L’amor sano e l’amor malato raccontati da Mauro Zucconi in “Io qui, tu là”

Mauro Zucconi

Tra le uscite primaverili della casa editrice Fazi Editore c’è anche il nuovo romanzo di Marco Zucconi, Io qui, tu là.

Un racconto in prima persona di un passato in cui ci si è sentiti intrappolati e dell’incontro che ha stravolto (in positivo) un’esistenza. In questo caso, la prima persona sarebbe Eugenio, uno scrittore che si ritrova nel “mezzo del cammin” della sua vita – proprio 35 anni – a dover fare i conti con una relazione infelice. O sarebbe meglio dire malata. La sua ragazza Addolorata, di nome e di fatto, ha un carattere tendente al lamento e all’insoddisfazione che poco si incastra con quello del protagonista. Se ciò che aveva attratto Eugenio in un primo momento era stato l’istinto da crocerossina, si è ben presto ritrovato incastrato in un rapporto soffocante.

E poi, nella vita di Eugenio è entrata Viola. Inizialmente, come una fan con cui scambiare qualche opinione letteraria tramite e-mail. In seguito, come amica, confidente e… nuovo amore.

Questa è la trama di Io qui, tu là.

Una storia semplice, lineare, che parla del più comune dei temi: l’amore.  Mauro Zucconi ci racconta le speranze e illusioni che sono legate a questo sentimento. Di come l’ideale dell’amore romantico (rappresentato da rapporto dei genitori di Eugenio) possa essere tanto fantastico quanto deleterio, poiché può diventare unico obiettivo di vita. E pur di avere un legame, si finisce per accontentarsi anche di chi non fa al caso nostro. Ma Io qui, tu là parla anche della “persona giusta”, della luce in fondo al tunnel, che può essere trovata nel momento in cui si ha il coraggio di non lasciar andare la propria vita al caso, ma si diventa padroni di essa.

Eugenio è un protagonista che si può amare quanto odiare. Abbiamo l’opportunità di conoscerlo bene poiché sua è la voce del narratore. Ci presenta i suoi pensieri, le sue emozioni e il proprio punto di vista sulla vicenda. Non è difficile empatizzare con lui perché è un essere umano comune. La sua famiglia, la sua crescita, le sue abitudini sono nella media, esattamente come le sue esperienze negative in amore. Anche i suoi ragionamenti in merito all’amicizia o all’esistenza in generale sono piuttosto condivisibili. Ma è altrettanto vero che l’indolenza che il personaggio mostra per tutta la prima parte del libro può provocare in chi legge una certa frustrazione. La consapevolezza di Eugenio della propria condizione e la sua mancanza di volontà per cambiare le cose possono infastidire. E questo conferma la credibilità del personaggio. D’altra parte nella vita succede di avere simpatie o antipatie per particolari comportamenti.

Perché secondo me esistono due modi di essere intelligente: il modo che ti fa raggiungere gli obiettivi che ti interessano, cioè che ti fa capire come raggiungerli, e il modo che è completamente inutile, perché non ti fa raggiungere gli obiettivi, ma ti fa sembrare intelligente in una maniera generale e astratta che non serve a niente.

Anche lo stile del romanzo deve incontrare i gusti del lettore. Questo perché si tratta di un parlato scritto.

Il romanzo potrebbe essere un lungo racconto fatto a voce da Eugenio. Il tono è colloquiale, ci sono molte ripetizioni che danno enfasi al discorso, numerosi segnali discorsivi e riferimenti a un possibile lettore/ascoltatore. Ci si sofferma molto sull’esplorazione dei pensieri e dei sentimenti del protagonista. Molte pagine sono dedicate alle riflessioni sulla sua famiglia, sul legame d’amicizia (così difficile da trovare e da coltivare), sull’esistenza. Non mancano i momenti ironici e le situazioni tragicomiche che fanno sorridere e in cui ci si può riconoscere.

Una lettura leggera e di compagnia, adatta ad accompagnarvi nel tragitto per andare e tornare da lavoro o la sera per rilassarsi.

La felicità è quello che la nostra natura ci porta a volere più di tutto il resto, alla fine.

Federica Crisci

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