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Le Ladyvette si confermano “Le dive dello swing”: sexy e autoironiche

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Alla Sala Umberto di Roma le Ladyvette hanno riportato in scena “Le dive dello swing”, spettacolo dolce-amaro pieno di ottima musica e sensualità.

Un grande musicista come Giorgio Canali (ex CCCP e ex CSI) ha detto che “se fai solo rock è roba per uomini, metallo pesante, batti le mani e stop. Ci vuole swing, ci vuole il “roll” che solo le donne hanno”. E le Ladyvette, in effetti, portano lo swing nella vita e nell’arte.

“Le dive dello swing” era già andato in scena a Roma, al Teatro Brancaccino per la rassegna “Una stanza tutta per lei”.

Stavolta il palco è quello della Sala Umberto, che lo ha ospitato il 15 novembre scorso per la rassegna “Incursioni”.

“Le dive dello swing” racconta con classe ed esilarante autoironia il percorso artistico di tre donne talentuose. Loro vorrebbero portare in scena uno spettacolo sul Trio Lescano. Incontreranno diversi ostacoli e vivranno situazioni un po’ surreali, che le costringeranno a cambiare obiettivi.

Le Ladyvette sono tre attrici e cantanti bravissime: Teresa Federico, Valentina Ruggeri e Francesca Nerozzi. Oltre a cantare e recitare, hanno anche scritto il testo di questo spettacolo musicale, insieme a Giorgio Propseri, Lillo Petrolo e Massimiliano Vado, che è il regista.

Ladyvette

Il risultato è un perfetto equilibrio tra teatro e musica. Si mescolano lo charme delle dive d’altri tempi e l’ironia spiazzante e attualissima dei testi.

La musica è coinvolgente e divertente. I classici dello swing italiano e anglosassone si alternano con brani pop anni ’80 e ’90 reinterpretati in chiave swing e pezzi inediti in pieno stile vintage. Un plauso particolare deve andare a Roberto Gori, direttore musicale e autore delle musiche inedite, che magistralmente accompagna anche le Ladyvette al pianoforte.

Molto carina è l’idea di invitare ogni sera un ospite speciale, con cui le tre artiste mettono in scena ogni volta un numero diverso. Questa volta con le Ladyvette c’era un perfetto Stefano Fresi, il quale ha cantato “Tu vuo’ fa l’americano” accompagnato da una sassofonista, diventata per esigenze teatrali anche la sua “stalker”.

Ci teniamo a ricordare che nella serata dello spettacolo la Sala Umberto ha aderito alla campagna “Posto occupato” #30giorniNO contro tutte le violenze di genere. Fino al 25 novembre – Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne – ogni sera sarà lasciato un posto simbolicamente libero per una donna, che avrebbe voluto essere presente a teatro, a sorridere, riflettere, magari commuoversi, ma che non potrà in quanto vittima di violenza.

Stefania Fiducia

American Assassin, Dio benedica l’America

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American Assassin è il tipico film che rappresenta la kryptonite per qualsiasi recensore. Un film talmente semplice, talmente canonico, talmente prevedibile, per cui tirare fuori qualcosa da dire è sempre difficile.

Probabilmente, 20/25 anni fa, questo film avrebbe avuto una sua dignità nel panorama action, interpretato da Jean-Claude Van Damme o Sylvester Stallone. Non solo come genere, ma anche come atmosfera esasperatamente ed inutilmente patriottica, nel quale tutti gli arabi sono cattivi – ma proprio tutti, eh – e gli americani salvano il mondo. Ora, meglio che si può dire, è l’apparenza di un film destinato direttamente al mercato home video, non al cinema. American Assassin è esattamente questo, un film di genere banalissimo ma dignitoso, competente in ciò che mostra, assurdo e sopra le righe – la necessità di inserire il pretesto di un ordigno nucleare è esagerata – ma senza scadere nella farsa. Sufficiente insomma, in grado di evitare imbarazzi sempre dietro l’angolo.

Il vero peccato, onestamente, è che di American Assassin si potrebbe addirittura parlare meglio.

L’aspetto migliore del film, oltretutto inatteso, è il latente pessimismo di fondo. Oltre la cortina macho a stelle e strisce, American Assassin rivela un’anima nera, che coglie le sfumature tragiche di ciò che mette in scena. Altri film, capendo la banalità del genere, avrebbero affrontato tale problema con l’ironia, o lo stile della messa in scena. American Assassin invece, classico a dismisura, sceglie la strada “seriosa”, e ci presenta un protagonista dannato, assolutamente incapace di vivere, cinico e ribelle. Non è un eroe, ed il film non vuole mai metterlo sotto quella luce. L’ossessione lo divora dall’inizio alla fine, in ogni singola azione.

Un’inattesa esplorazione psicologica, quasi coraggiosa. Il problema, semmai, è che il film non la segue fino in fondo, non batte il martello quanto dovrebbe, e appena può ritorna ad essere solo e soltanto uno spy action ricco di cliché e colpi di scena non sorprendenti. Ed impedisce anche alle interpretazioni di uscire dal recinto della norma scolastica.

American Assassin è un film che aveva tutte le carte in regola per osare, ma non lo fa mai veramente. Non è da buttare, ma nemmeno un’esperienza necessaria. Se non lo avessero mai realizzato nessuno avrebbe pianto, diciamolo. Ma in fondo tutti debbono mangiare, è giusto così.

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Emanuele D’Aniello

Never Ending Man: il docufilm sul Maestro dell’animazione giapponese

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I film promossi dalla Nexo Digital stanno avendo un grande successo: dopo le repliche di Loving Vincent, il film su Van Gogh, previste per il 20 novembre, sarà riproposto al cinema il 23 novembre anche il docufilm sul Maestro dell’animazione giapponese, Hayao Miyazaki, padre dello studio Ghibli.

Un’occasione da non perdere: solo il 23 novembre, al cinema, sarà di nuovo possibile vedere il documentario sul papà dello studio Ghibli, di Totoro, di Kiki e di tanti altri personaggi straordinari, che hanno influenzato l’immaginario giapponese e non solo. Miyazaki è sempre stato molto amato in Italia, e ora Never Ending Man ci porta a conoscerlo più da vicino, ci porta all’interno del suo studio, tra le sue sigarette e il caffè che consuma in continuazione, tra le scrivanie dello studio Ghibli e i suoi pennelli.

Ma Never Ending Man non è un semplice resoconto dell’opera di Miyazaki, anzi: il film inizia con l’annuncio del ritiro dal cinema del Maestro, avvenuto nel settembre 2013, e finisce con un nuovo inizio. Vedremo presto un nuovo lungometraggio di Miyazaki, magari proprio su Boro, il bruco che il Maestro ha utilizzato per sperimentare con la CGI?

Vecchio e nuovo: non in competizione, ma in sinergia

Nel docufilm vediamo messi a confronto due mondi, il vecchio e il nuovo, i giovani che lavorano solo al computer, con la CGI, e i più anziani che preferiscono la cara vecchia carta. Ma, proprio quando aveva deciso di ritirarsi dal mondo dell’animazione, Miyazaki ha avuto il desiderio di sperimentare e di provare a cavarsela con l’animazione computerizzata, con l’aiuto di giovani esperti nell’uso di questa tecnica. Il risultato è stato un cortometraggio, Boro, pensato per il museo Ghibli. Dopo il ritiro di Miyazaki, lo studio Ghibli si era svuotato completamente, ma ha tornato a vivere con questo nuovo esperimento.

Quando abbiamo iniziato a girare continuava a ripetere di essere solo un vecchio pensionatoMa poi ho visto riaccendersi la scintilla in lui – Kaku Arakawa

Non sono mancati, certo, i momenti di sconforto e di disillusione, perché la CGI non è una bacchetta magica che realizza tutto ciò che non si riesce a fare a mano. Ma Miyazaki non si è arreso e, alla fine, forse tra un paio d’anni potremo vedere una nuova opera targata studio Ghibli.

Il film, diretto da Kaku Arakawa, dopo l’anteprima nazionale a Lucca Comics & Games, torna al cinema solo per un giorno, ma porterà tutti gli appassionati a visitare quei luoghi da sogno, quelle scrivanie e quelle sedie, su cui sono nati tanti dei capolavori di Miyazaki. Da non perdere!

Valeria Martalò

The Deuce 1×08, le vie del porno sono infinite

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In men che non si dica siamo arrivati anche al finale della prima stagione di The Deuce.

Uno dei grandi temi di questo episodio è infatti proprio il passaggio del tempo. Nel corso di questa prima stagione The Deuce ha esplorato la solitudine umana, l’abbandono della morale, l’appoggio all’edonismo, e tutti questi elementi non potrebbero essere altrettanto efficaci senza ricordarci che, come tutto, vanno avanti senza sosta.

Prostituzione e pornografia, anche queste cose evolvono. Era quasi ovvio che, ambientando una serie tv simile negli anni ’70, saremmo arrivati al momento di conoscere Gola Profonda. Il film porno più famoso, il momento in cui il genere hardcore è entrato nei cinema mainstream senza falso pudore. Il momento, insomma, in cui la strada è diventata la piazza, con tutto ciò che ne consegue. Ipocrisia abbattuta? Perversione alla luce del sole? La serie, come sempre, non vuol prendere posizioni tra questi due estremi, ma mostrare che, per un attimo, le pulsioni interiori sono state autorizzate a diventare esteriori.

The Deuce 1x08

Il passaggio del tempo è però più devastante quando porta con sé un fattore: l’immutabilità delle cose.

Il porno è diventato mainstream, ma le prostitute continuano ad esserci, ad essere trattate come feccia, a morire per la strada. Vinnie può immaginare di avere una nuova relazione, un nuovo business, ma in realtà ha semplicemente traslato ad un nuovo rapporto i suoi problemi coniugali, ed i corridoi del suo centro massaggi sono tristi e squallidi come quelli dell’hotel del primo episodio.

Ci sono poi i papponi che il passaggio del tempo provano a non vederlo. Credo che l’immutabilità delle cose giochi a loro favore, ma in realtà loro sono i primi ad essere fuori dal tempo. CC vede in Ace un fantasma del futuro, quando il vero monito, piuttosto, viene dall’intraprendenza di Candy, un netto cambio della guardia.

L’utopia del sesso di The Deuce non è comunque un segno di progresso. Questa prima stagione, semmai, ci ha mostrato la decadenza, e come da essa non possa che nascere altra decadenza. Il cambio dei tempo è semplicemente inevitabile, ma dalla strada ai cinema è cambiato molto poco per i nostri personaggi, o almeno per coloro che non colgono le possibilità del cambiamento.

David Simon non avrà raggiunto le vette di The Wire (ma come sarebbe umanamente possibile replicarle), e forse nemmeno ancora quelle di Treme. Ma ha scritto, ancora una volta, un capitolo potentissimo dell’esplorazione umana tramite la serialità televisiva.

The Deuce 1x08

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Emanuele D’Aniello

La cena con suonatore di liuto di Gherardo delle Notti: spiegazione

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Una piacevole cena tra amici, qualcuno tira fuori la chitarra, la serata è allegra e conviviale, magari innaffiata abbondantemente da un buon vino rosso… Non vi sembra l’atmosfera perfetta?

Così doveva apparire nel Seicento all’olandese Gherardo delle Notti che dedicherà a questo soggetto numerosi dipinti, tutti rigorosamente illuminati a lume di candela.

Gerrit Van Hothorst sembra a voi un nome impronunciabile? Sicuramente fu così per gli amatori italiani del pittore all’epoca del suo soggiorno nel Bel Paese. Infatti l’olandese venne presto soprannominato Gherardo delle Notti, la versione italiana del nome, anche in riferimento alla sua straordinaria abilità di utilizzare le luci artificiali nei propri dipinti.

L’infuso di oggi è La cena con suonatore di liuto realizzato da Gherardo delle Notti intorno al 1619 circa e conservato nella famosissima Galleria degli Uffizi a Firenze. Questo dipinto è un mirabile esempio dello stile dell’artista nordeuropeo per la sua capacità di far emergere dall’oscurità più profonda scene e personaggi grazie un’improvvisa fonte di bagliore.

Potete visionarlo qui.

Ma cosa sta succedendo nel dipinto?

Ci troviamo sicuramente in una taverna di inizio Seicento dove un gruppo di spensierati commensali è seduto a tavola. Si mangia, si beve e ci si intrattiene con un po’ di buona musica. Tuttavia l’evento principale della rappresentazione si svolge alla destra dell’opera coinvolgendo quasi tutti i suoi partecipanti.

