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Le opere di Banksy in un volume approfondito: L’arte come rivoluzione

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L’arte come rivoluzione è il libro che Maddalena Ricolfi ha pubblicato per Luni Editrice. Le opere di Banksy analizzate e studiate da un’esperta, che cerca di rispondere alle domande più scomode sull’artista: è puro marketing o c’è qualcosa di più?

Maddalena Ricolfi, classe 1993, è laureata in Economia e Gestione dei Beni Culturali e dello Spettacolo. Banksy: L’arte come rivoluzione è il suo primo libro. Si può definire una lunga inchiesta sulle opere di Banksy, l’artista più sfuggente del panorama mondiale. Citato persino da Pio XIII, il Papa irriverente di Sorrentino in The Young Pope, Banksy è il simbolo dell’“arte allo stato urbano” che sta modificando il volto delle nostre città.

Nel 2010 è stato perfino incluso da Time nella lista dei cento individui più influenti al mondo. Tra gli altri, in quell’elenco, c’erano Barack Obama, Bill Clinton, Steve Jobs e Lady Gaga. Forse contro la sua volontà, Banksy è ormai un artista di fama globale. Non si conosce con certezza la sua identità, eppure è uno dei creativi contemporanei più seguiti, persino da chi lo considera un puro fenomeno commerciale. Come può questo artista divisivo, questo “vandalo” imbrattatore di muri vedere il proprio lavoro esposto in un vero museo, a pochi metri dai capolavori “istituzionali” dei grandi maestri?

Perché Banksy piace così tanto?

E quello che vediamo di Banksy è arte o marketing, o entrambe le cose? Le domande del libro cercano una risposta non facile: l’autrice, cercando di trarne i riferimenti culturali essenziali, prova a dare una sua visione del fenomeno. Prima di tutto, come mostra bene Ricolfi, Banksy piace a tutti perché è comprensibile: non serve nulla di particolare per comprenderlo, ci si può avvicinare alla sua arte senza strumenti pregressi. Ed è anche per questo che la mostra di Milano sta avendo un successo enorme: ogni giorno file lunghissime di persone si recano al Mudec per vedere “A visual protest”.

Banksy è così. Colpisce senza preavviso, è diretto, ha un accesso immediato alla nostra sfera emotiva. Per essere capito e amato non richiede cultura né nozioni. Non richiede nemmeno un particolare gusto estetico.

Banksy però è un fenomeno troppo recente ed eccentrico perché tutte le nostre domande possano trovare risposta. L’autrice prova a ricostruire una sua biografia, partendo dai pochi indizi a disposizione. E traccia così un quadro abbastanza preciso di chi dovrebbe essere Banksy. Attraverso lo studio di diverse opere, nel libro si analizzano i diversi aspetti del lavoro di Banksy. I temi principali su cui si concentra l’artista sono la guerra, il consumismo, la popolarità, i social, il capitalismo. Molte delle sue opere vogliono provocare un piccolo choc nello spettatore, come quelle che mescolano personaggi Disney e scene di guerra. Pensiamo anche a Dismaland, il parco di divertimenti in cui tutti sono tristi e tutto è in rovina, aperto nel 2015 nel Regno Unito.

banksy opere

Nell’ultimo capitolo l’autrice analizza anche il significato di ciò che è avvenuto da Sotheby di recente, quando un’opera di Banksy è stata “fatta a pezzi” da un sistema inserito nella cornice dallo stesso autore. Doveva trattarsi di un gesto ribelle, che nelle intenzioni di Banksy voleva distruggere il valore dell’opera, ma ben presto la stessa tela è stata trasformata in performance e musealizzata. Non c’è via di scampo: ogni suo gesto ribelle viene immediatamente trasformato in una fonte di profitto. Sembra non esserci via d’uscita dal sistema…

Valeria Martalò

Attila tra Roma città aperta e “Buongiorno Principessa” al Teatro alla Scala

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Uno spettacolare Attila “al cinema” ha aperto ieri la stagione lirico-sinfonica 2018/2019 del Teatro alla Scala con la direzione di Riccardo Chailly e la regia di Davide Livermore

Attila di Giuseppe Verdi è un vero e proprio capolavoro. La musica di questo giovane all’epoca solamente trentatreenne è cupa, drammatica e fosca. L’opera, su libretto di Temistocle Solera con modifiche di Francesco Maria Piave (le cui modifiche indispettirono il Solera, tanto da decidere di non collaborare più con Verdi) basato sul dramma Attila, König der Hunnen di Zacharias Werner, andò in scena per la prima volta nel 1846 al Teatro la Fenice di Venezia.

L’opera, scritta durante il periodo famoso dei cosiddetti “anni di galera” di Giuseppe Verdi, è una delizia che può stare allo stesso livello dei grandi e più blasonati capolavori verdiani.

La devastazione atroce

Nel V secolo d.C., gli Unni stanno devastando Aquileia. Entra Attila, il loro capo, il quale rimane affascinato da Odabella, una donna dal carattere forte e guerriero. La ragazza vuole vendicare suo padre, Signore di Aquileia, ucciso da Attila. Attila le ordina di rimanere nel campo. In quel momento arriva Ezio, generale romano, il quale propone ad Attila di cedergli l’Impero d’Oriente e d’Occidente in cambio del suo dominio sull’Italia; patto che Attila rifiuta.

Intanto, nelle montagne, si prepara la rivolta contro gli Unni. A capitanarla è Foresto, compagno di Odabella, il quale sogna di salvare la patria e la sua donna. Egli è, dall’altro lato, amareggiato dal comportamento di Odabella, pensando che la ragazza lo sta tradendo. Durante un duetto, Odabella gli afferma che l’unico suo scopo è quello di vendicare il padre. Nel frattempo Attila è scosso, turbato. Durante un sogno ha avuto la visione di un vecchio, il quale gli ha intimato di stare lontano da Roma. Di lì a poco arriverà il corteo con Papa Leone I Magno che gli impone di fermarsi e salvare Roma. La profezia si è avverata.

La morte si avvicina

Ezio, saputo che l’imperatore Valentiniano vuole imporre una tregua con gli Unni, decide di accettare il patto di alleanza con Foresto. Lo scopo è uccidere Attila. Il piano si dovrà compiere, quando, durante un banchetto con i Romani, Attila dovrà morire bevendo una bevanda avvelenata preparata da Foresto. Egli avvisa Odabella del piano. La ragazza, per ottenere la sua vendetta personale, avvisa Attila del tranello e gli chiede di salvare Foresto ma, in cambio, ella dovrà sposarlo.

Foresto è deluso dal comportamento di Odabella. Il ragazzo viene a sapere da Uldino, fido collaboratore di Attila, che i Romani sono nel campo pronti ad uccidere Attila. In quel momento arrivano Ezio ed Odabella, la quale viene ripudiata dal suo amato. Attila, entrando, scopre di essere stato ingannato e ricorda i favori fatti: la salvazione della città di Roma, la vita di Foresto ed il trono per Odabella. Durante l’invasione dei Romani, Odabella uccide Attila con la sua spada. La vendetta è compiuta.

Una grande esecuzione

Il 07 dicembre è una data che tutti i melomani amano e tutti quanti noi, ieri sera, eravamo collegati su Raiuno per la diretta televisiva.  L’opera è perfetta per un’inaugurazione importante come quella scaligera. La produzione odierna, in scena dal 07 dicembre 2018 all’11 gennaio 2019 al Teatro alla Scala di Milano, è gloriosa per tanti motivi.

Protagonista assoluto è stato Ildar Abdrazakov, basso russo dalla voce magnifica. Presenza scenica notevole, notevole senso del fraseggio e attore di eccezionale capacità, è stato un Attila perfetto. A lui è stata tributata un’ovazione assoluta dopo la cabaletta Oltre quel limite.

https://www.youtube.com/watch?v=64hPiD2h1UA

Odabella era la soprano spagnola Saioa Hernández, debuttante assoluta alla Scala. SI tratta di una ragazza con grande senso della recitazione e vocalità notevolissima, seppur gli acuti delle volte erano un po’ aspri (dobbiamo immaginare l’emozione di un debutto così importante).

Ezio era il baritono romeno George Petean. Una voce calda, limpida, estesa (eccezion fatta per un brutto si bemolle acuto lanciato alla fine della cabaletta È gettata la mia sorte), e morbida. Si tratta di qualità che io già notai quando lo ascoltai dal vivo nel Simon Boccanegra al Teatro dell’Opera di Roma nel 2012.

Una novità

Una punta di delusione è stato Fabio Sartori come Foresto. Su di lui erano puntate molte attenzioni, in quanto il maestro Riccardo Chailly ha deciso di eseguire l’aria Oh dolore al posto della più celebre Che non avrebbe il misero, un’aria del III atto. L’aria sostitutiva è stata composta da Giuseppe Verdi per una ripresa dell’opera al Teatro alla Scala nel 1846 per Napoleone Moriani, il cosiddetto “tenore dalla bella morte” e, fino ad oggi, mai più eseguita dal vivo. Si tratta di un brano molto suggestivo ed elegante. La voce di Fabio Sartori è imponente ed adatta al ruolo (eccezion fatta per qualche difficoltà nella cabaletta Cara patria). Il problema di questo tenore, già sottolineato nella recensione dei Pagliacci all’Opera di Roma, è la mancanza di una grande personalità d’interprete.

Last but not least i grandiosi Orchestra e Coro del Teatro alla Scala guidati dal loro direttore stabile Riccardo Chailly. Una direzione che ha messo in luce l’aspetto cupo di quest’opera ma sempre “cantando con i cantanti“, cioè creando l’atmosfera giusta. Se proprio dovessi un appunto, gradirei un azzardo maggiore da parte di questo direttore. Il suo calibrare tutto con il bilancino rischia delle volte di togliere un poco di naturalezza all’esecuzione. Ma è un piccolo neo.

Ciak

La perla fulgida della serata è stata la messinscena di Davide Livermore, regista di un allestimento del Barbiere di Siviglia all’Opera di Roma pazzo e visionario. Livermore ha spostato l’azione durante l’occupazione nazista. Attila è un soldato tedesco che invade il suolo friulano. Nella sua visione pazza e geniale, il regista ha inserito elementi che ricordavano i grandi capolavori del cinema neorealista come la fucilazione iniziale che ricordava la celebre scena di Anna Magnani in Roma città aperta. Le stesse atmosfere che abbiano vissuto con La Vita è Bella. Ma la storia era quella descritta da Giuseppe Verdi.

I costumi di Gianluca Falaschi, le scene di Giò Forma, le luci di Antonio Castro ed i video di D-wok hanno contribuito a creare l’aspetto visionario voluto dalla regia.. Nella scena dell’apparizione di Papa Leone Magno è stato ricostruito, con una cura ossessiva dei costumi, delle pose e dei fondali in 3D, l’affresco con L’Incontro di Leone Magno ed Attila dipinto da Raffaello Sanzio nella Stanza di Eliodoro nei Palazzi Vaticani. I video riprodotti sui fondali raccontavano la storiacome  il volto di una ragazza disperata per un probabile assassinio e l’uccisione del padre di Odabella (effetto quest’ultimo, ad essere onesti leggermente ingenuo) e la scenografia ricostruiva perfettamente anche i mosaici della Basilica di Santa Maria Assunta di Aquileia. Il tutto senza mai dimenticare la cura per la recitazione, conditio sine qua non per la riuscita di uno spettacolo

Per amore dell’onestà, oltre al video dell’uccisione del padre, è stata poco credibile la morte di Attila, con la giugulare tagliata da Odabella quando doveva ancora cantare le ultime frasi.

Il teatro è teatro

Ma è stato un grande spettacolo, perché, non dimentichiamoci, l’opera è teatro ed il teatro è spettacolo.

 

teatro scala milano - attila verdi

 

Alla fine ovazioni con quindici minuti di applausi e applausi interminabili all’inizio per il Presidente Sergio Mattarella, presente in sala, con il pubblico in festa che canta Fratelli d’Italia.

Marco Rossi

@marco_rossi

(Foto di Marco Brescia e Rudy Amisano -Pagina Facebook Teatro alla Scala)

I The Jackal raccontano l’ISTAT (sì, avete letto bene)

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Ognuno di noi può essere un campione nel gesto quotidiano, ma anche come parte di qualcosa di più grande. Da questo semplice ma efficace assioma nasce la campagna pubblicitaria che ha dato un nuovo volto all’ISTAT in occasione di una grandissima innovazione, i censimenti permanenti.

Dovendo proporre agli italiani un censimento annuale e non più decennale, l’Istituto Nazionale di Statistica ha intrapreso una campagna social davvero pimpante, per dare un nuova immagine di sé e raggiungere i cittadini. E chi meglio dei The Jackal per fare da testimonial con i loro divertentissimi video?

Nonostante infatti molte aziende siano state – e spesso ancora siano – molto scettiche nei confronti del marketing digitale, è impossibile negare quanto la pubblicità online, in particolar modo nelle declinazioni dell‘influencer marketing e del social media marketing stia dando davvero un valore aggiunto alla comunicazione tra le parti.

https://www.youtube.com/watch?v=1v8PTTA4Xcc

La campagna proposta dall’ISTAT sui social, oltre al simpatico intervento degli youtubers, vede protagonista il nuovo sito Censimenti Giorno Dopo Giorno ma anche un contest sui social che coinvolge direttamente gli italiani.

#UnGiornoDaCampione è l’hashtag ufficiale, accompagnato da #CensimentoPermanentePopolazione. Lo scopo è quello di coinvolgere le persone, giocando con la parola campione, molto cara alle statistiche e al doppio significato di “vincitore”. L’italia, afferma il claim, ha bisogno di campioni e non solo a livello di numeriche! Consultando il sito è possibile scoprire tantissime informazioni sulla popolazione, tutte spiegate molto facilmente – e in maniera particolarmente accattivante – attraverso l’uso di simpatiche infografiche.

Non solo: tutti gli italiani sono stati invitati a postare su Instagram un video o una fotografia con cui raccontare il momento in cui si sentono “campioni di normalità”. La scadenza di partecipazione era il 30 novembre 2018, quindi non ci resta che aspettare e scoprire quale fortunato utente si è aggiudicato uno degli allettanti premi in palio (action cam, drone con telecamera e macchina fotografica istantanea per il contest fotografico e 5000, 3000 e 2000 euro per chi avrà raccontato la normalità con un video).

Nel frattempo, se volete immergervi anche voi nel mondo delle statistiche con leggerezza potete dare un’occhiata alla pagina Facebook Censimenti Giorno Dopo Giorno, dove quotidianamente vengono offerti deliziosi frammenti della vita nel Bel Paese:

tutti gli affamati di conoscenza non potranno privarsi di queste informazioni, ma anche i professionisti dell’informazione potranno avvalersi, in un modo molto più diretto, di tante numeriche su cui riflettere dedicate agli ambiti più disparati, dalla violenza di genere alle abitudini alimentari. La curiosità, del resto, va di pari passo con l’informazione, e questo l’ISTAT l’ha capito, ma soprattutto ha lavorato in “modalità 3.0” per dimostrarlo anche ai cittadini italiani.

 

Alessia Pizzi

L’Istat “dà i numeri” introducendo il censimento annuale

“Vedere e rivedere”: la Fototeca di Adolfo Venturi in mostra

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Fino al 20 dicembre 2018 gli spazi del MLAC della Sapienza accoglieranno parte della fototeca costituita dal “padre” della Storia dell’arte in Italia.

La mostra inaugurata il 22 novembre presso il Museo Laboratorio di Arte contemporanea (MLAC) dell’università di Roma La Sapienza: La Fototeca di Adolfo Venturi alla Sapienza, curata da Ilaria Schiaffini e Maria Onori, è una buona occasione per riflettere sul ruolo della fotografia nello studio della storia dell’arte agli inizi del secolo scorso.

Ammirare oggi il Battesimo di Cristo di Piero della Francesca alla National Gallery di Londra non è mai stato così semplice! Con un volo low cost, la possibilità di poter guardare da vicino il noto capolavoro è alla portata di una buona fetta della popolazione.

