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Toulouse-Lautrec in mostra a Milano. Una breve vita dedicata all’arte

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Il Palazzo Reale di Milano celebra Henri de Toulouse-Lautrec (1864-1901) con una grande mostra monografica che ne evidenzia l’intero percorso artistico e i tratti di straordinaria modernità.

Dal 17 ottobre 2017 al 18 febbraio 2018 è in mostra al Palazzo Reale di Milano una splendida monografica su Henri de Toulouse-Lautrec, un artista che molti definirebbero sfortunato e dalla breve vita (morì ad appena 37 anni), ma che pure portò una ventata di novità e modernità nella Parigi di fine Ottocento.

La mostra, a cura di Danièle Devynck (direttrice del Museo Toulouse-Lautrec di Albi) e Claudia Zevi, è promossa e prodotta da Comune di Milano-Cultura, da Palazzo Reale, da Giunti Arte Mostre Musei e da Electa, con il Musée Toulouse-Lautrec di Albi e l’Institut national d’histoire de l’art (INHA) di Parigi.

Una vita breve ma intensa

La mostra è molto chiara e articolata in sezioni tematiche, e porta il visitatore a comprendere il fascino e l’importanza artistica di Toulouse-Lautrec, il quale non aderì mai a una scuola, ma seppe costruire un nuovo e provocatorio realismo.

L’artista, di origine aristocratica ma testimone della Parigi dei bassifondi e delle case chiuse, ha esplorato diverse fasi e momenti artistici, dalla pittura alla grafica, e ha avuto particolare attenzione per le stampe giapponesi, presenti in mostra e utilissime per capire le influenze orientali della sua pittura.

In mostra sono esposte oltre 250 opere di Toulouse-Lautrec (prendetevi almeno un’ora e mezza per visitarla tutta), con ben 35 dipinti, oltre a litografie, acqueforti e la serie completa di tutti i 22 manifesti realizzati dall’artista per luoghi di non specchiata moralità come il Moulin Rouge. La novità introdotta dall’artista nel mondo di fine Ottocento fu il modo di raffigurare gli artisti e le ballerine attraverso un’affiche.

Egli fu il primo a sentire la necessità di inventare un nuovo stile, un nuovo modo di esprimersi, con quello che oggi chiamiamo “manifesto”.

Video e musiche del can can e di ballerine dell’epoca ci portano direttamente in quel mondo, fatto di prostitute, ballerini, vita mondana, case chiuse, arte e perdizione, in quel quartiere amatissimo da Toulouse-Lautrec che è Montmartre. La Parigi bohémienne è però l’ultima fase del pittore maledetto: come anticipato, egli morirà a soli 37 anni per le conseguenze dell’alcolismo e della sifilide, ma lascerà un segno indelebile nell’arte del Novecento.

Valeria Martalò

“Una ragazza lasciata a metà” è una storia dominata dal trauma del sesso

Una ragazza lasciata a metà, con Elena Arvigo e scritto da Eimear McBride, racconta con forza dolorosa la distruzione di un’anima fragilissima.

Roma 7.11.17 || Al Teatro Argot Studio è andato in scena Una ragazza lasciata a metà, testo tratto dal romanzo omonimo della scrittrice irlandese Eimear McBride, con regia di Elena Arvigo e Giuliano Scarpinato.

Lo spettacolo è una lettura articolata tra leggii e cumuli di foglie, in cui Elena Arvigo, unica interprete, sa costruire dinamismo e sentimento. L’attrice rende con fedeltà la scrittura frammentaria, da flusso di coscienza, dell’autrice, stregando l’aria che la circonda. Complice della riuscita della messa in scena è la traduzione di Riccardo Duranti, traduttore italiano di Raymond Carver, che ha curato l’uscita del libro di McBride per Safarà Editore.

Il trauma del sesso

Ciò che accade in Una ragazza lasciata a metà è frutto della fantasia della scrittrice. Il mondo cattolico irlandese di una giovane senza nome è da manuale. Nel romanzo, la protagonista ha un fratello malato di cancro al cervello e una madre umorale, abbandonata dal marito e impegnata a pregare per la salute del figlio.

Durante la prima adolescenza, la ragazza viene molestata dallo zio. Questo evento, un vero e proprio stupro, è descritto come un’iniziazione al trauma del sesso, dal quale la protagonista non saprà più liberarsi. Il sesso diventerà in età adulta annichilimento e illusione di potere. A letto con decine di partner, cercherà l’umiliazione nella violenza, ripetendo l’esperienza dello stupro.

Nulla si può detrarre al lavoro di Elena Arvigo. La vicenda di Una ragazza lasciata a metà è talmente vissuta dall’attrice da avvolgere il pubblico nel dolore e nella crudezza delle parole. L’unica nota negativa è da ricercarsi nel testo di Eimear McBride. Non nello stile, quanto nella scelta di far concatenare una serie di sofferenze e aggressioni che, senza la mediazione attoriale, sfiderebbero la soglia della credibilità.

Gabriele Di Donfrancesco

@GabriDDC

Roma: tra arte e industria alla Centrale Montemartini

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Se a Roma si vuole andare alla scoperta del mondo antico, si possono visitare varie aree archeologiche e musei. Tra questi però ve ne è uno assolutamente straordinario e imperdibile, la Centrale Montemartini.

Siamo ben al di fuori del centro cittadino, lungo la via Ostiense. La nascita di questo museo è relativamente moderna rispetto alla lunga storia di Roma, ma non per questo meno importante o suggestiva. La stessa sede museale, scelta per ospitare le opere stipate nei depositi dei Musei Capitolini, è un pezzo di storia! Il museo infatti, intitolato all’assessore al tecnologico Giovanni Montemartini, è allestito nelle sale dell’ex Centrale elettrica inaugurata nel 1912 e rimasta poi in uso fino agli anni 60 del Novecento. Grazie alle caldaie a vapore prima e ai motori Diesel poi, fornì energia elettrica a gran parte di Roma. Siamo quindi in un museo dentro un museo!

Gli importanti reperti archeologici, a partire dal 2005, sono stati esposti sapientemente all’interno di quelle che erano la sala delle colonne a pian terreno; e le sale delle caldaie e delle macchine al primo piano. Un vero e proprio viaggio all’indietro nel tempo, in grado di narrare l’intera storia dell’Antica Roma, dalle sue origini fino agli ultimi anni dell’Impero.

Un museo che ospita una varietà infinita di opere.

Dalle tombe e oggetti funebri che svelano interessanti curiosità sul mondo dei morti nel passato, ai preziosi mosaici rinvenuti nelle sontuose domus, immerse nei verdi giardini dei colli romani; dai ritratti di uomini e donne illustri, a quelle di semplici liberti; dalle possenti statue di divinità ai lussuosi arredi delle tenute imperiali.

I capolavori assolutamente da ammirare sono molti e tra questi gli imperdibili sono certamente il famoso Togato Barberini, statua di uomo romano ritratto nel costume tipico dell’epoca, mentre sostiene con le braccia i ritratti dei suoi antenati; i resti rinvenuti nella sepoltura di una fanciulla chiamata Crepereia Tryphaena, deposta insieme a piccoli gioielli e alla tenera bambolina in avorio; la statua di Agrippina Minore in basanite, materiale assai raffinato utilizzato solo per ritratti illustri.

 

Assai curiosi sono poi la colossale testa e alcuni frammenti (piede e braccio) della statua delle dea Fortuna,

Questa è stata rinvenuta nei pressi di uno dei templi repubblicani dell’area sacra di Largo di Torre Argentina. Ma come mai questi resti sono così grandi? Perché si trattava molto probabilmente di un acrolito, una statua colossale realizzata in marmo nelle parti nude, in legno nella struttura portante; e impreziosita poi con vari materiali nelle vesti e nelle decorazioni. Assai particolare è poi la ricostruzione del frontone del Tempio di Apollo Sosiano, così chiamato dal nome del suo restauratore, Gaio Sosio.

I resti delle statue che componevano la scena di Amazzonomachia – la lotta dei Greci contro il mitico popolo femminile delle Amazzoni – sono oggi ritenute veri e propri originali greci, giunti a Roma per decorare il famoso tempio, posto accanto al Teatro di Marcello. Opera simbolo del museo è poi la deliziosa statua della musa Polimnia, avvolta romanticamente nel suo lungo mantello, con aria sognante e ritratta con una perfezione stilistica davvero unica!

 

 

Perciò, per chi è in cerca di un luogo curioso e particolarmente interessante a Roma, al di fuori del più consueto percorso turistico, la Centrale Montemartini è la scelta giusta.

 

L’Asino d’Oro Associazione Culturale

Cuore Debole al Cometa OFF: Dostoevskij torna in scena

Tratto dal racconto giovanile di Dostoevskij Un cuore debole, è la storia di due amici e colleghi che vivono sotto lo stesso tetto: Vassja e Arkadi.

La vigilia di capodanno Vassja annuncia all’amico: “Io prendo moglie”, ma una trama di ostacoli più mentali che reali si frappone fra Vassja e la sua stessa felicità. L’annuncio rompe un delicato equilibrio. Vassja sta per sposarsi ma improvvisamente non riesce più a sentirsene degno: “Com’è possibile che io non abbia mai fatto del bene a nessuno, perché non lo potevo fare, e persino d’aspetto sono sgradevole, e tutti quanti invece m’abbiano voluto bene?”.

Così si rivolge all’amico Arkadi nel pieno di uno schiarimento che preannuncia il delirio. I due amici fraterni non si capiscono più. Quale chimerica infelicità strappa le lacrime dai loro occhi? Di che cosa si disperano? Qual è la loro sciagura? Assistiamo ad una rapida discesa verso la follia, un’insensata fuga dalla felicità: felicità che illumina d’improvviso l’esistenza umana e al tempo stesso la folgora fino a rivelarsi insopportabile a chi, come Vassja, per debolezza e sensibilità, si lascia divorare dalla sua potenza. L’autosvalutazione, tema carissimo alla psicologia, si scatena in tutta la sua portata tragicomica nel momento in cui si traduce in azione drammatica dando vita a una storia più divertente che seria, più commuovente che triste.

