazione del Parco della Rimembranza a Villa Glori alla riqualificazione dei giardini intorno all’obelisco ai caduti di Dogali, passando per la realizzazione dei giardini di Testaccio o di quelli intorno alla basilica di Santa Sabina.

Sì, perché la cifra assoluta di De Vico fu senza dubbio il suo talento di paesaggista.

Sono moltissimi, infatti, le aree verdi della capitale che portano la sua firma. Il Parco di Monte Mario, Villa Paganini, Villa Fiorelli, i giardini di Colle Oppio e la risistemazione delle Serre a San Sisto Vecchio.

Nel 1939 Raffaele De Vico viene nominato consulente generale per i parchi e i giardini dell’Eur, il nuovo quartiere che il regime fascista vuole creare in occasione dell’Esposizione internazionale prevista per il 1942.

Un incarico prestigioso che gli permetterà, nonostante lo scoppio della guerra, di creare un esempio di verde urbano unico nel suo genere a Roma.

Ma De Vico, nella sua quasi cinquantennale carriera, non si occupò solo di giardini.

Fu, infatti, anche un grande architetto, collaborò con nomi del calibro di Giuseppe Sacconi, Marcello Piacentini, Giacomo Boni, l’architetto che riportò alla luce l’antica basilica di Santa Maria Antiqua. In questa veste progettò edifici quali l’Ossario al Cimitero del Verano, il serbatoio d’acqua in via Eleniana, la fontana di piazza Mazzini.
Nel 1933 la direzione dello zoo capitolino gli affida l’incarico di ampliare la struttura nata nel 1911, inglobando dei terreni incolti. De Vico porterà a termine la commissione in pochi anni realizzando una struttura decisamente avveniristica ed efficiente.

Dall’imponente scalone al rettilario, passando per la Casa delle scimmie e principalmente per l’immensa voliera, ancora oggi esempio di architettura nel suo genere.
La mostra, curata fra gli altri da Alessandro Cremona e Donatella Germanò, espone quasi 100 opere fra disegni, dipinti, progetti, fotografie e preziosi documenti. Materiali con i quali viene ripercorsa, a quasi cinquant’anni dalla sua scomparsa, la carriera di uomo che ha contribuito a rendere ancora più bella la nostra città.

Un mostra per tributare un giusto omaggio a Raffaele De Vico e per conoscere scorci della nostra Roma in un viaggio affascinante e nostalgico.

 

Maurizio Carvigno

The Royals 5 a rischio dopo le accuse al creatore Mark Schwahn

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The Royals 5 a rischio dopo le accuse di molestie rivolte al creatore Mark Schwahn da parte delle donne del cast.

Se vi siete appassionati a questa serie, come la sottoscritta, purtroppo dovrete ancora attendere per conoscere le sorti della famiglia Henstridges. Infatti, Il network americano E! ha licenziato Mark Schwahn. Quindi la famiglia The Royals è rimasta orfana del suo stesso sceneggiatore.

Le accuse sono state mosse inizialmente da Audrey Wauchope, con cui aveva lavorato durante One Tree Hill. Successivamente si sono unite al coro le ex attrici del cast del celebre teen drama, Sophia Bush, Hilarie Burton e Bethany Joy Lenz.

Tuttavia la speranza di rivedere il cast al completo non è del tutto vana.

Abbiamo lasciato la famiglia Henstridges in versione stratega, come sempre. E come sempre qualcosa di inaspettato stravolge le dinamiche della famiglia e dell’intero impero. Non temete. Non ci sarà nessuno spoiler.

L’ultima puntata lascia numerosi punti di domanda non risolti. Persino la compagine geopolitica potrebbe essere a rischio e sarebbe uno spreco di ascolti non sviluppare la trama.

Ma i tweet di Alexandra Park, la princiepessa Eleanor, e le immagini di Instagram di Tom Austen, la guardia del corpo truffatrice Jasper, lasciano ben sperare.

E no, non sono fidanzati. Dicono. Ma adoro anche io i #Jaspenor. In fondo tutti sogniamo la fiaba, a volte.

“Al cast e alla crew della mia serie, a tutti i fan della serie, siete la mia famiglia. Siamo il cuore e l’anima di The Royals. Spero ce potremmo trovare un modo di continuare il nostro viaggio di cui sono così orgogliosa di fare parte e per questo sono sicura che potremo trovare una nuova normalità, quella cosa che tutti noi stiamo cercando di trovare.” – Alexandra Park

https://twitter.com/AlexandraPark1/status/930964538979004418?ref_src=twsrc%5Etfw%7Ctwcamp%5Etweetembed%7Ctwterm%5E930964538979004418&ref_url=https%3A%2F%2Fwww.tvserial.it%2Fthe-royals-5-si-fa-news-video%2F

Alessia Aleo

Burlesque tra pregiudizi e stereotipi. Quanto costa a una donna giocare col proprio corpo?

Si insinua tra il Diciottesimo e il Diciannovesimo secolo, non a caso nelle stanze anglosassoni, l’arte di parodiare il mondo aristocratico con musica, ballo e comicità. burlesque roma

Protagoniste le donne, inizialmente poco vestite, poi sempre più nude per un incidente di percorso in scena che lasciò la ballerina Mae Dix senza vestiti, scatenando l’entusiasmo del pubblico. Si parla ovviamente del burlesque, lo spettacolo additato dalla stampa, lo show il cui nome negli anni Venti del secolo scorso divenne addirittura fuorilegge. Negli anni Novanta il burlesque risorse dalle sue ceneri tra feste, concorsi e convention, capeggiato dalle pin up 2.0, ma in Italia resta ancora un mondo di nicchia, o forse un mondo da celare? burlesque roma

Non è un mistero: quando una donna si spoglia il contesto è irrilevante nell’immaginario comune, che la giudica solitamente male.

Questo tipo di ipocrisia indubbiamente fa parte di quella mentalità tutta all’italiana secondo cui è bello vedere un corpo nudo da seguire sui social network e commentare con gli amici, ma guai a pensare che ci possa essere dell’altro, come nel caso di una performance che vede protagonista il corpo femminile impiegato in giochi di seduzione. E soprattutto, guai a portare a casa una “che si spoglia così!”, per non correre il rischio di fare prendere un colpo a mammà.

Perché non è concepibile l’idea di guardare qualcosa di piacevole e sensuale senza giudicarlo sconveniente? Perché una donna non può mostrare il proprio corpo senza essere ritenuta un oggetto?

L’ho chiesto alla giovane pin up romana Serena Camerini con l’intento di sdoganare alcuni luoghi comuni su un’arte di cui si parla troppo poco nel nostro Paese per motivi ancora (esplicitamente) ignoti. Un piccolo suggerimento: non sarà forse che, per retaggio culturale, una donna consapevolmente seducente (a prescindere dal burlesque) venga ritenuta ancora oggi difficile da controllare e quindi inaffidabile?

D: Nonostante abbia quasi un secolo di vita, l’arte del burlesque oggi non è molto sotto i riflettori. Cosa ti ha spinto ad avvicinarti a questo genere di performance e cosa provi nel proporla al pubblico? 

R: Ciao Alessia. È vero che il burlesque è un’arte antica. C’è da dire che non è nata esattamente così come la vediamo oggi, ma è mutata nel tempo e si è modernizzata. Se devo essere sincera, ne ho sentito parlare per la prima volta da un uomo che mi piaceva molto. Ho scoperto la sua passione per le ragazze pin up e il mondo del teasing e mi sono avvicinata per conquistarlo. Non ci sono riuscita, ma è diventata una delle mie più grandi passioni. Ogni volta che salgo su un palco è sempre un’emozione forte e differente. Non esistono parole precise per spiegare cosa si prova nel mettersi letteralmente a nudo con le proprie fragilità e le proprie insicurezze di fronte a degli sconosciuti. Col passare del tempo, però, si acquisisce sicurezza ed è chi sta sul palco a comandare il pubblico, non più il contrario.

D: Perché credi che attualmente il burlesque passi un po’ in sordina in Italia rispetto ad altri tipi di spettacoli? Come è possibile confrontare la situazione a livello europeo, visto che è nato in Inghilterra, e internazionale, visto il successo riscosso in America?

R: Credo e temo che in Italia abbia poco spazio (nonostante l’Italia vanti di ottime performer internazionali come Scarlett Martini) a causa della tanta importanza che si danno a temi quali la religione e il tabù. Paesi più “libertini” come l’America ne hanno fatto un punto di forza. Basti pensare a Dirty Martini e Dita Von Teese.

D: Trucco, abiti, musica, magari anche degli sketch. Quale preparazione c’è dietro uno spettacolo di burlesque sia a livello di formazione professionale che a livello pratico di organizzazione di uno show?

R: Questa è la mia domanda preferita. Personalmente ho scelto di iniziare un percorso di studi presso l’Accademia nazionale dell’arte Micca Club che, fortunatamente, ha sede a Roma. Si parte da un livello base accessibile a tutti e tutte, dove si imparano le tecniche principali, il movimento nello spazio del palco, la camminata, le pose e l’utilizzo di oggetti quali il boa, i guanti, le calze etc. Il corso comprende anche delle lezioni insieme ad una coreografa, una cantante, varie performer di burlesque (ognuna con il proprio stile) e una costumista che insegna la costruzione di un abito da scena oltre a dare indicazioni su trucco e parrucco. Prima si diventa indipendenti su tutto questo e meglio è. Per quanto riguarda la scelta della musica, quello dipende dal tipo di performance che si vuole proporre. Inizialmente ho scelto tutti pezzi molto diversi tra loro che spaziavano dal celtico, al rock, alle classiche colonne sonore da film. Ultimamente sto tornando alle origini e scelgo basi create apposta per questa arte. Anche qui c’è da dire che non è sempre semplice lavorarle, tagliarle, aggiungere effetti o unire due o tre pezzi. Esistono dei programmi appositi che, per fortuna, ho imparato ad usare.

D: Quando il burlesque divenne famoso fu additato dalla stampa per ovvi motivi censori. Attualmente, nonostante i media ci propongano spesso il nudo (e non sempre artistico), contro quale mentalità sociale deve scontrarsi una ragazza che fa burlesque?