In alternativa, investendo meno risorse economiche e minor tempo, ci si può accontentare delle molte riproduzioni fotografiche disponibili sui libri e soprattutto su Internet (magari con l’altissima risoluzione offerta dal sito della stessa National Gallery). Così l’opera può essere facilmente vista sul proprio PC, telefono o tablet, pronta per essere salvata, modificata, proiettata, condivisa. Ciò ha rappresentato una vera e propria rivoluzione, soprattutto per chi, come lo storico dell’arte, si rivolge quotidianamente alle opere (anche meno note e in luoghi poco accessibili).

Viene quasi da fantasticare sull’epoca precedente questa radicale trasformazione, quando anche un semplice “sopralluogo” in provincia poteva trasformarsi in un’impresa avventurosa e le fotografie – quanto mai indispensabili – erano un vero e proprio tesoro.

Adolfo Venturi, “padre” della storia dell’arte in Italia, era impegnato sul fronte della tutela lavorando per anni presso l’amministrazione delle Antichità e Belle Arti del Regno d’Italia. Passò poi all’insegnamento, fondando nel 1901 la prima cattedra nazionale di Storia dell’arte proprio alla Sapienza.

Venturi comprese l’importanza della fotografia come strumento metodologico, costituendo – con fini didattici – una ricca fototeca. Di questa, la presente mostra presenta una piccola ma intelligente selezione di grandi formati in bianco e nero realizzati dalle più importanti ditte europee di fotografi.

Queste fotografie sono oggi una fonte preziosa di conoscenza storica.

Come ricorda Ilaria Schiaffini nell’introduzione al catalogo della mostra, queste fotografie «testimoniano le vicende attributive delle opere, il loro stato di conservazione all’epoca della ripresa, il transito in collezioni pubbliche e private, l’uso delle riproduzioni ai fini della ricerca scientifica e della formazione degli allievi. D’altro canto le fotografie offrono sempre una interpretazione del soggetto che va contestualizzata all’interno di modalità tecniche e, in senso ampio, linguistiche proprie della ditta e/o dei fotografi che le eseguirono, in stretta relazione con le esigenze della committenza».

Se i fondi fotografici di altri storici dell’arte sono oggi ben noti e, a volte, anche digitalizzati, il fondo di Venturi necessitava ancora di una piena valorizzazione.

La presente mostra, accompagnata anche da un elegante e agevole catalogo (La Fototeca di Adolfo Venturi alla Sapienza, a cura di Ilaria Schiaffini, Campisano Editore, Roma 2018), costituisce un tassello importante in quanto risultato di un progetto d’inventariazione, ricerca e restauro ancora in corso che ha coinvolto anche studenti, dottoranti e specializzandi in Storia dell’arte della Sapienza.

Fino al 20 dicembre, attraverso un percorso articolato in tre sezioni (I fotografi; L’editoria illustrata; Tra ricerca e didattica), sarà possibile dunque ammirare alcune pregiate riproduzioni fotografiche. Fra esse La Primavera di Botticelli, La Presentazione al Tempio di Andrea Mantegna, il Ritratto di tre donne di Palma il Vecchio, l’Ultima cena di Leonardo e il Concerto interrotto di Tiziano.

Il motto di Adolfo Venturi “vedere e rivedere” ben si addice alla funzione di queste fotografie che, dobbiamo immaginare, sfilarono più e più volte sotto gli occhi dello studioso e dei suoi allievi, sollecitando un confronto continuo con le opere.

Lo stesso invito, “vedere e rivedere”, è incoraggiato dalla mostra del MLAC che ci spinge a (ri)prendere coscienza del nostro sguardo, invitandoci ad abbandonare quel senso di familiarità con le opere che spesso accompagna la nostra visione (così assuefatta dal bombardamento mediatico contemporaneo) per tornare, invece, a guardarle in modo meno scontato e con un occhio più attento.

La mostra sarà visitabile dal 23 novembre al 20 dicembre, dal lunedì al sabato con orario 15.00-19.00.

Ingresso gratuito.

Daniele Di Cola e Francesca Blasi

Banksy a Milano: la grande mostra del Mudec. A Visual Protest

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A visual protest: The art of Banksy è la grande mostra del Mudec di Milano, aperta al pubblico dal 21 novembre al 14 aprile 2019.

Come vi avevamo anticipato, Banksy è arrivato a Milano. Ed è strano percorrere le stanze di questa mostra, dato che lo stesso artista ha sempre dichiarato di essere contrario alle mostre d’arte e, più in generale, alla mercificazione dell’arte. La mostra di Milano infatti non è stata autorizzata dall’artista, così come tutte le altre mostre in giro per il mondo.

Ecco cosa si legge in una nota sul sito ufficiale dell’artista. “Il pubblico dovrebbe essere consapevole del fatto che c’è stata una recente ondata di mostre su Banksy, nessuna delle quali è consensuale. Sono state tutte organizzate senza che l’artista ne fosse a conoscenza o senza che fosse stato coinvolto. Vi preghiamo quindi di approcciarvi a queste mostre di conseguenza”.

Si tratta comunque di un ottimo modo per avvicinarsi all’opera di Banksy, l’artista contemporaneo più chiacchierato e meno visibile. A suo dire, l’invisibilità è un superpotere, ma spesso ce ne dimentichiamo, e tendiamo a mettere online tutta la nostra vita. L’artista ha scelto invece l’invisibilità, e la mostra di Banksy a Milano lo dimostra. Tanti sono i libri di recente editi per spiegare il fenomeno Banksy, e presto al cinema vedremo anche L’uomo che rubò Banksy, narrato da Iggy Pop.

La prima mostra monografica in Italia

Le sue opere sono spesso connotate da uno sfondo satirico e trattano argomenti universali come la politica, la cultura e l’etica. Sono già state organizzate diverse mostre su Banksy presso gallerie d’arte e spazi espositivi, ma mai un museo pubblico italiano ha ospitato finora una sua monografica. Il MUDEC – Museo delle Culture di Milano per la prima volta ospita all’interno delle sue sale una retrospettiva sull’artista inglese.

“A Visual Protest. The Art of Banksy” è un progetto espositivo curato da Gianni Mercurio, e raccoglie circa 80 lavori tra dipinti, prints numerati (edizioni limitate a opera dell’artista), corredati di oggetti, fotografie e video, circa 60 copertine di vinili e cd musicali da lui disegnati e una quarantina di memorabilia.

In linea con i principi di fruizione delle opere dell’artista non sono presenti in mostra suoi lavori sottratti illegittimamente da spazi pubblici, ma solo opere di collezionisti privati. Si tratta di opere provenienza certificata. Nella mostra si illustrano i “movimenti” che hanno utilizzato una forma di protesta visiva attraverso la fusione di parole e immagini e con un’attitudine all’azione, a cui Banksy fa riferimento esplicitamente. Le opere esposte sono suddivise per generi e temi, come ad esempio l’idea e la pratica della serialità e della riproducibilità.

Una speciale sezione video racconterà al pubblico i murales che Banksy ha realizzato in diversi luoghi del mondo, tuttora esistenti o scomparsi. Si evidenzia così quanto il Genius loci sia un aspetto fondamentale nel suo lavoro: molti lavori nascono infatti anche semplicemente in funzione dei e per i luoghi in cui sono realizzati.

Valeria Martalò

Dall’intelligenza all’intelligenza emotiva

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Pensare, comprendere, spiegare, elaborare, persino giudicare, rientrano nella rosa delle facoltà psichiche e mentali che possiamo racchiudere in una sola parola: intelligenza.

Al giorno d’oggi, si sente sempre più spesso parlare di una particolare branca dell’intelligenza, che identifica un concetto per certi versi a sé stante e distinto: l’intelligenza emotiva. Secondo gli studiosi, essa coinvolge l’abilità di percepire, valutare ed esprimere un’emozione, di accedere ai sentimenti e crearli quando facilitano i pensieri. Comprende anche l’abilità di capire l’emozione e la conoscenza emotiva e quella di regolare le emozioni stesse per promuovere la crescita emotiva e intellettuale.

Secondo lo psicologo Daniel Goleman alla base di questa intelligenza emotiva ci sarebbero due competenze: quella personale, utile per il controllo di noi stessi, e quella sociale, che serve per la gestione delle relazioni con gli altri. La consapevolezza di sé, che si può incrementare stimolando l’intelligenza emotiva, consente un controllo sano dei propri sentimenti e dei pensieri collegati a ciò che si prova in un determinato momento.

Il tuo destino è sbocciare: un viaggio verso la crescita personale

La capacità di governare sentimenti e pensieri collegati ad essi, derivante dall’intelligenza emotiva, favorisce ad esempio la fiducia in se stessi. Un tema, questo, trattato moltissimo non solo durante specifici corsi di autostima tenuti da mental coach, ma anche all’interno di libri sulla crescita personale e blog di crescita personale. Abbiamo mostrato quindi l’intelligenza emotiva come fosse un motore in grado di far acquisire consapevolezza di se stessi, credere in se stessi e, come conseguenza, stabilire una comunicazione efficace con gli altri.

Un libro di crescita personale che offre una panoramica su questi e altri argomenti correlati, in maniera divertente e pratica, è ‘Il tuo destino è sbocciare’. Ne è l’autore Stefano Pigolotti, un mental coach professionista che ha creato percorsi formativi e di consulenza incentrati sul potenziamento delle attitudini personali, grazie alle sue esperienze imprenditoriali e di studio nell’ambito della comunicazione.

Il suo ultimo successo è, appunto, questo libro sulla crescita personale che è stato recentemente presentato nel riuscitissimo evento del 2 dicembre a Montichiari, precisamente da CLOE, in via Oscar Romero n° 43. Terza tappa di un tour che ha anche visto sold out le due precedenti date in Valtellina del 26 e 27 novembre.

La forza consapevole: un libro per tirarla fuori

“Il tuo destino è sbocciare” è un libro formativo e allo stesso tempo scorrevole, davvero alla portata di tutti. La guida, che accompagna il lettore capitolo dopo capitolo verso la consapevolezza di sé in un percorso di crescita personale, è un amico allegro e determinato: un cactus.

Tra le righe, l’autore parla di una forza, insita dentro ognuno di noi, che nasce dalle emozioni, dal coraggio di essere se stessi, di piangere e non vergognarsi, di ridere in modo contagioso e affrontare gli ostacoli che la vita ci pone davanti. Si tratta di una forza consapevole, quindi, l’essenza stessa di ogni essere umano, che una volta individuata aiuterà il lettore a mettere a frutto le sue competenze, rendendole uniche e autentiche.

“Rock & Arte” il libro che tutti gli amanti del rock dovrebbero avere

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Si chiama “Rock & Arte,  quando il rock incontra l’arte” il nuovo libro uscito per i tipi della Hoepli, casa editrice che ha dedicato un’intera collana alla musica. Scritto a sei mani da Ezio Guaitamacchi, Leonardo Follieri e Giulio Crotti, già dal titolo si potrebbe intuire che è libro da vedere e da leggere allo stesso tempo.

Uno di quei libri che da piacere anche solo sfogliare, per cercare immagini e foto di artisti che si riconoscono. È solo dopo un po’ di tempo che lo si prende in mano e lo si sfoglia più volte che si decide di approfondirne il contenuto. Si tratta di un volume di quattrocento pagine molto denso di immagini e foto su carta spessa. Ed è solo leggendolo che si scoprono innumerevoli aneddoti, storie e personaggi che hanno ruotato intorno ai più  grandi divi e dive del rock, per poterne creare delle vere e proprie icone artistiche. Le storie sono innumerevoli, vanno dagli inizi del rock&roll ai giorni nostri e sono tutte molto interessanti.

Una piccola anticipazione del tipo di contenuti che possiamo trovare nel libro ce li ha forniti uno degli autori, Ezio Guaitamacchi, al quale sono riuscito a porgere alcune domande.

Cominciamo dal titolo “Rock & Arte”: un connubio che ha funzionato sin dagli esordi della musica rock. Si è capito subito che questa nuova musica portava con sé una carica estetica diversa, un valore artistico che rompeva con tutti i canoni precedenti. Se dovesse puntare il dito verso un artista, chi sarebbe il primo da imputare di aver fatto di sé stesso o del proprio lavoro un’opera d’arte?

Ce ne sono tanti, visto il tema del libro e come viene affrontato, anzi potremmo forse dire che più o meno tutti gli artisti (e non per forza in maniera consapevole) hanno fatto di loro stessi un’opera d’arte. Ma se proprio dovessimo sceglierne soltanto la scelta ricadrebbe forzatamente su Elvis.

E non è una risposta scontata. Anche da questo punto di vista, “The King” ha rappresentato l’inizio vero e proprio della rivoluzione. Da quando si mette a frequentare la boutique di Lansky su Beale Street a Memphis comincia a creare quel look particolare che lo accompagnerà fino alla morte. Elvis non va sottovalutato nemmeno come anticipatore dei tempi, se pensiamo al completo in pelle nera disegnato da Bill Belew della IC Costume Company per il ’68 Comeback Special, il celeberrimo programma televisivo trasmesso dalla NBC che segna il suo ritorno alla musica dopo la lunga parentesi hollywoodiana. Dieci anni dopo avremmo visto gruppi punk vestiti allo stesso modo.

[dt_quote type=”pullquote” layout=”right” font_size=”big” animation=”none” size=”1″]Nel libro,  tra le “quote” che accompagnano la normale lettura, viene citato Marc Bolan, leader dei T.Rex, che diceva: “Le persone sono opere d’arte e se hai un bel viso tanto vale giocarci un po’. Sennò sai che noia?”[/dt_quote]

Inutile sottolineare che chi non ha avuto bisogno di affermare questo messaggio, ma lo aveva compreso appieno già di suo, è stato David Bowie (nato peraltro anche lui l’8 gennaio come Elvis, ovviamente in anni diversi). Tutta la sua arte e tutto il suo continuo trasformismo hanno veicolato anche la sua ispirazione musicale sempre diversa, ma sempre con un imprinting riconoscibile nelle sue varie fasi. Anche lui ha fatto di se stesso un’opera d’arte.

Rock & Arte è stato frutto di molte collaborazioni, l’arte nel rock è stata molte cose: una fotografia scattata al momento e all’artista giusto, una bella copertina di un album così come una locandina di un concerto o un videoclip. Non sempre, però, è stato compreso a pieno il valore artistico del rock, come si è evoluta nel tempo questa considerazione?

Ogni lato artistico legato al rock ha avuto il suo periodo di rilevanza superiore rispetto ad un altro. Forse il primo esempio è quello delle copertine perché rappresentavano il primo contatto immediato, ancor prima dell’ascolto del disco, tra gli artisti e i potenziali fan. Le copertine forse diventano importanti dal Sgt. Pepper’s dei Beatles in poi con la grande idea partorita da Peter Blake o dalla banana lisergica per Velvet Underground & Nico voluta da Andy Warhol.

Tutto però inizia da quando si diffonde maggiormente il 33 giri rispetto al 45: la possibilità di inserire più brani in uno stesso supporto fisico amplia necessariamente (e fortunatamente per noi che ascoltiamo) l’ispirazione degli artisti e di conseguenza anche i creatori degli artwork non sono da meno: non solo The Dark Side Of The Moon, ma tutte le copertine realizzate da Storm Thorgerson per i Pink Floyd sono forse l’esempio migliore in questo senso, ma anche Blake e Warhol prima non sono citati a caso perché sono inseriti in un’apposita sezione, “L’Ottava Arte”, che si occupa degli artisti e designer più versatili, influenti e creativi rispetto alla norma.

Oggi consideriamo copertine, poster, foto e tutta l’arte legata al rock come oggetti di culto e quindi da collezione. Nella maggior parte dei casi ci troviamo di fronte a vere e proprie opere d’arte, a giudicare dai prezzi che vengono battuti all’asta, dai musei in cui sono esposte e dalle mostre (David Bowie Is, Rolling Stones Exhibitionism e via dicendo) che ormai rappresentano un vero e proprio trend mondiale per l’idea di rock di questi ultimi anni.