NOTE DI REGIA

La musica e la scena sono tese a creare uno spazio fisico e sonoro di tipo astratto. La musica è una fusione postmoderna di temi conosciuti, da Beethoven a Simon and Garfunkel, rielaborati in chiave sintetica. La scena invece è ispirata a Malevič e al costruttivismo russo. Tutta la storia si svolge all’interno di un quadrato di due metri per due dal quale i personaggi non escono mai. Questa figura semplice e apparentemente rassicurante si ripete in tutto lo spazio dominando la loro vita e condizionando la loro struttura mentale. La scenografia quindi altro non è che l’espressione del loro quadrato mentale, una vera e propria prigione senza vie di fuga nella quale nessun essere umano, tanto meno un cuore debole, può resistere a lungo senza impazzire. I due amici ruzzolano, si cercano fisicamente con un’intimità assieme fraterna e quasi matrimoniale. La tenerezza stride col senso di oppressione mentre si inseguono vorticosamente in uno spazio claustrofobico e severo, forzandolo e corrompendolo con le loro pulsioni sentimentali fino a rompere le linee rette della razionalità in cui sono inseriti. È forse la più classica fra tutte le contrapposizioni quella tra il cuore e la mente, ma chi di noi oggi non sospetta di essere rinchiuso nel proprio quadrato mentale?

CUOREDEBOLE debutta a Roma nel 2012 e viene successivamente co-prodotto dal Teatro Vittoria all’interno della rassegna Salviamo i Talenti. Nel 2013 lo spettacolo è vincitore premio Teatro Made in Marche, viene distribuito all’interno circuito teatrale AMAT MARCHE e nel 2015 viene presentato con sottotitoli in francese all’IIC di Bruxelles nella traduzione di Angelo Pavia.

CUOREDEBOLE torna in scena dal 5 al 10 dicembre 2017 al TEATRO COMETA OFF di Roma in Via Luca della Robbia 47 – Testaccio. Dal martedì al sabato alle h 21.00, domenica pomeriggio alle h 18.00.

PRENOTAZIONI
Tel – 06 57284637
Mail – cometa.off@cometa.org

BOTTEGHINO
Aperto da martedì al venerdì
dalle ore 15:00 a inizio spettacolo

COSTO BIGLIETTO

Intero – 12,50 €

Ridotto – 10 €

Ulteriori riduzioni per studenti universitari e accademie teatrali (per maggiori informazioni contattare il botteghino del teatro)

AVVISO AI SOCI
L’ingresso in sala è consentito solo ai tesserati
Tesseramento online su www.associati.cometaoff.it

 

CREDITI DI LOCANDINA | CUOREDEBOLE

di Enoch Marrella

da un racconto di F. M. Dostoevskij

con Enoch Marrella (Vassja) e Edoardo Ripani (Arkadi)

SCENA | Selena Garau

MUSICA | Angela Bruni

DISEGNO LUCI | Astrid Jatosti

COSTUMI | Stefania Ponselè

REGIA E DRAMMATURGIA | Enoch Marrella

FOTO DI SCENA | Anna Faragona

GRAFICA E ILLUSTRAZIONI | Riccardo Amabili

SOCIAL MEDIA | Suzana Todorović-Marrella

ORGANIZZAZIONE | Emiliana Palmieri

UFFICIO STAMPA | Maria Genovese

 

 

WEBPAGE www.cuoredebole.it

Fb https://www.facebook.com/progetto.dostoevskij/

Mangasia: la prima grande mostra sulla storia del fumetto in Asia

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Al Palazzo delle Esposizioni a Roma, fino al 21 Gennaio, è in corso la prima mostra sul fumetto nel mondo asiatico: “Mangasia: Wonderlands of Asian Comics”.

Se chiedessimo a qualcuno cosa sono i Manga, alcuni ci risponderebbero che non sanno cosa sono, altri direbbero che è il termine giapponese per fumetto, fornendo qualche dettaglio. Se volessimo saperne di più, dovremmo andare direttamente al Palazzo delle Esposizioni a Roma…

Mangasia è la prima mostra in Italia che racconta l’intera storia del fumetto narrativo e delle rappresentazioni di racconti religiosi e di fatti realmente accaduti o inventati, di tutta l’Asia. La mostra si divide in 6 percorsi.

La prima parte introduce il mondo del fumetto allo spettatore, raccontando le sue origini e la sua evoluzione, avvenuta con l’apertura del Giappone all’Occidente alla fine del XIX secolo.

Il termine Manga, di origine cinese, è stato riutilizzato proprio dal maestro Katsushika Hokusai per indicare i suoi schizzi.

Nella seconda parte della mostra, gli argomenti trattati sono le leggende e le religioni. Grazie ai fumetti le persone hanno potuto conoscere le figure delle loro religioni, gli eroi dei miti e delle favole e tutti gli spiriti del mondo Yokai.

In India i poemi principali dell’Induismo, Ramayana e Mahabharata, sono stati raccolti in curiose e misteriose xilografie. Un altro esempio è Il viaggio in Occidente, un romanzo cinese dove il monaco cinese Xuanzang si reca in India alla ricerca di testi sacri.

Col passare del tempo a Xuanzang furono affiancati lo Scimmiotto Sun Wukong e il maiale Zhu Bajie: è allo scimmiotto che si ispira il rinomato manga di Dragon Ball!

La storia di ogni popolo, oltre ad essere costituita dalla religione e dai miti, è formata soprattutto dagli avvenimenti storici del suo passato.

Come raccontato a metà percorso, fumetti che si ispirano a fatti storici realmente accaduti o a personaggi di spicco sono stati creati dall’800. Dal momento in cui l’autonomia di alcune nazioni asiatiche è venuta meno, fino alla storia attuale, i fumetti sono stati raccolti in versioni estese denominate Graphic Novel.

Ovviamente la storia non è costituita solo di avvenimenti importanti, ma anche di gesti normali della vita quotidiana.

La caratteristica è che raccontano i fatti da un punto di vista personale e spesso hanno svolto funzioni politiche di critica, denuncia o propaganda.

La quarta parte è una delle più ricche e presenta l’arte del fumetto nella sua realizzazione e nei suoi strumenti, antichi e moderni. Inoltre ci fa conoscere l’attualità del fumetto in Asia e della sua realtà lavorativa.

Non sempre dietro ad un manga c’è un solo autore, o Mangaka. Ogni autore lavora diversamente: ci sono fumettisti che prima scrivono la storia e poi disegnano o chi fa il contrario.

Altri argomenti affrontati in questa sezione sono la nascita di nuovi stili, l’influenza e la presenza delle donne, come autrici e pubblico, e lo scouting di nuovi talenti.

Il percorso successivo, il penultimo, è interamente circoscritto e suddiviso dalle altre con tendaggi che non consentono di vedere l’interno. Inoltre è vietato fare foto. Il motivo è semplicemente l’argomento di cui si parla all’interno: gli Hentai.

La quinta parte è dedicata al modo di affrontare la sessualità nei fumetti e alla censura, che cambia in ogni Paese asiatico.

I primi fumetti erotici erano gli Shunga, ed erano xilografie pubblicate singolarmente o in libretti di 12 pagine. Con l’incremento dei rapporti commerciali con l’Occidente, molti paesi asiatici adottarono atteggiamenti moralistici che portarono alla censura. A volte era adottata dalle stesse case editrici, dagli autori o imposta dai Governi.

Non mancano le storie sulla nascita di fumetti Yaoi, Yuri, i personaggi dal gender ambiguo, sul raggiro della censura di organi genitali e atti sessuali.

La sesta parte analizza l’argomento nei media di oggi come la televisione, che ha reso ancor più famosa l’arte del fumetto, il cinema, e i videogames. Sempre nell’ultima parte si parla dei fumetti nelle arti in generale: spettacolo, teatro, live-action, musica, fino agli amatissimi Cosplay.

Alcune piccole sezioni sono dedicati agli autori e registi più importanti nello scenario del fumetto e della sua trasposizione animata.

Sono rimasta molto dispiaciuta di non vedere citato Hayao Miyazaki tra i registi, visto che ha dato un enorme contributo all’animazione giapponese negli ultimi decenni.

Inaspettatamente ho trovato la mostra molto più grande e più dettagliata di quanto pensassi, cosa che ho personalmente gradito molto. Spero di tornarci al più presto per vederla con più calma e soffermarmi sui dettagli.

Ambra Martino

Kuniyoshi il visionario arriva a Milano in una mostra imperdibile

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A Milano è da non perdere la mostra dedicata a Kuniyoshi, maestro giapponese di poco successivo a Hokusai, influenzato anche dall’arte europea.

Dal 4 ottobre 2017 al 28 gennaio 2018 il Museo della Permanente di Milano ospita una grandiosa ed estesa mostra, prodotta da MondoMostre Skira e curata da Rossella Menegazzo, su Kuniyoshi, uno dei maestri di stampe giapponesi meno conosciuto in Italia, ma non per questo meno importante.

La mostra, la prima monografica dedicata all’artista in Italia, vuole presentare la produzione di Kuniyoshi nella sua interezza, evidenziando la sua strabiliante capacità tecnica e la sua capacità inventiva. Nel percorso della mostra, il visitatore potrà ammirare ben 165 silografie policrome tutte provenienti dal Giappone. Il percorso si divide in 5 sezioni tematiche: “Beltà”, “Paesaggi”, “Eroi e guerrieri”,”Animali e parodie” e “Gatti”.

Si comincia da un breve profilo biografico dell’autore: Utagawa Kuniyoshi (1797-1861) è uno dei grandi protagonisti dell’ukiyoe di inizio Ottocento. Tra i suoi modelli ispiratori, ovviamente non manca Hokusai (guardate le onde delle sue stampe: sono chiaramente ispirate alla Grande Onda).

Cinque grandi sezioni tematiche in mostra

La sua fama è spesso legata alla serie di silografie policrome che illustrano i 108 eroi del romanzo Suikoden, divenuto un vero e proprio bestseller in Cina e in Giappone alla fine del Settecento. Le stampe rendono visibile allo spettatore l’immaginario di una banda di briganti che si muoveva a difesa del popolo stremato dalle ingiustizie e dalla corruzione governativa.

L’abilità e la curiosità di Kuniyoshi lo portarono a sperimentare anche tecnicamente, prendendo a piene mani dalla pittura occidentale fino a imitare la resa dell’incisione da lastra di rame anziché da matrice in legno, e distinguendosi proprio per questa nuova visione dai maestri del paesaggio Hiroshige e Hokusai. In molte delle opere di Kuniyoshi è possibile notare questa contaminazione di Oriente e Occidente.

kuniyoshi mostra milano

Dopo l’esposizione dello scorso anno, sempre a Milano, che ha reso omaggio a Hokusai, Hiroshige e Utamaro, e che ha riscontrato un notevole successo di pubblico e critica, era doveroso dedicare a Kuniyoshi una sua mostra.

