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Revenge, se un corpo violentato diventa un’arma da guerra

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Revenge è il primo “rape and revenge movie” girato da una donna. 

A primo impatto lo spettatore si chiede se dovrà fare i conti col fondo schiena di Matilda Lutz per tutta la durata del film. E in realtà la provocazione di Coralie Fargeat nell’inquadrare dall’inizio alla fine le forme perfette della protagonista ha un senso: quello di mostrare al pubblico l’evoluzione del significato di un bel culo.

Il corpo femminile è inizialmente inquadrato come oggetto del desiderio sculettante e civettuolo, ma poi si trasforma in trincea del dolore. Viene strumentalizzato dagli uomini per viltà e dalla protagonista come arma di giocosa seduzione.

Il quesito di base è sempre lo stesso: se la donna è provocante l’uomo può arrogarsi il diritto di metterle le mani addosso?

Pare di sì. Così il corpo di Jen, da trastullo suo e degli altri, si trasforma in una macchina da guerra. La gallinella bionda di cui abusare alzando il volume della TV diventa una killer spietata, mostrando scaltrezza e tenacia per ottenere la sua vendetta.

Alcuni momenti della storia sono assolutamente surreali, ma è stato proprio questo a suggestionarmi molto.

In un mondo dove gli uomini violentano le donne, perché non dovrei credere che una ragazza può cadere da una rupe e sopravvivere?

Insomma, il surreale al mio avviso è una prerogativa della nostra tragica realtà, non di certo del film di Fargeat. La regista esordisce con un action/thriller di poche parole ma di moltissime immagini; la fotografia è meravigliosa, alcune inquadrature hanno un’attenzione al dettaglio che lascia sbalordito lo spettatore: sono piccoli flash, apparentemente irrilevanti, che invece regalano alla pellicola forti attimi di attesa, un’attesa che conduce inevitabilmente a una profonda riflessione sulla violenza di genere e sulle dinamiche psicologiche che la rendono possibile.

Ma non solo: il focus sulle piccole cose, dalla formica bagnata dal sangue nel deserto alla mela marcia in cucina, non fa altro che sottolineare il dramma del dolore che scuote l’essere umano, che lotta senza sosta mentre tutto intorno continua a scorrere normalmente. La natura, la vita degli animali, l’esistenza dell’universo. 

Alessia Pizzi

Operazione Street Art a Diamante

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Torna a Diamante per il secondo anno consecutivo OSA – Operazione Street Art, il festival dedicato all’arte urbana e al suo eclettico carattere, con un programma ricco di nuovi interventi artistici e di progetti spettacolari a cura di grandi nomi del panorama internazionale.

Dal 10 al 15 settembre per le vie dell’antico borgo diamantese, importanti artisti della scena contemporanea si intercaleranno nel tessuto urbano per donare nuova linfa alla street art cittadina: Sfhir, Man O ‘Matic, TMX, Toni Espinar, Ele Man, Solo, Diamond e Riccardo Buonafede saranno i protagonisti di OSA18 e marcheranno con la propria cifra stilistica edifici e facciate e della “Città dei Murales”.

Promosso dall’Associazione Culturale HazArt e sotto la direzione artistica di Antonino Perrotta, giovane artista adamantino e ideatore del festival, OSA si propone di continuare e rinnovare una tradizione tipica del territorio e insita nella cultura del luogo: battezzato fin dal 1981 da Nani Razetti “Il paese dei nasi all’insù”, con i suoi oltre 300 murales di artisti provenienti da tutto il mondo, Diamante si pone come una vera e propria galleria a cielo aperto che obbliga visitatori e turisti a fermarsi e ammirare le opere dipinte per il centro.

La dimensione metropolitana del progetto e il respiro internazionale degli artisti coinvolti fanno di OSA un festival senza precedenti in Calabria e in linea con il fenomeno che si sta sviluppando nei grossi centri urbani: l’estensione più grande delle opere che arrivano a coprire l’intera facciata dei palazzi, l’uso delle moderne tecniche di realizzazione (spray, elevatori meccanici, pitture al quarzo) caratterizzate da stili più contemporanei, distinguono certamente i nuovi interventi dai precedenti.

Portando avanti il concetto di muralismo, inteso come percorso di rigenerazione dell’arte pubblica contemporanea e di rivalutazione del territorio, l’obiettivo di OSA è quello di aprire un dialogo tra arte e architettura, tra spazio e ambiente, allo scopo di riscoprirne i luoghi, esaltandone la bellezza attraverso l’integrazione della street art nel complesso artistico che ha toccato le mura di questo borgo marino negli ultimi 36 anni.

Confermata la seconda stagione di Altered Carbon su Netflix

Netflix annuncia il rinnovo della seconda stagione di Altered Carbon, la serie originale Netflix tratta dall’omonimo romanzo noir di Richard K. Morgan.

Commissionata da Netflix a Skydance Television, Altered Carbon 2 vedrà Anthony Mackie nel ruolo di Takeshi Jovacs.

L’attore ha esordito nel mondo del cinema nel film di Curtis Hanson 8 Mile ispirato alla vera storia di Eminem. Tra le sue altre grandi interpretazioni quella del sergente JT Sanborn in The Hurt Locker e Tupac Shakur nel biopic Notorious. Anthony Mackie è inoltre un membro della famiglia Marvel Comics, per la quale ha interpretato il ruolo di Falcon/Sam Wilson in Captain America: The Winter Soldier, Avengers: Age of Ultron, Ant-Man, Captain America: Civil War, Avengers: Infinity Wars. Tra le altre grandi partecipazioni quelle in Million Dollar Baby, Shelter,  I guardiani del destino e The Night Before.  

Confermata nel ruolo di co-showrunner e produttore esecutivo Laeta Kalogridis, a cui si aggiunge Alison Schapker negli stessi ruoli. Per Skydance saranno produttori esecutivi David Ellison, Dana Goldberg e Marcy Ross, insieme a James Middleton (Terminator 3: Le macchine ribelliThe Sarah Connor Chronicles).

Qui trovate i nostri motivi per vedere questa serie tv. Buona visione!

Per maggiori informazioni su Altered Carbon 2: https://www.netflix.com/it-en/title/80097140

Better Call Saul 4×02, uomini per tutte le stagioni

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I titoli degli episodi in Better Call Saul raramente sono casuali. E se questo episodio si chiama, in originale, “Breathe”, il messaggio non è poi così tanto criptico. “Respirare” è una delle lezioni fondanti della serie.

Respirare, riflettere, pensare, agire con calma. Questo è il metodo di scrittura e concezione di Breaking Bad prima e Better Call Saul adesso. Anche ora stiamo respirando, l’inizio di questa 4° stagione tutto sommato è stato molto calmo. I fruitori stupidi di serie tv direbbero “non succede niente”, che poi è pure vero, ma questo universo ci ha abituato a tale ritmo. Non succede niente quando in realtà succede tanto.

Se i fatti non si smuovono – per quanto si sia seminato un possibile conflitto tra Kim e Jimmy, con la prima che ha nascosto la lettera di Chuck – sono i personaggi, come sempre, a muoversi, e la loro introspezione abitualmente crea l’azione.

Jimmy cerca lavoro ma la scompara del fratello ha lasciato tracce inestinguibili. Mike vorrebbe fare le cose a modo suo senza che nessuno glielo impedisca. Gus vorrebbe controllare addirittura lo stato di salute di Hector. Ed infine Ignacio pensa che la situazione possa cambiare con un solo gesto.

Tutti, tutti e quattro trovano ostacoli sul loro cammino, e la reazione è sempre la medesima: non saper respirare.

Oddio, onestamente Mike è l’unico che lo fa, lo conosciamo, sappiamo quanto prende tutto con tranquillità e assoluta fiducia nelle proprie ragioni e nei propri mezzi. Ma gli altri? Ignacio non capisce quando è il momento di gettare la spugna, e si ritrova sotto un nuovo boss forse ancora più spietato. Quel boss, Gus, che è sempre imperscrutabile nella lettura delle proprie emozioni ma, quando decide di non respirare e prendere l’iniziativa, non sceglie mezze misure. E Jimmy? Beh, Jimmy come sempre è colui che si scava la fossa da solo.

Potete legittimamente e tranquillamente preferire la storyline di Mike, che finora in questo inizio di stagione viaggia separata rispetto a quella di Jimmy. Dopotutto, le scene di Mike e Gus sono quelle che più fanno parte, e si avvicinano, all’universo di Breaking Bad. Ma l’emotività pulsante rimane sempre con Jimmy, negativa o positiva che sia.

Vederlo muoversi prima, durante e dopo il suo colloquio è un microcosmo perfetto del personaggio Jimmy McGuill prima di diventare Saul Goodman. Vuole trovare un lavoro onesto, è assolutamente appassionato e appassionante, sa vendere e vendersi, è dannatamente convincente. Ma, al tempo stesso, è completamente inaffidabile non tanto per gli altri, quanto proprio per se stesso. Rimane tormentato, insoddisfatto, nebuloso: quando potrebbe accontentarsi torna indietro non contento, e quando raggiunge il suo scopo è incapace di godersi la vittoria. Sarà l’ombra di Chuck, che ormai lo ha segnato per sempre e lo ha convinto a non essere una brava persona, oppure un insito DNA che lo spinge sempre a cercare la via facile, quella della truffa, quella più deleteria?

Forse entrambe sono risposte vere. O forse, semplicemente, Jimmy/Saul è un vero, fatto e finito, essere umano.

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Emanuele D’Aniello

Viaggi culturali: i consigli per gli acquisti!

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Una delle nuove uscite di Franco Cesati Editore è Viaggio in Italia di Marialaura Simeone, un manuale fatto di itinerari e di proposte di viaggio da nord a sud della penisola.

Marialaura Simeone, ricercatrice universitaria e blogger, racconta sotto forma di guida turistica alcuni luoghi del nostro Paese. Il criterio? La presenza o il passaggio di scrittori e scrittrici della nostra letteratura.

Un po’ diario, un po’ guida, il libro è ricco e denso di contenuti.

Dalla fotografia, alla citazione alla nota a margine: la pagina sembra quasi scritta a mano, riempita di cartoline o polaroid, di piccoli scarabocchi o frecce. Tutto accompagnato da adeguate colonne sonore, perché si sa, durante un viaggio in solitaria si ascolta sempre della buona musica. Insomma, la sola impressione visiva conferisce l’idea di un libro intenso.

Un libro intenso, come intense sono le impressioni di chi torna da un viaggio. Allo stesso modo l’autrice vuole raccontare, senza annoiare, tutto quello che di letterario può offrire quel determinato luogo. Respirare le parole di Manzoni a Milano o quelle di Leopardi a Recanati. Vedere con occhi quei luoghi che hanno contribuito con una certa rilevanza lo sviluppo di certe menti e penne.

Per una volta abbiamo a che fare con una Geografia della Letteratura.

Abituati a concepire la letteratura come una storia, abbiamo la tendenza a raffigurarci gli autori e le opere letterari come “distribuiti” nel tempo. Per formazione, si tende a considerare quanto il “tempo”, l’epoca storica influisca su di un autore e quanto, viceversa, questi dia al suo tempo.

Abbiamo qui invece un approccio diacronico alla materia. Nella stessa pagina convivono Dante e Montale, Shakespeare e Goldoni.

La terra ricorda luoghi di scrittori e di romanzi. Narra le storie che già conosciamo ma che solo ora riusciamo ad avere davanti agli occhi. Rivela segreti nascosti che forse non ci saremmo aspetti di scoprire.

Una passeggiata per i luoghi di questa bella Italia, consigliata per chi ha voglia di lasciarsi incantare delle sue meraviglie ma anche a chi dimentica troppo facilmente chi siamo e da dove veniamo.

Serena Vissani

Vacanze romane al MAXXI: il biglietto costa solo 7 euro!

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Dal caleidoscopio dell’arte africana con le mostre African Metropolis e road to justice all’architettura raccontata da Bruno Zevi, dalle opere dei finalisti del MAXXI BVLGARI Prize  alla scoperta di Tel Aviv, città bianca; dal focus su Nico Vascellari alla installazione Green Gallery sulla piazza del museo e molto altro.