Nel vostro libro, che per altro ha una bellissima impostazione, dalla copertina alle tantissime immagini e storie di cui il libro è pieno, si passano in rassegna tantissimi artisti che hanno cavalcato le scene del rock per molti anni. Qual è lo stato dell’arte oggi? C’è ancora questo senso artistico nel mondo del rock?

Si e ci sarà sempre finché c’è il rock e il senso artistico del rock sarà sempre figlio dei suoi tempi. C’è da un lato la “retromania” con le edizioni deluxe che spesso escono in occasione degli anniversari a cifra tonda e dove anche gli artwork vengono riproposti nella forma e nel packaging originale, ma vengono anche aggiornati con altro materiale raro e artistico, tanto quanto quello musicale. Dall’altro ci sono sempre le copertine, i poster o le foto rock di gruppi attuali, ma adesso viene diffuso il tutto principalmente tramite smartphone o social network, per cui la fruizione è cambiata ed è molto più “usa e getta”, come spieghiamo soprattutto alla fine della sezione dedicata ai poster.

Dal punto di vista dei film o della cinematografia rock forse non ci siamo mai fermati e siamo andati oltre con i tanti docufilm sul rock e sulle rockstar. In questi giorni sta uscendo poi Bohemian Rhapsody, il film dedicato a Freddie Mercury e ai Queen, e da alcuni anni nelle sale cinematografiche possiamo rivedere interi concerti, penso ad esempio tra i tanti al Celebration Day dei Led Zeppelin o The Wall di Roger Waters. Poi ci sono stati anche ibridi interessanti come 20,000 Days On Earth con uno strepitoso Nick Cave o la bellissima serie di documentari dei Foo Fighters che ha arricchito l’uscita del loro album Sonic Highways.

Secondo lei le nuove tecnologie stanno influenzando il mondo del rock? Penso alla rappresentazione che molti artisti fanno di loro stessi durante la loro quotidianità, non si perde un po’ quella sana mitizzazione che ha caratterizzato a lungo le rockstar?

Stanno influenzando il mondo del rock e continueranno a farlo, perché, come ha detto Marilyn Manson: “L’arte non è mai una cosa unica”. È vero che si perde la mitizzazione delle rockstar con l’immediatezza dei post su un social network, però sappiamo anche che le rockstar non sono diventate famose per gli algoritmi, ma per il loro talento, così come quelle del futuro diventeranno famose se avranno qualcosa di rilevante da proporre non solo per la classifica o le visualizzazioni su YouTube, ma per il loro valore artistico. Tuttavia in alcuni casi (non tutti) può essere comunque un regalo vedere subito un’esibizione dal vivo della sera precedente se i nomi sono per esempio Paul McCartney e Bruce Springsteen insieme sullo stesso palco.

Proviamo a fare un focus in casa nostra. Se devo pensare all’accostamento artistico con la musica rock mi viene in mente il progressive (debitamente citato nel libro), che forse si è avvalso di qualche disegnatore doc; poi qualche artista come Schifano, intorno al quale giravano molti personaggi del rock. Come si è comportato il nostro paese, artisticamente, verso questo movimento musicale?

Dal punto di vista del progressive molto bene perché con merito anche a casa nostra abbiamo saputo rinnovare il rock. In Rock & Arte parliamo di prog e parliamo in particolare di un grande personaggio come Gianni Sassi. Era un intellettuale, era la mente dietro la Cramps, l’etichetta fondata insieme a Franco Mamone che aveva prodotto gli Area, Finardi, Battiato e tanti altri artisti che in maniera riduttiva possiamo etichettare come prog, ma che avevano davvero qualcosa di innovativo da affermare. Lui aveva creato ad arte (è il caso di dirlo!) alcune copertine, ma riusciva soprattutto a gestire collettivi o gruppi di lavoro, magari anche solo grazie a cene in cui partecipavano allo stesso tempo John Cage, l’attrice Paola Pitagora, operai dei Cobas e altri artisti che poi venivano prodotti dall’etichetta.

Nel libro viene citata una dichiarazione di Eugenio Finardi che ricorda proprio questi momenti che divenivano grande fonte d’ispirazione anche per lui che in quegli anni pubblicava i suoi primi album. Si trattava di artisti di talento che a Milano vivevano in una situazione ottimale, anche perché erano guidati da un grande come Gianni Sassi.

C’è qualche artista o gruppo che, per motivi biografici o di altra natura, rimpiange di non aver lasciato quanto dovuto?

Forse c’è qualche artista che non è riuscito a diventare famoso per motivi diversi rispetto alla musica e rimpiange più questo. Joni Mitchell ha creato diverse sue copertine e si autodefinisce come una pittrice prestata alla musica, eppure per noi rimane soprattutto una splendida e leggendaria singer songwriter. È un discorso che affrontiamo nell’ultima sezione del libro con le rockstar che si danno ad altre forme d’arte.

Pensando alle copertine, chissà se Barry Godber, il giovane autore della copertina di In The Court Of The Crimson King dei King Crimson, avrebbe creato altri lavori così importanti, considerando che la sua unica opera a volte viene utilizzata come immagine rappresentativa dell’intero movimento prog, visto che l’album era stato pubblicato nel 1969 e per qualcuno fu quello l’inizio della nuova ondata. Quando ci ha lasciato aveva solo 24 anni…

Non penso ci siano artisti o gruppi che rimpiangono di non aver lasciato quanto dovuto.

[dt_quote type=”pullquote” layout=”right” font_size=”big” animation=”none” size=”1″]C’è chi come Bob Dylan, grazie a quello che ci ha lasciato e ci sta ancora lasciando, ha vinto un Nobel per la letteratura, sdoganando definitivamente il rock, ammesso che ce ne fosse ancora il bisogno, e sdoganando l’idea della sottocultura o della controcultura che da sempre sminuisce l’importanza storico-sociale di un movimento del genere.[/dt_quote]

Forse c’è semplicemente il rimpianto per noi di non essere riusciti a vedere cosa avrebbero potuto ancora creare tutte le rockstar che ci hanno lasciato prematuramente, ma spesso quello che ci hanno lasciato è molto di più di quanto pensiamo… arte legata al rock compresa.

Tommaso Fossella

Scatti della vita artistica di Tina Modotti

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Tina Modotti nasce a Udine in fin de siècle da natali umili: madre cucitrice e padre carpentiere.

Cresce in seno alla povertà e a un desiderio di rivendicazione che la condurranno, sebbene tardivamente, a un’indipendenza e un individualismo che all’epoca erano una prerogativa esclusivamente maschile.

La sua famiglia è costretta a emigrare in Austria con la speranza di trovare prospettive occupazionali ed economiche migliori; al suo ritorno ad Udine Tina frequenta la scuola primaria in loco e in tenera età si accosta alla fotografia. Lo zio paterno possiede uno studio fotografico, un habitat che desta in lei subito una familiarità.

Un regime di confidenza si instaura precocemente tra Tina e questa espressione artistica.

Nel 1913 raggiunge in America, a S. Francisco, la sua famiglia emigrata nuovamente alla volta di una sorte migliore e comincia a lavorare in una fabbrica tessile. Ella respira il sostrato umano sociale dell’ambiente operaio e ne sposa da subito il pensiero.

In seguito persegue le sue velleità artistiche recitando in opere di Pirandello; al momento ancora non matura una professionalizzazione dell’arte della fotografia.

Evento determinante che cambia il decorso degli eventi è il suo matrimonio con il pittore Roubaix de l’Abrie Richey (Robo). Costui la introduce nel “ginepraio hollywoodiano” e Tina viene notata, oltre che per la sua avvenenza, per la sua aura malinconica, intensa che la contraddistingue dal parterre femminile all’epoca. Recita in alcune pellicole, come “Tiger’s coat”, che la qualificano come interprete valida.

Vedova, intraprende una relazione con il fotografo Edward Weston e si sposta in Messico.

Qui inizia a frequentare il circolo dei muralisti, quali Diego Riveira e Clemente Orozco, accogliendo i dettami del partito comunista messicano. Nota la sua amicizia con la pittrice Frida Khalo, con cui condivide spirito e iniziative.

Tina fa collimare il senso civile e il senso artistico e crea il suo stilema, improntato sull’immediatezza del quotidiano operaio. Prende corpo un’idea di fotografia che esemplifichi la vita, nelle sue crudezze e asperità. Nel 1924 Palacio de Minerìa ospita una sua mostra dove gli scatti assurgono a dei veri e propri documenti. Secondo Tina la fotografia essendo pura espressione del contingente è testimonianza. Un’arte in cui risiede l’obbiettività della vita, che può essere scansionata in tutte le sue ombre.

Riconosciuta quale artista professionista ora Tina può essere indipendente economicamente, intellettualmente e affettivamente. Il suo credo sarà la partecipazione attiva al partito comunista che la sostiene e la coopta fino in Russia, ove entrerà a far parte della polizia sovietica e parteciperà alla mobilitazione socialista. In seguito giunge in Spagna durante la guerra civile, legandosi all’italiano Antonio Vidali. Nel 1945 Tina muore d’infarto, anche se, in realtà, si suppone un diverso epilogo nel quale sia stata vittima di una cospirazione politica.

Metto troppa arte nella mia vita

Tina vuole essere considerata solo una fotografa. Non ama la denominazione di artista, le sembra stucchevole e fuorviante rispetto al rigore morale e civile della sua attività.

I suoi scatti sono pieni di ardore, di quell’ardore che prova solo chi ha coscienza di sé e della propria condizione. Un registro consapevole, di stampo quasi virile che nel suo celeberrimo “Le mani di burattinaio” pone il suo manifesto.

Un vero e proprio “bardo” di chi è entrato in contatto con la fatiscenza della vita e la contrasta con il vero.

Tina con la sua arte stenografa il peso dell’esistenza umana, registra la vita in ogni suo attimo: primordi di una “street photography”. La denuncia è arte, ha valenza estetica. Ella sposa il rigore dell’autenticità che non può abbacinarsi su meri principi decorativi estetici.

Come un urto con il visibile, la sua fotografia stigmatizza questa collisione. Non nasconde, anzi fa mostra del vulnerabile e del corrotto.

Assorbe tutti gli input che provengono dall’esterno e non li rielabora, ma “come un ready made” li esemplifica semplicemente, laconicamente.

Un silenzio che proviene dal vero, senza bisogno di barocchismi e artifizi. Rifugge ogni vano estetismo che le sembra corrompa la genuinità del messaggio.

Costanza Marana

Emma Dante con “Gli alti e bassi di Biancaneve” finisce per ammaliarci

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Il Teatro Palladium di Roma ha ospitato lo spettacolo di Emma Dante “Gli alti e bassi di Biancaneve” il 1° e il 2 dicembre per il festival “Flautissimo 2018 – Camminando a vista”.

Secondo Emma Dante, c’è un filo rosso che unisce le favole più famose: “il principe è sempre principe dall’inizio, la principessa mai. Tutte quelle che conosciamo se la sono dovuta guadagnare, chi facendo la sguattera, chi dormendo cent’anni. Le donne delle favole fanno più sacrifici, il che è molto realistico“. Così  la regista commentava la preparazione della sua regia di “Cenerentola” di Rossini.

Addirittura Biancaneve, protagonista di questo spettacolo, che è principessa di nascita perché figlia di un re, dovrà passare molte traversie per riguadagnarsi il ruolo.

Gli alti e bassi di Biancaneve” fa parte di una trilogia, “Le principesse di Emma”, insieme a “Anastasia, Genoveffa e Cenerentola” e “La bella Rosaspina addormentata”. Ne è stato tratto anche un volume scritto dalla stessa Emma Dante.

Lo spettacolo è adatto sia per gli adulti, che per i ragazzi, perché c’è tanto movimento e tanti colori, nonostante la scena sia spoglia.

Emma Dante oltre ad essere regista e autrice del testo, cura anche le scenografie e i costumi dello spettacolo, mentre le luci sono curate da Gabriele Gugliara. Con soltanto tre attori, delle tende e una valigia riesce a fare magie sul palcoscenico.

Teatro Palladium

Il testo è in un italiano “sicilianizzato”, musicale e comunque comprensibile a tutti, pieno di trovate originali e divertenti, soprattutto nella caratterizzazione dei sette nani.

I momenti di improvvisazione in cui gli attori interpellano il pubblico – tipico del teatro delle favole per i bambini – sono davvero ben riusciti.

L’uso della musica classica e operistica e le danze dei personaggi rendono tutto più fiabesco.

La versione di Emma Dante di questa favola, tanto celebre quanto crudele è piena di ironia, già dai nomi dei personaggi. Biancaneve è la principessa di Monte Cozza e il principe azzurro è il rampollo del reame di Punta Secca.

Ma Emma Dante costruisce “Gli alti e bassi di Biancaneve” evidenziando la funzione di racconto di formazione della favola.

Biancaneve, all’inizio, è una bambina, che gioca con le sue numerose bambole. Alla fine è una donna, che accoglie un principe disorientato, che si sta perdendo nel bosco, per poi innamorarsene con tutta se stessa.

Di fronte agli alti e bassi della vita, “fa esperienza e trova la sua verità”, dice Emma Dante. L’artista ha voluto che l’incontro con i sette nani, sette minatori che hanno perso le gambe durante un’esplosione in miniera, insegnasse l’umiltà a Biancaneve. La costringesse, abbassando lo sguardo sino a loro, a essere umile. Il basso rappresenta la bontà e l’accoglienza, l’altro, mentre l’alto rappresenta l’invidia e la malvagità.

Lo specchio riflette tutto, sogni e paure, azioni malvagie e fughe verso la libertà. La regina matrigna è tormentata dall’invidia, un sentimento così brutto e logorante da renderla una vecchia magra e altissima, quando porta la mela avvelenata alla figliastra.

Di straordinaria bravura e presenza scenica sono i tre attori Italia Carroccio, Davide Celona, Daniela Macaluso. Da soli in scena interpretano tutti i personaggi, quando serve anche salendo sui trampoli o sputacchiando mentre mangiano una mela.

È un teatro, quello di Emma Dante, tanto impegnativo per i suoi attori, quanto stupefacente per lo spettatore. Qualsiasi opera dell’artista siciliana, nel bene o nel male, non può lasciare indifferente.

La prossima tappa di “Gli alti e bassi di Biancaneve” sarà al Teatro Ditirammu di Palermo dal 7 al 9 dicembre 2018. Se potete, portateci i bambini.

Stefania Fiducia

Cambio di prospettiva: ripensando il problema della povertà con Jason Hickel

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Arriva in Italia il provocante saggio su ricchezza e povertà nel XXI secolo.

Uscito per William Heinemann nel 2017, The Divide di Jason Hickel è sbarcato da poco in Italia per i tipi de Il Saggiatore. Il saggio è una provocatoria inchiesta sulla povertà nel mondo, sul nostro modo di vederla, sulla sua storia e infine su sue possibili cure. Il titolo fa riferimento al noto divario che divide, per l’appunto, quei miliardi di persone (4,3) che vivono con meno di 5 dollari al giorno da quell’élite composta da non più di otto individui che detengono, di contro, la metà della ricchezza globale.

Povertà globale: un cambio di prospettiva.

La storia usuale di questa povertà, ci dice Hickel, è falsa.

La storia sulla disuguaglianza mondiale che ci viene propinata abitual­mente ruota proprio intorno a questo concetto. Le agenzie per lo sviluppo, le Ong (organizzazioni non governative) e i governi più potenti del mondo spiegano che il dramma dei paesi poveri è un problema tecnico, che può essere risolto adottando istituzioni e politiche economiche adeguate, lavo­rando sodo e accettando un piccolo aiuto. (…). È una storia già sentita, ed è una storia rassicurante (…).  Ma è una storia falsa. L’idea che esista una frattura naturale è fuorvian­te fin dal principio. Nell’anno 1500 non esistevano differenze significative fra l’Europa e il resto del mondo, nel reddito e nel tenore di vita. Anzi, sap­piamo che in alcune regioni del Sud del mondo la gente se la passava molto meglio rispetto all’Europa. Eppure le sorti di quelle popolazioni sono cam­biate radicalmente nei secoli successivi – non a dispetto l’una dell’altra, ma a causa l’una dell’altra –, quando le potenze occidentali hanno avvinto il resto del mondo in un unico sistema economico internazionale.

