Il Verdicchio Utopia di Montecappone e l’eleganza dell’invecchiamento

Invecchiamento e Verdicchio sembrano andare d’accordo come dimostra Utopia, che Gianluca Mirizzi ha affidato alle cure dell’enologo Lorenzo Landi.

Negli ultimi anni, è uno dei vitigni che gode maggiormente dell’attenzione di chi fa del vino la sua passione. Il Verdicchio che sia dei Castelli di Jesi o di Matelica, vede accrescere le fila dei suoi estimatori e non è una casualità. Pur con le dovute differenze entrambe i territori sono ormai una realtà qualitativa affermata, ed hanno dalla loro parte anche il fatto di avere una politica dei prezzi molto convincente rispetto ad altre zone.

Tanto è vero che si moltiplicano gli appuntamenti annuali in cui il Verdicchio è protagonista, come “Le anime del Verdicchio” organizzato da Cucina & Vini, oppure “ IoVino” in cui la viticultura Marchigiana condivide la scena con quella Campana. Dopo anni di onorata carriera come vino da bere giovane, negli ultimi anni sono sempre più i produttori che provano ad elevare lo status del Verdicchio intraprendendo la strada dell’invecchiamento.

Montecappone è una di queste Aziende, condotta dalla famiglia Bomprezzi – Mirizzi dal 1960. Tra le produzioni dei suoi settanta ettari di vigneto c’è Utopia,Verdicchio Classico Riserva dei Castelli di Jesi Docg, per il quale Gianluca Mirizzi si è affidato alle cure dell’enologo Lorenzo Landi. Il vino non conosce legno e dopo la fermentazione viene affinato in cemento sulle proprie fecce fini per dodici mesi, prima di trasferirsi in bottiglia dove trascorre ulteriori sei mesi.

Estremamente godibile sin da subito, Utopia rivela tutta la sua propensione all’invecchiamento non appena ci si allontana dalle annate più giovani, quando l’esuberanza dei primi anni si attenua evolvendo in un bouquet olfattivo più fine ed elegante. Nella 2011 si evidenziano i fiori bianchi, la frutta estiva e gli agrumi, accompagnati da un accenno minerale e da lievi toni fumè. Sapido e lungo nel finale. Forse l’annata ponte tra i caratteri giovanili e quelli che emergeranno in seguito.

Nella 2010 alla frutta si affiancano le erbe, sia essiccate che aromatiche, l’impronta minerale è più evidente così come la nota fumè. Aumenta la complessità che denuncia il grande potenziale di evoluzione. In bocca si fa più morbido ed equilibrato, mantenendo sapidità e lunghezza nel finale e rinunciando ai caratteri più giovanili.

Anche la 2009 si evidenzia per la complessità aromatica. Il profilo minerale richiama la pietra focaia, la frutta si fa tropicale e le erbe aromatiche assumono sfumature dolci mentre si aggiungono note di tostatura. In bocca è agile, gustoso, fresco e di grande lunghezza nel finale. Ma è l’annata 2008 che rivela Utopia come un grande vino da invecchiamento. Il naso è un vortice di profumi che si alternano misurati, senza sovrastarsi tra di loro e aumentando la complessità e l’eleganza del vino. Il fruttato tropicale è accompagnato dai profumi della frutta secca tostata delle erbe aromatiche essiccate, delle spezie dolci, insieme a sfumature che richiamano il miele e il tabacco da pipa.

La nota minerale di pietra focaia si amplia insieme ai sentori fumè. Al palato è vivo di acidità, struttura e corpo non gli difettano pur rimanendo agile fino alla lunghissima traccia minerale finale. Senza dubbio un grandissimo vino che invita all’approfondimento sul Verdicchio e sul suo mondo. A toglierci qualche curiosità ha provveduto gentilmente proprio Lorenzo Landi, Enologo di Utopia a cui abbiamo domandato qualcosa a riguardo.

Dottor Landi cosa ha convinto i produttori ad investire sul verdicchio, mutando le politiche commerciali volte ai grossi volumi, come il vino venduto in cisterne o venduto per il mercato dello sfuso, per dedicarsi invece alla qualità?