R: Molto spesso mi capita di essere additata come la facilotta della situazione. Semplicemente perché salgo su un palco e faccio ciò che mi piace, secondo l’opinione pubblica sono una poco di buono. Capita spesso che i ragazzi fraintendano il mio atteggiamento artistico e credano di potersi rivolgere a me senza rispetto. La cosa che non comprendo ancora è com’è possibile che in TV se ne vedano di ogni, ed il burlesque venga sempre considerato come il male peggiore. Probabilmente la gente lo teme, perché ne teme l’effetto? In fondo, è una delle più forti forme di seduzione. 😉

D: Alla luce del fatto che nel 2018 il nostro Paese è abitato da persone retrograde, bigotte e tradizionaliste (più o meno coscienti di esserlo) ti è mai capitato di sentirti giudicata per quello che fai e ti è mai capitato che questo ti creasse problemi sia con l’altro sesso che con le donne?

R: Devo dire la verità, Sono più le donne che riescono ad apprezzare sinceramente quello che faccio perché mi prendono come un esempio di coraggio da emulare. Mi è capitato di aver invogliato qualcuno al punto tale di portarlo ad iniziare il percorso e, in seguito, ad esibirsi. Con gli uomini ha sempre rappresentato un problema. Un po’ per la mancanza di rispetto, un po’ perché si tende a sminuire tutto ciò che c’è dietro uno spettacolo (perché il loro interesse nella maggior parte delle volte è legato alla semplice visione di un corpo femminile nudo, nient’altro) e un po’ perché in passato ho scelto di rinunciarci per amore. Non lo farò mai più.

D: Aggiungo, considerando anche la mentalità media della famiglia italiana: i tuoi genitori ti hanno mai fatto storie a riguardo?

R:Assolutamente no. Anzi. Mi hanno aiutata economicamente nel percorso di studi e nelle varie volte che avevo scelto di lasciar perdere, mi hanno motivata e invogliata a continuare.

D: L’arte della seduzione è appunto un’arte, nel caso del burlesque la storia insegna che c’è anche molta ironia tra gli ingredienti principali. Come si fa a proporre uno spettacolo che risulti sempre e comunque elegante e che non sia volgare o trash?

R: Credo che il segreto stia nell’essere semplicemente se stessi. Quando salgo su un palco porto con me la voglia di divertirmi e di far divertire la gente. Porto il mio sorriso e quel pizzico di malizia necessario. Può capitare che qualcosa risulti un po’ più audace o spinta, ma quella è anche una questione di scelte e di gusti. Dipende dal messaggio che si vuole trasmettere. Quando decido di portare in scena qualcosa, faccio mille prove davanti lo specchio per cercare di capire se mi si addice o meno. Se calza a pennello sul mio modo di essere oppure no, e poi scelgo.

D: L’arte del burlesque ti porta a proporre un’immagine sensuale e magari “aggressiva” per certi versi. Molti potrebbero affermare che “strumentalizzi” il tuo corpo per farti vedere o magari potrebbero giudicarti (come spesso accade per molto meno sui social), come una – passami il termine – poco di buono. Come risponderesti a questo tipo di accusa?

R: Ecco, come ti dicevo poco fa, purtroppo succede spesso. Semplicemente, non rispondo. Io so chi sono, quanto valgo e perché lo faccio. Non credo che queste accuse meritino risposta. C’è gente che è capace solo di puntare il dito perché ha paura di guardarsi dentro e fare i conti con la propria vita. Bisognerebbe imparare a vivere e lasciar vivere. Se ho avuto la fortuna di avere un corpo e una mente che mi permettono di fare questa cosa, perché non sfruttare la mia potenzialità? Anche se è difficile pensarlo, questa cosa mi ha dato tantissima sicurezza.

D: Nel corso degli anni le performance di burlesque hanno subito molte variazioni. Nel panorama burlesque si sono imposte figure come Dita von Teese e Christina Aguilera (con un film a mio avviso di dubbia rilevanza). Come hai fatto tua questa arte, quali sono i tuoi modelli (se ne hai) e qual è il messaggio che vuoi trasmettere con i tuoi spettacoli?

R: Premetto che la Aguilera sta al burlesque come Gigi D’Alessio sta al funk (paragone suggerito). Ho fatto mia questa arte rubando con gli occhi e rimodellando ciò che ho appreso su me stessa. Le mie più grandi fonti di ispirazione sono state Dita (in primis), e le mie tre insegnanti. Devo loro molto se in questo percorso sono cresciuta e cambiata, ma lo devo anche molto alla mia determinazione e voglia di migliorare. Il messaggio che voglio trasmettere è quello del non arrendersi di fronte alle difficoltà. Con la voglia si può fare tutto, basta cercare un po’ di coraggio dentro se stessi. La forza di una donna non è neanche lontanamente immaginabile per la mente di un uomo.

D: Cosa diresti a qualcuno che non hai mai visto uno spettacolo per invogliarlo a venire e quando e dove i nostri lettori potranno vedere il tuo prossimo show?

R: Spesso non serve che dica niente per invogliare qualcuno. La maggior parte delle persone si incuriosisce già al solo nominare la parola Burlesque. Tutti vogliono vedere anche solo per una volta cosa succede sopra e sotto un palco che esprime questa arte. Se è vero che la mente si sconvolge insieme agli ormoni, se è vero che ci si sente più combattivi e si trova una motivazione per affrontare la vita. Se volete provare questa esperienza, potete seguirmi nei prossimi appuntamenti che sono i seguenti: Ci sarà sicuramente da divertirsi!


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– 6 e 7 Luglio a Gioia Sannitica (CE) per il raduno delle Aquile del Matese FMI

 

-21 Luglio al Killjoy di Roma insieme ad altre performer

 

-15 Settembre al Geronimo’s Pub di Roma

 

-6 e 7 Ottobre all’Hot Road 66 (Roma Infernetto).

 

Potete seguire Serena sulla sua pagina Facebook “Red Diamond Burlesque” e su Instagram col nome di REDDIAMONDBURLESQUE.

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Alessia Pizzi

 

Immagine di copertina: Walter Karuc
Foto in Gallery: in studio di Alessandro Lupetti; live di Fabrizio Cocci.

 burlesque roma

Bererosa 2018 la festa dei vini rosati è un successo anche quest’anno

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Anche per la settima edizione il pubblico degli appassionati ha risposto in massa al richiamo rosè di una delle riviste enogastronomiche più amate.

L’estate a Roma arriva quasi all’improvviso annunciata però da alcuni segnali inequivocabili, uno di questi è senz’altro Bererosa. Anche per l’edizione 2018 i cortili, le sale e i giardini di Palazzo Brancaccio, sono stai animati dall’assalto della frangia capitolina del popolo delle degustazioni.

Del resto è difficile dire di no all’evento di Cucina & Vini che anche  questa volta fedele al suo collaudato cliché, ha rappresentato un appuntamento con tutti gli ingredienti necessari per renderlo di gradimento assoluto. In primis la location, che nel centro di Roma oltre ai giardini, esibisce la bellezza delle sale interne del palazzo storico. A questa si affianca come sempre la selezione dei vini, sempre di altissima qualità, accompagnati da un corredo di sfizi gastronomici di grande livello.

Una grande vetrina per il mondo del vino rosato Italiano.

Per gli amanti del genere diventa quindi ogni anno una data da segnare a tutti i costi sul calendario. Se non altro perché forse in nessuna degustazione Italiana è possibile trovare una panoramica così esaustiva della vinificazione in rosa. Bererosa di fatto, anno dopo anno, restituisce una fotografia dello stato di forma dei rosati e dei loro progressi sulla strada della qualità.

Tra i punti di forza dell’evento la consueta presenza della batteria in rosa del Trento Doc. Un blocco monolitico di grandissime aziende che catalizzano l’interesse degli ospiti, di fronte alle quali selezionare gli assaggi è un’impresa ardua. Endrizzi, Letrari, Monfort, Cesarini Sforza, Ferrari, Altemasi, Maso Martis e Maso Nero sono solo alcune di quelle che anche in rosa, riescono a raggiungere il vertice qualitativo del resto della loro produzione. Livelli confermati anche per la Franciacorta, altro territorio d’elezione dello spumante Italiano. Presente tra gli altri con Guido Berlucchi, Le Marchesine e Uberti.

Insieme tra i banchi di degustazione grandi classici e nuove sorprese.

Ma lo spumante in rosa non si esaurisce qui e, questo paese enologicamente fortunato distribuisce piccole perle anche nelle altre regioni. Come nel caso di Bolle di Borro, sorprendente metodo classico a base Sangiovese. Un bicchiere in cui alle caratteristiche olfattive del Sangiovese si unisce la grande freschezza, dal sorso pieno e gustoso e che nella sua estrema bevibilità, lascia trasparire una lieve e piacevole presenza tannica che potrebbe renderlo un grande accompagnamento anche con la carne cruda.

Altra grande testimonianza dello spumante in rosa la porta la Puglia con d’Araprì, ormai un classico per i cultori della tipologia. Talmente centrato nel suo progetto, da dedicarsi esclusivamente alla produzione di spumanti metodo classico. Nel complesso la spumantistica Italiana dimostra di aver investito molto nel rosè, raggiungendo ottimi risultati. Un po’ diversa la situazione per quanto riguarda i vini fermi, verso i quali l’interesse del pubblico è in costante crescita.

Complessivamente anche per questi, si registra un impegno ed un miglioramento qualitativo generale dei prodotti, ma senza arrivare ancora ai risultati conseguiti finora per gli spumanti. Tuttavia sono già moltissime le aziende a produrre bottiglie di ottimo livello, certamente non eccezioni ma testimonianze anche qui di un lavoro intrapreso in maniera convinta, come forse non era stato fatto fino a qualche anno fa.

La Puglia si conferma grande produttore in rosa.

Lo dimostra l’ampio ventaglio di presenze, a partire dalla Puglia con i vini di Torrevento, Rivera, il sempre piacevole Girofle di Garofano e quelli delle splendide realtà cooperative dei Produttori Vini Manduria e San Marzano. Poi in ordine sparso Marisa Cuomo che fa sempre la sua figura, i Calabresi di Librandi e, dalle Marche Velenosi. Per l’Abruzzo altro territorio tradizionale per i rosati, da menzionare Marramiero e Tenuta i Fauri.

