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First Man, un grande passo per Damien Chazelle

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Nonostante un Oscar vinto, nonostante due film tra i più popolari negli ultimi anni, era anche legittimo attendere Damien Chazelle alla prova del nove. Ecco, ora abbiamo la conferma con First Man: Chazelle è davvero un grandissimo regista.

Non solo perché First Man è un bellissimo film. Questa sarebbe la definizione più semplicistica. Ma soprattutto perché Firstman è un film straordinariamente intelligente e originale nel suo genere, quello delle storie “sullo spazio e gli astronauti”.

Difficile per tanti altri concepire in partenza la biografia di Neil Armstrong e la storia dell’allunaggio del 1969, e poi parlare letteralmente di altro rimanendo fedele alla storia vera raccontata. Eppure, First Man è più che altro un film sulla morte, sul lutto, sul rischio impellente di morte. Sì, immagino non vi aspettavate di leggere ciò.

L’approccio alla storia di Chazelle è atipico, e sorprendente in senso positivo. Spoglia, prima di tutto, la corsa allo spazio di ogni epica e spettacolarizzazione. L’attesa e la costruzione sono snervanti, le scene in missione tesissime, il contorno soffocante. Un film assolutamente nervoso First Man, che Chazelle gira spesso con macchina a mano e profondi primi piani, come ad intrappolare i personaggi non solo nelle tute spaziali, ma principalmente nel loro destino.

A differenza di ogni altro film sulle missioni spaziali, nelle quali si procede per tentativo dopo tentativo, successo dopo successo, First Man procede attraverso funerale dopo funerale.

Il protagonista è circondato da morte, che cerca di mettere alle spalle, ma poi ritrova costantemente ed inevitabilmente davanti. L’allunaggio vissuto attraverso i suoi occhi non è la realizzazione dei suoi sogni, ma il modo per mettere fine ad un incubo.

Qui, il vero grande balzo per l’umanità (del cinema) lo fa Chazelle, appunto. Ci regala un grande film, ma soprattutto una visione nuova, inattesa ed interessante ad un genere che pareva banale. Sa girare come pochi altri – le scene nello spazio sono un trionfo di rumori sinistri e momenti paurosi, il prologo un trionfo di claustrofobia – e sa ottenere dagli attori il meglio, nello specifico l’intensità di Ryan Gosling e Claire Foy che esce fuori dallo schermo.

E sa, perché no, anche far riflettere. Quando ad un certo punto un personaggio ci ricorda che, negli anni ’60, si stava per andare sulla Luna ma da appena 60 anni si poteva volare, dobbiamo pensare che adesso nel 2020 progressi come quelli di allora non li abbiamo più fatti. Paura, come suggerisce il film? Rischio di spese inutili, come sottintende? La risposta non la fornisce, ma sicuramente ci invita a riscoprire il fascino del rischio. Dopotutto, se volessimo trovare con First Man un percorso tematico ideale a Whiplash e La La Land, è quello per cui tutti e tre i film ci dicono che per raggiungere il proprio scopo bisogna avere il coraggio di sacrificare qualcosa.

Non sappiamo quale sia il patto col Diavolo che ha fatto Chazelle, cosa abbia sacrificato, ma vedendo i suoi film possiamo confermare che davvero ne è valsa la pena.

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Emanuele D’Aniello

Sulla Mia Pelle, l’indelebile impronta del male

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A prescindere dal giudizio critico, o dal gusto soggettivo di ogni spettatore, Sulla Mia Pelle possiamo già definirlo in un modo. Un film doveroso.

La storia vera del fatto di cronaca che ha visto triste protagonista Stefano Cucchi, proseguito poi nella battaglia giudiziaria, civile e morale, della sorella Ilaria, merita il grande schermo. Non perché sia un soggetto fortemente cinematografico, anzi forse il contrario. Eppure il cinema è forse l’arte migliore con cui rendere giustizia a tale racconto.

Giustizia se il film è buono e ovviamente, e fortunatamente, Sulla Mia Pelle lo è. Efficace lo è sicuramente, forte addirittura troppo: dura 100 minuti, non tanto, ma già dopo 60/70 inizia ad avere poche cose da aggiungere.

Eppure, è giusto e doveroso che il film scelga la strada della cronistoria fedele. In tutto fedele, anche nei punti oscuri e mai definiti dalle sentenze, che per quanto brutti (o forse proprio per quello) il film lascia intuire e non getta in faccia allo spettatore. Una scelta condivisibile, perché Sulla Mia Pelle non è un film di exploitation, tantomeno di denuncia: è un ricordo, triste e doloroso ma assolutamente dignitoso.

La pelle del titolo diventa anche quella degli spettatori, sotto la quale il calvario dei protagonista si insinua in maniera decisa.

Non c’è il facile pietismo, perché le vie melodrammatiche avrebbero fatto solo danno ad una storia simile. C’è semmai la realtà al centro di tutto, l’impossibilità di avere una catarsi nella società in cui viviamo, il dolore sia interiore sia esteriore.

Si passa di caserma in caserma, di ospedale in ospedale, di rifiuti in rifiuti. Un calvario autentico che, com il film ricorda, è stato vissuto da Stefano Cucchi in prima persona ma anche dai genitori, che quel figlio non lo hanno più rivisto.

Una settimana terribile quella di Sulla Mia Pelle, che evita la discalia oppure la retorica partigiana, ma si concentra sui sentimenti e sui fatti. Si può inventare quanto si vuole, ma la realtà supera sempre la fantasia nelle cose brutte, purtroppo. Un film non può fare tanto, può accendere una luce: quella sulla vicenda di Stefano Cucchi è doveroso non si spenga mai.

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Emanuele D’Aniello

Venerdì 31 agosto su Canale 5 si celebrano i 75 anni di Lucio Dalla

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Venerdì 31 agosto andrà in onda in prima serata su Canale 5 “LUCIO!”, un evento unico dedicato al grande Lucio Dalla realizzato da RON insieme a tanti artisti, amici e colleghi per celebrare uno dei grandi protagonisti della canzone d’autore italiana, genio dall’estroso lirismo, che nel 2018 avrebbe compiuto 75 anni. 

A condurre l’evento, registrato al Teatro Romano di Verona, MICHELLE HUNZIKER con la partecipazione di RON.

Per una sera, note e parole si intrecceranno, grazie anche alla regia di Roberto Cenci, diventando acquerelli che colorano episodi di vita e rievocano storie personali grazie alla partecipazione di grandi artisti del panorama italiano come Gaetano CURRERI, Luca CARBONI, Fiorella MANNOIA, Massimo RANIERI Ornella VANONI, Federico ZAMPAGLIONE, Serena AUTIERI, ALICE, ANNALISA, Mario BIONDI, Giovanni CACCAMO, Gigi D’ALESSIO, Giusy FERRERI, NOEMI, Paola TURCI… le testimonianze di Gino PAOLI e Roberto VECCHIONI…e non solo!

«Un’opportunità meravigliosa di poter cantare per Lucio insieme a tanti amici e grandi artisti, non solo musicisti – racconta Ron  Fare questo evento al Teatro Romano di Verona è stata un’esperienza unica. Uno spettacolo di musica e di racconti, all’insegna della leggerezza, proprio come era Lucio».

L’evento, prodotto da F&P Group in collaborazione con Festival della Bellezza, segue l’omonimo progetto discografico di RON, una raccolta composta da 12 brani, tra cui l’inedito sanremese “Almeno Pensami”, registrati in presa diretta da Ron (voce e chitarra acustica),per far rivivere la poetica e l’anima musicale di Lucio Dalla. “LUCIO!” (Sony Music) racchiude alcuni dei più grandi successi di Dalla, tre dei quali scritti insieme a Ron che per l’occasione li ha riarrangiati e reinterpretati con il proprio stile. La raccolta comprende anche i duetti“Piazza Grande” “Chissà se lo sai” e una speciale versione di “Come è profondo il mare”, una visione molto libera di Ron che ha costruito intorno alla voce originale di Lucio un nuovo arrangiamento musicale.

Il progetto è stato supportato anche dagli eredi dell’artista e dalla Fondazione Lucio Dalla.

Slender Man. Dal videogioco al film la paura si perde per strada

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Slender Man è un film horror diretto da Sylvain White, in uscita al cinema il 6 settembre 2018.

Avete presente la crisi da foglio bianco? Ecco, quando leggerete queste parole sappiate che chi vi parla ne è completamente affetta mentre tenta di raccontarvi questo film. Senza polemica, senza quell’acidità tipica del cinefilo appassionato d’horror che viene tradito nell’intimo, ma su Slender Man c’è ben poco da dire.

La mia mente continua a sforzarsi per tirare fuori il senso di questa storia portata al cinema, ma le parole sono davvero difficili da trovare. Il motivo è semplice: la trama è banale, il film non spaventa né regala momenti di suspense. Slender Man è una presenza diabolica che può essere evocata attraverso un video: così quattro ragazze del Massachussets, tra un pettegolezzo e l’altro, decidono di provarci. La prima sparisce, la seconda impazzisce. Wren, la più decisa del team, cerca di indagare per risolvere la questione e salvare lei e Allison. Quest’ultima non vuole arrendersi all’evidenza che Slender Man sta manipolando le loro menti, quindi l’impresa dell’amica sarà più che ardua. Una nota per l’attrice che interpreta Wren, la giovane Joey King promette davvero bene per spigliatezza e carisma.

Sarà che le protagoniste sono adolescenti ma i dialoghi sono abbastanza irrilevanti. Mi è caduto l’occhio sulla costante comunicazione via chat delle ragazze e sul fatto che nel 2018 la paura è a portata di web.

I demoni una volta entravano nelle case tramite oggetti e tavole ouija, ora hanno il canale YouTube.

Alla fine posso accettarlo, è senza dubbio un’attualizzazione del genere nonché un forte appiglio alla realtà. Del resto i giovani vivono su internet quindi dove vuoi che si debbano infilare gli spiriti maligni per ricevere un po’ di sacrosante attenzioni?

Ammetto, però, che un po’ rimpiango la tenera Samara, che per diffondere la sua maledizione chiedeva copie del suo video in videocassette VHS. A mia memoria forse è stato proprio The Ring a lanciare il filone del video maledetto, ma non posso assolutamente paragonare i due film. O forse sì, per farvi capire cosa manca a Slender Man: l’inquietudine che può generare una bambina che esce dal pozzo per ucciderti dopo una settimana e che un uomo albero nascosto nei boschi non riesce proprio a suscitare. Il pathos di una storia di morte che inquieta il pubblico e lo tiene attaccato all’orlo di quel pozzo e che le corse nel bosco in Slender Man non riescono proprio a generare.

Eppure la stessa nascita dello Slender Man poteva dare spunti interessanti al film, visto che il personaggio è nato proprio su un forum grazie a un maestro elementare che giocava con photoshop per creare immagini spaventose basate su quelle reali. Slender Man ha così ispirato leggende e videogiochi, ma non riesce proprio a lasciarmi nulla come esperienza cinematografica.

Ecco forse cosa distingue un Cult da un film di serie B quando si tratta di film dell’orrore: quell’intensità emotiva che non si lega tanto all’effetto speciale, ma traina lo spettatore in vortice di intrigo, timore e angoscia.

Ebbene, se cercate tutto questo lasciate stare Slender Man perché uscirete dal cinema molto delusi.

 

Alessia Pizzi

Sardegna. La guida turistica di Cagliari scritta dai bambini

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Siete in Sardegna e avete dimenticato di acquistare la guida turistica? Nessun problema! La soluzione è a portata di click!

Se vi trovate in Sardegna per le vacanze estive, cari lettori, siete davvero fortunati. Vi trovate in un territorio ricco di storia, con paesaggi meravigliosi dal punto di vista naturalistico, archeologico e artistico, tra musica, profumi e sapori d’eccellenza.

Se vi trovate a passare per Cagliari e siete sprovvisti di guida turistica, non disperate, vi basterà cliccare qui per scaricarla gratuitamente. Consigliamo di scaricare la guida anche a tutti coloro che vogliano sperimentare il piacere farsi guidare da una guida turistica davvero speciale, unica nel suo genere.

L’originale percorso didattico dell’istituto Santa Caterina

La guida è offerta dall’Istituto Comprensivo Santa Caterina di Cagliari, consultabile e scaricabile direttamente dal sito della scuola.

