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“Smetto quando voglio – Ad Honorem”: la prima evasione nerd della storia

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Inizia come un vero film d’azione e chiude una saga di successo “Smetto quando voglio – Ad honorem”, in uscita al cinema il 30 novembre 2017.

Si presenta il cattivo, Walter Mercurio (Luigi Lo Cascio), in tutta la sua cieca e lucida follia. Un flashback racconta la fase iniziale del suo piano diabolico. Lui ha sintetizzato del gas nervino ed ora è pronto a fare una strage . Solo “le migliori menti in circolazione” possono fermarlo.

La banda dei ricercatori, quindi, dovrà ricomporsi e non senza difficoltà, visto che sono tutti detenuti in carceri diverse. Oltretutto, avranno bisogno dell’aiuto dello storico nemico Er Murena (Neri Marcorè).

L’incipit dimostra che “Smetto quando voglio” è una vera e propria saga. Infatti, i tre film vanno visti (o rivisti) insieme. Le storie sono parallele e le trame si intrecciano. Si usano numerosi flashback, che possono, però, mandare in confusione gli spettatori che non hanno “ripassato” le puntate precedenti.

D’altronde, però, fin dall’inizio la saga era stata concepita come una trilogia. Le singole pellicole dovevano mantenere una forte base comedy, per poi andare in direzioni diverse.

Il primo, “Smetto quando voglio” era effettivamente una commedia all’italiana, che prendeva spunto esplicitamente da una grande serie tv americana, “Breaking bad”.

Nel secondo, “Smetto quando voglio – Masterclass”, l’ispirazione erano i polizieschi e i western all’italiana, con un avvincente, quanto improbabile ed esilarante, assalto al treno.

Il terzo film, “Smetto quando voglio – ad honorem”, in uscita il 30 novembre, è l’epilogo ,“rimette insieme i pezzi” e chiude eventuali sospesi aperti nei precedenti episodi.

A realizzare il film ci sono ancora Sydney Sibilia alla regia, autore anche del soggetto e della sceneggiatura insieme a Francesca Manieri e Luigi di Capua e i produttori Domenico Procacci (Fandango) e Matteo Rovere (Groenlandia), con Rai Cinema.

Si ride molto, come nei primi due film della trilogia. Ma in questo terzo episodio si vede forse una dose un po’ eccessiva di retorica.

Probabilmente, ciò è dovuto all’entrata in scena di un personaggio spietato, di cui andavano spiegate le motivazioni profonde e alla sfida finale tra il cattivo e il buono Pietro Zinni (Edoardo Leo), leader della banda dei ricercatori.

Gli autori volevano portare la saga ad un livello più dark ed epocale e ci sono anche riusciti, ma questo aspetto è il meno convincente del film.

Diversamente, è riuscito benissimo il riannodo dei vari momenti della narrazione, grazie all’efficace montaggio di Gianni Vezzosi.

Inoltre, “Smetto quando voglio – ad honorem” conferma la capacità del regista Sydney Sibilia di far funzionare un gruppo di ottimi attori. Il ritmo e i tempi comici sono perfetti.

Il film è corale, ma ogni personaggio ha il giusto spazio. Ogni interprete è valorizzato e riesce ad apportare credibilità al proprio ruolo.

Questo è quel tipo di film in cui tutti gli attori sono bravissimi, le interpretazioni credibili e il risultato d’insieme centra l’obiettivo.

Smetto quando voglio ad honoremLa forza dell’intera trilogia di “Smetto quando voglio” è sempre stato l’ottimo feeling tra gli interpreti e il suo successo ha avuto ripercussioni positive.

Non potendo menzionare tutti gli attori e le scene che meglio li mettono in risalto, ci limitiamo a segnalare due presenze: Peppe Barra, nel ruolo del simpaticissimo e illuminato direttore del carcere di Rebibbia; Stefano Fresi (il chimico Alberto), che dà prova anche di ottime capacità come cantante d’opera.

I cinefili non potranno non apprezzare, in “Smetto quando voglio – ad honorem”, anche i vari richiami al cinema italiano del passato, il più evidente dei quali è a “I soliti ignoti”.

Ci fa piacere anche sottolineare che il grande successo dei primi due film non ha solo messo in luce, attraverso un’opera artistica, la scandalosa situazione della ricerca italiana e il dramma di una generazione di ricercatori. Ha anche dato un piccolo contributo alla valorizzazione del lavoro scientifico dell’università italiana.

Infatti, l’ambientazione di alcune scene negli spazi dell’Università La Sapienza di Roma ha contribuito a finanziare un progetto di ricerca annuale per un giovane ricercatore.

Motivo in più per andare a vedere “Smetto quando voglio – ad honorem”, anche se riderete un po’ amaro.

Stefania Fiducia

Vizi e virtù del film d’animazione sulla nascita di Gesù

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Mentre i film d’animazione Disney accantonano le fiabe e propongono principesse emancipate alla ricerca di se stesse, Sony Pictures Animation torna sul grande schermo con una storia tanto antica quanto nota: quella sulla nascita di Gesù.

Come accogliere un film d’animazione che ha come protagonista una tenera ma decisa Maria e uno sbadato ma solido Giuseppe? Forse a cuor leggero, con la spensieratezza dei bambini, perché cercare in questo cartone qualche verità spirituale sarebbe davvero pretenzioso.

La storia parte dall’annunciazione dell’Arcangelo a Maria e suggella il suo stile dalle prime battute: Grazie – risponde la giovane – per poi domandarsi – Dovrei dire grazie? Non è sicura, ma comunque accetta il volere divino. Ed è un po’ questo tutto il senso del cartone, accettare un volere superiore, stessa sorte che spetta a Giuseppe quando si ritrova di fronte una sposa già in dolce attesa. Nella giovane coppia emerge la paura di essere stati scelti per un’impresa grande, troppo grande: crescere il figlio di Dio. Dubbio apprezzabile, ma comunque è difficile rendere di spessore una storia legata indissolubilmente alla religione, e dunque a un atto di fede. Per quanto possa far sorridere, il prodotto di Timothy Reckar non può superare i limiti intrinsechi alla dimensione sacra, limiti che un film come Oceania, per menzionarne uno recente, non presenta.

Tuttavia, come ogni film d’animazione che si rispetti ci sono anche altri protagonisti: gli animali.

Sono loro i personaggi più divertenti, ma anche i veri modelli per i bambini. Chi sono gli eroi del Natale? L’asinello Bo, primo su tutti, che scappa dal mugnaio per diventare il “cucciolo” di Maria (con tanto di grattini sulla pancia). Ad affiancarlo una determinata pecorella e un’esilarante colomba. Non mancano all’appello i tre cammelli dei Re Magi e un simpatico roditore.

gli eroi del natale - cartoni di natale

Una pecca, forse, è la mancata traduzione della colonna sonora durante film. Scelta comprensibile solo alla luce del fatto che tutte le canzoni che inframezzano i dialoghi hanno come interpreti artisti del calibro di Mariah Carey, cantante difficile da eguagliare. Un’altra nota dolente riguarda la traduzione banalizzante del titolo originale “The Star”, rivolto ovviamente alla stella cometa che guida Bo verso il suo destino, cioè quello di essere al servizio di un re. Non un re qualunque, ma il re dei cieli!

Vedere o non vedere, quindi, questo cartone natalizio? La risposta è affermativa, ovviamente. A patto che non pretendiate di insegnare ai vostri figli le verità cristiane servendovi di un cartone animato. Lasciate che sia una visione in libertà, senza dogmi. Del resto è proprio questo il primo – e non così scontato – insegnamento di Bo: essere liberi di scegliere fa la differenza!

Alessia Pizzi

Opere d’arte, un valore senza tempo. Ecco come proteggerle

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Il mondo dell’arte ha segnato un nuovo straordinario primato.

Les femmes d’Alger di Pablo Picasso era stato venduto per 179,4 milioni di dollari nel maggio del 2015,  ma nei giorni scorsi è stato spodestato dal “Salvator Mundi” di Leonardo da Vincivenduto all’asta da Christiès a New York per la cifra record di 450 milioni di dollari (circa 380 milioni di euro).

Attualmente, quindi, l’opera non è solo l’ultima attribuita al genio di Leonardo da Vinci, ma anche la più cara al mondo.

Si tratta di un dipinto piuttosto piccolo (66 centimetri di altezza per 46 di larghezza), che resterà nella storia non solo per la bellezza, ma anche per il clamore che ha suscitato con il prezzo raggiunto in soli 19 minuti d’asta.

Chi mette possiede un capolavoro inestimabile come questo non può fare a meno di proteggerlo con un’assicurazione. È già, non solo auto, casa e vita: anche le opere d’arte vanno assicurate!

Il pensiero non interessa solo i collezionisti privati, ovviamente: oggi molte opere viaggiano di continente in continente per essere messe in mostra. Onde evitare danni nel trasferimento, l’assicurazione è fondamentale. Lo stesso vale per i quadri in esposizione: basti pensare al recente furto della prestigiosa “Composizione con autoritratto” di de Chirico, rubata dal museo francese di Béziers.

Chi potrebbe essere il mio assicuratore online di fiducia?

È la domanda che quindi si pongono non sono soltanto i collezionisti privati o gli appassionati, ma anche le strutture museali, i restauratori, gli organizzatori delle mostre, chi opera all’interno di gallerie e case d’aste e chi per professione trasporta le opere. Insomma, tutti i professionisti del settore a cui interessa svolgere il proprio lavoro in totale sicurezza.

Attualmente le assicurazioni considerano i casi di danneggiamento, furto, perdita e incendio. Ma non solo. Esistono infatti prodotti assicurativi specifici per le opere che devono essere restaurate, oppure subiscono un deprezzamento qualora siano state oggetto di danno.  In ogni caso viene garantito un massimale da calcolare in base al valore dell’opera.

Per opere di particolare pregio può essere arduo eseguire una stima, per questo vengono coinvolti professionisti del settore o addirittura storici dell’arte, ai quali viene chiesta una consulenza.

Proteggere ciò che si ama è un obbligo sentimentale, chiaramente, mentre assicurare oggetti di valore potrebbe essere una necessità da non sottovalutare coi tempi che corrono!

Voci giovani, belle e promettenti al Concorso Ottavio Ziino

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Il mondo ha sempre bisogno di belle e nuove voci come quelle del XVI concorso lirico internazionale “Ottavio Ziino”.

Le telefonate sono sempre importanti, ma quando si tratta di una telefonata che esprime amicizia e rispetto lo vale ancora di più. Wally Santarcangelo, presidente dell’Associazione Il Villaggio della Musica, ha avuto l’ardire e la follia di chiamarmi per far parte della giuria critica della finale del XVI Concorso Lirico Internazionale “Ottavio Ziino”, svoltosi dal 14 al 18 novembre 2017 presso il bellissimo Teatro di Villa Torlonia. Dopo vari tentennamenti e consigli anche dalla fondatrice di Culturamente (la stupenda Alessia Pizzi) ho deciso di accettare, e mai scelta fu più bella.

Il Concorso Ottavio Ziino è ormai una certezza per i giovani cantanti. Il 18 novembre eravamo tutti pronti ad ascoltare meravigliose voci, che scaldano l’anima ed il cuore. Ero terrorizzato dalla responsabilità affidatami: far parte della giuria critica di un concorso è un’esperienza a dir poco epocale. Essa era composta dalla presidentessa Maria Adele Ziino, musicologa e figlia di Ottavio Ziino, da Mirco Roverelli, pianista accompagnatore all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e Giovanni d’Alò, musicologo e critico musicale de La Repubblica. Solo a sentire i nomi c’era da spaventarsi.

Un grande e fantastico gruppo di ragazzi

Ma il nome che incuteva in me il più grande terrore è stato quello della presidentessa della giuria tecnica: Nicoletta Mantovani Pavarotti, moglie del grande Luciano. La scelta è caduta su di lei, oltre che per le sue qualità, per celebrare il decennale della morte del grande tenore.

Il gruppo di ragazzi (Gerard FarrerasÉloïse Cénac-Morthé, Martina Gresia, Mariia Bochmanova, Gil ByeongMin, Karina Demurova, Blerta Zhegu, Giulia Mazzola, Badral Chuluunbaatar, Emanuela Pascu, Domenico Pellicola, Mariam Battistelli), con l’apporto dei pianisti Leonardo Angelini e Marcos Madrigal hanno dato il meglio di loro stessi. Essi la prova tangibile che le voci esistono e, come disse il grande Peter Schreier ai microfoni della Barcaccia, “ci sono sempre grandi cantanti“.

Ed ora i premi

La vincitrice è stata Mariam Battistelli, che ha eseguito con notevole gusto Si, mi chiamano Mimì da La Bohème di Giacomo Puccini. Una voce che farà strada. Mi permetto solo di dire a quest’artista di lavorare maggiormente sull’interpretazione, ma ha tutte le carte in regola.

Emanuela Pascu, con la sua penetrante esecuzione di Da, tchas nastal da La Pulzella d’Orléans di Pëtr Il´ič Čajkovskij, si è meritata ampiamente il secondo premio.

Il terzo premio è stato assegnato in ex-aequo a Domenico Pellicola, giovane tenore che ha cantato meravigliosamente Quando le sere al placido dalla Luisa Miller di Giuseppe Verdi, e al basso sudcoreano Gil ByeongMin, raffinato interprete di Quand la flamme de l’amour da La jolie fille de Perth di Georges Bizet.

Pure per la giuria critica è stato difficile assegnare un premio, tale era la bravura di tutti, ma Karina Demurova ci ha ipnotizzato. Il giovane mezzosoprano ha eseguito un’aria meravigliosa, Snariazhaj skorej da La Sposa dello Zar di Nikolaj Rimskij-Korsakov. Non è un pezzo facile, spesso la voce senza accompagnamento. È un brano dal colore particolare, che ricorda alcune melodie gitane. La Demurova ha catturato, come una maga, tutto il pubblico con la sua interpretazione, voce e intonazione.

Concorso Ottavio Ziino
Karina Demurova e Maria Adele Ziino

 

Tanti premi al Concorso Ottavio Ziino

Vi sono stati altri premi: il Premio Luciano Pavarotti (Domenico Pellicola), il Premio del Pubblico (Mariam Battistelli) e il Premio Facebook ( un  premio di maggiori like sul social network, dove vi era la diretta della finale) vinto da Giulia Mazzola, che ha eseguito un Caro Nome dal Rigoletto di Giuseppe Verdi molto bello. La giovane cantante deve solo aggiustare di più sul registro acuto, delle volte un po’ stridulo, ma l’interprete e la cantante erano ammirevoli.

Vi sono anche dei premi artistici visibili a questo link insieme anche ai nomi dei membri della giuria tecnica.

Avvicinatevi alla musica lirica

Il risultato di questa serata è stato la gioia. Guardando l’impegno dei ragazzi e delle giurie si capisce che la lirica non è morta.

Viva la musica lirica!

Marco Rossi

Guida ai mercatini di Natale più famosi d’Europa: da Innsbruck a Verona

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Mercatini di Natale, che passione! La nostra guida

Ma dove andare per vivere pienamente l’atmosfera natalizia?

In tutta Europa da fine Novembre fino a Natale le strade brulicano di bancarelle, luci colorate e profumo di dolci avvolgendo l’aria già elettrizzata dalle feste imminenti. Allora perché non cogliere l’occasione di trascorrere qualche giorno tra queste romantiche casette? Fare un viaggio a Natale è sempre una buona idea!

I Mercatini natalizi nascono nel Nord Europa, specialmente in Austria, Svizzera, Francia e Germania, dove sono una tradizione molto sentita e che siano immersi tra montagne innevate o fra le piazze delle grandi città queste bancarelle creano sempre la giusta atmosfera. Qui pronta per voi troverete una lista dei migliori mercatini di Natale, senza tralasciare ovviamente il nostro Bel Paese!

Monaco di Baviera (Germania)

È uno dei mercati natalizi più antichi del vecchio continente nonché uno dei più affascinanti. Viene allestito nella grande Marienplatz dove si incontra una vasta quantità di casette in legno e allegre bancarelle dove acquistare i primi regali di Natale. Tra i prodotti gastronomici e di artigianato si ha veramente l’imbarazzo della scelta, per cui non mancheranno le idee regalo. A partire dal 27 novembre fino alla Vigilia questi favolosi mercatini saranno nella città tedesca ad aspettarvi, accogliendovi nonostante il clima rigido con festanti melodie e traboccanti calici di birra!!!