Ma anche il Lazio ha messo la sua firma con La Via delle Rose, delicatissimo rosè di Riserva della Cascina, mentre per la Liguria il Mea Rosa di Lunae Bosoni, ha rappresentato come sempre una garanzia. Comunque un grande entusiasmo si è registrato per tutti i presenti sui banchi d’assaggio, insieme  alla testimonianza  tangibile che il rosato, fermo o spumante, guadagna sempre più il consenso dei consumatori, specialmente tra le nuove leve della passione enoica. Speriamo che i produttori sappiano sfruttare questa opportunità, investendo e dedicando a questi prodotti la giusta attenzione che meritano.

Bruno Fulco

Solo grandi serate per Ostia Antica Festival: “The Queen Orchestra” e gli altri

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Prosegue la ricca programmazione al Teatro Romano per Ostia Antica Festival “Il mito e il sogno” con The Queen Orchestra in Bohemian Symphony.

Il 7 luglio alle ore 21.00 verranno eseguite le più grandi hit dei Queen interpretate da un ensemble di 50 artisti: un narratore, quattro cantanti, una Rock Band, un’orchestra sinfonica per ripercorrere tre decadi di capolavori della musica Rock.

Un’incredibile compagnia di artisti renderà omaggio ai più grandi successi incisi dal gruppo guidato dall’inimitabile Freddie Mercury; riarrangiati per l’occasione in un’opera Rock per voci e orchestra.

Scritto da Giacomo Vitullo, diretto dal maestro Luca Bagagli con la partecipazione della voce narrante di Riccardo Ballerini, Bohemian Symphony è un viaggio nella leggenda.

Due ore di puro spettacolo in cui musica sinfonica, proiezioni e live camera show faranno da cornice a brani indimenticabili come The Show Must Go On, Barcelona, Bohemian Rhapsody.

Un vortice di pura adrenalina emotiva appassionerà il pubblico per consacrare la genialità e l’intramontabilità dei Queen. Le voci sono di Alessandra Ferrari, Roberta Orrù, Damiano Borgi e  Silvio Giarratana.

L’appuntamento con la musica dei Queen è il terzo imperdibile evento dopo Amii Stewart & Gerardo Di Lella Pop O’rchestra e Jeff Beck. 

Ma la suggestione continua con altri spettacoli d’eccezione.

teatro di ostia antica

Il Festival al Teatro Romano anche quest’anno, come nelle scorse edizioni, presenta un cartellone davvero prestigioso grazie ai grandi personaggi italiani e internazionali che si alterneranno sul palcoscenico per quasi due mesi di spettacoli.

Il 10 Luglio potremo ascoltare il dream pop dei Cigarettes After Sex, la band formata da Greg Gonzalez, Phillip Tubbs, Randy Miller e Jake Tomsky.  

Il 13 e il 14 luglio, la grande danza sarà la protagonista assoluta con la prima edizione dell’Heritart Festival che proporrà due spettacoli (ad ingresso gratuito) sul tema del Mar Mediterraneo.

Il primo è Sheltering Sea con le coreografie di Igor Kirov e il Croatian National Theatre Split Ballet, seguito da Mediterraneo Suite a cura di Daniele Cipriani e Maitre du Ballet Stefania Di Cosmo.

Quindi un omaggio al Mediterraneo e alle culture che lo rappresentano in un percorso tra archeologia, musica e danza.

Il 19 luglio assisteremo invece al grande ritorno del cantante degli Alter Bridge, Myles Kennedy, che dopo il  sold out ai Magazzini Generali di Milano dello scorso 4 aprile torna in Italia per suonare dal vivo i brani acustici del suo album da solista Year Of The Tiger.

il 20 luglio è la volta di Nino D’Angelo con il suo 6.0 European Tour, con cui ha riscosso ovunque l’overbooking da nord a sud del Paese e dell’Europa.

Il 21 luglio è in programma un classico come Carmina Burana – Dalle radici della tradizione a Carl Orff, grazie all’ideazione e direzione musicale di Nando Citarella, Stefano Saletti e Pejman Tadayon del Cafè Lotì.

Si esibiranno insieme al loro ensemble popolare dividendo il palco con cento elementi  diretti dal M° Giovanni Cernicchiaro, per l’incontro tra la tradizione popolare e la musica colta.

Il 22 luglio e il 25 luglio, in programma due concerti con due musicisti di rilievo assoluto: Damien Rice, considerato uno dei migliori cantautori internazionali del nostro tempo, farà tappa con il suo Wood Water Wind Tour il 22 luglio

Burt Bacharach, uno dei più grandi compositori di ogni tempo, tornerà in tour in Europa per festeggiare i suoi 90 anni e potremo ascoltarlo invece il 25.

Il 24 luglio assisteremo a Fascismo mon Amour, uno spettacolo teatrale di Leonardo Ferrari Carissimi, tratto dal Miles Gloriosus di Plauto che debutterà per la prima volta in scena con la Compagnia del Teatro dell’Orologio.

Il 26 luglio l’appuntamento è con i Latte e i suoi derivati, in concerto con la storica formazione di sempre: Claudio Greg Gregori e Lillo Petrolo alle voci, Paolo Di Orazio alla batteria e Fabio “The Fabulous” Taddeo alle chitarre, Attilio Di Giovanni alle tastiere e Ingo Schwartz al basso.

Il 28 luglio, dopo il sold out dello scorso anno, tornano i Pink Floyd Legend con Live At Ostia Antica. Eseguiranno i brani che i Pink Floyd eseguirono dal vivo nel leggendario concerto-evento del 1971 Live At Pompei.

Il Mito e il Sogno si concluderà il 9 settembre con Pintus@Ostia Antica, uno spettacolo live concepito per la ripresa televisiva, la logica continuazione degli “speciali” legati agli spettacoli teatrali di Angelo Pintus e che segue la traiettoria della sua crescita artistica.

L’esibizione al Teatro romano, unica data estiva del 2018, vedrà la presenza di musicisti e ballerini e sarà registrata da Italia Uno per essere messa in onda la settimana seguente.

La terza edizione di Ostia Antica Festival “Il Mito e il Sogno” è organizzata dal consorzio di imprese Antico Teatro Romano, in collaborazione con il Parco Archeologico di Ostia antica.

L’iniziativa è parte del programma dell’Estate Romana promossa da Roma Capitale Assessorato alla Crescita culturale, con il sostegno di SIAE – Società Italiana degli Autori ed Editori e il patrocinio del Municipio X.

Inutile ricordare che si tratta di eventi straordinari in una cornice tra le più belle al mondo.

MANAGEMENT e ORGANIZZAZIONE:
Z. BROS PRODUZIONI e MENTI ASSOCIATE
Emiliano Zanni e Gilda Petronelli

DIREZIONE ARTISTICA
Giacomo Vitullo

UFFICIO STAMPA:  Fabiana Manuelli – stampa@fabianamanuelli.it

http://www.bohemian-symphony.com/

Biglietti in vendita su www.ticketone.itwww.boxofficelazio.it www.bookingevents.it e presso le prevendite abituali.

Antonella Rizzo

 

Unsane, a lezione di paranoia da Steven Soderbergh

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Il fatto che Unsane sia stato pubblicizzato e venduto soltanto come “il film girato con l’iPhone” è un grosso limite.

Sicuramente è un dato di fatto che Unsane sia stato realizzato così, e Steven Soderbergh con questa metodo, più che sperimentare, ha voluto divertirsi. Ed è pure vero che divertendosi il regista, uno dei più eclettici e preparati in circolazione, lo ha reso uno strumento utile all’intento della pellicola, perché squadrando l’immagine e illuminando la scena con l’effetto della ripresa da sorveglianza si è creata un’atmosfera perfetta. Ma appunto, al tempo stesso, non gli rende giustizia. Oltre l’iPhone c’è di più, potremmo dire.

C’è, prima di tutto, la voglia di fare cinema con la C maiuscola, ovvero intrattenere raccontando anche qualcosa. Possiamo definire Unsane nella sua essenza un B movie, un thriller che avvolge lo spettatore nel suo clima distorto fino a rinchiuderlo nella propria paranoia. Non è un trip, perché Sodebergh non vuole interrogarci su cosa è reale e cosa non lo è. Verso metà film, sappiamo cosa è reale, e la rama va già dritta spedita in maniera canonica. Al regista interessa proprio mostrare e indagare la realtà, nella sua forma più acida, allucinogena ma al tempo stesso vera e dura possibile.

Il film funziona dall’inizio alla fine perché riesce nel suo primo obiettivo, essere inquietante. E davvero, più che il dubbio o i fantasmi della mente, non c’è nulla di più inquietante e pericolo della nostra quotidiana realtà.

Soderbergh così, sotto le spoglie del thriller da manicomio tipico dei B movies dei decenni passati, appunto, indaga su due agghiaccianti filoni paralleli. Da un lato, quanto è diffuso il malaffare nei centri di cura di sanità mentale. Come questi luoghi, invece di curare o quantomeno alleviare problemi, con i loro metodi oppressivi accentuino lo status malato dei loro pazienti. Dall’altro lato, soprattutto, quanto lo stalking diventi un fatto irreversibile nel quotidiano delle vittime. Gli effetti su una persona vittima di attenzioni eccessive e non desiderate non sono quantificabili, e vanno oltre l’immaginabile fino ad abbattere la serenità mentale.

In tale riuscita aiuta molto avere a disposizione un’attrice brava come Claire Foy. La lanciatissima ragazza inglese sa essere, con quel volto acqua e sapone, credibile in ogni sfumatura di una personalità sottoposta a stress emozionale.

I temi descritti Unsane li tratta con intelligenza e attenzione, ma non appesantiscono la narrazione. Il film rimane, in tutta la sua durata, un godibile thriller che mette a disagio pur intrattenendo. Insomma, è un tipo di cinema che sa essere ugualmente da popcorn, sperimentale e serio. Forse, proprio per questo, un tipo di film che solo Steven Soderbergh poteva pensare e poi realizzare. Solo un autore immensamente trasversale che non si prende mai sul serio pur essendo, molto probabilmente, tra i più seri e capaci. Un autore che non pretende e non vuole rivoluzionare il cinema con i suoi film, ma mentre si vedono sembra sempre di assistere a qualcosa di assolutamente unico.