Le altre sezioni tematiche non sono meno interessanti. Kuniyoshi si dedica anche ai ritratti di donne, bambini, attori kabuki – particolare rappresentazione teatrale sorta all’inizio del XVII secolo – e di fantasmi, altro genere amatissimo in Giappone e oggi più che mai di moda.

Kuniyoshi è famoso anche per i suoi giochi illusionistici, fatti di ombre e di figure composite alla maniera di Arcimboldo (l’artista fu chiamato anche “l’Arcimboldo del Giappone”), ovvero figure inserite in altre figure, e parodie di storie e battaglie con protagonisti animali, oggetti, dolci, cibi.

La sezione “Gatti” è invece dedicata alla passione forse più grande di Kuniyoshi, per la quale moltissime persone conoscono il “maestro dei gatti”, e che, insieme agli eroi, costantemente presenti in tutta la sua opera, è uno dei temi che rendono la sua personalità ancora più misteriosa ed eccentrica.

Particolarmente ricco anche il bookshop, che presenta shopper, magneti, cartoline, segnalibri e stampe ispirate alle bellissime opere di Kuniyoshi, oltre al catalogo curato da Skira Editore. Un appuntamento con il Giappone che Milano rinnova con piacere, e che sta avendo anche un ottimo riscontro di pubblico.

Valeria Martalò

Gomorra: la serie 3×05/3×06, morto un re se ne fa un altro

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Per una volta, Gomorra: la serie fa la conoscenza del concetto di pazienza.

Arrivati a metà stagione – di già?- ci troviamo di fronte due puntate di transizione. Un effetto davvero ben accolto. Non c’è il ritmo narrativo eccessivamente esagerato tipico della serie, ma il tempo per prepararsi al resto. Certo, il resto non sembra essere qualcosa di rivoluzionario o nuovo anche nell’economia della serie stessa: siamo alla terza stagione, e siamo alla terza guerra tra clan rivali.

Ma ammettiamolo, Gomorra: la serie non si guarda per l’originalità della trama. Il contorno, l’esplorazione di ciò che sta fuori e poi dentro è ciò che rende la serie originale e unica nel panorama italiano. Dopotutto, l’indagine sull’intrusione del malaffare nel “sistema paese” – appalti, lavoro, pompe funebri, politica – che vediamo nel 6° episodio non è nulla di nuovo sotto il sole, ma lo è il modo in cui diventa, ancora una volta, strumento per raccontare altro. Partire dalle basi, partire dalle cose brutte che tutti sanno e nessuno dice, per arrivare alle conseguenze.

Enzo, il nuovo arrivato, è chiaramente il protagonista di questi episodi e del discorso appena fatto. Vittima e carnefice al tempo stesso, come tutti in Gomorra: la serie.

Enzo è un prodotto del sistema, poiché sceglie di seguire quella vita da cui è fortemente affascinato. Una vittima, sicuramente, perché la conoscenza della morte è un punto di non ritorno per la sua anima. Un carnefice, però, che sacrifica quanto di buono ha dentro, tutti i suoi dubbi morali, sull’altare di una fede cieca ad un mondo senza scampo.

Con intelligenza, Gomorra: la serie continua ad essere al suo meglio quando si rifiuta di seguire le regole. Quando rifiuta, cioè, di dare punto di riferimento emotivi ai proprio spettatori. Il grigio, dalle sfumature molto scure, domina continuamente la scena. Se Genny e Ciro parevano sulla strada redenzione, quantomeno interiore, perlomeno personale, rivederli lavorare insieme, rivederli ordire omicidi senza pietà, quasi sempre inutili, ci ricorda chi sono. Se la scorsa settimana abbiamo sorriso con Ciro quando ha liberato una giovanissima ragazza da un futuro di schiavitù sessuale, questa settimana rivediamo e ricordiamo l’uomo che senza pensarci due volte ha dato fuoco ad un’altra giovanissima ragazza.

Una nuova guerra di Camorra sta per cominciare, ma la vera guerra non se ne è mai andata. La guerra la fanno i personaggi dentro loro stessi, e non fanno prigionieri, prendono tutto ciò che hanno attorno e lasciano solo macerie e briciole. Sì, Gomorra: la serie non vuol mai fare la morale, giustamente, ma la sua funzione di monito non va dimenticata.

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Emanuele D’Aniello

Torino 2017: Wind River, il freddo dentro l’anima

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Non è possibile parlare di questo film senza partire dal suo autore, e da altri due titoli precedenti.

Winder River infatti completa idealmente una trilogia iniziata con Sicario e proseguita con Hell or High Water. Una trilogia ufficiosa, appunto, che come comune denominatore ha il nome di Taylor Sheridan. Se nei precedenti film Sheridan è sceneggiatore, ora con Wind River passa anche alla regia, e non a caso il risultato riassume in maniera praticamente incontaminata tutte le sue caratteristiche.

Sicario aveva l’intensità e la potenza espressiva del cinema di Denis Villeneuve. Hell or High Water, diretto da David Mackenzie, puntata sulle sfumature tragicomiche dei suoi personaggi. Adesso invece Wind River non cerca mezze misure, non cerca scorciatoie, è un thriller d’atmosfera come pochissimi sanno fare. Ancora una volta è una storia di frontiera: prima il confine col Messico, poi quello ideale del vecchio west, adesso il sempre travagliato rapporto col mondo delle riserve indiane. Wind River, in realtà, rimane un neo-western nella struttura e nei meccanismi, con semplicemente le motoslitte al posto dei cavalli e la neve al posto dei desertici canyon.

Neve, tanta neve, e un freddo continuamente sottolineato che si percepisce ben oltre lo schermo, ben oltre la finzione. Le storie di Sheridan sono thriller, appunto, ma il focus è sempre sui personaggi. Le sue sono figure travagliate interiormente, le cui ferite morali e personali caratterizzano il loro percorso ed il divenire della vicenda.

La temperatura gelida di Wind River è quella dell’anima dei suoi personaggi, quelli negativi ma anche quelli positivi.

Jeremy Renner, bravissimo nel lavorare in sottrazione lasciando trasparire tutto il suo disagio – tornando in pratica alle caratteristiche straordinarie che lo avevano lanciato in The Hurt Locker prima e in The Town poi – è il classico eroe silenzioso, tormentato e riluttante dell’universo di Sheridan. Il tipico personaggio dei western classici, citando il genere nuovamente, che ha accettato il dolore e ne fa un’arma.

Forse il personaggio di Elizabeth Olsen è leggermente sprecato, ma rimane funzionale al racconto. L’ennesima figura, insomma, costretta a sopravvivere in un ecosistema inquinato dall’umanità più animalesca. Quelle di Sheridan sono purissime indagini sul male che si insidia dentro ognuno di noi. La frontiera, i paesaggi ai limiti, nemmeno troppo velatamente rappresentano sempre i confini morali contro cui gli umani puntualmente vanno sbattere.

Wind River forse non è l’opera più completa di questa ideale trilogia, ma certamente la più efficace e potente. Sfruttando la semplicità del thriller classico Sheridan non cerca scuse estetiche e punta dritta all’atmosfera, che avvolge dal primo all’ultimo secondo lo spettatore in un mondo nel quale può esserci catarsi ad attenderci al varco, ma solo la consapevolezza che l’accettazione dei lati più dolorosi può aiutarci a combatterli.

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Emanuele D’Aniello

Ipazia, vita e leggenda di un’antica filosofa

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Edward J. Watts, professore di storia all’università della California (San Diego), disegna l’interessante ritratto di una delle figure femminili più famose dell’antichità.

Se ad un certo punto nel vostro libro di filosofia sbucasse una donna, che shock sarebbe? Nella compagnia di Eraclito e Plotino e, nella fattispecie, in quella del mondo greco antico non c’era spazio per il genio femminile. Non è un caso se, a parte Saffo, le notizie sulle donne di quei tempi si evincono solo da lapidi tutte uguali (brava moglie, brava figlia, brava madre) e il motivo è molto semplice: le donne non avevano accesso alla sfera pubblica.

Ipazia, quindi, è un’eccezione, anche se purtroppo non ci restano testimonianze dirette su di lei. Sicuramente fu una donna colta e influente, uccisa brutalmente dai sostenitori di Cirillo, vescovo di Alessandria d’Egitto, secondo i quali aveva stregato Oreste, praefectus augustalis della città, affinché non si riconciliasse col vescovo. Perché le donne solitamente fanno questo: stregano gli uomini. È impossibile che siano davvero in grado di fare qualcosa di buono, soprattutto quando arrivano al potere.

Ma che potere poteva avere una filosofa, per di più donna, ad Alessandria?

Parecchio, a dire il vero. Ai quei tempi fare i filosofi era un vero e proprio mestiere: molti di loro credevano di avere il compito di migliorare lo Stato. E Ipazia rientra perfettamente in questo quadro: in un momento storico di forti scontri, primo su tutti quello tra cristiani e pagani, la filosofa diventa una voce pubblica potente specialmente negli affari politici.

Ipazia nella Storia

Negli ultimi 2000 anni studiosi, poeti, scrittori e persino registi l’hanno idolatrata e biasimata, dipingendola come una strega, un’icona femminista e persino una martire. Per comprendere l’ultima attribuzione basti pensare al suo omicidio: una folla di cirilliani la aggredì, le strappò i vestiti sfregiandola con frammenti di ceramica, le strappò gli occhi e trascinò il suo corpo per le strade di Alessandria, per poi bruciarne i resti. E alla fine la sua morte atroce ha interessato gli studiosi più della sua vita.

Ma chi fu davvero Ipazia? Sicuramente fu una donna che ebbe la facoltà di accedere a spazi solitamente riservati agli uomini.

La sua scuola era conosciutissima ed era frequentata da uomini, sia pagani che cristiani: il platonismo proposto da Ipazia, infatti, era perfetto per entrambi grazie all’idea di poter unire lo studio filosofico al divino. La sua filosofia era prettamente contemplativa e proponeva la matematica al servizio della filosofia, superando gli insegnamenti del padre Teone, che da maestro si trasformò presto in collega.

In vita Ipazia fu senza dubbio una figura di sintesi: per questo motivo la sua voce ebbe una tale risonanza nella megalopoli di Alessandria, una città dai mille volti.