Per tutto il mese di agosto al MAXXI si entra con uno sconto speciale: maxxi mostre

biglietto unico a 7 euro per le 12 mostre e i progetti speciali in corso

www.maxxi.art | #estatealMAXXI

Vacanze romane al MAXXI che, per il mese di agosto 2018, propone un biglietto speciale scontato a 7 Euro per visitare le dodici mostre e i progetti speciali in corso, con apertura straordinaria fino alle 22.00 ogni giovedì. Aperto anche a Ferragosto, mercoledì 15 agosto.maxxi mostre

I visitatori potranno scoprire le opere di oltre 40 artisti africani in African Metropolis. Una città immaginaria (fino al 4 novembre) e road to justice (fino al 14 ottobre), che presentano la vitalità della scena artistica di un continente legato a doppio filo  all’Europa, al di fuori dei ogni stereotipo, tra memoria, identità, presente e futuro.

Potranno esplorare  le installazioni immersive dei finalisti del MAXXI BVLGARI Prize, Talia Chetrit, Invernomuto e Diego Marcon (fino al 4 novembre) e ripercorre oltre 50 anni di storia dell’architettura italiana – che è anche storia civile e politica – in Gli architetti di Zevi (fino al 23 settembre).

Potranno scoprire l’architettura Bauhaus di Tel Aviv, the White City (fino al 2 settembre), immergersi nell’universo sonoro di Nico Vascellari. Revenge (fino al 9 settembre), visitare The Place to Be, la mostra dedicata alla Collezione permanente che in autunno sarà protagonista di un nuovo allestimento, rilassarsi e rinfrescarsi all’ombra di Green Gallery, l’installazione vincitrice di YAP Rome @ MAXXI (fino al 21 ottobre),  un’oasi di verde nella piazza del museo.

Tra i progetti speciali:  il dialogo tra arte antica e arte contemporanea con La Velata di Antonio Corradini e VB74 di Vanessa Beecroft, parte integrante della mostra Eco e Narciso a Palazzo Barberini (fino al 28 ottobre); la storia e l’evoluzione della sound art italiana raccontati in When Sound Becomes Form (fino al 28 ottobre); la  video gallery del museo con la rassegna dedicata a Jonathas De Andrade (fino al 2 settembre), i progetti del gruppo torinese NESXT protagonista della nuova edizione di The Independent. (fino al 17 febbraio 2019). maxxi mostre

Tra i protagonisti delle mostre d’autunno:

Caline Aoun (dal 28 settembre), Paolo Pellegrin (dal 7 novembre), Zerocalcare (dal 10 novembre), Michele De Lucchi e Paolo Portoghesi (dal 7 dicembre).

Tra le collettive  la Collezione di San Patrignano (dal 26 settembre), Low Form. Immaginari e Visioni nell’era dell’Intelligenza artificiale (dal 20 ottobre), il nuovo allestimento della Collezione MAXXI (dal 21 novembre), e La Strada. Dove il mondo si crea (dal 7 dicembre).

 

MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo

www.maxxi.art – info: 06 32.48.61; info@fondazionemaxxi.it

orario di apertura: 11.00 – 19.00 (mart, merc, ven, sab, dom) |11.00 – 22.00 (giovedì) | chiuso il lunedì

Playlist 2018: gustosi suggerimenti musicali per l’estate

Playlist 2018: quali canzoni portare in vacanza quest’estate?

Siamo nel pieno dell’estate e c’è assoluto bisogno di musica: per il divertimento, per il relax e anche per chi è ancora in ufficio a lavorare!

Come sempre la nostra redazione vuole spacciare musica e darvi in pasto anche tutti i cantanti e le band emergenti che ci scrivono. Quindi, per quest’estate, che la vostra Playlist 2018 sia ricca anche di tante novità. Vi diamo noi qualche spunto da portare in viaggio con voi.

VALERIO PICCOLO: “HOURGLASS” è il nuovo singolo del poliedrico cantautore casertano.

Il pezzo dal respiro sonoro internazionale che celebra il concetto di rinascita, è il primo tassello di un nuovo progetto musicale che vedrà la luce in America nel prossimo autunno.

BLANCOSCURO: “MI NOMBRE” è brano d’esordio della boy band latin pop

Cinque ragazzi con un unico animo latino scandiscono il ritmo di un’estate tutta da ballare.

NIENTE DI BUONO”, il nuovo singolo di SIMONE FRULIO

Niente di buono”, secondo singolo di Simone Frulio scritto da Sergio VinciLuca BellesiAlessandro D’AlessioGiuseppe Cannistraci e Debora Scalzo, affronta il tema della fine di una storia, del gelo che scende in una coppia e della sensazione di assenza pur essendo vicini.

GIORGIA VASSALLO, Polvere

Polvere” è una ballad in pieno stile rock melodico sorretto dalla voce piena avvolgente della giovanissima Giorgia Vassallo.

I Chaosm conquistano YouTube con il loro primo singolo Dreamer

Il singolo, come potranno facilmente percepire gli ascoltatori, è fortemente influenzato dal progressive e dal power metal classico, ricordando a tratti lo stile di pionieri come Dream Theater e  Symphony X.

Fabi’s Blues Band, Les Nuits Blanches

Il titolo dell’album, “Way back home”, esprime molto bene il senso di un viaggio che inizia e si compie. In tutto il disco ci sono riferimenti a partenze e ritorni, anche e soprattutto metaforici.

I Manovalanza, gruppo ska-punk italiano nato nel 2006 con alle spalle dodici anni di carriera, quattro album in studio e oltre duecento concerti fra cui spicca la tournée in Messico del 2015, presentano l’album registrato dal vivo presso La Terrazza sul Lago, in occasione.

Mc Sof – O’Rep – Dr.Ketamer – “PE’ MADAM EP”

Il duo di rappers napoletani del progetto “repererrorerepper”, mc Sof e O’Rep, si unisce al dj/producer partenopeo Dr.Ketamer: sette tracce che vanno a toccare tutte le corde classiche del rap. L’EP del trio partenopeo, che vanta la partecipazione del noto Cuba Cabbal, è stato presentato il 1 giugno al Moses Live Club di Napoli. Sul palco, oltre a Cuba stesso, anche il celebre newyorkese Ruste Juxx.

Noir & The Dirty Crayons – Paratechnicolor

Potente ma allo stesso tempo ballabile e diretto, il disco d’esordio della band bergamasca è uno spaccato di quotidianità, volutamente esasperato da testi ironici e taglienti in cui sonorità tipicamente rock si intrecciano a partiture pop ed influenze elettroniche.

Visionoir -The Waving Flame of Oblivion  di Alessandro Sicur:

Visionoir è il nome che dal 1998 accompagna l’attività musicale dell’unico membro di questo progetto: è da ritenersi quindi il vero e proprio alter-ego di Alessandro Sicur, polistrumentista fieramente auto-didatta proveniente da San Daniele del Friuli, in provincia di Udine.

http://hyperurl.co/visionoir

Shark – Il primo squalo: l’action movie dell’estate

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È estate, fa caldo e niente è meglio di un bagno rinfrescante in una spiaggia da sogno.

Attenzione se la meta che avete scelto per le vacanze è Shangai, perché questa estate è stato imposto il divieto di balneazione! Località di questo tipo sono comunemente note per la presenza di squali, ma questa estate una minaccia ben più grande è pronta ad addentare i malcapitati turisti.

Dal 9 Agosto infatti approda nei cinema italiani “Shark – il primo squalo“, adattamento cinematografico del romanzo “MEG” scritto da Steve Allen nel lontano 1997. Il film, diretto da Jon Turteltaub, narra la storia della piattaforma “MANA ONE” e del suo equipaggio, i quali spinti dal desiderio di esplorare gli abissi più profondi della Terra alla ricerca di nuove specie marine, risvegliano loro malgrado paure risalenti ad un lontano passato.
Senza spoilerare ulteriormente la trama che si dipana lungo i 113 minuti di proiezione (mai noiosi), possiamo dirvi che Shark rientra perfettamente nella categoria degli Action Movies a stampo americano, alternando momenti di azione ad alto tasso adrenalinico con scene dal grande impatto visivo.

Protagonista assoluto della vicenda è Jonas Taylor (interpretato da Jason Statham), esploratore marino “richiamato all’azione” dopo un’operazione di salvataggio che l’ha costretto a sacrificare la vita di alcuni suoi compagni.

Jonas rispecchia in pieno il ruolo dell’eroe americano, pronto a mettere da parte se stesso per salvare i suoi compagni di disavventura. Sommerso dagli abissi del suo passato, nel corso della storia saprà riscattare il peso delle scelte compiute, grazie anche all’aiuto della crew della MANA ONE composta da Suyin, Minway e Meiying Zhang (rispettivamente Li Bingbing, Winston Chao e Shuya Sophia Cai), James Mackreides (Cliff Curtis), Jaxx Herd (Ruby Rose), D.J. (Page Kennedy), il dott. Heller (Robert Taylor), Toshi (Masi Oka), Celeste (Jessica McNamee) e dal miliardario Jack Morris (Rainn Wilson).

Altissima è la qualità degli effetti speciali: le creature delle profondità marine sono uno spettacolo per gli occhi, le ambientazioni claustrofobiche e sconfinate degli abissi oceanici immergono lo spettatore in una sensazione di vuoto ed impotenza.

MEG (così viene chiamato il “mostro”) è enorme (anche troppo), fa paura e non mancherà di scatenare in alcune situazioni qualche sussulto. Anche le musiche e gli effetti  sonori sono all’altezza della situazione: le atmosfere buie vengono costantemente accompagnate da sonorità attufate, ed i rumori/silenzi enfatizzano magistralmente le sensazioni di angoscia ed attesa che il film mira a far percepire.
Se siete dunque alla ricerca di un paio d’ore lontani dall’afa cittadina, senza pretese sulla visione di un film dal contenuto innovativo ma spinti semplicemente dal puro desiderio di azione, indossate la vostra muta da sub, maschera e pinne, e andate al cinema!
Dario Palazzolo

Dylan Dog diventa una serie TV horror live-action

Sergio Bonelli Editore S.p.A., l’editore italiano leader di mercato nel settore dei fumetti,  ha annunciato la creazione di Bonelli Entertainment, “braccio produttivo” della Casa Editrice nato con lo  scopo di sviluppare progetti cinematografici e televisivi basati sui propri personaggi e sulle proprie storie originali.

La nuova unità sta attualmente sviluppando una serie TV horror live-action di 10 episodi basata su Dylan Dog,  l’“Indagatore dell’Incubo”, e sono allo studio progetti per cinema e TV che coinvolgeranno Martin Mystère, Mister  No, Dampyr, Dragonero, Il Confine e l’universo legato a Nathan Never, così come altri personaggi e nuove property. Dylan Dog, creato da Tiziano Sclavi, è uno dei brand di maggior successo nella storia della Sergio Bonelli Editore;  fu lanciato nel 1986 e da allora sono stati pubblicati oltre 500 differenti episodi a fumetti.

La diffusione lifetime ha  superato le 50 milioni di copie, facendo di Dylan uno degli eroi di carta a maggior diffusione in Italia, da sempre. Dylan Dog è uno di quei rari fenomeni che riescono a coniugare un vasto pubblico, un seguito di culto (Dylan ha ispirato festival e fan-film, come il Dylan Dog Horror Fest che nei primi anni ’90 ha avuto centinaia di migliaia di  partecipanti), con un alto apprezzamento sia da parte di critici letterari che intellettuali. Dylan Dog, l’unico Indagatore dell’Incubo, è inglese, poco più che trentenne, vive nella Londra contemporanea e,  come investigatore privato, accetta solo casi “strani”, soprannaturali e inquietanti. Le sue avventure, molto cinematografiche e dalla forte connotazione romance, hanno a che fare sia con mostri, fantasmi, vampiri, lupi mannari e zombi, che con un universo surreale e fantastico.

Il fumetto di Dylan Dog, è stato distribuito in 30 paesi e attualmente è venduto in 11 nazioni. “Una delle principali priorità dell’unità produttiva Bonelli Entertainment – dichiara Davide Bonelli, Presidente di  Sergio Bonelli Editore S.p.A. – è quella di sviluppare nuovi modi per permettere al pubblico di conoscere i nostri  personaggi più famosi e iconici, ma anche le proposte più recenti e quelle inedite ancora in lavorazione, su qualsiasi  piattaforma.

Stiamo investendo nella produzione di contenuti originali e spettacoli di alta qualità come la serie live-action su Dylan Dog, prendendoci cura dei nostri personaggi più amati, e al tempo stesso elevando i nostri  fumetti verso nuove esperienze e vette, con idee innovative”.

