Prisoner 709 Tour: il concerto di Caparezza accende il pubblico di Bari

Caparezza

Palazzetto gremito di gente, parterre e spalti stracolmi. Il pubblico di Bari lo accoglie chiamandolo e acclamandolo per nome “Michele!”

In media tutti giovanissimi gli spettatori, il che la dice lunga sull’impatto che la musica e le parole del buon Capa hanno su di loro. Io e pochi altri gli over 30 che conosciamo e seguiamo Caparezza dal lontano 2000. Ebbene si sono passati 17 anni dal primo album e molte cose sono cambiate, altre sono rimaste uguali. Lui di sicuro si è dimostrato serbevole, quasi immune allo scorrere del tempo.

Voglio iniziare sottolineando quelle che secondo me sono le costanti nel lavoro di Michele Salvemini (alias Caparezza). Lo dice lui stesso in un testo dell’ultimo album “Prisoner 709”: “Io che mi comporto ancora come i loro pargoli” scrive in Prosopagnosia. Nonostante i suoi 44 anni lui ha da sempre quel fare leggero, buffo, vagamente infantile, ma, al contempo profondo, mai superficiale.

Ciò che lo ha contraddistinto in tutti questi anni è stata anche la coerenza. Infatti, il suo modo di scrivere non è cambiato, è stato sempre indagatore, realistico, ironico. Caparezza non è mai stato uno che “le mandava a dire”, ha fatto della schiettezza il suo marchio. Per chi ascolta e legge i suoi complicati testi, pieni di rimandi, riferimenti colti, citazioni e acute metafore non è facile cogliere immediatamente il significato. Bisogna approfondire ed essere curiosi come lui per entrare nel suo mondo.
Ma, credo di aver capito che nel lavoro di Capa c’è un prima e un dopo. Mi spiego meglio.

Il suo ultimo album (uscito lo scorso 15 settembre) è diverso da tutti gli altri perché, come ha ammesso lui stesso a fine concerto, prima indagava prevalentemente ciò che c’era al di fuori, la società, il mondo. Dopo, in questi ultimi anni, ha iniziato a scavare dentro sé stesso, ad interrogarsi sulla propria esistenza.

“Prisoner 709” è, a mio parere, l’ album di Caparezza più intimista e autobiografico.

Questo fatto mi ha lasciata molto stupita perché Caparezza o meglio Michele è un timido, un introverso. Grazie all’arte, alla musica e alla sua forte personalità è riuscito ad emergere, a farsi avanti, a non restare dietro le quinte. Ha dimostrato molto coraggio nell’affrontare e raccontare i suoi demoni, esponendosi davanti a tutti. Si, perché ognuno di noi ha i suoi demoni interiori ed ogni giorno deve conviverci. Il problema scatenante, che avrebbe potuto compromettere il suo lavoro è stato l’acufene. Ma lui, non ha lasciato che la negatività prendesse il sopravvento e lo distruggesse. Ha lottato con il rumore nella sua testa e con le sue paure. In generale la musica e sopratutto la scrittura per Capa, come per molti altri scrittori, è catartica, e noi spettatori, fan che dir si voglia, insieme a lui ci liberiamo dai nostri turbamenti. Attraverso la sua scrittura ci rende consapevoli del fatto che molte delle problematiche affrontate non sono solo sue, sono condivise. Sapere che ci sono molti altri, che hanno i tuoi stessi problemi dona sollievo, come si dice “ mal comune mezzo gaudio”.

Ai miei occhi ciò che traspare dai testi più recenti è una sorta di sdoppiamento, cioè, da una parte il successo sempre crescente gli fa onore e lo appaga. Ma, dall’altra mi pare chiaro che si senta rinchiuso in una “gabbia dorata”, nel suo personaggio riccioluto, nel business delle case discografiche che vogliono spremere il limone anche quando momentaneamente il succo non c’è.

Durante il concerto a Bari mi ha stupita il grande lavoro scenografico dell’allestimento. Palcoscenico molto grande, impianto luci eccezionale, pannelli led giganteschi che proiettano video e grafiche 3D; sicuramente anche l’audio (curato dal sempre presente Antonio Porcelli) non era da meno, ma purtroppo, l’acustica del Palaflorio non è delle migliori e non ha permesso di apprezzarlo al meglio. Una caratteristica rimasta invariata nei suoi show è una forte connotazione teatrale. Sul palco sia lui che la band si sono sempre travestiti, indossando costumi che rappresentassero il tema raccontato dalla canzone e come sempre nei suoi live costante è stata la presenza di figuranti. Questa volta, però, il suo staff è stato arricchito da coriste e ballerini professionisti con dei costumi spettacolari! (Mi fa molta tenerezza ripensare a quando, molti anni fa, scrisse sul forum del sito per reclutare tra i “caparozzi” qualcuno disposto a fare da figurante).

Durante il concerto al Palaflorio, a Bari, ha cantato molti pezzi dell’ultimo disco ma, ha lasciato spazio anche ai suoi cavalli di battaglia che hanno fatto saltare il pubblico e letteralmente tremare il pavimento del palazzetto: Fuori dal Tunnel, Vengo dalla luna, Vieni a ballare in Puglia, Abiura di me, Mica Vangogh, Legalize the Premier, La fine di Gaia. Tutti pezzi dalle sonorità diverse, ritmati, alcuni molto rock, a differenza dei nuovi, che suonano più rap e a mio parere un po’ più cupi. Una delle cose che lo ha sempre contraddistinto è stata anche la sua capacità di raccontare e denunciare problemi e situazioni molto serie con leggerezza e una buona dose di allegria. Ora è un po’ diverso, si percepisce che è cambiato. In meglio o in peggio non sta a me giudicarlo.
Aver ottenuto un disco di platino pochissimo tempo dopo l’uscita dell’album è un indizio.

Silvia Bilenchi

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