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Emanuele D’Aniello

Titivullus. Alla scoperta del refuso “perduto”

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È uscito in questi giorni Titivullus, il demone dei refusi, un saggio di Julio Ignacio González Montañés, edito da Graphe.it Edizioni. Il saggio si concentra sulla figura di Titivullus, demone che la tradizione medievale e moderna ha associato al refuso e alla ricerca dell’errore, sia nello scritto che nel parlato.

L’autore avanza una approfondita analisi della figura che appare principalmente nella letteratura e nell’arte nord europea. La lettura di questo opuscolo è scorrevole ed agevole. La struttura stessa del libro ricalca le varie “mansioni” che nel tempo sono state associate a Titivullus, facendo sempre riferimento ad opportune citazioni letterarie ed artistiche.

Quello che sorprende è l’approfondimento di una figura semi-sconosciuta ma ricca di fascino. Titivullus, infatti, è il demone incaricato di segnare in un foglio i refusi dei monaci. Egli è anche quello che appunta tutte le sincopi (o più in generale le omissioni) nel parlato durante una celebrazione religiosa. Annota i peccati degli uomini e i pettegolezzi delle donne. Nel tempo poi, sarà anche colui che confonderà i tipografi durante la preparazione della forma per la stampa. Insomma, Titivullus si evolve nel tempo.

Questa figura si plasma e si definisce in relazione a fenomeni della nostra lingua (e dello sviluppo della lingua dal latino all’italiano) e della storia medievale.

Chi parla veloce tende a saltare sillabe oppure a troncare le parole. In altri casi si verificano fenomeni di assimilazione e così via. Il nostro modo di parlare tende all‘economia e più si ha fretta, più questi casi si verificano. Ancora più interessante è notare come l’autore abbia calcato la mano sull’ambientazione di questo fenomeno. Infatti, sono i chierici quelli che più si caratterizzano per questo fenomeno, soprattutto per quelle funzioni fatte in suffragio dei defunti e per le quali è previsto un compenso.

Dall’altra parte abbiamo il caso di amanuensi che hanno difficoltà a decifrare i manoscritti o che commettono errori durante la scrittura. Parliamo di un fenomeno altamente noto e che è alla base della nascita della filologia.

Evidentemente le questioni sopra citate dovevano essere state sentite al punto da sviluppare la presenza di una figura che incarnasse queste caratteristiche. Non manca una certo qual biasimo moraleggiante, sopratutto dietro al primo caso studiato. È un po’ come se le colpe degli uomini venissero traslate su una figura demoniaca. Fenomeno indubbiamente interessante da un punto di vista antropologico e non solo. Non trovate?

Serena Vissani

L’amore ai tempi del digitale: come Internet ha cambiato i rapporti interpersonali

Internet e comunicazione: un rapporto che ha stravolto il mondo che prima i nostri genitori e le generazioni prima di noi conoscevano e che oggi produce nuovi fenomeni sempre più di massa.

È un discorso che può essere tranquillamente applicato anche al cosiddetto dating: l’amore ai tempi del web è sempre più spesso digitale, dato che ormai ci si conosce via Internet. Non a caso sono nate decine di piattaforme online e di social network progettati con il solo scopo di ‘aiutare’ a conoscere nuove persone per una probabile relazione amorosa: grazie a questi strumenti oggi chi intende trovare un ragazzo o una ragazza può farlo richiedendo l’intervento della rete. Per non parlare poi delle diverse app per smartphone come Tinder, ormai attive da anni nel campo del mobile dating. Con l’introduzione di internet si è passati da lettere scritte a mano, all’uso delle chat online i messaggi sono più istantanei e le distanze si sono notevolmente ridotte.

Dating online: dai social media alle app di incontri

In realtà, il fenomeno del dating non è così recente: negli ultimi 20 anni è andato sviluppandosi in modo fragoroso ma è partito quasi in sordina. Lo ha fatto tramite le bacheche digitali di annunci, visto che all’epoca il dating online si basava prettamente su questi strumenti. Poi, per via del suo successo e dell’apprezzamento riscontrato da parte degli utenti, ha fatto dei naturali passi in avanti: sono così nati i siti e i social network di appuntamenti, insieme alle applicazioni per smartphone. Persino strumenti come Facebook sono stati “convertiti” in tools per organizzare appuntamenti amorosi. Nel mondo delle app di dating, invece, è Tinder a spopolare: sono in molti i neofiti che si chiedono se il sistema di questa app sia davvero così proficuo. La risposta: Tinder in Italia funziona e diversi studi confermano che la maggior parte degli utenti di questa applicazione cerca una relazione seria come ad esempio quello condotto da Business Insider.

I numeri e i trend degli appuntamenti online in Italia

I numeri relativi al dating online e ai suoi trend vengono, ancora una volta, appoggiati da esempi virtuosi come Tinder. Secondo una ricerca condotta dal Pew Research Center, già nel 2015 la nota app di incontri poteva vantare circa 50 milioni di iscritti e una base di utenza attiva quotidianamente pari a 10 milioni di utenti. L’identikit dell’utente medio di questi servizi di dating ha un’età che oscilla fra i 25 anni e i 34 anni (45%). Inoltre, nella maggior parte dei casi è single e vive in città (54%). Da non sottovalutare poi la nicchia del dating per persone sposate che coinvolge il 30% degli utenti dei siti e app di appuntamenti. A riprova del fatto che il sistema funziona, un altro dato particolarmente interessante: stando ai numeri di settore, il 33% delle relazioni nasce online tramite le applicazioni e i social network di dating. Al punto che il valore di questo mercato digitale arriva a superare i 4,5 miliardi di euro. Non stupisce, dunque, la presenza di numerose start up nate per garantire un servizio online sempre più efficace agli utenti. Altro dato che vale la pena sottolineare: una fetta non troppo piccola di daters utilizza più di una applicazione di incontri, ciò avviene nel 19% dei casi maschili (13% fra le donne).

Al passo coi trend 2018: la cucina mediorientale a casa tua

Ogni anno ci sono nuove tendenze tutte da scoprire e nei settori più disparati tra cui ovviamente la cucina.

Le nostre tavole tendono infatti ad accogliere nuove cucine e nuovi cibi che spesso introduciamo nella nostra cucina man mano per abituarci. In altri casi, invece, la novità è così gustosa che nel giro di pochissimo tempo finiamo per non poterne fare più a meno. Fra questi trend, capaci di conquistare il cuore e il palato degli italiani, troviamo le cucine mediorientale e araba per dare un tocco di esotico ai nostri piatti che avranno un gusto più deciso e coinvolgente.

Cucina mediorientale e araba: le caratteristiche

Si tratta di due cucine per certi versi molto simili alla nostra, specialmente se si parla di quella mediorientale, ricca di frutta e di verdura di stagione. Basti pensare alle angurie e alle nespole, insieme alle fragole e ai fagioli. Naturalmente è d’obbligo parlare delle spezie in quanto sono una componente essenziale per entrambe le cucine. Inoltre, sia la cucina araba sia quella mediorientale sono ricche di ricette perfette da preparare a casa semplici ma mai banali o noiose. Poi, per quanto concerne quella araba, si tratta di un vero e proprio mix fra la cucina mediterranea e quella indiana. Ciò vuol dire che è capace di mescolare elementi a noi cari con altri elementi dal giusto tenore esotico. È anche una questione di tradizioni: nei paesi arabi, così come nel nostro, i pranzi in famiglia rappresentano un vero e proprio rito.

Quali sono gli ingredienti principali delle due cucine?

Abbiamo già citato la frutta e la verdura, immancabili componenti della cucina araba e di quella mediorientale. Proprio come nella nostra, poi, non mancano ovviamente la carne e il pesce: si tratta dunque di prodotti facilmente reperibili anche in Italia, il che rende molto più semplice approcciare queste due cucine. Fra le altre cose, qui da noi si trovano con facilità anche i prodotti più specifici come il couscous, che oggi sono disponibili anche presso supermercati online come quello di EasyCoop, il che semplifica non poco le cose.

Infine, vale la pena di chiudere con dei benefici della cucina araba: fa bene alla salute grazie all’abbondanza di cereali e di Omega 3 (nel pesce azzurro) e le grandi proprietà delle spezie utilizzate tra cui le più popolari il sesamo, il curry in polvere, la curcuma e il cumino.

Giochi di potere, il ritorno di Ben Kingsley al cinema

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Il prossimo 11 luglio uscirà nelle sale italiane il nuovo film di Per Fly Giochi di potere.

È la storia di Michael (Theo James), un giovane idealista che ottiene il lavoro dei suoi sogni alle Nazioni Unite come coordinatore del programma “Oil for Food”. Si ritrova in un Iraq che, nell’atmosfera già tesa del dopoguerra, è assediato da agenti del governo e da paesi avidi di potere attratti come squali dalle sue riserve di petrolio. Michael cercherà risposte nell’unica persona di cui è convinto di potersi fidare, Pasha (Ben Kingsley), suo capo ed esperto diplomatico. Ma quanto più inizia a scoprire i dettagli, più comincerà ad affacciarsi il sospetto che si tratti di una cospirazione ad alti livelli. L’unica via di uscita sarà quella di denunciare tutto, mettendo a rischio la sua vita, la carriera del suo mentore e la vita della donna curda di cui è innamorato.

Il film è un thriller politico ispirato all’autobiografia di Michael Soussan. Nel libro l’autore racconta lo scandalo “Oil for Food” (“Petrolio in cambio di cibo”), noto come il più clamoroso scandalo finanziario nella storia delle Nazioni Unite.

Altra grande novità di Giochi di potere riguarda alcuni ritorni sul grande schermo.

Il primo è il premio Oscar come miglior Attore del 1983 Ben Kingsley, la cui ultima apparizione risultava nel 2017 War Machine di David Michod. Altro grande ritorno è del regista e sceneggiatore Per Fly, la cui ultima opera risultava nel 2013.

 

Redazione Culturamente

“L’estate” ne Le stagioni (Praga) di Mucha: analisi dell’opera

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E’ decisamente il suo momento: l’estate è nel suo massimo splendore. Conosciamola meglio in una nuova e affascinante veste liberty!

Caldo… tanto caldo…. qui agli Infusi d’Arte ci stiamo letteralmente sciogliendo. la calura però ha scatenato una delle nostre solite curiosità artistiche e ci siamo chiesti come vedevano l’estate gli artisti di epoche passate, quelli che magari, come noi, erano ancora in città bollenti e affollate. Vi suona familiare? Allora venite a scoprire chi è l’infuso di oggi!

