Intervista a Vera Gheno: cos’è la social-linguistica e perché è così importante

sociolinguistica

In occasione degli incontri di Italiano Corretto, la due giorni di Pisa del 25 e 26 maggio 2018, abbiamo avuto modo di intervistare Vera Gheno, una sociolinguista di fama internazionale. Ecco cosa ci ha raccontato sulla lingua che cambia.

Vera è autrice dei libri Guida pratica all’italiano scritto (senza diventare grammarnazi), Franco Cesati Editore, 2016, un manuale di scrittura in ambito professionale, e di Social-linguistica, Franco Cesati Editore, 2017. Si tratta del diario di bordo di vent’anni di frequentazione dei “socialini” da parte di una sociolinguista interessata a capire cosa succeda alla nostra lingua e alla nostra società nella commistione tra vita online e offline.

Ciao Vera, partiamo subito dalle tue esperienze social: come sei arrivata a gestire il profilo Twitter dell’Accademia della Crusca? Come hai deciso di impostare la comunicazione su questo canale?

Io collaboro con l’Accademia da quasi vent’anni. Nel 2012, quando abbiamo aperto i canali social, ero una delle persone che già lavoravano sul sito web dell’Accademia. Insomma, ero nel posto giusto al momento giusto! Tra l’altro, non ero un’assidua utente di Twitter, però frequentavo i social da prima che si chiamassero così, all’incirca dalla fine degli anni Novanta. Quindi, avevo una buona esperienza di social networking e una discreta conoscenza dell’Accademia stessa: ho unito queste due competenze nell’ottica di dare vita a un canale di comunicazione che potesse davvero essere utile alle persone. Non ho mai riflettuto in termini di quantità (di post o di follower), ma di qualità.

Che cos’è la social-linguistica di cui parli nel tuo libro? Pensi che i social abbiano cambiato il nostro modo di comunicare e di recepire i messaggi?

Ho coniato l’espressione social-linguistica partendo dalla mia materia di riferimento: la sociolinguistica. Succintamente, posso spiegare che cosa sia la sociolinguistica dicendo che è una linguistica molto “pratica”, che si occupa di come parlano e scrivono le persone, di perché parlino e scrivano in un certo modo e soprattutto di che cosa racconti agli altri il loro comportamento linguistico. Ormai molti anni fa, mi sono appassionata alla questione delle lingue dei nuovi media e mi sono specializzata su quei temi.

Nel momento in cui ho potuto scrivere un intero libro sulla questione, mi è venuto in mente di battezzare con una parola la sociolinguistica dei social network: da qui nasce la “social-linguistica”. Penso che i social, in qualità di nuovi canali di comunicazione, abbiano sicuramente modificato il nostro modo di comunicare. Intanto, è diventato tecnicamente più facile stabilire e mantenere connessioni con persone anche fisicamente lontane, ma non per questo è diventato più semplice comunicare.

Soprattutto in rete, comunichiamo spesso per iscritto, ma con un’immediatezza che ricorda l’oralità. Questo provoca più di una conseguenza nefasta (per esempio, non si pensa a sufficienza che una cosa scritta su WhatsApp rimane, proprio perché scritta, per un tempo lunghissimo: se offendo una persona tramite messaggino, è diverso che offenderla a voce); oppure, non siamo pazienti quando stiamo attendendo risposta a un nostro messaggio: davanti alla doppia spunta blu, siamo capaci di andare nel panico se l’altro tarda anche solo un po’ a replicare…

vera gheno intervista

Noti una maggiore attenzione, negli ultimi tempi, per la lingua italiana? Se sì, secondo te a cosa è dovuto questo fenomeno?

Premesso che mediamente la conoscenza dell’italiano da parte dei non professionisti è viziata da pregiudizi linguistici e distorsioni di quanto imparato a scuola (esempio: chi scrive “organiziamo” con una z ricordandosi – male – la “regola -zio/-zia”, o chi reputa “se avrei” errore anche in un’interrogativa indiretta), mi pare che ci sia più interesse di una volta per l’italiano e per il suo funzionamento. Io penso che in questo abbia avuto un certo ruolo l’affaire “petaloso“, con l’inattesa e imprevedibile viralizzazione di quel termine inventato da un ragazzino di otto anni, soprattutto sotto forma di hashtag. Ho notato come da allora si faccia molto più caso ai neologismi, o come ci sia più interesse, in generale, per ogni curiosità linguistica. Per me, che ero assieme ad altri nella “stanza dei bottoni” durante la vicenda, questa conseguenza di “petaloso” è estremamente positiva.

Cosa significa, oggi, essere una sociolinguista, e qual è l’aspetto più piacevole o divertente del tuo lavoro?

C’è sempre bisogno di persone che facciano riflessione metalinguistica, dato che la competenza linguistica è trasversale a qualsiasi campo del sapere. In un certo senso, la lingua è alla base di tutto il sapere e della sua trasmissione: essere linguisti, quindi, è improduttivo solo per chi ragiona in termini di longarine prodotte.

Io amo visceralmente il mio lavoro. Amo occuparmi delle parole, della lingua, amo portare le persone a ragionare sull’importanza della competenza linguistica nella vita quotidiana come in quella professionale. Don Milani diceva che il povero sarebbe diventato potente imparando a leggere e scrivere; io penso sempre in questa prospettiva, invitando le persone a usare meglio questo strumento potentissimo che, di fatto, abbiamo tutti a nostra disposizione: la nostra lingua madre.

Cosa vuoi consigliare, infine, a chi desidera parlare e comunicare meglio in italiano?

Ieri ho tenuto un TedX a Montebelluna e ho dato questi tre consigli:

1) Coltivare il dubbio linguistico, perché troppe certezze sono deleterie.

2) Concedersi il lusso di un momento di riflessione prima di dire e scrivere qualunque cosa, perché pentirsene a posteriori è molto meno produttivo.

3) Quando non si è competenti su qualcosa, scegliere la strada del silenzio: non occorre per forza avere sempre un’opinione su tutto.

Sono i miei tre consigli facili facili per vivere meglio, in rete ma non solo. In fondo, l’aspetto di relazione con gli altri è davvero la parte più divertente del mio lavoro. Io la curo così.

Valeria Martalò

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