Infatti il personaggio maschile a capotavola, forse annebbiato dai fumi dell’alcol, come si capisce dall’intera damigiana che stringe in una mano, ha colto l’occasione per farsi levare quel dentaccio che gli dava tanta pena divenendo il massimo intrattenimento dell’allegra brigata.

L’uomo in primo piano se la ride beatamente della strampalata operazione. Anche se ci dà le spalle il profilo del volto è magistralmente colpito da una candela nascosta permettendo di vederne l’espressione divertita.

Noi effettivamente questa luce non la vediamo, ma capiamo perfettamente che la fonte deve essere un lume a centro tavola, poichè investe anche i tre personaggi posizionati di fronte gli occhi dello spettatore.  Intanto l’intervento odontoiatrico si svolge senza alcun disturbo, quasi come fosse naturale farsi cavare un dente mentre si è seduti a tavola! Erano altri tempi effettivamente…

Ma cos’è che ci fa entrare nel dipinto?

Bisogna ricordare prima di tutto che Gherardo delle Notti fu uno dei primi caravaggeschi per cui ci sembrerà familiare la scelta tematica di questo dipinto. Una scena di banchetto, così come si svolgevano quotidianamente all’epoca, con musicisti, giocatori d’azzardo e commensali.

È proprio la convivialità dell’opera a costituirne il nucleo essenziale divenendo un polo d’attrazione per il curioso osservatore. Sembra quasi di sentire il fragore delle risate, il brulicante mormorio di voci eccitate dal vino, le bestemmie ed il fracasso. In lontananza si sente un’azzuffata, il rumore del tavolo rovesciato accompagnato dall’imprecazioni del padrone di bottega.

Noi stessi ci troviamo catapultati nell’osteria dove il pittore sta ritraendo La cena con suonatore di liuto e ci soffermiamo divertiti ad osservare questa fantomatica estrazione, magari anche noi con un bicchiere di vino in mano.

Due parole sullo stile…

Gherardo delle Notti fu molto popolare all’epoca per le opere in cui coltivò lo stile caravaggesco, motivo per cui rimane tutt’ora un pittore suggestivo. Dal Merisi imparò sicuramente l’uso del chiaroscuro, e quest’opera è un esempio concreto della tecnica del pittore olandese, che si perfezionò su queste scene illuminate dal lume di una candela.

L’artista incontrerà la sua fortuna in Italia cavalcando l’onda dalla rivoluzione caravaggesca e creando uno stile tutto personale particolarmente basato sui violenti contrasti tra luce ed ombra. Le sue figure emergono dalla profondità più nera investite brutalmente da una fonte di chiarore artificiale che le restituisce alla vista ed al palcoscenico della propria rappresentazione.

Il pittore ci restituisce con grande sensibilità l’ideale naturalista promosso da Caravaggio con una pittura che sottrae il soggetto da una dimensione idealizzata per renderlo finalmente vero e raggiungibile.

L’Infuso d’Arte di oggi è terminato, non mi resta che salutarvi in vista del prossimo appuntamento con la nostra rubrica. Ah, magari questa notte accendete le candele!

Martina Patrizi

“Gesù nella bottega di San Giuseppe” di Gherardo delle notti: analisi

Amleto Punk di Botta è uno spettacolo per pochi intimi

Amleto Punk: poesie e pensieri sparsi in un grande gioco

Roma 17.11 || Al Teatro Studio Uno Giovan Bartolo Botta si presenta con Amleto Punk dal 16 al 17 novembre, primo spettacolo di una tetralogia – Antigone fotti la legge, Bernarda, Agenti & Castisti- in cartellone fino al 26 di Produzioni Nostrane – Ultras Teatro. Solo in Amleto Punk, Botta è l’unico attore.

Amleto Punk è evidentemente una serata di intrattenimento improvvisato, dedicata agli amici di Botta.

Amleto Punk è un grande gioco o alternativamente un’immensa confusione. Sparse ai piedi di un leggio capovolto stanno le poesie e i pensieri di Botta. Non sono loro ad essere il problema, ma la totale assenza di un progetto per la serata.

Se è punk, allora si può parlare di quel che si vuole…

Chi capita in sala senza conoscere Botta, ha subito la sensazione di essere fuori luogo. Di certo non può cogliere i riferimenti a persone che lavorano con Botta, gli riesce difficile seguire la logica dei suoi pensieri o comprendere le interazioni informali tra pochi eletti che si instaurano con alcuni del pubblico.

Lo spettacolo riesce a tratti. Può scatenare il riso per una frase arguta, ma ricade presto nell’errore di fondo: l’improvvisazione eccessiva.

Di Amleto non si parla, c’è forse solo una battuta, ma la scusa era nel titolo: se è punk, allora si può parlare di quel che si vuole. Si può dare il beneficio del dubbio solo sapendo che la serata è un’introduzione, un siparietto: non ha nulla a che vedere con quel che viene nelle prossime sere, così ci viene detto. Gli altri saranno attori. La sua è una serata di poetry-slam senza sfidante e senza accompagnamento musicale. Senza, in gran parte, poetry.

Amleto Punk conclude con un pezzo sugli attori minori. È forse il punto più alto, l’unico per cui è valsa la pena del resto, un’improvvisa verità nel mucchio. Troppo poco, però, e troppo tardi.

Gabriele Di Donfrancesco

@GabriDDC

Grey’s Anatomy 14×7-8: 300 volte Meredith, l’amore, gli amici, la chirurgia

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Il settimo episodio di Grey’s Anatomy 14 si intitola “Who lives, who dies, who tell your story” ed è il trecentesimo della serie cult della ABC.

Ma più che altro questo trecentesimo episodio ci racconta chi manca a chi e porta un po’ di struggente nostalgia in Grey’s Anatomy 14.

Quando seguite da anni una serie tv che nel frattempo ha visto andare via molti dei personaggi originari, vi chiedete mai che fine questi abbiano fatto? Oppure vi meravigliate del fatto che i personaggi rimasti non parlino mai di quelli usciti di scena? Noi sempre. E ci meravigliamo ancora di più quando sembra quasi scendere l’oblio sulla migliore amica, il miglior amico, la ex moglie, la sorella.

Bisogna ammettere che in Grey’s Anatomy alcuni personaggi storici andati via aleggiano ancora come fantasmi con frequenza periodica. Di altri, però, poco si sa.

Il settimo episodio di Grey’s Anatomy 14 vuole rendere omaggio a quei rapporti d’amore o d’amicizia che nella serie si erano interrotti. Per questo è stato pubblicizzato come “una lettera d’amore” per i fan della prima ora. D’altronde, solo chi segue fin dalla prima puntata, può davvero apprezzarlo.

A noi, in realtà, è piaciuto a metà. Ci aspettavamo di commuoverci e, in effetti, qualche lacrima l’abbiamo versata. Ma ci aspettavamo anche di rivedere qualcuno dei personaggi storici, ormai fuori scena. Invece, non rivediamo Izzie e Cristina, ma solo dei giovani medici che somigliano tanto a loro e ad O’ Malley.

L’incipit della puntata nutre le nostre aspettative.

Infatti, Meredith ed Alex viaggiano sul ferryboat. In maniera un po’ implicita parlano di Derek e di quanto sarebbe stato felice, ma soprattutto geloso, della candidatura di Meredith al premio Harper Avery.

Inoltre, sentiamo nuovamente le note della sigla iniziale, con le immagini delle scarpe rosse sul pavimento e i quattro piedi nudi che si scaldano a vicenda su un lettino operatorio.

L’episodio scorre tra scene che seguono l’intreccio degli episodi attuali ed altre in cui si ricorderanno le storie passate. Ammettiamo che è stato trovato un certo equilibrio. Vediamo, pertanto, i momenti imbarazzanti per Owen e Amelia a causa della storia tra il primo e Carina De Luca. Ma, soprattutto, ci emozioniamo per le scene in cui si ricorda chi non c’è più ed è lontano.

Ogni personaggio ancora nella serie ne ricorda uno già uscito. Così sarà scanzonato il collegamento con Cristina di Alex e Meredith, pieni di tenerezza il ricordo di Zola per il suo papà morto e la nostalgia di Sofia e Arizona per la lontananza di Callie.

Gli sceneggiatori ci tengono a farci sapere che è ancora vivo il rammarico per la perdita di George O’ Malley. Non manca la menzione di  Lexie e del dr. Burke. Ma noi siamo rimasti piacevolmente colpiti e un po’ stupiti dall’intensità di Arizona nel ricordare Mark Sloan.

L’ottava puntata, “Out of Nowhere”, ci regala un po’ di suspence.

Anche l’ultima puntata di Grey’s Anatomy 14 prima della pausa pre-festa del Ringraziamento, all’inizio, si presenta deludente. Infatti, la passione incontrollabile di turno tra lo strutturato/specializzando senior con la matricola l’abbiamo già vista più di una volta. Confessiamo che cominciamo ad annoiarci.

Prevedibili sono poi i momenti imbarazzanti e le piccole palpabili gelosie incrociate tra Amelia, Owen, Arizona e Carina DeLuca.

Grey's Anatomy 14

Tuttavia, appena ci si sta per rassegnare alla noia, gli sceneggiatori ci somministrano una dose di adrenalina. L’ottavo episodio di Grey’s Anatomy 14 è, infatti, il classico episodio aperto, con il tipico cliffhanger, che prelude ad una pausa di mezza stagione.

Il Grey’s Sloan Hospital è sotto attacco informatico e arriva niente di meno che L’FBI per risolvere il problema. E’ interessante vedere la reazione di medici e infermieri ormai abituati a lavorare solo con monitor e cartelle digitali sui tablet. Dovranno fare una diagnosi e prendere decisioni sulla vita dei pazienti, rispolverando i metodi “dell’età della pietra”. Inutile dire che il mitico dott. Webber sarà come sempre un faro per tutti in questa situazione, per l’esperienza accumulata in anni in cui la tecnologia era meno presente negli ospedali.

Ancora una volta vediamo la dr. Bailey alle riprese con le difficoltà della leadership, ma solo alla prossima puntata vedremo come se la caverà (anche se non abbiamo dubbi sul trionfo del girl power anche questa volta).

Il finale di puntata contiene un incontro sorprendente e repentino, girato benissimo perché rende perfettamente lo smarrimento e la tensione dei personaggi.

Stefania Fiducia

Il Domani Tra di Noi, proviamo a sopravvivere insieme ai protagonisti

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Ho strabuzzato gli occhi andando sulla pagina Wikipedia, per prendere le informazioni basilari, di Il Domani Tra di Noi.

Il film è catalogato come una “romance survival adventure film” e non chiedetemi cosa diavolo voglia dire. Non credevo nemmeno potesse esistere qualcosa del genere. Disastro tra le montagne! Sopravvivenza oltre i limiti! Innamoramento tra i due protagonisti! Essenzialmente questo è Il Domani Tra di Noi, un film che, se non ci fossero stati Idris Elba e Kate Winslet davanti alla cinepresa, sarebbe molto probabilmente uscito direttamente per il mercato home video.

Non tutto è da buttare però, sia chiaro. La prima parte, per quanto scolastica, è piuttosto competente. La scena dello schianto è efficace soprattutto nel diventare nauseante. La lotta per resistere e sopravvivere, pur senza raggiungere le vette audaci di Alive, è coinvolgente. Le scene sono girate senza inutili orpelli estetici, andando dritte al punto. E, come sottolineato, i due attori sono magnetici e capaci al punto giusto di convincere lo spettatore ad appassionarsi alla loro vicenda.

Ma che qualcosa andasse storto bisognava già capirlo dalla scrittura dei due personaggi.

Lei è quella che ha qualcosa a cui tornare, lui è quello che non ha più nulla ad aspettarlo. Insieme, i due non hanno una sola sfumatura. Lei è tenace, impegnata, decisa. Lui è senza macchia a senza paura, un chirurgo infantile, una specie di tuttofare perfetto a cui viene data ogni chance per risultare sempre più eroico. Lei è il cuore, lui la testa.

Santo cielo, è difficile trovare due personaggi più insulsi e fastidiosi di questi due. Senza lati grigi, senza il minimo cenno d’esitazione, senza un cedimento verso la crisi e la paura data la situazione. Sempre perfetti, sempre risoluti. E poi c’è il cane. O mio Dio il cane. Non solo dal punto di vista narrativo la sua presenza è assolutamente pretestuosa, ma il suo ruolo è incredibilmente ruffiano verso il grande pubblico.