L’infuso di oggi è L’estate di Alphonse Mucha, dipinta all’interno del ciclo delle stagioni alla fine dell’Ottocento. Oggi lo si può ammirare al Mucha museum di Praga.

Potete visionare il quadro qui.

Chi è questa bella ragazza?

E’ proprio la responsabile di questa calura soffocante:è l’Estate. E stranamente sembra risentire anche lei delle temperature da bollino rosso. Mucha la rappresenta come una bella ragazza a pieno sole, vestita con una tunica leggerissima un po’ in disordine. Forse si è appena rivestita dopo un bagno nel ruscello anche se, viste le temperature, ci ha subito rinfilato dentro i piedi. Deve sentirsi decisamente un po’ stanca per adagiarsi mollemente su quel ramo secco che tutto è tranne che comodo. Ci degna appena di uno sguardo svogliato, come se si fosse accorta di noi ma non avesse nessuna voglia di muoversi. Anche così stanca e svogliata l’Estate mantiene tutta la sua bellezza e la sua sensualità. La testa è ornata da fiori rossi, l’ideale sui suoi capelli scuri, e la tunica pur essendo stropicciata è scivolata via dalla spalla per permettere al sole di mostrarci un brano di pelle bianchissima e vellutata. Eh già, all’epoca niente tintarella.

Cosa rende speciale questo dipinto?

Ciò che rende particolarissimo questo pannello, come del resto le altre stagioni, è il fatto che l’autore non abbia voluto rappresentare più che le caratteristiche del periodo. Come ad esempio le attività che si svolgono, i frutti della terra, gli eventi atmosferici. Cioè quello che da sempre caratterizza le allegorie delle diverse stagioni e che fino ad oggi era stato una vera e propria regola. Mucha no, lui decide di cambiare e di rappresentare la sensazione che quella stagione provoca nelle persone. Per rendersene conto basta un’occhiata alle altre donne della serie. Vediamole. L’Inverno è tutto avvoltolato su se stesso, sicuramente sente freddo, l’autunno osserva pensoso un tralcio di foglie, sta contemplando la natura in modo rilassato. La primavera infine si sta adornando con i fiori e sembra stare per muoversi in un passo di danza: è il tempo della rinascita e degli incontri.

Due parole sullo stile…

Alphonse Mucha è un pittore di origine ceca, lavorò lungamente a Parigi dove si specializzò soprattutto in manifesti per il teatro e per la pubblicità. Il suo stile riflette perfettamente il gusto dell’epoca: le bellezze femminili sinuose e sognanti, i colori sfocati ed armoniosi, la grandissima presenza di elementi naturali. Come del resto imponeva l’Art Nouveau, altrimenti detto Liberty. Questa corrente artistica prevedeva un grande ritorno agli elementi vegetali di cui venivano riprese le linee. Questo dava l’impressione che le figure si evolvessero con la stessa forma che hanno i tralci di una bella pianta rigogliosa.

Anche questo infuso d’arte è finito, e speriamo che vi abbia dissetato per bene. Se così non fosse ingannate l’attesa leggendo gli altri infusi d’arte, ma sbrigatevi perché tra due settimane saremo di nuovo da voi!

Chiara Marchesi

Ozark 2 in arrivo su Netflix

Netflix annuncia che l’attesissima seconda stagione di Ozark, la serie originale con Jason Bateman, Laura Linney, Julia Garner e la new-entry Janet McTeer, sarà disponibile dal 31 agosto 2018 in tutti i Paesi in cui il servizio è attivo.

La nostra recensione della prima stagione.

L’atmosfera oscura della cittadina, il ritmo compassato, l’ampio respiro della narrazione che si sposa con i lati oscuri nascosti della provincia americana. Ancora una volta nulla che non si sia già visto, sia chiaro. Ma indubbiamente contribuisce in maniera decisiva a rendere Ozark ciò che vuole essere: un ritratto senza filtri, e senza concessioni, del cinismo dell’animo umano, disposto a tutto pur di sopravvivere, spesso e volentieri oltre i limiti.

Sinossi:

La seconda stagione di Ozark riprende il racconto delle vicende di Marty Byrde e della sua famiglia nei loschi affari del traffico di droga e del riciclaggio di denaro. Con Del Rio fuori dai giochi, l’organizzazione criminale decide di inviare la spietata avvocatessa Helen Pierce in città per smuovere le acque, proprio quando i Byrde si stanno finalmente ambientando. Marty e Wendy cercano disperatamente di trovare un equilibrio tra il bene della propria famiglia e le situazioni pericolose generate dal loro accordo con l’affamato di potere Snells, il cartello e il loro nuovo agente, Ruth Langmore, il cui padre Cade è stato da poco rilasciato dal carcere. La posta in gioco è addirittura più alta di prima e i Byrde realizzeranno molto presto di essere costretti a rischiare tutto prima di poterne uscire.

“L’interpretatore dei sogni”, il romanzo per riscoprire Freud

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Con L’interpretatore dei sogni, Stefano Massini, ci regala un diario intimo di Freud. Una rigorosa finzione, frutto di anni di studio, in cui prendono magicamente vita i sogni di decine di pazienti del medico viennese.

«Esplorare i sogni è esplorare la parte più arcana di noi, l’io che non sappiamo d’essere, l’essere che non sappiamo di avere.»

Il più grande studioso dei sogni è stato Sigmund Freud. Questi dedicò ai sogni buona parte della sua vita, certo che senza il sogno non esiste l’uomo, come non esiste la vita senza il respiro.

Il sogno è un viaggio che iniziamo ogni qual volta ci addormentiamo; è il fragile legame con il nostro essere bambini, la migliore espressione della nostra creatività.
Stefano Massini scrittore, saggista, una delle firme di punta del quotidiano “La Repubblica” e apprezzato autore teatrale, (suo, ad esempio, il bellissimo 55 Giorni senza di Moro, recentemente portato sugli schermi Rai da Luca Zingaretti) ha rivisitato Freud e il mondo dei sogni in un originalissimo romanzo: L’interpretatore dei sogni.
Edito da Mondadori e pubblicato nel 2017, questo romanzo fatto di sogni e che racconta sogni, rappresenta una singolare e avvincente rilettura di uno dei saggi più noti del padre della psicanalisi: L’interpretazione dei sogni, il testo che rese celebre il medico viennese.

Immaginato come un quaderno-diario di Sigmund Freud, L’interpretatore dei sogni, frutto di sette anni di “disperatissimo studio” è, di fatto, un clamoroso, straordinario falso letterario.

L’autore descrive il particolare rapporto che si instaurò fra Freud e i sogni. Creature che vivono di notte, che si cibano di emozioni, che traggono forza dalla parte più nascosta e inconscia di noi.
L’interpretatore dei sogni è biografia e romanzo al tempo stesso, ma principalmente diario intimo di decine di pazienti in cura da Freud. 

L’interpretatore dei sogni è una radiografia di decine di sogni.

Sogni che mani inconsce hanno intrecciato di notte.

Sogni che si dipanano come gomitoli, sotto il lieve incalzare di un Freud che chiede, annota, suggerisce.
Un testo che dà voce a protagonisti afoni che trovano la forza di parlare e raccontare.

Testimoni onirici condotti da un uomo, anch’egli sognatore, che cerca di interpretare quel magico prodotto della nostra mente.
L’interpretatore dei sogni è il resoconto di un viaggio nel mondo onirico di Freud e dei suoi pazienti, un susseguirsi di successi e fallimenti su cui spicca il caso di Tessa W, una donna affetta da isteria.
Tessa W. fu il viaggio più difficile intrapreso dal medico viennese che Massini (vincitore del Premio Campiello con Qualcosa sui Lehman) ricostruisce con tutta la forza del romanzo, portando il lettore nello studio di Freud.

Ascoltiamo, così, il lieve parlare di Tessa, la sua ansia e rileggiamo il suo sogno.

L’interpretatore dei sogni solletica la parte più irrazionale di noi, pungolandola con aghi di sogni.
Un libro che si legge come un sogno che fa venire voglia di leggere o rileggere il saggio di Freud, L’interpretazione dei sogni.

«C’è una parte dei nostri sogni che resiste con ogni forza all’interpretazione. Per assegnarle un senso occorre andare oltre, superare i limiti, mettersi alla prova con lo specchio di se stessi.»

Maurizio Carvigno

Apre a Roma Cremilla, la gelateria con pasticceria “Oltremodo golosa”

Dopo le affermate presenze nel Mercato Centrale di Roma e Firenze, Cremilla inaugura a Via di Porta Castello la sua prima Sede ufficiale.

Nell’Ottobre del 2016 la prima apertura all’Interno del Mercato Centrale di Roma, segue a pochi mesi di distanza quello di Firenze: oggi Cremilla è pronta ad aprire la sua prima sede ufficiale.
Si trova in Via di Porta Castello, tra il quartiere Prati e Borgo Pio, nel cuore della Roma che accoglie ogni giorno romani e turisti.

Gelateria sì, ma anche tanta pasticceria in questo punto vendita che rispecchia nello stile e nel gusto una piccola “casa del gelato”. 24 carapine in continua rotazione, fontane di cioccolato, due tipi di panne montate e una proposta di dolcezze da capogiro accolgono il viaggiatore che entra nel punto vendita.

IL GELATO

Tra i gelati spiccano diversi gusti vegani e senza glutine, come il cioccolato fondente a base di acqua, le frutte realizzate con oltre il 50% di frutta fresca, e i gusti a presidio Slow Food, tra cui la mandorla di Toritto e il biscotto di meliga. Impossibile non assaggiare Mediterraneo, con mandorla, crumble e scorza d’arancia, il Mascarpone, realizzato con mascarpone fresco, il Bacio di Cremilla, con crema alla nocciola, cioccolato gianduia e mandorle tostate, il pistacchio di Stigliano, dal piccolo comune della Basilicata in provincia di Matera, o la nocciola dei Monti Nebrodi.

Per il suo gelato, Cremilla utilizza unicamente, come addensante naturale, la farina di semi di carruba siciliana ricca di fibre, proteine e antiossidanti per un risultato privo di additivi artificiali (emulsionanti, grassi idrogenati, coloranti, e conservanti). Il gelato viene mantecato continuamente nel laboratorio, a vista sia da strada che dall’interno del negozio, per garantire un prodotto sempre fresco e cremoso: un gelato “espresso”.