Attraverso i principali quartieri della città, seguendo la toponomastica femminile, la storia di Cagliari viene raccontata all’insegna della parità di genere. Maestre, alunne e alunni hanno realizzato una guida turistica tutta al femminile. La guida illustra in maniera dettagliata i quartieri che hanno fatto la storia di Cagliari e lo fa attraverso le biografie di 10 donne alle quale sono state dedicate strade o piazze: Santa Caterina, Mercede Mundula, Mafalda di Savoia nel quartiere Castello; Anna Marongiu Pernis ed Eva Mameli Calvino nel quartiere Stampace; Maria Piera Mossa, Rosa Luxemburg, Joyce Lussu Salvadori nel Villaggio Pescatori; Sant’Eulalia nel quartiere Marina e Grazia Deledda nel quartiere di Villanova.

La ricchezza di questa guida risiede nel fatto di essere il frutto del lavoro delle alunne e degli alunni. Dobbiamo ringraziare in particolare la sezione A della quinta elementare e la sezione E della prima media.

Attestare la presenza delle donne per la strade della propria città ha significato per alunne e alunni scoprire un grande divario  tra donne e uomini nell’intitolazione di strade e piazze. Una tale esperienza li ha tuttavia aiutati a capire che la scarsa presenza di donne a livello toponomastico non equivale a una mancanza di figure femminili nella storia, nella cultura, nella scienza e nella politica degne di nota, quanto ad una voluta omissione, legata ad un mancato riconoscimento del loro ruolo.

Toponomastica femminile: l’opportunità di ridisegnare la città in una prospettiva di genere

La scuola ha intrapreso questo percorso grazie all’opportunità offerta dall’Associazione Toponomastica Femminile che, ogni anno, indice il concorso Sulle vie della parità, rivolto alle scuole di ogni ordine e grado, ad atenei e centri di formazione, per riportare alla luce le presenze delle donne significative per la storia e la cultura di ogni angolo del Paese.

Toponomastica femminile ha disegnato la propria missione a partire dalla constatazione di quanto lo spazio urbano contasse una bassissima percentuale di presenze femminili. Appare evidente, all’interno dello spazio fisico e simbolico di una città, quanto forte sia lo squilibrio tra l’uomo e la donna. Per tali ragioni intitolare strade, parchi, piazze e aree pubbliche a donne di rilievo significa riconoscere l’identità di quelle donne. Significa ridisegnare le città in un’ottica di genere.

Riequilibrare la cultura e la storia a partire dagli spazi urbani

La guida turistica realizzata dall’Istituto Santa Caterina rappresenta un’attività didattica davvero innovativa verso un cambiamento in funzione di una società rispettosa delle identità. Ma affinché possano essere rispettate le identità, è necessario riconoscerle. Non possiamo quindi non complimentarci con questa meravigliosa iniziativa, fruirne e apprezzarne il risultato.

Non rimane che scaricare la guida, non ve ne pentirete!

Ilaria Marchetti

The End? L’inferno fuori. La zombie apocalypse arriva a Roma

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Che sfida quella di Daniele Misischia: portare sul grande schermo nel 2018 uno zombie movie di stampo italiano.

I colossi alle spalle, in ambito nostrano, sono Demoni e Demoni 2 e portano rispettivamente la firma registica di Lamberto Bava, col tocco di Dario Argento nel primo capitolo. Giganti che si fanno sentire sin dall’inizio, basti pensare alla trama di The End? L’Inferno è fuori: Claudio, cinico uomo d’affari romano, si trova imprigionato nell’ascensore dell’ufficio mentre a Roma sta scoppiando un’apocalisse di “infetti” assetati di sangue.

Impossibile non ricordare due scene cult negli ascensori: quella di Demoni 2, mentre esplode l’epidemia nel condominio, e quella che porta il sigillo di George Romero in Dawn of The Dead, nel momento in cui Steven viene morso.

Insomma, Misischia prende una delle immagini più ansiogene nel repertorio zombie e la rende l’unica prospettiva. Claudio è al sicuro nell’ascensore, nessuno può uscire né entrare, ma vive appieno l’angoscia della solitudine mentre osserva dalle porte bloccate cosa sta accadendo fuori.

The End? L’inferno fuori, però, alla fine presenta l’inferno dentro. La solitudine, il senso di impotenza e la paura avvolgono Claudio, l’uomo forte che fa i soldi, che tradisce la moglie senza scrupoli, che tratta tutti come pezze da piedi.

Alessandro Roja tiene banco con un fascino tutto suo in un film dove, a parte alcuni momenti di contatto, è l’unico protagonista. La pellicola non annoia né cade nel ridicolo come molti dei predecessori nel genere: le musiche risentono dell’influsso del passato, ma sono naturalmente molto lontane dal sapore anni Ottanta dei Goblin e di Simon Boswell.

Da romana non mi sarebbe dispiaciuto vedere la Capitale invasa, ma devo ammettere che la prospettiva dell’ascensore ha il suo perché. Una piccola finestra sull’oscurità esterna che apre i varchi per quella interiore. Apprezzabile, ed è forse frutto di una sensibilità tipicamente europea, la scelta di attori che riflettono persone “normali”, come spesso accadeva nei film di trent’anni fa. I belloni inseriti in questi contesti nelle pellicole americane rendono tutto molto più fittizio.

Quando arriva il poliziotto Marcello ad aiutare Claudio, ci troviamo di fronte un romano verace e non uno SWAT patinato come quelli che abbiamo incontrato in film come Resident Evil.

Poco importano, infine, le tre parole di circostanza spese sul perché di questa apocalisse. Il film mira a rintracciare più il conflitto interiore che genera il caos all’esterno: non è chiaramente un action movie, ma il sangue c’è e si vede, senza essere troppo preponderante. Sicuramente, quindi, va data una possibilità a questo film, ma è chiaro che, nonostante le antiche suggestioni, il gusto sia quello dei giorni nostri: introspettivo più che spaventoso.

Alessia Pizzi

“Il mio teatro nasce dall’urgenza di raccontare la nostra storia” – Intervista a Giovanni Gentile

Giovanni Gentile è uno di quegli autori che hanno il coraggio di raccontare, attraverso le emozioni che solo il teatro può trasmettere, la storia del nostro paese, le nostre malefatte, le pagine più nere che troppo spesso dimentichiamo di leggere.

Giovanni si avvicina al mondo della scrittura e dell’arte scenica vincendo a 20 anni e per due anni di seguito, il concorso giornalistico universitario nazionale “Cinemaavvenire”, che gli consente di entrare nella giuria Cinemavvenire-Anicagis della Mostra del Cinema di Venezia.
Negli anni successivi muove i primi passi come regista e sceneggiatore di coreografie.
Studia scrittura teatrale e regia con Pippo Delbono, attraverso laboratori e workshop tenuti dall’artista  in tutta Italia, dal 1995 al 1998.
Dal 2011 inizia la sua avventura teatrale con lo spettacolo Io e Miryam che scrive e porta in scena, anche in veste di regista, con Angela Degennaro come protagonista.
Socio fondatore della Compagnia Teatro Prisma di Bari, negli anni seguenti firma e dirige spettacoli quali Le due vergini, Senza Rete – Lettere dal Manicomio, Palmina – Amara terra mia, Chi ha paura di Aldo Moro.
Abbiamo incontrato Giovanni Gentile parlando del suo teatro ma non solo.

Giovanni come definisci il tuo teatro?

Intanto grazie a te e a Culturamente per questo spazio.

In realtà non so cosa sia il mio teatro, non riesco a dare una definizione a ciò che faccio. Ho il desiderio di raccontare delle cose, in qualunque luogo me le facciano raccontare.

Ho scelto la forma della scrittura prima e del teatro successivamente, perché è quello che so fare.

Avessi saputo cantare, avrei sentito la stessa urgenza di raccontare le stesse cose, ma l’avrei fatto in un’altra forma, scrivendo una canzone.

Il mio è un teatro che cerca di togliere gli orpelli, raccontando la storia di questo paese, oggi così sballato e malconcio.

Per certi aspetti è come sbattere in faccia alla gente quello che siamo e quello che siamo stati. Come coraggiosamente ha fatto Palmina Martinelli che nella sua ultima lettera di denuncia: “mamma, e tu che fai? (quando mi insultano, quando mio cognato mi picchia, quando papà mi chiude in casa).”
Palmina chiama in causa il mondo degli adulti, uno per uno. E a queste accuse di correità non puoi rispondere se non cercando di dare loro una eco nazionale, grazie al teatro.

Come scegli i temi da trattare e come ti informi sui singoli argomenti?

Per quanto riguarda la preparazione e la scrittura in effetti c’è un grande lavoro di ricerca e di sintesi.
Per esempio, tornando a Palmina, ho fatto di tutto! Ho cercato di intrufolarmi negli archivi del Tribunale di Bari, ho rotto le scatole ai Carabinieri per farmi accompagnare dal Procuratore a chiedere permessi vari, che ovviamente mi ha negato. Per scrivere Palmina – Amara terra mia, ho davvero rischiato la denuncia.
Per Chi ha paura di Aldo Moro ho passato più di quattro ore con Barbara Balzerani. Ho letto tanto, visionando ore e ore di filmati della Commissione Parlamentare.

Sono tanti, oramai, gli spettacoli che hai portato in scena. A quale ti senti più legato?

Farmi questa domanda è un po’ come chiedermi “vuoi più bene a mamma o a papà?”.

In realtà, per motivi diversi, sono legato a tutti molto profondamente. L’ultimo, Denuncio tutti – Lea Garofalo in cui racconto la commistione tra Ndrangheta, politica e massoneria e il dramma assurdo di Lea Garofalo, è ovviamente per me il figlio appena nato, quello che ha bisogno di più cure, quello a cui penso quando mi sveglio la mattina. E poi la figura di Lea, è una figura così grande, che diventa quasi epica, un esempio di essere umano che mi pongo come obiettivo personale.
Però Palmina – Amara terra mia è lo spettacolo che mi ha cambiato la vita.

Forse per gli incontri fatti, per quello che ho imparato di me stesso e della vita, durante la lavorazione. Ma principalmente per l’incontro con una persona unica come Nicola Magrone, il P.M. che in Tribunale per trentasette anni ha difeso, da solo, contro tutti, la figura minuta ma così enorme di Palmina.
A lui mi lega una profonda amicizia e stima che spero sia reciproca.
Non posso dimenticare il grande affetto che mi lega a Mina Martinelli, la sorella di Palmina, che con le sue denunce e con il suo coraggio, ha fatto sì che le indagini venissero riaperte a distanza di 31 anni.

Parliamo del bellissimo ‘Chi ha paura di Aldo Moro’. Come è nata l’idea di raccontare uno dei più grandi misteri della nostra storia?

Intanto grazie mille per il “bellissimo”.
Porgo a te e ai tuoi lettori una contro-domanda. Siamo sicuri che sia ancora un mistero? È fondamentale saper se a premere il grilletto per l’esecuzione del Presidente Moro sia stato Moretti, come dicono i processi, o Maccari o ancora Gallinari? O, come qualcuno vaneggia da qualche mese, un killer della Ndrangheta?

Sarà forse la vocazione forcaiola italica che sposta il focus su questi particolari, tralasciando completamente ciò che è successo in Italia negli anni ‘70, anni in cui una generazione si è sparata addosso.
Non dimentichiamoci che la guerra civile in Italia, scoppia con la strage di Piazza Fontana e, dopo 50 anni, finalmente è stato acclarato che quella bomba arrivava dai servizi segreti, quindi dal Ministero degli Interni.

Il caso Moro, per quello che Moro rappresentava in quegli anni, per come è avvenuto il rapimento e per come si sono dipanati quei 55 giorni, oscura dieci anni di storia del nostro paese.

Storia che dovrebbe cominciare ad essere insegnata nelle scuole.

La mia idea scrivendo Chi ha paura di Aldo Moro, era quella di riportare la morte del Presidente Moro in una storia tutta italiana. Anni che stiamo ancora pagando con il dissesto delle casse dello Stato, con il dissesto ecologico per la cementificazione selvaggia del territorio.

Moro è una storia italiana, con implicazioni di governi stranieri, certo, ma assolutamente nata e conclusa in Italia, in una guerra selvaggia tra cittadini italiani.

Come reagisce il pubblico ai tuoi spettacoli?