In meno di duecento pagine possiamo delineare con maggiore chiarezza un profilo storico ancora sfocato nelle nostre menti e  ripercorrere la storia di una grande donna senza pregiudizi, comprendendo a fondo tutti i contrasti dell’epoca senza addormentarci sul libro.

Il testo di Watts è scritto in un inglese semplice e veloce, ma soprattutto non lascia nulla all’immaginazione. Al suo interno troverete una ricostruzione puntuale. Attualmente il libro è stato pubblicato dalla Oxford University Press, una delle case editrici più all’avanguardia in fatto di studi di genere. Speriamo di averlo presto tradotto anche in italiano.

Alessia Pizzi

 

Download english version E.J. Watts – Hypatia book – review by Alessia-Pizzi- Culturamente.it

 

Torino 2017: The Florida Project, leave the kids alone

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Ad un certo punto del film, uno degli adulti chiede alla piccola protagonista “a cosa state giocando?” e lei risponde “stiamo giocando e basta”.

Dove batta il cuore, gigantesco e caldissimo, di The Florida Project è lampante da questo piccolo scambio di battute. Gli adulti si fanno troppe domande, troppi problemi, rovinano la loro vita complicando ogni cosa che devono fare, sopravvalutando sé stessi. I bambini, invece, semplicemente la vita la vivono davvero, ogni attimo, in ogni situazione.

Forse The Florida Project è davvero un manifesto della purezza dei bambini. O forse il film è anche una lettera d’amore verso gli adulti, coloro che hanno le chiavi per rendere serena proprio la vita dei bambini. Dubbi a parte, quello certo è la posizione di The Florida Project come anti-coming-of-age-story: per una volta non è importante la crescita, anzi, è assolutamente meglio che i bambini rimangano tali il più a lungo possibile. Soprattutto, che sia loro possibile godersi ogni momento, che siano messi in condizione di stare lontano dalla sporcizia degli adulti. Che non diventino vittime, essenzialmente, degli errori dei più grandi.

Un film semplice The Florida Project, forse proprio per questo è ancora di più un piccolo miracolo.

Col suo film precedente Sean Baker aveva già mostrato un occhio particolare per le vite ai margini. Tangerine era un onestissimo spaccato della vita di due amiche transessuali, la loro ricerca di serenità nello schifo quotidiano del nostro mondo. Ancora una volta Baker guarda ai più indifesi, ancora in condizioni difficili: dai marciapiedi passiamo adesso alle case popolari. Baker ha l’abilità di trasformare in dinamico il quotidiano, con la sua cinepresa a mano. Infonde allo spettatore un continuo senso di urgenza, e pur mostrando piccoli frammenti comuni, piccoli episodi quasi insignificanti fatti di scherzi e giochi, costruisce un crescendo di tensione davvero universale.

Un cinema il suo erede del neorealismo, rifatto però nella cornice del cinema indipendente americano. Avrei potuto infatti intitolare la recensione anche “I bambini ci guardano” con una facile citazione, ma più che altro qui sono gli adulti a guardare i bambini vivere davvero. Tra questi la figura di Bobby è assolutamente emblematica, soprattutto per il modo sommesso e tranquillo con cui lo interpreta Willem Dafoe, praticamente l’opposto a cui siamo abituati dall’attore. Dire che Bobby sia il cuore della vicenda è riduttivo. Il suo è uno sguardo costante sui problemi di grandi e piccoli, le sue intenzioni sono sempre sincere e sempre buone. Strazia letteralmente il cuore vederlo quasi confuso di fronte a ciò che lo circonda, incapace di poter fare di più pur volendolo fare.

Proprio lui dipinge di viola quelle case popolari in cui vivono i piccoli protagonisti. Perché, più di tutto, come ci suggerisce il finale, i bambini hanno il diritto di sognare. Anzi, forse hanno quasi il dovere di farlo, quantomeno gli adulti hanno il dovere di permettergli di sognare. Che sia un castello magico che richiami il mondo Disney, quello dei sogni, che siano piccolo giochi innocente tra amici, per quanto pericolosi o brutti, che siano scherzi senza soluzione di continuità. The Florida Project ci ricorda quanto era bello essere un bambino, quando le peggiori difficoltà della vita possono essere superate dalla fantasia.

Ad un certo punto è doveroso crescere. Ma talvolta, non c’è davvero fretta.

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Emanuele D’Aniello

Divario digitale: qual è il reale utilizzo di Internet da parte degli italiani?

Al momento Internet vale quanto la capacità di saper scrivere e leggere: è il nuovo motore di una alfabetizzazione 2.0, che vede nella rete il veicolo primario di informazione.

Ciò vuol dire che, attualmente, chi non usa Internet è vittima di una emarginazione culturale e sociale molto profonda. È un concetto che viene efficacemente riassunto dal termine “digital divide”: una barriera digitale che divide le persone che hanno accesso alla rete, da quelle prive di questa opportunità. In termini semplici: il digital divide altro non è che quel mancato incontro fra innovazione e individui. Non a caso, l’Agenda Digitale Europea ha come priorità la spinta dei paesi membri verso la copertura della banda ultra larga.

Italiani lontani da Internet: quali sono i motivi?

Quali sono le ragioni che gli italiani muovono in risposta alla mancata connessione al web? Stando allo studio dell’Agenda Digitale, il motivo principale è l’incapacità nell’utilizzarlo (20,9%): vale soprattutto per le persone più anziane. A seguire, troviamo la mancanza di interesse (17,7%) e il prezzo troppo elevato (15,6%). Infine l’ultimo problema è la disponibilità di internet, dato che in alcune zone ancora non c’è copertura per la rete adsl. Questi ultimi due problemi però possono essere facilmente risolti rivolgendosi ad operatori come ad esempio Linkem, la società di telecomunicazioni che propone dei abbonamenti per Internet wifi in rete LTE. In questo modo anche le zone non raggiunte dalla rete tradizionale avranno la possibilità di essere connesse. Per quanto concerne gli altri problemi, invece, cosa si può fare? Bisognerebbe soprattutto avviare delle campagne informative per sensibilizzare questa fetta di popolazione sull’utilità e sull’importanza della rete. Infine, è un bene che solo il 4% e l’1% degli utenti rinuncino alla connessione per questioni di sicurezza o di mancanza di collegamento.

Italiani digitali: quali sono i servizi più usati?

Nonostante i problemi relativi a quel 28% di popolazione che non si connette, è importante notare quanto gli italiani facciano uso di Internet. Quali sono, però, i servizi che vengono utilizzati più degli altri? Intanto la ricerca delle news tramite search engine come Google (57%), mentre al secondo posto si trova lo streaming insieme al gaming (52%). Anche le video chiamate e i social network sono spesso usati dagli italiani connessi a Internet (34% e 58%). Vanno altrettanto bene lo shopping online e l’home banking: nel primo caso al 39%, nel secondo al 43%. Infine, sono proprio questi ultimi due i settori in maggiore crescita nel 2017.

Il ruolo di Internet nella sfera culturale

In tema di internet e digital divide non possiamo non parlare del fattore “cultura”. Sì perché sono in molti erroneamente a pensare che la rete rappresenti anche una minaccia allo sviluppo intellettuale delle persone, soprattutto per via della facilità e velocità di fruizione di questo potente mezzo. In realtà così non è: secondo una ricerca condotta dalla Treccani e dal Censis, Internet non ha ancora vinto né rimpiazzato il libro. Nonostante l’epoca d’oro dei lettori forti sia passata da un pezzo, sono ancora in tanti coloro che leggono: addirittura l’80% degli italiani non ha rinunciato a questa passione fatta di carta e inchiostro. Diverso il discorso per alcune nicchie del sapere come l’informatica e la tecnologia: qui, l’87% dell’informazione passa attraverso la rete. Sorprendentemente, resistono anche le guide turistiche cartacee: solo il 29% di chi è interessato ne consulta una su Internet.

Torino 2017: Blue Kids, i giochi perversi dei bambini

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Non è facile costruire una narrazione, un intero film, su due personaggi completamente odiosi. Due personaggi con cui è arduo empatizzare, addirittura impossibile simpatizzare.

Blue Kids parte dal racconto di due ragazzi annoiati, o forse soltanto cattivi, e si ispira a chissà quanti brutti e purtroppo continui fatti di cronaca nera. I due protagonisti del film, fratello e sorella, potrebbero essere chiunque, e ciò raggela davvero. Nelle loro gesta, sempre sconsiderate, sempre terribili, e soprattutto sempre inutili, non c’è il minimo disegno sensato. Lo fanno perché gli va, e semplicemente non vogliono fare altro di realmente umano.

Pertanto è possibile realizzare un film, e convincere gli spettatori, su tali soggetti?

La risposta è sicuramente sì, perché compito dell’arte, e quindi del cinema, è anche questo. Ora non è affatto il caso definire Blue Kids arte, inoltre non siamo nemmeno in presenza di un film privo di difetti. Ma come opera prima l’esordio di Andrea Tagliaferri è encomiabile per la decisione di mostrare ciò che difficilmente si ha il coraggio di vedere: l’abisso vuoto e insensato del buio umano.

La scelta del film di non cercare nemmeno una catarsi, o un briciolo di pathos emotivo, è indicativa.

Blue Kids va avanti quasi senza un vero perché, esattamente come le gesta che mostra. Più che vero cinema, l’esperimento di Tagliaferri è quello di dare dignità cinematografica e forma drammaturgica al male puro. Non sempre ci riesce, per scelte narrative un po’ frettolose, altre volte semplicemente sbagliate – l’inserimento della figura interpretata da Matilde Gioli – ma sempre riesce a comunicare qualcosa. Personaggi così intollerabili, meschini, ripugnanti difficilmente possono restare indifferenti.

Bravissimi i due giovani interpreti, poiché senza strafare capiscono che il primo fine della loro recitazione deve essere quello di trasmettere la grettezza morale, o meglio la totale assenza di umanità, delle loro figure. Non c’è vero sentimento, non c’è mai reale trasporto, la loro noia ed il loro egoismo, il loro rifiuto di ogni decenza è lampante fin dall’inizio.

Non so quanto percorrere una strada dritta sia giusto. Alla fine Blue Kids non interroga sui motivi del male, lo mostra e basta. Ciò funziona perché scatena una pulsione impossibile da sottovalutare nello spettatore, e questo già è tanto, ma indubbiamente al cinema serve un pizzico di più. Semmai, le cose positive del film dimostrano che Andrea Tagliaferri quel qualcosa può trovarlo, e la sua voce merita di essere conosciuta.