Laurea honoris causa in “Letterature e culture comparate” per Dacia Maraini

Il 17 ottobre l’Università degli studi Napoli L’Orientale conferirà la Laurea honoris causa in “Letterature e culture comparate” alla scrittrice Dacia Maraini.

«Maraini, non solo come celebre autrice di tante opere ma anche per il suo impegno civile, contribuisce da sempre alla reciproca comprensione tra le culture del mondo» dice la Rettrice dell’Orientale, Elda Morlicchio. «Maraini con la sua “vita attiva” ci ricorda continuamente quanto sia importante combattere per ciò in cui si crede, in nome di un ideale di umanità oggi più che mai da difendere».

Dice Maraini:

«questa laurea per me ha un sapore speciale perché mi ricorda mio padre Fosco, che negli anni Trenta studiò all’Orientale con Giuseppe Tucci. Dunque l’Orientale mi è cara anche come memoria di famiglia. In un tempo di autarchie pericolose e inquietanti, la laurea in “Letterature e culture comparate” ha oggi un valore di esemplarità. In una situazione che vede  gli Stati tornare a chiudere le  frontiere, a mettere dazi e pedaggi che ricordano scelte irresponsabili  del passato, la comparazione che propone l’Orientale diventa sinonimo di rispetto e comprensione. Una sorta di antidoto per promuovere  la circolazione delle idee e delle persone, sapendo che storicamente i movimenti dei popoli non possono essere fermati, ma solo governati.

Chi cerca di arrivare in Europa non lo fa per capriccio o cattiveria, ma per fuggire da una fame spesso conseguenza di antiche rapine compiute dai colonialismi europei, per fuggire da guerre che si alimentano con armi comprate dalle nostre industrie, per fuggire dalle dittature di fantocci spesso voluti e sostenuti dall’Occidente. La comparazione delle culture appartiene a un principio di civiltà, una scelta razionale e umanitaria che deriva dalla migliore tradizione europea».

Abbiamo parlato del suo ultimo libro qui.

L’abbiamo intervistata qui.

Ragnar Lothbrok di Vikings: quando un personaggio carismatico impone il passato sul piccolo schermo

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Un tuffo tra i fiordi per conoscere le realtà dei guerrieri norreni tra la fine dell’ VIII secolo e il XI.

La produzione della Serie TV Vikings è realizzata da History Channel. Questo, a mio parere, è preludio di garanzia.

Grazie al fascino della figura Ragnar Lothbrok, presumibilmente personaggio realmente esistito, il flusso narrativo è piacevole e scorrevole. Le vicende personali inframezzate dalla voglia di conoscenza e dalle battaglie portano il telespettatore a curiosare tra i capitoli di questa compagine storica.

Difatti, al di là di qualche estratto tradotto tratto da Gesta Danorum e qualche mappa concettuale di storia al liceo sono pochi gli approfondimenti sui vichinghi.

La Serie Tv Vikings può essere un’ottima motivazione per approfondire storicamente le loro gesta. Può divenire preludio persino di nuovi studi. Perché siamo onesti, quando una serie Tv ci appassiona andiamo a spulciare su Wikipedia se vi è o meno il nesso storico reale.

Vikings riesce a raggiungere egregiamente tale obiettivo.

Se ci pensate tra l’altro questa serie serie tv ha riportato in vita ben 5 lingue morte. Nello specifico il greco, il latino, l’antico norreno, l’anglo-aassone e il franco. Un capolavoro anche per gli amanti di linguistica.

Lo stesso Hirst ha affermato che voleva che i telespettatori ‘sentissero come parlavano queste persone’.

Doveroso ricorda che Michael Hirst è anche lo sceneggiatore della celebre serie televisiva in costume I Tudors.

A tal proposito è nella quinta stagione che troveremo una new entry.

Entra a a far parte del cast Jonathan Rhys Meyers nel ruolo del vescovo guerriero.

Nel corso delle cinque stagioni si avvicendano i successi Ragnar Lothbrok. I suoi figli giocheranno con le sorti delle Terre conquistate. Lagertha assurgerà ad icona femminista.  Floki scopirà l’Islanda e porterà lì il primo insediamento umano. Ivarr compenserà la sua invalidità con il furore bellico.

Ragnar Lothbrok VikingsSolo la quinta stagione della serie tv Vikings targata History Channel riuscirà a scardinare tutte le certezze.

Dopo la grande guerra che ha portato alla morte di Astrid e Halfdan sembra essere il momento della perdita dei valori.

Ma nulla è dato sapere per il momento.

L’ultima puntata della quinta stagione della serie tv Vikings ci lascia con un grande punto interrogativo e un grande ritorno.

Fiato sospeso.

Il Valhalla, tutto sommato, non è lontano per tutti.

Alessia Aleo

Villa Adriana a Tivoli: tra lusso e natura

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“Fece costruire con eccezionale sfarzo una villa a Tivoli ove erano riprodotti con i loro nomi i luoghi più celebri delle province dell’impero […] e per non tralasciare proprio nulla, vi aveva fatto raffigurare anche gli inferi”.

Immerse nella verdeggiante campagna romana, in una zona ricca di corsi d’acqua, a pochi passi dall’Urbe, nei pressi di Tivoli, cittadina dai remoti natali, sorgono le imponenti rovine di un luogo unico al mondo, una preziosa residenza che secoli fa fu creata e progettata dalla mente di un grande imperatore di cui porta il nome: Villa Adriana. villa adriana roma

Adriano, successore e figlio adottivo di Traiano, fu imperatore dal 117 d.C. fino al 138 d.C. e governò su uno dei più vasti regni della storia. Fu uomo dai mille volti e dalle mille sfaccettature in cui si mescolano tratti reali, ricostruzioni romantiche e romanzate che concordano però sulla sua spiccata intelligenza, grande cultura e amore per l’arte, tanto da portarlo a cimentarsi in progetti artistici e architettonici, tra cui la sua amata residenza di Tivoli. E’ qui che trascorse gli ultimi momenti della sua vita, raccolto in un volontario esilio, protetto dalla rigogliosa natura e dagli imponenti muri che costituivano il suo lussuoso palazzo.

Attualmente estesa per quasi 120 ettari – ma in origine dovevano essere molti di più – la villa si compone per lo più di spazi aperti, adibiti a parco o giardino in cui sono sapientemente sistemate le numerose strutture architettoniche, estremamente articolate ed eterogenee, dovendo non solo adattarsi alla conformazione del terreno, ma anche svolgere ciascuna una diversa funzione: residenza privata, zona di servizio e luogo di rappresentanza. Si è spesso parlato della possibilità che Adriano si possa essere ispirato per la sua residenza ad importanti edifici visti e visitati durante i suoi numerosi viaggi tra le province dell’Impero, soprattutto a quelli in Egitto e in Grecia, ma è probabile che questa teoria vada vista più come una suggestione evocativa che come una ricostruzione reale.

Gli edifici della villa presentano tutti, infatti, i caratteri più innovativi dell’architettura romana del tempo e ancora oggi al loro interno è possibile respirare un’atmosfera di altri tempi, contraddistinta da lusso ed eleganza ma anche da pace e serenità. Era forse proprio questo l’intento che Adriano voleva raggiungere con la costruzione della sua villa, creando un luogo al di fuori del tempo e dello spazio, dove potersi rifugiare, lontano da tutto e tutti.

Il percorso di visita, immerso nella natura e costituito dall’alternanza di ambienti imponenti a piccoli sale preziose, si snoda attraverso alcuni luoghi simbolo come il Pecile, il grande quadriportico che delimita un giardino con piscina centrale; l’Antinoeion, la tomba-tempio costruita in memoria di Antinoo, giovane amante dell’imperatore; e le adiacenti Cento Camere, destinate probabilmente alla numerosa servitù del palazzo.

Vi sono poi le Grandi e le Piccole Terme, collegate tra loro da un corridoio sotterraneo di servizio; il Canopo, una rappresentazione esotica di un ambiente egizio, un giardino nilotico destinato ai banchetti, analogamente al canale sul delta del Nilo, famoso per le feste che vi si svolgevano.

Vi è poi il nucleo del Palazzo vero e proprio tra cui spicca la cosiddetta Piazza d’Oro, con funzioni di rappresentanza, articolata intorno ad un vasto giardino con lunga vasca centrale, circondata da un grandioso portico dal quale si accedeva a varie stanze poste tutte intorno.

Si possono poi ammirare gli Hospitalia, l’ala destinata agli ospiti o più propriamente alla servitù che attendeva al funzionamento dell’intera villa; le cosiddette Biblioteche, interpretate come vere e proprie sale per contenere i volumi in greco e latino, anche se oggi le teorie sono più discordanti; il Teatro Greco che doveva essere destinato a teatro di corte per un ristretto numero di spettatori; ed infine il Teatro Marittimo, un’isoletta artificiale costruita su un canale circolare, sulla quale si imposta una vera e propria domus, una sorta di residenza minore all’interno della residenza imperiale.

È questo sicuramente il più rappresentativo e scenografico impianto architettonico di tutta la villa, costruito proprio per soddisfare le esigenze di tranquillità e privacy dell’imperatore stesso. Molti altri sono i monumenti sorprendenti che si possono ammirare all’interno del Parco Archeologico, dichiarato patrimonio dell’Umanità dal 1999. Non resta che visitarlo: buona scoperta!

Autore: L’Asino d’Oro Associazione Culturale

Better Call Saul 4×01, la fusione fredda tra Jimmy e Saul

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Sapete quale è il punto, semplicemente? Better Call Saul ha già vinto.

Ci siamo salutati lo scorso anno quando criticai il finale, a dir la verità. Annusavo una certa ripetitività, temevo lungaggini ridondanti per cui sarebbe stato meglio chiudere la storia (e così non sarà, perché la serie è già stata rinnovata per una 5° stagione). Però, al netto di queste problematiche insite in qualsiasi serie tv che non programma la propria fine, Better Call Saul quando va al meglio tocca una qualità generale che pochissimi possono permettersi nel panorama televisivo attuale.

La forma è perfetta, la recitazione maestosa, la scrittura acutissima. Tutte eredità del genitore Breaking Bad, ma soprattutto con un elemento in comune: l’indagine sociologica nella mente spettatore. Per questo la serie ha già vinto: ha fatto cadere la maschera delle nostre aspettative, come sempre ribaltandole.

Ricordiamo come Breaking Bad fosse la storia di un uomo buono diventato cattivo. Più la serie ci diceva “come fate a tifare per lui” più noi tifavamo per Walter White, e allora iniziava un escalation di crudeltà che trascendeva la semplice empatia. “Davvero vi piace Walter White? E vi piace anche ora che fa questa cosa orribile?” era il mantra della serie. In un certo senso, Vince Gilligan quell’intenzione introspettiva l’ha portata anche qui. Ci siamo approcciati a Better Call Saul con la voglia di vedere come l’innocuo Jimmy si trasformasse nel cinico Saul. Il nostro fine era solo quello, più si andava avanti, più la curiosità aumentava. Ora però abbiamo conosciuto il vero Jimmy, ci siamo appassionati alle sue gesta, abbia sofferto dei suoi errori e scoperto il suo lato umano. Da fans vogliamo (ri)vedere Saul Goodman, ma come possiamo allo stesso tempo volere che il povero e malinconico Jimmy si trasformi in cattivo? Adesso ci dispiace che la sua natura venga, inevitabilmente perché già lo sappiamo, corrotta?

Forse sì, lo vogliamo davvero, nemmeno poi tanto inconsciamente. Allora non sono cattivi questi personaggi, siamo cattivi noi spettatori.

Così come era Breaking Bad, adesso Better Call Saul si conferma una acutissima indagine della mente umana mascherata da intrattenimento. Anche in questo ritorno lo fa sempre con calma, sempre coi suoi tempi, perché è una classica puntata di Gilligan: succede quasi niente, e in realtà succede tantissimo. Dalla tensione del prologo iniziale, letteralmente insostenibile – avremo risposta a tutti questi flashforward? – allo stupore del finale, nel quale Jimmy compie l’atto che finora lo avvicina più del resto a diventare Saul: fregarsene. Sì, fregarsene di ciò che lo circonda e del prossimo. Passare il suo senso di colpa ad un altro, liberandosene per sempre, pur sapendo che in realtà la colpa è sua.