Sicuramente non rimane impassibile. Si indigna, si commuove, discute.

Quello che mi piace veramente tanto è che ogni volta, dopo lo spettacolo, che sia in un teatro o in una scuola, rimaniamo anche delle ore a parlare con gli spettatori o con i ragazzi. Le persone sentono il bisogno di dire la loro, di raccontarci un loro ricordo, un loro sentimento, di buttare fuori l’ansia accumulata durante gli spettacoli.

Il dopo spettacolo diventa quasi una catarsi.

A volte qualcuno ci manda a quel paese sonoramente, a volte usciamo scortati dai carabinieri, una volta un sedicente ex giudice in platea si è alzato e ci ha minacciato di morte e poi è sparito.

Insomma, capita un po’ di tutto.

Le rare volte in cui non è successo niente ci siamo preoccupati.

Con te lavora la bravissima Barbara Grilli. Ci parli di lei?

Io e Barbara ci siamo incontrati artisticamente tre anni fa “per colpa” di uno spettacolo che si intitolava Le due vergini. L’avevo già vista in scena diverse volte e mi ero fatto di lei l’idea di un’attrice molto talentuosa e molto preparata, ma che sprecasse tutto questo talento.

Durante le prove de Le due vergini Barbara era così brava che ha costretto anche me a diventare migliore, sia come autore che come regista, per starle al passo.

Da allora le nostre strade si sono incrociate e abbiamo sempre lavorato gomito a gomito per quasi 365 giorni all’anno.

Abbiamo fondato una nostra compagnia, prodotto sei spettacoli, fatto quasi 200 repliche in tutta Italia, affrontando qualunque tipo di difficoltà.

Però siamo ancora insieme artisticamente e con ancora tantissimi progetti per il futuro.

Barbara è una delle poche attrici che io abbia mai visto recitare capace di tenere un palco da sola per oltre un’ora, senza quei silenzi riempiti da luci e da urla, come impone un certo tipo di teatro contemporaneo.

Giovanni oltre che autore teatrale sei anche un poeta (hai vinto ne 2013 il premio Alda Merini). Qual è il tuo rapporto con la poesia e come pensi possa avere ancora spazio oggi?

La poesia in Italia è morta, come tante altre cose.

Le case editrici pubblicano poche cose e spesso di pessimo livello, roba trita e ritrita in mille salse senza neanche spingerla più di tanto. I premi non sono più vetrine per mettersi in mostra ma monumenti all’ego di casalinghe o di impiegati in pensione che rispetto e apprezzo molto, ma che non sono, ovviamente, Montale o Pavese.

La poesia, com’è oggi, non ha da dire più niente, tranne che per rarissime eccezioni come Maurizio Cucchi, Patrizia Valdughi e pochi altri, così pochi che si contano sulla dita di una mano sola.

Purtroppo, la poesia non è più il mio mondo perché quando sei innamorato e la tua donna ti delude più volte, l’unica cosa da fare e girarsi di spalle e andarsene, senza rancore.

A novembre tornerai a Roma con ‘Palmina, Amara terra mia’,  e noi di Culturamente ci saremo. Ci puoi parlare di questo spettacolo?

Parlare di questo spettacolo per me è molto difficile, perché nella mia vita la scena si è intrecciata con la vita vera, i protagonisti ancora viventi di questa storia sono diventati amici, padri putativi, sorelle. Però ci provo.
Questo spettacolo è il racconto di un territorio barese potentemente diviso, nel 1981, in classi sociali rigide e non modificabili, in cui chi ha la sfortuna di nascere in una famiglia non benestante ha come unica possibilità per tirare a campare quella di trafficare in ambienti borderline.
E Palmina nasce proprio in una di queste famiglie ai margini, relegata alla solitudine e all’emarginazione sociale, in una casa frequentata da individui loschi che spacciano e mettono in piedi un giro di prostituzione a cui Palmina è destinata.
È il 1981, l’anno in cui proprio a pochi chilometri da Fasano, dove abita Palmina, viene fondata la Sacra Corona Unita, con i suoi codici e le sue regole.

L’11 novembre del 1981 il fratello di Palmina, Antonio, rientrando in casa, trova la sorella in bagno che brucia viva.

Palmina, amara terra mia non è solo la storia di Palmina Martinelli ma è anche la storia di un tribunale, quello di Bari, in cui un magistrato, Nicola Magrone, si trova da solo a combattere in aula e nei corridoi contro un sistema giudiziario maschilista e insensibile.

Palmina è una vittima del malaffare, ma anche del sistema giudiziario italiano, imperfetto per i poveri e per le donne ma protettivo per le caste privilegiate.

 

Maurizio Carvigno

Il monologo “Doll is mine” ci porta in un’atmosfera elegante e angosciosa

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Il 22 agosto scorso per la rassegna culturale Art City 2018 Roma a Palazzo Venezia è andato in scena il monologo “Doll is mine”.

Per Art City 2018 Roma la rappresentazione di “Doll is mine” avrebbe dovuto svolgersi nel Giardino Ritrovato di Palazzo Venezia, dove il palco era già pronto. Un diluvio ci ha illusi solo per pochi minuti che si potesse assistere allo spettacolo all’aperto.

La passione per l’arte dell’attrice, della musicista e del regista e la disponibilità dei responsabili di Palazzo Venezia hanno impedito che lo spettacolo venisse annullato. Così ci siamo spostati in uno dei bellissimi saloni del palazzo romano.

Il cambio ha dato, comunque, la possibilità di apprezzare pienamente la regia elegante di Arturo Armone Caruso, ma solo in partela scenografia di Lisa Armone Caruso, che non è stato possibile spostare completamente.

Nel complesso lo spettacolo non ha perso il suo fascino.

Il testo di “Doll is mine”, scritto da Katia Ippaso, inizialmente per Cinzia Villari, è liberamente ispirato a “La casa delle belle addormentate” di Yasunari Kawabata e a “Sonno profondo” di Banana Yoshimoto.

“Doll is mine” tratta di una ragazza, Shiori, che vive e lavora in una “casa del sonno” a Tokyo. È un luogo in cui giovani ragazze entrano in contatto con sconosciuti procurando loro diletto facendo ricorso al sonno.

Art city 2018 Roma

Nel ruolo di Shiori ora c’è l’attrice giapponese Azuchi, che ha imparato l’italiano appositamente per interpretare questo monologo. Peccato che l’acustica del salone non fosse ottima e la voce di Azuchi non si riuscisse a sentire sempre bene. Ciò ha reso difficile seguire il monologo e, quindi, entrare emotivamente nel racconto, che a tratti è sembrato monocorde.

Bellissimi sono stati gli intermezzi musicali, grazia alla voce e al violino di Mariafausta; trasmettevano, per lo più, dolcezza, ma anche forza.

È tutto elegante in “Doll is mine”: l’interpretazione di Azuchi, i movimenti suoi e di Mariafausta, i suoni delle parole e delle musiche. Quando Azuchi balla, sprigiona energia e vitalità.

Nel Palazzo delle belle addormentate, dove lavora Shiori,  passano strani clienti: chi vuole suicidarsi; chi vuole fare sesso con lei mentre il suo amico li guarda; chi le usa violenza; chi vuole drogarsi insieme a lei. Ma lei non è una prostituta. Non può dormire, spogliarsi, essere toccata o uscire fuori da sé. Nemmeno quando nella casa del sonno passa anche un uomo di cui Shiori riesce ad innamorarsi.

La protagonista fa, insomma, il pieno di conoscenza dell’umanità. Ma sprofonda nelle sue e nelle altrui angosce e non riesce più ad avere una vita che sia sua, aderente alla realtà del mondo esterno al “Palazzo delle belle addormentate”.

Doll is mine” è un breve viaggio in una dimensione, che all’inizio sembra esotica e sconosciuta. Poi si rivela, invece, qualcosa di universale, valido in ogni epoca e latitudine.

Shiori, infatti, dice: “vivo tra la veglia e il sonno. Il sonno è come una marea”. L’autrice, Katia Ippaso, in un’intervista si è dichiarata da sempre “molto attenta e interessata ai fenomeni di intermittenza sonno-veglia”. Lei parla della “tragedia della notte” come di qualcosa che viviamo tutti. Non solo i Giapponesi avrebbe bisogno di un luogo dove riuscire ad addormentarsi sotto lo sguardo amorevole e attendo di qualcuno che vegli mentre ci si lascia andare.

Lo sanno bene gli insonni, che non riescono ad abbandonarsi a quella fase così intima della vita, in cui siamo senza difese perché senza coscienza, da soli con il nostro inconscio.

Stefania Fiducia

Resta con me: una storia autentica che immortala la lotta uomo vs. natura

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“Il mare? Può essere tuo amico o il tuo nemico.”

Data uscita: 29 agosto 2018
Genere:  Avventura, Drammatico, Sentimentale
Anno: 2018
Regia: Baltasar Kormákur
Sceneggiatura: Aaron e Jordan Kandell, David Branson Smith
Attori: Shailene Woodley, Sam Claflin, Jeffrey Thomas, Elizabeth Hawthorne, Grace Palmer, Siale Tunoka, Kael Damlamian
Paese: USA
Durata: 93 min
Distribuzione: 01 Distribution

– Ho girato il mondo per trovarti (Richard)
– E adesso non puoi lasciarmi andare (Tami)

 “Resta con me” (titolo originale Adrift – Alla deriva) si presenta come un disaster movie straordinario in grado di narrare il dramma di Tami Oldham Ashcraft e Richard Sharp in maniera autentica. Una scelta accurata, quella degli sceneggiatori e del regista, di girare nelle stesse condizioni, o quasi, in cui versavano (ben 35 anni fa) i veri protagonisti di questa storia.

Salpati da Tahiti sotto un meraviglioso cielo stellato, Tami Oldham (Shailene Woodley) e il suo fidanzato Richard Sharp (Sam Claflin) sono giovani, innamorati e sognano una vita di avventure insieme. Dopo pochi giorni, nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico, un uragano di proporzioni terrificanti si abbatte sulla loro imbarcazione, lasciando Tami priva di sensi. Al suo risveglio, Tami trova la barca distrutta e il suo ragazzo gravemente ferito. Senza alcun mezzo di comunicazione e lontana settimane di navigazione dal porto più vicino, Tami deve confrontarsi con una straziante corsa contro il tempo per salvare se stessa e l’unico uomo che abbia mai veramente amato. Tratto da una storia vera, Resta con me è un film emozionante e coinvolgente, una storia di amore, determinazione e coraggio contro ogni avversità.

I gemelli Aaron e Jordan Kandell, cresciuti a pane e oceano, hanno conosciuto, durante alcune ricerche, la storia di Tami Oldham Ashcraft. Grazie all’incontro con la protagonista, – “ha saputo dar loro una comprensione molto più profonda ed intima della sua storia d’amore con Richard e della sua esperienza in mare” – hanno colto l’essenza, la potenza e la forza della sua storia. Hanno intuito che per narrare un dramma così inteso – una lotta lunga 41 giorni, dove l’uomo sfida la natura e la natura sfida l’uomo – fosse necessario rendere il film il più reale possibile.

Della stessa opinione è stato il regista Baltasar Karmàkur, il quale ha voluto girare lasciando dettare alla natura le regole del gioco. La buona riuscita di un film trova, dunque, risposta nell’aver fatto si che gli attori abbiano vissuto quella stessa esperienza: gli spazi limitati, le onde del mare e tutti i limiti che ne derivavano. Karmàkur voleva davvero che Claflin e Woodley comprendessero a pieno quello che stavano girando, senza finzioni. Ogni attimo doveva essere reale, sia per il cast che per la troupe, ma soprattutto per il grande pubblico.

Resta con me (2018) – l’attrice Shailene Woodley con il regista Baltasar Karmàkur

Per 49 giorni, le riprese sono state realizzate in pieno oceano, su una barca a vela che riproduceva Hazana. Cast e troupe hanno lavorato con un ritmo di 12/14 ore al giorno, con tutte le difficoltà e limiti che la natura può mettere. Il risultato è stato quello di dar vita a una pellicola che fosse in grado d’immortalare una storia autentica, emozionante, travolgente, e a tratti forte e disturbante (se siete sensibili al sangue).