Innsbruck (Austria)

Meta obbligatoria per tutti gli amanti dei mercatini di Natale, Innsbruck è la perla delle Alpi austriache. Specialmente in questo periodo dell’anno offre ai visitatori 6 favolosi mercatini sparsi tra le strade e le piazze della città. Quello più famoso è il Christkindlmarkt Altstadt Innsbruck che si tiene al centro storico dove vengono sistemate dozzine di casette in legno addobbate per le feste con manufatti artigianali, giocattoli di legno e tantissimi dolci che vi faranno entrare nel giusto spirito natalizio. Sarà possibile organizzare il proprio viaggio di Natale in Austria a partire dal 15 Novembre quando verranno aperti queste festose bancarelle.

Strasburgo (Francia)

La tradizione lo vuole come il mercatino di Natale più antico d’Europa, risalente addirittura al 1570, e sicuramente è uno dei più belli. Non solo perché si svolge nel caratteristico centro medievale e rinascimentale della cittadina francese, ma per l’atmosfera particolarmente magica che avvolge questo mercatino ai piedi dell’imponente cattedrale illuminata per le feste. Anche qui una vasta scelta tra oggetti in legno, decorazioni natalizie, giocattoli fatti a mano e ovviamente la gastronomia, con tutti i prodotti tipici della pasticcera francese. Dal 24 novembre al 24 dicembre la città inoltre ospiterà numerosi eventi e manifestazioni tra cui spettacoli e giochi di luci che faranno emozionare anche qualche grinch.

Praga (Repubblica Ceca)

Non poteva mancare nel nostro elenco una delle città più attraenti del mondo, infatti Praga è sempre una buona idea, in ogni momento dell’anno, ma sotto le feste l’incantevole fascino della capitale ceca vi lascerà senza parole. In pieno centro, nella Piazza della Città Vecchia, viene allestito un meraviglioso mercatino natalizio. Nell’atmosfera magica della città un giro tra le bancarelle è d’obbligo! Qui si possono acquistare moltissimi prodotti tipici della tradizione gastronomica ceca, ricercati addobbi di Natale, come le tovaglie e la cristalleria, con cui decorare le tavole, il tutto accompagnato da spettacoli e concerti. I mercatini inizieranno dal 20 novembre per tutte le feste fino al 6 gennaio.

Bruges (Belgio)

Non solo Bruges è uno dei borghi medievali più affascinante del Nord Europa, ma qui si svolge uno dei mercatini di Natale più suggestivo del mondo rendendola una meta perfetta per le vostre vacanze di Natale 2017. Un’atmosfera fiabesca tra le stradine illuminate del centro storico dove passeggiare piacevolmente gustandosi una fragrante tazza di cioccolata bollente e godendosi le luci della bancarelle. Vi sembrerà di immergervi in un sogno fatato, dove la bellezza del borgo innevato acceso dai colori delle feste vi regalerà immagini da cartolina da conservare per sempre.

Zurigo (Svizzera)

Nella magica lista natalizia non poteva mancare la Svizzera dove lo spirito delle festività prende la forma di 150 casette decorate al centro della monumentale Stazione Centrale. Qui nella hall è possibile incantarsi di fronte allo spettacolo di oltre settemila gioielli swarovsky che brillano sul preziosissimo albero di Natale. Uno spettacolo unico ed imperdibile!

E ora una mini-guida per i mercatini di Natale in Italia, pronti a conquistarvi con una squisita atmosfera natalizia e con il profumo dolce del vino brulè mischiato all’aroma inconfondibile della castagne arrostite.

Le settimane dell’avvento sono un importante tradizione anche nel nostro paese dove i mercatini con le loro luci e colori vengono trasportati tra le città d’arte, i borghi medievali ed i piccoli paesini di montagna imbiancati dalla neve.  Sicuramente i più famosi li troverete in Trentino Alto Adige con l’allestimento natalizio nelle piazze di Bolzano, Trento, Merano, Vipiteno e Bressanone.

Bolzano

Nella tradizione delle feste natalizie quello di Bolzano è uno dei mercatini più grandi d’Italia e molto famoso per il suo fascino suggestivo. Qui le famose bancarelle offrono ai visitatori fragrante vin brulè e strudel di mele bollente, un’ottima compagnia con cui aggirarsi tra le romantiche casette di legno alla ricerca di regali e addobbi natalizi. È aperto tutti i giorni dal 24 novembre all’epifania.

Merano

Sempre in Trentino troviamo il luogo perfetto per un emozionante viaggio di Natale che rimarrà nel vostro cuore. Lungo il Passirio incontrerete più di 80 espositori con le loro bancarelle medievali e le indistinguibili casette in legno con dolci fatti in casa, tazze di cioccolata fumante, oggetti d’artigianato in legno, lana e vetro. Una location con tante iniziative e manifestazioni curiose, come il Mercatino Polvere di Stelle a Lana (nei dintorni di Merano), un luogo da fiaba, dove ai visitatori viene offerta una dolce bevanda “alla polvere di stelle”. Provare per credere no?

Verona

Nel capoluogo veneto l’atmosfera natalizia è veramente meravigliosa, rendendo la città una cornice perfetta per il vostro viaggio di Natale. In piazza Bra scintilla la cometa gigante, incantano grandi e piccini, non solo per la sua bellezza, ma per essere anche la scultura mobile più grande d’Italia. Un vero e proprio spettacolo ai piedi dell’Arena che viene immersa nel fascino delle feste. Il mercatino più visitato è invece quello in piazza dei Signori, in perfetto stile nordeuropeo, vi sembrerà infatti di essere oltralpe tra gli addobbi e le tradizionali casette decorate.

La Toscana

Nonostante qui i mercatini di Natale non siano un’antica tradizione negli ultimi anni la regione ha deciso di unire al fascino dei suoi bellissimo borghi quello dei romantici mercatini natalizi dove incontrerete le eccellenze enogastronomiche toscane invidiate da tutto il mondo. Ricordiamo Siena e Lucca dove con un ricco programma di eventi si celebrano le settimane dell’avvento con l’allestimento delle caratteristiche bancarelle.

Napoli

Impossibile non fare un salto nel Meridione e soprattutto a Napoli! Qui i mastri artigiani costruiscono in occasione delle feste meravigliose statuine per il presepe dove il sacro si mischia al profano per una combinazione divertente e affascinante. Nel cuore di Spaccanapoli il cuore dell’atmosfera natalizia lo troverete nel mercatino di via San Gregorio, un vero simbolo di quest’antica tradizione.

Galleria Fotografica

Guida ai mercatini meno conosciuti

Per gli insaziabili abbiamo realizzato anche la guida ai mercatini più piccoli, ma comunque bellissimi!

Mercatini di Natale meno conosciuti ma comunque stupendi

Martina Patrizi

Cucina & Vini presenta l’edizione 2018 di Sparkle Day

All’Hotel Westin Excelsior di Roma, nella più grande degustazione di bollicine Italiane si assegnerà per la 16ª volta l’ambito premio delle 5 Sfere.

Sabato 2 dicembre 2017, a Roma, andrà in scena lo Sparkle Day 2018. Decima edizione della manifestazione nata per lanciare l’uscita della guida Sparkle. L’attesissimo evento, unico nel suo genere e ormai di rito, che vede protagonisti i migliori spumanti secchi d’Italia. Per l’occasione le eleganti sale dell’Hotel Westin Excelsior – in Via Veneto 125 – ospiteranno oltre 70 aziende provenienti da ogni angolo della penisola, per un totale di circa 300 etichette in degustazione.

L’evento è figlio di Sparkle, unica guida Italiana dedicata al mondo delle bollicine edita da sempre dalla storica rivista di enogastronomia Cucina & Vini. Come di consueto la manifestazione si aprirà con la presentazione di Sparkl 2018 quando il curatore della guida Francesco D’Agostino – direttore responsabile di Cucina & Vini – sarà pungolato dal duo di Radio Capital, Mary Cacciola e Andrea Lucatello nella conferenza stampa iniziale che culminerà nella premiazione delle settanta 5 sfere dell’edizione 2018 di Sparkle.

“Quando facemmo la prima selezione nel 2002 e la proponemmo a fine novembre di quell’anno racconta Francesco D’Agostino, direttore di Cucina & Vini – Il nostro impegno produsse la premiazione  di dieci vini con le 5 sfere. Sette volte di più può sembrare molto in sedici anni! In verità, la reale rivoluzione della spumantistica italiana non è quella di aver prodotto bollicine per tutte le tasche da vendere ovunque nel mondo, senza grandi differenze, quanto piuttosto quella di essere cresciuta moltissimo in qualità, avendo anche diffuso il know how in tutto il paese, con distretti spumantistici che ormai rappresentano un modello per il mondo intero, in termini di qualità, organizzazione, retribuzione, protezione del paesaggio, sostenibilità. Le 5 sfere del 2018 contengono tutto questo, un messaggio importante dalla famiglia di vini che più delle altre negli ultimi venti anni ha fatto progressi”.

Quest’anno sarà partner ufficiale della manifestazione una bellissima realtà italiana. I Dolci Sapori è un franchising di pasticcerie e caffetterie con sede a Busto Garolfo di proprietà di un giovane e lungimirante imprenditore del posto, Matteo Pinciroli, che ha rilevato da appena un anno questa azienda per recuperare – insieme a un marchio di qualità – anche i 120 posti di lavoro che rischiavano di perdersi. I Dolci Sapori e il titolare saranno presenti il 2 dicembre per farci degustare dolcezze di ogni genere. Altra novità di questa edizione è la presenza della Maletti1867, storica azienda del modenese specializzata nella produzione di salumi.

Insieme a questa bella novità, ci sono poi tutte le aziende che seguono Sparkle Day sin dalle prime edizioni e che anno dopo anno riconfermano la loro partecipazione. Parliamo di Diam Bouchage, azienda francese leader nella produzione di tappi tecnici in sughero, ideatrice e produttrice della linea di tappi interamente dedicata alle bollicine, i Mytik Diam. E ancora gli amici di GroupAma Assicurazioni presenti nel corso dell’evento, pronti a fornire tutte le informazioni a chi ne farà richiesta. E per tutti coloro che avessero voglia di una pausa caffè a base di miscele pregiate, ci sarà la bellissima e profumata postazione di Oro Caffè capitana dagli instancabili fratelli Alessandro e Luciano Milano.

La lista completa dei vini in degustazione nei banchi d’assaggio.

Sparkle Day 2018
Sabato 2 dicembre
Hotel Westin Excelsior, Roma
Dalle 16 alle 22

Ingresso: €15*

Ingresso €10* agli Associati Ais, Ars, Fis, Fisar, Onav. Per usufruire della riduzione sarà necessario esibire la tessera associativa in biglietteria.

*(include calice e sacca porta bicchiere)

Per info
06 98872584
info@cucinaevini.it

Assassinio sull’Orient Express, giallo classico per un grande pubblico

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Hercule Poirot è un fanatico dell’equilibro, dell’ordine, della perfezione. Al termine di Assassinio sull’Orient Express, scoprirà invece l’esistenza della frattura, l’importanza dello squilibrio.

Non è uno spoiler, tranquilli, nemmeno per i pochissimi che non hanno letto il romanzo originale di Agatha Christie. Semmai, è un segno di resa di Kenneth Branagh, il regista e attore consapevole che replicare lo splendore di quelle pagine non è adesso il suo ruolo. Un gioco forse metacinematografico, forse un semplice mettere le mani avanti per chiedere al pubblico di non avere chissà quali aspettative.

Assassinio sull’Orient Express è un infatti un divertissement purissimo, niente più e niente meno. Un film d’intrattenimento dall’impianto del giallo classico interamente rivolto al grande pubblico. Andando a recuperare lo spirito delle opere della Christie, che seppur amatissime, incluso dal sottoscritto, non sono mai state letteratura “alta”, ma quasi una piacevole distrazione per i lettori, ora il film ugualmente è dedicato a far passare due ore piacevoli seduti in sala.

La frattura, lo squilibro, è proprio tra quello che si poteva fare e ciò che si è fatto.

Un peccato vedere che Branagh, tra l’altro maestro degli adattamenti letterari col suo curriculum shakespeariano, non abbia osato e si sia accontentato. Assassinio sull’Orient Express non approfondisce i suoi tanti personaggi, solo pedine in un gioco più grande. Lo stesso Poirot non è caratterizzato oltre le proprie eccentricità. Non sfrutta il setting claustrofobico fornito dallo scompartimento del treno. Fa scivolare l’indagine, e pertanto le capacità deduttive di Poirot, rapidamente e indolore, senza grandi momenti di tensione. Sommando tutto ciò, fa mancare al film quel fascino della grande avventura, del grande thriller, e quando finalmente si decide ad inserire un tema, la liceità della vendetta, è ormai troppo tardi per renderlo veramente appassionante o struggente.

È quel cinema commerciale, esotico, da cartolina in cui gli scenari contano più della sostanza per far viaggiare gli spettatori. Non c’è nulla di male a proporre tali film, anzi, talvolta sono persino necessari. Al tempo stesso, però, non c’è nulla di male a volere i nomi della Christie e di Branagh legati a progetti più sostanziosi e ambiziosi.

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Emanuele D’Aniello

Dentro Caravaggio: la diagnostica artistica in mostra a Milano

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Al Palazzo Reale di Milano lunghe code per la mostra Dentro Caravaggio, che espone alcuni dei capolavori più importanti dell’artista.

Michelangelo Merisi detto il Caravaggio è uno degli artisti più amati, in Italia e all’estero, e lo dimostra la fila sempre lunga che si forma in questi giorni fuori dal Palazzo Reale. La mostra ora in corso (dal 29 settembre 2017 al 28 gennaio 2018) presenta venti capolavori del Maestro, riuniti per la prima volta tutti insieme.

Un’esposizione unica, non solo perché presenterà al pubblico opere provenienti dai maggiori musei italiani e da altrettanto importanti musei stranieri, ma perché, per la prima volta, le tele di Caravaggio saranno affiancate dalle rispettive immagini radiografiche che consentiranno al pubblico di seguire e scoprire, attraverso un uso innovativo degli apparati multimediali, il percorso dell’artista dal suo pensiero iniziale fino alla realizzazione finale dell’opera.

La mostra è una coproduzione Comune di Milano-Cultura, Palazzo Reale e MondoMostre Skira e importante è stato il sostegno del Gruppo Bracco, fondamentale per le indagini diagnostiche (riflettografie e radiografie) delle opere in mostra. Skira Editore ha anche curato il catalogo della mostra.

Dentro Caravaggio milano

Dietro ogni opera, infatti, il visitatore può farsi un’idea di quale fosse il metodo usato da Caravaggio, dove sono visibili delle incisioni guida, quali cambiamenti e ripensamenti ha avuto l’artista, e può vedere degli ingrandimenti a video dell’opera, per non perdere neanche il più piccolo dettaglio.

Si tratta di un vero e proprio viaggio dentro le opere di Caravaggio e nella sua testa, perché per la prima volta possiamo vedere le varie fasi del suo lavoro e i cambiamenti che l’artista ha operato nel corso del tempo e della sua carriera di pittore.

La diagnostica artistica è un metodo di studio nato nell’Ottocento, basato su analisi scientifiche, che forniscono informazioni non desumibili a occhio nudo sulla tecnica pittorica di un artista. Gli strumenti delle analisi utilizzano l’intero spettro di radiazioni elettromagnetiche: sia visibili all’occhio umano (macrofoto, microfoto, foto a luce radente), sia invisibili (raggi X, radiazioni infrarosse e ultraviolette), e metodologie di tipo chimico-fisico per le analisi dei pigmenti.

L’audioguida, compresa nel biglietto, descrive efficacamente ogni opera. Sono presenti in mostra anche alcuni selezionati documenti, provenienti dall’Archivio di Stato di Roma e di Siena, relativi alla vicenda umana e artistica di Caravaggio. Abbiamo dei suoi contratti di affitto, e un elenco dei suoi (pochi) beni. Tra i vari prestiti da ogni parte del mondo, particolarmente interessante è il San Giovanni Battista (c.1603) dal Nelson-Atkins Museum of Art di Kansas City, che campeggia in una delle sale tra due altri Giovanni Battista dipinti da Caravaggio.