In mezzo, il solito fantastico Mike, per il quale ho sempre pronta la richiesta di spin-off intitolato “Mike che fa cose” e lo veda davvero in giro semplicemente a fare cose casuali. Sarebbe già un capolavoro annunciato. Guardarlo muoversi con la sua faccia sempre tra l’annoiato e il tranquillo trasmette un senso di fiducia senza pari: raramente sa quello che fare, improvvisa, ma poi sa sempre come farlo con estrema sicurezza. Una dote unica per un personaggio unico.

Mike è davvero, più del protagonista, l’essenza di Better Call Saul: calmo, lento, metodico ma sicuro, su cui possiamo sempre fare affidamento. Pare non avere più tantissime cose da dire arrivata alla quarta stagione, ma quello che ha lo dice meglio di qualsiasi altra serie. E, soprattutto, riesce sempre a metterci davanti allo specchio per farci vedere ciò che si cela dentro di noi.

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Emanuele D’Aniello

Emozione pura al concerto dei Nomadi, capaci di fermare il tempo

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I Nomadi sono capaci ancora di stupire e lo conferma il concerto del 3 agosto all’Anfiteatro Festival di Albano Laziale. Sinceramente, non credevo che riuscissero a sprigionare un’energia così forte nonostante gli anni e la scomparsa prematura di alcuni componenti del gruppo.

Quello che riescono a trasmettere è emozione pura al limite della commozione, grazie al fatto che l’imprinting artistico originario e le intenzioni dei fondatori sono rimaste immutate nel tempo, quasi miracolosamente.

Il concerto si è aperto con una magnifica proiezione dedicata ai componenti scomparsi, un videoclip dal sapore psichedelico ma molto efficace e incisivo. L’allestimento delle luci e le proiezioni di sfondo hanno aggiunto carisma allo spettacolo, toccando il climax durante l’esecuzione di Auschwitz.

I Nomadi nascono tra Modena e Reggio Emilia quando Beppe Carletti e Augusto Daolio decidono di formare una loro band. L’esordio avviene nel 1963 e il nome scelto è Nomadi, denominazione che contraddistiungue il loro destino.

Inizia la collaborazione con un allora sconosciuto Francesco Guccini con il quale comporranno canzoni epocali nel panorama musicale italiano. Noi non ci saremo Dio è morto, diventeranno dei veri e propri stendardi per milioni di giovani. E dal 1972 Io Vagabondo è ancora oggi canzone simbolo della band e inno per diverse generazioni.

Da questo momento inizia la scalata e nonostante le diverse sostituzioni all’interno del gruppo riescono a rinnovarsi, modernizzarsi e trarre linfa musicale da ogni nuovo componente.

i nomadi canzoniDal 1993 al 2017 ha avuto luogo un evento, il Nomadincontro – Tributo ad Augusto, arrivato alla XXV Edizione, che vede come protagonista lo stesso gruppo, con l’intento di ricordare colui che ne fu l’ideatore e ispiratore: Augusto Daolio. Il cuore del Nomadincontro è l’assegnazione del premio Tributo ad Augusto, assegnato ad artisti italiani che si sono distinti per valore umanitario.

I Nomadi oggi sono Beppe Carletti (tastiere, fisarmonica e cori – dal 1963), Cico Falzone (chitarre e cori – dal 1990), Daniele Campani (batteria – dal 1990), Massimo Vecchi (basso, voce – dal 1998), Sergio Reggioli (violino, voce – dal 1998), Yuri Cilloni (voce – dal 2017).

La loro musica che segue la tradizione del buon progressive italiano si contraddistingue dalla ricerca di testi densi di significato, quello che una volta si classificava come “musica impegnata”. Classificazioni riduttive e ghettizzanti per un requisito che dovrebbe costituire una parte fondamentale nella scrittura di un testo, non un carattere di eccezionalità.

Parlare di sociale non è fuori moda e non annoia, anzi, sembra riunire in un coro unanime e passionale gli spettatori giunti da tutte la Penisola. Famiglie, gruppi di ragazzi che hanno donato striscioni, scritto pensieri che il cantante, un gigante sul palco, ha letto visibilmente commosso.

Brani nuovi si sono alternati con i grandi classici amati da diverse generazioni, uno spettacolo di empatia tra pubblico e artisti veramente notevole.

E quando, alla fine, tutti ci siamo riuniti sotto il palco Yuri Cilloni, che già aveva salutato i fans cantando in mezzo a loro, non ha risparmiato strette di mano, abbracci, dimostrazioni di affetto.

La notte all’Anfiteatro tra le lucine delle lucciole è stata più splendente del solito. Grazie ai Nomadi.

Antonella Rizzo

Macerata Opera Festival: intervista agli “addetti ai lavori”

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Il Macerata Opera Festival è uno degli eventi più importanti dell’attività teatrale di Macerata. Nella spettacolare cornice dello Sferisterio, trovano spazio tre incredibili rappresentazioni: Il flauto magico, l’Elisir d’amore e la Traviata.

Noi di CulturaMente abbiamo intervistato due membri del festival. Da un lato abbiamo Gianluca Ercoli, cantante lirico, baritono che nel Macerata Opera Festival partecipa in quanto membro del Coro Lirico Marchigiano Vincenzo Bellini. Dall’altro abbiamo Ginevra Fusari, makeup artist e studentessa del terzo anno di scenografia all’Accademia delle Belle Arti di Macerata. Al Macerata Opera Festival lavora nel reparto di trucco e parrucco dello Sferisterio in qualità di aiuto parrucchiera.

Il Macerata Opera Festival è diventato un appuntamento fisso, ormai per l’estate maceratese e marchigiana, più in generale. Nella tua personale esperienza, come è entrato questo evento a far parte della tua vita professionale?

Gianluca: Ho iniziato a partecipare al Macerata Opera Festival diversi anni fa grazie ai concerti pomeridiani dei Fiori Musicali a Villa Cozza (brevi recital che vengono fatti alle 17 nei giorni in cui c’è spettacolo in Arena) e in qualche edizione della Notte dell’Opera grazie al M° Cesarina Compagnoni. Sono arrivato a partecipare in maniera ancora più attiva dall’anno scorso quando ho avuto l’onore di entrare nel Coro Lirico Marchigiano Vincenzo Bellini. Un’ottima palestra musicale, artistica e di  vita per chi, come me, aveva appena finito gli studi accademici e si voleva buttare con entrambi i piedi nel mondo lavorativo. Non finirò mai di ringraziare il Presidente Angela De Pace e tutto il  cda per avermi permesso tutto ciò.

Ginevra: Essendo un’amante del teatro in generale, il Macerata Opera Festival ha sempre fatto parte della mia vita ed è sempre stato un sogno poter lavorare nel backstage di questo meraviglioso evento che vela inevitabilmente la nostra città di una magica atmosfera. È senza dubbio il fiore all’occhiello della nostra Macerata. Ho iniziato nel 2014 come aiuto truccatrice nella famosa Aida “cibernetica” di Francesco Micheli e quest’anno sono tornata in qualità di aiuto parrucchiera grazie alle mie nuove capo reparto, con le quali ho avuto il piacere di lavorare in passato per la Rete Lirica marchigiana.

Lavorare con grandi professionisti lascia sicuramente sempre grandi insegnamenti. Vorresti condividere con noi quello che più ti ha segnato? Cosa porterai via con te al termine di questo festival?

Gianluca: Ho avuto la conferma che il grande artista va sempre a braccetto con tanta umiltà, umanità. Mi  sono trovato, e mi trovo tutt’ora quest’anno, a dividere il palco con una schiera di artisti di immenso talento e di una gentilezza, simpatia, disponibilità uniche. Ho fatto amicizia con molti di loro. Impossibile non farla! Quindi basta questo cliché che nel mondo del teatro esistono solo dive.

Ginevra: Sicuramente lavorare con grandi professionisti è una grossa responsabilità, non bisogna mai dare nulla per scontato ed è necessario apportare miglioramenti ad ogni rappresentazione ma allo stesso tempo senza minimamente cambiare l’idea originale. C’è una gerarchia, è vero ed è anche giusto, ma ognuno di noi deve lavorare come se fosse un capo reparto, come se dal nostro singolo operato, anche la cosa più insignificante, dipendesse l’intero spettacolo. Bisogna dare il meglio in qualsiasi cosa si faccia e la qualità si percepisce quando c’è l’attenzione al dettaglio. Il pubblico sicuramente non si accorgerà di nulla con i suoi occhi, ma come disse la grande Lila De Nobili “quello che non si vede si sente”.

 

Tre opere messa in scena. Tre titoli importanti.

Gianluca, c’è un’opera a cui sei più affezionato, che interpreti con più passione o che ti ha lasciato maggiore entusiamo?

Quest’anno sono contentissimo di farle tutte e tre. Sono allestimenti così diversi ed è una goduria cambiare completamente ruolo tra una sera e l’altra. Quest’anno abbiamo un Festival che abbraccia veramente tutto il pubblico per come presenta prodotti diversi l’uno dall’altro. È impossibile accostare “Il Flauto Magico” con “L’Elisir d’amore” come è impossibile farlo anche con “La Traviata” e le altre due citate. Non ne ho una preferita! Non posso scegliere. Adoro essere un ricco perfido, egoista, misogino in Flauto come adoro il fatto di essere sposato con due figli in Elisir. Quanto adoro i miei costumi di Traviata! Per noi del coro quest’anno sono veramente gratificanti tutte queste regie.. Comunque posso dire che per me è stato un sogno diventato realtà essere diretto da Graham Vick.

Il flauto magico (Video di Giovanni Culmone)

 

Ginevra, hai avuto a che fare con tre opere tutte diverse tra di loro. Qual è stato l’aspetto più difficile del tuo lavoro?

Ginevra: L’aspetto forse più difficile è trovare insieme all’artista dei compromessi per farlo/la sentire a suo agio con ciò che dobbiamo eseguire. L’acconciatura, la parrucca, il posticcio, la calotta, la barba, i baffi o le basette devono essere realizzati o applicati perfettamente, ma se l’artista sente che qualcosa possa ostacolare il suo lavoro dobbiamo cercare un modo per accontentare le sue richieste senza compromettere la qualità del nostro operato. Per esempio, quest’anno mi è capitato di dover realizzare per la Traviata un’acconciatura ad una corista che quella sera aveva un gran mal di testa. La famosa “Traviata degli specchi” di Brockhaus prevede delle acconciature tipiche del XIX secolo, che devono avere una solida base possibilmente rinforzata da un elastico con gancio che consente poi di costruire l’intera struttura che deve apparire al tempo stesso morbida e vaporosa. Ho dovuto realizzare il tutto soltanto con mollette e forcine, senza contare poi che la corista aveva dei capelli folti e lunghissimi!

L’hashtag dell’evento è #verdesperanza.

Ce lo commenti rapidamente?

Gianluca: #verdesperanza racchiude tante cose: natura, futuro, estate, territorio, positività, sperimentazione. Poi ognuno è libero di vederci quello che vuole. È un titolo molto bello, vivo.

Ginevra: Il tema di quest’anno non poteva che essere #verdesperanza. La nostra bellissima “Contea”, come la chiamo io, ultimamente è stata centro delle cronache giornalistiche per varie questioni ed eventi piuttosto spiacevoli. Abbiamo bisogno di una rinascita. Il verde, l’ecologia e la sostenibilità devono guidarci verso un’arte della “speranza” che operi gettando nuovi semi per un futuro migliore basato sull’equilibrio e l’interazione tra cultura, natura e territorio.

Infine chiudo domandando una riflessione personale sulle tre opere scelte messe in scena.

Cosa hanno significato, cosa significano tuttora e quale messaggio speri che passi al pubblico?

Gianluca:Sicuramente sono tre capolavori assoluti dell’opera lirica, cardini dei compositori Mozart, Donizetti e Verdi. Già dal libretto notiamo storie completamente differenti, ma tutte accomunate dalla natura, dal verde, dalla voglia di cambiamento. Basta vedere Tamino, Nemorino e Violetta, tre eroi che potrebbero vivere tranquillamente al giorno d’oggi. È giusto sognare un mondo migliore, tirare fuori la propria voce e la propria personalità, buttare giù tutti i muri che costruiamo per difesa o perché imposti dal sistema. Vivere la vita a pieni polmoni, sempre nel rispetto del prossimo.