I DOLCI  

Ma c’è anche tanto altro spazio per le dolcezze. Cremilla infatti si arricchisce di una proposta di pasticceria moderna altamente curata, tutta a base di semifreddi, che comprende sia torte che monoporzioni. Oltre ai dessert classici, tra cui il tiramisù, la millefoglie e la foresta nera, molte creazioni personalizzate che variano secondo i prodotti di stagione.

C’è l’Assoluto, con pan di Spagna al cacao, gelato al cioccolato fondente, semifreddo al pinolo e pinoli tostati; la Smith con biscuit alla mela verde e cannella, cremoso al biscotto e gelèe alla mela verde; l’Oriente, con semifreddo al mango, semifreddo alla panna, gelèe allo zenzero, biscuit e glassa al mango; la Modicana, con semifreddo alla nocciola, semifreddo al cioccolato di Modica, cremoso ai cereali all’avena e al cioccolato.

Ma non finisce qui. Nell’offerta di Cremilla anche waffle e pancakes, classici o al cacao, con frutta e gelato, Yogurt biologico con granelle, frutta secca e sciroppi, e un’intera carta delle crepes da farcire e gustare a piacimento. Non manca una dedica speciale al benessere con estratti, Smoothies e Milkshake dai nomi ispirati ad artisti famosi, come Matisse e Mondrian. Non a caso uno dei filoni che fa parte dell’identità di Cremilla è proprio la passione per l’arte: il primo punto vendita accoglie quattro rappresentazioni dell’offerta realizzate dall’artista Nina Voluta e sulla parete di sfondo un omaggio dello street arter contemporaneo Mauro Pallotta, molto conosciuto in questo quartiere soprattutto per il murales su Papa Francesco.

CHI E’ CREMILLA?

Al centro dell’identità della gelateria, c’è Cremilla. Personaggio favoloso, viaggiatrice, pasticcera, sognatrice e gelataia che rappresenta l’animo goloso di ciascuno di noi.
Attraverso la voce di Cremilla, il gelato si racconta e si trasforma in un viaggio ad ogni assaggio. Da questo concetto nasce il brand, studiato da Laurenzi Consulting, società specializzata nell’ideazione e realizzazione di format per la ristorazione. Un vero viaggio attraverso la golosità.

E non ho dubbi sia di mano del Correggio

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Così esordisce Goethe di fronte a una Madonna col bambino in cui la mimica dell’infante così vezzosa, vibrante, al centro di una composizione, intrisa di una tenerezza prosaica, lo fa esultare, giudicandone l’appartenenza al Correggio.

Antonio Allegri, detto il Correggio, dal nome della città natia in provincia di Reggio Emilia, nacque circa nel 1490 in una famiglia di umili origini. La sua patria era sede di una piccola corte aristocratica, a differenza di Parma che costituiva una città periferica del ducato di Milano, e dal 1521 dello Stato Pontificio.

L’artista quindi non svolse la sua attività in un centro egemone per la produzione artistica, né operò stabilmente presso una corte. Ciò non impedì la diffusione della sua arte nell’area geografica di Parma, Modena e Mantova.

Avulso dai parametri del “Cortigiano” di Baldesar Castiglione e esente dalle gerarchie cortigiane evidenziate nel canto XXXIIII dell’Orlando Furioso di Ariosto, egli viene comunque riconosciuto quale pittore onorevole.

Vasari lo descriveva, nelle “Vite”, quale malinconico, schivo e “il primo in Lombardia che cominciasse cose della materia moderna”, ne sottolineava la grazia, la morbidezza e l’abilità nel maneggiare colori e dipingere particolari fisici.

La sua fortuna fu dovuta anche all’istituzione di Parma quale capitale del ducato farnesiano nel 1545. In seguito, i contatti tra i Farnese, Roma e la corte imperiale favorirono la divulgazione delle opere di Correggio anche al di fuori dei confini emiliani.

“Il Gran cardinale” Alessandro Farnese avocò a sé dei pittori parmensi per compiere opere tra Roma e Caprarola. Questo connubio portò alla contaminazione del tratto tosco-romano con quello tipico parmense. Artisti quali Taddeo Zuccari e Federico Barocci subirono l’influenza di Correggio. Anche Annibale Carracci dopo la sua visita a Parma nel 1580 ne accolse lo spirito e arricchì di tali soluzioni stilistico-formali la sua attività a Roma.

Di particolare rilevanza per la sua committenza storica, oltre che per lo splendore delle opere, fu il ciclo degli “Amori di Giove”. Probabilmente richiesti dopo il 1530 da Federico II Gonzaga, duca di Mantova, essi dovevano fungere da presente per l’imperatore Carlo V. A riprova di tale destinazione, di questi quadri vi è testimonianza alla fine del cinquecento in Spagna.

Un’altra ipotesi fu che questo ciclo pittorico fosse pensato per palazzo Te, la residenza suburbana di Federico II Gonzaga (costui spesso raffigurato quale Giove).

Le quattro tele degli “Amori di Giove” avevano un contenuto esplicitamente erotico, dove le pose erano intrise di sensualità. Correggio attinse al repertorio classico formale.

“Ganimede” trattava del mito del pastore troiano, rapito da Giove, sotto le sembianze di aquila, e portato sull’Olimpo, dove diventò coppiere degli dei.

“Giove e Io” era la rappresentazione originale della metamorfosi ovidiana, dove Io in posa estatica, lasciva, si abbandonava a un abbraccio silente col dio, posto sotto forma di nube.

“Leda” risultava un dipinto estremamente complesso nella narrativa figurativa delle tre fasi della vicenda, in cui si alternavano allusioni carnali e echi mitologici.

Infine “Danae” immersa in un universo dolce intimistico, veniva raffigurata così lontana dalla futura rappresentazione di Tiziano.

Pittore singularissimo dà mostra di tutto il repertorio intimistico del Rinascimento nordico. Il senso del vago e dell’indefinito nelle sue tele trasporta in un universo nostalgico del sentire classico, ma allo stesso tempo sdogana un certo “visionarismo” negli accostamenti simbolici delle figure rappresentate. Pose estatiche addensate dalla carica chiaroscurale e una luce quasi pulviscolare atmosferica che avvolge il tutto.

Nelle sue linee vige una morbidezza, plasticità, e un senso di pathos che farà da assist al Barocco. La luce vibrante, le espressioni languide, la grazia convergono con piano spaziale incerto, mobile che arreca un dinamismo, flebile alla composizione.

Correggio dona con la sua arte l’aspetto più delicato del Rinascimento, mostrando una ritrosia che ne rimette in discussione i suoi parametri visivi. Mostra un’opacità che cela un pathos, un fervore che avrà pieno respiro nell’opera di autori successori come Lanfranco e Barocci.

Costanza Marana

Immagine: Sailko [CC BY 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/3.0)]

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Le tesi di laurea tornano in vita con “Stesi dalle Tesi”

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Nell’ultimo mese la Redazione ha tentato di supportare i maturandi in ogni modo possibile immaginabile.

Abbiamo fornito idee per tesine di maturità originali, basandoci su quelle che i nostri redattori hanno ideato “ai tempi loro”, dopodiché abbiamo deciso di appellarci al santo protettore pur di supportare gli studenti nell’esame di maturità 2018.

Ora che le prove scritte sono andate e non resta che affrontare l’ultima battaglia, quella degli orali, vogliamo alleggerire il clima raccontandovi un’iniziativa davvero carina dedicata proprio agli argomenti della tesina. Visto che gli studenti sotto esame ci manderanno a quel paese immediatamente perché l’ultima cosa a cui vogliono pensare è proprio la tesina, l’articolo è rivolto principalmente ai laureati che hanno una tesi impolverata nel cassetto.

Il progetto, ideato nel 2006 dall’antropologa Adriana Migliucci e promosso dall’Associazione Culturale Terre Vivaci, si chiama Stesi dalle Tesi e mira a coinvolgere tutti coloro che hanno voglia di condividere il proprio sapere con gli altri, sia che si tratti di ingegneria aerospaziale che di storia della musica. I laureati e i laureandi sanno bene quanto sudore e lacrime vengono versati nei mesi della redazione della tesi, quindi perché non raccontare questo lavoro anche agli altri, non necessariamente esperti del settore?

Gli incontri sono assolutamente informali e divertenti, l’ultimo si è tenuto a Roma presso la Gelateria Splash.

In questa occasione io stessa ho potuto raccontare la mia tesi di laurea sulle Voci e Maschere femminili di età ellenistica e ho ascoltare con piacere anche quelle degli altri tre partecipanti, immergendomi in studi storici, filosofici e di genere. Successivamente tutti i partecipanti hanno interagito a gruppi con gli ascoltatori, per rispondere alla loro domande sulle tesi proposte. Nonostante la varietà dei temi tutti i presenti si sono dimostrati molto interessati e partecipativi, creando un clima di scambio davvero stimolante.

Come sapete la nostra redazione ama proporvi tutto quello che può essere considerato una dose di cultura e Stesi dalle Tesi è un evento a cui vi consigliamo di partecipare: per farlo basta compilare un semplice form sul sito http://www.stesidalletesi.it/

Alessia Pizzi

Nei Albertì, l’artista catalano che distende l’animo

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Il 22 giugno a Villino Pignatelli si è tenuta l’inaugurazione della mostra di Nei Albertì che ci farà compagnia fino al 22 Luglio.

Artista spagnolo che fonda la sua ricerca sullo spazio, un andirivieni di pieni e vuoti e sul tempo. Il tempo, scandito da un ritmo incessante, tra tensione e distensione.

Ma conosciamolo più da vicino.

Nasce nel ’75 in un paesino della Catalogna e nel ‘98, come per magia, scopre la sua passione per la scultura. In continua evoluzione, Nei non si da pace. Alla scoperta di continui materiali. Inizialmente viene colpito dal ferro, dalla pietra e dal legno successivamente si accosta alla cera, al gesso e alla ceramica. Le tecniche usate, sono le più raffinate, saldatura, fusione e forgiatura e questo lo porterà ad esporre in molti stati europei: Londra, Barcellona, Madrid, Parigi, Como, Instambul. Nell’esposizione a Villino Pignatelli però vedremo altri materiali quali, metacrilato, spandex, fili, vetro e luci led spothlight.