La mostra è interessante proprio perché ci porta all’interno di ogni quadro, e il visitatore può decidere liberamente se ammirare prima l’opera dal vivo o studiare in video il procedimento seguito nella sua realizzazione. Il biglietto di ingresso alla mostra, inoltre, darà diritto all’ingresso ridotto a 5 euro alla mostra “L’ultimo Caravaggio. Eredi e nuovi maestri“, prevista dal 30 novembre all’8 aprile 2018 alle Gallerie d’Italia di Milano. La mostra presenterà oltre 50 opere di seguaci di Caravaggio, come Battistello Caracciolo e Ribera.

Valeria Martalò

Mr. Robot 3×06/3×07, it’s the end of the world as we know it

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Prima di tutto, una bella siglia:


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Sono stati indubbiamente due episodi molto dark, questi due nuovi di Mr. Robot. Dopo una fantastica ora vissuta tutta in apnea grazie alla tecnica del piano sequenza, l’episodio successivo è stato l’esatto opposto, un continuo sfruttamento del montaggio per alternare personaggi, luoghi, orari, situazioni, nella maniera più frenetica e intrecciata possibile.

Soprattutto, la 3×06 è praticamente un midseason finale non ufficiale, la puntata in cui si raggiunge il culmine narrativo di tutto quanto costruito finora. Pur  essendo a metà stagione. E la puntata dopo, non a caso, è quella in cui si raccolgono i cocci di quanto successo. Ed i cocci in questione sono molto grandi e rumorosi, davvero. Perché solo Mr. Robot riesce a frustrare ed eccitare lo spettatore alla medesima maniera.

Se qualsiasi altra serie avesse fatto le cose provate da questa serie saremmo infuriati. Il colpo di scena quasi fastidioso del finale della prima stagione, con lo sdoppiamento di personalità di Elliot. Il quasi reboot della seconda stagione, in cui fino a metà ancora una volta la realtà mostrata, quella della prigione di Elliot, che non era vera. E adesso, dopo 6 puntate in cui Elliot prova a sventare l’attentato di Whiterose, proprio quando ci riesce scopriamo che in realtà ne ha impedito soltanto uno di tanti organizzati, e tutto ciò che credevamo è fasullo.

Mr. Robot ci prende in giro, lo ha sempre fatto. Ma lo fa in buon fede, e soprattutto nella maniera più eccitante possibile.

Prende situazioni a costante rischio trash, come la lotta tra le personalità di Elliot sotto forma di glitch informatici, e riesce a non renderla ridicola. Ritira fuori dal cilindro Mobley e Trenton in maniera estremamente pretestuosa, ma in meno di un’ora ci fa talmente appassionare e soffrire per la loro sorte che vorremmo rivederli di più.

Soffrire è il verbo adatto, come detto sono stati due episodi davvero “pesanti” da digerire. Inizia ad essere difficile vedere un orizzonte positivo nel lungo termine, soprattutto perché Mr. Robot cinicamente analizza quanto gli sforzi umani siano spesso illusori rispetto alla volontà globale. Un discorso iniziato praticamente fin da subito, architrave dell’intera serie: ricordate il primissimo episodio, quando Elliot immagina una rivoluzione che possa abbattere il potere dell1% più ricco, e vedevamo quell’indistinto gruppo di persone? Succede anche adesso, solo che quell’1% stavolta ha manipolato la rivoluzione. Sono sempre loro a vincere. Un discorso estremamente interessante nel mondo contemporaneo, e Mr. Robot analizza lucidamente come i più fanatici, e quindi i più pericolosi, siano anche i più facilmente malleabili da chi ha interessi opposti, e crudeli.

Mr. Robot segue una formula interna, ma è una serie in continua costruzione, in continua trasformazione. E osa, sa osare sempre. Siamo di fronte all’ennesima reinvenzione, le aspettative non possono che essere alte.

Mr. Robot 3x06/3x07.

 

Emanuele D’Aniello

Il Verdicchio Utopia di Montecappone e l’eleganza dell’invecchiamento

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Invecchiamento e Verdicchio sembrano andare d’accordo come dimostra Utopia, che Gianluca Mirizzi ha affidato alle cure dell’enologo Lorenzo Landi.

Negli ultimi anni, è uno dei vitigni che gode maggiormente dell’attenzione di chi fa del vino la sua passione. Il Verdicchio che sia dei Castelli di Jesi o di Matelica, vede accrescere le fila dei suoi estimatori e non è una casualità. Pur con le dovute differenze entrambe i territori sono ormai una realtà qualitativa affermata, ed hanno dalla loro parte anche il fatto di avere una politica dei prezzi molto convincente rispetto ad altre zone.

Tanto è vero che si moltiplicano gli appuntamenti annuali in cui il Verdicchio è protagonista, come “Le anime del Verdicchio” organizzato da Cucina & Vini, oppure “ IoVino” in cui la viticultura Marchigiana condivide la scena con quella Campana. Dopo anni di onorata carriera come vino da bere giovane, negli ultimi anni sono sempre più i produttori che provano ad elevare lo status del Verdicchio intraprendendo la strada dell’invecchiamento.

Montecappone è una di queste Aziende, condotta dalla famiglia Bomprezzi – Mirizzi dal 1960. Tra le produzioni dei suoi settanta ettari di vigneto c’è Utopia,Verdicchio Classico Riserva dei Castelli di Jesi Docg, per il quale Gianluca Mirizzi si è affidato alle cure dell’enologo Lorenzo Landi. Il vino non conosce legno e dopo la fermentazione viene affinato in cemento sulle proprie fecce fini per dodici mesi, prima di trasferirsi in bottiglia dove trascorre ulteriori sei mesi.

Estremamente godibile sin da subito, Utopia rivela tutta la sua propensione all’invecchiamento non appena ci si allontana dalle annate più giovani, quando l’esuberanza dei primi anni si attenua evolvendo in un bouquet olfattivo più fine ed elegante. Nella 2011 si evidenziano i fiori bianchi, la frutta estiva e gli agrumi, accompagnati da un accenno minerale e da lievi toni fumè. Sapido e lungo nel finale. Forse l’annata ponte tra i caratteri giovanili e quelli che emergeranno in seguito.

Nella 2010 alla frutta si affiancano le erbe, sia essiccate che aromatiche, l’impronta minerale è più evidente così come la nota fumè. Aumenta la complessità che denuncia il grande potenziale di evoluzione. In bocca si fa più morbido ed equilibrato, mantenendo sapidità e lunghezza nel finale e rinunciando ai caratteri più giovanili.

Anche la 2009 si evidenzia per la complessità aromatica. Il profilo minerale richiama la pietra focaia, la frutta si fa tropicale e le erbe aromatiche assumono sfumature dolci mentre si aggiungono note di tostatura. In bocca è agile, gustoso, fresco e di grande lunghezza nel finale. Ma è l’annata 2008 che rivela Utopia come un grande vino da invecchiamento. Il naso è un vortice di profumi che si alternano misurati, senza sovrastarsi tra di loro e aumentando la complessità e l’eleganza del vino. Il fruttato tropicale è accompagnato dai profumi della frutta secca tostata delle erbe aromatiche essiccate, delle spezie dolci, insieme a sfumature che richiamano il miele e il tabacco da pipa.

La nota minerale di pietra focaia si amplia insieme ai sentori fumè. Al palato è vivo di acidità, struttura e corpo non gli difettano pur rimanendo agile fino alla lunghissima traccia minerale finale. Senza dubbio un grandissimo vino che invita all’approfondimento sul Verdicchio e sul suo mondo. A toglierci qualche curiosità ha provveduto gentilmente proprio Lorenzo Landi, Enologo di Utopia a cui abbiamo domandato qualcosa a riguardo.

Dottor Landi cosa ha convinto i produttori ad investire sul verdicchio, mutando le politiche commerciali volte ai grossi volumi, come il vino venduto in cisterne o venduto per il mercato dello sfuso, per dedicarsi invece alla qualità?

Credo la consapevolezza che il Verdicchio sia uno dei grandi vitigni bianchi italiani, capace di dare vini non solo originali e riconoscibili, ma anche di grande longevità. Personalmente credo che queste caratteristiche siano quelle necessarie per poter parlare di un grande vino.

L’evento organizzato in primavera a Roma da Cucina & vini, ha dato l’occasione di degustare un certo numero di Verdicchio di diverse Aziende nelle annate 2008 e 2009, che hanno dimostrato risultati eccezionali sul medio invecchiamento. Secondo lei quali sono le capacità del vitigno in questo senso, cioè fino a quanti anni può invecchiare?

Credo che questa capacità sia ancora in parte sconosciuta, che dipenda comunque dai diversi territori nei quali il Verdicchio viene coltivato e dall’accuratezza artigianale di chi lo vinifica ed accudisce. Non penso però di esagerare se dico che può evolvere e migliorare per decine di anni, nelle sue migliori espressioni.

Quali sono le differenze nella gestione di un vigneto e nella vendemmia, rispetto a se si vuole un vino da invecchiamento o uno da bere nei due anni e in questo senso, quanto è importante il ruolo dell’acidità al momento della raccolta?

Credo ci siano dei vigneti che, per esposizione, altitudine, tipo di terreno, siano naturalmente più vocati alla produzione di vini da invecchiamento ed altri, invece, che sono più adatti ai vini di pronta beva. E’ chiaro comunque che una buona vigoria e copertura del grappolo connessa ad una raccolta non troppo posticipata favoriscano l’integrità del grappolo, la sua acidità ed il potere riducente che sono fondamentali per la longevità. Per i vini di pronta beva si tenderà invece ad avere maggiore piacevolezza immediata con acidità più bassa e più rapida evoluzione che si ottengono con minore vigoria e maggiore ritardo nella raccolta. L’acidità è un marcatore fondamentale della longevità ma non vi influisce molto direttamente, altrimenti basterebbe acidificare per avere un vino da invecchiamento. Comunque non conosco vini realmente longevi, salvo pochissime eccezioni, che abbiano bassa acidità al momento della raccolta.

É d’accordo sul fatto che il Verdicchio, sia uno dei vitigni più dotati tra i bianchi italiani? e se si, secondo lei quali sono le caratteristiche che lo rendono tale?

Certo, ha una originalità aromatica spiccata che lo rende distinguibile dagli altri vitigni ed è longevo. Queste sono le caratteristiche fondamentali, poi si può dire anche che dà vini sapidi, lunghi, di grande nerbo.

Il connubio vitigno territorio è chiaramente imprescindibile come per ogni vino. In questo senso quanto è il peso dell’uno e dell’altro nelle due denominazioni, che pur mostrando delle differenze sono entrambe di alta qualità?

É difficile dire quale sia il peso relativo del vitigno e del territorio. L’uno deve consentire all’altro di esprimere la sua originalità potenziale, per cui non potrebbero dare grandi vini se separati. Penso comunque che il Verdicchio dia il meglio di se nei terreni argilloso-calcarei, che ne valorizzano energia e longevità.

Secondo lei il verdicchio per le sue caratteristiche, se coltivato in un altro territorio sarebbe un vino banale o viste le sue proprietà potrebbe dare vini interessanti anche se diversi?

Credo che potrebbe dare risultati interessanti anche in altri territori ma solo in un numero limitato di essi. Tutte le zone troppo calde, o siccitose, o con terreni sabbiosi ad esempio non darebbero grandi risultati. Solo i terroir con caratteristiche simili, per temperature e precocità a quello di elezione potrebbero dare vini importanti. Quindi, in definitiva, non molti.

Tra gli assaggi di Utopia e gli approfondimenti con il suo Enologo appare evidente che il Verdicchio sia un grande vitigno, tra i più importanti dell’ampelografia italiana.  Una produzione da tenere sotto osservazione per i suoi ampi margini di miglioramento e perché la sua strada verso l’eccellenza è appena iniziata.

Bruno Fulco

Artisti all’Opera: una mostra fra arte e teatro a Palazzo Braschi

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Palazzo Braschi ospita la mostra Artisti all’Opera: Il Teatro dell’Opera di Roma sulla frontiera dell’arte da Picasso a Kentridge, 1880-2017.

Palazzo Braschi celebra con una mostra il rapporto fra gli artisti più importanti del Novecento e il Teatro dell’Opera di Roma. Visitabile dal 17 novembre all’11 marzo 2018 è un’occasione imperdibile per gli amanti della lirica e dell’arte contemporanea. Artisti all’Opera permette al visitatore di ripercorrere l’intero corso della storia, lunga ben 137 anni, del Teatro dell’Opera di Roma.

Tutto ebbe inizio grazie all’imprenditore edile Domenico Costanzi. Egli sognava di realizzare un teatro lirico moderno nella neonata capitale del regno d’Italia. La tenacia di questo imprenditore illuminato fu premiata e il 27 novembre 1880 il Teatro Costanzi venne inaugurato alla presenza della regina Margherita e del re Umberto I. La prima opera andata in scena fu la Semiramide di Rossini. Il merito è solo di Costanzi se delle opere andate in scena nel suo teatro, da prime assolute, divennero dei capisaldi dell’opera lirica.

Nel 1890, per la prima volta, andò in scena la Cavalleria Rusticana di Pietro Mascagni basata sull’omonima novella di Giovanni Verga. Palazzo Braschi espone oggetti di scena e bozzetti per le scenografie di questa rappresentazione di oltre un secolo fa.

La seconda grande opera andata in scena come prima assoluta al Costanzi è la Tosca riletta da Giacomo Puccini. Il nuovo secolo viene inaugurato da quella che sarà una delle opere più rappresentate al mondo. Nel gennaio del 1900 infatti la Tosca debutta al Costanzi. E ci tornerà, ma nel teatro che nel 1928 venne acquisito dal Comune di Roma, da allora conosciuto come Teatro dell’Opera di Roma.

La Tosca tornerà infatti a calcare le scene del Teatro Dell’Opera numerosissime volte.

Lo testimoniano i preziosissimi abiti disegnati dalle sapienti mani di costumisti del calibro di Anna Anni, Piero Tosi e Anna Biagiotti, ed esposti nella sala dedicata al dramma Pucciniano. Gli abiti di questi costumisti rispettivamente del 1964, del 1990, del 2008 e del 2015 incantano il visitatore per la loro fattura pregiatissima. I colori dei tessuti e l’eleganza delle stoffe è esaltata dalla mirabile luce a led. Curata nel dettaglio, l’illuminazione dona agli abiti un senso di verticalità e permettendo una fruizione a 360 gradi.

Costumi per la Tosca di Puccini del 2015 e del 2008, Artisti all'Opera, Palazzo Braschi
Costumi per la Tosca di Puccini del 2015 e del 2008, Artisti all’Opera, Palazzo Braschi

Una mostra che non solo narra la storia del Teatro dell’Opera di Roma, ma espone anche delle meraviglie dell’arte scenica.

Come non rimanere affascinati davanti al costume indossato da Maria Callas nel 1948 per una Turandot di Puccini? Come non rimanere a bocca aperta osservando i bozzetti dei costumi, disegnati da Picasso nel 1919 per Il cappello a tre punte, e ripresi nel 1954, nel 2006, nel 2007 e nel 2009?

Costume indossato da Maria Callas nel 1948 per la Turandot di Puccini, Artisti all'Opera, Palazzo Braschi
Costume indossato da Maria Callas nel 1948 per la Turandot di Puccini, Artisti all’Opera, Palazzo Braschi

Una mostra, Artisti all’Opera, che permette al visitatore di scoprire cosa accade dietro il sipario quando questo è chiuso.

La magia del teatro va in scena a Palazzo Braschi grazie anche alle proiezioni e ai filmati d’archivio dell’Istituto Luce. Lo spettatore viene condotto da una sala all’altra seguendo i soavi suoni delle arie più celebri andate in scena al Teatro dell’Opera. Un’immersione completa nel mondo della lirica, la cui storia, appassionante anche per chi di opera ne è vergine, è spiegata con cura.

Un legame, quello fra artisti e teatro, che probabilmente spesso abbiamo ignorato e che grazie a questa mostra viene presentato al grande pubblico.