Quantomeno, nonostante tali enormi problemi che rendono la vicenda piuttosto fastidiosa, il film poteva stare anche in piedi. Il Domani Tra di Noi rimaneva una survival story molto standard, molto poco paurosa, ma dedicata al grande pubblico con una coppia d’attori capaci di bucare lo schermo. Poi sono arrivati gli ultimi 20 minuti. Questa coda terribile, assolutamente non necessaria, trasforma tutte le intenzioni del film. Non solo spariscono accenni a possibili traumi o conseguenze dell’esperienza – anzi, ad un certo punto vediamo delle foto come se fossero le diapositive delle vacanze sulla neve – ma Il Domani Tra di Noi svela la sua natura di polpettone romantico inerme a più non posso. Una coda finale esasperatamente melodrammatica che poteva essere preceduta da qualsiasi avvenimento per far incontrare i due personaggi, non per forza un incidente aereo con annessa situazione estrema tra le montagne, non per forza tirando fuori l’inganno per 90 minuti della survival story.

In sostanza, il film è l’ennesima storiella rosa, un fantasy da libro Harmony che via via perde autenticità ed efficacia.

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Emanuele D’Aniello

Château Musar svela a Roma la viticultura Libanese

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La degustazione che ha permesso di conoscere i vini della valle della Bekaa, territorio di incredibile importanza per la storia della vite e del vino.

Il Libano forse non è la prima nazione che viene in mente quando si parla di vino ma chi è un po’ addentro alle cose, sa bene che la sua storia nasce in luoghi ben diversi da quelli che vorrebbe l’immaginario collettivo. Proprio in questi giorni si è diffusa la notizia di alcuni ritrovamenti Georgiani, che sembrerebbero retrodatare le origini del vino ancora più indietro nel tempo, fino a 8000 anni fa.

Solo una conferma del fatto, che è nella regione del Caucaso meridionale comprendente anche Armenia e Azerbagian, che i frutti della vite si tramutarono nella bevanda fermentata più importante nella storia dell’umanità. Da li la vite iniziò il suo lungo viaggio, scendendo verso il Libano per poi arrivare fino all’area mesopotamica e all’Egitto. In quell’area la viticultura ebbe un ulteriore sviluppo mentre oggi, ironia della sorte, il consumo di vino risulta particolarmente problematico quando non vietato del tutto.

L’importanza di Fenici e Romani per la diffusione della vite e del vino.

Tornando alle vicende libanesi va sottolineato il ruolo fondamentale dei Fenici, antichi abitanti dell’area. Un popolo di abili commercianti, che insieme alla porpora contribuirono in maniera determinante alla diffusione della cultura enoica nel mediterraneo. Anche la presenza romana fu determinante per lo sviluppo della viticultura. Lo testimoniano ancora oggi le splendide rovine del tempio di Bacco nel sito archeologico di Baalbek non distante da Beirut.

Nel paese mediorientale nemmeno la censura millenaria operata dell’islam è riuscita a sradicare il legame con la viticultura. Fortunatamente poi, la coltivazione della vite fu ripresa dai monaci intorno al 1850 e tenuta viva come spesso accaduto anche in europa.

Vini straordinari e carichi di contenuti culturali quelli di Château Musar in degustazione presso la sede Romana dell’Onav. A presentarli il produttore Marc Hochar, accompagnato dal Presidente dell’associazione Vito Intini e dal Delegato Alessandro Brizi. La storia di un’esperienza ormai giunta alla terza generazione. Un racconto di dettagli sulle scelte di vinificazione, sul territorio e sugli obiettivi che si prefigge e che assicurano da sempre la continuità della cantina.

Una storia che inizia nel 1930 ed è alla terza generazione.

Château Musar nasce nel 1930 con Gaston Hochar, che reinterpreta la tradizione millenaria alla luce delle sue esperienze bordolesi, individuando le affinità tra il terroir francese e quello del proprio paese. Siamo nel primo dopoguerra e nel Libano, protettorato francese, la presenza degli occupanti transalpini favorisce il confronto sul vino e la sua richiesta. Per l’impianto furono scelti Cabernet Sauvignon, Cinsault e Carignan.

Il primo per assicurare struttura e nerbo al vino, il secondo per equilibrarlo e garantire l’eleganza, ricercata nell’intera produzione di Château Musar. Nel 1920 Serge, padre dell’attuale produttore, prende le redini dell’Azienda indirizzandola verso le caratteristiche che ancora oggi sono il tratto distintivo dei suoi vini. Una viticultura il più possibile naturale che solo caratteristiche pedoclimatiche eccezionali riescono a permettere.

La valle della Bekaa ambiente perfetto per una viticultura ideale.

Siamo nella valle della Bekaa un altopiano sui 1000 metri di altitudine. Un clima asciutto caratterizzato da assenza di umidità e con grande escursione termica, che riduce al massimo il rischio di parassiti e malattie. Praticamente il sogno di ogni viticultore. Sul terreno calcareo argilloso oggi Marc coltiva ancora le tre varietà impiantate in origine. Piante molto vecchie, ad alberello basso e lavorate a mano. Una difficile forma di allevamento che dopo il germogliamento non permette l’ingresso in vigna, se non per la faticosa raccolta manuale.

La conseguente bassa resa consente solamente 260.000 bottiglie del rosso Château Musar. Ma il risultato è perfettamente in linea con la filosofia produttiva, che insegue un vino autentico e non un obiettivo numerico da raggiungere. In questa direzione vanno anche i suoi sistemi di vinificazione che sono estremamente personalizzati. Il frutto di una ricerca portata avanti senza tentennamenti nonostante le difficoltà politiche del territorio e la guerra civile.

Un metodo personalizzato messo a punto nel tempo.

Un percorso che ormai da anni lo ha portato ad un proprio metodo definito, che nella prima fase prevede la vinificazione separata dei tre vini in vasche di cemento, seguita da un anno di barrique di cui solo il 10% nuove. I vini vengono poi assemblati trascorrendo un altro anno in cemento e dopo 3 anni vengono imbottigliati per trascorrere in affinamento ulteriori 4 anni.

Un processo lungo almeno dieci anni, per un vino che non conosce nessuna operazione di filtrazione e chiarifica e che esce dalla cantina solo quando Marc Hochar lo ritiene pronto. Scadenze di mercato o tempistiche varie, sono quanto più lontano possibile dalla filosofia di Château Musar.

La degustazione si è sviluppata su sei annate a partire dalla 2009, frutto rosso fresco, spezie e accenni di liquerizia. Il tannino seppur gradevole può ancora dare il meglio di se. Una delle migliori espressioni del lotto è la 2006, frutto dolce e profumato, tante spezie, un richiamo di scorza d’arancio e note balsamiche, in bocca grande equilibrio e tannino vellutato, veramente un bel vino.

Sei annate di vini che rappresentano il terrritorio.

Nella 2004 il frutto si fa più maturo, il vino è più asciutto e alle spezie si affiancano le erbe aromatiche, anche essiccate. Il tannino anche se gradevole, è ancora un passo indietro al precedente. Col millesimo 2003 ritorna la dolcezza, anche nei toni delle spezie, accompagnata da una nota di agrume per un vino dal sorso pieno e avvolgente.

Château Musar 1998 è probabilmente il migliore della batteria, caratterizzato dalla complessità del bouquet in cui inizialmente si alternano i toni dei fiori rossi freschi e della frutta, note balsamiche che introducono le spezie dolci, la noce moscata e le erbe aromatiche. In bocca nessun elemento prende il sopravvento garantendo un equilibrio gustativo straordinario.

Un vino che da il meglio di se in eleganza.

Grande persistenza e lunghezza sono aspetti condivisi da tutte le annate, anche dalla 1997 che chiude la degustazione presentandosi negli aspetti più tipici per i vini invecchiati. Sentori che richiamano lo smalto e balsamici, sfumature di agrume, poi frutti ed erbe di campo essiccate, che vanno verso la direzione della dolcezza conservando la spinta dell’acidità.

L’obiettivo dichiarato di Marc Hochar è quello di puntare all’eleganza attraverso vini che nascono essenzialmente della relazione tra vitigno annata e territorio. Tutti i vini in degustazione lo hanno dimostrato ampiamente, allontanandosi da ogni parametro di standardizzazione nel pieno rispetto dello stile che ha reso Château Musar un vino unico al mondo.

Bruno Fulco

MAXXI: inaugurate tre nuove mostre per un autunno contemporaneo

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Un autunno caldo di mostre quello del MAXXI. Dal 15 novembre è possibile visitare Home Beirut Sounding the Neighbors; Corpo, Movimento, Struttura – la costruzione del gioiello contemporaneo; e Michel Comte, Light.

Home Beirut Sounding the Neighbors è curata dal direttore artistico del MAXXI, Hou Hanru. Neanche a dirlo, una mostra ricchissima e curata fin nel minimo dettaglio. Questa su Beirut è la terza di una serie di mostre sul tema Interactions across the Mediterranean. Le prime due, dedicate all’Iran e a Istanbul, si sono svolte rispettivamente nel 2014 e nel 2015 sempre negli spazi del MAXXI. Questa terza tappa dedicata a Beirut è la naturale conseguenza di un’interrogazione circa le trasformazioni in atto nel nostro mondo.

Un focus sulla relazione tra le comunità artistiche europee e mediorientali.

È quasi un pretesto per poter studiare i temi cruciali della nostra contemporaneità: i confini, le migrazioni dei popoli, la comprensione delle differenze, il rapporto fra Occidente e Medio Oriente. Tutti temi che si ritrovano nelle varie creazioni artistiche provenienti dalla capitale Libanese.

Beirut è divenuta esempio di dinamismo, vivacità culturale e speranza di cui l’arte contemporanea è sia testimone che motore. Luogo caratterizzato da forti diversità culturali, economiche e politiche è in costante trasformazione, confrontandosi a stretto giro con il mondo globalizzato.

Beirut è infatti una città in continuo divenire. Ha subito quindici anni di guerra civile. È diventata uno dei centri economici più prosperi del Medio Oriente. Grandi quantità di investimenti del capitale globale si sono riversati sul suo sviluppo urbano. Questo ha permesso ad archistar di costruire edifici di grande impatto e infrastrutture che trasformano la città in una metropoli contemporanea.

Il nuovo si fa spazio accanto al vecchio, al logoro, al passato.

Beirut è una città che ha ottenuto l’indipendenza, ha vissuto le negoziazioni postcoloniali, i conflitti con i paesi limitrofi, le differenze religiose, la guerra civile e la ricostruzione. È facile che i suoi abitanti si chiedano come sia possibile, nonostante la proliferazione di nuovi edifici, abitare questa città. Una città traumatizzata dal recente passato fatto di guerre e conflitti. È normale che ci si chieda come sia possibile riscoprire la normalità di vivere dopo la guerra civile? Come sia possibile ricostruire la città dopo i traumi del passato?

La casa – Home Beirut – a cui si riferisce questa mostra è il punto d’incontro fra “noi” e gli “altri”. La casa e i vicini sono la metafora dell’accoglienza di questa metropoli. Beirut è infatti una delle città più multiculturali e multi confessionali del mondo.

Sin dal suo nascere ha subito invasioni di ogni genere: migranti provenienti da luoghi vicini o lontani, siano essi coloni o rifugiati. Tuttora è questo il ruolo di Beirut nel complicato scacchiere mediorientale. Una città che si lascia plasmare da questo andirivieni di genti bisognose di un luogo da definire come “casa”. Beirut è una cassa di risonanza che continua a riecheggiare i “suoni del vicinato”, delle nazioni a lei più prossime.

Ci si chiede quindi come possa essere questo luogo, dove ogni singolo ha un diverso senso di identità, una casa per tutti?

Una mostra complessa, suddivisa in quattro zone o aree tematiche. Quattro case che accolgono le oltre 100 opere di 36 artisti che esprimono una cultura inter-mediterranea in forte crescita. Un allestimento che permette al visitatore di vagare nella complessità della città. Le quattro sezioni, ognuna concepita come una casa sono: Home for Memory; Home for Everyone?; Home for Remapping; Home for Joy.

La prima sezione, della memoria, affronta il tema comune a molti artisti, della contraddizione fra ricordo del conflitto e volontà di ricostruire una nuova società civile.