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Emanuele D’Aniello

Il nuovo disco di Guy Littell tra tentativi a stelle e strisce e risultati altalenanti

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Un po’ di influenze qua e la, dove tra tutte sicuramente possiamo trovare sonorità di tempi passati. Sapori che rimandano all’America delle distese infinite. Di Grand Canyon e camicie a scacchi.

Esce a dicembre One of those fine days il nuovo disco di Guy Littell, nome d’arte di Gaetano Di Sarno, nato a Torre del Greco (NA). Il suo nome d’arte arriva direttamente dal  romanzo di James Ellroy American Tabloid.

Guy Littell

Un disco che vive di alti e bassi.

A tratti compassato come nel caso di Love It, un brano che probabilmente non è riuscito appieno nell’intenzione iniziale e dove sembra esserci un po’ il riassunto di un disco che scorre non sempre con facilità.

Sembra infatti non decollare mai veramente. Come se l’artista abbia deciso di tirare il freno a mano, osando poco soprattutto nella ricerca delle linee melodiche che non sempre risultano funzionali.

Il primo singolo estratto è Cheating morning di cui è stato anche realizzato un video. Qui il brano subisce uno sviluppo diverso e il ritornello è sicuramente più immediato. Da qui, immaginiamo, la scelta di utilizzare la traccia come apripista del nuovo disco di Guy Littell. Le note più positive sono i due brani che aprono e chiudono il disco: So special e Old soul.

Questa due canzoni sembrano avere dentro di loro una luce diversa. Piacevole il riff di chitarra del primo dei due brani, con cui l’ascoltatore viene introdotto alla tensione del ritornello. Non un caso che la frase So special venga poi pronunciata proprio sul riff citato, come a marcare il punto forte del pezzo.

Le atmosfere “americane” sono sicuramente il punto forte del nuovo disco di Guy Littell.

Le sue influenze musicali escono sicuramente allo scoperto in tutte e dieci le tracce che compongono i disco.  Neil Young, Mark Lanegan ed Elliott Smith sono presenti nel DNA dell’artista campano. Guy Littell riesce comunque a trovare un suo sound e il disco in questo è coerente. Molto bello il brano Don’t Hide in cui la chitarra classica e la voce di Guy sembrano raggiungere il punto più alto di tutto l’album.

Certi che la dimensione live renderà maggiore giustizia alla sensibilità musicale che una musica come questa merita, attendiamo di ascoltare i suoi prossimi lavori con la fiducia che l’artista merita.

 

Emiliano Gambelli

Lèonie Hampton e Guy Tillim: due fotografi a confronto in mostra al Macro

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Il Macro presenta due grandi mostre fotografiche: “Mend” di Lèonie Hampton e la prima antologia italiana di Guy Tillim “O futuro certo”.

Siamo nell’era della tecnologia, del digitale, dove per ricordare e stampare nella propria mente un’immagine, un ricordo basta prendere il cellulare dalla tasca e fare un click.

Sicuramente è un’innovazione rispetto al passato, dove tutti i ricordi rimanevano esclusivamente nel nostro immaginario a meno che non si aveva una macchina fotografica a portata di mano per documentare ciò che si stava vedendo.

Ma mentre noi scattiamo un’istantanea e la rendiamo immediatamente pubblica sui social network c’è tutto un mondo che continua a muoversi e che solo tramite il racconto dei grandi fotografi possiamo conoscere. Attraverso le fotografie sappiamo che certi eventi sono accaduti e che determinate situazioni sono realmente avvenute.

È il caso di Guy Tillim uno dei principali fotografi del Sudafrica.

Guy Tillim, Petros Village, Macro
Guy Tillim, Petros Village, Macro

Tillim si distacca dal classico reportage giornalistico per dare spazio a un’esperienza del mondo più dettagliata ed enigmatica. Inizia come reporter negli anni ottanta per poi rendersi conto che poteva approfondire questa sua formazione usando la macchina fotografica come mezzo per combattere il divario razziale del suo paese.

Adotta una visuale sottile, minuziosa ed ermetica; una finestra su un mondo che riflette il suo sguardo. Uno sguardo che ha visto tanto dolore, violenza, ma anche tante meraviglie, posti incontaminati e uomini sorridenti.

Ed è proprio questo che vuole raccontare al visitatore del Macro, Guy.

Vediamo fotografie  che ci turbano come bambini soldato in Congo, rifugiati in Angola, il decadimento dell’architettura postcoloniale in Africa…

E non solo!

Guy fotografa anche immagini più tranquille: scuole, uffici, primi piani di visi intensi e sorridenti.

Guy fotografa il dettaglio.

Con questa mostra riusciamo ad uscire dagli stereotipi in cui spesso la fotografia ci fa scivolare. Stereotipi che rimangono in superficie e non parlano di una profonda esperienza del mondo. Un’esperienza del mondo che è più ricca, sfumata, ambigua.

Le fotografie del  più grande fotografo contemporaeo sudafricano sono fatte di silenzio e luminosità quasi ad identificarsi in romanzi.

Un’altra finestra sul mondo a farci riflettere è quella di Leonie Hampton. Fotografa britannica, protagonista della Commissione Roma 2017.

Alla fine dell’estate 2017, Roma sta affrontando il tema della siccità data dal troppo caldo che ha colpito la città.

Ma non è tutto.

Roma in questo periodo doveva far fronte ad un altro tema “caldo”, quello di fronteggiare l’avvento dei migranti.

In una città che pare direzionarsi verso il collasso, dove vi è un’indifferenza e una paralisi del genere umano davanti a fatti salienti, la fotografia è una speranza verso il futuro.

Lèonie Hampton si inserisce in un mondo contemporaneo che le appare disconnesso. Esplora periferie cittadine cercando edifici incompleti, progetti urbani abbandonati e baraccopoli sulle rive del fiume Tevere, attraverso l’aiuto del collettivo di artisti Stalker.

Per raccontare questo divario tra mondo antico e contemporaneo la fotografa inglese inserisce immagini di statue greche affiancate a fotografie di baci contemporanei appena nati. Il tutto corredato da istantanee di bambini che dormono, ridono e si muovono come simbolo di speranza per le nuove generazioni.

“La fotografia è lo strumento ideale per superare i confini” Guy Tillim

Alessandra Forastieri

Le Marche del vino secondo Go Wine

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Nella degustazione romana targata Go Wine e dedicata ai vini Marchigiani, qualche sorpresa e tante splendide conferme.

Il territorio delle Marche negli ultimi anni è tra quelli più in evidenza e considerati nel panorama del vino Italiano. Go Wine ha pensato bene di dedicare una degustazione totalmente ai suoi vini. L’ampelografia regionale è dominata dal verdicchio, ma c’è stato modo di assaggiare anche altri interessanti vitigni autoctoni. Prodotti che lontano dalle loro realtà produttive, si trovano di rado nel bicchiere.

Modelli ormai consolidati di viticultura.

Tra quelle presenti molte le Aziende che negli anni si sono posizionate come riferimenti della viticultura regionale. Aziende che nella conferme annuali del proprio lavoro forniscono anche un’indicazione sulla costante crescita della viticultura marchigiana, ed allo stesso tempo fanno da apripista per le realtà più giovani fornendo modelli affermati.

Nella batteria dei  verdicchio non si poteva ignorare assolutamente l’Azienda Garofoli con il suo Podium Castelli di Jesi Doc Classico Superiore, una garanzia, accompagnato nell’occasione dal Serra Forese Classico Riserva. Quest’ultimo vede in maniera misurata anche l’impiego del legno, che aumenta in eleganza il gusto e l’equilibrio. Vicino a questi spazio anche ai rossi, che spesso passano inosservati oscurati dal successo dei bianchi Aziendali. Il Grosso Agontano Conero Docg Riserva è il rosso di punta, frutta matura e note speziate per un vino di corpo pieno ma morbido e gustoso.

Spazio alle giovani realtà.

Altra Azienda che di anno in anno coniuga la sua immagine con la qualità è La Staffa, presente con il giovane produttore Riccardo Baldi classe ’90. In assaggio La Staffa Verdicchio Classico Doc dei Castelli di Jesi, insieme a Rincrocca la sua versione Riserva Docg Classico. Vini che grazie all’attenta selezione e al lavoro in vigna riescono a contenere sin da  subito le esuberanze giovanili del vitigno, conservando sapidità e piacevole acidità.

A dimostrare le grandi potenzialità del Verdicchio ha pensato l’Azienda Broccanera con il suo metodo classico di grande finezza, che non sfigurerebbe tra quelli provenienti dai territori d’eccezione della spumantistica Italiana. Tra i banchi d’assaggio anche Montecappone che tra gli altri ha presentato la sua recente creazione Ergo, verdicchio Doc dei Castelli di Jesi che per la verità nasce da un nuovo progetto con una sua propria azienda dedicata e che prende il nome del suo ideatore.

Progettualità e grande rapporto qualità prezzo.

Sei ettari per proporre un vino dal profilo diverso dagli altri di Gianluca Mirizzi. Frutto di una selezione su uve più avanti nello stato di maturazione, che arricchisce in struttura e spessore il vino già in età giovanile. Presente in sala anche l’Azienda  Marotti Campi, altro nome eccellente del verdicchio e insieme uno dei più grandi esempi di cosa significhi rapporto qualità prezzo, ma fortemente sbilanciato sul primo fattore.

Anche gli altri autoctoni erano ben rappresentati.

I suoi vini sono sempre puliti ed estremamente gradevoli che si tratti del Luzano, Castelli di Jesi Doc Classico Superiore, o della Riserva Salmariano Classico Docg. Questo produttore però è anche un riferimento per quanto riguarda un altro autoctono marchigiano. La Lacrima di Morro d’Alba, vitigno di difficile conduzione in vigna, che però lui riesce ad esprimere al suo massimo livello sia nel Rubico Lacrima di Morro d’Alba doc, che nel Superiore Orgiolo. Vini caratterizzati da grandi sentori floreali di viola e rosa.