Credo la consapevolezza che il Verdicchio sia uno dei grandi vitigni bianchi italiani, capace di dare vini non solo originali e riconoscibili, ma anche di grande longevità. Personalmente credo che queste caratteristiche siano quelle necessarie per poter parlare di un grande vino.

L’evento organizzato in primavera a Roma da Cucina & vini, ha dato l’occasione di degustare un certo numero di Verdicchio di diverse Aziende nelle annate 2008 e 2009, che hanno dimostrato risultati eccezionali sul medio invecchiamento. Secondo lei quali sono le capacità del vitigno in questo senso, cioè fino a quanti anni può invecchiare?

Credo che questa capacità sia ancora in parte sconosciuta, che dipenda comunque dai diversi territori nei quali il Verdicchio viene coltivato e dall’accuratezza artigianale di chi lo vinifica ed accudisce. Non penso però di esagerare se dico che può evolvere e migliorare per decine di anni, nelle sue migliori espressioni.

Quali sono le differenze nella gestione di un vigneto e nella vendemmia, rispetto a se si vuole un vino da invecchiamento o uno da bere nei due anni e in questo senso, quanto è importante il ruolo dell’acidità al momento della raccolta?

Credo ci siano dei vigneti che, per esposizione, altitudine, tipo di terreno, siano naturalmente più vocati alla produzione di vini da invecchiamento ed altri, invece, che sono più adatti ai vini di pronta beva. E’ chiaro comunque che una buona vigoria e copertura del grappolo connessa ad una raccolta non troppo posticipata favoriscano l’integrità del grappolo, la sua acidità ed il potere riducente che sono fondamentali per la longevità. Per i vini di pronta beva si tenderà invece ad avere maggiore piacevolezza immediata con acidità più bassa e più rapida evoluzione che si ottengono con minore vigoria e maggiore ritardo nella raccolta. L’acidità è un marcatore fondamentale della longevità ma non vi influisce molto direttamente, altrimenti basterebbe acidificare per avere un vino da invecchiamento. Comunque non conosco vini realmente longevi, salvo pochissime eccezioni, che abbiano bassa acidità al momento della raccolta.

É d’accordo sul fatto che il Verdicchio, sia uno dei vitigni più dotati tra i bianchi italiani? e se si, secondo lei quali sono le caratteristiche che lo rendono tale?

Certo, ha una originalità aromatica spiccata che lo rende distinguibile dagli altri vitigni ed è longevo. Queste sono le caratteristiche fondamentali, poi si può dire anche che dà vini sapidi, lunghi, di grande nerbo.

Il connubio vitigno territorio è chiaramente imprescindibile come per ogni vino. In questo senso quanto è il peso dell’uno e dell’altro nelle due denominazioni, che pur mostrando delle differenze sono entrambe di alta qualità?

É difficile dire quale sia il peso relativo del vitigno e del territorio. L’uno deve consentire all’altro di esprimere la sua originalità potenziale, per cui non potrebbero dare grandi vini se separati. Penso comunque che il Verdicchio dia il meglio di se nei terreni argilloso-calcarei, che ne valorizzano energia e longevità.

Secondo lei il verdicchio per le sue caratteristiche, se coltivato in un altro territorio sarebbe un vino banale o viste le sue proprietà potrebbe dare vini interessanti anche se diversi?

Credo che potrebbe dare risultati interessanti anche in altri territori ma solo in un numero limitato di essi. Tutte le zone troppo calde, o siccitose, o con terreni sabbiosi ad esempio non darebbero grandi risultati. Solo i terroir con caratteristiche simili, per temperature e precocità a quello di elezione potrebbero dare vini importanti. Quindi, in definitiva, non molti.

Tra gli assaggi di Utopia e gli approfondimenti con il suo Enologo appare evidente che il Verdicchio sia un grande vitigno, tra i più importanti dell’ampelografia italiana.  Una produzione da tenere sotto osservazione per i suoi ampi margini di miglioramento e perché la sua strada verso l’eccellenza è appena iniziata.

Bruno Fulco

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