La memoria è un ponte che collega passato e futuro nelle opere di Vartan Avakian o Mona Hatoum. Di questa è proiettato il noto video Measures of Distance (1988): allo scoppio della guerra, nel 1975, l’artista dovette rimanere a Londra. Questo esilio forzato che l’ha allontanata dalla madre è documentato con frammenti di lettere, conversazioni intime e immagini.

Vartan Avakian Collapsing Clouds of Gas and Dust, 2014, MAXXI
Vartan Avakian, Collapsing Clouds of Gas and Dust, 2014, MAXXI

La sezione dedicata all’accoglienza (Home for Everyone?) sviluppa un tema da sempre contemporaneo a Beirut.

Da sempre ha accolto popoli con origini e religioni diverse che hanno scelto questa città come nuova casa. Tutto ciò ha donato a questo luogo una cultura ricca, complessa e cosmopolita. I video di Joana Hadjithomas & Khalil Joreige, quello di Roy Dib – A Spectacle of Privacy –  e di Jalal Toufic mettono ben in evidenza la tematica della diversità culturale e dell’emigrazione.

Roy Dib A Spectacle of Privacy, 2014, MAXXI
Roy Dib A Spectacle of Privacy, 2014, MAXXI

La terza casa è dedicata alle opere artistiche che sviluppano il tema del cambiamento di Beirut.

Una città che ha vissuto guerre, disastri naturali, il boom edilizio, non poteva non trasformarsi fisicamente. Tutti i conflitti sociali e le successive riconciliazioni sono tracciate, come rughe, sul suo volto. Esposta in questa sezione è la grande mappa in gomma della città su cui il pubblico è invitato a camminare: Beirut Coutchouc di Marwan Rechmaoui.

Marwan Rechmaoui, Beirut Caoutchouc, 2004 – 2006, MAXXI
Marwan Rechmaoui, Beirut Caoutchouc, 2004 – 2006, MAXXI

La quarta e ultima casa è dedicata alla felicità.

Le arti non hanno mai cessato di essere prodotte a Beirut, nemmeno nei suoi periodi più bui. La guerra e i momenti difficili le hanno forse alimentate come forma di resistenza. Non solo arte visiva, ma anche e soprattutto musica in questa sezione. Una parete è stata infatti invasa da cd e cuffie da cui è possibile ascoltare alcuni brani prodotti da musicisti libanesi. Insieme con i cd sono esposte anche le loro copertine realizzate da grafici, artisti e designer anch’essi libanesi.

Una mostra che spinge il visitatore a conoscere la cultura contemporanea, ricca, meticcia e multiculturale di questo Paese. Una mostra che sottolinea quanto la ricchezza culturale sia data proprio dalle differenze.

Home Beirut Sounding the Neighbors sarà al MAXXI fino al 20 maggio 2018.

Corpo, Movimento, Struttura – la costruzione del gioiello contemporaneo è la seconda nuova mostra del MAXXI.

Ospitata nel Centro Archivi del MAXXI Architettura è una mostra piccola ma molto interessante. Curata da Domitilla Dardi indaga i rapporti fra architettura e costruzione di gioiellli contemporanei. Gioielli creati da sei designer sono stati creati per dialogare con bozzetti e fotografie di alcune realizzazioni architettoniche di noti artisti italiani.

È così che Giampaolo Babetto si confronta con le architetture di Carlo Scarpa. David Bielander nel suo creare gioielli echeggianti la zoomorfia si rifà all’architettura organiza di Maurizio Sacripanti. La passione per la geometria e le armature di Nervi sono state riprese, in piccola scala, da Helen Britton. La cifra decisamente pop di Vittorio De Feo è stata ripresa appieno nei bracciali, nelle collane e negli anelli cui ha dato forma Monica Cecchi. I gioielli creati da Peter Chang, anglo-cinese, sembrano provenire da un mondo fantastico; per l’uso di materiali affini sono stati associati ai lavori del gruppo IaN+.

Architetture da abitare col corpo e architetture da indossare sul corpo si confrontano negli spazi del MAXXI fino al 14 Gennaio 2018.

David Bielander, Snake - Collana, 2006, MAXXI
David Bielander, Snake – Collana, 2006, MAXXI

L’ultima esposizione inaugurata al MAXXI il 14 novembre è dedicata all’attività di Michel Comte.

Fotografo fra i più importanti al mondo, ha deciso, circa 30 anni fa di iniziare a fotografare e rappresentare ambienti glaciali. Abile scalatore e aviatore, con la sua macchina fotografica ha testimoniato il rapido scioglimento dei ghiacciai e delle calotte globali. Il progetto Light presenta l’effetto del cambiamento climatico sugli habitat glaciali del nostro pianeta. Un progetto impegnato che il WWF Italia ha deciso di sposare. Artista e WWF puntano a rendere consapevoli di questo problema globale, che riguarda ognuno di noi, il grande pubblico. La presentazione delle opere di Comte è infatti avvenuta in coincidenza con il lancio della campagna Planet is Calling.

Le opere di Comte sarà possibile vederle negli spazi Extra MAXXI e CORNER MAXXI con ingresso gratuito.

Ogni sera infatti, sulla facciata del museo di via Guido Reni, saranno proiettate delle sue fotografie mostranti il cambiamento e il decadimento dei ghiacciai. Fino a domenica 19 novembre, sarà inoltre esposta nella lobby del museo, una grande scultura/installazione dal forte impatto. Anch’essa facente parte del progetto Light, incoraggia gli spettatori a una presa di posizione e a un cambio repentino di abitudini ecosostenibili.

Michel Comte, scultura/installazione Light, lobby del MAXXI
Michel Comte, scultura/installazione Light, lobby del MAXXI

Questa raccolta di opere inedite indaganti l’impatto del riscaldamento globale sui paesaggi glaciali sarà al MAXXI fino al 10 dicembre.

Francesca Blasi

Fenomenologia di uno stagista: alla ricerca di un lavoro

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Lo stage è un buon inizio, ma non può essere un’esperienza eterna. Crea dipendenza, e nuoce gravemente te e chi ti sta attorno.

È un duro compromesso tra la necessità di imparare e la voglia di lavorare.

Il ripetersi degli stage va sempre oltre le aspettative di ciascun interessato, che pur di lavorare, accetta senza esito.

Lo stage, o per così meglio dire il tirocinio, è un favore. Si, un favore che il mondo del lavoro fa a chi ha l’illusione di voler trovare un impiego, ma finisce con l’accettare uno stage.

Mi spiego meglio, il termine stage, stando a Wikipedia, indica “un’esperienza presso un ente pubblico o privato, di durata molto variabile, allo scopo principale di apprendimento e formazione, generalmente finalizzata nell’ingresso del mercato del lavoro”.

In Italia nel giugno del 1997 è stato introdotto per la prima volta dalla legge n.196 il tirocinio formativo, quello che noi conosciamo oggi come classico stage, eccetto quelle obbligatorie tipiche degli ordini professionali. Secondo la legge lo stage non prevede retribuzione, tantomeno la malattia, le ferie retribuite, la maternità o i congedi. Non è previsto il preavviso per il licenziamento tanto quanto quello per le dimissioni.

È un favore.

Uno stage nel settore umanistico è il brindisi di benvenuto di una lunghissima cena con il mondo del lavoro.

Lo stagista è consapevole di ciò a cosa va incontro nel momento in cui accetta la proposta: ecco in quel momento sta dicendo grazie perché la redazione in questione gli fa un favore, e ne guadagna un aiuto. Ma dopotutto, questo è il senso dello stage! Come dice Marina Osnaghi, prima Master certified coach in Italia: “l’azienda deve curarsi dello stagista, per stabilire un proficuo do tu des”.

Io ti do l’esperienza, tu mi dai una mano. E va bene, condividiamo. Si inizia!

Ricerca di lavoro. Lo stagista ha finito i suoi 3 mesi di stage, ha qualche conoscenza in più, si chiede se saranno così utili da poterle applicare nei futuri contesti lavorativi. Sicuramente si, altrimenti sarebbe solo “do” o “des”. Eppure le offerte sono dei muri altissimi e insormontabili, i mattoni sono le esperienze di tre anni minimo, il filo spinato in alto la retribuzione. Ma dopotutto, tre mesi di stage non retribuito hanno formato lo stagista al sacrificio. E se così non dovesse essere, accetta un altro stage, stavolta di sei mesi.

Ci risiamo, io do, tu des. Grazie, prego!

Ricerca di lavoro. È passato un anno, e lo stagista si è convertito alla religione dello stagenesimo, tre i precetti fondamentali:

  • il sacrificio è il tuo dio
  • se vivi tre mesi senza soldi puoi anche fare un anno
  • ora sai tutto, provare all’Eredità no?

Insomma, lo stagista capisce l’importanza del tirocinio, anche del secondo, persino del terzo.

Dopo però si accorge di non avere una sicurezza tale da renderlo professionale agli occhi delle esigentissime offerte di lavoro. O meglio, qualora ci si senta, sono le stesse offerte che non hanno bisogno di un ex stagista, vogliono un lavoratore! Che sia stato pagato per le sue competenze e che abbia esperienza, sia chiaro.

Lo stagista è automaticamente escluso: non ha una precedente posizione lavorativa che gli permette di contrattare sull’offerta di lavoro tanto meno sull’offerta di prezzo.

In realtà non aveva nemmeno un lavoro, perché secondo la legge lo stage non ha nulla a che vedere con i termini previsti per un lavoro.

Lo stagista, celebrato qualche giorno fa con la giornata mondiale degli stagisti, ha solo ricevuto tanti favori.

stage percorso

Lo stagista inaspettato” è un film piacevole dove compaiano nomi come quelli di Robert De Niro e Anne Hathway.

Il vedovo Ben, interpretato da De Niro, stanco della pensione, decide di rimettersi in gioco e candidarsi presso un’azienda di e-commerce a New York.

Incoraggiante l’idea della start-up creata dalla Hathway che fa grande successo, così come lo stagista settantenne.

Come se lo stage fosse una possibilità di riscatto dopo anni dedicati al lavoro, una seconda chance senza impegno e senza stipendio.

Anche in Italia è così, ma ciò che viene sempre più offerto senza impegno e senza stipendio è il lavoro, mentre lo stage un’esperienza da cui uscire il prima possibile come se ci avessimo messo corpo ed anima, ma senza i contributi previdenziali.

Ogni singola esperienza di stage vale come se fosse la prima volta, e l’impegno, la trepidazione, la paura, la voglia di far bella figura, di fare vedere che si sta lì non per i soldi ma per la passione che si prova, hanno un prezzo. Non subito, ma almeno in futuro.

Lo stagista, dunque, vuole lavorare per far sì che anche lui, come De Niro, possa ritrovarsi in vecchiaia annoiato e in pensione. Ma attenzione, non sarà uno stage ad occupare la sua vita da settantenne. Se e quando troverà un impiego, probabile che a settant’anni ancora lavorerà.

Irene Mancuso

Vignetta di Cyndi Barbero tratta da Io, laureata, motivata…sfruttata…In stage!

Una fotografa d’arte a Roma: Magnolia Gashy

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Conosciamo una giovane fotografa molto conosciuta nell’ambiente artistico romano: Magnolia Gashy.

Albanese di nascita, si trasferisce a Roma da bambina stabilendo nella capitale il luogo dei suoi affetti e della sua professione. Ma il suo indomito spirito ereditato dalla “terra delle aquile” si manifesta nella sua fisicità passionale e fiera.

Ha al suo attivo migliaia di scatti, molti dei quali appartengono a collezioni private, altri riguardano le sue innumerevoli esperienze come fotografa di eventi sportivi. Scatti eccezionali che l’hanno resa famosa anche sui circuiti di Formula Uno. Ma la Magnolia Gashy che attrae con la sua forza magnetica è la fotografa dei bianco e neri drammatici e vitali che ritraggono artisti, persone comuni, sentimenti incarnati in volti senza tempo.

La tecnica che usa fissa il climax dell’esperienza percettiva e sensoriale coinvolgendo il soggetto dell’opera, come se fosse il palcoscenico della sua quotidiana esistenza, rendendo bellezza alla semplicità del gesto. Questa è la sua natura e i suoi lavori sono immediatamente riconoscibili in qualunque contesto.

magnolia gashy fotografa
magnolia gashy fotografa

Magnolia, da quanto tempo ti occupi di fotografia?

La prima volta che ho scattato una foto avevo cinque anni, con una macchina fotografica usa e getta. Sono sempre stata alla ricerca della mia prospettiva del mondo con l’intento di fotografarlo e mostrarlo agli altri.