Ginevra: Ognuna di queste opere ha significati differenti, ma tutte hanno in comune il fatto di essere profondamente attuali. Credo che la nostra epoca abbia bisogno dell’Opera lirica più di chiunque altra. Sento/leggo commenti alquanto superficiali a riguardo soprattutto da parte dello spettatore medio che non sa cosa sta guardando. L’Elisir d’Amore di Michieletto molte volte è stato ridotto ad un semplice “non mi piace l’ambientazione di questo regista” basato su un motivo puramente estetico e superficiale senza domandarsi il perché di quella scelta artistica. La stessa cosa dicasi per il tanto acclamato quanto criticato Flauto Magico di Graham Vick.

Dulcamara è il simpatico e carismatico ciarlatano che vende il miracoloso elisir, di cui è personalmente “distillatore”, che nell’opera di Michieletto diventa una bevanda tonificante per ottenere eterna giovinezza e muscoli tonici. Ma di notte il sedicente Dottore si trasforma in un vero e proprio spacciatore di stupefacenti, di culto del corpo. Cosa chiede in effetti la società di oggi? Essendo la nostra una società sempre più invidiosa, insoddisfatta e basata sull’apparenza, la droga diventa un mezzo per essere all’altezza o per sballarsi. Nemorino possiede un’ingenuità ancora fanciullesca che oggi sarebbe ovviamente derisa e presa come preda da una persona senza cuore come Dulcamara che senza pensarci due volte per guadagnare “un zecchin” ma anche per il gusto di far del male si approfitta della sua ingenuità, lo manipola, lo droga. Tutto ciò di cui si ha bisogno, soprattutto la felicità, si può trovare nella droga. Ma perché proprio uno stabilimento balneare? Al mare non si ha niente da fare, anche le idiozie attirano l’attenzione e pur di fare qualcosa le persone correrebbero a comprare delle bevande energetiche (esperienza del regista).

opera lirica

Purtroppo non ho avuto modo di vedere per bene il Flauto Magico di Graham Vick, essendo stata sempre in reparto o in sottopalco ad occuparmi dei cambi, per cui non me la sento di dare un giudizio completo. Ho potuto solo leggere articoli a riguardo e sicuramente mi ha incuriosita tantissimo, anche per i fischi che ho sentito fino al reparto! Mi ha colpita soprattutto la scelta del ruolo della donna in quest’opera  che non è solo a fianco dell’uomo, ma al suo stesso livello, anzi lo guida. Ora capisco il motivo della statua della Madonna con la bocca coperta da un nastro che incrociavo ogni volta che attraversavo il laboratorio di scenografia dello Sferisterio. Una figura silenziosa, priva di opinioni incapace di intervenire se non con l’avvalersi di un mediatore: così è sempre stata dipinta dagli uomini.

Un Flauto Magico sicuramente stravolto e per questo non apprezzato da molti, che si aspettavano di ritrovare la solita rassicurante bellissima fiaba, ma nonostante tutto l’intento del regista, che sia stato capito o meno, è quello di comunicare un messaggio di speranza: senza distruzione non può esserci creazione. Mozart scelse il tedesco per entrare nel cuore e nella mente del suo pubblico, per questo motivo Vick prende come punto di riferimento la versione italiana del Flauto Magico di Fedele D’amico del 1979 per comunicarci il messaggio della sua opera didattica.

Che dire invece della spettacolare Traviata degli Specchi? Ho visto il pienone in platea e un pubblico decisamente soddisfatto. L’indimenticabile scenografia, una sorta di libro-specchio (curioso che una delle prime idee fosse stata proprio un libro, successivamente scartato da Svoboda perché troppo visto), è la vera protagonista dell’opera che offre una duplice visione, una in orizzontale e una in verticale riflessa dallo specchio che mostra dei dettagli altrimenti inafferrabili. I fondali dipinti, che insieme a tutto il cast ed il coro mi ricordano il virtuosismo del Giudizio Universale di Michelangelo, vengono mano a mano tolti dalla scena finché questa non diventa nuda e vuota e solo lì capiamo che l’illusione è svanita. Lo specchio si alza e il pubblico si trova riflesso, colpevole di essere testimone dei fatti, responsabile e complice dell’ipocrisia dei personaggi. Penso sia inevitabile una riflessione da parte di qualsiasi spettatore.

Serena Vissani

Roma e i Musei Capitolini: i più antichi musei del mondo

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Che Roma sia uno scrigno di tesori è qualcosa di quasi scontato, ma nonostante l’ovvietà, ha sempre qualche sorpresa da regalare. Sapete che proprio l’Urbe detiene il primato di realizzazione del primo museo di tutto il mondo?

Il primo museo infatti viene fatto risalire ai tempi di papa Sisto IV della Rovere, che nel 1471 per celebrare il sodalizio tra pontefice e città, decise di regalare ai Romani alcuni bronzi provenienti dalla sua collezione privata, che allestiti nei palazzi del Campidoglio, formarono il primo nucleo dei Musei Capitolini. Ovviamente da quel lontano giorno molta strada è stata fatta e i Musei Capitolini sono diventati tra i più belli e preziosi del mondo, con ben due sedi: quella storica in Campidoglio e quella su via Ostiense, nei locali dell’ex Centrale elettrica, intitolata all’assessore Montemartini.

Per chiunque decida di visita Roma, ma anche per chi a Roma ci vive, una visita ai Musei Capitolini in piazza del Campidoglio è d’obbligo!

Forse con una sola visita è impensabile poter ammirare tutte le sezioni, ma sicuramente sarà possibile cogliere l’essenza profonda di questo straordinario museo nel museo. Infatti non solo le opere qui contenute sono dei veri capolavori d’arte, ma anche i palazzi che le custodiscono sono opere architettoniche di eccezionale valore, che da sole possono raccontare la lunga storia della città. Basti pensare che parte in gran parte i musei sorgono proprio su antichi edifici romani come il Tabularium, l’antico archivio di Stato e il Tempio di Giove Capitolino, di cui purtroppo sono visibili oggi solo le imponenti fondamenta.

Jpeg

Quattro sono gli edifici che oggi compongono i Musei Capitolini: Palazzo dei Conservatori, dove un tempo si riunivano i magistrati che governavano la città comunale; il già citato Tabularium sotto il Palazzo dei Senatori, attuale sede del Comune; Palazzo Nuovo realizzato tra fine Cinquecento e inizi del Seicento per essere speculare a quello dei Conservatori; ed infine Palazzo Caffarelli, antica residenza della nobile famiglia. I tre edifici che si affacciano su piazza del Campidoglio, furono progettati nel XVI secolo dal genio di Michelangelo, sebbene la realizzazione vera e propria si deve ad altri architetti.

Le sale dei musei sono finemente decorate, presentandosi come perfetti contenitori delle opere esposte.

Tra i capolavori da non perdere citiamo i frammenti della colossale statua dell’Imperatore Costantino, che insieme ai bronzi della leggendaria Lupa Capitolina, dello Spinario e del Camillo, formano il nucleo originario del Museo. Da non perdere è ovviamente la sala del Marco Aurelio, dove troneggia in tutta la sua fierezza l’originale statua bronzea dell’imperatore a cavallo – in piazza del Campidoglio è stata collocata infatti una copia fedele – oltre ai resti del già citato Tempio di Giove Capitolino e un bell’Ercole in bronzo dorato.

Arrivando alla Pinacoteca Capitolina, eccellente collezione curata da papa Benedetto XIV nel XVIII secolo, si possono ammirare capolavori come il San Sebastiano di Guido Reni, la pala per Santa Petronilla del Guercino, il Battesimo di Cristo di Tiziano e ovviamente il Caravaggio con La Buona Ventura e il San Giovanni Battista.

Passeggiando poi lungo la galleria sotterranea che congiunge il Palazzo dei Conservatori con quello Nuovo, dopo aver goduto di un suggestivo affaccio sul Foro Romano, suggeriamo di soffermarsi ad ammirare le belle iscrizioni lapidarie che tante curiosità svelano sulla storia cittadina. Giungiamo infine nel Palazzo Nuovo ci accolgono capolavori quali la bellissima Venere Capitolina, custodita nella sua preziosa alcova; l’Amazzone di tipo Capitolino nel suo grande salone; il Galata Morente una delle più famose e straordinarie opere dell’antichità; e la serie dei ritratti degli imperatori di Roma, pezzi unici dal valore inestimabile.

Prima di uscire potete sostare brevemente nella piccola sala che custodisce alcune opere egizie e ammirare la bella fontana posta nell’atrio al pianterreno, adornata dalla possente statua di Marforio: è questo probabilmente l’antico ritratto di un dio fluviale, sebbene sia più noto alle cronache per una sua peculiarità. Si tratta infatti di una delle famose “Statue Parlanti” di Roma che, insieme a Pasquino e alla Congrega degli Arguti, regalava ai Romani satire pungenti contro i potenti del tempo, tramite versi anonimi, scritti su dei cartelli!

Autore: L’Asino d’Oro Associazione Culturale

Il concerto “Alchemaya” di Max Gazzè aggiunge poesia alle Terme di Caracalla

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Il Max Gazzé tour “Alchemaya” ha fatto tappa a Roma domenica 5 agosto con un bellissimo concerto nell’atmosfera suggestiva delle Terme di Caracalla.

Domenica 5 agosto nel tardo pomeriggio qualche tuono ha fatto temere per la tappa romana del tour “Alchemaya” di Max Gazzè. Invece, neanche una goccia di pioggia è caduta alle Terme di Caracalla. E il pubblico si è potuto godere un concerto entusiasmante.

In un’atmosfera quasi magica, vista la cornice di una delle aree archeologiche più suggestive di Roma, Max Gazzè ha diviso il palcoscenico con l’Alchemaya Symphony Orchestra. E ci hanno regalato una serata piena di emozioni musicali.

Ma andiamo con ordine.

“Alchemaya”, prima ancora di essere un tour, è un doppio concept album, con cui Max Gazzè ha voluto far incontrare le sue canzoni con l’orchestra e i sintetizzatori. Èun progetto ambizioso, per definire il quale l’artista ha inventato  addirittura un neologismo, parlando di opera  “sintonica”, orchestrata dal Maestro Clemente Ferrari.

Il titolo “Alchemaya” è una parola dal greco antico che significa “alchimia” ma anche “fondere”, proprio perché il progetto vuole essere la fusione tra due mondi musicali, che a nostro parere è riuscita molto bene.

Probabilmente il risultato positivo è dovuto al fatto che l’album e il concerto di Max Gazzè “Alchemaya” sono una narrazione. Un racconto doppio, per la precisazione.

Il primo cd, così come la prima parte del concerto, è una vera e propria opera sinfonica divisa in 11 brani.

Max Gazzè vi racconta l’origine e l’evoluzione del mondo e degli esseri umani. Ma lo fa mescolando – torna l’alchimia – storia, mitologia, filosofia, fisica quantistica ed esoterismo.

Max Gazzè tour

Il pubblico del concerto può lasciarsi incantare da un racconto misterioso e fantastico, molto cantato e suonato, ma anche recitato, tra una canzone e l’altra, da Ricky Tognazzi.

Già ascoltando il concept album, realizzato e registrato con la Bohemian Symphony Orchestra di Praga, diretta dal Maestro Clemente Ferrari, si resta affascinati dalla creatività di Max Gazzè e di suo fratello Francesco, che scrive con lui i testi, oltre che dalla maestria dell’orchestrazione e dell’esecuzione.

Ma chi ha potuto o potrà assistere al concerto che porta in scena “Alchemaya” avrà vissuto un’esperienza sublime.

In tour l’orchestra non è la Bohemian Symphony di Praga, ma l’Alchemaya Orchestra. Al concerto di Roma, è stata ospite d’eccezione anche la pianista coreana Sun Hee You, esibendosi anche in un virtuosissimo assolo.

Max Gazzè tour

Il primo cd dell’album, come la prima parte del live, non sono certo di facile ascolto. Necessitano di attenzione e di curiosità. Forse da questo punto di vista, gli spettatori del concerto sono più facilitati. Infatti, i suoni della musica orchestrale viaggiano più leggeri e ci si può lasciare andare anche solo alla bellezza immediata di quella musica.

Lo stesso Gazzè a metà concerto ci perdona se non siamo riusciti a cantare con lui le 11 tracce dell’opera sintonica. Ci invita, però, a rifarci con i brani della seconda parte.

