Cambio di prospettiva: ripensando il problema della povertà con Jason Hickel

Arriva in Italia il provocante saggio su ricchezza e povertà nel XXI secolo.

Uscito per William Heinemann nel 2017, The Divide di Jason Hickel è sbarcato da poco in Italia per i tipi de Il Saggiatore. Il saggio è una provocatoria inchiesta sulla povertà nel mondo, sul nostro modo di vederla, sulla sua storia e infine su sue possibili cure. Il titolo fa riferimento al noto divario che divide, per l’appunto, quei miliardi di persone (4,3) che vivono con meno di 5 dollari al giorno da quell’élite composta da non più di otto individui che detengono, di contro, la metà della ricchezza globale.

Povertà globale: un cambio di prospettiva.

La storia usuale di questa povertà, ci dice Hickel, è falsa.

La storia sulla disuguaglianza mondiale che ci viene propinata abitual­mente ruota proprio intorno a questo concetto. Le agenzie per lo sviluppo, le Ong (organizzazioni non governative) e i governi più potenti del mondo spiegano che il dramma dei paesi poveri è un problema tecnico, che può essere risolto adottando istituzioni e politiche economiche adeguate, lavo­rando sodo e accettando un piccolo aiuto. (…). È una storia già sentita, ed è una storia rassicurante (…).  Ma è una storia falsa. L’idea che esista una frattura naturale è fuorvian­te fin dal principio. Nell’anno 1500 non esistevano differenze significative fra l’Europa e il resto del mondo, nel reddito e nel tenore di vita. Anzi, sap­piamo che in alcune regioni del Sud del mondo la gente se la passava molto meglio rispetto all’Europa. Eppure le sorti di quelle popolazioni sono cam­biate radicalmente nei secoli successivi – non a dispetto l’una dell’altra, ma a causa l’una dell’altra –, quando le potenze occidentali hanno avvinto il resto del mondo in un unico sistema economico internazionale.

Un passo indietro: dal colonialismo di Colombo a quello di oggi.

L’autore, dunque, propone di fare un passo indietro e di riavvolgere il nastro. A partire dall’arrivo di Colombo in America, inizia la grande esportazione di materie prime verso l’Europa. Questo momento segna al tempo stesso il declino del Sud del mondo e l’ascesa dell’Europa.

Il colonialismo fu un disastro economico e umanitario per i paesi del Sud del mondo, ma un’incredibile manna dal cielo per l’Europa, e più tardi per gli Stati Uniti. Il problema è che questa nuova ricchezza non venne distribuita in modo equo, ma finì interamente nelle mani di un’élite tanto ristretta quanto potente. Tra il 1870 e il 1910, i segmenti più ricchi della società diventarono enormemente più ricchi, fino a raggiungere, alla vigilia della Prima guerra mondiale, livelli senza precedenti: nel 1910, l’1 per cento più ricco negli Stati Uniti controllava il 45 per cento della ricchezza della nazione, e in Europa quasi il 65 per cento.

Un passo avanti: Wall Street e Keynes.

Una svolta nell’economia globale è senza dubbio quella segnata dalla crisi del 1929 e dalle teorie di Keynes. I concetti di welfare ed equità iniziano ad affacciarsi sulla scena politica e dopo il secondo conflitto mondiale, con la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino e le Nazioni Unite, il colonialismo inizia perdere di popolarità. Parallelamente ai movimenti di indipendenza delle colonie, nel 1948 l’economista progressista Raúl Prebisch fonda la Commissione economica per l’America Latina e i Caraibi delle Nazioni Unite.

Prebisch sosteneva che il sottosviluppo e la disuguaglianza globale fossero il risul­tato del modo in cui il colonialismo aveva organizzato il sistema mondia­le, limitando i paesi del Sud del mondo all’esportazione di materie prime e impedendo loro di costruire un’industria competitiva.

L’ideologia dello sviluppo e l’illusione della ripresa.

La cosiddetta ‘ideologia dello sviluppo’ prende piede. A partire dagli anni ’60, i paesi del Sud del mondo guadagnano terreno e le loro economie fioriscono. Gli stati occidentali, però, si iniziano a rendere conto che la ripresa di quei paesi significa il loro declino, perché erano stati proprio quei paesi a renderli forti. È così che inizia l’era dei golpe. Europa e Stati Uniti insediano dittatori così da poter riprendere drenaggio di risorse grazie al quale si sono sviluppati. Ma non sono questi gli unici mezzi. Un altro punto saliente sono i prestiti e i programmi di aggiustamento strutturale (SAP) con cui i paesi occidentali impongono le regole dello sviluppo ai paesi del terzo mondo tali in realtà da impedire ogni sviluppo e affrancamento. Infine, la persistenza dei paradisi fiscali.

Cinque proposte contro la povertà globale.

 Finita la pars destruens, Hickel si volge alla pars construens della sua analisi, ossia la sua ricetta contro la disuguaglianza e la povertà globale. Resistenza al debito dei paesi sottosviluppati, democratizzazione delle istituzioni globali, commercio equo a favore dei paesi poveri, imposizione di salari giusti e recupero dei beni comuni. Queste cinque, in sostanza, sono le linee che secondo l’autore si dovrebbero seguire. Non mancano poi riferimenti all’intersezione di queste strategie con il problema della crisi climatica.

Un resoconto provocatorio.

Il tema è molto complesso, e spetta principalmente agli esperti in materia (e dunque non al sottoscritto) entrare nei dettagli della questione. Tuttavia, il pregio principale del libro di Hickel è quello di essere accessibile a un pubblico più ampio senza sfociare nel qualunquismo o nella pura divulgazione. Se economisti o lettori più esperti potranno valutare meglio con dati e statistiche alla mano, i profani possono sicuramente trarre giovamento da questa lettura. The Divide, infatti, è un saggio che fa riflettere su un problema che riguarda tutti, indistintamente. Che ci trovi da un lato o dall’altro del divario, infatti, non si potrà negare l’importanza capitale del problema.

 

Davide Massimo

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