La fotografia è Arte pura. Fissare il momento implica una capacità innata di esplorare le profondità e riportare in superficie l’attimo iconico, quello che viene mostrato al pubblico e donato alla manipolazione emotiva.

Ho sempre cercato di mettere su pellicola quello che vedo succedere intorno a me, è stata all’inizio un esigenza di esprimermi in quel modo solo dopo ho capito che si trattava di Arte.

Il fotografo è a metà tra uno sciamano moderno capace di compiere prodigi attraverso le sue tecniche e all’esercizio dell’empatia. Guai a considerarlo un “mestiere tecnico”. Sei d’accordo?

Assolutamente d’accordo. La tecnica deve essere sicuramente acquisita per poi dimenticartene e lasciarsi trasportare dall’emotività. Infatti nelle mie foto prevale sicuramente il bianco e nero. Grazie ad esso riesco ad esprimere fortemente ciò che provo nel momento in cui scatto una foto catturando e facendo trasparire l’anima che è in essa.

Ho sempre avuto l’impressione che la fotografia sia appannaggio ancora di un mondo maschile, specialmente in Italia. Le donne non osano vivere in trincea, fosse pure quella di un circuito di Formula Uno, o vengono “scoraggiate” dal monopolio maschile?

Nei circuiti regna sicuramente un ambiente prevalentemente maschile poiché è uno sport praticato quasi esclusivamente da uomini. All’inizio è difficile farsi accettare nel Circus della gare, però la professionalità e la serietà alla lunga fanno superare questo tipo di stereotipi.

Nella domanda precedente ho parlato di fotografia ad altissime velocità, quella dei circuiti di tutto il mondo perché tu sei anche fotografa sportiva. Riesci a coniugare questo lato con quello di fotografa d’arte, per cui sei conosciuta nell’ambiente intellettuale romano e non solo?

No, sono due cose completamente diverse però complementari. Due concepimenti e due modus diametralmente opposti ma legati da un’unica passione che è quella della fotografia. Preferisco maggiormente il mio lato artistico fare foto, perché rispecchia maggiormente la mia sensibilità.

I tuoi ritratti in bianco e nero sono un vero viaggio nell’inconscio. Hai operato questa scelta netta nel tuo lavoro, riservando il colore alle immagini paesaggistiche e allo sport. Questo dualismo esprime una netta separazione tra il mondo interiore e quello esteriore?

Nelle foto di tipo sportivo cerco maggiormente di catturare il lato più esteriore delle cose, anche per il tipo di ambiente che circonda questa tipologia di sport agonistico. Il mio scopo è quello di di catturare la passione ed il calore che hanno gli sportivi riguardo queste attività quindi in questo caso prediligo sicuramente il colore negli scatti.

Come ti dicevo prima, quando scatto invece foto di tipo artistico viene fuori l’altra parte di me, quella più interiore, intima e a tratti malinconica. In quel momento cerco appunto di catturare con la macchina fotografica il mondo circostante come un poeta fa con la penna.

 L’ultima domanda di questa intervista, quella che riguarda le tue origini balcaniche. Cosa hai trasmesso, e se lo hai fatto, del tuo mondo culturale di origine nelle tue creazioni?

Non so se effettivamente c’è un collegamento tra le mie foto e le mie origini balcaniche. Forse da quel tipo di formazione ho ereditato una sensibilità maggiore che poi ho approfondito e messo in pratica attraverso le mie creazioni nate da un esigenza di esprimermi, questo in maniera del tutto involontaria ed inconsapevole. Di una cosa però sono certa, nonostante io viva in Italia da quando avevo due anni, l’Albania è e sarà sempre parte di me.

magnoliamagnolia10@gmail.com

Antonella Rizzo

 

Gomorra: la serie 3×01/3×02, qui si muore e basta

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Si riprende esattamente da dove eravamo rimasti, perché prima di andare avanti Gomorra: la serie vuol chiudere qualche parentesi.

La scelta è giustissima, perché la morte di Pietro Savastano per mano di Ciro Di Marzio a conclusione della seconda stagione aveva lasciato più punti interrogativi che altro. Ciò che ne consegue è un classico della serie: altre pallottole, altro sangue, altri morti.

Non può andare diversamente, purtroppo. Il dialogo chiave tra Gennaro e Patrizia ci dice chiaramente che nel mondo di Gomorra non si vive, si muore e basta. Queste frasi andrebbero fissate in tutte le case di coloro che prendono la serie, ed i suoi personaggi, come modello. C’è chi ritiene Genny o Ciro dei miti, ma in realtà dovrebbe ricordare che Gomorra: la serie mostra solo e soltanto le conseguenze della scelta mafiosa, non la ricchezza o gli aspetti cool. La violenza non è estetizzata, i protagonisti non sono mai eroici.

Questo, indubbiamente, rimane l’aspetto migliore della serie anche entrando ora nella terza stagione. Anzi, se possibile l’aspetto è ancora più netto e soffocante, sempre più evidente. Gennaro, Ciro, Patrizia, anche il nuovo scenario di Roma, tute figure che hanno perso qualcosa, circondate dalla morte, e che provano con le unghie e con i denti a rimanere aggrappati a non si sa bene quale utopia criminale, scivolando sempre più. Gomorra: la serie raffigura un vortice, un precipizio patetico e disperato. I personaggi sono sempre più dubbiosi e travagliati, le fette da spartirsi sempre più ridotte.

Si conferma positivissima, quasi all’avanguardia, la scelta fatta ad inizio serie di non inserire personaggi positivi, o figure delle forze dell’ordine: ciò avrebbero soltanto creato contrapposizioni manichee e banali, delle squadre da tifare, così invece nessuno può salvarsi.

Se si confermano i pregi, però, si ribadiscono anche alcuni difetti congeniti.

Gomorra: la serie va costantemente di fretta, non c’è tempo di respirare. Il suo pubblico ha delle aspettative, ma la narrazione non può sacrificarsi al fan service. Al di fuori del trio centrale, tutti gli altri non sono personaggi ma pedine. Come sempre, la serie consuma nello spazio di un’ora scarsa interi archi narrativi che potrebbero essere sfruttati, e quindi approfonditi molto meglio, in più episodi. Nella 3×01, la vendetta verso Malammore inizia e finisce nel momento in cui è annunciata. Nella 3×02, conosciamo questo Gegè ed a fine episodio la sua storia è già completamente ribaltata.

Gli episodi funzionano comunque, ma non c’è tempo per conoscere i personaggi, dare importanza alle loro vicende, e quindi lasciare un impatto effettivo quando qualcosa succede. Ci aspettiamo solo e soltanto che muoiano, e poi si passa a quello successivo con la medesima formula.

Il problema, appunto, è la ripetitività delle soluzioni narrative. Un difetto anche di Suburra: la serie, e quindi vien da pensare che ci sia l’inesperienza degli sceneggiatori nostrani di fronte al modello episodico della serialità televisiva. Si chiude la guerra tra clan, si apre la guerra tra famiglie. Genny esce dall’ombra del padre per mettersi in proprio, ora è prigioniero della rivalità col suocero. Forse Gomorra ha smesso di sorprendere, o forse il suo pubblico è diventato troppo bravo ad anticipare le mosse.

In mezzo a questa domanda, comunque, Gomorra si conferma a mani bassissime la miglior serie tv italiana. Per realizzazione tecnica, per naturalezza della recitazione, per audacia nei temi e nei soggetti. La ripetitività che ci piace, dopotutto, è quella dell’alta qualità.

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Emanuele D’Aniello

Esercizi di memoria. Un viaggio nei ricordi quasi centenari di Andrea Camilleri

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Un Camilleri inedito, intimo, che si lascia solleticare dalla memoria e magicamente affiorano ricordi, immagini, in un viaggio straordinario e affascinante.

23 racconti, 23 ricordi, 23 spigolature di un’esistenza lunghissima e intensissima. 23 esercizi di memoria di un uomo, Andrea Camilleri, testimone di pagine di intima storia. È questo, in estrema sintesi, il senso dell’ultima fatica letteraria del papà del celebre commissario Montalbano, il poliziotto siciliano che ha conquistato in tutto il mondo milioni di accaniti lettori.

Un compito per le vacanze, come lo stesso Camilleri definisce questo libro, che ha preso vita nell’estate del 2016, quando lo scrittore, originario di Porto Empedocle, ha deciso di dettare, non è più in grado di scrivere per la sopraggiunta cecità, alla collaboratrice Isabella Dessalvi, i ricordi di una esistenza, che sono diventati Esercizi di memoria, pubblicati da Rizzoli.

Ad aprire questa straordinaria carrellata fra intime reminiscenze e porzioni di vera e propria storia è il racconto intitolato Le Ceneri di Pirandello, scrittore a cui in passato Camilleri aveva già dedicato memorabili pagine con il bellissimo Biografia del figlio cambiato editato, sempre per i tipi di Rizzoli, nel 2000.

In questo primo esercizio di memoria Camilleri racconta, con la sua disarmante semplicità, le picaresche vicissitudini che segnarono le ultime volontà di Pirandello, che nel suo testamento aveva espresso il proposito di essere cremato, chiedendo, altresì, che le sue ceneri fossero «sepolte tra le radici del pino o, se non fosse stato possibile, disperse nel “gran mare africano”».

Ma rispettare quel proposito non fu affatto semplice, perché nel dicembre del 1936 Pirandello rappresentava per il regime fascista un problema, avendo lasciato il partito, dopo esservi iscritto nel 1924, subito dopo l’omicidio Matteotti, sbattendo letteralmente la porta in faccia, come un illividito gerarca disse al giovane Camilleri che, con altri coetanei, tentava di dare seguito alle volontà dell’illustre corregionale.

esercizi di memoria camilleri ultimo libro

Foto tratta da Rizzoli

Ci vollero altri dieci anni perché la tenacia di quei ragazzi arrivasse a dama.

Nel 1946, dopo che un anno prima un rigoroso prefetto aveva nuovamente respinto la richiesta, con un perentorio «non se ne parla proprio» bollando l’autore del Fu Mattia Pascal come «un convinto fascista» le ceneri di Pirandello trovarono finalmente il luogo dell’ultima e definiva quiete.

Ma Esercizi di memoria non è solo questo bellissimo racconto, ma è un viaggio composto di altre ventidue tappe, ventidue sogni usciti dal cassetto della rimembranza e divenuti parola scritta. E allora siamo a Roma nei primi anni Cinquanta, quando il vecchio poeta Vincenzo Cardarelli in piena notte, dopo aver suonato in pigiama alla porta degli inquilini di sopra, ragazzi piuttosto rumorosi, fra cui Camilleri ma anche Giuseppe Patroni Griffi e altri futuri “vip”, li apostrofò semplicemente come «giovani di merda.»

Dalla capitale, in cui in pieno agosto il solito Cardarelli passeggiava intabarrato in un pesante cappotto suscitando l’ira funesta di un novello e sudatissimo Achille «fuori di se per la temperatura che doveva sopportare dentro la cabina di guida,» alla casa di campagna dei nonni di Camilleri, in cui regnava la mitica nonna Elvira, che insegnò al giovane Andrea la bellezza della fantasia, passando per altre decine di straordinari racconti con personaggi improbabili e storie incredibili.

Ad impreziosire, infine, Esercizi di memoria ci sono sei disegni realizzati dai più apprezzati illustratori italiani, fra cui Alessandro Gottardo e Guido Scarabottolo, tavole che Camilleri si è fatto raccontare nei minimi particolari, figurandosele nella sua personalissima e fervida immaginazione, con il risultato che gli «sono piaciute assai.»

 

Maurizio Carvigno

Arriva a Roma la Fabbrica-Museo del Cioccolato, un goloso parco tematico

Se anche voi avete sognato con il film “La fabbrica di Cioccolato”, sappiate la Fabbrica – Museo del Cioccolato sarà a Fiera di Roma dal 18 novembre 2017 al 18 febbraio 2018 per poi spostarsi a Milano, Napoli, Palermo, Bari, Torino e Perugia.

Si tratta di un  villaggio tematico di educational entertainment, un grande laboratorio interattivo all’interno del quale si potrà conoscere la storia del cacao. Come? Grazie alla biblioteca e al museo del cioccolato e del cacao vero e proprio.

Il percorso presenta una vera capanna degli Atzechi, la capanna amazzonica, per poi passare alla parte più industriale che contiene un laboratorio. Non manca il momento avventura grazie alla presenza di un labirinto che conduce alla cascata di cioccolato (ben 1200 litri di cioccolato liquido!).