Non è l’uomo che governa la natura, ma è la natura che accompagna e governa le riprese. Un cambio di prospettiva necessario per trasmettere – al pubblico – l’autentica drammaticità dell’evento:  emozioni forti, la devastazione, i limiti e soprattutto lo spirito di adattamento che diventa condizione necessaria ai fini della sopravvivenza.

A chi come me non ha letto il libro, né conosceva la storia, consiglio di godervi il film fino all’ultimo frame.  Lasciate che sia la sceneggiatura ad accompagnarvi minuto dopo minuto. Aaron e Jordan Kandell e David Branson Smith hanno saputo  immortalare su pellicola, grazie anche alla regia di  Baltasar Karmàkur, una storia autentica e forte, restando fedeli alla realtà degli eventi, in modo quasi impressionante. Una testimonianza di coraggio, disperazione, perseveranza e tenacia, il tutto rafforzato dal potere fortificante e curativo dell’amore.

Inoltre, il film non segue una linea temporale perfetta. Quando sembra di aver compreso come andranno le cose ci si ritrova a pochi minuti dalla fine con un punto interrogativo. Ma nelle ultime battute tutto trova il proprio senso, ogni tassello rientra nel posto giusto.

Tutto ciò grazie ad un back and fort temporale che diventa speculare nello sviluppo della narrazione.

Solo così lo spettatore coglie l’essenza dei singoli personaggi. Parte del loro vissuto, il loro carattere, i punti di forza e di debolezza, il coraggio e la passione per il mare e dunque l’avventura che li accomuna. A una scena presente fa seguito un flashback, un andirivieni funzionale per comprendere, nel corso della narrazione, la potenza di questa storia.  Ed è proprio il sentimento che la protagonista nutre per il suo Richard che la spinge a prendersi cura di lui nonostante le precarie condizioni e dinanzi ad una realtà che a tratti appare catastrofica.

Quest’alternanza regala allo spettatore continuamente emozioni forti: ora di tensione, di paura e angoscia, ora di passione, amore e serenità. Sensazioni che scavano nello stomaco dello spettatore coinvolgendolo per tutta la durata del film.

Natura vs. Film: la riproduzione della tempesta perfetta

Resta con me (2018)

Il film eccelle anche per l’uso della tecnologia. In particolare, l’utilizzo del bilanciere Gimbal sistemato contro un Chroma Key, ha consentito la simulazione delle estreme condizioni della tempesta. Ciò ha apportato un livello maggiore di veridicità anche per gli effetti visivi.

Nulla è lasciato al caso. Tutto è curato nei minimi particolari. Caratteristiche che non sfuggono allo spettatore che viene completamente risucchiato dal film, e in particolare da quelle onde che quasi creano un vero mal di mare.

Gli ultimi istanti confondono, in senso positivo, lo spettatore: la miglior scelta stilistica che, gli sceneggiatori prima e il regista poi, abbiano preso.

– Mi hai lascito dormire stanotte? (Richard)
– Si. E pure un’altra notte. E un altro giorno. (Tami)

Resta con me (2018) – Shailene Woodley e Sam Claflin

Qualche curiosità sulla preparazione degli attori.

Per poter girare “Resta con me” entrambi i protagonisti hanno dovuto affrontare una dieta drastica che consentisse loro la perdita di peso costante e far risultare il tutto reale. Inoltre, per essere degli  skypper provetti hanno dovuto perfezionare le loro abilità nautiche, ad esempio, Shailene Woodley ha trascorso qualche mese alle Hawaii imparando a navigare su diversi tipi di barche. Ha continuato poi la sua preparazione  nelle Fiji, dove il film è stato girato.

Ma se siete curiosi di sapere qualcosa di più sulla storia vera, eccovi di seguito l’intervista alla vera Tami

In conclusione, se amate le emozioni forti, l’avventura, credete nella forza curatrice dell’amore, ma soprattutto se non riuscite a resistere all’accento inglese di Sam Claflin, questo è il film adatto a voi!

Angela Patalano

Don’t Worry, ovvero come ho imparato a non preoccuparmi e amare la vita

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Viene da chiedersi, subito dopo aver visto Don’t Worry, come sarebbe stato il biopic di John Callahan sotto altre mani.

Perché Don’t Worry non è il film che si aspetta se si vuol vedere un biopic classico. E qualcosa di classico molto probabilmente uno con la vita, la carriera e la fantasia di John Callahan, non l’avrebbe meritato. Una storia che racconta la vita vera di un fumettista finito sulla sedia a rotelle e perennemente afflitto da problemi di alcolismo avrebbe potuto facilmente, molto facilmente, virare e sprofondare nel sentimentale, nel melodrammatico. Nel patetico, senza giri di parole. Avremmo visto lacrime, sentito urla, assistito alla lotta didascalica per superare le avversità in un crescendo di musica pomposa.

L’inspirational movie banale e noioso Callahan non lo avrebbe meritato. E allora, fortunatamente, c’è uno con la sensibilità di Gus Van Sant. Che adesso non vuol dire intendere Don’t Worry come un film perfetto, non lo è assolutamente. E nemmeno dimenticare i tanti passi falsi del regista negli ultimi anni. Ma Van Sant per questa storia – che aveva nel cassetto da venti anni – ha un occhio ideale, particolare, che quasi pesca nella sua stessa vita di figura eccentrica, in cerca di libertà dalle costrizioni sociali pur convivendo con la normalità (e il suo cinema ugualmente è così).

In sostanza, Don’t Worry è un bel biopic che pur non diventando mai un grande film ha due grandissimi pregi: la non banalità e l’onestà.

Il film non aspira mai a vette agiografiche, e racconta semplicemente la non convenzionalità di un uomo spigoloso. Con salti temporali, frammentazione narrativa, e l’uso delle vignette stesse di Callahan per aiutarci a capire la sua testa, Don’t Worry mostra tutti i difetti del suo protagonista. Non c’è un vero e proprio percorso di redenzione, che avrebbe appunto banalizzato il film, semmai la spinta che fa andare avanti il protagonista è la consapevolezza della bellezza della vita.

La sua creatività, il suo umorismo, il suo spirito satirico sono le armi per celebrare tutto ciò che la vita ci offre. Il suo percorso, dopotutto, non porta Callahan ad essere un uomo migliore, Don’t Worry non è una favola. Lo rende in realtà cosciente di quanto prezioso sia sfruttare il proprio talento, essere gentile col prossimo, chiedere scusa, non buttare al vento ciò che funziona del proprio corpo.

Tale sincerità ed enorme amore verso il protagonista ci permette di far perdonare a Don’t Worry evidenti difetti. Su tutti, un utilizzo a singhiozzo delle vignette (già di per sè non originalissimo dopo averlo visto in American Splendor), uno spreco della presenza di Rooney Mara e Jack Black, la forzata caricatura di certi personaggi, come quello di Jonah Hill, che sembrano più uscire fuori da una striscia a fumetti del vero Callahan che non da una sceneggiatura cinematografica.

Ma fortunatamente Don’t Worry non ha nemmeno la pretesa di essere un grande film: è un atto d’amore, per la vita e per il ricordo di John Callahan, interpretato splendidamente dal solito straordinario Joaquin Phoenix. Un film singolare e sensibile, che di questi tempi è già un qualcosa di rivoluzionario.

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Emanuele D’Aniello

Mission: Impossible – Fallout, la perfetta anomalia del cinema action

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La vera mission impossibile, sinceramente, è capire come questa saga dopo oltre venti anni sia ancora così in salute. Non solo in piedi, insomma, ma capace di sfornare tra i migliori film del genere action negli ultimi anni.

Assistere a Mission: Impossible – Fallout è come essere catapultati in un’altra dimensione temporale. Indietro di decenni, forse, quando Hollywood offriva grandi spettacoli, grandi star, con al tempo stesso la consistenza di un lavoro preso sul serio e la voglia di intrattenere senza fare sconti sulla grandiosità. Certo, per fare questo percorso ha sacrificato un po’ della sua essenza – da piccola storia di spionaggio basata sulla tensione ci siamo spostati alla fanfara globale degli scenari alla Bond movies – ma la forza della saga è sempre stata quella di sapersi rigenerare.

Dopotutto, il primo capitolo era un classico thriller alla Brian De Palma. Il secondo film era un canonico action esplosivo alla John Woo. Il terzo film una caccia al villain di turno con infuso di capovolgimenti alla JJ Abrams. Col quarto film Brad Bird introduceva la tecnologia e gli stunt esagerati che portavano la saga nel territorio blockbuster. E nel quinto film l’autorialità esplodeva con l’atmosfera hitchockiana che Christopher McQuarrie ha saputo dargli.

Insomma, come avrete capito, e come avrete visto nel corso degli anni, la bellezza di Mission: Impossible era approcciare ogni film con un tono e stile differente. Ora con Mission: Impossible – Fallout per la prima volta è confermato il regista del film precedente, e McQuarrie è l’uomo giusto al posto giusto. Cambia ancora registro – questo sesto film è un action purissimo sulla scia del genere anni ’90 – ma ha capito esattamente quali sono i punti di forza su cui spingere.

Prima di tutto, nemmeno a dirlo, Tom Cruise.

Che ormai facciano notizia sono gli stunt pazzeschi che esegue da solo, per quanto sempre folli e sempre più pericolosi con l’età che avanza, è quasi ingeneroso. Tom Cruise è l’anima totale del progetto, il suo impegno è encomiabile e sua energia praticamente contagiosa. Pure per gli spettatori. Immolarsi per Cruise non vuol dire solo conferire realismo ad un film che, per ovvie ragioni, il realismo non sa nemmeno cosa sia. Ma immolarsi vuol dire riconsegnare serietà e credibilità ad un tipo di cinema altrimenti buono solo per i popcorn.

McQuarrie ripaga tanta professionalità con un copione che, suona strano a dirsi, fa recitare Cruise oltre a farlo saltare da un tetto all’altro. Con l’adrenalina sparata a mille non sempre ci riesce, ma almeno all’inizio Mission: Impossible – Fallout cerca di indagare nella psiche del suo protagonista, cerca di farci scoprire e capire il personaggio Ethan Hunt oltre le missioni impossibili da portare a termine. In un gioco metacinematografico per nulla banale, è come se la saga per rigenerarsi, film dopo film, debba logorare via via il suo protagonista. Più la missione è impossibile, più per risolverla Ethan Hunt sacrifica un pezzo di sè. Stanco e preoccupato, consapevole di non poter sempre salvare tutti, Tom Cruise ci regala la prima vera prova drammatica all’interno di una saga che rimane fieramente action. E la regala, come sempre, ad altissimo livello.

L’approfondimento non erode l’intrattenimento, ma certamente lo diluisce. Le quasi due ore e mezza di Mission: Impossible – Fallout alla lunga si fanno sentire e lasciano venire a galla qualche abusato cliché di troppo. Non è compatto e tiratissimo come il precedente Rogue Nation, che rimane probabilmente il miglior film saga. Qui Fallout cerca più la maestosità, e spesso la trova.

Unendo quindi i punti col carisma di Tom Cruise, la presenza scenica di Henry Cavill, l’eleganza di Rebecca Ferguson, abbiamo uno dei migliori film d’azione degli ultimi anni. Se il genere sta vivendo una nuova giovinezza è anche grazie a questa saga che, invece, non ha mai rischiato di invecchiare. La vera missione impossibile, ora, è proseguire su questa strada.

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Emanuele D’Aniello

Ken Il Guerriero compie 35 anni e arriva al cinema con “La leggenda di Hokuto”

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Chi è cresciuto negli anni Novanta difficilmente non ricorda le avventure di Ken il Guerriero, anche solo per la meravigliosa colonna sonora realizzata nel 1986 da Spectra, alias Claudio Maioli.

Ken Il Guerriero è un manga esordito in Giappone nel 1983 nella rivista Weekly Shōnen Jump della Shūeisha e realizzato da Tetsuo Hara e Buronson. Il titolo originale era (北斗の拳 Hokuto no Ken?, lett. “Il pugno dell’Orsa Maggiore”) e la trama molte delle tematiche care alla cultura dei manga e, più in generale, di quella giapponese, come l’olocausto nucleare, le arti marziali e il senso del sacrificio.