Come nel secondo cd di “Alchemaya”, la seconda parte del concerto è dedicata, infatti, alle canzoni storiche di Max Gazzè e agli inediti contenuti nell’album.

Tutta la poesia e il romanticismo delle canzoni di Gazzè sono amplificati dall’arrangiamento e dall’esecuzione orchestrale. I fan che avranno ascoltato centinaia di volte un brano come “Mentre dormi”, forse non si aspettavano di provare emozioni nuove a sentirla l’altra sera a Roma.

Anche i brani più scanzonati, quelli addirittura con un ritmo quasi ska, non suonano affatto snaturati in chiave “sintonica”. Sembrano vivere di una nuova freschezza, acquistano originalità.

Con “Alchemaya” Gazzè ha fatto un lavoro coraggioso per un artista popolare. Ha voluto portare avanti un progetto che avesse un senso per il proprio percorso artistico. Ha corso il rischio che potesse non essere compreso o amato da tutti.

Al concerto di domenica ha sicuramente giocato a favore l’uso di spettacolari giochi di luce sulle rovine delle Terme di Caracalla che facevano da sfondo al palcoscenico. In generale, la scelta di luoghi molti suggestivi per il tour estivo di Alchemaya è un valore aggiunto quasi impagabile.

D’altronde, si è aperto proprio a Vieste, davanti al famoso monolite Pizzomunno, protagonista de “La leggenda di Cristalda e Pizzomunno”, canzone presente nell’album, presentata a Sanremo ed eseguita in modo emozionante al concerto di Roma.

Le prossime tappe saranno, poi, in luoghi altrettanto spettacolari: lo Sferisterio di Macerata (7 agosto), il Teatro Antico di Taormina (25 agosto) e, dulcis in fundo, l’Arena di Verona (2 settembre). Vi consiglio caldamente di andare, con le orecchie e la mente aperte, per ascoltare un Max Gazzè forse diverso da quello che ascoltiamo in radio, ma capace di far sognare e sorridere comunque.

Stefania Fiducia

Tutte le foto sono tratte dal profilo Facebook ufficiale di Max Gazzè

“Baccanale degli andrii al Prado” di Tiziano: la spiegazione

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L’estate scorre velocemente e ci troviamo già vicini a Ferragosto. Che sia al mare, in città o in montagna come da tradizione il 15 del mese è una giornata da festeggiare. Prendiamo spunto in compagnia del grande Tiziano con un’opera dedicata alla compagnia e tanto, tanto vino.

Oggi vi raccontiamo un modo di festeggiare all’antica dipinto dal celebre pittore veneto dove l’amore, il piacere e l’ebbrezza si confondono nel nome di Bacco. Potrebbe essere un’idea originale per quest’anno, no?

Immaginate un bosco lussureggiante e rigoglioso, disperso in qualche terra bucolica ed ancestrale. Terra di uomini e dei, di lussuriosi riti pagani a contatto con una natura selvaggia e primitiva in cui è facile perdere i sensi e liberare lo spirito.

L’Infuso d’Arte di oggi è “Il Baccanale degli Andrii” dipinto da Tiziano tra il 1523 ed il 1526 e conservato al Museo del Prado di Madrid. L’opera faceva parte di una serie di tre quadri a sfondo mitologico commissionati dal duca di Ferrara, Alfonso d’Este, per la Sala dei Baccanali.

Potete visionarlo qui.

Cosa succede nel dipinto?

Nel quadro l’acqua di un fiume diventa miracolosamente vino grazie all’intervento del potente Dioniso giunto sull’isola di Andros insieme ad Arianna. Un evento straordinario che viene quindi celebrato da ragazzi e fanciulle per venerare il famoso dio dalla natura animalesca e primordiale.

Tiziano rappresenta nella scena principale il Baccanale con un gruppo di personaggi che interagiscono tra di loro riuniti nel generale clima di piacere e perdizione.

Vediamo al centro due giovani che conversano mentre un ragazzo afferra con forza la caviglia ad una di loro. A sinistra un fanciullo nudo versa il vino su un piattino, in basso un altro giovane invece attinge direttamente dal prodigioso fiume rosso mentre un uomo beve avidamente dalla brocca. A destra iniziano le danze tra ragazzi coronati di alloro, mentre in primo piano una bellissima ninfa espone il suo corpo nudo all’occhio dell’osservatore, elegante e sensuale, distesa su un telo bianco.

Cosa ci fa entrare nel dipinto?

Tiziano sceglie di rappresentare un evento mitologico legato al culto di Bacco, da cui il nome Baccanale, che veniva celebrato ogni anno sull’isola di Andros dai suoi abitanti.

Una vera e propria festa all’insegna della perdizione che il pittore veneto affida a forme piacevoli e passionali coinvolgendo inevitabilmente lo spettatore all’interno del rito pagano.

Ammirando l’opera sentiamo risuonare i flauti e le siringhe.

Sembra di essere immersi in una natura arcaica e faunesca dove si è facile preda dei lascivi piaceri della carne e del vino per abbandonarsi ad un’orgia dei sensi sotto la protezione del dio.

Il capolavoro di Tiziano rispondeva infatti perfettamente al gusto della cultura umanistica veneziana del Cinquecento vittima del fascino esercitato dall’antico.

La mitologia viene qui evocata attraverso la sua immagine più erotica e carnale con questi corpi seminudi, palpitanti che si intrecciano ritmicamente tra loro.

Due parole sullo stile…

Tiziano articola il discorso figurativo grazie ad un linguaggio cromatico che si basa principalmente sul contrasto tra colori caldi e freddi. In primo piano dove raffigura il Baccanale sceglie toni vivi, densi e saturi; mentre per il paesaggio sullo sfondo la rappresentazione della natura e del cielo è affidata ad una scala più fredda di verdi e azzurri.

La luce colpisce i personaggi o per rivelarli all’occhio dell’osservatore o per nasconderli nella penombra del bosco. Le figure femminili sono illuminate da una luce piena come colpite direttamente dai raggi solari evidenziando le loro forme morbide e sensuali.

Anche per oggi il nostro infuso è finito, speriamo di avervi condotto tra i selvaggi e rupestri boschi di un mondo perduto, ma se cercate qualcosa di più esotico potete sempre lasciarvi ispirare da un’altra nostra piccola pillola a questo link. Ci vediamo tra due settimane!

Martina Patrizi

“Le tre età dell’uomo” di Tiziano: spiegazione del quadro

Cercate vacanze avventurose? Leggete “La Primula Rossa”

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Dal 1905 al 2018: La Primula Rossa di Emma Orczy torna nelle librerie in una nuova edizione curata da Fazi Editore.

Ci sono alcuni romanzi che continuano a essere letti piacevolmente dal pubblico, anche se iniziano ad avere non pochi anni alle spalle. Sono i libri che definiamo classici, perché contengono fattori in grado di colpire i lettori indipendentemente dalla loro epoca o nazione. In mezzo ai grandi nomi a cui tutti noi siamo abituati, troviamo anche autori e titoli meno conosciuti, ma altrettanto appassionanti, se si dà loro una possibilità. Tra questi c’è sicuramente Emma Orczy con il suo La Primula Rossa.

Uscito per la prima volta agli inizi del Novecento, il romanzo è il primo di un fortunato ciclo letterario che combina romance, spy stories e avventura. Ha avuto tantissimo successo in Gran Bretagna, mentre in Italia solo recentemente si è assistito alla sua ripubblicazione. L’ultima versione uscita è quella di Fazi Editore.

Ho divorato il libro in pochi giorni durante la settimana passata al mare, tanto da consigliarlo come lettura estiva.

Nonostante si percepisca da subito che sia un libro scritto più di un secolo fa, credo che possa risultare piacevole anche tra altri cent’anni. Questo perché nella sua semplicità (che non è assolutamente da intendere come banalità) è costruito su elementi tradizionali. Abbiamo l’eroe, l’intrigo da svelare, la lotta tra bene e male, il colpo di scena, la storia d’amore, il legame familiare… e abbiamo l’ambientazione storica che aggiunge sempre quel qualcosa in più.

Siamo nel 1792, gli anni del terrore seguiti allo scoppio della Rivoluzione francese. La paura serpeggia per le strade di Parigi. Numerosi aristocratici vengono condotti ogni giorno alla ghigliottina. Accorrerà in loro soccorso un uomo inglese soprannominato “Primula Rossa”, fiore usato come firma. Mentre aumenta il numero di salvataggi, Chavelin, funzionario del governo francese, prepara una trappola per scoprire l’identità della famosa Primula Rossa e porre fine alle sue missioni. Nell’intrigo sarà coinvolta, suo malgrado, anche Lady Blakeney, donna di grande bellezza e intelligenza, nata in Francia e sposata a un grande Lord inglese. Il suo destino si incrocerà con quello della Primula Rossa in maniera del tutto inaspettata.

Non vi sveliamo la vera identità della Primula Rossa, né se riuscirà a sventare il complotto ai suoi danni.

Per saperlo, dovrete andare in libreria e comprare una copia del libro da leggere. Vi ci vorrà davvero poco, soprattutto se amate questo tipo di storie. è un romanzo costruito interamente sull’azione. I personaggi hanno delle caratterizzazioni piuttosto che caratteri veri e propri. C’è l’eroe guidato da una morale molto forte che comprende valori come giustizia, libertà e amore. L’eroina della storia è tanto bella quanto intelligente, con un’emotività molto spiccata che la guida in tutte le sue scelte. L’antagonista è il villan odioso, meschino, pronto a ricorrere a qualsiasi mezzo pur di ottenere ciò che desidera.

Non è un libro da leggere per riflettere. Tutte le problematicità e le contraddizioni che sappiamo aver caratterizzato la Rivoluzione francese sono assenti. Non è complicato parlare di “giusto” e “sbagliato”, come spesso succede nella vita di tutti i giorni.

Questo perché La Primula Rossa risponde a pieno ai canoni del suo genere.

Il suo obiettivo è quello di intrattenere e di regalare ai suoi lettori quel brivido di adrenalina che solo i migliori romanzi polizieschi o d’avventura sanno dare. Siamo di fronte a quelle storie che possiamo vivere solo attraverso le righe scritte e che, nonostante questo, ci servono anche per sperimentare emozioni che sarebbe difficile (e anche distruttivo) provare nella vita reale.

Dal punto di vista stilistico, nonostante siano presenti alcune frasi abbastanza enfatiche e forse anche leggermente esagerate – figlie del periodo in cui sono state scritte -, La Primula Rossa è veramente riuscito. Le situazioni vengono descritte minuziosamente, tanto da permettere al lettore di “vedere” le scene mentre procede con la lettura. Molti sono i dettagli che, però, non appesantiscono ma aiutano a a entrare nella storia.

La Primula Rossa è un testo poco conosciuto, ma che merita non pochi riconoscimenti. Per cui, in questo periodo estivo in cui si cerca qualcosa di leggero da portare sotto l’ombrellone, non potete assolutamente perdervelo.

Federica Crisci

Fuochi d’artificio per la terza replica de Il flauto magico di Mozart

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Lo scorso 4 agosto c’è stata  la terza replica de Il flauto magico per la regia di Graham Vick all’interno del Macerata Opera Festival.

Una rivisitazione decisamente innovativa che lascia disorientato lo spettatore sin dal momento in cui entra nel teatro per prendere posto. Perché? Perché ai lati del palco si trovano tende da campeggio, auto parcheggiate, tavolini e sdraio. La perplessità non scema sopratutto quando ci si rende conto che tra quegli oggetti gira della gente perfettamente a proprio agio e affatto noncurante della faccia stupita di chi passa e osserva.

Mentre l’orchestra regionale delle Marche prende posto e dispone tutto per incominciare, l’occhio inizia a familiarizzare con la scena. Lo sfondo moderno è lontano dall’ambiente che ci si sarebbe potuti aspettare.

Tamino, entrando in scena con berretto e felpa azzurra, viene catturato da un mostro-ruspa che troneggia sul lato sinistro del palco, dando così inizio alla vicenda. I costumi, moderni ma mai esagerati, contribuiscono alla rivisitazione dell’opera e consentono di traslare il racconto nel tempo.  Gli eventi si fanno più vicini e ogni elemento sul palco si carica di una simbolicità per niente scontata.