Nel corso della storia del teatro più prestigioso di Roma sono stati infatti numerosi gli artisti che vi hanno lavorato. Non parliamo solo di registi, compositori, musicisti, cantanti o costumisti. Intendiamo artisti come Picasso, Guttuso, de Chirico o Burri. Artisti che sono stati chiamati a lavorare per il Teatro dell’Opera disegnando abiti, scenografie o maschere teatrali. Nelle collezioni dell’Archivio del Teatro dell’Opera si conservano più di 60mila costumi e 11mila bozzetti e figurini. Un patrimonio immenso, la cui parte più bella è stata restituita alla città e al pubblico con questa mostra. Per rendere ancora più fruibile al grande pubblico l’immenso patrimonio del teatro è stato approntato un sito web che mostri l’archivio storico del Teatro dell’Opera. Ancora in costruzione, dovrebbe essere pronto nei prossimi giorni. Le informazioni sono reperibili a questo link: http://www.operaroma.it/archivio-storico/

Renato Guttuso, Bozzetti per Aladino e la lampada magica di Nino Rota, 1976, Artisti all'opera, Palazzo Braschi
Renato Guttuso, Bozzetti per Aladino e la lampada magica di Nino Rota, 1976, Artisti all’opera, Palazzo Braschi

Percorrendo questa splendida mostra ci si imbatte in piccole e grandi opere d’arte.

 

Bozzetti e figurine creati da artisti come Felice Casorati o Filippo de Pisis negli anni ’40 o da Enrico Prampolini negli anni ’30 non hanno nulla da invidiare all’enorme siparietto per l’Otello creato da Giorgio de Chirico nel 1964. Le prime opere di piccolo formato ci rapiscono perché potrebbero far parte di una qualsiasi collezione pubblica. La seconda ci esalta per la sua enormità. La scenografia del maestro della metafisica ci trasporta idealmente davanti al palco. E subito sogniamo di essere spettatori del dramma di Gioacchino Rossini.

Giorgio de Chirico, Figurini per Otello e Desdemona (Rossini), 1964, Artisti all'opera, Palazzo Braschi
Giorgio de Chirico, Figurini per Otello e Desdemona (Rossini), 1964, Artisti all’opera, Palazzo Braschi

Ed è così che fra i bozzetti per i costumi o per le scenografie, l’immensa scenografia eseguita da de Chirico, i costumi e le maquette che percorriamo la storia del Teatro dell’Opera mediante la storia dell’arte del Novecento.

Toti Scialoja e il suo bozzetto per la Rapsodia in Blu di Gershwin del 1948. I costumi disegnati da Renato Guttuso per la Carmen di Bizet del 1970. E, sempre dell’artista siciliano i bozzetti per Pulcinella di Stravinskij del 1951 e per Aladino e la lampada magica di Nino Rota del 1976. Il mobile costruito da Alexander Calder nel 1967 per l’evento-spettacolo Work in Progress. Le scenografie di Mario Ceroli e quelle di Alberto Burri. I costumi e la maquette – rappresentazione tridimensionale in scala – della Semiramide eseguiti da Arnaldo Pomodoro negli anni ’80.

Toti Scialoja, Bozzetto per Rapsodia in blu (Gershwin), 1948, Artisti all'Opera, Palazzo Braschi
Toti Scialoja, Bozzetto per Rapsodia in blu (Gershwin), 1948, Artisti all’Opera, Palazzo Braschi

La storia del Teatro dell’Opera e degli artisti che per esso hanno lavorato si chiude con Lulù. Oltre 500 i disegni realizzati da William Kentridge per lo spettacolo andato in scena quest’anno.

Con le proiezioni dei disegni dell’artista sudafricano per Lulù si chiude il percorso storico di questa mostra. 137 anni di storia del Teatro dell’Opera di Roma sapientemente narrati mediante gli apparati più belli della sua collezione. Una mostra meravigliosa che merita una visita lunga e che non stanca il visitatore. Una mostra che consigliamo di vedere assolutamente.

Luogo

Museo di Roma a Palazzo Braschi, piazza Navona 2; Piazza San Pantaleo 10

Nuovo Spazio Espositivo al I piano

Orario

dal 17 novembre 2017 all’11 marzo 2018
Dal martedì alla domenica dalle ore 10.00 alle 19.00
(la biglietteria chiude un’ora prima)

Per ulteriori informazioni tecniche vi rimandiamo al sito del museo: http://www.museodiroma.it/mostre_ed_eventi/mostre/artisti_all_opera

 

Francesca Blasi

Gomorra: la serie 3×03/3×04, della famiglia non ci si può fidare

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Forse, il vero difetto di Gomorra: la serie, tra i pochissimi, è la programmazione.

Sono passati anni, e tante serie tv, ma non capisco e non capirò mai il motivo per cui Sky trasmette due puntate insieme. I modelli sono due, quello recentissimo di Netflix di distribuire interamente una serie, oppure quello classico (che preferisco, non solo per abitudine) di mostrare un episodio a settimana. Sky Italia invece, forse basandosi sulle fiction delle reti generalisti, trasmette due episodi consecutivi a settimana.

Una scelta che io continuo a reputare pessima. Lo è perché, cinicamente, così facendo la serie finisce in minor tempo, un danno sia per gli avidi spettatori sia per la rete stessa che potrebbe approfittare di maggiore guadagni spalmati nel tempo. E lo è soprattutto dal punto di vista narrativo, con due episodi spesso diversissimi tra di loro mostrati insieme, non dando il tempo allo spettatore di dare il giusto peso agli eventi, a maggior ragione con una serie indaffarata come questa.

La dubbia scelta di programmazione è pesata ancora di più questa settimana. Infatti Gomorra: la serie ha sfornato due episodi di altissima qualità, che avrebbero meritato maggiore ribalta singolarmente.

La 3° puntata, non ho dubbi a dirlo, è probabilmente una delle migliori della serie intera. Completamente dedicata a mostrare Ciro in Bulgaria nel suo esilio volontario, è un fortissimo trattato sull’impossibilità di scappare dal male, e dalle sue conseguenze, anche in modo non solo volontario. Non è una trama originalissima, lo stesso regista dell’episodio Claudio Cupellini aveva trattato un tema simile in Una Vita Tranquilla. Ma ciò che differenzia ed eleva la puntata, appunto, è che stavolta il destino o la casualità non c’entrano.

Ciro era fuggito da tutto e tutti, poteva rifarsi una vita completamente nuova, e diversa, aveva tale possibilità impensabile. E invece, pur lontanissimo da casa, ha scelto di proseguire la vita criminale. Ad essere cambiata è solo la lingua e la location. Lo ha deciso lui, e nella scelta c’è sia una rassegnazione al male inestricabile, già visto nei primi due episodi, sia quel senso di colpa tipicamente cristiano per cui è giusti pagare i propri peccati. Lo stesso Ciro lo aveva detto, lui doveva pagare. Non cerca redenzione, ma penitenza, e il suo ritorno a casa nel finale è l’apice massimo.

L’episodio 4 in un certo senso prosegue sulla medesima lunghezza d’onda, ovvero l’impossibilità di liberarsi dal male. Genny potrà fare ciò che vuole, immaginare ciò che vuole, credere di dominare e cambiare vittime o carnefici, ma rimarrà sempre incapace di diventare ciò che era suo padre. Se Ciro sceglie il proprio destino, Genny invece ne è pienamente vittima, e non se ne rende conto. Vorrebbe tirarsi fuori dalle guerre, pensare solo ai profitti, ma sono le sue stesse azioni a scatenare guerre, consapevolmente o meno.

Genny e Ciro, credendo in concetti opposti, continuano invece ad incrociarsi e rappresentare lo stesso mondo. Dopotutto, per entrambi, dalla famiglia non si scappa.

Genny lo dice chiaramente, è proprio della famiglia che non ci si può fidare, Quella di sangue per lui, e per Ciro quella invece rappresentata dalla malavita. Il duplice livello di lettura è lapalissiano, ma ugualmente efficace. Infatti Gomorra: la serie ha il coraggio di rigirare totalmente un concetto basilare di tutte le crime stories. Se infatti la famiglia ha sempre significato la cosa più importante, la fondamentale architrave su cui basare le poche certezze importanti – pensiamo a I Soprano nel merito – Gomorra: la serie invece ribalta tale assunto, e mostra come proprio i legami familiari, nel loro doppio significato, siano invece le sabbie mobili più pericolose.

Gomorra: la serie fa il salto di qualità perché non è solo una serie crime, oppure un racconto ammonitorio sul male. Bensì un racconto personale, individuale, su anime singole che sono trasformate, e quindi distrutte, dalle forze circostanti. Forse proprio in questo la serie si va a ricollegare splendidamente al lavoro non solo d’inchiesta, ma soprattutto sociologico, di Roberto Saviano.

Continuano ad esserci difetti congeniti, come ad esempio l’eccessiva fretta. I fatti del 4° episodio potevano svolgersi in più puntate, il ritorno sulla scena di Scianel avrebbe meritato più ribaltata, come immaginato la scorsa settimana la storyline di Gegè è iniziata e finita in un lampo. Ma ormai siamo abituati a questa velocità, e la possiamo perdonare se qualità complessiva si mantiene così alta. Anche da un punto di vista estetico: con i suoi colori, con i suoi ritmi compassati, il 3° episodio è probabilmente uno dei meglio fotografati nella storia della serialità italiana, girato con quell’avvolgente compattezza del cinema autoriale europeo.

Alla terza stagione, Gomorra: la serie è un prodotto maturissimo. Finora non ha sbagliato un solo colpo. Confidiamo vada avanti così, e le premesse per farlo ci sono tutte.

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Emanuele D’Aniello

Prisoner 709 Tour: il concerto di Caparezza accende il pubblico di Bari

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Palazzetto gremito di gente, parterre e spalti stracolmi. Il pubblico di Bari lo accoglie chiamandolo e acclamandolo per nome “Michele!”

In media tutti giovanissimi gli spettatori, il che la dice lunga sull’impatto che la musica e le parole del buon Capa hanno su di loro. Io e pochi altri gli over 30 che conosciamo e seguiamo Caparezza dal lontano 2000. Ebbene si sono passati 17 anni dal primo album e molte cose sono cambiate, altre sono rimaste uguali. Lui di sicuro si è dimostrato serbevole, quasi immune allo scorrere del tempo.

Voglio iniziare sottolineando quelle che secondo me sono le costanti nel lavoro di Michele Salvemini (alias Caparezza). Lo dice lui stesso in un testo dell’ultimo album “Prisoner 709”: “Io che mi comporto ancora come i loro pargoli” scrive in Prosopagnosia. Nonostante i suoi 44 anni lui ha da sempre quel fare leggero, buffo, vagamente infantile, ma, al contempo profondo, mai superficiale.

Ciò che lo ha contraddistinto in tutti questi anni è stata anche la coerenza. Infatti, il suo modo di scrivere non è cambiato, è stato sempre indagatore, realistico, ironico. Caparezza non è mai stato uno che “le mandava a dire”, ha fatto della schiettezza il suo marchio. Per chi ascolta e legge i suoi complicati testi, pieni di rimandi, riferimenti colti, citazioni e acute metafore non è facile cogliere immediatamente il significato. Bisogna approfondire ed essere curiosi come lui per entrare nel suo mondo.
Ma, credo di aver capito che nel lavoro di Capa c’è un prima e un dopo. Mi spiego meglio.

Il suo ultimo album (uscito lo scorso 15 settembre) è diverso da tutti gli altri perché, come ha ammesso lui stesso a fine concerto, prima indagava prevalentemente ciò che c’era al di fuori, la società, il mondo. Dopo, in questi ultimi anni, ha iniziato a scavare dentro sé stesso, ad interrogarsi sulla propria esistenza.

“Prisoner 709” è, a mio parere, l’ album di Caparezza più intimista e autobiografico.

Questo fatto mi ha lasciata molto stupita perché Caparezza o meglio Michele è un timido, un introverso. Grazie all’arte, alla musica e alla sua forte personalità è riuscito ad emergere, a farsi avanti, a non restare dietro le quinte. Ha dimostrato molto coraggio nell’affrontare e raccontare i suoi demoni, esponendosi davanti a tutti. Si, perché ognuno di noi ha i suoi demoni interiori ed ogni giorno deve conviverci. Il problema scatenante, che avrebbe potuto compromettere il suo lavoro è stato l’acufene. Ma lui, non ha lasciato che la negatività prendesse il sopravvento e lo distruggesse. Ha lottato con il rumore nella sua testa e con le sue paure. In generale la musica e sopratutto la scrittura per Capa, come per molti altri scrittori, è catartica, e noi spettatori, fan che dir si voglia, insieme a lui ci liberiamo dai nostri turbamenti. Attraverso la sua scrittura ci rende consapevoli del fatto che molte delle problematiche affrontate non sono solo sue, sono condivise. Sapere che ci sono molti altri, che hanno i tuoi stessi problemi dona sollievo, come si dice “ mal comune mezzo gaudio”.

Ai miei occhi ciò che traspare dai testi più recenti è una sorta di sdoppiamento, cioè, da una parte il successo sempre crescente gli fa onore e lo appaga. Ma, dall’altra mi pare chiaro che si senta rinchiuso in una “gabbia dorata”, nel suo personaggio riccioluto, nel business delle case discografiche che vogliono spremere il limone anche quando momentaneamente il succo non c’è.

Durante il concerto a Bari mi ha stupita il grande lavoro scenografico dell’allestimento. Palcoscenico molto grande, impianto luci eccezionale, pannelli led giganteschi che proiettano video e grafiche 3D; sicuramente anche l’audio (curato dal sempre presente Antonio Porcelli) non era da meno, ma purtroppo, l’acustica del Palaflorio non è delle migliori e non ha permesso di apprezzarlo al meglio. Una caratteristica rimasta invariata nei suoi show è una forte connotazione teatrale. Sul palco sia lui che la band si sono sempre travestiti, indossando costumi che rappresentassero il tema raccontato dalla canzone e come sempre nei suoi live costante è stata la presenza di figuranti. Questa volta, però, il suo staff è stato arricchito da coriste e ballerini professionisti con dei costumi spettacolari! (Mi fa molta tenerezza ripensare a quando, molti anni fa, scrisse sul forum del sito per reclutare tra i “caparozzi” qualcuno disposto a fare da figurante).

Durante il concerto al Palaflorio, a Bari, ha cantato molti pezzi dell’ultimo disco ma, ha lasciato spazio anche ai suoi cavalli di battaglia che hanno fatto saltare il pubblico e letteralmente tremare il pavimento del palazzetto: Fuori dal Tunnel, Vengo dalla luna, Vieni a ballare in Puglia, Abiura di me, Mica Vangogh, Legalize the Premier, La fine di Gaia. Tutti pezzi dalle sonorità diverse, ritmati, alcuni molto rock, a differenza dei nuovi, che suonano più rap e a mio parere un po’ più cupi. Una delle cose che lo ha sempre contraddistinto è stata anche la sua capacità di raccontare e denunciare problemi e situazioni molto serie con leggerezza e una buona dose di allegria. Ora è un po’ diverso, si percepisce che è cambiato. In meglio o in peggio non sta a me giudicarlo.
Aver ottenuto un disco di platino pochissimo tempo dopo l’uscita dell’album è un indizio.

Silvia Bilenchi

TEDx Bari 2017. Il disordine è l’incontro di esperienze e sensibilità

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TEDx Bari propone per il 2017 il tema del disordine.

Gli eventi TEDx  sono allestiti in tutto il mondo indipendentemente dal TED e necessariamente in un teatro. Per il secondo anno consecutivo l’incantevole cornice è il Teatro Petruzzelli.

TEDx Bari è proiezione globale nel territorio pugliese assieme al TEDx Taranto. Il TED (Technology Entertainment Design) organizzato dal 1984 negli Usa, diventa meeting annuale dal 1990. Il convegno è promosso dall’organizzazione no-profit Sapling Foundation. Nasce per presentare le novità tecnologiche e progettistiche elaborate nella Silicon Valley. Successivamente il campo delle discussioni si amplia verso materie e aspetti umanistici, artistici e scientifici spesso con un approccio accademico. Infatti osservando la selezione delle personalità che hanno arricchito il bagaglio culturale e sensoriale del pubblico, notiamo la varietà degli ambiti di provenienza.