Il successo di Ken non si arresta nemmeno negli anni Duemila: Ken il guerriero – La leggenda di Hokuto arriva sul grande schermo con Anime Factory, l’etichetta di proprietà di Koch Media che racchiude il meglio dell’offerta Anime, cinematografica e home video, della società

Un vero e proprio evento speciale, nelle sale cinematografiche solo il 25 e il 26 settembre, per celebrare il 35° anniversario dalla nascita della leggenda.L’eroe, che ha fatto breccia nel cuore di molte generazioni, tornerà sul grande schermo, in versione rimasterizzata in HD.

Ken il guerriero – La leggenda di Hokuto arriva sul grande schermo con Anime Factory, l’etichetta di proprietà di Koch Media che racchiude il meglio dell’offerta Anime, cinematografica e home video, della società.

SINOSSI

Le guerre nucleari hanno devastato il pianeta, uccidendo ogni forma di vita al di fuori di quella umana. I sopravvissuti vivono in lande aspre e desolate, cercano di nascondersi dalla furia del malvagio Sauzer, sacro imperatore della scuola di Nanto, e pregano che arrivi un nuovo salvatore, che riporti la pace nel mondo e metta fine alla paura. A proteggere i poveri e gli indifesi è Kenshiro, erede della tecnica di combattimento millenaria della “Divina scuola di Hokuto”, mentre suo fratello Toki usa quel sapere per guarire i bisognosi e il maggiore dei tre, Raoul, sfrutta gli stessi insegnamenti per soddisfare la sua sete di potere. I tre fratelli si ritroveranno uniti per sconfiggere Sauzer, ma solo Kenshiro sarà chiamato allo scontro finale.

Una favola per alleggerire i cuori pesanti

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Il cavaliere che aveva un peso sul cuore è una favola psicologica scritta da Marcia Grad Powers, autrice del noto bestseller La principessa che credeva nelle favole.

Entrambi i testi, sebbene sembrino rivolgersi l’uno ai cavalieri l’altro alle dame, sono letture imprescindibili per tutti e due i sessi. Questo perché, attraverso gufi magici, draghi sputa fiamme e uccellini parlanti, rivelano a uomini e donne i processi mentali che li fanno soffrire nel rapporto con se stessi e con gli altri. Se le protagoniste de La principessa che credeva nelle favole sono le illusioni nelle relazioni (illusioni, che preciso, invadono anche il campo d’azione maschile quando l’uomo tende a incolpare la compagna di non amarlo abbastanza solo perché quest’ultima tende a seguire le proprie inclinazioni naturali), la primadonna de Il cavaliere che aveva un peso sul cuore è sicuramente la rigidità mentale.

Ragionare per schemi ci induce a vivere incastonati nei ruoli. Questa maschera di forza (sono miglior*, sono forte) non solo nuoce la nostra emotività e quindi all’evoluzione della nostra vera identità, ma anche al rapporto con gli altri, che vengono puntualmente giudicati e biasimati quando non seguono un determinato tipo di comportamento. Tale atteggiamento chiaramente genera frustrazione nelle persone che ci stanno accanto e che puntualmente ci abbandonano. Infatti il peso sul cuore che affligge Duke viene interpretato dal cavaliere senza macchia come frutto delle cattiverie di chi l’ha abbandonato.

Il problema di Duke è che non si è mai messo in discussione, non ha mai accettato la vera natura degli altri, né ascoltato le loro esigenze. Come quando la moglie gli fa notare che non hanno dialogo e lui le risponde mostrando i muscoli, o quando il figlio afferma di non voler diventare un cacciatore di draghi e lui dà di matto.

Il cavaliere ragiona seguendo un filone di pensieri irrazionali e contorti che si gonfiano fino a distruggerlo. Ad aiutarlo entreranno in gioco il saggio Gufo Doc e la dolce uccellina Maxine, che lo accompagneranno in un grande viaggio di cambiamento per raggiungere una consapevolezza universale.

Bisogna avere il coraggio di accettare ciò che non si può cambiare, quello di cambiare ciò che si può cambiare e la saggezza di riconoscere queste due situazioni. Sembrano discorsi banali, ma quante volte ci logoriamo per un addio, una perdita, incolpando gli altri? Quante volte, quando veniamo feriti, non valutiamo la situazione da punti di vista differenti dal nostro? Quante volte abbiamo attraversato il regno di Tetraggine, sentendoci una nullità perché non abbiamo il lavoro dei nostri sogni o non ci sentiamo davvero apprezzati? Come giudichiamo gli altri secondo gli schemi, giudichiamo molto severamente anche noi stessi e quindi il nostro cuore soffre nella gabbia.

La verità è che nessuno è “senza macchia” e che il nostro valore dipende esclusivamente dal fatto esistiamo e siamo in continuo mutamento, e non dal fatto che una cosa ci riesca più o meno bene.

Ci sono alcuni strumenti magici da portare con noi durante il viaggio del cambiamento, come il bastoncino dei pensieri lineari e l’acqua dell’Oh bene!, ma il primo su tutti è la consapevolezza che siamo responsabili di quello che ci accade. Il che non significa essere colpevoli, ma prendere atto con maturità che l’Universo non combutta contro di noi, anzi! È sempre pronto a darci una mano nel momento in cui realizziamo la nostra fallibilità, la accettiamo e intraprendiamo un percorso di serenità interiore che prescinde da tutte le cose che secondo noi sono andate o stanno andando storte.

Consiglio questo libro a tutti: l’ho letto due volte a distanza di 10 anni e l’ho trovato sempre di estremo aiuto per ritrovare un po’ di pace mentale e gestire lo stresso emotivo.

Alessia Pizzi

Su Netflix arriva Sabrina la strega in versione dark

Dite addio alla tenera Sabrina Spellman interpretata da Melissa Joan Hart, all’ironica biondina che ha conquistato i cuori di tutti i teenagers degli anni Novanta.

Netflix annuncia l’arrivo de Le terrificanti avventure di Sabrina, la serie originale Netflix che sarà disponibile in tutti i paesi dal prossimo 26 ottobre.Le terrificanti avventure di Sabrina

Interpretata da Kirnan Shipka, nel ruolo di Sabrina, la serie racconta le avventure della celebre strega amatissima in tutto il mondo, stavolta in una chiave dark, tendente all’horror. Nella stessa atmosfera di Rosemary’s Baby e L’esorcista, questo adattamento racconta la storia di Sabrina, che tenta di riconciliare la sua doppia natura – metà umana, metà strega -, mentre cerca di combattere le forze maligne che minacciano lei, la sua famiglia e il mondo degli umani.

La sceneggiatura della serie porta la firma di Roberto Aguirre-Sacasa, lo showrunner di Riverdale, ma anche chief creative officer di Archie Comics.

Aguirre-Sacasa, inoltre, ha lavorato alla serie in qualità di produttore esecutivo insieme ad altri collaboratori di Riverdale: Greg Berlanti, Sarah Schechter, il fondatore di Archie Comics Jon Goldwater e Lee Toland Krieger.

Oltre a Kiernan Shipka, il cast include: Miranda Otto, Lucy Davis, Ross Lynch, Michelle Gomez, Chance Perdomo, Jaz Sinclair, Richard Coyle, Tati Gabrielle, Adeline Rudolph, Abigail Cowen, Lachlan Watson, Bronson Pinchot e Gavin Leather

cuCufestival 2018, l’arte di strada in scena

Dal 23 al 26 agosto, Roana (VI) e le sue frazioni si animeranno con la nuova edizione dello storico cuCufestival per quattro giornate ricche di spettacoli itineranti in sei location dell’Altopiano vicentino con undici artisti che delizieranno il pubblico con la loro arte di strada.

Il festival, che fa parte della rete U.F.B. (United for Busking), sarà anche quest’anno sotto la direzione artistica di Marco Caldiron, dell’associazione culturale Carichi Sospesi di Padova.

Tra i luoghi deputati per la manifestazione la piazza centrale di Treschè Conca, il PalaCiclamino di Cesuna, Piazza San Marco a Canove, Camporovere, il Parco Selvart di Mezzaselva e Roana, con la chiusura dell’evento in Piazza Santa Giustina.

L’apertura di giovedì 23 è affidata al collettivo artistico spagnolo Odé Zulé che presenterà il nuovo spettacolo musicale Bohemios de Pocas Luces, un mix tra classici e canzoni originali che richiamano le musiche folkloristiche spagnole: un omaggio al teatro tradizionale e alle danze madrileni, che dà vita a una performance multimediale, muovendosi tra giocoleria, clownerie e pittura.
La compagnia Clap Clap Circo, composta dall’uruguaiana Irene Carrer e dall’argentino Joaquin Caride, si esibirà con Gulp, un coinvolgente e divertente spettacolo di circo-teatro a base di giocoleria, magia e hula hoop!

Presente, dalla Svizzera, anche la compagnia Compagnia Baccalà con Pss Pss, la performance vincitrice di ben 12 premi internazionali che, attraverso il linguaggio del corpo e dello sguardo, incanta e diverte, trascinando il pubblico in una dimensione senza tempo, con tutta la gravità, l’innocenza e la crudeltà dell’essere.

Vincitore di vari premi nazionali anche Hanger?, dell’italiano Mario Levis, che con la sua abilità animerà oggetti di uso comune dando vita a un delizioso spettacolo di clownerie.
The strings of music sarà lo spettacolo della compagnia greca Antamapantahou: una divertente serie di quadri musicali, eseguiti da 11 marionette di legno e cartapesta e da attori/marionettisti, che combineranno mimo, teatro di figura e commedia dell’arte per creare un vero e proprio concerto di musiche dal Mondo.
Il singolare ensemble è composto da un percussionista folk, una danzatrice del ventre, un fisarmonicista, un cantante zigano, un suonatore di Ud, tre violinisti, un chitarrista, la rock band “The Strings” e un cantante country.

Lost in Translation Circus, una delle compagnie di punta del circo contemporaneo inglese, presenterà il suo spettacolo di acrobatica, circo e danza: e se il palcoscenico fosse l’unico luogo in cui un artista può essere se stesso? D’Emblée prova a rispondere a questa domanda, giocando con le mille maschere che ognuno di noi indossa nella vita di tutti i giorni. Il loro stile unico, accolto con entusiasmo dalle platee di tutt’Europa, unisce delicate drammaturgie teatrali, dinamici ed elettrizzanti numeri circensi di altissimo livello e un sense of humor che è ormai il loro marchio di fabbrica.
Dopo aver vinto numerose competizioni in Giappone, arriveranno al cuCufestival i Witty Look, con la loro performance che rappresenta il mondo dei cartoni animati attraverso abilità acrobatiche di alto livello.

Immancabile lo spettacolo di fuoco visivo e scenico: gli IgniFeri presenteranno la loro performance vulcanica!
Lea Legrand interpreterà La Chute: il personaggio rivive la propria autobiografia deformata dal tempo, consunta dai ricordi. La performance acrobatica si posiziona, con leggerezza e ironia, in uno spazio tra ragione e follia.

La grande novità di quest’anno riguarda gli attori del Silence Teatre, che prenderanno possesso del bosco, al tramonto, nella suggestiva località di Selvart, con il loro spettacolo itinerante, sotto forma di angeli, offrendo al pubblico la possibilità di assaporare la straniante bellezza del sogno.

Infine, un atteso contributo dalla Francia: la Compagnie Les Têtes Bêches, in prima assoluta in Italia. Due donne, un musicista, un albero e un incontro: da corpo a corpo, una performance emozionante tra il circo e la danza aerea.

 

PROGRAMMA

 

giovedì 23
Treschè Conca
18.30 – Witty Look

21 – Odé Zulé
22 – Clap Clap Circo
22.45 – IgniFeri

venerdì 24
Cesuna | PalaCiclamino
18 – Witty Look
18.30 – Clap Clap Circo
20.45 – Lost in Translation Circus
21.30 – Compagnia Baccalà
22.15 – IgniFeri
22.45 – Odé Zulé

sabato 25
Camporovere /Campo Schettinaggio
18 – Antamapantahou
18.30 – Lea Legrand

 

Canove | Piazza San Marco
20.45 – Mario Levis
21.30 – Compagnia Baccalà
22.15 – Antamapantahou
22.45 – Witty Look

domenica 26
Mezzaselva /Parco SelvArt
18.20 – Silence Teatre (itinerante)
18.30 – Mario Levis
19 – Compagnie Les Têtes Bêches

 

Roana | Piazza Santa Giustina
21 –  Antamapantahou
21.30 – Lost in Traslation
22.15 – Lea Legrand

American Gods: non è ancora il momento del crepuscolo degli Dei

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American Gods 2, rinnovata da Amazon Prime Video: la prossima stagione disponibile dal 2019

«Ha qualcosa da dichiarare?»