Il percorso iniziatico che Tamino intraprende, insieme al suo compare Papageno, lo conduce dalle tenebre alla luce. Sullo sfondo della scena si stagliano tre grandi monoliti dai quali fuoriescono le voci possenti del coro lirico marchigiano Vincenzo Bellini. Un coro che, come un fiume in piena, straripa delle tre grandi porte per invadere il palco. Incontenibile.

Non sono mancati momenti di dialogo, in italiano, che hanno appassionato il pubblico oltre a divertirlo. Le vicende di Papageno, in cerca della sua Papagena, hanno alleggerito la trama principale con una buona dose di ilarità e ironia.

Un plauso meritatissimo va agli interpreti dell’opera: Giovanni Sala (Tamino), Guido Loconsolo (Papageno), Lucrezia Drei, Eleonora Ciri, Adriana Di Paolo (le tre dame), Manuel Pierattelli (Monostato), Valentina Mastrangelo (Pamina), Antonio Di Matteo (Sarastro), Tetiana Zhuravel (Astrifiammante), Paola Leoci (Papagena), Marcell Bakonyi (oratore), Ilenia Silvestrelli, Caterina Piergiacomi e Emanuele Saltari (i tre geni), Marco Miglietta e Seung Pil Choi.

Un consiglio quindi per l’ultima replica dello spettacolo sentiamo vivamente di darlo: approfittatene e non fatevelo scappare! Buone rappresentazioni come questa non devono essere perse!

Serena Vissani

Il film più simpatico dell’estate: Ritorno al Bosco dei 100 Acri

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Il film Disney live-action “Ritorno al Bosco dei 100 Acri” con Ewan McGregor e Hayley Atwell ci riporta alla nostra infanzia.

Almeno una volta nella vita ci siamo imbattuti a vedere le avventure del goloso orsetto Winnie the Pooh e dei suoi amici.

Tuttavia non è la prima volta che Christopher Robin e Winnie the Pooh fanno capolino sul grande schermo.

Infatti grazie al film Disney 2018 ritorniamo al Bosco dei 100 Acri in compagnia di Winnie the Pooh, Tigro, Pimpi, Ih-Oh, Kanga, Ro, Tappo e Uffa.

In questo lungometraggio Disney per la prima volta i personaggi sono presentati in maniera tridimensionale. Ma la novità è anche nella collocazione spazio temporale.

Christopher Robin è adesso un uomo.

Un uomo talmente impegnato con il lavoro che trascura persino la famiglia e la bellezza della quotidianità.

La cosa che più desidera la sua piccola Madeline è che lui le legga le favole della buona notte, mentre Christopher la esorta solo a studiare. Come se Christopher Robin volesse riporre la bellezza della fantasia in un cassetto per dare spazio sin dall’infanzia ad un aspetto più cinico della vita.

Riaffiora alla memoria, quasi inevitabilmente, il film precursore e ormai cult Hook – Capitan Uncino di Spielberg.

Perché diventare adulti è spesso sinonimo di imbruttimento?

Sarà la piccola Madeline, figlia di Christopher Robin, a regalare la consapevolezza ai suoi genitori che il tempo non si può comprare e soprattutto non torna indietro.

Grazie alle favole e al messaggio positivo di questi film l’invito rivolto ai grandi che accompagnano i piccini è presto svelato. La chiave è non farsi travolgere dalla superficialità. Bisogna sempre redigere un’immaginaria scala di priorità e in quanto tale rispettarla. I valori come la famiglia, l’amicizia e la collaborazione con il prossimo diventano esortazione

film disney 2018
Madeline Robin (Bronte Carmichael) and her father Christopher’s longtime friends Tigger, Piglet and Winnie the Pooh go on an adventure in Disney’s CHRISTOPHER ROBIN.

 

L’incantevole Bosco dei 100 Acri, di cui Milne parla nei suoi libri, il luogo dove vivono gli amici animali di Christopher Robin e che trabocca di fantasia, è ispirato alla Foresta di Ashdown. In particolare a un’area nota come Five Hundred AcreWood. Situato nella lussureggiante campagna del Sussex, a circa 50 chilometri da Londra.

Questo bosco ogni anno continua a essere meta di migliaia di turisti desiderosi di visitare i luoghi descritti nelle storie di Winnie the Pooh.

Varie scene del film sono state effettivamente girate nella Foresta di Ashdown, altre a Windsor Great Park, dove si trova il Castello di Windsor, la residenza reale in cui la Regina Elisabetta trascorre la maggior parte del tempo.

Inoltre la produzione di questo film Disney 2018 ha cercato di ridurre al minimo l’impatto della lavorazione del film nelle aree boschive.

Come? Utilizzando pneumatici a bassa pressione per non comprimere le radici degli alberi secolari e per non calpestare le felci protette, indicando alla troupe i percorsi più idonei attraverso la presenza di nastri di segnalazione.

Un importante segnale per la tutela della Natura.

Il direttore della fotografia Matthias Königswieser ha scelto di girare il film con macchine da presa tradizionali e manuali, per conferire maggiore credibilità al movimento degli animali di pezza. In seguito i pupazzi sono stati portati in vita durante la post produzione, attraverso una fotorealistica animazione digitale della natura e della Londra di quegli anni.

Alessia Aleo

Incontro con Salvatore Cammilleri, l’artista della complessità

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Salvatore Cammilleri è un artista che catalizza l’attenzione per la sua capacità seduttiva del colore e dei concetti e per creare dei veri e propri “poli d’arte”, progetti interattivi e aperti ai contributi dotati di dinamismo e anarchia espressiva.

Salvatore Cammilleri nasce a Palermo il 17 Aprile 1973. È un artista visivo capace di esprimersi attraverso un’ampia varietà di tecniche e materiali. In linea con un pensiero artistico che si spinge verso territori di avanguardia, l’artista siciliano realizza le sue esperienze artistiche durante i suoi soggiorni a Bolzano e Bologna dove frequenta l’Università DAMS – Cinema.
Realizza numerosi progetti insieme ad altri artisti anche sostenendo la persistenza di benefici derivanti da collaborazioni artistiche, sempre in continuità rispetto al proprio concept natio, quello legato alla presenza/assenza delle ali nel destino di ogni anima.

Tra i suoi più significativi progetti, si distingue la costituzione del MADE in C.L. con l’artista Michele Lombardo che, successivamente, da vita alla bipersonale Anche per oggi non si vola ed al progetto RAW. Nel Luglio 2014 fonda con Caterina Arena l’Associazione culturale Eureka! operante in Sicilia.

Da allora l’artista lavora a Roma dove ha realizzato una lunga serie di prodotti artistici ed è la mente di Ignorarte, manifesto di arte contemporanea.

Siamo di fronte a un artista a dir poco fecondo. Sei un grande “manipolatore”, in senso edificante. Sembra che tu voglia intervenire in maniera personalissima su ogni processo relazionale e fisico.
Hai già detto tutto tu. Potrei aggiungere che mi piace divertirmi con l’arte e sono sempre curioso; questo mi porta a usare svariate tecniche, materiali, metodologie e linguaggi.

Vedo destrutturazioni, concetti ridotti all’osso ma anche accenti generosi nelle tue creazioni. Mi sembra che fuggi il sentimento barocco della tua terra d’origine ma poi ne invochi la carnalità…
Cerco di essere essenziale e comprensibile sia nell’impatto visivo che nel concetto perchè credo in un’arte che si spieghi da sola e che possa emozionare senza orpelli.

Per quanto riguardala la mia terra, la Sicilia, probabilmente c’è del giusto in ciò che affermi, io attingo alla mia memoria in modo istintivo senza cercare i riferimenti più “ad effetto”. Le mie installazioni di Anche per oggi non si vola sono l’esempio più lucido…da sempre vedo panni appesi nel quartiere popolare dove ho vissuto la mia infanzia ed io ho riproposto lo stesso schema, aggiungendo le ali che è un po il mio vedere avanti, da artista.

L’uovo, un elemento che ricorre nelle tue opere. Simbolo cosmico, misterico, metafisico o nulla di tutto ciò?
Semplicemente per me è simbolo di morte e caducità, è la metafora dell’uomo che resta uovo/cellula e che prima ancora di evolversi muore/frigge. Nasce tutto da una mia video art Proteine che proclama: Siamo “tutti fritti!” e che è un po il manifesto di tutte le opere successive. Le stesse opere si completano attraverso i titoli, per esempio Monumento ad un caduto è semplicemente un uovo fritto di cemento, spiaccicato per terra senza questo calembour.

salvatore cammilleriQuanto ti ha influenzato la pop art nell’uso del colore?
In realtà più che la pop art è dai fumetti ed i cartoon che il mio stile esce pop, poi nelle ultime opere, specie quelle con le uova, il mio pop è più nelle forme che nel colore e poi c’è l’elemento luce, che è sempre stato presente nella mia produzione. Credo gli dia quel tocco contemporaneo. Infine Caravaggio e molti artisti del rinascimento ma anche i surrealisti mi hanno molto influenzato, solo che ancora devo capire in che modo…

Cosa pensi dell’arte contemporanea? Non trovi che ormai tutto sia stato dissacrato e il formale possa rappresentare l’ultimo baluardo della trasgressione?
Non so risponderti, posso fare una considerazione. L’arte contemporanea ha bisogno sempre di un qualcosa di nuovo e non tutti quelli che si propongono lo fanno, limitandosi a ripetere ciò che è già esiste; forse bisognerebbe scremare e concentrarsi su ciò che resta.

Apprezzo molto il fatto che crei interazioni. Sei uno dei pochi artisti che conosco che crea format interattivi con colleghi, quasi un “manifesto” creativo che si muove tra gli spazi espositivi della Capitale e non solo.
Non sono uno che “se la canta e se la suona da solo”, infatti da sempre mi piace collaborare con altri artisti, altre menti e credo fortemente che l’arte contemporanea per poter crescere debba essere plurale.

Spesso sei ospite del MAAM con performance, installazioni, e molte tue opere fanno parte del catalogo del museo. Raccontaci del tuo rapporto con una realtà museale unica al mondo e come è nata questa collaborazione.
Sì, posso dire che è un luogo che mi ha accolto bene. In realtà lì c’è solo la mia opera Monumento ad un caduto che è stata accompagnata nella sua presentazione da un happening con performances, video ed interazioni.

Arte da macello nasce da una mia idea installativa ma poi sono stati gli artisti di Ignorarte (di cui sono direttore artistico) a creare le opere che la compongono. La collaborazione è nata in maniera semplice… ho conosciuto Giorgio De Finis, gli ho presentato il mio primo progetto e lui, essendo una persona disponibile ed arguta, lo ha proposto ed abbiamo continuato a collaborare.

Grazie Salvatore, noi di CulturaMente ti seguiamo con interesse, c’è estremo bisogno di artisti come te.

Antonella Rizzo

E sognai di Cime tempestose, le autrici raccontano il loro libro

E sognai di Cime tempestose è una guida ideale per chi ama il mondo di Emily Brontë. In questa intervista le due autrici ci raccontano come è nato il libro ma anche il loro amore per la scrittrice inglese.

Lo scorso maggio, la casa editrice Alcheringa edizioni ha pubblicato un piccolo gioiello: E sognai di cime tempestose di Selene Chilla e Serena Di Battista. Abbiamo incontrato le due autrici per parlare del libro ma anche del loro infinito amore per il romanzo di Emily Brontë e per tutto il mondo che da sempre circonda la scrittrice inglese.

Quando è sorta la vostra passione per Cime tempestose?

La passione per il romanzo di Emily Brontë è nata durante gli anni delle scuole superiori, quando le nostre professoresse di letteratura inglese ci hanno fatto conoscere per la prima volta Heathcliff e Catherine. Abbiamo subito intuito che la loro vicenda fosse qualcosa di più di una semplice storia d’amore. Siamo state fin dal principio attratte dalla profondità dei personaggi, dall’intensità della narrativa di Emily, dalla veridicità dei sentimenti che descrive.

Alcuni anni fa avete creato un sito sul mondo delle sorelle Bronte. Parlateci di questo progetto.

The Sisters’ Room nasce tre anni fa a seguito di un viaggio che, per amore delle Brontë, ci ha portate a visitare Haworth, il piccolo paesino dello Yorkshire dove le tre scrittrici hanno vissuto e scritto. Appena messo piede ad Haworth abbiamo subito capito quanto quei luoghi, quella natura, quel clima, fossero stati di impatto nella scrittura delle tre sorelle e in particolar modo di Emily.