Un passo indietro: dal colonialismo di Colombo a quello di oggi.

L’autore, dunque, propone di fare un passo indietro e di riavvolgere il nastro. A partire dall’arrivo di Colombo in America, inizia la grande esportazione di materie prime verso l’Europa. Questo momento segna al tempo stesso il declino del Sud del mondo e l’ascesa dell’Europa.

Il colonialismo fu un disastro economico e umanitario per i paesi del Sud del mondo, ma un’incredibile manna dal cielo per l’Europa, e più tardi per gli Stati Uniti. Il problema è che questa nuova ricchezza non venne distribuita in modo equo, ma finì interamente nelle mani di un’élite tanto ristretta quanto potente. Tra il 1870 e il 1910, i segmenti più ricchi della società diventarono enormemente più ricchi, fino a raggiungere, alla vigilia della Prima guerra mondiale, livelli senza precedenti: nel 1910, l’1 per cento più ricco negli Stati Uniti controllava il 45 per cento della ricchezza della nazione, e in Europa quasi il 65 per cento.

Un passo avanti: Wall Street e Keynes.

Una svolta nell’economia globale è senza dubbio quella segnata dalla crisi del 1929 e dalle teorie di Keynes. I concetti di welfare ed equità iniziano ad affacciarsi sulla scena politica e dopo il secondo conflitto mondiale, con la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino e le Nazioni Unite, il colonialismo inizia perdere di popolarità. Parallelamente ai movimenti di indipendenza delle colonie, nel 1948 l’economista progressista Raúl Prebisch fonda la Commissione economica per l’America Latina e i Caraibi delle Nazioni Unite.

Prebisch sosteneva che il sottosviluppo e la disuguaglianza globale fossero il risul­tato del modo in cui il colonialismo aveva organizzato il sistema mondia­le, limitando i paesi del Sud del mondo all’esportazione di materie prime e impedendo loro di costruire un’industria competitiva.

L’ideologia dello sviluppo e l’illusione della ripresa.

La cosiddetta ‘ideologia dello sviluppo’ prende piede. A partire dagli anni ’60, i paesi del Sud del mondo guadagnano terreno e le loro economie fioriscono. Gli stati occidentali, però, si iniziano a rendere conto che la ripresa di quei paesi significa il loro declino, perché erano stati proprio quei paesi a renderli forti. È così che inizia l’era dei golpe. Europa e Stati Uniti insediano dittatori così da poter riprendere drenaggio di risorse grazie al quale si sono sviluppati. Ma non sono questi gli unici mezzi. Un altro punto saliente sono i prestiti e i programmi di aggiustamento strutturale (SAP) con cui i paesi occidentali impongono le regole dello sviluppo ai paesi del terzo mondo tali in realtà da impedire ogni sviluppo e affrancamento. Infine, la persistenza dei paradisi fiscali.

Cinque proposte contro la povertà globale.

 Finita la pars destruens, Hickel si volge alla pars construens della sua analisi, ossia la sua ricetta contro la disuguaglianza e la povertà globale. Resistenza al debito dei paesi sottosviluppati, democratizzazione delle istituzioni globali, commercio equo a favore dei paesi poveri, imposizione di salari giusti e recupero dei beni comuni. Queste cinque, in sostanza, sono le linee che secondo l’autore si dovrebbero seguire. Non mancano poi riferimenti all’intersezione di queste strategie con il problema della crisi climatica.

Un resoconto provocatorio.

Il tema è molto complesso, e spetta principalmente agli esperti in materia (e dunque non al sottoscritto) entrare nei dettagli della questione. Tuttavia, il pregio principale del libro di Hickel è quello di essere accessibile a un pubblico più ampio senza sfociare nel qualunquismo o nella pura divulgazione. Se economisti o lettori più esperti potranno valutare meglio con dati e statistiche alla mano, i profani possono sicuramente trarre giovamento da questa lettura. The Divide, infatti, è un saggio che fa riflettere su un problema che riguarda tutti, indistintamente. Che ci trovi da un lato o dall’altro del divario, infatti, non si potrà negare l’importanza capitale del problema.

 

Davide Massimo

Rigoletto all’Opera di Roma: solitudine, dramma e segretezza

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Un’opera dall’importanza fondamentale per Giuseppe Verdi, ossia il Rigoletto, ha aperto la nuova stagione del Teatro dell’Opera di Roma con la direzione di Daniele Gatti e la regia di Daniele Abbado

Rigoletto è un’opera fondamentale nella drammaturgia di Giuseppe Verdi. Basata sul dramma di Victor Hugo Le Roi s’amuse, a sua volta ispirato alla vicenda di Triboulet, paggio alla corte di Francesco I di Francia, l’opera su libretto di Francesco Maria Piave andò in scena per la prima volta l’11 marzo 1851 al Teatro la Fenice di Venezia.

Un’opera complessa, soprattutto dal punto di vista del linguaggio estetico-musicale adottato da Giuseppe Verdi. In quel periodo della sua carriera Giuseppe Verdi sta abbandonando la cosiddetta forma chiusa per abbandonarsi a pagine musicali di più ampio respiro, e Rigoletto è l’opera che, a mio modesto avviso, rimarca di più quest’espediente. In essa poi troviamo una figura fondamentale della poetica verdiana: il padre.

Un’opera mitica, con la quale il Teatro dell’Opera di Roma ha deciso di aprire la Stagione 2018/2019 con una nuova produzione in scena dal 2 dicembre al 18 dicembre 2018 con la direzione musicale di Daniele Gatti e la regia di Daniele Abbado.

Una trama torva

L’opera si svolge, per motivi di censura ottocentesca, alla Corte del Duca di Mantova. Nonostante egli sia sposato, è un libertino, ama le donne. Alla sua corte lavora come buffone Rigoletto, un uomo dall’aspetto deforme, con la gobba, che colpisce con battute irriverenti tutta la corte. Rigoletto viene maledetto dal Conte di Monterone, in quanto aveva offeso con le sue battute sua figlia disonorata dal conte. Rigoletto è turbato da queste parole. Egli ha un segreto, una bellissima figlia, Gilda, che custodisce gelosamente. Non ama il suo lavoro, non ama il suo padrone, ma è costretto a soggiacere. Gilda s’innamora del duca, presentatosi a lei in incognito come uno studente povero dal nome Gualtier Maldè. I cortigiani del duca, per vendicarsi delle offese subite da Rigoletto, rapiscono Gilda, credendo che ella sia l’amante di Rigoletto, e la portano a Palazzo Ducale. Il Duca ne approfitta per approcciarsi con Gilda.

Appena scoperta la vicenda, Rigoletto trama la sua vendetta. Chiamerà un sicario dal nome Sparafucile per uccidere il Duca per avere offeso sua figlia. Sparafucile uccide per denaro con la collaborazione della bella sorella Maddalena, la quale ha il compito di attirare le vittime in trappola. Il Duca segue Maddalena per avere l’occasione di un’ulteriore approccio. Maddalena s’innamora di lui e convince il fratello ad uccidere e nascondere nel sacco il primo passante per ingannare Rigoletto. Gilda, che ha ascoltato tutto il colloquio, decide di sacrificarsi per il suo amore. Sparafucile la ferisce e consegna il sacco con il corpo di Gilda a Rigoletto. La disperazione del padre si presenta quando scopre che davanti a lui vi è proprio sua figlia. La ragazza morirà tra le sue braccia. La maledizione si è avverata.

Una musica tetra

La musica di Giuseppe Verdi è spettrale e ricca di accordi sinistri.  La maledizione (il titolo originario dell’opera doveva essere questo) è incombente, dall’incipit con gli ottoni fino agli accordi finali dell’opera.

Uno spettacolo interessante

La sera della prima di questa nuova edizione il protagonista assoluto è stato Daniele Gatti (da oggi nuovo direttore musicale del teatro). Il suo lavoro, basato sull’edizione critica della Chicago University Press, ha sottolineato il crescendo drammaturgico verdiano in maniera veramente emozionante, aiutato dall’Orchestra e dal Coro del Teatro dell’Opera di Roma in forma raggiante. Non c’erano i famosi acuti di tradizione (a parte il la bemolle nel finale di Si, vendetta, tremenda vendetta, lasciato in quanto, come ha detto il maestro, “aumenta una frase forte, difende l’onore“), ma vi era il senso drammatico imposto da Giuseppe Verdi.

Roberto Frontali è stato un Rigoletto commovente, dai mille colori, scenicamente credibile, ma con acuti periclitanti (il la bemolle sopra citato non è riuscito bene). La soprano americana Lisette Oropesa è stata una Gilda dolce, innamorata ma decisa (giusto la cadenza del Caro Nome non è stata perfettissima, ma era una macchiolina su di una tovaglia bianca).

Il tenore spagnolo Ismael Jordi è stato un Duca dalla voce delicata e graziosa. La coppia omicida vedeva Riccardo Zanellato come ottimo Sparafucile (anche se non perfettamente a fuoco nel primo duetto con Rigoletto, forse a causa dei fumi imposti dalla regia) e Alisa Kolosova una Maddalena di temperamento.

Un dramma fosco

RigolettoLa regia di Daniele Abbado, contestata in maniera veemente dal pubblico, ha trasposto l’opera negli anni ’40 del secolo scorso, in piena epoca fascista. Si tratta di un periodo storico controverso dove la sopraffazione è sempre stata presente. Il lavoro interessante del maestro Abbado ha sottolineato il senso del segreto presente in quest’opera. Riprendendo le sue parole “segreto è il nome del padre e della madre per Gilda“. Verdi sottolinea la falsità dell’uomo, in quanto “Gualtier Maldè è un nome falso“. Il Duca si maschera per attirare Gilda. Il lavoro del regista ha rimarcato molto il fatto che si tratta di un’opera dove la verità non è mai sovrana. Daniele Abbado ha sottolineato molto il doppio aspetto di Rigoletto uomo (fiero e possente anche nel fisico) e Rigoletto buffone (deforme e piegato).

Ad essere onesti, l’ultimo atto non prevedeva una separazione tra l’esterno della casa di Sparafucile ed il suo interno, e quindi alcuni personaggi, soprattutto Gilda, si ritrovavano a passare a pochi passi dal Duca quando dovrebbero essere lontani (Gilda scopre in segreto dall’esterno, spinta dal padre, di essere stata tradita dal duca ed egli non se ne accorge). Gilda non tiene conto della porta esistente, invadendo lo spazio del duca, quindi l’interno della casa, ma poi la porta verrà usata quando entrerà per essere uccisa. Due errori che però non hanno rovinato un bello spettacolo.

L’oscurità interiore

È un’opera che sottolinea il dramma esistenziale. Le scenografie e le luci volutamente soffuse curate da Gianni Carluccio mettevano in luce quest’aspetto torvo con fumi, impalcature moventi che si trasformavano nel Palazzo Ducale, nella casa di Rigoletto e nella bettola di Sparafucile. Ugualmente appropriati erano i costumi di Francesca Livia Sartori ed Elisabetta Antico.

Di grande effetto la morte di Gilda, fatta andando avanti in proscenio con un solo fascio di luce, e Rigoletto che veniva trasformato in buffone durante il preludio orchestrale.

La tragedia aveva ed ha inizio, perché il Rigoletto è un’opera che parla dello ieri, dell’oggi e del domani, in quanto l’uomo è sopraffazione.

Marco Rossi

@marco_rossi88

(Foto di Yasuko Kageyama/TORPagina Facebook Teatro dell’Opera di Roma)

 

Grandi emozioni per l’edizione 2018 del Premio “Donna d’autore”

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Grandi emozioni il 30 Novembre, presso le meravigliose sale del SHG Antonella Wanderlust Collection a Pomezia, per la quinta edizione del Premio Donna d’Autore 2018.

Anna Silvia Angelini è l’ideatrice di questo grande evento condotto dai bravissimi Elena Parmegiani e Beppe Convertini, con la collaborazione della splendida Ludovica Di Cicco.

Con grande maestria il Maestro Orafo Giovanni Pallotta ha creato in esclusiva i Premi in argento consegnati durante la serata.

Confermando il suo spessore sociale e artistico, l’appuntamento rappresenta il coronamento dell’impegno di Anna Silvia Angelini nella valorizzazione della Donna.

Una grande kermesse dove vengono celebrati i grandi talenti femminili in ogni ambito; questo è l’intento del Premio che ha una continuità nelle numerose attività che la Angelini svolge con la sua associazione.

Suggestiva l’atmosfera prenatalizia dei saloni che ha reso ancora più caloroso lo spettacolo di arte e bellezza al quale ha partecipato un grande pubblico.

artiste donne italiane

Brillante e mattatore come sempre Beppe Convertini, un grande fascino e garbo la Parmegiani che è stata insignita di uno dei riconoscimenti per le Donne D’autore 2018 per la sua eccellenza nell’organizzazione di eventi.

Le altre donne speciali destinatarie del premio sono state Vittoriana Abate per il giornalismo; Simona Abate per il sociale; Rita Coruzzi per la letteratura; Ombretta Del Monte per l’arte; Alessandra Pizzi per la regia teatrale; Regina Scerrato per la moda; Francesca Valtorta per il cinema e Sonia Rondini per l’imprenditoria.

Previsti anche degli Special award destinati allo stilista Vittorio Camaiani per la carriera, alla top model Giulia Lupetti per la moda, a Mauro Poponesi il Premio della critica per la sua arte pittorica e a Eleonora Croce come giovane promessa del canto lirico.

Tra una premiazione e l’altra intermezzi di grande valore artistico con Flavio Capasso, Sissi Martini Palladini Farruggia, Antonio Delle Donne e il ballerino Simone Ripa. Grande presenza della stampa con le interviste in diretta di Cesare Deserto e di Carlo Senes.

Per la gioia dei presenti alla fine della serata non poteva mancare un momento conviviale con uno splendido buffet e momenti di allegria con improvvisazioni pianistiche e canore.

Un evento che si consolida ogni anno entrando a pieno titolo nella walk of fame degli eventi della Capitale.

Noi di CulturaMente siamo pronti per la prossima edizione del Premio, che non mancherà di stupirci ancora.

Antonella Rizzo

artiste donne italiane

“L’Annunciazione” di Orazio Gentileschi: spiegazione dell’opera

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Il mese di Dicembre è da poco iniziato e come ogni anno addobbi natalizi, ghirlande e presepi sono pronti ad invadere le nostre case.

L’agitazione per le feste è ormai una sindrome collettiva da cui è impossibile proteggersi, ma forse la delicatezza di Orazio Gentileschi può aiutarci a ritrovare l’intimità del Natale.

Se anche voi siete pronti ad armarvi di pazienza e coraggio per percorrere le navate dei centri commerciali alla ricerca dei regali perfetti allora calmi! C’è tempo per tutto, soprattutto per distendersi con una tisana e leggere il nostro articolo.

L’infuso d’arte di oggi è “L’Annunciazione” dipinto olio su tela realizzato dal Gentileschi nel 1623 e conservata presso i Musei Reali di Torino. L’opera, dipinta dall’artista pisano durante il suo soggiorno a Genova, fu inviata successivamente come dono al duca Carlo Emanuele di Savoia per la sua cappella nel capoluogo piemontese.

Potete visionarlo qui.

Cosa vediamo raffigurato?

La scena viene rappresentata all’interno di una semplice stanza invasa da una carezzevole luce diurna. Osserviamo la Vergine, fresca e bellissima, che in un atteggiamento timido e riservato, viene ritratta dal Gentileschi mentre abbassa delicatamente lo sguardo verso l’angelo inginocchiato con devozione ai suoi piedi.

