Un Giacomo Balla da salotto

Giacomo Balla

A Palazzo Merulana la mostra “Giacomo Balla. Dal futurismo astratto al futurismo iconico”

Non il fragore di motori in corsa, non i fumi grigi delle strade o il rumore assordante delle folle. Il Giacomo Balla ospite a Palazzo Merulana è un Balla da salotto. Hai tutto il tempo di zuccherare il tuo caffè, mentre l’alta borghesia degli anni ’30 solleva i suoi bisbigli carichi di vana gloria, tra quadri, riviste e giornali.

E chi si aspetta l’azione e il movimento dal fiero firmatario del manifesto pittorico futurista rimarrà, forse, deluso sulle prime ma poi…

La mostra, a dire la verità, si chiama Giacomo Balla. Dal futurismo astratto al futurismo iconico e sintetizza tutta la storia artistica del celebre pittore in modo perfetto, introducendo al pubblico l’ultimo periodo produttivo di Balla: un suo lato più figurativo e realista di quello che siamo abituati a conoscere.

Giacomo Balla Primo Carnera
G. Balla, Ritratto di Primo Carnera, 1933

Non a caso opera simbolo dell’esposizione è Ritratto di Primo Carnera del 1933, decisamente interessante e rappresentativa per vari motivi. Il dipinto è un double-face d’autore. Da un lato vi è Vaprofumo, del 1926, che coi colori e le forme assolutamente tipiche del futurismo richiama allo sforzo sensoriale, rievocando le sensazioni olfattive di un flacone di profumo (la forma originale del dipinto, con due buchi nella parte superiore, altro non rappresenta che un naso). Dall’altro lato il ritratto del pugile Campione del Mondo, Primo Carnera, ispirato da una foto di Elio Luxardo (fotografo futurista amico di Marinetti) che era stata pubblicata sulla prima pagina della “Gazzetta dello Sport” nel 1933. Già si nota, girando da un lato all’altro dell’opera, quanto Balla, con gli anni, si allontani dal dinamismo futurista verso una pittura molto meno astratta.

Primo Carnera, d’altra parte, è ancora la rappresentazione della forza, dell’uomo moderno e glorioso, degli ideali fascisti in cui Balla credeva fortemente.

Inoltre, era la riproduzione di una immagine mediatica di grande impatto: la foto del pugile aveva fatto il giro del mondo e parlava di una Italia vigorosa e potente, l’Italia dei grandi sogni futuristi. Nel quadro Balla dipinge su una rete di metallo. Lui che era sempre stato affascinato dalla fotografia, cerca di riprodurre così l’effetto dell’immagine su giornale, una tecnica innovativa – retinatura – che, rendendo l’impressione della carta stampata, si confronta volontariamente con i mezzi di diffusione di massa. Nel ritratto di Primo Carnera c’è già l’ardente richiesta di un rinnovamento del futurismo che portò, poi, Balla ad allontanarsi e distaccarsi definitivamente dal movimento con una lettera del 1937 alla rivista “Perseo”.

Balla, il futurismo e la fotografia

Il distacco dal futurismo appare evidente se si pensa al testo del primo Manifesto del colore, pubblicato nell’ottobre 1918 che asseriva con fierezza:

“Data l’esistenza della fotografia e della cinematografia, la riproduzione pittorica del vero non interessa né può interessare più nessuno”.

Eppure non è molto noto che l’artista si avvicina al realismo relativamente presto, già contemporaneamente allo sviluppo delle sue più note opere astratte. In mostra, ad esempio, del 1929 è il dipinto La seggiola dell’uomo strano, scomposizione luminosa e geometrica delle forme, ma già del 1922 è Nel Patio, un romantico ritratto più realista della figlia dell’artista, Luce. Per Balla, a differenza di quasi tutti gli artisti a lui contemporanei, la fotografia non è mai stata “altro” o in competizione con la pittura, anzi, proprio alla fotografia egli si ispira e ne ricava conoscenza e originalità. Decisamente fotografico è Autocaffè del 1928.

A Palazzo Merulana si passeggia in una atmosfera benestante e colta, gli anni ’30 sono anni di quiete per i sostenitori del regime.

I fogli di giornale in esposizione inneggiano al futurismo come arte rivoluzionaria e nuovissima e inneggiano al fascismo e al “duce e salvatore” Mussolini. Allo stesso tempo le dive del cinema si lasciano fotografare indossando magnifici abiti da sera, mentre ragazze maliziose fumano sigarette ammiccando sotto i loro deliziosi cappellini per riviste e cartoline. Balla disegna e dipinge le dive (in mostra il bellissimo disegno a matita, ritratto di Greta Garbo del 1935) e torna a ispirarsi alla fotografia e alla stampa con la pittura su rete per le Quattro stagioni in rosso del 1940.

La mostra, tra le altre aperte nella capitale in questo periodo, è curata da Fabio Benzi ed è visitabile fino al 23 giugno. È una mostra raccolta e, volendo usare un aggettivo probabilmente più adatto al secolo scorso che ad oggi, garbata. Una collezione scelta con cura, di quadri rivoluzionari nel loro non essere rivoluzionari, che racchiudono l’esperienza pittorica di Giacomo Balla evidenziandone i lati di cui meno si parla.

Cristiana F Toscano

Sono laureata in Giornalismo alla Robert Gordon University (Aberdeen, Regno Unito) e in Lettere Moderne all'Università degli Studi di Bari. Sono amante dei racconti, appassionata di arti e di storia. Provo ad essere una giornalista scribacchiando con passione, mentre dipingo pessimi acquerelli nel tempo libero.

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