E sono proprio questi elementi, che renderanno il percorso della mostra emotivamente unico. In un luogo che sembra nato per ospitare questo artista. Il villino Pignatelli, infatti, è un edificio romano sito nel rione Sallustiano. Immerso in una grande corte di giardini esotici, sculture, fontane e scorci inaspettati, dunque quale spazio migliore per un artista di grande impatto come Nei?

Per immergersi a pieno nelle opere del catalano, l’artista suggerisce di non fare foto, la prima volta che viene fatto il percorso per gustare a pieno l’atmosfera.

Le sue opere si compongono in reti colorate di lycra semitrasparente, tirate, adattandole allo spazio a sua disposizione. Tutte le opere infatti sono in netta correlazione con il luogo in cui vengono esposte. Due sono state pensate proprio per il Villino Pignatelli e sono le due di dimensioni più grandi, che invaderanno completamente le sale del palazzo neorinascimentale. Verso metà percorso la tensione si alza. Una stanza buia con un rumore fastidioso e una luce effetto flash, ci incoraggia ad andare a guardare la scultura a specchio più da vicino e…Come per magia, avvicinando l’occhio alla fessura, si ha l’impressione di distensione,di quiete. Continuiamo avanti e arriviamo ad una sala, quasi meditativa. Ci sono dei cuscini, ci stendiamo. E Poi l’ultima. L’installazione site specific. Quella, che l’artista, considera il massimo della liberazione emotiva e che fa ci fa entrare a contatto con ilo nostro profondo.

Le opere di Nei, sembrano, in apparenza complicate ma in realtà sono semplici e piene di forza.

“…Voglio lasciare agli spettatori un sacco di domande, senza risposte. […]Sto cercando di fare un viaggio facile all’interno di dubbi umani, nella mostra tutto deve essere chiaro in un modo da non far fuggire da esso, per essere veramente coinvolto in esso come quando sei dentro una foresta e tutto il resto scompare, ma spero che quando tutti tireranno fuori qualcosa di vero, eserciteranno il loro cervello. Come posso dare loro una realtà parallela in cui non capisci niente, non riconosci qualsiasi cosa, ma tutto appare chiaro nella tua mente. Questo può essere un buon catalizzatore per darti milioni di domande”. Nei Albertì

Alessandra Forastieri

The Handmaid’s Tale 2×10/2×11, tutti hanno un cuore affamato

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Ma sapete davvero quanto è importante avere un grande attore?

Potete avere il miglior regista, la miglior idea, la miglior sceneggiatura, il miglior reparto tecnico. Tutti i migliori al mondo, addirittura. Ma forse niente è importante quanto avere un grande interprete a disposizione. Qualcuno da piazzare lì, davanti alla camera, e catapultarlo nell’esistenza degli spettatori in maniera intima.

Fortunatamente, The Handmaid’s Tale ha Elisabeth Moss. Ho scritto fin troppo quanto questa seconda stagione abbia largamente deluso, e di quanto la ripresa pareva però vicina. La ripresa è arrivata, questi nuovi due episodi hanno lasciato un segno emotivo indelebile – in particola la 2×11 è forse l’episodio finora migliore dell’intera serie – ma il merito più di ogni cosa appartiene all’interpretazione centrale. Quindi a Elisabeth Moss, appunto.

Le due puntate, che adesso analizzo insieme ma che sono state ovviamente trasmesse separate, rappresentano un unico tour de force emotivo e recitativo davvero con pochi uguali nella storia del piccolo schermo americano. Nella 2×10 subisce di tutto, tira fuori tutto, recita con le urla, con le lacrime, con lo sguardo stupito e massacrato, con quel dolore che vorrebbe uscire fuori ma viene ricacciato dentro. Invece, nella 2×11, se escludiamo i flashbacks ha una prova quasi muta. Parla raramente, urla solo nella parte finale, e tira fuori quel misto di confusione e reazione che non può non lacerare. In due puntate, nemmeno due ore, Elisabeth Moss ha tirato fuori una gamma recitativa stupefacente. Ed è stupefacente il modo con cui, mentre altri recitano attraverso gli occhi, lei riesce a recitare attraverso la bocca. È difficile da spiegare, ma seguite i movimenti dal naso al mento, e c’è di tutto.

Rimanere impassibile a questi due episodi è realmente arduo. Questo è il meglio, ma il peggio emotivo, che The Handmaid’s Tale sa offrire.

Forse è la prima volta che la cerimonia rituale, da stupro sottinteso, diventa uno stupro effettivo. La serie lo ha voluto mostrare senza mezze misure, senza rituali, ricordandoci quanto gli autori vogliamo ancorarsi il più possibile alla nostra realtà, pur nelle sue pieghe più tragiche. Avevamo già detto che The Handmaid’s Tale non ha mai rifiutato l’orrore nella sua veste più didascalica. Una scelta sia emozionale, come lo strazio empatizzante che prova June quando può brevemente rivedere la figlia, e sentire soprattutto quelle parole, sia puramente estetica. Quest’ultimo è appunto il caso della 2×11, un episodio che, tra silenzi e solitudine, sembra quasi un film horror del genere “home invasion” sempre più soffocante e sconfortante.

La volata per chiude la 2° stagione di The Handmaid’s Tale è partita. Ci sono stati bassi, purtroppo, ma queste puntate sono state tra i punti più alti in assoluto. Speriamo sia un buon viatico per finire la stagione, pur sapendo che non solo la serie andrà avanti, e quindi da chiudere ci sarà ben poco effettivamente, ma soprattutto che immaginare un finale conciliante è fin troppo ottimista.

 .

Emanuele D’Aniello

Il film ‘Favola’ con l’istrionico Filippo Timi diventa un evento speciale Nexo Digital

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Nexo Digital ha distribuito nei cinema Favola film dissacrante diretto da Sebastiano Mauri e interpretato da un grandioso Filippo Timi.

La versione cinematografica dello spettacolo teatrale Favola film scritto da Filippo Timi, aveva già riscosso  il meritato successo di critica alla sua presentazione al Torino Film Festival del 2017.

Gli scorsi 25, 26, 27 giugno Nexo Digital lo ha programmato al cinema come evento speciale. E personalmente mi auguro che lo abbiano visto in molti, perché è un film imperdibile per la sua originalità.

Prodotto da Palomar e Rai Cinema, “Favola” nasce come commedia teatrale, come recita la sinossi “fantastica e dissacrante sul tema dell’identità”.

Siamo infatti in una casa fabiesca nella provincia americana, negli anni Cinquanta o Sessanta del secolo scorso. Mrs Fairytale (Filippo Timi) è una sognante casalinga  che vive una vita apparentemente perfetta in stile Doris Day.

Presto ci si accorge, però, che la perfezione è una facciata. Mrs Fairytale – che in inglese significa proprio “favola” – finge che le stia bene la vita che fa e che la sua immagine esteriore corrisponda alla sua vera identità. Poi ad un certo punto riscopre e riconosce la sua immagine interna e si riappropria della sua vita. Si ribella, soprattutto, a sua madre (la sempre sublime Piera Degli Esposti) e al marito (Sergio Albelli).

Fin dai titoli di testa “Favola” appare colorato e pop. L’origine teatrale di questo film è evidente fin da subito. Dai movimenti sulla scena e dalle inquadrature sembra che gli attori si muovano su un palcoscenico, piuttosto che su un set.

Da subito ci si accorge anche che questa è una grandissima prova d’attore di Filippo Timi. Lui è Mrs Fairytale , una donna transessuale molto speciale, che lui interpreta in modo credibile e intenso. Si muove in modo femminile ed elegante anche sul tacco 10. Ci balla addirittura il mambo, con la maestria e la giocosa sensualità di una Sofia Loren in “Pane, amore e …”.

Favola film

Il film, d’altronde, è ricco di riferimenti cinematografici, ma anche di dettagli che mirano a criticare la società americana e, in generale, i pregiudizi comuni a molte comunità.

Per quanto riguarda i primi, non mancano le inquadrature e le immagini in puro stile Hitchcock. Invece i dialoghi tra Mrs Fairytale e l’amica Mrs Emerald (Lucia Mascino), donne decisamente sull’orlo di una crisi di nervi, ci richiamano le atmosfere di Pedro Almódovar.

Come anticipato, ci hanno colpito i dettagli sia nella scenografia sia nei dialoghi che criticano in modo caustico la società americana e non. Dalla facilità della protagonista nell’imbracciare uno dei fucili custoditi nel porta ombrelli accanto alla porta d’ingresso, si passa a sciorinare i doveri di una brava moglie, tra cui la pazienza nel sopportare le violenze e i tradimenti dei mariti.

Sul piano delle interpretazioni, sono stati decisamente all’altezza tutti gli altri attori: Piera Degli Esposti, Sergio Albelli, Lucia Mascino, e Luca Santagostino. Quest’ultimo si è districato bene nel triplo ruolo di tre fratelli.

Ovviamente, in “Favola” giocano un ruolo essenziale le scenografie fantasiose e colorate di Dimitri Capuani e i costumi non certo sobri di Fabio Zambernardi. La combinazioni di questi due elementi ha dato al film la giusta atmosfera nostalgica e “queer”.

 “Favola” è un film esilarante, caustico e inquietante. Racconta di una ribellione,  o meglio di un rifiuto dei ruoli imposti alle donne e della normalità. Ma, soprattutto, è una commedia fantastica, piena di momenti surreali, sul diritto ad essere felici e a veder riconosciuta la propria identità.

Alla fine, tutti sapranno rispondere alla domanda di Mrs Fairytale: “a cosa serve essere normali, se non si è felici?”. E la risposta non potrà che essere “a niente”.

 

Stefania Fiducia

Torna il Roma Jazz Festival all’Auditorium Parco della Musica

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Il Roma Jazz Festival torna nella sua collocazione estiva. Oltre 170 musicisti per 35 giorni di programmazione, distribuiti in 4 luoghi della città, fanno di questo evento una delle realtà italiane più importanti e longeve, con le sue 42 edizioni che hanno ospitato tutto quello che il jazz ha espresso nella sua storia.