Il pomeriggio di domenica 19 novembre sino a tarda sera sul palco del Politeama intervengono undici speaker.

Alexandre Bavard è un artista visivo e graffiti writer, Andrea De Benedetti è un giornalista, scrittore e linguista. Andy Lomas  artista digitale con una formazione da matematico, Barbara Covili la General Manager di mytaxi Italia. Eric Rodenbeck è imprenditore e designer, alla guida dal 2001 di Stamen Design. Ancora: Fabiana Zollo ricercatrice post-doc presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, Isabella Potì chef pasticcera presso il ristorante leccese Bros. Luca del Monte a capo della sezione di Space Economy dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA)Mahzarin R. Banaji la socio-psicologa che insegna all’Università di Harvard. Lo scrittore Raffaele Alberto Ventura. I Niagara duo dietro cui si celano Davide Tomat e Gabriele Ottino, protagonisti di sperimentazioni fra musica elettronica e videoarte.

Tedx Bari 2017

A dirigere gli spettatori attraverso i racconti sul disordine degli undici esperti, è la giornalista Barbara Cirillo.

TEDx Bari ha inizio e gli spettatori vengono trasportati dalle atmosfere rarefatte e polifoniche della performance Bulky di Alexandre Bavard. Quattro maschere aleggiano spettrali sul palco accompagnate dalle note evocative di echi orientali e frequenze elettroniche. Solo più tardi l’artista svela al pubblico il suo messaggio e il suo percorso artistico. Al termine dell’esecuzione la conduttrice introduce Davide Giardino, l’organizzatore del TEDx Bari. É lui ad occuparsi della realizzazione del convegno che avviene nel capoluogo pugliese dal 2015. L’Associazione TEDx Bari si occupa dell’ambito logistico e organizzativo. Un gruppo di giovani studenti e professionisti è l’anima del progetto che propone di divulgare le ricerche e le idee in grado di apportare soluzioni, scoperte e indagini sulla società odierna e futura.

Districare la matassa che compone quel disordine della società globale e globalizzata in cui viviamo. Indagare su fenomeni e conseguenze, bilanciare problemi e soluzioni e stabilire un nuovo equilibrio. Tutti gli interventi proposti dagli 11 speaker si propongono questo obiettivo.

Ognuno degli undici esperti riporta la propria esperienza di ricerca: Il primo intervento è di Luca Del Monte. Italiano, è a capo dei progetti di cybersecurity dell’Agenzia Spaziale Europea(ESA). Il compito di Del Monte è di supervisionare e garantire la sicurezza per le missioni spaziali. Inoltre con il suo lavoro individua l’impatto economico delle esplorazioni spaziali. Si interessa inoltre della formazione di una classe di imprenditori nel campo aereospaziale. Il disordine che avverte e trasmette Del Monte al pubblico del TEDx Bari, è legato al caos nei moti dei corpi estranei all’atmosfera terrestre: astronavi, missili e satelliti.

Con un brillante e breve discorso vengono illustrati i notevoli e pericolosi incidenti occorsi e provocati dai detriti delle suppellettili tecnologiche inviate dall’uomo nello spazio.

Questo perchè spesso accade che non vengano accuratamente e prontamente smaltite. Inoltre i frammenti sono solitamente minuscoli e invisibili. Come proiettili dunque possono entrare in collisione con satelliti funzionanti e generare esplosioni. Tuttavia questa dinamica è stata identificata già da parecchi anni tanto che negli anni ’70 Usa e Urss volevano sfruttarla come tecnica militare nei conflitti nucleari. Lanciando gli incrociatori, avrebbero colpito i frammenti e dalla disgrezione di questi sarebbero generate delle potenti e letali radiazioni riverberate su zone terrestri mirate.

Per concludere Del Monte sottolinea il valore della ricerca e dell’investimento di capitali per perfezionare sistemi di sicurezza su dispositivi e sistemi per lo smaltimento esemplare di questi.

L’inquinamento spaziale è complesso da monitorare e indirizzare. Perciò l’impegno degli enti e dei privati è necessario e deve essere tempestivo affinchè si impedisca che l’ecosistema delle orbite terrestri nasconda minacce per il genere umano.

“Affrontare il caos diventa occasione di crescita per l’uomo che prende coscienza e agisce.”

É la volta di Fabiana Zollo, con la sua ricerca sull’informazione e le fake news, offrire al pubblico del TEDx Bari la propria esperienza sul disordine.

La ricercatrice studia le dinamiche di informazione e di disinformazione.che compongono il disordine della comunicazione nell’era digitale. Milioni le interazioni, gli input e gli output in rete generano meccanismi sociali che celano i gravi disturbi della società odierna. Nell’etere i tempi sono ridotti se non annullati, la presenza è costante e continua sia per le notizie che per gli utenti. Si pongono nuovi orizzonti per lo spazio informativo ma la capacità di analisi nell’essere umano è compromessa. Difatti  come essere autocosciente, l’uomo opera una selezione delle informazioni coerente al proprio sistema di credenze, valori e visione del mondo.

 La studiosa allude ad un vero contagio sociale dato dal confronto tramite i social che rafforza le idee. Non sempre questa ideale comunione si dimostra felice, producente e verificabile.

Fabiana Zollo sul palco del TEDx Bari affronta l’argomento sostendo che di fronte alla pressione di un gruppo, abbandoniamo la visione suggerita dai sensi. La disinformazione di massa influenza l’opinione pubblica negativamente. Di conseguenza si hanno gravi incombenze nella vita quaotidiana e nel comune sentire. Vengono infatti proposti esempi di cronaca recente rivelatisi “bufale”: Il caso Ebola, la diffusione dell’Aids in Africa e il caso del senatore Cirenga.

Il caso dell’Ebola e dell’Aids.

La diffusione dell’Ebola, morbo demonizzato come futura pestilenza facilmente appprodabile in Europa a causa dell‘immigrazione. In Africa il caso Aids che sottovalutato ha causato 300 mila morti solo nel sud Africa per la forte presa di posizione dei negazionisti. Alcuni hanno addirittura supposto che i farmaci provocassero la malattia.

In Italia il caso del disegno di legge del senatore Cirenga.

É dal 2012 che sulle varie piattaforme di comunicazione virtuale circola la falsa notizia di un disegno di legge approvato in Parlamento. Impossibile fermarne la circolazione, ormai perpetua nei meandri dell’etere. La legge prevede la nascita del fondo monetario per i “parlamentari in crisi” creato in vista dell’imminente fine legislatura. Peccato che la notizia sia talmente falsa che nemmeno l’esistenza del senatore Cirenga, firmatario del fantomatico disegno di legge, risulti veritiera.

Il debunking: smascherare le “bufale”.

L’unica soluzione per debellare il germe delle fake news è il debunking. Creare e sostenere delle pagine web che però, dati alla mano, sono visualizzate solo da uno stretto cerchio di utenti. Sono difatti solo coloro che già posseggono delle competenze scientifiche tali da riconoscere come imprecise e/o false le notizie, visitano le pagine debunking. Zollo conclude il suo intervento con un invito rivolto al pubblico del TEDx Bari.

Promuovere una cultura di apertura e unità, imparare a comunicare con la gente nel quotidiano. Essere consapevoli dei propri limiti cognitivi e informarsi in maniera corretta. Verificare pertanto sempre l’attendibilità delle fonti.

Il terzo speaker chiamato a confrontarsi con il disordine è Mazarin R. Banaji.

TEDx Bari diventa interattivo e il pubblico può partecipare alla conferenza e misurarsi con i risultati delle ricerche della psicosociologa americana. Banaji concentra i suoi studi sulla percezione visiva e sui meccanismi cognitivi dell’uomo. Gli uomini vengono influenzati dalle convenzioni sociali e le avvertono come uniche realtà possibili. Con i suoi test la Banaji dimostra che mettere alla prova l’ingegno stimola l’inconscio e permette di smuovere i limiti cognitivi. La missione dell’individuo è sciogliere il disordine tra apparenza ed essenza. Rimanere dunque fedele al credo interiore senza però adombrare lo sviluppo critico dello scibile. L’inserimento è impegno costante per una società costruita su relazioni umane salutari.

Alexandre Bavard esordisce sulla scena accompagnato dal video della performance Bulky.

L’artista francese diffonde il suo lavoro che vede la commistione dell’arte della danza e dell’apporto figurativo dei graffiti. L’oscura e affascinante performance inaugurale del TEDx Bari viene svelata al pubblico. Per Bavard il disordine è Il caos  provocato dalla commistione di generi musicali, culture e linguaggi artistici. Difatti nodale per l’ultimo esperimento di Bavard è la notazione del movimento tramite il tag.

L’artista traspone la calligrafia dei disegni dei suoi graffiti. Estrae dunque una partitura dei movimenti che compongono una coreografia. Assembla quindi il gesto artistico figurativo(tag) al gesto del corpo.

D’altronde quando si compongono le lettere o i segni di un graffito il gesto artistico è seguito dal gesto del corpo del writer. La coreografia viene eseguita da ballerini travestiti con costumi(una sorta di burqa vermigli) ideati dallo stesso Bavard. L’artista esprime la dimensione di un’arte totale che lega nel disordine le diverse tecniche utilizzate: danza, musica e arti plastiche. Tutto questo per ricreare e donare l’energia primordiale del mezzo comunicativo tag. L’artista comunica attraverso un codice di segni inventato da lui che dunque viene utilizzato per comporre la partitura dei movimenti interpretati in seguito dai ballerini. Bavard non vorrebbe che il tag venisse ghettizzato perciò solo come street art. Propone la sua immediatezza in una nuova veste, portandolo nelle gallerie d’arte. Elevare e rendere fruibile il tag ad un numero maggiore di persone.

É ora Eric Rodenbeck a salire sul palco.

L’imprenditore e e designer virtuale statunitense studia l’evolversi delle città e il loro funzionamento. Nella sua ricerca propone lo studio dell’incidenza dell’attività dei robot nella vita quotidiana. I robot creano disordine poichè scevri dell’esperienza, non possegono capacità veritiere e verificabili. Spesso in conflitto fra di loro nella ricezione e trasmissione dei dati conducono all’errore. Rodenbech infatti presenta al pubblico del TEDx Bari un studio in cui le mappe urbane tracciate dall’esperto differiscono per le informazioni raccolte rispetto quelle intercettate dal satellite. I robot nel coadiuvare l’attività umana  necessitano della consapevolezza dei limiti del loro utilizzo.

 Barbara Covili prosegue con la sua testimonianza del disordine nella rete stradale.

General Manager di mytaxy Italy, la app che ha cambiato il modo il prenotare taxi. Covili si occupa di mobilità innovativa come i veicoli elettrici e il car sharing. L’esperta prende la parola ed espone al pubblico del TEDx Bari i dati della sua ricerca sui disagi provocati dalle auto all’umanità. Il disordine per Barbara Covili è il traffico incontrollabile che attanaglia l’uomo moderno. Il problema non è risolvibile solo ampliando la rete stradale. Less is more, è il motto che troneggia sullo schermo alle spalle della Covili.

Tedx Bari 2017

Il minimalismo tecnologico e il multitasking caratterizzano i dispositivi di ultima generazione come lo smartphone. Possono essere utilizzati come principi per riassetare l’equilibrio.

Le statistiche difatti riportano il numero eccessivo di mezzi di trasporto per individuo. Due sono le componenti che legano l’uomo all’ automobile: culturale ed emozionale. Il rapporto emozionale è la condizione di libertà di movimento che l’uomo associa all’auto. Il fattore culturale è legato al contesto nel quale l’individuo vive: i modi e le usanze. Osservando i dati, Covili riporta l’aumento esponenziale degli abitanti nei centri urbani. La concentrazione di inidividui in un solo posto può ad ogni modo trasformarsi in una risorsa. La mobilità diventa uno strumento per redimere la confusione.

Infatti la mobilità può offrire nuove proposte professionali attraverso una diversa concezione del mondo: l’accesso ad un bene e non solo il suo possesso.

La sharing economy infatti ha visto un grande sviluppo con l’affermarsi della crisi degli ultimi anni. Questo nuovo scambio di risorse ha sortito la crescita in tre settori: L’ospitalità con app come Airbnb, l’occupazione con la creazione di nuovi posti di lavoro e l’app economy con opzioni dello smartphone che permettono l’accesso diretto al mondo della mobilità.

Andrea De Benedetti al TEDx Bari sostiene il valore dell’errore grammaticale non come delitto dell’italiano. Il disordine linguistico è una garanzia di libertà.

L’errore è la quintessenza della grammatica per De Benedetti, poichè l’infrazione della norma postpone una nuova regola grammaticale. Tutti gli errori hanno un movente: l’errore è coscienziato. L’errore di oggi potrebbe non esserlo domani:  bisogna riconoscere l’abitudine allo sbaglio e accettarlo dunque come nuova norma. Possibilmente occorrerebbe quanto meno evitare le forme cacofoniche. L’opinione di De Benedetti è che l’ortografia in Italia sia considerata sacra e che questa valenza sia eccessiva.

“Le lingue nascono e muoiono con gli errori.”

In più l’esperto suggerisce che alcune forme che consideriamo errate non lo sono.

Spesso è la tecnologia ad indurre in fallo l’uomo. Così invece di individuare e correggere l’error,e lo incentiva e lo moltiplica. Si deduce infine quanto sia la lingua stessa come materia viva a tendere al fallace. La concreta dimensione di disordine per De Benedetti, persiste nella nostra società con l’inaccessibilità alla parola come sciagurata anticamera dell’inaccessibilità al mondo.

Il disordine per Isabella Potì è rappresentato in cucina da quel tumulto che è la fame.

“La necessità porta l’uomo al moto popolare come il jazz e il blues.”

La ventunenne Chef pasticcera leccese esordisce così sul palco per il TEDx Bari dopo essere stata inserita da Forbes nella lista dei giovani 30 under 30 da tenere d’occhio. Il caos nell’alimentazione sottende un desiderio primordiale e viscerale. Potì investe le energie e il sapere acquisito in anni di precoce ma intensa attività riscrivendo le regole della gastronomia locale per una nuova cultura alimentare più sana e sostenibile. É allora che il disordine in cucina è simbiosi fra le culture, nuovo ultilizzo e accostamento degli ingredienti.

Tedx Bari 2017

I piatti eleborati da Potì e i suoi colleghi nella cucina del ristorante Bros, risultano prodotti di uno studio sulla varietà, il sapore, le consistenze, la cottura, il taglio e la combinazione delle materie prime.

Il leit motiv in tutte le sperimentazioni applicate al cibo è la resistenza della tradizione culinaria salentina per ogni piatto. Nelle parole di Isabella Potì traspare l’impegno nell’onorare ciò che è uno sfizio per il cliente e la sopravvivenza per lo chef. Mettersi in discussione con il proprio lavoro è vitale e utile per soddisfare palati diversi.

Raffaele Alberto Ventura tratteggia il ritratto del disordine generazionale dei trenta/quarantenni.

La denuncia esposta al TEDx Bari dal filosofo, giornalista ed esperto di marketing e comunicazione digitale. Autore del saggio Teoria della classe disagiata, presenta il rapporto causa/effetto nel distacco forzoso dei giovani dal mito di realizzazione e stabilità sociale ed economica. Lo scrittore spiega che l’etica della borghesia nel corso dei secoli sino ad oggi non è mai tramontata.

“Apparire è un lavoro a tempo pieno e permette l’inserimento nella catena sociale del valore.”

In effetti nella trasmigrazione dalla periferia al centro, l’individuo sceglie la posizione sociale più vantaggiosa. Negli ultimi anni, rileva Ventura, la formazione culturale superiore permette la tendenza alla saccenza fine a se stessa.

L’investimento formativo valso dispendio economico ed energetico per genitori e figli, non hal’effetto sperato. Non c’è posto per tutti.

La carriera diventa così un privilegio e una condanna. Non resta che rendersi duttili ai mutamenti continui del panorama dell’offerta di lavoro e fare altro rispetto alla strada scelta. Superare il paradosso dell’identità di classe radicata ma non più radicabile. La generazione dei nostri genitori era agiata nelle prospettive poi riscontrabili nella realtà, i giovani oggi hanno aspettative elevate tanto quanto il loro grado di istruzione.