«Non ho mai letto il best seller fantasy di Neil Gaiman dalla quale è tratto American Gods»

Questa premessa, liberatoria, era necessaria prima di potervi parlare della mia opinione sulla Serie TV American Gods.

Non ho potuto fare la comparazione con il libro tuttavia ho trovato questa trasposizione sul piccolo schermo geniale. Ho visto tutta la prima stagione d’un fiato e sono entusiasta perché ho la consapevolezza che sono in corso le riprese per la seconda stagione.

È un racconto corale che intreccia differenti mondi, terreni e non terreni, la cui tag-line “believe” offre la perfetta chiave di lettura per leggere su più livelli le vicende di American Gods.

La fotografia è impeccabile ma sono molte le scene crude. Scene, tuttavia, utili per il codice narrativo.

La vita di Shadow Moon, interpretato da Ricky Whittle, sarà totalmente stravolta all’uscita, anticipata, dal carcere. La morte di Laura e l’incontro con Mr. Wednesday segnano difatti l’incipit verso la redenzione.

Ian McShane nella vesti di Mr. Wednesday è ineccepibile.

Shadow Moon e Mr. Wednesday intraprenderanno un lungo viaggio. Incontreranno molti personaggi misteriosi. Molte di queste personalità seguiranno Wednesday il cui obiettivo è quello di radunare le forze ancestrali in vista della battaglia contro i nuovi dei.

L’uomo, ormai cinico e diffidente, avrà una nuova visione del mondo che lo porterà ad una pseudo redenzione nell’ultima puntata. Si troverà dinnanzi a scelte universali e da agnostico diventerà invece devoto al misterioso Mr. Wednesday perché con i suoi stessi occhi è riuscito a vedere la sua reale potenza.

La prima stagione, composta soltanto da otto episodi, presenta il campo sulla quale si scontreranno le nuove e le vecchie divinità.

Solo nell’ultima puntata si scoprirà la reale identità di Mr. Wednesday.

american goods 2

Gli dei tradizionali delle radici bibliche e mitologiche di tutto il mondo, arrivate in differenti ere in America, non hanno più molti seguaci. Sono in difficolta. L’uomo contemporaneo ha rivolto le sue attenzioni verso “altro”. È distratto e non sa più in cosa sia giusto credere. È completamente accecato dai falsi valori propinati dalle divinità tecnologiche.

L’attuale credo è infatti rivolto verso le divinità contemporanee, che contrariamente agli atavici dei sono assai più materiali.

I nuovi dei sono il denaro, la tecnologia, i media, la celebrità e la droga.

 American Gods è disponibile su Amazon Video.

Alessia Aleo

Come ti divento bella, la nuova commedia con Amy Schumer

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Come ti divento bella, al cinema dal 22 agosto, il nuovo film di Amy Schumer da non perdere.

Se anche voi avete voglia di una commedia super divertente per questa calda estate, allora non potete perdere il nuovo film che vede come protagonista la spumeggiante Amy Schumer: “Come ti divento bella”, a partire dal 22 agosto in tutti i cinema italiani.

La trama del film, molto originale e attuale racconta le vicende di una giovane ragazza di New York alle prese con le sfide che ogni giorno la vita le mette davanti; non essendo particolarmente affascinante e longilinea ha dovuto da sempre dimostrare di valere più delle altre. Per lei la vita non è stata semplice, dimostrare qualcosa nei suoi panni, le è costato, da sempre, uno sforzo in più.

Infatti, nonostante sia pluriqualificata, da 6 anni ancora lavora col suo collega in uno scantinato, per un famoso giornale di moda, con sede in Fifth Avenue,di New York, zona che da sempre sogna di frequentare, ma alla quale non ha neanche il coraggio di avvicinarsi.

Un bel giorno, prende in mano le redini del suo destino e decide di cambiare totalmente vita, stanca del ruolo che ricopre nella società; ormai, in effetti, è insoddisfatta sotto tutti i punti di vista, le sue amiche di sempre non le bastano più e il suo lavoro non la appaga: si iscrive così in una famosissima palestra, piena di persone completamente “diverse” da lei.

Quì si sente un pesce fuor d’acqua, ma non le importa, si arma di buona volontà e decide di spingersi oltre una volta per tutte: si segna, così al corso di spinning. Proprio quì, in seguito ad una brutta caduta dalla cyclette, inizia il suo percorso: si specchia e improvvisamente si vede cambiata, bellissima, diversa, intelligente, affascinante. Si sente potentissima, come se nessuno potesse negarle qualcosa.

La scena del colloquio alla Fifth Avenue di New York City, una delle scene più divertenti del film.

Inizia ad ottenere il lavoro dei suoi sogni nella famosa rivista, dove collabora da anni, ma stavolta alla reception, della sede centrale nella Quinta strada, così che tutti possano ammirarla: riesce a conquistare col suo fascino e la sua intraprendenza anche il fratello della direttrice, interpretata dalla bellissima Michelle Williams, l’elegantissimo e raffinatissimo, nonché super atletico Tom Hopper.

E’ ormai nel pieno del suo splendore, quando capisce che essere belli, ma vuoti e privi di valori non appaga, ormai anche le sue amiche di sempre si sono allontanate da lei, distaccatasi completamente dalla realtà, per pensare al proprio egocentrismo.

La bellezza non è tutto e alla fine del film, con un colpo di scena, capiamo che il messaggio che i due registi Abby Kohn e Marc Siverstein, per la prima volta alle prese con un lungometraggio, vogliono trasmetterci è che: con la buona volontà e la sola forza del sacrificio si può tutto e non importa come ci vedono gli altri, se quello che vediamo riflesso nello specchio ci piace.

Michelle Williams nella sua comica interpretazione.

 

Preziosa la collaborazione di Naomi Campbell, che in modo grintoso si presta alla parte della modella che vede di cattivo occhio chi è diverso dagli “standard”.

Trailer ufficiale del film.

Un cast di attori in gamba, leggeri e divertenti, che sanno tenere la scena nel migliore dei modi. Un modo di raccontare quello degli sceneggiatori, che poi sono anche i registi del tutto giovanile, moderno e sprint.

Un film straconsigliato se volete ridere per 110 minuti in sala, spiritoso e diverso dalle solite commedie americane di sempre, con la solita trama che si ripete.

Alessandra Santini

Eventi e concerti all’Adriatico Mediterraneo Festival 2018!

La musica segue il sole attraverso i luoghi più suggestivi di Ancona. Dall’alba al tramonto a tarda sera tre cicli di concerti per raccontare i ritmi e i suoni che si muovono nel Mediterraneo

Una serie di concerti che accompagna il pubblico dall’alba a tarda notte. È una delle novità di Adriatico Mediterraneo Festival 2018, che si terrà ad Ancona dal 29 agosto al 1 settembre.

La musica nei giorni di festival seguirà il percorso del sole e della luna, dall’alba al tramonto alla notte. Oltre ai concerti serali alla Corte della Mole, tre cicli di appuntamenti gratuiti ogni giorno, all’insegna di musiche diverse e location straordinarie. A fare da scenario alcuni dei luoghi più belli e suggestivi di Ancona, la città dei due soli, dove l’astro sorge e tramonta sul mare.

Si parte alle sei del mattino con tre concerti solisti per chitarra alla scalinata del Passetto: gli scalini faranno da platea per il palco naturale con il mare e l’alba a fare da scenografia unica.

All’ora del tramonto si terranno tre concerti al vecchio faro all’interno del parco del Cardeto, grazie alla collaborazione con FarGo, l’esperimento che in questa estate 2018 sta facendo rivivere uno dei luoghi più suggestivi di Ancona, finora rimasto inanimato. Le piante e gli scorci del più grande parco europeo a picco sul mare faranno da teatro per musiche tra jazz, classica e sperimentazioni. Infine a tarda sera, a partire dalle 23.30, sarà il porto antico, al palco della banchina n°1, ad accogliere “Frontiere” lo spazio per dj set, elettronica e ritmi creativi sui quali vigilerà a fontana dei due soli di Enzo Cucchi.

Tre momenti del giorno, tre luoghi di Ancona legati al mare, tre modi diversi di fare musica per creare un percorso che racconta le tante lingue artistiche che attraversano il Mediterraneo.

I concerti all’alba alla scalinata del Passetto

I concerti all’alba si terranno alle 6.00 alla scalinata del Passetto.

Ad aprire il ciclo sarà giovedì 30 agosto Luciano Pompilio con “Corde mediterranee. Chitarrista classico e musicologo, Pompilio ha ottenuto numerosi riconoscimenti per la sua maestria con le sei corde. Tra questi spicca il concorso di Montelimar (Francia), la rassegna più importante al mondo per duo di chitarra. Ha tenuto concerti in tutta Europa, Asia e America e per inaugurare i concerti all’alba ad Adriatico Mediterraneo Festival eseguirà un programma che spazia da Rossini alla Spagna.

Venerdì 31 agosto tocca a Giuseppe De Trizio, che presenta “Flumine”, il suo primo lavoro da solista. Dopo oltre vent’anni di carriera condivisa con Radicanto, Raiz e Teresa De Sio, il musicista barese propone al Passetto un itinerario sonoro, acustico e strumentale attraverso composizioni originali per chitarra classica e mandolino che tracciano un percorso affascinante che lega in un’atmosfera intima l’autore allo spettatore.

Sabato 1 settembre l’ultimo dei concerti all’alba vedrà protagonista l’ungherese Sandor Szabò per un concerto “Tra Oriente e Occidente”. Maestro di improvvisazione e composizione, Szabò nelle sue creazioni unisce l’estremo Oriente all’Europa Orientale, la padronanza di ogni tipo di chitarra a una profonda spiritualità e sensibilità.

Concerti al tramonto al vecchio faro del Cardeto

I concerti al tramonto si terranno alle 19.30 da FarGo, al vecchio faro del Cardeto, rinato come luogo di cultura e associazione proprio negli ultimi mesi.

Si parte giovedì 30 agosto con il quartetto Se.Go.Vi.O. il nome è già un programma: unisce infatti le inziali dei componenti (Salvatore Seminara, Stefano Gori, Paolo Vignani e Gabriele Oglina) per ricordare, con un pizzico di ironia, la figura del grande chitarrista spagnolo Andrés Segovia.

I quattro, che vantano una notevole esperienza concertistica internazionale, hanno scelto per Adriatico Mediterraneo Festival 2018 un repertorio che pone l’accento sulle possibilità espressive di ogni strumento. L’impatto tra le corde pizzicate, lo strumento a mantice e i fiati costituisce il terreno ideale per dare vita alle graffianti sonorità della danza.

Venerdì 31 agosto sarà il turno di Gabriele Giuliano Ensemble. Una formazione che porta alla scoperta della quintessenza della musica tradizionale del Sud Italia. Si tratta di un progetto artistico sperimentale che profuma di “popolare” e che, grazie agli ipnotici tempi di danza, trascende gli schemi sonori e vocali classici. Attraverso l’uso di un linguaggio musicale contemporaneo, fantasia e realtà si intrecciano naturalmente. Uno spettacolo unico tra passato e presente, tra sperimentazione e tradizione verissima del profondo Sud Italia.

Infine sabato 1 settembre a concludere i concerti al tramonto sarà il “laboratorio musicale” di Hyper+ nel quale Nicola Fazzini, Alessandro Fedrigo e Luca Colussi hanno sviluppato un originale vocabolario che applicano tanto a composizioni originali quanto a brani della tradizione jazzistica. Ricerca di nuove forme improvvisative e ispirazione da diversi contesti culturali sono alcuni dei capisaldi alla base di questo progetto, che guarda al jazz ma anche alla musica araba.

Frontiere: elettronica e sperimentazione a tarda sera al porto antico

A chiudere le serate musicali sarà “Frontiere”, la rassegna di dj set e concerti alla banchina n°1 del porto antico a partire dalle 23.30.

A inaugurare lo spazio sarà già mercoledì 29 agosto la Fanfara Station. La formazione, con base a Napoli e radici sparse per il Mediterraneo, celebra l’epopea dei popoli migranti, delle culture musicali della diaspora africana e dei flussi che da sempre uniscono il Medio Oriente al Maghreb, all’Europa e alle Americhe.