Il grande critico d’arte Roberto Longhi nel 1916 descrisse questa Madonna del Gentileschi come “Una dama dell’aristocrazia che ascolta attentamente le parole di un giovine gentiluomo nella sua stanza da letto”. Effettivamente lo storico con queste parole non poteva dare un’interpretazione più puntuale del soggetto raffigurato.

Vediamo infatti una giovane donna dai costumi molto eleganti mentre con grande pudore si stringe nel mantello alla vista dell’angelo annunciante. Maria suggerisce attraverso il suo atteggiamento una nobiltà d’animo spontanea riassumendo nella semplicità della posa tutte le sue virtù. L’angelo sembra ugualmente un giovanotto di alto rango, vestito di seta e dai nobili gesti, mentre si inginocchia con educazione ai piedi della Vergine per riferirle il messaggio.

Cosa ci fa entrare nel dipinto?

Il Gentileschi riesce a farci entrare silenziosamente nell’intimità della stanza divenendo spettatori privilegiati dell’evento miracoloso. Il nostro sguardo viene subito catturato dallo splendore e dalla naturale bellezza di Maria che con grande umiltà e serenità d’animo accetta il volere divino.

L’artista riesce a interpretare la scena sacra in chiave quotidiana e realistica specialmente attraverso la descrizione della stanza, resa con cura e descritta nei minimi dettagli. L’ambiente riflette l’esperienza dello studio dal vero come si può notare nella finestra che è coperta da lastre di pergamena, nelle lenzuola di lino che scoprono disordinatamente il letto e nella luce del giorno che illumina la stanza.

Due parole sullo stile…

L’Annunciazione di Torino è una delle opere più rappresentative all’interno della produzione artistica di Orazio Gentileschi. Il dipinto rivela i modelli usati dall’artista il quale riesce a elaborare uno stile fondato sul perfetto equilibrio tra il classicismo raffaellesco, il realismo fiammingo ed il naturalismo caravaggesco che ritroviamo nell’uso teatrale della luce.

Anche per oggi il nostro infuso d’arte è terminato. Nel caso voleste continuare a crogiolarvi sulla poltrona avvolti nel plaid vi consigliamo di dare un’occhiata a questo link per scoprire le opere di Goya! Ci vediamo tra due settimane.

Martina Patrizi

Artemisia Gentileschi: l’arte di essere donna

Intervista a Spelacchio, presto al cinema nel remake de “Il ritorno dei morti viventi”

Flangar non flectar asserivano con convinzione i latini. Mi spezzo ma non mi piego. Il celebre motto, attribuito da alcuni a Seneca, è entrato nell’immaginario comune come espressione di testardaggine.

Chi meglio dell’Albero di Natale di Roma, il celebre Spelacchio può incarnare un modello di caparbia? L’anno scorso lo davano tutti per spacciato, mentre nel 2018 stupisce i fan tornando sotto i riflettori in pompa magna, presentato da Netflix in accordo col Comune di Roma.

«Abete sempreverde, attore del Metodo, falegname dell’emozione, americano d’adozione. Per gli amici, Spelaccio» questa la sua carta d’identità su Twitter.

Approdato a Roma poche ore fa, l’abbiamo subito intercettato per sapere cosa ne pensa delle aspre critiche sulla sua linea. Le prime foto lo immortalano infatti molto dimagrito, tanto che alcuni lo hanno ribattezzato “Spezzacchio”. I fan probabilmente non sono a conoscenza delle esigenze artistiche dell’albero, che ha dovuto perdere 30 chili per girare uno dei suoi ultimi film in America, dove lo chiamano, appunto, Spelaccio.

Spelacchio, dopo apparizioni in serie del calibro di Suburra e Stranger Things, è tornato a casa: come risponde alle critiche che stanno inondando il web?

Uno degli ultimi copioni mi ha richiesto una forte perdita di peso e ancora non ho ripreso del tutto la mia forma ideale. Spero comunque che i romani capiranno che il mio rientro a casa porta con sé un messaggio di speranza, anche per ricordare tutte le vittime delle ultime piogge a Roma.

Si riferisce agli alberi caduti recentemente a causa del maltempo?

Certo, alcuni erano amici di vecchia data. Ancora sto vivendo momenti di sconforto. Non tutti hanno avuto la fortuna di riprendersi dalla malattia come ho fatto io. Questo 2018 ha segnato per me una rinascita e spero che la mia presenza in Piazza San Pietro possa regalare un valore aggiunto. Se per fare l’albero ci vuole il seme, per fare il Natale a Roma ci vuole Spelacchio.

La chiamano #Spezzacchio e la accusano di ricorrere alla chirurgia estetica per tornare in scena l’8 dicembre davanti alla Basilica. Eppure lei continua a voler stare a Roma…si potrebbe davvero dire che lei è “de legno”!

Mi spezzo ma non mi piego è il mio motto. Ho sempre amato l’antichità classica non solo perché ha costantemente dato rilievo ai miei simili venerando i boschi sacri, ma anche perché gli aforismi dell’epoca si adattano a qualunque presente. È vero, mi stanno riattaccando qualche ramo proprio per farmi apparire al meglio. Non decido io lo stile che mi viene richiesto sul set e un vero professionista si adegua a tutto. Prossimamente, infatti, sarò impegnato sul set del remake del celebre cult horror Il Ritorno dei Morti Viventi, quindi mi è stato chiesto di mantenere un physique du rôle consono al ruolo. Cambio le foglie, ma le radici sono sempre le stesse. Non fatevi ingannare dalle apparenze e ricordate che come dice Stephen King:

A VOLTE RITORNANO!

Potete apprezzare il talento di Spelacchio nelle seguenti serie Tv:

Suburra: la serie, Netflix porta la sporcizia di Roma nelle nostre case

Strangers Things 2 si tinge di Resident Evil

Alessia Pizzi

L’Isola degli Schiavi: Amore o potere? Potere o Amore?

L’Isola degli Schiavi: una rivoluzione che non tramonta mai.

In scena fino domenica 2 dicembre al Teatro Arcobaleno di Roma: “L’Isola degli Schiavi”. Una commedia in due atti di Pierre de Marivaux, scritta nel 1725 e messa in scena per la prima volta dalla Comédie Italienne. L’adattamento e la regia dello spettacolo sono a cura di Francesco Polizzi e la compagnia di giovani attori è assolutamente ricca di talenti.

Non appena si spengono le luci, il pubblico si immerge nell’atmosfera sognante che ci ricorda quella di Pierrot (tipica maschera della Commedia italiana in Francia). L’impronta infatti, è proprio quella, la luna la fa da padrona (con tutte le luci di scena che rimarcano l’atmosfera sognante). Due i personaggi che aprono lo spettacolo: Arlecchino ed il suo padrone Ificrate su un battello, di colpo, il naufragio. I due personaggi si ritrovano su di un’isola in cui vige una realtà utopica: gli schiavi diventano padroni e viceversa. Con loro un altro duo di personaggi: Eufrosine e la sua serva Cleante.

 

Lo spettacolo è caratterizzato da picchi di comicità, enfatizzati da gags, buffonerie, mimiche espressive, ricordandoci immediatamente la commedia dell’arte.

Gli attori sono tutti calati incredibilmente nei loro personaggi, dimostrando una naturalezza in caratteri che al contrario risultano essere, per loro natura ed origine, assai caricaturali. Il testo è ricco di contenuti e potente nelle sue parole.

Pierre de Marivaux sicuramente è stato precursore, facendosi portatore delle tesi che scateneranno la rivoluzione francese sessant’anni dopo la stesura del testo “L’Isola degli Schiavi”.

L’autore ci parla della versatilità dei sentimenti e, forse, può portarci addirittura a credere che il potere e la manipolazione non sono poi così distanti dall’Amore. Quest’ultimo infatti, è costituito da un intreccio di emozioni, sensazioni differenti, facendoci perdere molto spesso il filo della ragione. Rendendoci “schiavi” a volte, a suo servizio?

Serena Cospito

L’Ars Amatoria di Ovidio, la modernità dell’amore

Consigli d’amore. Tecniche di corteggiamento ed errori da evitare. Non stiamo parlando dell’ultimo manuale d’amore ma di un libro che ha più di duemila anni di storia: l’Ars Amatoria di Ovidio. Di questo classico della letteratura latina e del suo autore, ne abbiamo parlato con il professor Ferdinando Stirati.

Il bimillenario di Ovidio

Nel bimillenario della morte di Ovidio, celebrato anche dalla mostra recentemente inaugurata alle Scuderie del Quirinale a Roma, vogliamo ricordare il grande scrittore latino attraverso una delle sue opere più celebri: l’Ars amatoria. Concetto Marchesi, uno dei più grandi latinisti di sempre, la definì «il capolavoro della poesia erotica latina».

Per approfondire la conoscenza di quest’opera straordinaria, abbiamo incontrato il professor Ferdinando Stirati che lo scorso 25 ottobre ha tenuto una lectio magistralis proprio sull’Ars Amatoria.

Ferdinando Stirati parla di Ovidio
Il professor Stirati

Professore perché proprio l’Ars Amatoria di Ovidio per la sua lezione?

L’occasione è stato il bimillenario della morte di Ovidio avvenuta a Tomi nel 18 d.C.

La lezione è stata rivolta agli ex alunni del “Liceo Classico Augusto” che si sono costituiti in Associazione nel 1987, in occasione del cinquantenario del Liceo nato nel 1937, contemporaneamente al Virgilio e al Giulio Cesare per celebrare il bimillenario della nascita di Augusto (63 a.C.).

Ho scelto l‘Ars Amatoria (con il preambolo dei Medicamina faciei foemineae e il corollario dei Remedia Amoris) per vari motivi.

Innanzitutto era mia intenzione proporre un argomento amabile, leggero e anche divertente.

Poi volevo presentare un’opera che non fosse mai stata letta a scuola.

Il motivo? Semplice. L’Ars Amatoria come altre opere di  autori “scandalosi” come Catullo, Orazio, Petronio, Marziale o Giovenale, è stata sempre ritenuta dalla “nostra scuola” immorale.

E allora spazio ai carmi più casti o lirici, censurando quelli considerati più licenziosi.

Infine mi piaceva dimostrare che la poesia, quella vera, è universale, anche quando è l’espressione di una società di duemila anni fa.

L’Ars Amatoria è attuale, è viva anche oggi.

Esistono precedenti, nella letteratura classica, dell’opera di Ovidio?

Qui occorre fare una distinzione: l’Ovidio delle Metamorfosi, delle Heroides, dei Fasti ha infiniti precedenti in tutta la poesia ellenistica; si tratta, perlopiù, di tentativi volti a ricercare solo l’erudizione e la politezza formale perché, crollata la polis, erano scomparsi anche il polites e la parresia , cioè la libertà di parola.

L’Ovidio erotico, invece, ha tutta una serie di precedenti -letterari e non- che affondano le radici nell‘italo aceto, come diceva Orazio.

Possiamo individuare questi precedenti negli antichi e preletterari fescennini, basati quasi sempre sul sesso, ma anche nella commedia palliata e soprattutto in Plauto, nelle cui commedie il sesso, il tradimento, il corteggiamento, la conquista -reale o inventata che sia- hanno sempre uno spazio non indifferente.

Nelle opere di Plauto, tuttavia, non c’è nessun intento precettistico.

La finalità era solo quella di rispondere alle richieste di un pubblico popolare, composto perlopiù da soldati e contadini. Gente che andava a teatro essenzialmente per ridere. Un divertimento basato sul sesso, sullo scambio di persone, sul tradimento, sui doppi sensi ma anche su un linguaggio greve ed esplicito.

Infine nell’ambito dei precedenti, non va dimenticato il contributo apportato dalla tradizione pittorica e plastica, come testimoniato anche dalle opere pompeiane.

Come fu accolta l’Ars Amatoria dalla società romana?

Benissimo e al tempo stesso malissimo.

Benissimo da quella parte di romani opulenti, membri di una società “da bere” non dissimile da quella italiana degli anni Ottanta del secolo scorso.

Nella Roma di Ovidio e di Augusto, infatti, abbondavano gli scandali, i fenomeni di corruzione ma anche la caduta dei valori tradizionali.

All’epoca di Ovidio tutti, più o meno, si sentivano autorizzati a poter fare tutto.

Fu accolta malissimo proprio da Augusto.

Questi non amava Ovidio. Lo riteneva responsabile, con le sue opere e con i suoi insegnamenti, della proverbiale scostumatezza di Giulia Maggiore e di Giulia Minore, rispettivamente figlia e nipote dell’imperatore.

Fu talmente convinto di ciò che condannò il poeta alla relegatio (un confino ante litteram previsto dalle leggi romane) sulle coste del Mar Nero, dove morì nel 18 d.C., senza aver mai ottenuto né da Augusto, che dal suo successore Tiberio, il perdono.

Simile sorte toccò anche alla stessa figlia del sovrano che venne confinata sulla sperduta isola di Ventotene.

Quelle decisioni rientravano in quel clima politico di severo moralismo adottato da Augusto.

Una scelta inevitabile dopo un secolo di guerre civili. Una lunga fase, praticamente senza soluzione di continuità (Mario e Silla, Cesare e Pompeo, Ottaviano e Antonio) che aveva distrutto la severa moralità della Roma repubblicana dei secoli precedenti.

Una rigorosa morale che, però, contrastava e non poco con i comportamenti dello stesso Augusto e dei suoi familiari, non certo improntati al rigore e alla probità.

Come è stata influenzata la letteratura nei secoli successivi dall’opera ovidiana?

Già nell’Alto Medioevo Ovidio era considerato un maestro d’amore.

Dai Carmina Burana (egregiamente musicati nel secolo scorso da Karl Orff), alla letteratura provenzale fiorita alla corte di Eleonora d’Aquitania, passando per la poesia del ciclo carolingio (Chanson de Roland, Chanson de gest) e per quella del ciclo bretone (Artù e i Cavalieri della Tavola Rotonda).

In tutti i casi si tratta di veri e propri manuali d’amore sulla falsariga dell’esempio ovidiano.

Ma anche la letteratura italiana del XIII e XIV secolo sentì l’influenza di Ovidio.

Non dimentichiamo che Dante, nel IV canto dell’Inferno, inserisce Ovidio tra gli Spiriti Magni accanto a Omero, Virgilio, Lucano e Orazio. Con spirito di devozione verso i maestri, ma anche di orgoglio personale Dante si pone come “sesto tra cotanto senno”.

Anche la cultura rinascimentale non rimase immune dal fascino di Ovidio. Tali richiami sono evidenti soprattutto nella precettistica del Cortegiano di Baldassar Castiglione, nel Galateo di Monsignor Della Casa e nei Carmi Carnascialeschi di Lorenzo il Magnifico.

Ma anche tutta la poesia barocca di Giovan Battista Marino finalizzata alla “meraviglia”, con le sue scorribande mitologiche, può essere intesa come naturale erede di Ovidio.

Stesso discorso per tutto il melodramma settecentesco e particolarmente per Metastasio.

Anche il “maestro d’amabil rito” Giuseppe Parini si rifece a Ovidio, con spirito non troppo diverso. Entrambi infatti riflettono su una società che non condividono.

Una certa influenza Ovidio la esercitò anche sulla produzione “libertina” dell’Illuminismo francese. In particolare elementi di contatto si notano nelle opere del Marchese De Sade, che, per i contenuti ritenuti osceni, fu rigorosamente messo all’indice.

Come in Ovidio, anche per De Sade il linguaggio esplicito ha una finalità ben precisa, quella di mettere sotto accusa i veri ipocriti e la corruzione morale della società in cui si trovava a vivere. Accusato di tutte le possibili perversioni De Sade fu perseguitato dall’Ancien Regime, ma anche dalla rivoluzione francese, cui aveva aderito e perfino da Napoleone.

Come Ovidio fu anch’egli osteggiato dal potere seppur in modi diversi.

De Sade subì la prigione, la residenza coatta, addirittura il manicomio.

Condusse senza dubbio una vita dissoluta e disonesta ma non si trattava poi di un eccezione. Quello stile, nella società di fine Settecento e inizio Ottocento, era di fatto la normalità.