La reazione di malcontento è esagerata e il mercato del lavoro è saturo.

Nella gerarchia dei bisogni quotidiani dell’uomo sarebbe meglio porre all’apice quelli considerati più futili. Così si risollevano le sorti di quella che si prospetta come una crisi esistenziale di massa. Liberare la cultura dagli stereotipi dell’esibizionismo e della scalata sociale, diventati obbligatori per stabilire dove siamo e vorremmo essere.

Il numero degli anni di studio non aumenta la possibilità di inserirsi subito nel mondo del lavoro: Il sistema di selezione è più competitivo.

L’identità dell’individuo è scissa tra quello che è e quello che gli altri vedono in lui. La pressione psicologica e l‘inadeguatezza favoriscono infatti l’abuso da parte dei giovani di psicofarmaci, droghe e alcol. La minaccia incombente è che l’individualismo rampante sgretoli la capacità di cooperazione.

“Siamo troppo ricchi per mettere da parte le nostre aspirazioni e troppo poveri per riuscire a realizzarle.”

Andy Lomas Il matematico e designer digitale esplora le scienze e le arti visive.

Il matematico e e designer digitale inglese è stato supervisore degli effetti speciali per film come Matrix Relodead e Alice in the Wonderland. Utilizza le tecnologie digitali per realizzare sculture composte da una struttura simile a quella molecolare. Lo scienziato ha concepito questo lavoro osservando degli studi sui processi semplici delle cellule. Le piante per crescere hanno bisogno del nutrimento che ricavano dai raggi solari. Per emergenza lo procurano e lo distribuscono facilitando lo sviluppo cellulare.

La produzione cellulare è modificabile tramite pc: nasce così una biologia artificiale.

Come per una pianta da un seme germogliano molti rami, si possono avere più cellule da una struttura. Lomas applica i meccanismi di produzione cellulare alla creatività. Le sculture sono realizzate da una macchina robotica che crea un deposito di materiale composto da uno strato sull’altro. Lomas solitamente usa modificare la struttura degli strati, creando margini di spazio fra le particelle. Queste così crescono tridimensionalmente in una dimensione bidimensionale. Le sculture toccano e superano i 40 cm di altezza. Andy Lomas per concludere il suo intervento, sottilinea la trepidazione nel seguire nuovi percorsi non prevedibili ma frutto di processi incidentali.

Tedx Bari 2017

La terza edizione della conferenza termina con i ringraziamenti, la presentazione del team dell’Associazione TEDx Bari e la performance musicale del duo Niagara.

Eclissano i saluti e i ringraziamenti agli enti pubblici e privati che hanno permesso la realizzazione del convegno e di eventi promozionali susseguitisi in giro per la città per alcuni giorni. Sul palco del Petruzzelli si esibiscono dunque gli artisti italiani Davide Tomat e Gabriele Ottino componenti dei Niagara. Il loro disordine riguarda la combinazione fra musica elettronica e videoarte. Viene trasmesso alle spalle degli artisti il videoclip Hyperocean che trasporta gli spettatori in un’esperienza sensoriale vissuta a 360°. Si amplia il concetto di produzione musicale verso l’interazione fra arti visuali e nuove tecnologie.

Marilù Piscopello

Altro Rinascimento: Filippo Lippi a Palazzo Barberini

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Quando parliamo di Rinascimento italiano siamo soliti attribuire questo nome al grande Brunelleschi per l’architettura e a Donatello per la scultura. In realtà il Rinascimento non è limitato solo a questi artisti.

È un fenomeno molto più complesso e meno compatto di quello che si voglia immaginare. Il Rinascimento è Altro. A raccontarcelo è Enrico Parlato, storico dell’arte e curatore dell’esposizione su Filippo Lippi a Palazzo Barberini, in mostra fino al 18 febbraio 2017.

Ma chi è Filippo Lippi?

In questa epoca di grande sperimentazione si fa strada questo frate carmelitano. Pittore molto amato dalla famiglia Medici che diventa uno degli artisti più attivi a Firenze per quanto riguarda la generazione successiva a quella di Masaccio.

Nel 1917, durante una visita alle chiese di Tarquinia, lo storico dell’arte Pietro Toesca entra nella chiesa di Santa Maria in Valverde. Alza lo sguardo e viene attirato da una tavola centinata. Chiede una scala a pioli, si arrampica e a sua sorpresa identifica un dipinto di Filippo Lippi.

Toesca, grande studioso del Medioevo, ma in quegli anni anche del Quattrocento, su base stilistica e attraverso queste ricognizioni sul territorio, individua la Madonna che noi chiamiamo di Tarquinia. L’opera, datata 1437 non è firmata, ma fin da subito è stata  attribuita al frate carmelitano considerando il suo stile inconfondibile.

La scoperta è illustrata in una bacheca posta nella sala adiacente a quella della pala lippesca. Una bacheca che contiene dei documenti che provengono dall’archivio centrale dello stato. Tra i documenti vediamo un telegramma inviato dal direttore del museo di Tarquinia Giuseppe Cultrera a Corrado Ricci, storico dell’arte e Senatore del Regno d’Italia nella XXVI legislatura.

Altro ritrovamento, facente parte dei documenti che testimoniano il recupero dell’opera del Lippi, è una foto scattata o meglio la prima foto scattata della pala fatta propio da Toesca intesa come riproduzione di opera d’arte.

Ma non è tutto.

All’interno del deposito di un convento nella città laziale di Tarquinia viene reperita la cornice dell’opera di cui abbiamo una foto all’interno della stessa bacheca. Una cornice con cuspide gotica che riflette quella che era l’idea di un Rinascimento non convenzionale. La cornice ha avuto una storia molto avventurosa in quanto è stata mandata a Firenze da un restauratore che per mancanza di denaro farà solo un restauro filologico.

Ma la Madonna con il bambino di Lippi come arriva a Tarquinia?

Parlato nel suo catalogo ci racconta di Giovanni Vitelleschi. Un cardinale dalla personalità particolare in quanto fece strage di coloni e rase al suolo Palestrina rubando le reliquie. Ma è propio lui ad essere il committente della Pala di Tarquinia, sua città natale.

Nel 1435 è stato nominato arcivescovo di Firenze quindi con questo ruolo si suppone abbia conosciuto il pittore tanto amato dai Medici. Nel ’37 Vitelleschi decide di tornare nella sua città di origine, portando la pala del Lippi e facendosi edificare un suntuoso palazzo oggi sede del Museo Nazionale Etrusco.

Nella mostra a Palazzo Barberini c’è una piccola sezione che presenta il cardinale, con una predella del pittore umbro di primo quattrocento Bartolomeo da Foligno. A sinistra vi è un oggetto liturgico, una pace dorata  che ha una maniglia sul retro; l’officiante la baciava e successivamente la passava ai fedeli come segno di amore. L’oggetto era di proprietà del Vitelleschi, il quale è stato arrestato e ucciso a Castel Sant’Angelo.

Anonimo Argentiere, Palazzo Barberini, Altro Rinascimento
Anonimo Argentiere, Palazzo Barberini, Altro Rinascimento

Sulla parete della sala espositiva ci sono due iscrizioni, una di Vasari e una dell’umanista del quattrocento Cristoforo Landino.

“Molti dicevano lo spirito di Masaccio essere entrato nel corpo di fra’ Filippo”.

“Fu fra Filippo gratioso et ornato et artificioso sopra modo”.

Altro Rinascimento, Palazzo Barberini, Filippo Lippi
Altro Rinascimento, Palazzo Barberini, Filippo Lippi

Le due frasi, che sembrano scollegate tra loro, trovano il punto di incontro proprio nella Madonna di Tarquinia che fa da filo conduttore alla mostra, per capire meglio cosa succedeva nella Firenze di quegli anni. Ci danno lo spunto per analizzare la figura di questo frate pittore che detiene il primato e  che diventa dominante nella metà del Quattrocento.

Lo stile severo di Masaccio e il rigore prospettico di Brunelleschi in questo periodo lasciano spazio  alla pittura sensuale del Lippi.

E proprio per questi motivi vediamo per la prima volta la proposta di un confronto tra Masaccio e Lippi. Un Masaccio in mostra con il San Paolo del Polittico di Pisa e delle opere giovanili di Lippi come la tavoletta di Empoli.

Masaccio, Altro Rinascimento, Palazzo Barberini
Masaccio, Altro Rinascimento, Palazzo Barberini

Un altro confronto è quello con Donatello.

Da una parte la madonna di Tarquinia, dall’altra lo spiritello di Donatello che proviene dalla Cantorìa di Luca della Robbia. Statua reggicero che serviva a fare luce all’organista per legere gli spartiti. Questo spiritello sarà il modello del bambino della Madonna di Tarquinia. Donatello infatti, personaggio eversivo, che stravolge le regole, porta a questo cambiamento nella pittura del carmelitano insieme ad una serie di suoi viaggi documentati.

Donatello, Altro Rinascimento, Palazzo Barberini
Donatello, Altro Rinascimento, Palazzo Barberini

Un’altra opera, dove vediamo attentamente il cambiamento di rotta nella pittura quattrocentesca è la l’Annunciazione Baberini degli inizi degli anni ’40.

L’idea di uno spazio che si apre a ventaglio, di mettere la madonna in un ambiente casalingo, non c’è oro, luci tenue, mezze ombre.

Non vi è un colore uguale all’altro.

Tutto è in movimento.

Basti guardare la manica dell’angelo annunciante. Tempera coprente ma che con la grande maestria dell’artista crea trasparenze.

Bellezza, sensualità, disegno lineare e ritmo sono gli elementi che ci fanno apprezzare Filippo Lippi come uno dei punti chiave della pittura fiorentina del Quattrocento.

Alessandra Forastieri

Non ci resta che piangere. Quando la comicità diventa arte

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Regia: Roberto Benigni, Massimo Troisi
Attori Principali: Roberto Benigni, Massimo Troisi, Amanda Sandrelli, Livia Venturini, Loris Bazzocchi
Genere: Comico
Nazionalità: Italia
Anno: 1984

“Ricordati che devi morire!
Come?
Ricordati che devi morire!
Vabbene.
Ricordai che devi morire!!
Sì, sì, no, mo’ me lo segno proprio…”

Siamo nel 1984 quando, Saverio (Roberto Benigni), un maestro elementare, e Mario (Massimo Troisi), un bidello, per evitare l’attesa di un passaggio a livello decido di imboccare una strada di campagna toscana. Dopo essersi persi e colti da un temporale decidono di rifugiarsi in una locanda e ripartire l’indomani. Qui accade l’impensabile: i due amici si ritrovano catapultati nel 1492. Dopo lo sgomento iniziale e gli inutili tentativi di fare ritorno nel 1984, i due amici si adeguano a quella nuova vita, assumendo costumi, linguaggi ed usanze del paese. Dopo poco tempo, Mario durante la celebrazione in chiesa s’invaghisce della dolce Pia (una giovanissima Amanda Sandrelli) e  Saverio ha la brillante idea di  correre a Palos per fermare Cristoforo Colombo  ed impedirgli di scoprire l’America.

Una pellicola impressa nella mente degli spettatori grazie all’accoppiata vincente Troisi – Benigni

Massimo Troisi, Roberto Benigni in Non ci resta che piangere

 

Due attori giovanissimi, dalla grande personalità e presenza scenica. Geniali e poliedrici, parliamo di artisti che hanno fatto la storia della comicità  italiana mettendo su pellicola una commedia dai toni fiabeschi. Un genere ibrido, senza testa né coda, come definito a suo tempo dallo stesso Troisi.  Un film che a 33 anni dalla sua uscita, sa ancora regalare sorrisi e momenti esilaranti grazie a due maestri dell’improvvisazione e della comicità pura, tra scene cult e battute storiche.

Una pellicola creata per il solo gusto di ridere

“Non ci resta che piangere si presenta comico, ma nel profondo ci sono i tratti malinconici che troviamo, nell’affrontare il tragico quotidiano, nella maggior parte degli altri film di Troisi.” E’ inopinabile che tanto il film nel suo complesso quanto la sceneggiatura presentano lacune e squilibri. Nonostante queste mancanze la pellicola sa regalare agli spettatori l’arte di sorridere e divertirsi senza pretese. Un film vocato all’improvvisazione vera e propria, dove alla solita storia d’amore è stata preferita una narratività leggera e fluida in cui la normalità si confonde e si treccia con l’anormalità e l’incredibile.

Un prodotto filmico commerciale che nasce da un’alchimia senza tempo tra Troisi e Benigni. Una sorta di attrazione, artisticamente parlando, grazie alla quale sanno governare e dirigere, in completa autonomia, la scena regalandole una spiccata verve.

Con due artisti con un forte estro, il risultato non può che essere positivo oltre che sublime, almeno a mio avviso.  Diciamoci la verità, la pellicola in se potrebbe far storcere il naso a molti,  tecnicamente parlando,  ma con un Troisi esilarante oltre che brillante e straordinario e un Benigni esplosivo,  il film, a distanza di anni, sa ancora regalare le stesse emozioni e risate. E poi la comicità e la presenza scenica di  Troisi è qualcosa che manca e nessuno mai potrà eguagliarla.

Le scene cult che ancora oggi accompagnano l’immaginario collettivo

Massimo Troisi – Roberto Benigni in Non ci resta che piangere

 

-Alt! chi siete?
-Siamo due che…
-Cosa fate? Cosa portate?
-Niente, roba…
-Sì ma quanti siete?
-Due, siamo io e lui…
-Un fiorino!!
-Si paga?
-Un fiorino!!

Numerose sono le scene cult, come la dogana il cui passaggio costa un fiorino; la scena del “ricordati che devi morire” frase che il predicatore ripete a Mario; la lettera scritta a Savonarola, un chiaro omaggio a “Totò e Peppino e la malafemmina”; l’incontro con un Leonardo Da Vinci  spaesato dall’incontro di questi due giovani ragazzi che si spacciano per inventori, ingegneri, titolari di brevetti e gli insegnano a giocare a scopa.

Mario: Oh ma manco ‘a scopa capisce…

In conclusione, Non ci resta che piangere…

Massimo Troisi – Roberto Benigni in Non ci resta che piangere

 

È  un film che sa regalare emozioni, a prescindere dall’epoca in cui lo si guarda. La comicità di Troisi è naif, pura, è soprattutto napoletana e spontanea. Una pellicola che nella sua semplicità non ha alcuna forma di pretesa nel classificarsi in questo o quel genere. Potremmo definirlo un prodotto sui generis nato dalla mente creativa di due comici italiani che, per il semplice gusto di recitare, hanno trasformato la comicità in arte e l’hanno messa su pellicola. Un film che sa differenziarsi dalle altre grazie al suo stile unico ed irripetibile.

Curiosità

Massimo Troisi, Roberto Benigni in Non ci resta che piangere

 

  • Alcune scene del film sono state girate all’ospedale di Bracciano, sul colle Spinello a Guidonia Montecelio e a Capranica Scalo;
  • Nel finale, la locomotiva che appare è uno degli ultimi tre esemplari conservati funzionanti delle locomotive del Gruppo 400 delle Ferrovie della Calabria;
  • Troisi e Benigni erano cosi spontanei da mettere su pellicola una comicità a braccetto, per questo motivo  molte scene dovettero essere riviste o ripetute molteplici volte a causa delle risate degli interpreti, per questa ragione del film esistono due montaggi differenti.

Perché guardarlo?

Massimo Troisi – Roberto Benigni – Amanda Sandrelli in Non ci resta che piangere

 

  • La comicità napoletana di Troisi è un tesoro raro che fa bene all’anima e all’umore;
  • E’ un film leggero da guardare in buona compagnia;
  • Potreste imparare a corteggiare come Mario;
  • Perchè…Ricordati che devi morire!

Angela Patalano

 

A proposito di donne: storie e racconti al femminile in scena

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Al teatro Panettone di Ancona, il gruppo teatrale Recremisi ha proposto al pubblico lo spettacolo A proposito di donne, del regista Mauro Monni.

All’indomani di continui scandali, polemiche e femminicidi, un gruppo di attrici decide di prestare la voce a delle grandi donne, più o meno note, ma che in modo o in un altro hanno segnato la nostra storia.