È un dance party creato dal vivo da soli tre musicisti e due loop station, con sul palco una miriade di strumenti: le percussioni che si intrecciano con la tromba, il trombone, il clarinetto e tre fiati tunisini.

Giovedì 30 agosto Frontiere approda a piedi pari nel Maghreb, con il gruppo di Mr Jod: cinque singoli che, quando salgono sul palco, diventano un vero e proprio commando in cui tutti hanno ruolo e tutti sono al servizio di uno spettacolo di suoni forti e travolgenti che dal Marocco si diffondono in tutto il Mediterraneo.

Venerdì 31 agosto Frontiere si prende un giorno di pausa, ma la musica di Adriatico Mediterraneo non si ferma, anzi raddoppia.

Al Lazzabaretto c’è il dj set “Mindfields” di Apeless, in collaborazione con Arci. Al porto antico si svolge Adriati Vibes, in collaborazione con Caffè del Teatro. Performance musicali live deep house e tribal accompagnati da prodotti tradizionali anconetani e salentini.

Sabato 1 settembre, per la chiusura del Festival 2018 torna “Frontiere” con SanGennaroBar. Un dj set che arriva da Napoli, ma con un suono che proviene da un lungo percorso attraverso Africa, Salento, America del Sud, India, Balcani, Spagna, Mediterraneo, Cuba, Sicilia.

Il dj set Sangennarobar porta infatti sulla pista la musica di molte tribù, mentre fanno il loro giro di danza indiani col sitar, percussionisti africani, argentini con il kahon, ballerine di tango, tarantella, danzatrici del ventre, cantanti bulgare e violinisti nomadi.

Non poteva esserci un mix migliore per chiudere ballando e scatenandosi le “Frontiere” di Adriatico Mediterraneo Festival 2018.

Tutte le info, orari e luoghi su www.adriaticomediterraneo.eu

Redazione CulturaMente

Better Call Saul 4×03, una cattiveria tira l’altra

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E se, in realtà, Jimmy fosse già diventato Saul Goodman?

Noi tutti stiamo aspettando una sola cosa, il vero motivo per cui guardiamo Better Call Saul. Aspettiamo quel momento con umore ambiguo, col dispiacere mischiato all’eccitazione come sottolineato nella recensione della premiere di stagione. Ma forse abbiamo sbagliato tutti calcoli. Forse, sotto i nostri occhi, Jimmy è già diventato Saul senza che ce ne accorgessimo veramente.

Guardiamo i fatti e le azioni, senza tergiversare. Jimmy in questa 4×03 non commette una truffa come nel suo passato, ma un autentico furto con scasso nel quale finisce per avere un ruolo attivo, seppur controvoglia. Prova a tirare dentro Mike, e non ha alcuna pazienza quando l’ipotetico “alleato” si rifiuta di aiutarlo. Quando poi, nel finale, Kim tira fuori la già famigerata lettera di Chuck, la freddezza di Jimmy è crudelmente impressionante.

Lo shock è un qualcosa non esprimibile, e ognuno elabora il lutto in maniera propria. Chiaramente Jimmy sta ancora vivendo tra shock e lutto. Ma la sua improvvisa cinica chiarezza mentale su cosa fare e come pensare lo avvicinano di più al Saul di Breaking Bad che non al Jimmy delle prime stagioni di Better Call Saul.

Arriverà indubbiamente un vero e grande evento scatenante, un qualcosa che ci dirà che fine farà Kim e perché Jimmy, oltre cambiare nome, indosserà quelle singolari camicie. Eppure, il Jimmy che adesso abbiamo davanti agli occhi è già una persona cambiata, richiusa in sé stesso, inevitabilmente peggiorata.

Il Saul Goodman di Breaking Bad è già tra noi. E non solo lui, sorprendentemente.

Questa puntata ci ha regalato due camei che i fans più accaniti della magica serie di Gilligan non si saranno lasciati sfuggire. L’apparizione di Gale, ovviamente, era impossibile da non notare. Dal folle lip syncing, ai modi educati, alla dedizione verso la chimica, Gale è un personaggio riconoscibilissimo ed una porta enorme verso quell’universo passato (anzi futuro, secondo la timeline di Better Call Saul). L’apparizione di Ira, che aiuta nel suo ridicolo furto di statuine, invece è più centrale in questo episodio seppur meno importante nell’economia delle storyline future.

Il problema, semmai, è che entrambi sono richiami e nulla più. Sappiamo benissimo che Gale non potrà essere una figura importante finché Gus non avrà tra le mani Walter White, non avrà aperto un superlaboratorio, non saremo letteralmente dentro Breakind Bad in sostanza.Non muovono la storyline, per quanto gradite sono strizzate d’occhio e nulla più. Qui siamo ancora dentro Better Call Saul, e fortunatamente, con cuore e testa nell’evoluzione di Jimmy.

Tutto bellissimo, per carità, ma le priorità sono altre, non sono strizzatine e pacche sulla spalla. Che questa stagione di Better Call Saul possa finalmente ingranare, insomma.

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Emanuele D’Aniello

La Storia di Roma torna in scena ogni giovedì in 4 sedi meravigliose

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Un agosto davvero “storico” quello proposto dal Museo Nazionale Romano e dalle sue incantevoli sedi, Palazzo Altemps, Crypta BalbiTerme di Diocleziano e Palazzo Massimo.

Fino al 30 agosto, infatti, sarà possibile assistere a spettacoli di 45 minuti circa dedicati alla storia dell’Urbe per calarsi nell’antichità grazie alle suggestioni di quattro location d’eccezione. Potenti, Plebe, Dei ed Eroi sono i quattro temi proposti da attori e musicisti in orari e luoghi diversi. museo nazionale romano palazzo massimo

Nella serata del 9 agosto, presso Palazzo Massimo, è andata in scena la piece dedicata ai Potenti, un excursus sulla decadenza della dinastia giulio-claudia, da Ottaviano a Nerone. I testi, rigorosamente tratti da poeti, storici e scrittori del calibro di Virgilio, Tacito, Svetonio, Seneca, Racine e Camus, sono stati curati da Emanuela Pistilli e interpretati da Edoardo Coen e Sylvia Milton, con l’accompagnamento musicale di Stefano Costantini.

Mirella Serlorenzi, responsabile di Palazzo Massimo, racconta queste serate come un momento di incontro per gli spettatori ma anche una grande occasione per gli attori:

Daniela Porro, la direttrice insieme ad Electa, hanno organizzato queste serate per il mese di agosto mettendo a disposizione le potenzialità dei ragazzi della scuola di perfezionamento del Teatro di Roma che si diplomano e che come prima performance si trovano a recitare in quattro sedi del Museo Nazionale Romano e in quattro diversi temi.

Anna De Santis, responsabile delle Terme di Diocleziano, ha aggiunto:

Il nostro intento è quello di attirare il pubblico e proporre serate piacevoli nelle varie sedi: anche se siamo in pieno agosto abbiamo riscontrato moltissimo successo.

museo nazionale romano - palazzo massimo
Anna De Santis e Marco Della Porta

Tutti coloro che acquistano il biglietto integrato del Museo Nazionale Romano potranno visitare lo stesso giovedì sera due delle quattro sedi museali e seguire due letture.

I prossimi appuntamenti saranno giovedì 23 e 30 agosto e saranno dedicati agli dei e agli eroi. Qui potete trovare tutti gli orari.

 

Alessia Pizzi

“Annunciazione” del Beato Angelico, Cortona: spiegazione

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A spasso per borghi medievali? Qui ce n’è uno da non perdere! Scoprite Cortona e l’Annunciazione del Beato Angelico in questo nuovo Infuso d’Arte! Agosto. Ferie finalmente! E scommetto che molti di voi si sono diretti in un bell’agriturismo toscano. Siccome qui gli infusi d’Arte ci piace scoprire l’arte nascosta oggi vi portiamo a scoprire un borgo con un’annunciazione davvero fantastica. Mettete un paio di scarpe comode e seguitemi.

L’infuso di oggi è l’annunciazione dipinta dal Beato Angelico tre il 1430 e il 1433 e oggi conservata al museo diocesano di Cortona (provincia di Arezzo).

Potete visionarlo qui.

Cosa sta succedendo?

Sembra banale chiederselo vero? Eppure è una domanda seria perchè il momento clou qui non è l’annuncio dell’angelo bensì il concepimento mistico del Salvatore. L’angelo si è già annunciato da un pezzo ed è il momento in cui la Vergine si offre come madre di Cristo. Da cosa lo sappiamo? Semplice, dalla bocca dei due protagonisti escono due “fiumi di parole” che ci dicono chiaramente a che punto siamo del racconto evangelico. Per non sbagliare le parole della Vergine sono anche ricamate sullo scollo del suo vestito. A confermare il fatto che siamo all’atto dell’incarnazione c’è anche la colomba dello Spirito Santo, luminosissima e in volo sulla testa di Maria, e il gesto dell’angelo che indica il ventre della donna. Più chiaro di così…

Tutta la scena si svolge in un ricco portico tipicamente quattrocentesco sul cui lato si apre un bellissimo hortus conclusus (vale a dire un giardino delimitato da una recinzione) con rose di due diversi colori e una palma. Le prima alludono alla purezza verginale di Maria, la seconda al suo sacrificio. Un altro indizio che indica come in realtà siamo nel momento dell’Incarnazione. Lo stesso scopo del resto lo ha anche il decoro del portico. Vedete quell’uomo barbuto scolpito sopra la sena principale? Ecco lui è Isaia, colui che ha profetizzato l’incarnazione del Figlio di Dio in una Vergine.

Dello sfondo vediamo poco ma quel tanto che basta a farci scorgere un uomo e una donna afflitti e cacciati via da un angelo. Esatto! Sono Adamo ed Eva.

Un attimo. Cosa c’entrano Adamo ed Eva con l’Annunciazione?

C’entrano, c’entrano…eccome se c’entrano. Un certo vescovo domenicano di Firenze, poi divenuto santo con il nome di Antonino, insisteva particolarmente sul ruolo di Maria nella salvezza dell’umanità dal peccato originale. Lui parlava delle due donne come di due perfetti opposti. In un’occasione è arrivato anche a sostenere che il saluto dell’angelo alla Vergine, l’ “ave”, fosse il nome della consorte di Adamo a rovescio.

Manca qualcosa? La predella!

Vale a dire la fascia in basso all’intera tavola. E ospita una vera innovazione in campo pittorico. L’Angelico infatti nel riempirla come le storie della vita della Vergine non ha utilizzato divisori per le diverse scene come era d’abitudine. L’effetto era quello dei diversi fotogrammi di un film. Decisamente poco coinvolgente. Qui invece è tutto mostrato come un’unica narrazione per mettendo allo spettatore di lasciarsi coinvolgere da colori, personaggi ed atmosfere. Questo, per intenderci, è il film  intero, pronto per la sala cinematografica.

Due parole sullo stile…

L’Angelico è considerato come a cavallo tra lo stile tardogotico, decisamente vicino al gusto medievale, e le innovazioni tipicamente rinascimentali. Del tardogotico abbiamo il gusto per la rappresentazione minuta dei fiori mentre di rinascimentale abbiamo la grande abilità nelle architetture. Gli edifici della predella e il portico della scena principale che con i diversi piani di profondità è un vero e proprio pezzo di bravura.

Anche questo infuso d’arte lo abbiamo bevuto ma col caldo che fa non vi resta che proseguire la passeggiata per la splendida Cortona, non vi annoierete davvero. Non siete in zona? Niente panico, questi link sono tutti per voi!

  • Panico da prova costume? leggete qui!
  • Voglia di una passeggiata per boschi? Attenti alla bella Diana.

Buone vacanze!

Chiara Marchesi

Al via le visite notturne alle Terme di Caracalla

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Al via da martedì prossimo le visite serali alle Terme di Caracalla, una delle passeggiate notturne più suggestive dell’antica Roma, quest’anno impreziosite dalla mostra Mauro Staccioli.

Sensibile ambientale con le monumentali opere dello scultore toscano, anch’esse illuminate da uno speciale disegno luci. Realizzato dalla Soprintendenza Speciale di Roma, con Electa, Caracalla: sogno di una notte di fine estate dal 21 agosto andrà avanti fino al 2 ottobre, ogni martedì e venerdì sera con visite guidate.