Un altro produttore di riferimento per questo vitigno è  senza dubbio Stefano Mancinelli con i suoi Lacrima Doc, Superiore e Sensazioni di frutto. Tre vini di cui l’ultimo ottenuto con il metodo della macerazione carbonica, per esaltare maggiormente i profumi varietali di quest’uva. Altro vitigno molto interessante è il Bianchello del Metauro, che  Claudio Morelli vinifica in tre versioni ed ha proposto accanto alla sua linea di Rossi.  San Cesareo, Borgo Torre e Vigna delle Terrazze, tutti Bianchello del Metauro Doc, provenienti da tre vigne diverse collocate nei dintorni del fiume Metauro. Territorio da cui il vitigno prende il nome e che dimostra di saper leggere nelle sue differenti sfumature.

Un terroir che si concede anche alle varietà internazionali.

L’ultimo autoctono si incontra tra i vini di La Capinera, Azienda di sette ettari in cui si coltiva anche il Maceratino, vinificato nel Murrano, Un Colli Maceratini Ribona Doc, dai piacevoli profumi sottili, incorniciati dalla sapidità. L’azienda lavora anche altri vitigni internazionali sia bianchi che rossi, tra questi uno Chardonnay proposto nel vino che porta il nome dell’azienda.

Lo chardonnay La Capinera è realizzato sia in versione base che con una particolare selezione di uve. Entrambi classificati come Marche Igt, che dimostrano la grande capacità del terroir marchigiano capace di sviluppare vini di grande interesse, sia dai vitigni autoctoni che dalle altre varietà.

Bruno Fulco

Festival Franciacorta Roma 2017

Si conclude nella capitale il ciclo di appuntamenti dei Festival Itineranti Franciacorta 2017.

Saranno le sontuose sale dell’Hotel Rome Cavalieri a ospitare, lunedì 4 dicembre, l’ultima tappa dei Festival itineranti di quest’anno. Come di consueto, i banchi d’ assaggio saranno accessibili per la stampa e gli operatori nel pomeriggio, con la possibilità di partecipare ad un interessante seminario di degustazione dal tema “Le diverse espressioni del Franciacorta”.

L’approfondimento, che avrà luogo dalle 18.00 alle 20.00, sarà   condotto dal Docente della Fondazione Italiana Sommelier, Luciano Mallozzi. Dalle 18.00 alle 21.30 anche l’apertura al pubblico. Per esperti e appassionati, per operatori del settore e curiosi, sarà un’occasione speciale per conoscere e approfondire il gusto del Franciacorta, declinato nelle sue diverse sfumature  ed interpretazioni.

Con l’aiuto dei produttori delle cantine partecipanti, i visitatori saranno guidati alla scoperta delle varie etichette, dei segreti alla base della loro realizzazione e del loro territorio di appartenenza.

Festival Franciacorta a Roma c/o Hotel Rome Cavalieri – Via A. Cadlolo, 101 Roma

Dalle 16.00 alle 18.00 – Ingresso riservato a stampa e operatori, con banchi d’assaggio. (E’ consentito un solo ingresso gratuito per singola attività commerciale; eventuali ingressi aggiuntivi sono acquistabili a €20).  Accredito stampa a: stampa@franciacorta.net

Dalle 18.00 alle 20.00  – Seminario di degustazione per stampa ed operatori. I biglietti per il seminario sono acquistabili sul sito http://franciacorta.eventbrite.it al costo di € 15.

Dalle 18.00 alle 21.30 – Apertura al pubblico. I biglietti sono disponibili in prevendita sul sito

http://franciacorta.eventbrite.it al costo di € 20.

Le 36 cantine  presenti :  Antica Fratta – Azienda Agricola Fratelli Berlucchi – Barone Pizzini – Bellavista – Berlucchi Guido – Bersi Serlini – Boccadoro  – Bonfadini – Bosio –  Ca’ del Bosco – Ca’ D’Or – Camossi – Cantina Chiara Ziliani – Castel Faglia Monogram – Castello Bonomi Tenute in Franciacorta – Castelveder – Cola Battista – Contadi Castaldi – Corte Aura – Ferghettina – Franca Contea – La Montina – Le Marchesine – Lo Sparviere – Marchesi Antinori Tenuta Montenisa – Marzaghe – Mirabella – Monte Rossa – Mosnel – Quadra – Ricci Curbastro – Solive – Tenuta Ambrosini – Uberti – Ugo Vezzoli – Vezzoli Giuseppe

Torino 2017: Professor Marston and the Wonder Women, quello che non sapete

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Ma voi lo sapete davvero come è nata Wonder Woman?

Quest’anno abbiamo visto il film della supereroina più famosa e popolare di sempre, a 75 anni dalla nascita del fumetto. Solo che, 75 anni fa, quel fumetto, quell’idea, sono nati nella maniera meno convenzionale possibile. E soprattutto, per un personaggio che deve ispirare il più elevato numero immaginabile di persone, la sua origine secondo molti è meglio rimanga ignota, per pubblico pudore.

Che poi, per la verità, Professor Marston and the Wonder Women parla molto poco dell’eroina amazzone. Il focus è sul creatore, il professor William Marston appunto, inventore della macchina della verità così per dire, e sulla storia d’amore che vive. Il film è realmente una storia d’amore.

Una storia d’amore che coinvolge tre persone, due donne ed un uomo, però.

Cosa è lecito e cosa è scandaloso? Dove si pone il confine tra la decenza e la perversione? Come si vive la normalità, se questo è un concetto assolutamente vago e strumentale?

Professor Marston and the Wonder Women è un film assolutamente sorprendente, e coinvolgente, nel coraggio con cui affronta il suo soggetto. Talvolta si abbandona un po’ ad un’essenza pacchiana, con riprese di sesso a tre e ispirazioni al bondage al limite del ridicolo. Ma ha sempre qualcosa da comunicare, e riesce a colpire nei lati più nascosti di ognuno di noi.

Wonder Woman è un’icona del femminismo. Marston, sua moglie e la sua “assistente speciale” hanno provato che quell’icona è nata soprattutto come idea di femminismo inteso come libertà sessuale, libertà d’espressione, libertà di amare chi si vuole e come si vuole. Se le spiegazioni delle teorie di Marston sulla sottomissione volontaria non sono il punto di forza della narrazione, è invece efficace la sovrapposizione tra le teorie, la vita dei personaggi e le vignette dei fumetti originali. Funziona perché crediamo nella vicenda dei personaggi, nei loro sentimenti sinceri.

Il film ci parla ad un livello psicologico, nel subconscio, svelando una natura complessa sotto la patina del semplice biopic. Ci riesce soprattutto grazie alla chimica dei tre attori. Luk Evans è forse l’anello debole, un attore storicamente “legnoso”, ma è perfetto nel trio che si forma con la purezza di Bella Heatcote e la determinazione di Rebecca Hall.

Professor Marston and the Wonder Woman non sconvolge alcun confine morale, non è il suo fine, ma riesce a far riflettere. Non poco per il tipo di film che sembra essere. E chissà se costringerà a vedere le guerriere amazzoni dei fumetti sotto altra, e ben diversa, luce.

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Emanuele D’Aniello

Torino 2017: L’Ora Più Buia, il trionfo della volontà

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L’Ora Più Buia è il gemello di Dunkirk non solo per la backstory che fornisce a quell’evento storico.

Il recentissimo lavoro di Christopher Nolan, infatti, è un film di guerra pur senza mostrare la battaglia. Ugualmente, L’Ora Più Buia è un film di guerra senza andare mai un solo istante in trincea. Racconta il conflitto contro il nazismo, quello che porterà gli inglesi non solo a vincere, ma soprattutto a sopravvivere sotto i bombardamenti mandando un potentissimo messaggio morale più forte di qualsiasi vittoria militare. Sotto la guida proprio di Winston Churchill, non dimentichiamolo. Racconta poi una guerra di politica, con un uomo chiamato per traghettare, messo in mezzo ad un gioco di pedine inutili, che deve barcamenarsi tra strategie di facciata e sotterfugi parlamentari. Inoltre, mostra una guerra di parole, l’uso dell’oratoria per convincere avversari, alleati, ed ispirare sconosciuti a fare cose impensabili.

Nello sfruttamento di un oceano di parole, nell’uso degli interni, il film parte da un’impostazione teatrale. Una scelta rischiosa, perché il tono classico ed il look canonico avrebbero potuto trascinarlo a terra. O quantomeno farlo passare inosservato. Invece il grande successo di L’Ora Più Buia è quello di essere avvincente e coinvolgente per 120 minuti. Trasforma il suo setting claustrofobico in un dinamico labirinto fatto di stanze e corridoi bui, uno straordinario paradosso.

E per quanto sia parlato, non cala il ritmo e anzi alza sempre l’asticella della tensione.

Ci riesce grazie al sapiente umorismo british. Ci riesce, per tornare al tema della guerra, grazie al conflitto interiore presentato in Churchill. Abbandonarsi alla politica vera oppure non arrendersi agli schemi? Una doppia chiave di lettura: come il primo ministro inglese si ribella agli schemi sicuri, così il regista Joe Wright rifiuta di giocare alle regole tradizionali dell’abusatissimo biopic britannico.

Con i suoi movimenti di macchina Wright dà respiro alla narrazione, i piani sequenza conducono e avvolgono lo spettatore dentro le scene stesse. La regia è energica, vulcanica, esattamente come la prova di Gary Oldman. È ovvio che la performance centrale sia decisiva per la buona riuscita dell’intero film. Oldman è motore di tutto, con le sue urla, gli sguardi carichi di passione ed il lavoro stupefacente sulla voce. Non pesa il trucco vistoso, non c’è mai l’impressione di vedere un attore trasformato: Oldman si nasconde nel ruolo ed il pubblico dimentica di assistere ad un’opera di fiction.

L’Ora Più Buia è un’opera che rappresenta l’eccellenza nella strada che segue. Cinema classico, ma cinema classico fatto benissimo. E riesce, come il fumo che si insinua nella luce degli spazi chiusa catturata dalla fotografia decolorata di Bruno Delbonnel, ad insidiarsi nella mente del pubblico ricordandogli i tempi che corrono. Non arrendersi mai non è un motto elettorale, non è un pretesto narrativo, ma una scelta necessaria. L’Ora Più Buia non farà la storia del cinema, ma il suo messaggio è più attuale e importante che mai.

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Emanuele D’Aniello

The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains al MACRO

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Dal 19 gennaio 2018 la capitale ospiterà la mostra evento sulla storica band inglese e per l’occasione Nick Mason, fondatore del gruppo, ha incontrato la stampa italiana al Campidoglio.