L’area face painting vi aspetta per trasformarvi con “colori squisiti”, mentre l’area educativa avrà uno scopo didattico: questo luogo, infatti, non è solo un parco di divertimenti! Troverete tantissimi laboratori ad aspettarvi, da quello del cioccolato a quello del biscotto, fino a quello del gelato e del latte al cioccolato. Oltre i laboratori c’è anche anche il corso di degustazione e preparazione in varie forme.

Fabbrica-Museo del Cioccolato

Potrete vedere una delle più famose realizzazioni di Eurochocolate: l’Italia del Cioccolato, che è la fedele riproduzione dello Stivale, con 20 monumenti, uno per ogni regione d’Italia.

Insieme all’enorme scultura potrete visitare la mostra “Gli italiani e il cioccolato”, un percorso che racconta la storia del cioccolato dal 1861, anno dell’Unità d’Italia, a oggi.

Fabbrica-Museo del Cioccolato roma

Nello spazio “Gallery’” troverete otto strumenti musicali realizzati dallo scultore ufficiale di Eurochocolate, Andrea Gaspari.

Nell’area  gratuita Choco Selfie Area gli amanti del selfie potranno scattarsi i selfie con la Choco Cornice oppure con il Choco Selfie Stick, un selfie stick lungo 7 metri che sorregge una tavoletta di cioccolato da 6.000 kg. Attenti al Chocovelox, che rileva gli eccessi di golosità, e occhio alla Maxi Choco Cuffia! Il tag è #eurochocolate naturalmente!

Infine, durante la manifestazione, ci saranno concerti, spettacoli teatrali, esibizioni di giocoleria e teatro dei burattini.

Prima di andare via passate per il Chocostore e fate scorta!

https://www.youtube.com/watch?v=7FA3iZAEPR0&feature=youtu.be

Alessandra Bonadies

Harry ti presento Sally, la commedia romantica che tutti amate

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Se uno ti accompagna all’aeroporto è chiaro che è all’inizio di una relazione, ecco perché io non accompagno nessuno all’aeroporto all’inizio di una relazione. Perché alla fine le cose cambiano, e tu non l’accompagni più all’aeroporto, e io non voglio sentirmi dire: “Come mai non mi accompagni più all’aeroporto?“

Titolo originaleWhen Harry Met Sally
Regista: Rob Reiner
Sceneggiatura: Norah Ephron
Cast Principale: Meg Ryan, Billy Crystal, Carrie Fisher, Bruno Kirby
Nazione: USA
Anno: 1989

Harry e Sally non si conoscono, sono due giovani che da Chicago vanno a vivere a New York e fanno il viaggio insieme. Passano gli anni, si incontreranno altre volte, finiranno per essere amici, e il lieto fine è lì ad aspettarli.

Io & Annie è il progenitore della commedia romantica, ma Harry ti presento Sally ha ripreso il genere e ristabilito le regole, creando un intero filone di film per gli anni ’90 che comunque non hanno mai più toccato quel livello.

Quante persone hanno fatto il madornale errore di diventare amici della persona di cui in realtà si era innamorati? Un po’ per timidezza, un po’ per paura, un po’ per scarsa strategia, si finisce spessissimo nelle grinfie dell’amicizia, e quando c’è poi da fare il grande passo è troppo tardi, e si soffre dieci volte più del normale. Oppure non si diventa amici per forza, ma comunque si tiene segretamente dentro di sé il sentimento per l’altra persona che si conosce, e si finisce schiacciati da quel macigno senza via di scampo.

Harry e Sally non diventano amici per scelta o strategia, precisiamolo: i due stabiliscono davvero una connessione, e la loro amicizia è reale. Proprio in tale aspetto, nella prima ora, il film è fenomenale nel tratteggiare al meglio gli alti e bassi di una relazione platonica. Harry e Sally sono amici per davvero, grandi amici, ma guardateli, già si amano, è lampante. Non solo perché vale la “regola d’oro” secondo cui uomini e donne non possono essere amici, ma soprattutto perché i due sono fatti stare per insieme, sono due anime perse e sole a New York che non sanno dove andare e l’unico punto di approdo che trovano ogni volta con gioia è stare insieme. Non a caso, l’aspetto che nessuno evidenzia, ma che trovate facilmente se scavate bene nella visione, è l’infinita tristezza di sottofondo.

Nascosto tra battute fulminanti e ritmo inappuntabile, Harry ti presento Sally è un un film enormemente malinconico, quasi amaro nel mostrare due persone che si appartengono ma non lo capiscono e rimangono infelici.

Riguardate lo splendido montaggio, poco dopo che i due sono diventati amici, in cui il film ci mostra Harry e Sally soli e insieme alle prese col quotidiano, e si conclude col meraviglioso split screen nel quale i due guardano Casablanca insieme ma ognuno da casa propria. Sarà l’assenza di musica e il tocco autunnale di New York, ma ho sempre trovato questa scena tristissima ed emozionante, quasi soffocante nel disagio della solitudine che mostra, con due persone intrappolate in una realtà più grande di loro, due anime che stanno insieme ma non riescono ad esserlo veramente.

Harry ti presento Sally
Io non vorrei mai passare il resto della mia vita a Casablanca, sposata a uno che gestisce un bar. Ti sembrerò snob, ma è così!

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Harry ti presento Sally non a caso tocca un’infinità di argomenti, dall’amicizia al sesso, dal matrimonio all’infedeltà, dalle relazioni fino ad arrivare alla morte, e lo fa sempre con un tocco semplice e affabile.

Dopotutto la grande forza del film è quella di mostrare due persone assolutamente comuni. A parte rarissimi casi, al giorno d’oggi nessuno scritturerebbe più un attore come Billy Crystal per un film così. Adesso richiedono adoni incapaci di recitare ma bellissimi, invece Billy Crystal è perfetto, l’uomo che ha tutte le risposte ma non sa come applicarle ed è il primo a soffrire, talvolta più della donna, quando una relazione va male. Meg Ryan è la bella di turno (diamine, ma quanto è bella Meg Ryan in questo film?) dal carattere problematico – anzi, ad “alto mantenimento ma che pensa di essere a basso mantenimento” come direbbe Harry – in cerca di equilibrio più che dell’amour fou. Harry e Sally li potremmo incontrare uscendo di casa girando l’angolo, un traguardo che raramente una commedia romantica di oggi raggiunge.

Il copione fenomenale di Nora Ephron è quasi una mappa genetica su cosa voglia dire “stare veramente insieme” ad un’altra persona.

È incredibile come azzecchi in ogni momento e ogni sfumatura – lo noto da spettatore maschile ovviamente – il punto di vista romantico dell’uomo. E pensare che in origine, nel primo finale pensato e scritto, Harry e Sally non dovevano finire insieme, una scelta addirittura sensata per quanto seminato. Eppure, a testamento della forza di questi personaggi e della loro straordinaria chimica, in barba ad ogni cinica logica cinematografica o analitica, solo l’idea di non vederli insieme alla fine è straziante. Almeno il cinema può correggere gli errori della vita vera.

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3 motivi per vedere il film:

– La straboccante quantità di battute e dialoghi da mandare giù a memoria, dannatamente divertenti.

– La perfezione con cui le storie delle coppie anziani, che fanno tanto mockumentary, inquadrano la vicenda dei due protagonisti.

– La scena al ristorante che tutti conoscete.

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Quando vedere il film:
– Non c’è un quando, ma c’è un come: mai in presenza della vostra migliore amica.

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Ti sei perso le uscite precedenti? Tranquillo, ecco tutto il nostro cineforum!
———-►http://www.culturamente.it/tag/cineforum/

Emanuele D’Aniello

 

 

Bryan Adams torna live a Roma dopo dieci anni di assenza dalla capitale

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Ci sono quei concerti che speri possano non finire mai.

Bryan Adams in concerto a Roma

Quello che ieri sera ha visto Bryan Adams protagonista al Palalottomatica era proprio uno di questi. Uno di quegli spettacoli che, passate le due ore, ci credi che possano durare ancora a lungo. Di pezzi ce ne sarebbero stati eccome dopotutto. La carriera dell’artista canadese è costellata di grandi successi, quasi tutti suonati ieri sera durante l’emozionante show in un palazzetto sfortunatamente riempito a metà.

Sfortunatamente per chi si è perso l’esibizione di un’artista incredibile. Un cantante che nei suoi ormai 37 anni di carriera ne ha scritte e cantate un po’ per tutti i gusti. Bryan Adams ha infatti partecipato alla realizzazione di colonne sonore, splendidi duetti e svariati premi tra cui un Grammy Awards per la miglior canzone scritta appositamente per un film o la televisione per (Everything I Do) I Do It for You nel 1992.

Due ore e mezza di ricordi, emozioni ma anche piacevoli sorprese.

Spiccano infatti tra i nuovi brani Do What Ya Gotta Do e Brand New Day, pezzi davvero brillanti del suo nuovo album (il tredicesimo) Get Up!

« C’è una sensazione spensierata di questo album e per molti versi è l’album che vorrei fossi stato in grado di fare 25 anni fa. »

Una menzione speciale alla band che accompagna l’artista canadese dal vivo.

Una meravigliosa alchimia tra i quattro musicisti  e Bryan Adams. Su tutti il bravissimo chitarrista Keith Scott che ha incantato i presenti con i suoi assoli e come chitarrista di flamenco durante Have you ever really loved a woman, originariamente incisa dal compianto Paco de Lucia.

Corse su e giù per il palco, una voce impeccabile e per nulla logorata dal tempo. Gustosi intervalli con il pubblico in cui Adams, ha rac

contato le sue prime esperienze musicali nel nostro bel paese. Momenti elettrici alternati ad intime parentesi acustiche. Da sottolineare la versione pianoforte e chitarra di Here i am e in solitaria di Heat of the night.

Bryan Adams in concerto a Roma

Ad accompagnare il cantante una scenografia elegante e sobria.

I cinque musicisti, vestiti in jeans, camicia e giacca, erano infatti il fulcro dello show. Assieme ai loro strumenti erano coadiuvati dalle sole luci di scena e da un maestoso (questo sì) maxi schermo alle loro spalle che ha aiutato gli spettatori presenti ad immergersi nelle canzoni.

Speciali davvero i momenti vissuti durante il cavallo di battaglia Heaven, in cui tutto il pubblico ha cantato (come tradizione vuole) la prima strofa accompagnati dalla chitarra acustica di Bryan Adams. Durante Cloud#9 a scorrere sul maxi schermo sono state delle soffici nuvole mentre durante Summer of ’69 le protagoniste erano le parole della canzone. Scritte sulla pelle di una modella che per l’occasione è stata ripresa ed ha regalato il suo bellissimo corpo a chiunque voleva cantare il brano in stile Karaoke durante l’esibizione.

È stata riprodotta anche la versione Mtv Unplugged di I’m ready in cui il pubblico si è ritrovato corista durante tutto il brano.

Il cantante si è poi scattato sul palco un selfie immortalando se stesso, il suo microfono e il pubblico in festa alle sue spalle. Ha poi invitato tutti ad alzare i cellulari, accendere la torcia e a fare da coreografia al brano All for love. Risultato? Maxi schermo che immortalava Bryan Adams di spalle e sullo sfondo noi, emozionate torce moderne a cantare assieme a lui, solo sul palco, il pezzo che avrebbe chiuso di lì a poco il concerto.

Bryan Adams è uno di quegli artisti che hanno scritto pagine della storia della musica contemporanea.

Le sei date nel nostro paese lo dimostrano. Un’artista che alle cronache ci è sempre balzato per il suo ottimo lavoro, per le sue incredibili composizioni e non per atteggiamenti fuori dalle righe. Un’artista che merita di essere ascoltato dal vivo almeno una volta nella vita per poter godere appieno della sua carica inesauribile. Quella dell’uomo per sempre diciottenne. 

Emiliano Gambelli

Cripta dei Cappuccini a via Veneto: l’arte della morte a Roma

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Forse non tutti sanno che a Roma è possibile trovare un luogo sotterraneo veramente da brivido! E non solo per la bellezza artistica, ma anche e soprattutto perché particolarmente misterioso e forse un po’ macabro.