Camminando per la brughiera ci sembrava di poter davvero scorgere i fantasmi di Heathcliff e Catherine che si allontanavano. Quello che Emily aveva descritto in Cime Tempestose era davvero tutto ciò che per anni aveva visto, e visitare i luoghi che l’avevano ispirata è stata a sua volta un grande stimolo per noi.

Tornate a casa avevamo voglia di diffondere la nostra esperienza, ed è nato così il nostro blog di viaggio e letteratura dedicato alle Brontë. Sul nostro sito condividiamo foto, esperienze, impressioni sui luoghi e le opere bronteane, e come membri della Brontë Society, ci manteniamo anche in stretto contatto con il Brontë Parsonage Museum per fare da ponte e informare gli appassionati nel nostro paese di qualunque evento o novità nel campo degli studi bronteani. Collaboriamo inoltre con la professoressa Maddalena De Leo, rappresentante della Brontë Society in Italia, pubblicando ogni mese un suo articolo di ricerca e curiosità bronteane e facendo molto affidamento sulle sue conoscenze per imparare sempre di più.

Come è nata l’idea di scrivere E sognai di Cime tempestose?

L’idea di scrivere un libro nasce dal desiderio di lasciare un ulteriore segno della nostra passione e concretizzare il nostro lavoro in qualcosa di tangibile, da poter sfogliare, toccare. Da grandi amanti dei libri, la scrittura è sempre stata il nostro mezzo di comunicazione preferito.

Poter vedere anni di viaggi e ricerche finalmente concretizzati su carta è stato un sogno che diventava realtà. Abbiamo cullato l’idea di scrivere un libro a lungo, lavorando ad ogni riga con gioia e passione. E’ stata un’esperienza magnifica!

Nelle pagine sottolineate spesso il ruolo del paesaggio nel libro della Brontë. Ci volete descrivere questa natura che è una sorta di vero e proprio personaggio?

Sì, è vero, il paesaggio in Cime Tempestose ha un ruolo da vero e proprio protagonista. Sembra quasi avere in comune dei tratti caratteristici con i personaggi stessi dell’opera. Le brughiere dello Yorkshire, quando in inverno gelano e non vi cresce nulla, possono essere aride e desolate e somigliano al cuore di Heathcliff quando, accecato e consumato dall’odio, non trova nella sua vita nulla per cui valga la pena viverla, se non la vendetta. Allo stesso tempo, in estate, sorprendenti turbinii di colore cangianti sotto i riverberi del sole e agitati dal vento, animano la brughiera di una forza e un’energia che ricordano molto la passione e il senso di libertà tanto agognato da Cathy. È un paesaggio che cambia sempre, come l’animo delle persone. Una natura selvaggia che sembra la cornice perfetta, l’unico luogo in cui poter liberare le più violente e vere emozioni umane.

Quale è stata la maggiore difficoltà nello scrivere il libro?

Reperire tutte le informazioni non è stato sempre semplice, ma con i contatti stabiliti in questi anni grazie al lavoro svolto con il blog, un grande impegno e un po’ di fortuna siamo riuscite ad ottenere tutto ciò di cui avevamo bisogno.
Di sicuro però, la difficoltà maggiore, è stata tentare di dare al testo uno stile omogeneo, pur scrivendolo a quattro mani. Abbiamo molte cose in comune e condividiamo una grande passione per Emily e il suo romanzo, ma siamo tanto diverse e di conseguenza ci esprimiamo ognuna a modo proprio. Avevamo paura che il lettore percepisse gli stacchi dall’una all’altra. Ma una volta terminata la stesura dei capitoli abbiamo cercato di lavorare all’insieme del libro, in modo da rendere il tutto più fluido. Speriamo di esserci riuscite.

La maggiore soddisfazione invece?

Emily Brontë è per noi un punto di riferimento e una grande ispirazione da quando eravamo poco più che ragazzine e da prima che ci conoscessimo. La prima soddisfazione, a livello personale, è quella di essere riuscite a creare qualcosa, a rendere vero un sogno di entrambe, realizzandolo insieme. La seconda, a livello professionale, è sapere di essere state capaci di concretizzare tutti gli sforzi e il lavoro svolto fin qui, in qualcosa di tangibile: nel mondo, grande, infinito, pieno di giganti che scrivono di letteratura, esiste un nuovo, piccolo libro che racconta una parte dell’universo di Emily Brontë. E lo abbiamo scritto noi.

Consigliate a chi non ha mai visto quelle brulle terre un itinerario brontiano?

Il tempo a disposizione e il meteo la fanno veramente da padroni in quei luoghi. Quindi il nostro consiglio è semplice: approfittate del bel tempo per una passeggiata nella brughiera (potreste spingervi fino a uno dei luoghi raccontati nel nostro libro, che sono tutti meravigliosi). Se dovete scegliere una tappa fissa scegliete il Brontë Parsonage Museum a Haworth, perché tutto è iniziato lì.

 

Maurizio Carvigno

Spirit De Milan: un locale vintage con tanta musica dal vivo

l locale di MilanSPIRIT DE MILANsorto nella gloriosa struttura delle Cristallerie Fratelli Livellara (via Bovisasca, 59), è sempre alla ricerca delle ultime tendenze e di talentuosi artisti da far esibire live, nel rispetto della passione per la bellezza e la tradizione che lo caratterizzano.

Diventato un punto di riferimento per i milanesi, e non solo, con i suoi 1500 mq di aree adibite al ballo, alla ristorazione, al cabaret e ai concerti, accompagnerà i clienti affezionati anche nella calda estate!

Di seguito gli appuntamenti di agosto.

Mercoledì 1 agosto serata Milonga con Che tango Trio, un vero e proprio cammino cadenzato da melodie e movimenti: leggiadri valcesitos, mossi sul pulsare ossessivo di antiche e nuove tradizioni, tangos abbozzati sotto i cieli stellati dalla Boca, risalendo fino alle brillanti composizioni dei loro eredi diretti di epoca moderna.

Giovedì 2 agosto Barbera & Champagne con Nadir Seartabelli, Raffaele Kohler e Guido Baldoni.

Venerdì 3 agosto Bandiera Gialla con la band Ottavo Richter: funk, disco, swing, balkan, rock’n’roll… non ci saranno scuse per stare fermi, un ritmo che ti salverà dal torpore estivo! A seguire dj set Wild Bob.Sabato 4 agosto HOLY SWING Night con Mingo’s swing Band che esegue principalmente il repertorio dei classici della tradizione jazzistica americana ed italiana rigorosamente legati all’Era dello Swing degli anni ’20-‘40. A seguire Dj Set con Missy Clara.

Domenica 5 agosto Spirit in Jazz con DNA Trio, progetto che nasce dalla lunga collaborazione, in diversi ambiti stilistici, tra Alex Carreri e Roberto Lupo. In aggiunta a loro il noto pianista milanese Fabrizio Bernasconi.

Martedì 7 agosto Tacchi, Dadi e Datteri, spettacolo di arte varia semiseria con musica, comicità e ironia meneghina, una serata “Milano 5.0” con la partecipazione ogni volta a sorpresa di alcuni tra questi artisti milanesi: Rafael Didoni, Germano Lanzoni, Flavio Pirini, Folco Orselli e Walter Leonardi.

Mercoledì 8 agosto serata Milonga con 3T Tango Sexteto.

Giovedì 9 agosto concerto speciale di Emma Morton: dopo una stagione di concerti nei teatri, nei club e nei festival estivi di tutta Italia, Emma Morton & the Graces sono in tour per l’Europa con il loro disco “Bitten By the Devil”, un viaggio sperimentale dove la band dialoga con i sapori del jazz, roots, soul e homespun Scottish Folk.

Venerdì 10 agosto Bandiera Gialla con il Twist e il Rock and Roll deRe-Beat, giovani musicisti che ripercorrono la beat generation, da Gianni Morandi a Caterina Caselli passando dai Beach Boys fino alle colonne sonore di Pulp Fiction e Pretty Woman. A seguire dj set Wild Bob.

Sabato 11 agosto Holy Swing Night con la formazione a cinque deCalabrò Coi Colibrì (swingtet) e il loro jazz che fa divertire e vorreste non finisse mai. A seguire dj set Marco Swing.

Domenica 12 agosto Spirit in Blues con Max & Veronica, vincitori dell’European Blues Challenge nel 2013 con il progetto The Red Wine Serenaders, propongono un repertorio basato sulla musica Roots Americana, non solo Blues quindi, ma anche country, folk, ragtime e swing. Il tutto suonato con strumenti acustici e con attenzione alla tradizione riuscendo nello stesso tempo a rendere fresca ed estremamente godibile da parte del pubblico questa proposta musicale.

Martedì 14 agosto Tacchi, Dadi e Datteri, spettacolo di arte varia semiseria con musica, comicità e ironia meneghina, una serata “Milano 5.0” con la partecipazione ogni volta a sorpresa di alcuni tra questi artisti milanesi: Rafael Didoni, Germano Lanzoni, Flavio Pirini, Folco Orselli e Walter Leonardi.

Mercoledì 15 agosto speciale Milonga di Ferragosto con la cucina e la musica tipica argentina, in un’atmosfera incantevole e gioiosa sulle note di voce e chitarra, a seguire dj argentino doc PuntoyBranca.

Giovedì 16 agosto Barbera & Champagne con Roberto Brivio, attore, cantante, cabarettista e chansonnier italiano, membro dello storico gruppo I Gufi.

Venerdì 17 agosto Bandiera Gialla con Uragan e a seguire dj set Alex Biasco.

Sabato 18 agosto The Summer Swing Spirits con alcuni tra i musicisti abituali dello Spirit che intratterranno il pubblico in una nutrita serie di ballabili del repertorio swing… Si danzerà fino allo sfinimento nella suggestiva atmosfera estiva delle “Holy Swing Night”, come nei sogni preferiti del lindy-hopper… a maggior ragione…in una notte di mezza estate! A seguire Dj Set con Fabio Rutigliano.

Domenica 19 agosto Spirit in Jazz con The Cockers.

Mercoledì 22 agosto Milonga.

Giovedì 23 agosto Barbera & Champagne con Franco Visentin.

Venerdì 24 agosto Bandiera Gialla con The Mads e a seguire dj set Alex Biasco.

Sabato 25 agosto Holy Swing Night.

Domenica 26 agosto Spirit in Blues Tino Cappelletti, da anni attivo nel panorama blues, si esibisce con la sua nuova Kappelman Joy Band, alternando performance al basso e alla chitarra.

Martedì 28 agosto Tacchi, Dadi e Datteri, spettacolo di arte varia semiseria con musica, comicità e ironia meneghina, una serata “Milano 5.0” con la partecipazione ogni volta a sorpresa di alcuni tra questi artisti milanesi: Rafael Didoni, Germano Lanzoni, Flavio Pirini, Folco Orselli e Walter Leonardi.

Mercoledì 29 agosto Milonga.

Giovedì 30 agosto Barbera & Champagne con il duo Senza biro, formato da Nadir Scartabelli e Antonio Curedda.

Venerdì 31 agosto Bandiera Gialla con il ritmo deMahBuhBah e a seguire dj set Alex Biasco.

Oltre all’ottima musica dal vivo, alle risate e al ballo, allo SPIRIT DE MILAN vengono accontentati anche gli amanti della buona tavola: dall’orario dell’aperitivo a notte fonda, è possibile gustare il meglio dei piatti della cucina milanese “della nonna” circondati dall’atmosfera sincera da “vecchia Milano”.

Spirit de Milan è un’associazione di promozione sociale; la tessera annuale non obbligatoria (valida fino al 31 dicembre) prevede un contributo di 15 euro e consente di avere riduzioni sulle serate a pagamento, oltre a dare la possibilità di partecipare ad eventi organizzati ad hoc per i soci.

Le porte aprono alle 19.30, i concerti iniziano intorno alle 22.00, se non specificate eccezioni.

Tutti i sabati l’ingresso per i tesserati è di 5€ entro le 21.30/10€ consumazione compresa; per i non tesserati è di 7€ entro le 21.30/15€ consumazione compresa.

Il progetto SPIRIT DE MILAN è un’idea di KLAXON srl, società nata nel 2000 come studio di progettazione che opera nel campo dell’exhibition design e già ideatrice del festival SWING’N’MILAN. Tra i suoi obiettivi principali c’è quello di creare eventi tematici che coinvolgano i partecipanti a 360°.