Torino 2018: Copia Originale, non è bello ciò che è vero

copia originale

In un certo senso, il titolo italiano del film, Copia Originale, è piuttosto singolare. Come può un qualcosa che è copiato essere originale, e viceversa? Eppure, per una volta, il titolo italiano è quasi più sensato di quello vero (per la cronaca, è “Can You Ever Forgive Me?”).

Il motivo è la protagonista, e come è scritta la protagonista. Lee Israel è una copia della vera donna cui si ispira il film. Ma, al tempo stesso, è diversa dal personaggio reale, e perciò originale. Inoltre, il suo stesso personaggio è una copia dei tanti personaggi idiosincratici e misantropi che ultimamente popolano il cinema, ma risulta originale per una forza d’animo innaturale e per una velata dose di malinconia che stempera continuamente la sua ostinata chiusura sociale.

A disegnare questo personaggio sontuoso, che si muove tra l’orgoglio a tratti esasperato ed una tristezza estremamente umana, oltre alla scrittura contribuisce soprattutto l’attrice. Siamo davanti, senza dubbi, alla miglior performance in carriera di Melissa McCarthy. L’attrice, abituata a ruoli comici spesso esagerati, avrebbe potuto facilmente cadere nella macchietta oppure alzare i toni. Invece mantiene a terra la sua Lee Israel, e le infonde una tenerezza difficilmente immaginabile vedendo la piega del film.

Ah già, giusto, la piega del film. La storia di Copia Originale è quella di Lee Israel, scrittrice fallita che, per sbarcare il lunario, decide di falsificare documenti e rivenderli a prezzi altissimi ai vari collezionisti, incappando in ovvi reati.

Il film però, più che della storia, si interessa tanto dei suoi personaggi. Se la sua protagonista stupisce, fino a fare paradossalmente della sua misantropia un punto di forza, è possibile pure perché i duetti col personaggio di Richard E. Grant sono fantastici. Senza cercare il politicamente corretto, con una comicità che punta sempre al cinismo, i due più che tenere in piedi il film sono il film.

E questo, se è un pregio come detto, a tratti diventa anche il vero difetto di Copia Originale. Il film infatti si innamora così tanto dei suoi due protagonisti, e delle loro peripezie, da seguirli pedissequamente e calorosamente in ogni cosa facciano. In poche parole, il film mette in secondo piano la storia e la narra in maniera molto lineare, fin troppo consequenziale.

Un peccato perché questa bizzarra vicenda, e soprattutto i suoi sottotesti, avrebbero meritato più attenzione. Indagare il mondo dei collezionismo d’arte spietato e dei falsari sarebbe stato, se non interessante, quantomeno nuovo. Raccontare una storia che si basa sulle falsità in maniera più frammentata, più ambigua, sarebbe stato idealmente consigliato.

Si accontenta di essere godibile Copia Originale, e noi ci accontentiamo di due grandi interpretazioni. Ma le complessità del mondo dell’arte, la crudeltà del mondo dell’editoria, l’esigenza di una donna di lasciare il segno col proprio talento sempre soffocato, avrebbero meritato maggior approfondimento.

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Emanuele D’Aniello

Malato di cinema, divoratore di serie tv, aspirante critico cinematografico.

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