Il linguaggio dei Tristia di Ovidio (opera che potremmo tradurre con il termine Tristezze e che il poeta originario di Sulmona scrisse nel periodo dell’esilio) è tragicamente simile all’epitaffio che il marchese compose per la sua tomba:

  «Passante/ inginocchiati per pregare/accanto al più sfortunato degli uomini./Egli nacque nel secolo scorso/e morì in quello presente./ Il dispotismo dal volto odioso/gli fece guerra in ogni tempo./ Sotto i re questo mostro orrendo /si impadronì della sua vita interamente./ Sotto il Terrore riapparve/ e mise Sade sul bordo dell’abisso./ Sotto il Consolato risorse/ e Sade ne fu ancora vittima.»

Credo che il Marchese de Sade abbia avuto un destino umano e letterario simile a quello di Ovidio. Con una sola ma importante differenza: per lo scrittore francese l’amore non era inteso come un “ludus“, ma come tragica esperienza esistenziale. E’ per questo motivo che il suo pensiero si ritrova in tutto l’esistenzialismo, soprattutto in Sartre, ma anche in Pasolini.

Da un punto di vista squisitamente stilistico qual è la maggiore novità dell’Ars Amatoria?

Da un punto di vista strettamente formale, la novità più significativa è l’uso del distico elegiaco (esametro + pentametro). Rispetto all’esametro di Ennio, di Lucrezio e soprattutto di Virgilio, il distico è uno schema che prevede una frattura narrativa, una diversità, una provocazione.

Forma e contenuto – dice Francesco De Sanctis- sono facce diverse della stessa medaglia.

Come è diverso e provocatorio il contenuto, altrettanto diversa e provocatoria deve essere la forma.

Parlando di Ovidio il conservatore Quintiliano, sul finire del I secolo d.C., nella sua Institutio Oratoria, lo definisce “lascivus” nel senso di frivolo e “mimium amator ingenii sui”, cioè troppo amante del proprio talento.

Questo significa che Ovidio è un barocco ante litteram, così come il suo conterraneo D’Annunzio può essere considerato, dal punto di vista stilistico, il più grande secentista.

Quanto al lessico usato da Ovidio si può dire che è sicuramente esplicito, ma mai volgare.

Risulta anzi garbato, fine, elegante e sempre spiritoso. Anche in questo caso una forma elegante corrisponde perfettamente all’idea dell’amore inteso come gioco.

Grazie professore per questa bella chiacchierata che ha rinverdito la straordinaria modernità di Ovidio e della sua bellissima Ars Amatoria.

Maurizio Carvigno

Vuoi saperne di più su Ovidio? Ecco una serie di Video su di lui per la Rubrica Letteratura Antica in Pochi Minuti!

Viaggio nel mito con Ovidio e le sue Metamorfosi

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Nel 2017 Ovidio ha compiuto duemila anni. Il bello è che ancora non ci annoia!

Su CulturaMente è stato spesso il protagonista delle mie video rubriche e recentemente il collega Maurizio Carvigno ha riportato in vita il suo genio con un’intervista davvero interessante.

Qual è, dunque, l’incantesimo che lo scrittore latino ha gettato su noi contemporanei?

Umberto Eco diceva che i classici sono quei libri che hanno sempre qualcosa da dire. Effettivamente, quando si parla delle Metamorfosi, è difficile non pensarla così. In quindici libri il Nasone di Sulmona ha verseggiato come pochi, destreggiandosi tra numerosi miti poi divenuti davvero celebri. Il tema comune della metamorfosi è stato sviluppato in tutti i modi possibili e immaginabili, approdando anche ai deliziosi lidi dell’eziologia.

Ovidio torna a Roma e, più precisamente, alle Scuderie del Quirinale, in una veste totalmente inedita. Una mostra che unisce arte e letteratura per rendere più fruibile l’immenso scibile proposto nel poema epico – mitologico. Affreschi, sculture e splendidi manoscritti vi accompagneranno in un viaggio davvero suggestivo.

Ecco dunque che inseguiamo Dafne insieme ad Apollo, che ascoltiamo Piramo e Tisbe amoreggiare da un buco nel muro, che tifiamo per Bacco mentre salva Arianna abbandonata da Teseo. Eccoci dunque proiettati in un mondo senza tempo e senza regole convenzionali, dove tutto è possibile e la metamorfosi non fa più paura.

Il cambiamento, infatti, è forse una delle cose che ci spaventa di più. Il cambiamento ci fa mutare forma, sradicando le nostre certezze. Ovidio con questo poema ha reso il cambiamento spaventoso, intrigante, salvifico, ma più di tutto lo ha reso naturale ai nostri occhi.

Le Metamorfosi sono il libro di chi vuole mutare e ha paura di farlo, o di chi sta mutando e si sente smarrito, o di chi crede che non muterà mai e presto dovrà ricredersi.

Ieri, oggi e probabilmente anche domani Ovidio ci conduce in un viaggio nelle nostre più profonde fragilità per rivelarci un importante segreto: l’essere umano può adeguarsi a qualunque mutazione e questa è la sua più grande forza, anche se la teme profondamente.

 

Alessia Pizzi

Al teatro Ghione Giro di vite di Henry James per uno spettacolo da brividi

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In Giro di vite tutto viene opportunamente lasciato sospeso. La stessa presenza dei fantasmi alla fine non è certa, perché gli incubi peggiori sono quelli mai davvero spiegati. L’ambiguità del capolavoro di Henry James rivive sul palco del teatro Ghione, in uno spettacolo da brividi.

 

Su una panchina spersa in un parco londinese, in una fredda serata a due giorni dal Natale, due donne si incontrano. Ha inizio così una rarefatta trama fatta di misteri, spettri, storie maledette, silenzi, segreti, verità nascoste e sordidi rumori.

Al Teatro Ghione, fino al 9 dicembre, va in scena Giro di vite, adattamento teatrale di Giancarlo Marinelli, che firma anche la regia, di una delle opere più controverse e straordinarie di Henry James.

Scritto nel 1898 e uscito a puntate sul  Collier’s WeeklyI, Giro di vite, titolo originale The Turn of the Screw, fin da subito fu uno straordinario successo.

Gli americani amavano le storie di fantasmi, specie quelle raccontate intorno al focolare nelle fredde serate invernali, quando mani ghiacciate graffiano finestre serrate e il gelo ulula tristi presagi.

James regalò ai suoi lettori una storia infarcita di tutti gli ingredienti per risultare assolutamente perfetta.

Nel racconto dello scrittore americano, celebre anche per Ritratto di signora, la paura si annida in una grande casa isolata, negli occhi di due bambini, nei segreti delle loro istitutrice, nei brividi che corrono veloci su pavimenti ghiacciati.

Cosa è realmente accaduto a Bly, la dimora vittoriana immersa nella brumosa vallata dell’Essex?

Chi è esattamente Peter Quint, inafferrabile figura che semina attimi di puro terrore?

Cosa atterrisce due innocenti bambini? Quali segreti si celano nelle pagine di un vecchio diario chiuso in una cassetta di ferro?

Trasferire le emozioni, perfettamente descritte da James, dalla carta al palcoscenico non era un’impresa semplice ma Giancarlo Marinelli ci è riuscito.

Il suo Giro di vite, come la novella dello scrittore americano, atterrisce.

Il testo teatrale aderisce perfettamente alla trama del racconto di James che, fin dallo stesso titolo dall’ambivalente significato, risulta efficacemente ambigua.

Nessuna eccessiva licenza da parte del regista, che ha il coraggio di trasferire intatte le atmosfere descritte da James, portando sul palco del Ghione tutta la complessità del testo letterario.

Unica eccezione la scelta di cambiare l’io narrante.

A raccontare la storia, infatti, non è Douglas, come nel romanzo, ma direttamente l’inquietante Mrs. Grose.

Sarà la tetragona governante, interpretata dalla bravissima Cristina Chinaglia, a scandire i tempi della storia, a bilanciare i ritmi del racconto.

Come in una giornata di nebbia all’inizio non si percepisce quasi nulla e lo spettatore si muove in una fitta boscaglia di sole ombre.

Si scorgono a malapena i contorni lontani di pochi oggetti. Poi, però, il racconto si catalizza, assumendo forma, sostanza e mistero e il terrore squarcia i veli di un’apparente normalità.

Lentamente la bruma svanisce e agghiaccianti appaiono i profili di segreti mai del tutto rimossi.

A rendere incalzante la resa del testo di James, oltre alla lettura del regista, c’è l’originale scenografia di Fabiana Di Marco che, con pochi oggetti, sapientemente distribuiti sul palco e con l’efficace ricorso alla tecnologia, (bellissimi certi sfondi virtuali), rende il tutto più misterioso e sfuggente in una dimensione quasi claustrofobica.

Impossibile non sottolineare la prova di tutti gli attori che calcano la scena, a cominciare dai due bambini che interpretano Flora e Miles, Giordano Ciogli e Benedetta Rebechesu, bravissimi studenti della scuola teatrale del Ghione.

Poi, naturalmente, Romina Mondello, superba nell’interpretare le due istitutrici, Mrs. Jessel, dalla voce terrificante e la giovane Mrs Giddens, che entra nella grande casa di Bly ignara di quello le accadrà.

La ragazza, infatti, al pari della defunta Mrs. Jessel, sottoscrive un sordido patto con lo zio dei due bambini, con il quale intreccia una rapporto ambiguo e alla fine devastante.

Una figura sfuggente, quella dello zio, ma assolutamente centrale, a cui presta volto e voce, il bravissimo Fabio Sartor.

Giro di vite di Giancarlo Martinelli è la dimostrazione di quanto il teatro sia un’esperienza ogni volta unica. Nella sala nel corso dei due atti i brividi corrono sulla schiena di ogni spettatore fra fantasmi, terribili segreti e gelide atmosfere che si cristallizzano nella grande e isolata casa immersa nella brughiera.

Tutti gli spettatori, nessuno escluso, sono intorno al focolare ad ascoltare i capitoli dell’agghiacciante storia raccontata da Mrs Grose.

Menzione speciale per Teresa Acone che con i suoi bellissimi costumi ricrea perfettamente il clima narrato da James e la magia diventa assoluta.

Oscar Wilde a proposito di Giro di vite, disse:

«Penso che sia una piccola storia meravigliosa, lurida e velenosa, come una tragedia elisabettiana.»

 

Maurizio Carvigno

L’incanto dei quadri di Monet e le sue ninfee

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Negli ultimi due anni Nexo Digital ha creato dei cicli di film, dedicati ad artisti o a movimenti artistici in particolare, davvero molto belli.

I loro docufilm sono realizzati sempre più con accuratezza.

L’esempio lampante è il capolavoro di successo Loving Vincent. L’ultimo ciclo si è concluso con Le Ninfee di Monet. Un incantesimo di acqua e di luce.

Amo tanto l’impressionismo, in esso sono racchiusi tanti messaggi e tante emozioni. Sarò scontata, banale, “mainstream”, ma gli autori più importanti, per me, dell’impressionismo sono Claude Monet e Vincent Van Gogh. In essi io racchiudo i concetti di vita e morte, sofferenza e passione; la natura vera di artista che vede e osserva con occhi diversi da quelli degli altri, sente il dolore, le difficoltà e li ingloba in sé, fino a farli uscire di nuovo fuori in una forma diversa. Trasformano il negativo in positivo. Meglio di qualsiasi alchimista.

Ho scritto e visto diverse cose su Van Gogh, mi sono documentata sulla sua breve vita e altrettanto sto iniziando a fare con Monet.

Oscar Claude Monet ha vissuto molti, molti più anni di Van Gogh; ha raggiungere la vecchiaia e ci ha lasciato in eredità tanti bellissimi quadri.

Quest’anno sono stata fortunata nel vedere la mostra al Vittoriano a Roma e anche il film di Nexo Digital, Le Ninfee di Monet.Monet ninfee

Non è molto facile parlare di questo film, che è così ricco di dettagli. Sono convinta che per capire e apprezzare determinate cose bisognerebbe vederle coi propri occhi, ma non sempre si riesce a cogliere gli aspetti belli.

Vorrei iniziare e concludere la recensione scrivendo solamente “andatelo a vedere, perché vi lascerà a bocca aperta”. Come ho già scritto sopra, però, quasi tutti i film di Nexo Digital stupiscono gli spettatori, e questo non è da meno.

Ripercorrere la vita di Monet, tra i luoghi che ha visto e che lo hanno segnato, è puro incanto.

La trama del film si srotola per tutta la lunghezza della Senna, fra le sue curve e i suoi riflessi. È stata proprio l’acqua ad appassionare il pittore francese all’impressionismo, ad avvicinarlo alle sue caratteristiche: la luce e la pittura en plain air.

L’acqua e la luce erano diventati la sua ossessione, soprattutto negli ultimi anni di vita in cui ha avuto problemi di vista. All’inizio erano un impedimento per lui, aveva smesso di dipingere, poi il suo amico e Ministro Georges Clemenceau lo spronò a ricominciare a realizzare quadri. Così Monet trasformò il suo difetto alla vista come un punto di forza per realizzare dipinti con forme e colori nuovi.

I luoghi che hanno ispirato il grande artista, colpiscono pure lo spettatore lasciandolo meravigliato.

Quella nebbia che non lascia vedere nulla ma che propaga la luce, quei riflessi sull’acqua che ricordano il mito della di Narciso e che fanno da specchio al nostro mondo interiore oltre che al paesaggio, sono veri e propri quadri della natura. Per cogliere tutti questi dettagli ci voleva una persona che vedesse oltre con gli occhi, che vedesse quello che, ai più, è quasi invisibile.

Infatti Monet, come disse anche un altro impressionista, non era un pittore, era un occhio.

Solo lui avrebbe potuto ritrarre lo stesso soggetto, le ninfee, moltissime volte, realizzando sempre qualcosa di diverso, di originale.

La peculiarità del film è che, a mio parere, ha un finale “non finale”: si conclude con la morte di Monet ma continua con i suoi ultimi capolavori esposti al Museo dell’Orangerie, come voluto nel progetto del pittore e di Clemenceau. Sembra, dunque, che sia finito ma è solo l’inizio per vedere quelle opere tanto note da un punto di vista nuovo.

Ambra Martino

High Life, finché c’è sperma c’è speranza

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Credetemi, è davvero difficile fare ancora qualcosa di nuovo, diverso, innovativo con la fantascienza. Forse è il genere più abusato e per mille finalità diverse, grazie alle infinite possibilità metaforiche che offre. Anche quando si riesce a fare qualcosa di originale, influenze e citazioni, seppur solo formali, rimangono sempre evidenti.

Eppure, adesso High Life è riuscito a scrivere una pagina nuova nel genere. Anzi, pur stando attenti alle iperboli, e ancora in attesa di metabolizzarlo veramente, c’è da dire che High Life sembra fin da subito un qualcosa di nuovo nel cinema che discuteremo per anni.

Tolte le ovvie influenze di Andrej Tarkovskij, che siano scenografiche (Solaris) o meditative (Stalker), in realtà High Life è un qualcosa di assolutamente unico e nuovo. Grande e piccolo, enorme nella sua ambizione e intimo nella sua riflessione, depravato ma ipnotico, respingente ma affascinante, cerebrale ma esistenziale. Solo una grande autrice come Claire Denis, che qui debutta in lingua inglese, poteva prendere un genere ormai stanco per trasformarlo in altro, non seguendo le sue linee guida ma puntando ai concetti.

Dopotutto non c’è da aspettarsi verosimiglianza in un film simile, e nemmeno una vera e propria fantascienza. Sì, ci sono tute spaziali, una stazione spaziale e un buco nero da inseguire, ma la scienza dietro a High Life è la biologia. L’interesse non è da cercare nelle stelle, ma da ritrovare nel sangue, nei fluidi corporei, nelle piante, nella terra, nei capelli che si ingrigiscono, nei corpi che si feriscono.

Il fine del film è cercare di capire come si formi, letteralmente, la vita.