Il programma di quest’anno, a cura del direttore artistico Mario Ciampà, attraversa trasversalmente un arco di almeno tre generazioni, definendo il percorso sino a qui compiuto e analizzando le proposte che contribuiranno a creare il jazz sound del futuro; le location scelte rappresentano due conferme – Auditorium Parco della Musica e Casa del Jazz, dove si svolgeranno i grandi eventi con gli artisti nazionali ed internazionali – e due novità, Museo MAXXI e Parterre – Farnesina Social Garden che accoglieranno i nuovi nomi del jazz newyorkese e londinese.

Da Pat Metheny a Knower, dagli Snarky Puppy a Randy Weston, da Tony Allen a Cory Henry, da Dee Dee Bridgewater a Lizz Wright, da Mauro Ottolini a Stefano Bollani, Enrico Rava, Camille Bertault, Chick Corea, Steve Coleman, Sons of Kemet, grande musica, creatività, contaminazioni, nuove sonorità, divertimento, emozioni saranno gli elementi di questo grande festival.

Cosa è successo al jazz in questi ultimi anni? Come si è evoluto? Quali sono state le figure centrali che hanno permesso a questa musica di attraversare cent’anni di storia e in che modo il lascito di questi protagonisti è costantemente modellato e contestualizzato dai loro eredi per essere fruibile, comprensibile, contemporaneo?

A queste domande – come afferma il direttore artistico Mario Ciampà – “il festival cercherà di dare una risposta con la sua programmazione tra passato, presente e futuro del jazz. In questa edizione i giovani e la musica emergente saranno protagonisti al pari dei grandi nomi della scena internazionale”.

#JazzIsNow

ROMA JAZZ FESTIVAL 2018 – “Jazz is Now”

1 LUGLIO – 5 AGOSTO

AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA

CASA DEL JAZZ

MUSEO MAXXI

PARTERRE / FARNESINA SOCIAL GARDEN

Programma sintetico

Domenica 1 Luglio – Casa del Jazz – ENRICO RAVA / DANILO REA

Sabato 7 Luglio – Auditorium Parco della Musica – SNARKY PUPPY

Domenica 8 Luglio – Casa del Jazz – WOODSTOCK RELOADED – WIRE TRIO

Lunedi 9 Luglio – Casa del Jazz – LICAONES

Mercoledì 11 Luglio – Casa del Jazz – CAMILLE BERTAULT TRIO – PAS DE GÉANT

Giovedì 12 Luglio – Museo Maxxi – LA NUOVA SCENA ITALIANA

Venerdì 13 Luglio – Casa del Jazz – TONY ALLEN – THE SOURCE

Sabato 14 Luglio – Parterre / Farnesina Social Garden – ODDISEE & GOOD COMPANY

Sabato 14 Luglio – Cavea Auditorium Parco Della Musica – CHICK COREA AKOUSTIC BAND

Domenica 15 Luglio – Casa del Jazz – GIOVANNI GUIDI/ FABRIZIO BOSSO – NOT A WHAT

Lunedì 16 Luglio – Parterre / Farnesina Social Garden – KNOWER

Lunedi 16 Luglio – Cavea Auditorium Parco Della Musica – STEFANO BOLLANI – QUE BOM

Mercoledì 18 Luglio – Casa del Jazz – THE FREEXIELANDERS

Giovedì 19 Luglio – Casa del Jazz – RANDY WESTON’S AFRICAN RHYTHMS QUARTET

Venerdì 20 Luglio – Cavea Auditorium Parco della Musica – AN EVENING WITH PAT ME-THENY

Sabato 21 Luglio – Museo Maxxi – KAMAAL WILLIAMS

Domenica 22 Luglio – Casa del Jazz – COREY HARRIS ACOUSTIC TRIO – LET’S HAVE AN ACOUSTIC NIGHT

Lunedì 23 Luglio – Parterre / Farnesina Social Garden – CORY HENRY & THE FUNK APOS-TLES

Lunedì 23 Luglio – Casa del Jazz – VIJAY IYER SEXTET – FAR FROM OVER

Martedì 24 Luglio – Casa del Jazz – DEE DEE BRIDGEWATER – MEMPHIS… YES, I’M READY

Mercoledì 25 Luglio – Casa del Jazz – TANOTRIO feat. GEORGE GARZONE & LEO GENOVE-SE

Giovedì 26 Luglio – Casa del Jazz – PAOLO FRESU / CHANO DOMINGUEZ DUO

Venerdì 27 Luglio – Casa del Jazz – STEVE COLEMAN FIVE ELEMENTS

Sabato 28 Luglio – Parterre / Farnesina Social Garden – JUNGLE GREEN

Domenica 29 Luglio – Casa del Jazz – BIG FAT BAND – “TEMPI MODERNI” di CHARLIE CHAPLIN

Lunedì 30 Luglio – Casa del Jazz – CINEMA ITALIA – OMAGGIO AL GRANDE CINEMA ITA-LIANO

Martedì 31 Luglio – Casa del Jazz – LA NEW TALENTS JAZZ ORCHESTRA – “IL JAZZ VA LA CINEMA”

Mercoledì 1 Agosto – Museo Maxxi – SONS OF KEMET

Giovedì 2 Agosto – Casa del Jazz – LIZZ WRIGHT – GRACE

Venerdì 3 Agosto – Casa del Jazz – CHANSONS!

Sabato 4 Agosto – Casa del Jazz – PIJI SICILIANI

Domenica 5 Agosto – Casa del Jazz – SWING VALLEY BAND

NOTA IMPORTANTE:

Tutti i concerti in programma all’Auditorium Parco della Musica e alla Casa del Jazz sono alle ore 21.00. I concerti al Museo Maxxi e al Parterre / Farnesina Social Garden alle ore 21.30.

BIGLIETTERIA ON LINE > www.ticketone.it

Prevendita Telefonica TicketOne

Tel. 892.101

(dal lunedì al venerdì dalle 9:00 alle 21:00 e il sabato dalle 9:00 alle 17:30)

Prevendita Telefonica Comune di Roma

Tel. 06.06.08

(servizio con tariffa urbana del Comune di Roma, attivo tutti i giorni dalle ore 9:00 alle ore 21:00)

Il guerriero Jeff Beck conquista il Teatro Romano di Ostia Antica

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Noi c’eravamo, diremo un giorno. Il mito Jeff Beck si piazza ai vertici delle dieci glorie del rock and roll, per la sua spettacolare performance di uomo e di guerriero in una serata magica al Teatro Romano di Ostia Antica.

Il concerto di Jeff Beck del 24 giugno è stato uno degli appuntamenti più attesi del solstizio d’estate di Rock in Roma, una grande kermesse diffusa che vede la presenza di ospiti internazionali.

Uno scenario di rara bellezza, un auditorium naturale incastonato tra i pini secolari, dove un palco tra le colonne corinzie ospitava la strumentazione della band; lo charme del neoclassico dove passato e presente sembrano incontrarsi in una relazione passionale e clandestina.

Quella di Jeff Beck è una carriera straordinaria che lo hanno reso uno dei chitarristi rock più influenti di sempre e fra i più importanti per l’evoluzione della chitarra moderna.

Ha ottenuto otto GRAMMY Awards, è stato classificato da Rolling Stone come uno dei 100 più grandi chitarristi di tutti i tempi ed è stato inserito nella Rock & Roll Hall of Fame per ben due volte: una come membro della Yardbirds e una come artista solista.

Il popolo del rock ha atteso per un’ora e mezza il grande chitarrista, composto ma impaziente, padri con i figli ai quali hanno trasmesso l’amore per la grande musica, moltissimi musicisti, facce celebri come Carlo Verdone.

Quando la pazienza cominciava a scarseggiare, arriva l’annuncio dell’indisposizione fisica di Jeck, settantaquattro anni proprio il giorno del concerto.

Alla fine il grandissimo rocker sale sul palco e i primi venti minuti sono quelli che toccano il cuore: un uomo sofferente che con grande professionalità riesce a compensare la presenza con la tecnica e il feeling con gli altri che si alternavano in assoli micidiali. Parliamo di musicisti come Vinnie Colaiuta e Rhonda Smith.

Un’emorragia costringe Beck a sanguinare tutto il tempo ma riesce a ritrovare la forma e a deliziarci con la sua arte. Non abbiamo bisogno di “sentire” perchè la leggenda non è messa in discussione; è lo spirito guerriero dell’artista britannico che trionfa su tutto, con il suo strumento e la maglia insanguinata.

“I’m fall in love” dice, mi sono innamorato e il pubblico riunisce le voci in un “Happy Birthday” al chiarore della luna.

jeff beck

Ma per scoprire meglio il termometro emotivo del pubblico cerco qualche addetto al settore e incontro Enrico Durante, il chitarrista del gruppo romano Hunters of Headhunters; gli chiedo le sue impressioni sulla serata.

Enrico, quali sono le tue impressioni sul concerto di stasera?

Ciao, Antonella. Oggi non abbiamo semplicemente assistito allo spettacolo di un’icona rock delle sei corde. Uno dei protagonisti assieme a Clapton e Jimmy Page della British Invasion negli anni 60; ripreso dalla cinematografia dell’epoca in “Blow-up” di Antonioni mentre distrugge una chitarra in un concerto.

Non abbiamo soltanto visto ed ascoltato un artista dal calibro mondiale che ha continuato per decenni ad innovare lo stile chitarristico, creando un suono allo stesso tempo potente ed evocativo.

Nel timore di saltare il concerto per il malessere dell’artista, abbiamo viceversa partecipato ad un happening di rara bellezza e drammaturgia. Come se Eschilo avesse ordito una trama perfetta per una sua tragedia. 

Nell’emiciclo del Teatro Romano di Ostia Antica, il chitarrista britannico ha eseguito una performance avendo cura delle sensazioni proprie e del pubblico, in un conflitto tra il destino della serata e la responsabilità del professionista.

Ha cosparso il palco di salviette tamponanti imbracciando la sua “Strato” bianca a paletta reverse insanguinata eseguendo assoli lancinanti, armonici iperbolici, senza perdere né la sua verve né l’ispirazione.

Qualche nervosismo quando abbandonava frettolosamente il bottleneck in vetro in esecuzione di brani in slide, ma nulla più. Solo lirismo e poesia..

Completamente d’accordo con Enrico, ho percorso il lastricato romano del ritorno con la certezza di aver assistito a qualcosa di eccezionale.

Antonella Rizzo