Di cosa parliamo? Della straordinaria e suggestiva Cripta dei Cappuccini di via Veneto: un piccolo ma interessante luogo posto al di sotto della Chiesa dell’Immacolata Concezione. La cripta nasce infatti come luogo di sepoltura dei frati cappuccini che qui risiedono ancora oggi e tutta la sua originalità sta nel fatto che sono proprio le ossa dei defunti ad essere state utilizzate come apparato decorativo. Queste decorazioni furono realizzate probabilmente nel Settecento, ma quello che purtroppo resta ancora completamente avvolto nel mistero è il nome del loro autore.

L’artista con la sua creazione voleva verosimilmente omaggiare i frati cappuccini e “Sorella Morte”, componendo colonne di femori, lampadari di vertebre, rose e stelle di tibie e peroni; ed inserendo in alcune nicchie addirittura scheletri interi vestiti con il tipico saio francescano! Il messaggio è quindi chiaro: tutti andiamo incontro ad uno stesso destino, la morte appunto, ma forse questa può apparirci meno cruda e più affascinante!

I vari ambienti della cripta presentano al loro interno anche iscrizioni funebri, piccoli altari e riferimenti a personaggi laici, donne comprese.

Tutti coloro cioè che furono vicini in vita all’ordine religioso e che quindi furono qui accolti per la loro eterna dimora. Qui vennero sepolti per esempio i tre giovani pronipoti di papa Urbano VIII Barberini, il principe Matteo Orsini vestito con il saio e la cosiddetta principessa Barberini. Racchiuso in un ovale, ecco ben distinguersi lo scheletro della donna che con la mano destra sorregge una falce e con la sinistra una bilancia (sempre realizzate con ossa umane), simbolo dell’equità della morte e del Giudizio Finale. La volta della cappella è poi riccamente ornata con decorazioni e lampadari pendenti e reca persino un orologio osseo ad una sola sfera, ad indicare la continuità della vita dopo la morte.

L’estrosità dell’artista che decise di decorare la cripta è in generale davvero impressionante: non solo semplici elementi architettonici, ma anche figure e composizioni dall’alto richiamo simbolico: clessidre con le ali, che rammentano la fugacità del tempo; scheletri con falci, a rappresentare l’imprevedibilità della morte o con una bilancia, per intendere la giustizia divina; e ancora fiori, simbolo di rinnovamento e speranza e stelle, in onore della Vergine Maria.

Assolutamente da non perdere è poi anche il piccolo museo qui allestito, in grado di raccontare efficacemente la storia e le tradizioni dei frati cappuccini.

Tra le opere esposte vi è la tela San Francesco in Meditazione, oggi attribuita con certezza a Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio. Il santo è raffigurato in ginocchio, con un teschio tra le mani e una croce al fianco, adagiata su una pietra. Il suo saio è sporco e lacero. Il suo viso assorto in una compiuta trasfigurazione spirituale, resa ancora più intensa dal contrasto tra la luce e lo sfondo scuro.

Una versione simile di questo soggetto si trova anche nella Chiesa di San Pietro a Carpineto Romano. Caravaggio aveva sempre nutrito un particolare interesse per il Santo di Assisi, tanto da dedicargli una serie copiosa di opere lungo tutta la sua carriera. Si narra addirittura che l’artista si fece prestare un saio da cappuccino, per poterlo riprodurre in modo fedele in una delle sue opere.

Il significato quindi generale di questo straordinario luogo è illustrato perfettamente dal motto

“Noi eravamo quello che voi siete, e quello che noi siamo voi sarete”

La cripta dei cappuccini è a tutti gli effetti infatti un luogo di profonda meditazione sulla morte e sulla caducità della vita terrena. Alla fine del percorso, nonostante l’attimo di ovvio turbamento per quanto appena visto, un senso di pace ed armonia invaderà i visitatori e per un istante anche la morte farà meno paura, perché anch’essa può diventare straordinaria arte tutta da ammirare.

 

L’Asino d’Oro Associazione Culturale

Intervista ai PennylesS: cuore italiano in lingua e sound d’oltremanica

Virtualmente in volo verso Palermo, base operativa del duo che andiamo a presentarvi, ci immergiamo nel sound elettro-pop che accompagna il nostro viaggio musicale verso la bella Sicilia.

Quest’oggi infatti vi riportiamo la nostra intervista ai PennylesS, band di recente formazione. È nel maggio del 2017 infatti che  Antonio Billeci e Flavio Magliozzo decidono d’intraprendere questo viaggio assieme. La prima tappa è il recentissimo EP omonimo.

Un lavoro che del bel paese ha ben poco. Le sonorità sono internazionali, lontani anni luce da quello che il nostro paese è abituato a sfornare negli ultimi anni. La lingua scelta è l’inglese che, un po’ per la musicalità e un po’ perché vestito adatto ai loro brani, è chiaro sintomo di volerci provare ad andare oltre…manica.

D’altronde alcune influenze presenti nel disco sono chiare. Potrete sicuramente coglierle anche voi ascoltandoli su Spotify e leggendo la nostra intervista ai PennylesS.

PennylesS

Cosa significa il vostro nome? Chi sono i PennylesS
PennylesS è un duo formato principalmente da due ex compagni di liceo (Antonio Billeci e Flavio Magliozzo). Abbiamo scelto questo nome perché, avendo avuto più esperienze con gruppi non andate a buon fine, volevamo un qualcosa che risultasse “leggero” o “senza impegno”. Ma ci sbagliavamo, fortunatamente.( Ovviamente anche perché non abbiamo davvero un soldo).

Vi presentate come progetto musicale ma non solo. Spiegateci meglio.
Facciamo rientrare anche nella “famiglia” dei PennylesS Fabrizio Milazzo (il nostro fotografo), Pierluigi Pascuzzi (videomaker), Manto Prestipino (la nostra social media manager e fotografa) e Fabrizio Massimino (nostro chitarrista durante i live). Senza di loro molto di quello che abbiamo fatto in questi 5 mesi non sarebbe stato possibile, quindi ci è sempre sembrato giusto includerli.

Com’è la scena musicale a Palermo?È difficile trovare spazio per chi ha voglia di fare musica originale?
E’ parecchio interessante. Potremmo nominarti gruppi di amici che hanno progetti davvero validi come i 12BBR, i Not a Sad Story, gli Heron Temple o gli Yes/:Sef.
Diciamo che c’è tanta voglia di fare, ma poca di realizzare, tuttavia ci sono locali che, pur non essendo del tutto adatti ad un live, riescono a far tanto per le nuove realtà musicali. Noi avremo sempre nel cuore il Modcafè e i suoi ragazzi.

A cosa è dovuta la scelta della lingua inglese?
Guarda, posso dirti che è come scegliere uno strumento invece di un altro.Sono sempre riuscito ad esprimermi, musicalmente parlando, meglio in inglese.
Non voglio però si pensi a questa scelta come ad una maschera per nascondere ciò che scrivo, visto che metto molta cura nella scrittura dei nostri testi. 

La nostra intervista ai PennylesS continua e faccio notare ad Antonio una certa somiglianza nel suo timbro vocale:

La voce tua voce, Antonio, a tratti ricorda Brian Molko dei Placebo. Quali sono le vostre influenze musicali?
Di certo non i Placebo. Si tratta infatti di una pura coincidenza, che mi viene spesso fatta notare. In ogni caso il mio gruppo preferito sono gli Arctic Monkeys e quello di Flavio i Moderat, ma ci rifacciamo molto alle sonorità dei primi Coldplay, Radiohead, Alt-j, cercando di inserire anche qualche variazione un po’ più pop.

Di cosa parla il brano Last per cui è stato registrato anche un video. 
La gente spesso confonde il significato di Last con ciò che accade nel videoclip. Infatti la canzone non parla di una rottura, anzi, è più come un nuovo inizio, una promessa a se stessi di non commettere più gli errori passati (che tendo, ovviamente, a non mantenere).

Spulciando in rete ho trovato una versione molto intima registrata in una auto per il canale di Youtube Car SessionQuanto è importante il web per artisti emergenti?

Per quanto ci dispiaccia ammetterlo, è quasi più importante di suonare live assiduamente, almeno al giorno d’oggi. Ci spieghiamo meglio: pratica e costanza, fanno metà del lavoro , ma è diventato di vitale importanza sfruttare assiduamente il web per raggiungere più persone possibili. Piattaforme come YouTube, Spotify, Facebook e Instagram, per esempio, ci hanno aiutato parecchio. Ovviamente noi preferiamo un sano, distruttivo, e sudaticcio live.

Cosa significa per voi scrivere brani originali?
E’ liberatorio. E’ come avere un diario su cui riversare tutte le tue emozioni, oppure descrivere noi stessi meglio di quanto potremmo mai fare durante un dialogo.

Quali sono i vostri progetti futuri?
Devo scrivere allarme SPOILER prima? Tralasciando gli scherzi, ne abbiamo un bel po’. Possiamo dirvi che fra non molto uscirà un nuovo singolo con tanto di videoclip, e vi sveliamo pure il titolo “ Blankets”. Per il resto abbiamo altri brani nuovi da pubblicare il più presto possibile ed anche qualche piccola chicca che preferiamo non svelarvi, per il momento.

Se la vostra musica fosse un oggetto quale sarebbe?

Abbiamo tentato di essere seri, ma ci viene soltanto una risposta in mente: un dildo vibratore. Ti scuote dall’interno ma ti lascia una piacevole sensazione dopo.

In chiusura, come spesso mi piace fare, lascio che siano gli autori stessi ad invogliarvi ad un ascolto.

Mi piace pensare che tutti possano avere una possibilità di ascolto. Fare musica è aprire una finestra su se stessi. Una finestra su cui noi tutti siamo invitati ad affacciarci. Ebbene la chiosa che chiude la nostra intervista ai PennylesS è particolare assai:

Un invito a tutti i lettori di CulturaMente? Cosa potranno provare ascoltando i vostri brani?
Se volete provare un mix di malinconia ed adrenalina, eccoci qua. Altrimenti guardate un porno, da soli, che è un po’ la stessa cosa. Alla prossima!

Emiliano Gambelli

 

Justice League, e vissero tutti felici e contenti

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Per la prima volta al cinema dalla creazione nel 1960, dopo innumerevoli tentativi, la Justice League è arrivata al cinema. Finalmente, secondo molti, e mi accodo. Ma, a maggior ragione dopo tanta attesa, meritava un’entrata in scena sicuramente migliore.

Justice League è un grande blockbuster che segna l’ennesimo capitolo nell’invasione dei cinefumetti al cinema, come tale un prodotto che si rivolge al grande pubblico di massa. Un pubblico generalista che, pertanto, non segue ogni singola notizia del web e non conosce le traversie produttive del progetto. Difficoltà da cui però non si può prescindere, poiché Justice League, più che un vero film, è un microcosmo che racchiude tutti i problemi che hanno frenato l’affermazione dell’universo cinematografico tratto dai fumetti DC Comics.

Ciò che ne esce fuori è un prodotto indeciso sul tono da scegliere. Indeciso sulla strada da percorrere. Serio ma non serioso, ironico ma non umoristico, enorme nella visione ma semplice nei contenuti. Un ibrido, in poche parole, una terra di mezzo popolata dalle modifiche in corso d’opera agli obiettivi dell’intero universo DC. Schiacciato dalla missione cieca di non poter sbagliare, è un film che va dritto seguendo il percorso meno accidentato possibile.

Justice League è un film comunque efficace nel contemporaneo panorama dei blockbuster.

Non ha veri momenti morti, non annoia mai. La narrazione ed i tempi sono compatti, l’azione è convincente, l’intrattenimento alto. I personaggi, il vero fulcro del film, funzionano dal primo all’ultimo, sia presi singolarmente sia soprattutto nelle interazioni di gruppo. Anche i più ignoti, come Cyborg, oppure i più sottovalutati, come Acquaman, alla fine del film diventano familiari. Insomma, terminata la visione si vedrebbe più che volentieri, decisamente, una nuova avventura di questo superteam.

Ma tutte queste cose buone, buonissime, a dir la verità dovrebbero essere la spina dorsale di qualsiasi film. L’ovvietà scontata, in un certo senso. Justice League è un film che non va oltre questi elementi basilari. Come detto, è il film che per la prima volta riunisce Batman, Superman, Wonder Woman, Flash e Acquaman, un evento di tale magnitudo dovrebbe essere percepibile anche a chi non è un fans accanito dei personaggi. Eppure tale importanza, tale pathos, non si respira nel film. Justice League rimane un blockbuster con pochissima visione, sscarsissima ambizione, che racconta una storia semplicistica di supereroi contro un cattivone alieno come chissà quante ne abbiamo viste prima. Non osa, non cerca il messaggio, e quando lo trova lo perde per strada superficialmente.