Il 2018 romano inizierà con il botto, ospitando la prima tappa internazionale della mostra The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains dedicata ai 50 anni dalla fondazione di una delle band più amate di sempre. A presentare l’esposizione è proprio Nick Mason, batterista e membro fondatore della band, accompagnato dal vicesindaco Luca Bergamo.

La mostra, ideata da Storm Thorgerson e sviluppata da Aubrey ‘Po’ Powell di Hipgnosis, vede la collaborazione dello stesso Mason come consulente per conto dei Pink Floyd. L’allestimento del Victoria and Albert Hall di Londra si è rivelato un successo colossale, risultando come il più visitato di sempre nel suo genere.

Il percorso espositivo che guida il visitatore seguendo un ordine cronologico, è sempre accompagnato dalla musica e dalle voci dei membri passati e presenti dei Pink Floyd, tra cui Syd Barrett, Roger Waters, Richard Wright, Nick Mason e David Gilmour. Il momento culminante è la Performance Zone, in cui i visitatori entrano in uno spazio audiovisivo immersivo, che comprende la ricreazione dell’ultimo concerto dei quattro membri della band al Live 8 del 2005 con Comfortably Numb, appositamente mixata con l’avanguardistica tecnologia audio AMBEO 3D della Sennheiser, oltre al video, in esclusiva per Roma, di One Of These Days, tratto dalla storica esibizione del gruppo a Pompei.

La versione italiana non sarà dissimile da quella inglese se non per qualche elemento legato all’esperienza del gruppo in Italia. In particolare si è fatto riferimento ai live di Pompeii e Venezia. Mancheranno invece ricordi del concerto di Roma al Piper nel ’68, del quale sembra non essere rimasto nulla.

The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains al MACRO
Nick Mason e il vicesindaco Luca Bergamo.

Dopo un breve video di preview Nick Mason introduce l’esibizione con molto orgoglio e affetto nei confronti dei fans italiani. A colpirlo è stato proprio l’entusiasmo del pubblico italiano che sicuramente ha fatto la differenza nella scelta della location. Come ricorda il delegato di Michael Cohl, produttore della mostra non presente alla conferenza, nonostante le richieste delle più importanti capitali del mondo, alla fine “tutte le strade portano a Roma!”. L’intervento del vicesindaco Bergamo esplicita l’onore e il privilegio di ospitare tale mostra.

Per quanto riguarda invece i progetti futuri della band Mason confessa che al momento non ci sono piani. Si confessa inoltre “proto ad una eventuale Réunion, ma non adesso”. Il batterista inoltre assicura la sua partecipazione all’esposizione del MACRO e si lascia scappare anche la possibilità di vedere David Gilmour(!).

INFORMAZIONI:

Biglietti in vendita a partire da mercoledì 29 novembre 2017.

I biglietti si possono acquistare online su Vivaticket.it, nei punti vendita Vivaticket e per telefono al numero +39.041.2719035.

Ingresso a 18 euro per gli adulti, convenzioni disponibili. Si consiglia di prenotare in anticipo.

www.pinkfloydexhibition.com | www.museomacro.org | #TheirMortalRemains

 

Gianclaudio Celia

@Gian_Celia

Torino 2017: Let the Sunshine In, Juliette Binoche bacia tutti

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Esistono dei “What If..” che per sempre tormenteranno le menti dei cinefili.

E se Sam Peckinpah avesse girato uno commedia demenziale? Se Leslie Nielsen fosse stato il protagonista di Schindler’s List? Perché i fratelli Farrelly non girano un serissimo drammone lacrimevole? Perché un grande austero autore europeo non gira una commedia romantica sullo stile americano?

Ecco, ora quest’ultimo scenario possiamo scartarlo. Claire Denis, una delle più celebrate autrici francesi ed europee, con Let the Sunshine In ha deciso per la prima volta in carriera di aprirsi ad un registro più leggero e provare la strada della commedia sentimentale agrodolce. Non può seguire ovviamente la formula, altrimenti non ci sarebbe gusto a metterci le mani col proprio stile, ma per tutti i suoi 90 minuti Let the Sunshine In segue la classica struttura della storia di una donna che passa, con poca fortuna, di relazione in relazione, di uomo in uomo.

Ciò che ovviamente distingue il film dagli schemi, e rende unico il tocco della Denis, sono i dettagli. L’assenza di ironia forzata, ad esempio. L’estrema sincerità nel ritratto di una donna di mezza età infelice. Il coraggio nel mostrare le storture di un rapporto e l’imbarazzo degli incontri sessuali senza passione.

Eppure, al tempo stesso, c’è un motivo per il quale gli scenari alternativi è meglio rimangano tali. C’è una ragione se chi dirige commedie eccelle in quelle, e chi realizza cinema autoriale è bravo in quello.

L’incursione di Claire Denis in territori più frivoli non è da lei, si vede, si percepisce, si respira. Let the Sunshine In, nonostante si concentri sulla psicologia e sulle reazioni emotive della propria protagonista, rimane una banale e superficiale esplorazione della solitudine. Un’arida, per quanto ossessiva, e forse proprio per questo quasi involontariamente comica, ricerca senza fortuna del vero amore.

Il talento di Juliette Binoche, che renderebbe interessante qualsiasi ruolo con qualsiasi sfumature, è l’unico motivo che rende il suo personaggio degno di essere seguito. Ma anche lei rimbalza tra una situazione ripetitiva ad un’altra, da un dialogo vuoto ad un altro. Più che disperata, e pertanto empatica, la sua odissea sentimentale è patetica, quasi quanto gli errori che continua a ripetere.

Forse al film, allora, avrebbe davvero giovato uno scenario alternativo. Dopotutto, se Claire Denis stessa non dimostra particolare affetto per i personaggi che descrive, e nemmeno profondo amore per la sua protagonista più stupida che realmente malinconica, l’unico modo per affrontare il tutto è l’ironia. La bellezza del cinema è negli occhi degli spettatori, nel modo in cui possono interpretare i film oltre le intenzioni dei suoi creatori. Let the Sunshine In, visto come una parodia delle relazioni amorose, vissuto come un carosello disincantato di parole sempre più snervanti e risibili, un senso lo assume.

Non sarà quello che la regista sperava, ma sempre meglio dell nulla cosmico, non trovate?

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Emanuele D’Aniello

Riccione: prosegue l’appuntamento col cinema d’autore

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Anche quest’anno Riccione, capitale internazionale del divertimento estivo e del relax, non si è fatta trovare impreparata al consueto appuntamento con il Cinema d’Autore.

Il rinomato Cineplace ha stilato una ricca e consistente programmazione per invogliare gli amanti del genere a partecipare alla visione di numerose pellicole. Molti visitatori e turisti approderanno quindi in città, attirati anche dalle vantaggiose offerte degli hotel a Riccione, ideate proprio per accogliere tutti al meglio!

 Come da tradizione il cinema d’autore si occupa di temi complessi, spesso spinosi, affrontati in chiave assolutamente soggettiva dal regista: per questo importante appuntamento con la pellicola vengono selezionati i migliori film, sulla base di un attento e minuzioso lavoro di scrematura adottato dal Festival del Cinema e dalla critica. Tanti i registi che hanno avuto quest’anno l’onore di veder proiettati i loro film: dopo il festival di Venezia, la proiezione al Cinema d’Autore è senza dubbio una grande occasione di visibilità. Registi come Andrea Magnani e Silvio Soldini sono intervenuti presso la sala riccionese in prima persona, mentre Andrea Segre, impossibilitato a raggiungere il luogo, ha optato per un collegamento video pur di non mancare.

Prima settimana di Dicembre

A venire presentate sono senza dubbio pellicole tra loro molto diverse, frutto del carattere, della personalità e della sensibilità del loro creatore ma tutte importanti perché portatrici di un messaggio, di una riflessione, di domande volte a spronare verso il meglio il genere umano.

Sabato 2 dicembre al Cinepalace si parlerà inglese: sarà proiettata la pellicola Paddington 2, mentre il 5 dicembre, alle 20.30 lo schermo si tingerà di rosa in occasione della proiezione della pellicola di “ Amori che non sanno stare al mondo”. A chiudere il mese di dicembre e la rassegna del cinema d’autore lunedi 18 dicembre alle 21 ci sarà la proiezione del film l’Esodo. Di entrambi potete trovare le recensioni sul nostro sito!

Al termine della programmazione organizzata per questa ricca settimana di cinema sarà poi possibile partecipare al rinfresco bio.

Torino 2017: Mary Shelley, la donna dietro il mito

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Probabilmente, poche altre registe in attività avrebbero potuto dirigere un biopic su Mary Shelley.

La vera scrittrice inglese non aveva nemmeno 20 anni quando tirò fuori dal cilindro un capolavoro come “Frankenstein”. Definirlo un traguardo femminista è dire poco. Haifaa Al-Mansour qualche anno fa con La Bicicletta Verde è diventata la prima regista donna dell’Arabia Saudita, un trionfo storico incommensurabile.

L’interconnessione tra le due figure, però, non porta ad una vera esplorazione della tematica. Mary Shelley, il film in questione, si ricorda del femminismo solo nel terzo atto, quando il traguardo letterario conclude il percorso della sua protagonista. Per i primi due terzi, in realtà, il film è un classico dramma romantico in costume, in cui il tormento sentimentale dei personaggi è la strumento per caratterizzarli.

Non che ci sia nulla di male, ovviamente, e anzi il film funziona. Elle Fanning e Douglas Booth, i due protagonisti, hanno una vera chimica, e soprattutto la prima si conferma un’interprete assolutamente magnetica. Palpabili i loro alti e bassi, comprensibile il dolore delle esperienze personali della scrittrice. L’idea dietro la creazione di “Frankenstein“, la sofferenza e il pensiero di poter riportare in vita persone care che non ci sono più danno una sfumature ancora più interessante al tema della solitudine che regge quel capolavoro letterario.

Il film, in poche parole, avrebbero potuto essere sia un character study sia un inno femminista. Cercando di essere entrambi, perde per strada molta efficacia.