Abbandonare la linearità del tempo, per abbandonarsi all’istantaneità del ricordo: A proposito di donne vuole essere una breve ma intensa parentesi di riflessione ed emozione.

Ecco davanti allo spettatore, pararsi le figure delle grandi donne del nostro Novecento. Da Marilyn Monroe ad Anna Magnani, da Frida Kahlo ad Alda Merini. Venti voci diverse si sono raccontate agli spettatori per raccontare la Donna.

“Non un’apologia”

Se lo spettatore è in cerca di una difesa o di un’esaltazione delle donna, potrà rimanersene tranquillamente a casa.  Se invece è un racconto quello che si aspetta, allora sì, A proposito di donne fa al caso suo.

Donne in cerca dell’amore, della propria identità, della propria dignità. A volte forti, altre fragili, sono passate per la nostra epoca, lasciando un segno marchiato a fuoco. Il fuoco della loro personalità, del loro essere donne. Il concetto di donna fuoriesce dall’area semantica anatomico-biologica per sfociare in quella dell’individualità.

a proposito di donne recremisi ancora

 L’essere donna in quanto individuo.

Non solo donne forti, coraggiose, intrepide, ma anche semplici, fragili, insicure. Donne atee, lesbiche, promiscue e, perché no, anche approfittatrici. Non è la donna di Dante che raccontano queste anime; nessuna storia di angeli e di salvezza. La donna raccontata è una donna poliedrica e camaleontica che sa essere tutto e niente.

L’amore, la passione, la figura paterna, la scienza, Dio, la famiglia, la mafia, l’arte… e tanti altri sono gli argomenti toccati dai venti personaggi che si susseguono uno dietro l’altro. Come le singole perle, unite da un filo l’una di fianco all’altra, compongono un gioiello unico, così fanno questi aneddoti: brillano di una luce intensificata dal loro esser contrapposti gli uni agli altri. Tutto passa in secondo piano rispetto al messaggio che, forte e dirompente, attraversa il teatro. La possibilità che la donna ha, e deve rivendicare, di essere ciò che vuole.

Serena Vissani

Echos, l’intervista alla distopia al Teatro Argot Studio

In un futuro distopico e vicino a noi la Terra è divisa in grandi blocchi governativi.

Non esiste la democrazia come la conosciamo. Non esiste l’umanità come la intendiamo oggi. Una bomba è stata sganciata in un agglomerato urbano. Sono morte un milione di persone. Un giornalista, De Bois, intervista il responsabile della carneficina, il misterioso Ecoh. La domanda è semplice e precisa: Perché?

369 GRADI presenta ECHOES, dal 28 NOVEMBRE al 3 DICEMBRE 2017 (30 november english version).  Spettacolo di Lorenzo De Liberato e presentato al Fringe Festival di Edimburgo 2017. La regia è di Stefano Patti, con Marco Quaglia e Stefano Patti, la voce di Nancy Babich è di Giordana Morandini; light designer Paride Donatelli; scenografia Barbara Bessi; costumi Marta Genovese; sound designer Matteo Gabrielli e Samuele Ravenna; aiuto regia Cristiano Demurtas.

Il progetto è+ sostenuto da Carrozzerie n.o.t.; residenza produttiva 2015 presso Teatro Studio Uno.

Quello che mi ha colpito del testo di Lorenzo De Liberato è l’appassionata crudeltà con cui i due protagonisti si studiano, si attaccano, si divorano all’interno della griglia drammaturgica del “thriller”: un bunker, una crisi economica, un’intervista, uno sterminio. La ricchezza di temi come l’Amore, il Potere, l’Economia e la Religione presenti in Echoes permette un’analisi sull’uomo e sulle sue paure. La paura porta Ecoh a imporre il passaggio di testimone a De Bois: i due opposti diventano così tragicamente complementari. Il bunker, luogo affascinante e oscuro dove è ambientata la vicenda, rappresenta per me un ring, una scacchiera, un set televisivo dove avviene il massacro, principalmente dialettico. Diveniamo così spettatori di un urlo disperato dove l’unico interlocutore è una eco fredda e distaccata”.                                                                                                        Stefano Patti

★★★★★ Edinburgh Culture Review

[eng] The acting is incredible, every movement is dripping with suspense. Every line, every word in the way that that word is delivered is just incredibly well thought out. What they manage to do, the way they manage to captivate the audience with so little is amazing.                                                                                                                                                                                                                                                                                  [ita] La recitazione è impressionante, ogni movimento lascia trapelare suspense. Ogni battuta, ogni parola, nel modo in cui viene consegnata, è concepita in modo straordinario. Ciò che riescono a fare, il modo in cui riescono a catturare il pubblico con così poco, è incredibile.

Echos★★★★ Matthew Keeley – The Wee Review
[eng] Echoes is held firmly together by two outstanding performances. This piece of dystopian theatre excellently captivates the audience through its powerful acting and direction. The premise is fascinating and the interview-style plot is intriguing.                                                                                                                                                                                                                                                                                                           [ita] Echoes è retto da due prove attoriali eccezionali. Lo spettacolo riesce a catturare il pubblico grazie alla potenza della recitazione e della regia. Le premesse sono affascinanti e la trama stile intervista è intrigante.

Alessio Neroni  (persinsala)

“Il testo è tremendamente attuale… Un progetto che potrebbe competere tranquillamente con una serie televisiva e il cui flyer ipnotizza per la potenza che trasmettono gli sguardi dei due attori protagonisti, il cui effetto e il cui senso sono ancora più forti dopo aver assistito a quell’ora o poco più di spettacolo straordinario, realizzato con la massima cura.”

Romina Rossi (Shakemovies)
“Marco Quaglia e Stefano Patti (che è anche regista) tengono con il fiato sospeso per un’ora e dieci minuti, in cui non c’è nemmeno il tempo di pensare”.

Veronica Meddi (Fatti&Fattoidi)

“Marco Quaglia con le sue capacità attoriali è riuscito a toccare la perfezione del personaggio, che si chiama ‘verità’. […] Stefano Patti che non solo ha vestito i panni del giornalista ma ha anche saputo curare la regia in modo sensibile e intenso, è riuscito a dimostrare al pubblico l’onestà che rende sacro il mestiere dell’attore”.

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“Sacrum”, la Pace in musica per Jacopo Sipari di Pescasseroli

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Sacrum: c’è desiderio di trascendentale, in controtendenza con il pessimismo globale che impera.

Ho sviluppato questa convinzione sabato scorso, appena uscita dalla splendida Basilica di Santa Maria in Aracoeli. a Roma. Si è tenuto il concerto Sacrum, una preghiera in musica per la pace universale: uno splendido omaggio a Ludwig van Beethoven nella ricorrenza della sua morte.

Jacopo Sipari di Pescasseroli

Lo spettacolare evento ha testimoniato che è ancora vitale un corpus sociale attento a preservare il patrimonio artistico, incarnato nei valori della religiosità più autentica.

Ed è proprio attraverso la magnificenza dell’opera umana, la grande Musica unita all’ingegno architettonico,  che il Maestro Jacopo Sipari di Pescasseroli ha voluto comunicarci la sua idea di Assoluto.

Il concerto Sacrum ha ricevuto il patrocinio di tutte le maggiori istituzioni laiche e religiose, di numerosissime Ambasciate, del Rotary Club Roma Polis ed altri.

Il Maestro Sipari ha curato magistralmente ogni particolare: ha voluto al suo fianco la straordinaria partecipazione di uno dei maggiori direttori d’orchestra contemporanei e direttore del Festival Pucciniano, il Maestro Alberto Veronesi, al quale ha dedicato parole di grande ammirazione e riconoscenza.

Entrambi si sono alternati nella direzione della Orchestra Sinfonica di Salerno “Claudio Abbado”; la presenza di Giuliano De Angelis, eccellenza italiana del violoncello, ha completato la compagine d’eccezione.

Jacopo Sipari di Pescasseroli sacrum

Dopo i saluti istituzionali delle numerose autorità presenti nella Basilica, i presentatori della serata Giovanni Terzi e Metis Di Meo hanno introdotto i presenti in questa esperienza emozionante sulle note di Camille Saint Saens.

In programma due pezzi raffinati: dal Preludio dell’Oratorio Sacro “Le délege” Op. 45 e il Concerto n.1 in la minore per violoncello e orchestra, Op.33.

Repertorio di grande profondità quello di Saint Saens, un intellettuale poliedrico che ha scritto pagine importanti della musica europea. Lo spirito classicista e atemporale delle sue composizioni è arrivato intatto all’attenzione del pubblico; grazie anche alla superba direzione del Maestro Veronesi che si è alternato sul podio con il Maestro Sipari di Pescasseroli.

A seguire due brani epocali di Ludwig van Beethoven: dall’Introduzione dell’Oratorio sacro “Cristo sul monte degli Ulivi”, Op.85 e la Sinfonia n.7 in La maggiore, Op.92. 

L’atmosfera, quasi rarefatta dalla catarsi evocata dalla musica, si è fatta pregna di emozioni palpabili negli sguardi, nei respiri sospesi tra la sacralità di un luogo assolutamente unico; la Basilica di Santa Maria d’Aracoeli ha ereditato una grande energia spirituale dal pagano e dal Divino. Leggendaria è infatti l’origine della sua fondazione su cui aleggiano particolari storici ricchi di fascino.

Tutto ciò la pervade di quella “sensibilità sincretica” necessaria a realizzare l’esperienza mistica.

Jacopo Sipari di Pescasseroli sacrum

Tornando alla grande musica, la liason tra Saint Saens e Beethoven è stata, a mio parere, particolarmente convincente.

Il primo, dai colori ieratici e limpidi, rappresenta la contemplazione, il preludio. In un emozionante crescendo si percorre il classicismo formale e attraversando lo smarrimento e il dolore del Getsemani, il climax è raggiunto nell’impeto romantico di Beethoven nella Sinfonia n.7 in La maggiore Op.92.

Come un giovane demiurgo, il giovane Jacopo Sipari da Pescasseroli ha infiammato i cuori dei presenti.

Un uomo dalla piena coscienza intellettuale della sua arte; nevrile ed appassionato è dotato di uno spirito fecondo capace di riprodurre in un microcosmo il miracolo della creazione. Il Maestro Sipari porta in Sé l’energia dionisiaca che imprime carattere all’opera e convince della capacità rivoluzionaria dell’azione umana, nel rispetto del Sacro.

Aristocratico ma non elitario; è amatissimo dal suo pubblico che gli ha dimostrato anche in questa occasione un affetto profondo e sincero. Una meravigliosa serata in nome della pace e dei valori universali che ci ha fatto sentire orgogliosamente umani.

Potere dell’Arte.

Il concerto Sacrum verrà trasmesso in mondovisione la notte di Natale alle ore 21.00 da Telepace-Sky 515; sostiene inoltre la XXIX edizione del Gran Galà delle Margherite a favore della fondazione Incanto in Nicaragua.

Jacopo Sipari di Pescasseroli sacrum

Antonella Rizzo

Le Sorelle Materassi, l’amaro silenzio della comica solitudine

Nel 1934 Aldo Palazzeschi pubblicò il suo, forse, romanzo più noto: Le Sorelle Materassi.

Una storia di provincia, per l’esattezza la realtà di Coverciano, dove Carolina e Teresa Materassi sono le sarte più rinomate del paese e dei dintorni. Con loro vivono la sorella Giselda, la governante Niobe e il nipote Remo. Questo è il figlio di una quarta componente della famiglia, Augusta, ormai defunta. Carolina e Teresa lo hanno preso in affido quando aveva 14 anni e lo hanno cresciuto nell’agio, dandogli qualsiasi cosa egli volesse. Le due sorelle infatti, sono ‘signorine’ e cercano di placare con il bambino la loro sete di maternità.

Remo però cresce, diventa un uomo e le due zie non cessano a trattarlo come un principe a cui tutto è concesso.

Il giovane, infatti, capisce di avere in scacco le donne perché queste provano per lui un morboso senso di attaccamento, che va ben oltre il vecchio senso materno. Con lui, le illibate sarte sentono il rifiorire di quel sentimento e quella sensualità che la vita non ha mai permesso. Giustificano perciò tutto al nipote, il quale sa e ne approfitta. Si passa dal presentare decine di amici alle due di donne per fare bagordi al mettere incinta una ragazza e non prendersene la ben che minima responsabilità. Arriverà persino a far loro indebitarsi con tutti, costringere a firmare delle cambiali con la forza e far perdere loro il prestigio tanto faticosamente conquistato. Giselda prova in tutti i modi a far aprire loro gli occhi, avendo un rapporto diverso e completamente disincatato col nipote, che, per il comportamento che ha con le sorelle, non lo considera neanche tale.

Carolina e Teresa però non sentono ragioni, anzi rimproverano Giselda e giustificano il giovane, con la speranza che lui e la sua sensuale presenta non le abbandoni mai, arrivando anche a rendersi ridicole.

Il giovane però decide di sposarsi con una ricca americana, dando un autentico colpo al cuore alle due donne. Queste sperano fino all’ultimo che sia solo un matrimonio di interessi e anche davanti ai baci dei due si autoconvincono che Remo e sua moglie dureranno poco: evento che lo riporterà da loro. Le cose però come al solito andranno diversamente da come le due pensano…

Le Sorelle Materassi

La trama di Palazzeschi ha avuto diversi adattamenti nel mondo delle rappresentazioni sceniche. Nel ’43 Emma e Irma Grammatica interpretarono le due protagoniste in un film dall’omonimo titolo; mentre nel ’72 uno sceneggiato televisivo vedeva, tra i protagonisti, Rina Morelli, Ave Ninchi e Nora Ricci. Il teatro più volte ha visto grandi attrici prendere i panni delle protagoniste. Negli anni ’90, ad esempio, Isa Barzizza e Lauretta Masiero girarono una tournée.

Quest’anno il Teatro Quirino di Roma porta in scena Le Sorelle Materassi con la regia di Geppy Gleijesis e con protagoniste tre attrici del calibro di Milena Vukotic, Lucia Poli e Marilù Prati.

Il riadattamento è firmato dallo sceneggiatore Ugo Chiti e ben riesce ad adattarsi al palco. Si pensi all’inizio, il ricevimento dal papa. Nel film del ’43 e nello sceneggiato se ne parla, qui con il suo lenzuolo davanti e un gioco di ombre ci vengono giustificati come un sogno. Remo non viene preso da bambino, lo vediamo già nel fiore degli anni. La scena è fissa, con un ingresso che affaccia su un grande arco che dà all’esterno. Qui in questa grande sala le Materassi cuciono, pensano, vivono la tormentata relazione con il nipote. Sala che all’occorrenza si trasforma in macchina e in una stanza per banchetti nuziali. Le Sorelle Materassi

I costumi attirano l’attenzione e hanno quel gusto malinconico di un tempo. Coincidenza vuole che le ragazze che li hanno realizzati (uscite fresche dall’Accademia di Moda e di Costume) siano tre, come le protagoniste della commedia (in verità Giselda non cuce, ma poco importa). La cura e la dovizia si vedono nella scena delle ‘follie d’estate’, quando le Materassi escono con Remo, abbellite dalla promessa di una serata di bagordi, dopo che questi le abbia costrette con la forza a firmare una cambiale. Per qualche manciata di minuti, le due sorelle escono vestite ridicole e ‘da sera’: effetto ottenuto dai costumi.

Le Sorelle MaterassiLa grande differenza, però, la fanno ovviamente gli interpreti.

Sandra Garuglieri interpreta la governante Niobe. Al contrario del libro, dove viene descritta anziana quasi quanto Carolina e Teresa; qui è più giovane, meno ruffiana (che non vuol dire ‘non è’) e saggia, però amante della vita e del futuro, seppur dal passato orrendo e burrascoso. La Garuglieri ce la mostra sorridente, burrosa e gaudente: una vitalità che ha del tenero. A Gabriele Anagni il compito di interpretare il vanesio e superbo Remo. È difficile non immaginare l’attore fuori dai canoni televisivi, ma la sua formazione accademica si vede bene. I movimenti lenti, ma dosati; gli sguardi cinici e altezzosi ci mostrano un nipote oggettivamente menefreghista. L’attore ogni tanto dona al personaggio un tocco d’umanità, come il sentire se le zie stanno bene nel sottoscala, dopo averle rinchiuse; ma è passeggero: l’atteggiamento arriva.