E forse, difetto anche più evidente per un cinefumetto di simile portata, butta al vento anche i suoi momenti più cool.

Non è il caso di fare spoiler, sarebbe un peccato imperdonabile. Ma è giusto sottolineare come si sprechi anche l’aspetto solitamente migliore dei film DC, ovvero la loro estetica iconica. Non c’è un vero momento da ricordare a memoria, una scena che possa far alzare i fans dalla sedia, e l’unica possibile sulla carta è gestita col freno a mano dell’inventiva tirato al massimo.

Forse i difetti sono figli delle difficoltà produttive, ma non avremo mai controprove. Di sicuro i pregi ci sono, per quanto stiracchiati, e potrebbero bastare per un film destinato, come detto, al pubblico più vasto ed eterogeneo possibile. Justice League è un film che il suo compito lo porta a casa, nel bene o nel male. Certo che limitarsi ad eseguire il compito facendo esclamare “tutto qui?” non il massimo per una pellicola, nel suo genere, certamente storica.

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Emanuele D’Aniello

“Le notti bianche” di Dostoevskij dal 16 novembre alle Carrozzerie n.o.t. di Roma

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Un testo senza tempo, tra i più amati dell’autore russo, con la regia del giovane Gabriele Granito

Non è stata una scelta quella di Gabriele Granito per “Le notti bianche” di Fedor Dostoevskij, è più giusto dire che è stato il libro a cercare lui. Come ci capita tante volte con le cose più importanti della vita, accadono per caso. “Ero in tournè e in una stazione mi sono messo a curiosare in una piccola libreria: alla cassa c’era una copia delle “Notti bianche”, che mi ha attratto. L’ho letto e mi sono innamorato di questo testo. E’ una storia meravigliosa“, racconta Gabriele Granito, interprete e regista dello spettacolo che dal 16 al 19 novembre andrà in scena a Roma, alle Carrozzerie n.o.t.

Un primo studio sul testo era stato presentato al Fringe Festival di Roma, con un ottimo riscontro. “E’ un testo molto amato dai giovani lettori – aggiunge Granito – E’ una storia coraggiosa, poetica, ma che fa emergere caratteri di grande spessore. Amo il personaggio di Nasten’ka, una donna grintosa, una femminista a 360 gradi“.

Le magiche notti di San Pietroburgo

“Le notti bianche” è un romanzo giovanile di Dostoevskij, che in questo breve testo non amministra le complesse vicende dei suoi capolavori. La vicenda si svolge nel corso di quattro notti, durante le quali un giovane Sognatore incontra la coraggiosa Nasten’ka (Beatrice Messa). I due si raccontano e si confessano per quattro notti, con il tempo che sembra sospeso. Il Sognatore, che vive fuori dal mondo, si innamora della donna; Nasten’ka si fa corteggiare, ma in realtà è in attesa del Fidanzato, della vita reale. Quelle quattro notti sono come una pausa dalla realtà. Un Fidanzato (Fabio Maffei)  che poi arriverà davvero, con le sue frustrazioni e la sua dose di realtà.

"Le notti bianche" di Dostoevskij dal 16 novembre alle Carrozzerie n.o.t. a Roma

L’adattamento per il teatro è stato fatto dallo stesso Gabriele Granito: “ho cercato di mantenere la passionalità del testo, cercando di affievolire la drammaticità di certi passaggi“. Ma la forza del testo resta e ci lascia immaginare quelle Notti bianche di San Pietroburgo, irreali, con la luce che non cala mai.

È una notte meravigliosa, una di quelle notti che ci sono solo se si è giovani

È il mantra dei tre protagonisti, con storie diverse, ma con stessa voglia di farsi inghiottire da quella notte infinita. Ma non si fugge dalla propria vita e da quello che si è e alla fine la storia seguirà il suo corso. Il testo è anche un atto d’amore verso San Pietroburgo, la stessa città dove, qualche anno dopo, Dostoevskij ambienterà l’immenso “Delitto e castigo”.

 

[dt_quote type=”blockquote” font_size=”big” animation=”none” background=”plain”]16-17- 18 novembre 2017 ore 21:00
19 novembre 2017 ore 18:00
Carrozzerie n.o.t.
Via Panfilo Castaldo 28a (Ponte Testaccio)
ingresso con tessera associativa annuale (€3)
costo biglietto 12 euro, 10 ridotto operatore, 8 ridotto studenti
per info e prenotazioni:
+393475232465 artreproduzioni@gmail.com[/dt_quote]

 

Silvia Gambi

Bauci Park e i 5 appuntamenti creativi dedicati al Visual Storytelling

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Bauci Park è una piattaforma web dedicata al Visual Storytelling, un luogo di formazione e diffusione della cultura visuale.

visual storytelling

“L’iniziativa è parte del programma di Contemporaneamente Roma 2017 promosso da Roma Capitale Assessorato alla Crescita culturale e in collaborazione con Siae”.

Esiste una città oltre le nuvole che si regge su lunghi trampoli, è Bauci la città invisibile di Italo Calvino. Da lassù gli abitanti guardano al mondo con occhi diversi, si affacciano e scoprono altre angolazioni. Lì, abbiamo costruito un parco – il Bauci Park – dove incontrarsi per raccontare ciò che si è visto e poi, insieme, procedere per altre osservazioni.

Sali anche tu e mostraci cosa vedi #ilfuturoinsieme

Dal 21 al 25 novembre 2017 Bauci Park attiverà il suo sguardo digitale e le sue produzioni attraverso cinque appuntamenti creativi: il 21 il workshop “Digital Storytelling” #todayatapple condotto dai Creative della Apple presso lo store Roma Est; 22-23-24 tre passeggiate artistiche durante le quali i partecipanti saranno accompagnati da architetti/esperti d’arte e fotografi in luoghi della città dove potranno realizzare il loro storytelling; il 25 Bauci Camp presso il “Talent Garden” di Cinecittà, una giornata di presentazione e visione dei lavori realizzati nei giorni precedenti e un’occasione per immaginare insieme nuovi temi da lanciare sulla piattaforma e costruire appuntamenti – interverranno il Prof. Massimo Canevacci e Massimo Lico CEO Visual Storytelling Academy Italia e Visual Storytelling Agency.

Sui social network – in collaborazione con IgersRoma – è attiva la call to action #ilfuturoinsime; con questo hashtag si può inviare una foto o un video (max 30 sec.) e partecipare così alla creazione di uno storytelling collettivo.

La partecipazione a tutte le attività del Bauci Park è gratuita.

Per partecipare è necessario prenotarsi su Eventbrite a questo link: https://goo.gl/9VL1fa 


Info e contatti: info@piuvolume.com | www.piuvolume.com
Ufficio Stampa: Artinconnessione . info@artinconnessione.com

The Deuce 1×06/1×07, è dura là fuori per un pappone

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Prima di tutto, una bella sigla.

È davvero difficile immaginare un lavoro di David Simon approcciato con un po’ di ottimismo. Ma esattamente è quello che è accaduto con questi due nuovi episodi. Ovviamente, parliamo sempre di Simon, quindi non c’è ottimismo senza un po’ di sangue.

È dura là fuori per un pappone, chiedere a Reggie Love per conferme. Ma se è dura per gli sfruttatori, vuol dire che improvvisamente la ruota comincia a girare per gli sfruttati. L’omicidio di Reggie Love è la chiave di volta per dare respiro ai personaggi, per mostrare che sì, The Deuce è una serie sul marcio dell’animo umano e su come si possa ricavare un profitto da questo marcio, ma è pur sempre una serie popolata da esseri umani veri e realistici.

Simon non poteva telefonare di più questo ottimismo con la scelta di rivelare il nome vero di Ashley. E quel nome è Dorothy. La sua fuga da questo perverso mondo di Oz, allora, rappresenta non solo una liberazione personale, già incarnata dalla scelta di fare sesso con Frank non per soldi ma per piacere, ma soprattutto la possibile via di fuga per tutte le altre figure che popolano il marciapiede.

La via di fuga, ovviamente, può essere declinata in tanti modi. Per Ashley/Dorothy, appunto, è scappare da New York e abbandonare la strada. Per Candy è prendere possesso delle proprie capacità e sfruttare il nascente mondo del porno per cementificare la propria indipendenza. Invece per Lori è il passaggio dalla strada al set, il raggiungimenti della fama per quanto moralmente discutibile. Infine per Vinny è l’accettazione del suo ruolo di tirapiedi dei mafiosi, senza se e senza ma.

“Non sono riuscito a seguire la trama” dice ad un certo punto Frank uscendo dal cinema.

Già ci sarebbe da notare che lo dice dopo aver visto un caposaldo dell’arrivo del porno mainstream – specialmente omosessuale – negli anni ’70. David Simon quindi storicizza il momento, e con quella battua di Frank scherza col proprio pubblico abituato a non vedere mai una trama vera e propria nei suoi lavori.

In realtà, con tutte queste storie e personaggi intrecciati, The Deuce si segue più facilmente di quanto non sembri. Anche il vecchio The Wire avvicinandosi al finale di stagione improvvisamente diventava ricchissimo di trama. Anche qui, pur indagando il processo e le relazioni alla base di ogni personaggio, improvvisamente The Deuce ha una storia da raccontare, oltre che un tema da esplorare.

E, come le grandissimi serie sanno fare, non perde la bussola in nessuno dei due campi. Arrivati al finale di questa prima stagione The Deuce ha introdotto un mondo come fosse di nuovo presente, ed è riuscito ad interessarci alle vite dei suoi personaggi partendo da scavi interiori e coralità. Dal plurale al singolo, in poche parole, e percorso inverso. Esattamente come l’individuo costretto a vivere in una società.

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Emanuele D’Aniello

“Il cappuccio d’osso della luna” al teatro Argot Studio di Roma

In scena fino al 26 novembre presso il Teatro Argot Studio di Roma “Il cappuccio d’osso della luna” di Cristina Cirilli con la regia di Maurizio Panici.

Alberto è un architetto di sessantacinque anni in pensione. Le figlie, Anita la maggiore e Adelia la minore, vivono in un’altra casa rispetto a quella di residenza del padre. L’uomo un po’ per il suo lavoro, un po’ per il carattere, chiuso e anaffettivo, non è riuscito a costruire un rapporto solido con loro. Alberto è rimasto vedovo da qualche mese. Anita non se la sente di lasciarlo in balia di se stesso e lo ospita in casa sua. Adelia invece, che considera il padre responsabile della morte di sua madre, se ne va a vivere con la zia Vittoria, sorella di Alberto. La convivenza tra Alberto e Anita procede tra silenzi, discorsi abbozzati e tentativi di incontro. Vittoria e Adelia invece sono complici, vittime delle stesse mancanze. Lo scorrere del tempo è scandito dai ricordi, finché i quattro non si ritrovano insieme intorno allo stesso tavolo.


di Cristina Cirilli | regia Maurizio Panici | con Cristina Cirilli, Ermanno De Biagi, Mirella Mazzeranghi e Ludovica Apollonj Ghetti | scenografia Francesco Ghisu | costumi Anna Coluccia  | light designer Giuseppe Filipponio | aiuto regia Maria Stella Taccone

 

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Note di regia

“Una sfocatura, la sensazione di non stare a posto con le parole che si dicono, un senso di manchevolezza di fronte ad un ritratto di famiglia che così famiglia non è. Tutto il testo è percorso da un senso di sospensione del tempo e di inadeguatezza nelle relazioni. Un puzzle di emozioni e sentimenti che ha bisogno pazientemente di essere ricostruito. Geometrie relazionali imperfette, un tema che resta incompiuto e l’impossibilità di ogni singolo personaggio di sapersi relazionare al resto del quadro. Allo spettatore il compito di chiudere questo ritratto con una complicità emotiva che permetta ai protagonisti di pacificarsi e ricreare così un ideale luogo di convivenza”

Maurizio Panici

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Ufficio Stampa – Argot Studio
Carlo D’Acquisto | +39 3462242722
ufficiostampa@teatroargotstudio.com


Teatro Argot Studio

Via Natale Del Grande, 27 | 00153 Roma

tel. 06/5898111

Orario spettacoli:

dal martedì al sabato ore 20.30
domenica ore 17.30

Info e prenotazioni:

info@teatroargotstudio.com

www.teatroargotstudio.com