Gruppi di massimo 30 partecipanti potranno ammirare le monumentali vestigia illuminate nella notte, e scendere nei sotterranei, dedalo di gallerie e cuore pulsante dell’intero edificio dove erano installati i servizi che alimentavano le Terme in superficie. Compreso nella visita il mitreo di Caracalla, il più grande tra quelli rimasti a Roma e perfettamente conservato, dove si percepisce tutto il fascino del culto di Mitra.

Le visite, della durata di 75 minuti, inizieranno alle 19.30, con l’ultima partenza alle 21.00 e avverranno grazie a una spettacolare illuminazione del monumento. Tuttavia nelle giornate lunghe di agosto e dell’inizio di settembre per i primi turni di visita si potranno ammirare le Terme costruite dagli imperatori Severi nella luce dorata del crepuscolo.

I ruderi delle Terme di Caracalla, che si ammirano per la notevole altezza, che supera i 37 metri, restituiscono ancora oggi un’idea della grandiosità del complesso termale. Le dimensioni dell’edificio e la monumentalità degli ambienti, conservati per due piani in alzato e per tre livelli in sotterraneo, ci permettono di immaginarne la fastosità che l’illuminazione notturna esalta.

Punto di partenza sarà l’area centrale del monumento, nella prima parte le visite attraverseranno gli ambienti termali dedicati alla cura del corpo: le palestre, gli spogliatoi, il frigidarium, il tepidarium, il caldarium e la natatio, cioè la grande piscina a cielo aperto. Nella seconda parte sarà la volta dei sotterranei, la grande sala macchine delle Terme dove è allestito un Antiquarium con reperti provenienti da questo straordinario sito archeologico. Passando dalla rotonda dove è collocata la Mela reintegrata di Michelangelo Pistoletto, la visita si concluderà al Mitreo, dove è visibile la misteriosa fossa sanguinis.

 

La nostra recensione delle Terme di Caracalla in 3D

Gli Incredibili 2, non troverete al cinema supereroi migliori

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E ci voleva così tanto?

In un mondo cinematografico ormai stracolmo oltremisura di sequel non necessari, nel quale anche la Pixar degli ultimi anni ha ceduto a questa moda, Gli Incredibili 2 era davvero l’unico sequel che avesse senso realizzare. Eppure ci hanno fatto attendere molto, moltissimo per gli standard cinematografici, addirittura 14 anni dal primo episodio.

Un’eternità che, non a caso, ha mutato tutto ciò che stava attorno al primo film di Brad Bird, qui fortunatamente tornato a regia e scrittura. Nel 2004 i film di supereroi erano pochi e poco chiacchierati, non esistevano gli universi condivisi, i blockbuster non erano la norma. Adesso, quattordici anni più tardi, i superhero movies ci hanno letteralmente invaso, escono fuori da ovunque e in qualsiasi maniera.

La domanda quindi, più che legittima, è una sola e molta semplice: questo sequel era attesissimo dai fans, ma è valsa la pena aspettare così tanto?

La risposta più semplice è sì, perché con Gli Incredibili 2 abbiamo davanti un signor film, l’ennesimo successo targato Pixar. Il canonico film d’animazione perfetto per tutti, grandi e piccoli, che ha un solo scopo: divertire. Fortunatamente per noi ci riesce in maniera eccelsa con una storia sempre avvincente e l’arma segreta chiamata Jack Jack, il piccolino della superfamiglia, una fonte inesauribile di gag irresistibili. Ci mette qualche minuto di troppo da ingranare Gli Incredibili 2, a dir la verità, per la scelta sorprendente di partire esattamente da dove terminava il primo film. Una scelta insolita che, da un certo punto di vista, sottolinea quanto il tempo sia passato e quanto ormai la nostra mente di spettatori sia totalmente assuefatta – e anche un po’ annoiata, non neghiamolo – ai clichè delle storie di supereroi.

Ma il vero pregio di Gli Incredibili 2, come ogni film Pixar va detto, è la sua intelligenza. Non solo perché le risate sono intelligenti, ma soprattutto perché il film è pienamente consapevole dei propri limiti, delle potenzialità e di cosa sia realmente.

Le motivazioni del villain nel film – senza che vi sveli o spoileri troppo, naturalmente – sono chiarissime e semplici: odia i supereroi perché hanno reso le persone pigre e deboli. Secondo la sua visione, appena c’è un problema gli umani lasciano che siano i supereroi a risolverli, così non fanno più nulla. E, se ci pensiamo bene, tutto ciò è verissimo e validissimo anche per il nostro mondo cinematografico. Il genere dei supereroi, che ormai ha invaso ogni produzione, ci ha fatto diventare spettatori pigrissimi. Come detto, siamo assuefatti al genere, alle storie, alle dinamiche tra personaggi, tra buoni e cattivi. I colpi di scena li leggiamo ore prima che accadono. L’onnipresenza dei supereroi al cinema non ha rovinato lo spettacolo, sarebbe radicale e sbagliato pensarlo, ma certamente ha impoverito originalità e creatività. E, di riflesso, ha standardizzato le aspettative di noi consumatori di cinema.

Che questo pensiero sia analizzato in un sequel, che quindi già di per sé nasce come meno originale, è astutissimo. Brad Bird è consapevole di riproporre agli spettatori la solita ricetta – Gli Incredibili 2 rispetto al primo film è inferiore in freschezza e energia – ma combatte l’inevitabile ripetitività innata nei sequel con una dose intatta di intelligenza, voglia di meravigliare, abilità satirica e tanto genuino irrefrenabile divertimento.

Metacinematograficamente parlando, Gli Incredibili 2 è un film sulla noia che i supereroi possono trasmettere (e che qui loro vivono in prima persona). Fare un film sulla noia a più livelli che sia così divertente e frenetico, davvero, è l’ennesima dimostrazione del livello Pixar. Con questa compagnia, la parola “capolavoro” non è mia abusata o tirata fuori impropriamente.

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Emanuele D’Aniello

Ai Musei Capitolini la mostra “La Roma dei Re. Il racconto dell’Archeologia”

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Dal 27 luglio 2018 al 27 gennaio 2019 nelle Sale Espositive di Palazzo Caffarelli e nell’Area del Tempio di Giove con reperti presentati per la prima volta al pubblico.

Dal 27 luglio 2018 ai Musei Capitolini La Roma dei Re. Il racconto dell’Archeologia, una nuova importante mostra ad ingresso gratuito per i possessori della MIC, la nuova card che può essere acquistata da chi risiede o studia nella Capitale a soli 5 euro consentendo l’ingresso illimitato per 12 mesi nei Musei Civici. Per info www.museiincomuneroma.it

Gli inizi di Roma sono spesso confinati, nella comune immaginazione, ai miti della fondazione tramandatici dagli storici antichi: dalla Lupa che allatta i Gemelli  presso la palude ai piedi del Palatino alla disputa fratricida tra Romolo e Remo. Un immaginario rafforzato dalla circostanza che l’immagine di Roma maggiormente proposta nei secoli è legata ai simboli e agli edifici del suo passato imperiale, e, d’altra parte, dalla difficoltà nel rintracciare opere immediatamente riconducibili alle fasi precedenti della vita della città, a partire dall’età repubblicana e andando ancora più indietro nel tempo.

La mostra La Roma dei Re. Il racconto dell’Archeologia è la prima di una serie di esposizioni temporanee che permetterà ai visitatori di recuperare, attraverso le stratificazioni archeologiche, i valori fondativi della città di Roma che, nonostante il passare dei millenni, incidono ancora nella vita degli odierni cittadini: lo sviluppo della società, la gestione del territorio e l’interazione con le altre comunità.

Ospitata nelle sale espositive di Palazzo Caffarelli e nell’Area del Tempio di Giove dei Musei Capitolini dal 27 luglio 2018 al 27 gennaio 2019, l’esposizione è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita Culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, curata da Isabella Damiani e Claudio Parisi Presicce, e organizzata da Zètema Progetto Cultura.

Prendendo il via dall’attenta lettura dei dati archeologici, La Roma dei Re. Il racconto dell’Archeologia accende i riflettori sulla fase più antica della storia di Roma, illustrandone gli aspetti salienti e ricostruendo costumi, ideologie, capacità tecniche, contatti con ambiti culturali diversi, trasformazioni sociali e culturali delle comunità che vivevano quando Roma, secondo le fonti storiche, era governata da re.

Grazie a lunghe attività di ricomposizione e di restauro a cura della Sovrintendenza Capitolina, con la collaborazione del Parco Archeologico del Colosseo che ha messo a disposizione i risultati delle più recenti ricerche nell’area nord-est del Palatino e sulla Velia, sarà possibile mostrare per la prima volta al pubblico dati e reperti mai esposti prima.

La mostra è realizzata con il sostegno di Sapienza Università di Roma (per i materiali degli scavi del Palatino e della Velia) e dell’Università della Calabria e University of Michigan (per i nuovi materiali di Sant’Omobono).

Si avvale inoltre, sempre in collaborazione con il Mibac, di preziosi prestiti da parte del Museo Nazionale Romano e del Museo delle Civiltà, e da parte della Soprintendenza per l’Area Metropolitana di Napoli.

Il percorso espositivo – che inizia a partire dal limite cronologico più recente, il VI secolo a.C., e arriva fino al X secolo a.C. – si snoda in diverse sezioni: Santuari e palazzi nella Roma regia, con reperti provenienti dall’area sacra di Sant’Omobono nel Foro Boario presso l’antico approdo sul Tevere; I riti sepolcrali a Roma tra il 1000 e il 500 a.C., con corredi tombali dalle aree successivamente occupate dai Fori di Cesare e di Augusto e dal Foro romano; L’abitato più antico: la prima Roma, con il plastico di Roma arcaica per un viaggio a ritroso nel tempo dalla Roma di oggi a quella delle origini; Scambi e commerci tra Età del Bronzo ed Età Orientalizzante, con testimonianze provenienti in massima parte dalla necropoli dell’Esquilino, uno dei complessi più importanti della Roma arcaica; e le sezioni Indicatori di ruolo femminile e maschile, Oggetti di lusso e di prestigio, e Corredi funerari “confusi”, che contengono reperti e oggetti provenienti anch’essi per lo più dalla necropoli dell’Esquilino a testimonianza di quella che poteva essere la ricchezza originaria della necropoli.

 

Ufficio stampa Zetema Progetto Cultura

Patrizia Morici +39 06/82077371; 348/5486548 p.morici@zetema.it

Gabriella Gnetti +39 06 82077305; 348/2696259; g.gnetti@zetema.it

SCHEDA INFO

 

Titolo mostra                        La Roma dei Re. Il racconto dell’Archeologia

Luogo                                    Roma, Musei Capitolini, Palazzo Caffarelli e Area del Tempio di Giove di Palazzo dei Conservatori. Piazza del Campidoglio 1

Apertura al pubblico           27 luglio 2018 – 27 gennaio 2019

Conferenza stampa            Giovedì 26 luglio 2018, ore 11.30. Sala Pietro da Cortona

Inaugurazione                     Giovedì 26 luglio 2018, ore 18.00

Orario                                    Tutti i giorni 9.30-19.30;  la biglietteria chiude un’ora prima

Giorni di chiusura:  25 dicembre, 1 gennaio

Biglietti

€ 15.00 biglietto integrato Mostra + Museo intero per i non residenti a Roma; € 13.00 biglietto integrato Mostra + Museo ridotto per i non residenti a Roma; € 13.00 biglietto integrato Mostra + Museo intero per i residenti a Roma; € 11.00 biglietto integrato Mostra + Museo ridotto per i residenti a Roma.

€ 2,00 sul biglietto gratuito, ad esclusione dei biglietti per scuole elementari e medie inferiori, bambini da 0 a 6 anni e portatori di handicap.

Acquistando la MIC Card, al costo di € 5.00, ingresso illimitato per 12 mesi ai Musei Civici per chi risiede o studia a Roma

Promossa da                        Roma Capitale, Assessorato alla Crescita Culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali

A cura di                               Isabella Damiani e Claudio Parisi Presicce

Organizzazione e

servizi museali                     Zètema Progetto Cultura

Info Mostra                           Tel. 060608 (tutti i giorni ore 9.00 – 19.00)

www.museicapitolini.org; www.museiincomune.it

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