Le Sorelle MaterassiMarilù Prati ci mostra una sua versione di Giselda. Lontana dall’idea dell’isterica e rancorosa del mondo, il personaggio che vediamo è saggio, forse prevenuto, ma prova un vero sentimento nei confronti di coloro che l’hanno riaccolta in casa. I suoi sguardi si volgono verso le sorelle maggiori, come chi vede qualcuno sul baratro del precipizio e accettare ciò con sorridente rassegnazione e volontaria cecità. Sguardi quindi che trasmettono esperienza, rabbia e incredulità, date però con un elegante distacco e una diretta ironia: una cosa assolutamente dififcile.

Le Sorelle MaterassiLucia Poli e Milena Vukotic ci mostrano invece le loro…Sorelle Materassi.

La prima interpreta la ‘severa’ Teresa, mentre la secondo la ‘dolce’ Carolina. Le capacità di queste due attrici ormai sono da tempo indiscusse. Si muovono nella parte delle due donne con una tranquillità e una leggiadria che appartengono ad un’altra scuola recitativa. I loro movimenti sono composti, semplici e delicati, ma al tempo stesso espressi con classe, moderazione e spontaneità. Ci fanno ridere e commuovere. Lucia Poli si diverte e ci mostra la complicità con la collega/sorella con uno splendido uso vocale: comico ogni volta il suo ‘rimproverare’ la sorella, chiamandola per nome, ogni qual volta questa si dimostri troppo arrendevole col nipote. Mirabile, però, la sua gestione del personaggio quando Remo le riaccompagna a casa dopo il matrimonio: la mano che pulisce il rossetto e lo sguardo quasi orripilato che la osserva meritano un bell’applauso.

Le Sorelle Materassi

Milena Vukotic è a proprio agio con un personaggio dolce e arrendevole, quasi infantile. I baci che dà a Remo, chiedendogli di comportarsi bene, ricordano quelli di una madre troppo docile o una nonna troppo emotivamente coinvolta: perfetti quindi per Carolina. I suoi movimenti ci fanno comprnedere quell’unione di comicità e malinconia che lo spettacolo vuole darci.

Si deve soprattutto a quell’esperienza di danza che l’attrice romana porta con sé. Prendiamo quando le Materassi vengono a conoscenza del matrimonio di Remo. Carolina mostra il suo stupore non solo con gli occhi ma, da seduta e rimanendo di fronte al pubblico, piegando il busto letteralmente a 90° alla sua destra, appoggiandosi quasi alle gambe della sorella, restando però immobile con le gambe. Oppure quando escono dal sottoscala, arrese dal ricatto del nipote: una scena straziante, a cui Milena Vukotic dà quel tocco di sorriso uscendo piegata in avanti, per il troppo tempo passato là sotto.

Le Sorelle MaterassiSpettacolo noioso per gli amanti delle ‘soirée’, ma molto coinvolgente per gli amanti del teatro.

Lo spirito di Palazzeschi è forte, gli interpreti hanno ben capito i loro ruoli, la scena è semplice ma molto efficace e il ritmo non stacca mai. Peccato per l’audio un po’ troppo delicato che, alcune volte, non fa sentire bene, che toglie mezza stella alle 5 complete.

Francesco Fario

I ♥ ALICE ♥ I. L’amore non ha sesso, l’amore non ha età

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I (love) Alice (love) I, tratto dal testo di Amy Conroy, per la regia di Elena Sbardella, è in scena al Teatro della Cometa di Roma fino al 3 dicembre 2017.

Due donne si spalleggiano sul palco: sono amiche da una vita, “più che amiche” da 28 anni.

Entrambe si chiamano Alice, come può rivelare il gioco di specchi del titolo. Tuttavia, sono molto diverse tra loro. La Alice interpretata da Ludovica Modugno è squisitamente esuberante e impulsiva, mentre quella interpretata da Paila Pavese è ingenuamente buffa e timida. La coppia racconta al pubblico di come un bacio rubato al Supermercato abbia scatenato la fantasia di una regista che le ha intraviste.

È questo l’espediente per iniziare a raccontare la storia di due donne che si amano. In un’ora, attraverso la lettura di bigliettini che fungono da promemoria per la trama, le due Alice si tuffano nel loro passato. Protagonista indiscussa è la vita. Dai primi viaggi alla prima esperienza omosessuale, dal matrimonio alla malattia. Insieme alla vita, immancabile nemesi, è la morte. Una morte che non è solo fisica, ma anche mentale quando c’è la paura di mezzo. La paura di perdersi in se stessi abbracciando un ignoto che sa cullare come null’altro al mondo.teatro della cometa i love alice love i

La domanda, quindi, è cosa possa regalare al pubblico uno spettacolo basato su due monologhi, peraltro tradotti dell’inglese.

Sicuramente un messaggio. Un messaggio forte che mira a scardinare alcuni luoghi comuni così sentiti nella società italiana, a partire dall’età opportuna per amare fino ad arrivare alla scelta opportuna di chi amare. Parlandone si grattano via con le unghie anche tutte quelle fastidiose etichette sulla sessualità.

L’amore ha davvero un genere?

Sia chiaro, però, non è uno spettacolo per gay, o meglio, per soli gay. È uno spettacolo per tutti. Lo preciso perché in sala ero circondata da spettatori che avevano almeno il doppio della mia età e non ho potuto fare a meno di chiedermi come abbiano recepito la storia d’amore omosessuale tra due settantenni, cioè due loro coetanee. Non è un mistero, infatti, che il nostro Bel Paese sia una terra di conservatori, come non è un mistero che il mondo anglosassone (a partire dai Gender Studies) stia almeno un decennio avanti a noi su questo tema.

Per concludere, potrebbe sembrare inutile, data la fama di entrambe, ma a mio avviso va sottolineato: la combo Modugno – Pavese, per la prima volta sullo stesso palco, merita sul serio. E non solo per l’indiscussa bravura e per la professionalità che entrambe offrono in scena, ma anche per la sottile complicità che riescono a palesare dolcemente.

La morale è che I (love) Alice (love) I può piacere oppure no, ma a differenza di tanti spettacoli claudicanti, si erge bello dritto nell’attuale offerta teatrale della Capitale.

Alessia Pizzi

Bookcity Milano: tre giorni di libri e letture, e di “Momenti di felicità”

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È durata davvero un soffio questa Bookcity Milano 2017, solo quattro giorni, ma sono stati più di 1000 gli eventi e oltre 200 gli incontri che hanno invaso la città. Qui vi raccontiamo come è iniziata, parlando di felicità, e come è finita, con uno sguardo al futuro e all’edizione 2018.

Anche quest’anno, per la sesta volta, Bookcity ha invaso la città di Milano con autori, scrittori, blogger, libri, storie, giornalisti, lettori, in modo pacifico ma pervasivo. Chi ha sfogliato il programma ha provato sicuramente un senso di vertigine nel dover scegliere tra oltre mille eventi, dislocati in tutta la città dal 16 al 19 novembre 2017.

Bookcity è dedicata ai libri di ogni genere: dai bestseller ai libri “di nicchia”, dai romanzi ai saggi, dalla poesia alle autobiografie. Una risorsa per l’intera città, che è partita in grande stile con l’inaugurazione del 17 novembre al Teatro dal Verme, in presenza del ministro Dario Franceschini e del sindaco Giuseppe Sala, che ha consegnato il Sigillo della città a Marc Augé, star della serata.

Daria Bignardi ha condotto la serata e l’intervista all’autore, che è in Italia per presentare il suo ultimo libro Momenti di felicità (Raffaello Cortina Editore), in cui si parla appunto di felicità, ma al plurale, di tanti piccoli istanti di gioia che sono concessi a tutti, nella vita di ogni giorno, ma a cui spesso non facciamo neanche caso. Spesso questi momenti arrivano improvvisi, in situazioni in cui nulla sembrerebbe favorirli, ma arrivano ad abitare stabilmente la nostra memoria.

Milano sente profondamente vicina alla propria natura l’intellettuale che ha teorizzato la città come uno spazio urbano dal quale sparisce la gerarchia classica tra centro e periferia. Una città-mondo inclusiva, aperta alle differenze, nella quale gli spazi sono ripensati in un processo di trasformazione continuo; città i cui nonluoghi possono così diventare il contesto di ogni luogo possibile.

Arricchita da interludi musicali a cura di Mario Mariotti, la serata di inaugurazione è stata un vero successo: 1500 posti occupati, gente fuori dal teatro che non riusciva ad entrare. Una serata “felice” che ha parlato di felicità e di come, anche oggi, nel mondo frenetico e in tensione che ben conosciamo, è possibile essere felici.

Cos’è la felicità?

Per Augé, però, è scrivere la vera felicità, “una maniera per sopravvivere e per tornare sulla felicità diffusa cercando di rivolgersi a quanti più lettori possibili”. Non si tratta di vivere ogni momento come fosse l’ultimo, ma di viverlo senza pensare al dopo, ci insegna l’antropologo dei non-luoghi. “L’unica felicità possibile è al presente, la felicità non è mai un progetto, non è mai declinata al futuro”.

Tirando le somme alla fine dei quattro giorni, possiamo dire che più di 175.000 lettori hanno partecipato alle numerose iniziative dell’edizione 2017 di Bookcity, frequentando incontri, dialoghi, letture ad alta voce, mostre e scoprendo insieme nuovi modi di leggere e piccoli misteri della scrittura e del mestiere dell’editoria.

Un successo che si ripete e che non stupisce, nella metropoli che è diventata città creativa Unesco per la Letteratura, capitale italiana degli editori, degli autori e dei lettori. Una storia che continuerà nel 2018, con la nuova edizione di Bookcity, di cui sono appena state comunicate le date: appuntamento all’8-11 novembre 2018, dunque, per tutti gli amanti dei libri e delle storie!

Valeria Martalò

“Gli sdraiati” è un’altalena di momenti toccanti e luoghi comuni

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Esce il 23 novembre 2017 il nuovo film di Francesca Archibugi, liberamente ispirato al libro “Gli sdraiati” di Michele Serra.

L’ultima pellicola di Francesca Archibugi, “Gli sdraiati”, racconta il rapporto tormentato tra un padre divorziato e il figlio adolescente. Giorgio Selva (Claudio Bisio) è un uomo famoso e realizzato con un programma televisivo di successo. Invece vive tra fantasmi e sensi di colpa. Non riesce ad essere felice proprio perché il figlio diciassettenne Tito è sempre più sfuggente. Tito ha una banda di amici, tutti maschi, sempre appiccicati. Molto cambia, quando Tito inizia a frequentare Alice. Si innamora e con Alice instaura la sua prima relazione di intimità fisica e psichica.

Il film si ispira liberamente al romanzo omonimo di Michele Serra, scritto come una lunga lettera che non riceve risposta. Di solito, si racconta la disfunzionalità del rapporto genitori – figli adolescenti, concentrandosi sulla solitudine e la chiusura dell’adolescente . Ne “Gli sdraiati”, invece, la disfunzionalità della relazione è focalizzata sulla solitudine del padre, escluso dalla vita del figlio.

Il film non ci ha convinto del tutto ed è un po’ un’occasione mancata. Francesca Archibugi ci ha abituato a ben altro. “Gli sdraiati”, purtroppo, non raggiunge l’intensità e l’originalità di film come “Il grande cocomero” o “Questioni di cuore”.

Ci sono troppi luoghi comuni ne “Gli sdraiati”. Non mancano scene toccanti e coinvolgenti. Mancano, invece, quei momenti lievi che di solito si vedono nei film della Archibugi.

Ad aiutare un po’ il film c’è l’ambientazione: una Milano affascinante e valorizzata dalla fotografia di Kika Ungaro e la scenografia di Sandro Vannucci.

Gli sdraiatiSiamo davanti al classico caso di film italiano in cui, malgrado gli attori siano tutti oggettivamente bravi, messi insieme non recitano in maniera convincente.

Fanno eccezione – e anche questo non è una novità nel cinema attuale italiano – soltanto i più giovani. I protagonisti adolescenti Gaddo Baccini (nel ruolo di Tito) e Ilaria Brusadelli (in quello di Alice) sono credibili. Risultano altrettanto spontanei gli interpreti degli amici di Tito (Nicola Pitis, Nicolò Folin, Gabriele di Gral  e Massimo de Laurentis).

Ci delude un po’, invece, l’interpretazione di Claudio Bisio, troppo sbilanciata sul piano drammatico, poco su quello della leggerezza ironica, che è una caratteristica. Il film ne  avrebbe trovato molto giovamento.

Si apprezza molto il personaggio del suocero Pinin, interpretato da un perfetto Cochi Ponzoni. Il nonno è l’unico capace di mantenere rapporti autentici con tutti: la figlia Livia, il nipote Tito e l’ex genero.

In conclusione, condividiamo un’idea che ci è venuta in mente guardando “Gli sdraiati”. Il 2017 è stato un anno in cui il cinema italiano si è già occupato di rapporti difficili tra genitori e figli. Ma in questo senso ci è sembrato molto più convincente “La tenerezza” di Gianni Amelio.

Premesso che il film di Amelio tratta del rapporto tra un padre e dei figli adulti, mentre ne “Gli sdraiati” si confrontano due generazioni che vivono fasi della vita più “lontane” emotivamente, il primo è risultato più vero e originale. La difficoltà di entrare in contatto e restare nella vita l’uno degli altri era più palpabile. Infine, nonostante l’estrema drammaticità degli eventi raccontati, coinvolgeva lo spettatore senza trasportarlo in una banale quotidianità.

Stefania Fiducia

Il libro di Henry: cast stellare per un film banale

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Giovedì 23 novembre uscirà in tutti i cinema italiani Il libro di Henry, che abbiamo visto in anteprima. Il film, con un cast stellare che va da Naomi Watts a Dean Norris a Lee Pace, non ci ha però convinto.

Il libro di Henry (The book of Henry) è diretto da Colin Trevorrow, regista e sceneggiatore di Jurassic World, e già questo prometteva bene. In più, nel cast troviamo Lee Pace nei panni di un chirurgo (Pushing Daisies), Naomi Watts, l’indimenticato Hank di Breaking Bad Dean Norris, e la ministella di It Jaeden Wesley Lieberher. C’erano dunque tutte le premesse per un film di qualità, nonostante il trailer non faccia faville.

Il problema è che, per quasi due ore, assistiamo allo svolgimento di una trama piuttosto banale. Il piccolo Henry Carpenter è un bambino dalla mente brillante che vive in una piccola cittadina con la madre Susan e il fratello minore Peter. Come un piccolo Michael Scofield (Prison Break), Henry costruisce marchingegni, è di buon cuore, e soffre di improvvisi mal di testa.

La sua perspicacia e il suo sguardo attento portano Henry a pensare che la sua vicina di casa, Christina, sia vittima del suo patrigno, che com’è prevedibile in questi casi è un pezzo grosso della polizia. Per motivi che ora non specifichiamo, Henry non riesce però a salvare la bambina, e chiede allora aiuto alla madre e al fratello, per compiere un piano molto poco legale e strampalato per togliere Christina alle grinfie del patrigno.

Nonostante gli attori siano molto validi, soprattutto i due piccoli, la sceneggiatura del Libro di Henry è debole: non sentiamo praticamente mai la voce di Christina, che pure è motore dell’azione, né sappiamo nulla del “cattivo”, che per evitare problemi è patrigno e non padre della piccola. Il finale risolve poi tutti i problemi un po’ troppo in fretta, e non si ha la sensazione che tutto sia davvero andato “a posto”.

La critica statunitense non apprezza il film

Anche la critica ha accolto il film in maniera molto negativa: sul sito Rotten Tomatoes il film ha ricevuto solo il 22% delle recensioni professionali positive. Il The Washington Post ha criticato la mancanza di coerenza e il risultato finale, secondo il sito vulture.com il film è un disastro. Il regista, Trevorrow, avrebbe dovuto girare anche il nono episodio di Star Wars, ma la Lucasfilm l’ha licenziato per non meglio precisate “divergenze creative”. Dopo questo film, vien da dire che è meglio così…

 

Valeria Martalò