Il buco nero che rappresenta la missione della trama del film nasconde altri significati. La scelta di costruire la storia su un gruppo di detenuti inviati nello spazio per una missione suicida, in un futuro post apocalittico, nasconde altri significati. Una inquietante dottoressa, a metà strada tra una strega e una ape regina, incaricata di prelevare lo sperma dai maschi per inseminare le donne, però, non nasconde significati diversi. Il significato stavolta è letterale.

Lo sperma, che il film mostra più volte, è forse il vero protagonista. Visto per ciò che è, la fonte della vita. E lo sperma, al tempo stesso, diventa anche il simbolo degli istinti, della sessualità più viscerale che comanda i nostri comportamenti. L’analisi del film mostra l’equilibrio precario tra le necessità biologiche dell’uomo e gli istinti di cui non può fare a meno. Negli astronauti già condannati sulla Terra, e ora costretti nuovamente a una prigione, che si lanciano dentro un buco nero con le loro tute chiare, è impossibile non rivedere gli spermatozoi che si lanciano verso la fecondazione.

La ricerca della vita oltre la Terra, in qualche angolo nello spazio, è da sempre il fine ultimo dell’umanità. Capire se c’è vita e dove, cercarla ovunque per continuare la razza umana. Continuare a vivere, che può solo avvenire continuando a procreare. Il mistero della vita nell’universo diventa il mistero della vita che si forma biologicamente.

high life

E la cosa più incredibile di High Life, forse, è il modo con cui Claire Denis porta avanti discorsi tanto complessi.

Le spiegazioni sono tenute al minimo, così come ogni backstory dei personaggi. I quali, semmai, sono descritti in base ai loro desideri, alle loro pulsioni istintive. La linearità narrativa è annullata, non c’è attimo per momenti didascalici o retorici. Rumori e dialoghi quasi spariscono. Temi così complicati in un film così ambizioso sono trattati nella maniera più contenuta, muta e intima possibile.

Non sobria però, perché la sobrietà non fa parte di High Life. Il grottesco, violento, perverso e quasi erotico comportamento dei personaggi deve uscire fuori come unica valvola segnaletica di ciò che ci rende umani. Uomo e donna non fa distinzione, perché ai nostri il colore dell’eiaculazione o del latte che esce dal seno è il medesimo.

L’ambizione di Claire Denis, la vastità e le complessità delle domande che pone, non si può ancora stimare veramente. Sicuramente una visione del film non basta, e forse parleremo di High Life ancora per anni, ponendoci gli stessi interrogativi senza risposta. Come facciamo ancora oggi, dopotutto, con le escursioni nella fantascienza di Tarkovskij o Kubrick. Desiderio umano, mistero della vita, dolore esistenziale e solitudine sono quesiti che la filosofia, e talvolta la teologia, non riesce a decifrare, figuriamoci se lo possa fare un film. Eppure il cinema può renderli ancora più interessanti, ancor più affascinanti, se possibili ancora più laceranti.

Le possibilità, del cinema e della vita, sono davvero infinite.

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Emanuele D’Aniello

Hozier in concerto a Milano: la potenza della semplicità

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Andrew Hozier-Byrne, meglio noto come Hozier, è tornato in Italia per un’unica data. La recensione del concerto all’Alcatraz di Milano.

Nonostante l’estrema semplicità nel proporsi in concerto al suo pubblico, la chiarezza quasi timida nel rispondere alle domande durante le interviste e la gentilezza che lo caratterizza persino nel modo di muoversi, Hozier è un cantautore dai grandi contrasti. Basti pensare alla viscerale sensualità che spesso ricorre nei suoi testi, meglio se tramite metafora religiosa. La spiegazione, sicuramente, risiede nell’ambiente famigliare in cui è cresciuto, molto diverso dallo stereotipo irlandese: suo padre era un batterista di blues prima che una operazione alla schiena lo inchiodasse su una sedia a rotelle. Ma quel sound influenzerà moltissimo il bambino di ieri, come dimostra il musicista di oggi.

Malgrado le pessime esperienze paterne, tali da spingere i genitori a crescere i figli come quaccheri, anche il giovane Andrew frequenta una scuola cattolica. Ma ciò che si forma in lui più che una fede – che dichiara di non avere, sebbene non si ritenga ateo – è una suggestione per il rituale cattolico e i temi a esso connessi.

Che tornerà spessissimo nelle sue composizioni, ma con intenti ben lontani dal proselitismo: la distintiva voce baritonale e il tono declamatorio del suo cantato potrebbero far venire in mente un predicatore. Basta, però, prestare orecchio ai suoi testi per capire che ci si trova di fronte a una celebrazione del corpo: esaltato, riscattato, desiderato o dilaniato dai più diversi sentimenti. Senza alcuna traccia di antropocentrismo tipico dei monoteismi: anzi, il suo è un invito a riscoprire un modo più naturale di vivere le proprie passioni, in armonia con il mondo circostante e la propria interiorità, senza farsi condizionare da credenze castranti o tabù culturali. Non a caso si definisce un global feminist.

Alcatraz Milano Eventi: Hozier in concerto

 

Tutto questo si percepisce ancora più immediatamente se si ha la fortuna di assistere a un suo live, come mi è capitato all’Alcatraz di Milano il 18 novembre: la band che lo accompagna è formata da 4 donne e 3 uomini e ogni strumentista, a giudicare dallo spazio che gli lascia durante vari brani, pare godere della massima considerazione da parte di Hozier. Tanto da aver scelto di far aprire i concerti europei del suo tour a uno di loro, la bravissima Suzanne Santo. Oltre lei, sul palco lo accompagnano Alex Rya, Rory Doyle, Cormac Curran, Rachel Beauregard, Kristen Rogers e Thandii: una festa di talenti e gioia per l’udito.

Si comincia con la cullante – solo in apparenza, perché l’ambiguo testo evoca immagini di cadaveri e fosse scavate, quasi si trattasse di necrofilia – Like real people do per arrivare subito alla title track dell’EP da poco pubblicato – Nina cried power – insieme alla leggendaria Mavis Staples, passando per momenti più spensierati come Jackie and Wilson o From Eden. Ma è nei pezzi più oscuri che Hozier dà il meglio di sé, come la spettacolare Angel of small death and the codeine scene, la cadenzata To be alone, l’inquietante NFWMB – definita una canzone d’amore da apocalisse – e la feroce Arsonist’s lullabye.

C’è, però, spazio per altre atmosfere, come la scanzonata Someone new o la chrisisaakiana Moment’s silence (common tongue), argutamente riferita al sesso orale e alla potenza liberatoria che dona a chi lo fa e lo riceve. Immancabile il nuovissimo singolo: Movement, per il cui video è stato scelto il ballerino Sergei Polunin, notato dallo stesso Hozier in un filmato realizzato niente meno che da David LaChapelle sulle note di Take me to church. E non poteva essere che quest’ultimo brano a chiudere il concerto, con tutta la sua carica provocatoria.

 

 

In realtà c’è ancora tempo per due bis: il primo è una cover di Say my name delle Destiny’s Child, scelta insolita solo sulla carta mentre sulla bocca di Hozier diventa una toccante richiesta di attenzione.

Ci si saluta con Work song, il cui ritmo suona come il modo migliore per accompagnare il numerosissimo ed entusiasta pubblico fino a casa.

Setlist

  • Like real people do
  • Nina cried power
  • Jackie and Wilson
  • From Eden
  • Angel of small death and the codeine scene
  • To be alone
  • NFWMB
  • Cherry wine
  • Shrike
  • Arsonist’s lullabye
  • Moment’s silence (Common tongue)
  • Someone new
  • Movement
  • Take me to church

Encore:

  • Say my name (Destiny’s Child cover)
  • Work song

 

Cristian Pandolfino

Sabato 1 dicembre tornano i Musei in Musica a Roma

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Campidoglio: Musei in Musica, il 1 dicembre la 10° edizione: gli Spazi espositivi e culturali saranno aperti dalle 20.00 alle 02.00.

Mostre, concerti e spettacoli dal vivo con ingresso a 1 euro o completamente gratuito per i possessori della MIC nei Musei civici

 Sabato 1 dicembre 2018 torna nella Capitale “Musei in Musica”.  Cittadini e visitatori, acquistando il biglietto d’ingresso di 1 euro, potranno visitare i Musei Civici straordinariamente aperti di sera, dalle 20.00 alle 02.00, e usufruire di un ricco programma di mostre, concerti e spettacoli dal vivo, selezionati con l’avviso pubblico “Musei in Musica 2018” diffuso da Zètema Progetto Cultura. L’ingresso ai musei civici sarà completamente gratuito per i possessori della MIC card (mentre negli spazi dove previsto sarà ad un euro). La decima edizione della manifestazione, che vedrà quest’anno esibirsi circa 140 artisti con 100 performance, è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e organizzata da Zètema Progetto Cultura. La serata vedrà la partecipazione anche di altri importanti spazi espositivi e culturali, università e istituzioni culturali straniere – come per esempio il Museo archeologico e museo Aristaios dell’Auditorium Parco della Musica, il Palazzo delle Esposizioni, il Macro Asilo, il Polo museale de La Sapienza Università di Roma, il monumento a Vittorio Emanuele II e il Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo in collaborazione con il MIBAC, il Museo Ebraico di Roma, l’Accademia di Francia a Villa Medici – che, per l’occasione, apriranno straordinariamente al pubblico le proprie sedi in orari serali con mostre ed eventi.

Si potrà condividere la propria esperienza su Facebook e Twitter e partecipare al contest fotografico su Instagram utilizzando l’hashtag #MUSica18 e menzionando i @museiincomuneroma e @culturaaroma.

I tre autori delle foto più belle, votate dalla nostra community della pagina Facebook della Notte dei Musei, saranno premiati con tre biglietti per L’Ara Com’era, la visita immersiva e multisensoriale al Museo dell’Ara Pacis. Per partecipare è sufficiente condividere, fino alla mezzanotte del 2 dicembre, una foto scattata a uno degli spettacoli della manifestazione indicando luogo ed evento, hashtag #MUSica18 e la menzione @museiincomuneroma. A partire dal 3 dicembre le foto che rispetteranno i requisiti richiesti saranno pubblicate in una gallery sulla pagina Facebook di Musei in Musica, pronte per essere votate. Non sono considerate valide le stories su Instagram.

GLI EVENTI E LE MOSTRE IN PROGRAMMA NEI MUSEI CIVICI

I MUSEI CAPITOLINI ospiteranno nell’Esedra del Marco Aurelio lo spettacolo Il ponte del dialogo con il polistrumentista Stefano Saletti, la cantante turco italiana Yasemin Sannino, e i musicisti Gabriele Coen, Marco Loddo e Giovanni Lo Cascio, per un viaggio tra i generi e le sonorità del mediterraneo che porterà dal Sud Italia fino alla Turchia. All’interno della Pinacoteca, nella Sala Pietro da Cortona, andrà in scena invece lo Stabat Mater di Pergolesi, a cura del Conservatorio di Musica Santa Cecilia, eseguito dal soprano Goar Faradzhian e dal contralto Sara Tiburzi con l’accompagnamento musicale di Melody Raquel Quinteros, Toki Takahashi, Camila Sànchez Quiroga, Louis Batista e Mauro Tedesco mentre nel Salone di Palazzo Nuovo prenderà forma il concerto Occhi chiusi in mare aperto dell’ensamble vocale composto da Gabriele d’Angelo, Ludovico Versino, Francesca Cireddu, Chiara Meschini e Daniele d’Alberti che proporranno un viaggio tra la musica indie italiana e internazionale, le hit del pop mondiale e i capolavori del soul.

La SALA DELLA PROTOMOTECA, in Piazza del Campidoglio, ospiterà invece le composizioni in chiave bossa nova, jazz, folk, rock e pop del cantautore Nuno Fonsé nel concerto dal titolo Detras del Mar – Nuno Fonsé, a cura dell’Ambasciata del Nicaragua (ingresso gratuito).

All’interno dei MERCATI DI TRAIANO – MUSEO DEI FORI IMPERIALI la cantante musicista angolana Tasha Rodrigues accompagnerà i visitatori in un viaggio musicale dal titolo Agora Cross, interpretando canzoni di famose artiste africane e brasiliane e canzoni d’autore italiane. Nella seconda parte live elettronico di Sergio Sorrentino su videoproiezioni di Monica Pirone.

La CENTRALE MONTEMARTINI sarà invece la location delle performance Onn Frame e About Live Cinema. Durante la serata l’arte si metterà in connessione con la tecnologia attraverso un duplice percorso: nella Sala Macchine prenderà vita ONN, una performance audiovisiva di Live Cinema in continua evoluzione mentre nella Sala del Treno di Pio IX ci saranno screenings con interviste, anteprime e backstage di alcuni dei migliori artisti che interpretano il live cinema perfomance. Il MUSEO DI ROMA, invece, ospiterà nel Salone d’Onore l’evento Notte swing al museo. In formazione quartetto il cantante e pianista Antonio Sorgentone, insieme a contrabbasso, batteria e sax, ripercorrerà i momenti più brillanti di queste sonorità, intrecciandole al boogie woogie, al Jazz, al R’n’R. Nella Sala Torlonia andrà in scena il concerto La cameristica postmoderna dei Peekaboom con Angelica Lubian alla voce e Simone Masina al contrabbasso. Il duo reinterpreterà brani internazionali hit pop, rock e standard jazz, destrutturandoli e ricostruendoli in maniera originale unicamente con contrabbasso, voce e software di registrazione e live-looping.

Nello stesso luogo andrà in scena anche l’edizione speciale del Contest Museum Social Club “Il Sorpasso” con l’esibizione di due partecipanti: Peter Pan’s Band e Marco Liotti.

Traendo ispirazione dalle fotografie di Lisetta Carmi, Giulio Tosti, Her e Beatrice Fedi e Roberto di Maio del Collettivo Crib si esibiranno al MUSEO DI ROMA IN TRASTEVERE in un intervento di animazione culturale dal titolo Carmika. La bellezza della verità. Attraverso performance musicali, di movimento scenico e audio-video gli artisti daranno vita ad un progetto esperienziale live che consentirà di approfondire le tematiche affrontate dalla fotografa.

Pensata appositamente per il MUSEO DELL’ARA PACIS sarà la performance-installazione multimediale dal titolo Bit By Bit realizzata dal gruppo Chiasma che, in linea con i suoi precedenti lavori sulla “club culture”, la discoteca e la “politica” di liberazione del corpo, darà vita ad una performance coreografica seguita da dj set. All’interno dell’Auditorium, invece, di scena lo spettacolo musicale Indijazzlive: una coniugazione fascinosa tra la musica mediterranea e le sonorità jazz realizzate dai musicisti Simone Alessandrini e Natalino Marchetti (ingresso gratuito).

Poco distante, al MUSEO NAPOLEONICO, andrà in scena lo spettacolo Dichiaro guerra al tempo con Manuela Kusterman e Melania Giglio che reciteranno I sonetti di William Shakespeare, intervallandoli a famosi brani della nostra epoca interpretati dalla stessa Giglio (ingresso gratuito).

Dal lungotevere a via Nomentana per una serata in musica nei MUSEI DI VILLA TORLONIA. Due saranno gli eventi in programma durante la serata: all’interno del CASINO NOBILE andrà in scena il Danny Grisset “Monk’s Mood” con il raffinato pianista Danny Grisset che proporrà un repertorio in piano solo dedicato al grande compositore ed innovatore della musica Jazz Thelonius Monk. Nella CASINA DELLE CIVETTE, invece, andrà in scena lo spettacolo di teatro e musica dal titolo Questo giardino che oggi tu distruggi in cui le melodie del mediterraneo restituite in acustico dalla viola, dal contrabbasso e dalla kora del trio ViolaContraKora incontreranno la vibrante poesia contemporanea recitata da Sista Bramini. Spettacolo concerto sarà anche No Cage – Senza Gabbie. Fiabe, musica e racconti di Animali Liberi in programma al MUSEO CIVICO DI ZOOLOGIA. Gli attori Aurora Reggio, Gabriele Traversa e Tommaso Lombardo diretti da Tiziana Lucattini e Fabio Traversa reciteranno fiabe da tutto il mondo per raccontare di come gli animali siano esseri viventi molto simili a noi, con le stesse emozioni, piaceri e paure. Una serata arricchita dall’accompagnamento musicale di Silvia Gramegna (violino) e Francesco Pannocchia (chitarra).

Sempre all’interno di Villa Borghese, nella Sala del Ninfeo del MUSEO CARLO BILOTTI – ARANCIERA DI VILLA BORGHESE, si potrà apprezzare il concerto Mike Melillo Remembrance del pianista Mike Melillo. In programma suoi brani originali e brani classici di storici compositori jazz (ingresso gratuito).

Poco distante, al MUSEO PIETRO CANONICA, si realizzerà invece il progetto sperimentale Et Project – Inspiring con i musicisti Antonello D’Urso, Alessandro D’Alessandro e Gianna Chillà, un viaggio in un universo sonoro parallelo con musiche rielaborate e campionate in tempo reale (ingresso gratuito).

La GALLERIA D’ARTE MODERNA ospiterà Mezzo secolo – 68slogan/slowgame18, il progetto musicale e sperimentale pensato da Giuliano Compagno in collaborazione con Teatro Mobile per celebrare il cinquantennale del 1968 attraverso la creazione di suggestioni in cuffia dei suoni e degli slogan di quella stagione (ingresso gratuito). Il cinema invece sarà protagonista della rievocazione in programma al MUSEO DELLE MURA: Marco Testoni insieme a Mats Hedberg realizzeranno in Cinematica un vero e proprio viaggio nel mondo delle colonne sonore con omaggi a personalità del calibro di Ryuichi Sakamoto, John Carpenter, Nicola Piovani, Jan Johansson e molti altri (ingresso gratuito). In conclusione al MUSEO DELLA REPUBBLICA ROMANA E DELLA MEMORIA GARIBALDINA si potrà apprezzare il concerto Duality – A concert for very normal people con Marcello Fiorini che racconterà il concetto di dualità attraverso le proprie canzoni eseguite insieme alla violoncellista Giovanna Famulari (ingresso gratuito).

Le mostre che saranno visitabili nei musei civici in orario serale sono:

La Roma dei Re. Il racconto dell’Archeologia e I Papi dei Concili dell’era moderna. Arte, Storia, Religiosità e Cultura ai MUSEI CAPITOLINI, Il Sorpasso. Quando l’Italia si mise a correre al MUSEO DI ROMA, Lisetta Carmi. La bellezza della verità  al MUSEO DI ROMA IN TRASTEVERE, Metamorfosi del quotidiano ai MUSEI DI VILLA TORLONIA – CASINA DELLE CIVETTE, Bizhan Bassiri – Specchio Solare NOOR, Balla a Villa Borghese e L’acqua di Talete. Opere di Josè Molina al MUSEO CARLO BILOTTI – ARANCIERA DI VILLA BORGHESE, Museo di Zoologia…diverso per natura al MUSEO CIVICO DI ZOOLOGIA, Roma Città Moderna. Da Nathan al Sessantotto e Antonio Fraddosio. Le tute e l’acciaio alla GALLERIA D’ARTE MODERNA.

La mostra Marcello Mastroianni al MUSEO DELL’ARA PACIS sarà visitabile eccezionalmente con biglietto ridotto a 7 euro.

GLI EVENTI E LE MOSTRE NEGLI ALTRI SPAZI

Saranno aperti con ingresso a 1 euro oppure, dove espressamente indicato, ridotto o gratuito:

il PALAZZO DELLE ESPOSIZIONI con l’apertura delle mostre Pixar. 30 anni di animazione, Piero Tosi. Esercizi sulla bellezza. Gli anni del CSC 1988-2016 e Roma fumettara. Una scuola di autori – 25 anni in mostra e il concerto A 1000 ce n’è nel mio cuore di fiabe da narrar…, di Observatorium Orchestra, con una selezione di conosciute melodie fiabesche e temi classici del cinema di animazione; il MACRO ASILO con il Progetto Macro Asilo e le performance per chitarra elettrica solista del Festival Nuova Consonanza – Rocking up (ingresso gratuito); il MUSEO ARCHEOLOGICO e il MUSEO ARISTAIOS dell’Auditorium Parco della Musica con visite guidate e l’esibizione di Paolo Damiani “Memorie future”, in cui il musicista proporrà le sue composizioni in assolo di contrabbasso (ingresso gratuito);

il MONUMENTO A VITTORIO EMANUELE II (ingresso gratuito – 1 euro per l’utilizzo degli ascensori panoramici) e il MUSEO NAZIONALE DI CASTEL SANT’ANGELO con la mostra Armi e poteri nel Rinascimento, in collaborazione con il MIBAC; il COMPLESSO DEL VITTORIANO – ALA BRASINI con ingresso ridotto alle mostre Andy Warhol e Jackon Pollock, la scuola di New York; il MUSEO EBRAICO DI ROMA con la mostra Italiani di razza ebraica. Le leggi antisemite del 1938 e gli ebrei di Roma e partecipare agli eventi In Vino VeryTanz. Il vino nella musica e nella tradizione ebraica e La Cantica del Mare. Musiche ebraiche sulle coste mediterranee; l’ACCADEMIA DI FRANCIA VILLA MEDICI con la mostra Le Violon d’Ingres sonorizzata con i brani dei borsisti compositori Julia Blondeau e Clara Iannotta; la REAL ACADEMIA DE ESPAÑA IN ROMA dove si potrà visitare la mostra 1968. Il fuoco delle idee di Marcelo Brodsky e ammirare, al Tempietto del Bramante, l’installazione Piedra y distancia di Abel Paul (ingresso gratuito);

l’ACCADEMIA D’UNGHERIA IN ROMA con la mostra Luce in movimento – Mostra monografica di Nikolas (Miklòs) Schöffer e il concerto del pianista giapponese Rintaro Akamatsu nell’ambito del Casio Sound Tradition Festival (ingresso gratuito); la CASA ARGENTINA – AMBASCIATA ARGENTINA IN ITALIA con la mostra Radix – Artigianato tessile argentino con il reportage fotografico “Peregrini” e il concerto Piazzolla secondo Aisemberg, un incontro infinito con il pianista Hugo Aisemberg (ingresso gratuito); il MUSEO CASA DI GOETHE con la mostra Costellazione 2 – Beuys: Viaggi in Italia. Recuperi di storie tedesche girando per Roma e il concerto di Angelo Colone dal titolo L’enigma della chitarra; VIGAMUS MUSEO DEL VIDEOGIOCO con la mostra L’evoluzione del Videogioco attraverso la musica e l’evento Videogame Music Fest; la CASA DELL’ARCHITETTURA all’Acquario Romano con la mostra ADI Design Index 2018 e l’evento AcquaJazz del Coro di Piazza Vittorio; lo SPAZIO ESPOSITIVO TRITONE della Fondazione Sorgente Group con la mostra Athena Nike: la vittoria della dea accompagnata dall’evento Athena Nike che celebrerà la vittoria con un repertorio di musiche settecentesche (ingresso gratuito).

Saranno inoltre aperti gratuitamente l’ISTITUTO SUPERIORE ANTINCENDI, dove si potrà visitare la mostra Vigiliinarte e assistere al concerto del gruppo di ottoni della Banda del Corpo Nazionale dei Vigili Fuoco, e il POLO MUSEALE ATAC per conoscere da vicino l’esposizione permanente di locomotori e tram storici restaurati esposti nell’area.

Musei in Musica 2018 vedrà la partecipazione anche della SAPIENZA UNIVERSITÀ DI ROMA che aprirà ad ingresso gratuito il proprio Polo Museale. Si potranno visitare il Museo delle antichità etrusche e italiche con la mostra Il sacrificio di un cane dal Quartiere cerimoniale di Pyrgi e assistere al concerto A tutto Bach; il Museo di antropologia accompagnato dall’evento Da Lodi a New York su 16 corde con il quartetto MuSa Classica; i Musei dell’arte classica con le mostre Visual Archaelogy (Ri)costruire le immagini del Passato e La Siria Bizantina dal novecento a oggi e il concerto Carmina Burana dell’Orchestra MuSa Classica; il Museo di Chimica e l’evento che ospita Momenti di storia d’Italia attraverso la canzone popolare; il Museo delle origini con la mostra I suoni della preistoria e l’evento Dopo 100 anni: canti degli alpini e altre musiche di guerra; il Museo del vicino oriente, Egitto e Mediterraneo con la mostra Gli Dei del Tofet: Baal Hammon e Tinnit; il Museo laboratorio di arte contemporanea con la mostra La fototeca di Adolfo Venturi alla Sapienza e il concerto dei MuSacisti Creativi L’influenza dell’Africa nel jazz.

 

MUSEI IN MUSICA

Sabato 1 dicembre 2018

Ingresso 1 euro per accedere a ogni museo, salvo che non sia diversamente indicato.

Musei aperti dalle ore 20.00 alle 02.00 (ultimo ingresso alle ore 01.00)

Diretta su Twitter e Instagram con #MUSica18

www.museiincomuneroma.it

Info 060608

L’Istat “dà i numeri” introducendo il censimento annuale

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Per noi giornalisti i dati Istat sono praticamente come i dieci comandamenti per Mosè.

Quando scriviamo un articolo e dobbiamo fornire ai lettori informazioni che puntino la lente di ingrandimento su alcuni fenomeni – dalla violenza di genere all’utilizzo dell’auto per viaggiare – il nostro riferimento sono appunto le statistiche proposte dall’istituto nazionale. Ad esempio, se vi dicessimo che nel 2015 sono stati 63.460.141 i visitatori paganti di musei, lo sapremmo grazie all’Istat.

Ma quale percezione ha il cittadino di tali numeriche? Quanto avverte di essere un attore fondamentale nella comprensione dell’andamento della società?

Questo ottobre l’Istat ha rivoluzionato il suo modus operandi proponendo un censimento non più decennale, bensì annuale, per evidenziare le caratteristiche socio-economiche della popolazione italiana, e lo ha fatto lanciando una campagna di comunicazione che rende il cittadino italiano il vero protagonista, proprio per avvicinarlo al senso profondo della statistica e non farlo sentire solo un “numero”.

[dt_quote type=”pullquote” layout=”right” font_size=”big” animation=”none” size=”1″]«Il censimento annuale rappresenta una sfida per l’Istat che intendiamo vincere grazie alla qualità del nostro personale» afferma il Presidente facente funzioni Maurizio Franzini «L’obiettivo di questo nuovo impianto è quello di fornire in tempi rapidissimi una mappa sempre aggiornata dell’evoluzione che vive la società italiana. Per raggiungere questo traguardo sarà fondamentale una collaborazione a tutti i livelli dei vari attori – istituzionali e non – coinvolti nel processo di rilevazione dei dati. L’Istat è pronto a fare la sua parte».[/dt_quote]

Le famiglie italiane, quindi, diventano veri e propri campioni: ogni anno saranno chiamati a partecipare un milione e quattrocento nuclei familiari, e non tutte le famiglie insieme come nelle precedenti tornate censuarie.

Campioni, del resto, è un po’ la parola chiave di questa veste inedita dell’Istat, che nel 2018 non solo lancia nuove iniziative, ma lo fa con una voce differente, più vicina al cittadino. Il claim “l’Italia ha bisogno di campioni” e il coinvolgimento di influencer come i The Jackal hanno un ruolo fondamentale in questa strategia.

Ma qual è lo scopo del rinnovamento? L’intenzione finale dell’istituto è quella di fornire dati sempre aggiornati per consentire alle istituzioni e alle politiche economiche e sociali di poter valutare correttamente quali sono le necessità del nostro Paese, specialmente nel mondo veloce e cosmopolita in cui si muove. Velocità, infatti, è un’altra parola chiave del nuovo Istat, visto che il censimento non sarà più cartaceo, ma sul web, e anche i dati saranno rilasciati in tempi più celeri.

[dt_quote type=”pullquote” layout=”right” font_size=”big” animation=”none” size=”1″]«Il carattere fortemente innovativo dei nuovi censimenti permanenti – spiega Roberto Monducci, Direttore Dipartimento per la produzione statistica – consiste nella messa a punto di una piattaforma di raccolta dei dati che, nel caso del censimento della popolazione, sfrutta anche il patrimonio informativo su individui, famiglie e abitazioni già in possesso della pubblica amministrazione, riducendo al minimo le indagini dirette sui cittadini. Questo impianto statistico consente di dimezzare i costi tradizionalmente spesi per la realizzazione di un censimento a cadenza decennale, con risparmi di centinaia di milioni di euro».[/dt_quote]

Chi siamo, cosa facciamo, dove viviamo. Tutte queste informazioni proiettate sul singolo ed elevate alla potenza della comunità possono dare le risposte che cerchiamo per raggiungere un benessere maggiore!

Da questo link potete scaricare il tutorial per il censimento.

Alessia Pizzi

Copia Originale, non è bello ciò che è vero

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In un certo senso, il titolo italiano del film, Copia Originale, è piuttosto singolare. Come può un qualcosa che è copiato essere originale, e viceversa? Eppure, per una volta, il titolo italiano è quasi più sensato di quello vero (per la cronaca, è “Can You Ever Forgive Me?”).

Il motivo è la protagonista, e come è scritta la protagonista. Lee Israel è una copia della vera donna cui si ispira il film. Ma, al tempo stesso, è diversa dal personaggio reale, e perciò originale. Inoltre, il suo stesso personaggio è una copia dei tanti personaggi idiosincratici e misantropi che ultimamente popolano il cinema, ma risulta originale per una forza d’animo innaturale e per una velata dose di malinconia che stempera continuamente la sua ostinata chiusura sociale.

A disegnare questo personaggio sontuoso, che si muove tra l’orgoglio a tratti esasperato ed una tristezza estremamente umana, oltre alla scrittura contribuisce soprattutto l’attrice. Siamo davanti, senza dubbi, alla miglior performance in carriera di Melissa McCarthy. L’attrice, abituata a ruoli comici spesso esagerati, avrebbe potuto facilmente cadere nella macchietta oppure alzare i toni. Invece mantiene a terra la sua Lee Israel, e le infonde una tenerezza difficilmente immaginabile vedendo la piega del film.

Ah già, giusto, la piega del film. La storia di Copia Originale è quella di Lee Israel, scrittrice fallita che, per sbarcare il lunario, decide di falsificare documenti e rivenderli a prezzi altissimi ai vari collezionisti, incappando in ovvi reati.

Il film però, più che della storia, si interessa tanto dei suoi personaggi. Se la sua protagonista stupisce, fino a fare paradossalmente della sua misantropia un punto di forza, è possibile pure perché i duetti col personaggio di Richard E. Grant sono fantastici. Senza cercare il politicamente corretto, con una comicità che punta sempre al cinismo, i due più che tenere in piedi il film sono il film.

E questo, se è un pregio come detto, a tratti diventa anche il vero difetto di Copia Originale. Il film infatti si innamora così tanto dei suoi due protagonisti, e delle loro peripezie, da seguirli pedissequamente e calorosamente in ogni cosa facciano. In poche parole, il film mette in secondo piano la storia e la narra in maniera molto lineare, fin troppo consequenziale.

Un peccato perché questa bizzarra vicenda, e soprattutto i suoi sottotesti, avrebbero meritato più attenzione. Indagare il mondo dei collezionismo d’arte spietato e dei falsari sarebbe stato, se non interessante, quantomeno nuovo. Raccontare una storia che si basa sulle falsità in maniera più frammentata, più ambigua, sarebbe stato idealmente consigliato.

Si accontenta di essere godibile Copia Originale, e noi ci accontentiamo di due grandi interpretazioni. Ma le complessità del mondo dell’arte, la crudeltà del mondo dell’editoria, l’esigenza di una donna di lasciare il segno col proprio talento sempre soffocato, avrebbero meritato maggior approfondimento.

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Emanuele D’Aniello