Si perde l’aspetto rivoluzionario della vita della vera Mary, una giovane donna che decise contro le convenzioni della società di andare a vivere con un uomo già sposato. Allora, per quanto la presenza Haifaa Al-Mansour sia ideale per capire le ragioni della protagonista, forse al film avrebbe giovato una mano più esperta. Un qualcuno/a in grado di imprimere una cifra stilistica meno scolastica, più cinematografica. Anche meno interessata agli aspetti da teen movie e più capace di scartare le banalità classiche a favore dell’introspezione psicologica. Gli struggimenti romantici ed i patimenti sentimentali funzionano, la passione travolgente dell’amour fou giovanile gonfia i cuori degli spettatori, ma non è mai funzionale a definire il talento di Mary Shelley, o perché tale furore debba integrarsi alla creazione di un’opera letteraria.

Mary Shelley è un film godibile che fa luce su un personaggio fondamentale nella storia della letteratura, e non solo. Ma, anche alla luce dei tempi che viviamo, avrebbe meritato maggiore ribalta e maggiore capacità di incidere nella mente degli spettatori.

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Emanuele D’Aniello

Torino 2017: Riccardo va all’Inferno, nei meandri delle tenebre umane

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Non so perché il giudizio sui film italiani, da almeno venti anni, si sia abituato alla mediocrità.

Resta il fatto che ogni qualvolta sbuchi un film italiano fuori dai soliti canoni – ovvero drammone da un lato, commediola dall’altro – il risultato è quello di apprezzarlo per “sostenerne l’audacia”. In realtà, Riccardo va all’Inferno è un film che va apprezzato e sostenuto a prescindere, soprattutto perché è un buon film con un’idea, e una visione, che segue fino alla fine al meglio.

Non a caso non è nemmeno l’originalità il suo punto di forza. Il film si ispira al Riccardo III di shakesperiana memoria, e sappiamo bene quanto la stravaganza sia componente fondamentale che rende gli adattamenti delle opere del grande drammaturgo inglesie così intense e, soprattutto, immortali. Questo film di Roberta Torre può ricordare il Titus di Julie Taymour, una trasposizione ovvero molto eccessiva, sopra le righe nel tono e nell’ambientazione, nei costumi e nelle scenografie, senza paura di sfiorare e anzi toccare a più riprese il kitsch.

Dopotutto solo chi capisce il ridicolo sa come usarlo a proprio vantaggio.

Riccardo va all’Inferno semmai ha il difetto di essere a tratti serioso, specialmente nella tonalità delle canzoni molto simili tra loro, nonostante il tono sfarzoso scelto fin dall’inizio. Comunque non è mai un vero musical, pertanto il difetto lo possiamo perdonare. A Roberta Torre piace mischiare serio e faceto, sacro e profano. Così il suo film si esalta laddove potrebbe crollare, nel mostrare e indagare l’eccesso.

Partendo da Shakespeare, spostandolo in un fantomatico regno criminale a Roma, il film diventa una onesta e spregiudicata indagine della follia umana. Lo faceva già il Bardo, non a caso. Riccardo va all’Inferno ci conduce, senza conforto, in un universo di diversi e reietti. I mostri, anche quelli sotto vagonate di trucco, sono i protagonisti del vero mondo. Una storia nera, funerea, fragorosa, in cui l’unico consiglio che si può dare è quello di accettare le parti più assurde e oscure dell’esistenza umana. Forse, solo i pazzi sono quelli che colgono davvero la casualità di tutto.

Nella recitazione enfatica del cast, prettamente di stampo teatrale, ovviamente Massimo Ranieri si erge tra tutti. Trasformato nel corpo, nel fisico, un novello Nosferatu che si aggira accumulando morte e orrori. In realtà è una figura tragica, che offre morte ma anela la morte come unica vero modo di vivere. La sua, più che pazzia, è una forma di illuminazione.

Un film che va apprezzato non perché diverso, nonostante faccia della diversità in ogni senso una bandiera. Ma un film lodevole perché, nelle sue imperfezioni, ha più senso, ambizione, complessità e tormento psicologico di tanti altri film molto più pompati.

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Emanuele D’Aniello

Jane The Virgin 3×03-04, ad un passo dal tracollo?

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4 x 03 Jane the Secret Agent

Per tre stagioni Jane the Virgin ha rappresentato una forma di entertainment decisamente innovativa: una versione parodiata delle soap opera latina.  In ogni puntata gli sceneggiatori sapevano mixare gli ingredienti giusti mantenendo alto lo share.

Buona la prima. Tutti entusiasti per Adam, una prima puntata esilarante e divertente, ma alla terza la stagione inizia a sembra una forzatura. Tutto è sotto tono, ripetitivo. Cliché dopo cliché le puntate sembrano arrancare verso la fine  dell’episodio (e ahimè temo anche verso la fine della serie).

“Non puoi introdurre un nuovo interesse amoroso dopo tre quinti di serie e aspettarti che il pubblico faccia il tifo per lui!”

A questa affermazione di Rogelio mi verrebbe da rispondere Ni. Ammetto che quella di Adam è una storyline senza senso. D’improvviso appare dal nulla sul finire della terza stagione. Che strano caso è la vita. Tra milioni di persone proprio lui trova la lettera. Si incontrano a distanza di tanti anni e niente, si innamorano, di nuovo. La storia decolla, prende il turbo e fa triplo salto carpiato mortale con probabile schianto sul fondo piscina!!!

È vero  finalmente una gioia, o quasi. Dopo aver elaborato il lutto era  giusto che Jane prendesse una svolta nella sua vita. Con Adam i drammi sembravano terminati. Jane finalmente si stava lasciando andare. Sono affiatati, complici ed innamorati. Ma qualcosa non torna. Una sceneggiatura insufficiente, lacunosa a volte superflue si fa spazio in una storia che non regge.  Che gli sceneggiatori abbiano perso quel tocco magico che li distingueva dalle altre commedie? Probabilmente, consapevoli di aver realizzato una sceneggiatura approssimativa,  la decisione di ridurre il numero degli episodi per questa quarta stagione  inizia ad avere un senso logico.

Il lupo perde il pelo ma non il vizio… Jane la super maniaca del controllo – perfettina

Che Jane abbia queste manie del “tutto deve essere perfetto” dopo 3 stagioni è risaputo. Anche davanti alla decisione di far incontrare l’ometto di casa con il suo nuovo interesse amoroso, la vediamo prendere manipolare e pianificare ogni minimo dettaglio e si sa, le cose non vanno mai come le abbiamo programmate e alla fine il piccolo Mateo si incontrerà/scontrerà (ouch) con Adam in un modo del tutto inaspettato.

Per non parlare poi del “Mateo Protocol”! Jane dovrebbe imparare un po’ a lasciarsi andare, senza programmi o tabelle di marcia,  abbandonando a casa l’agenda e tutto quello che implica il programmare, vivendo l’attimo e soprattutto quel brivido del proibito.

Rafael  e i suoi problemi con la dignità. Da ricco a prostituta il passo è breve

Inizia ad essere stancante vedere come i personaggi si stiano muovendo in questa quarta stagione. Rafael  inizia ad essere psicologicamente instabile, insicuro, capriccioso e frustrato oltre che frustrante. Prima critica le scelte sentimentali di Jane e si mostra in disaccordo con lei quando gli manifesta le sue intenzioni di presentare Mateo al suo nuovo ragazzo, poi dal suo alto senso per gli affari e grazie al suo curriculum di donnaiolo decide di prostituirsi alla competitor Kathrine fingendo di amarla il tutto con il solo obiettivo di riprendersi l’hotel. Come padre è impeccabile ma per il resto, sorry Solano, gli sceneggiatori ti stanno facendo sembrare un idiota!

E ancora, i litigi tra Jane e Rafael. E poi c’è Petra che dal nulla ha rimosso i suoi sentimenti per lui. Insomma, tante situazioni appese per aria e lasciate li senza spiegarne il perché.

Rogelio c/ Esteban, ancora una volta

Questa volta non litigano per il ruolo di prima donna, ma litigano per una donna, Darci. La madre che porta in grembo la figlia di Rogelio e che sembra innamorata di Esteban. L’antagonista storico di Rogelio.  Il povero De La Vega si troverà a fare i conti con la paura di essere tagliato fuori dalla nascita di sua figlia. In questo vortice di insicurezze e risentimento si  inserisce Xo che, come un balsamo, calma i risentimenti e sa riequilibrare suo marito rendendolo un uomo maturo.

“It is all about her right now. It’s her body and she has the right to choose how she wants to give birth.”

Cosa non dovete assolutamente perdervi in questa puntata:

  • #SuperSperm“Less like Superman, more like sperm”;
  • Una standing ovation per Darci che, incinta al nono mese, ancora fa sesso giorno e notte;

 

4 x 04 Jane the Bear Sister

Jane – Adam

Dopo l’attacco di panico di Adam nella precedente puntata, l’episodio vede Jane che affronta la settimana di “pausa/silezio” interrotta dal piccolo Matelio. I tre si re-incontrano, ma le cose prendono una piega apparentemente irreversibile. Jane, dopo la reazione del piccolo Mateo, è sempre più convinta che non potrà funzionare quella relazione, perché lei ha un figlio e non un optional. Solo grazie al vecchio e saggio gufo Alba che le cose sembrano rimettersi a posto. #Owllbarules

Degno di nota è l’affermazione di Alba, il suo rivedere l’opinione che aveva di Adam, evidenziando il suo cambiamento grazie alla scelta matura di prendersi una settimana per pensare alla sua storia con Jane e all’eventualità di prendere, senza mai sostituire, quello che un tempo era il ruolo di Michael nella vita del piccolo Matelio.

Non l’avrei mai detto, ma Rafael ha stancato!

Se la storia tra Jane e Adam sembra, nel suo non-sense, essere senza drammi, la situazione tra Jane e Rafael ci sta sfuggendo di mano. Che dire, Rafael è ossessionato dai soldi, dalla sua vita, dal potere decisionale e negoziale che gli davano sulla e nella vita del figlio. Mosso dalla mania di provvedere ai suoi figli secondo i suoi canoni dimentica un piccolo dettaglio, ferisce Jane, l’unica che riesce a vederlo per quello che è davvero.

Questa puntata si potrebbe riassumere in poche parole, puoi essere l’uomo più ricco del mondo, ma se non hai l’amore di una famiglia allora non hai nulla.

Per lui è solo questione di posizione sociale!

Ancora una volta sarà Alba a rimettere i pezzi insieme e cosi, tutto è bene quel che finisce bene

Peccato che questo detto non vale per Rafel, il quale dopo le parole di Alba, ha una botta di coscienza enorme e rivela tutto a Kathrine. Ma visto che in questa serie le psicopatiche non sono mai abbastanza decide di investirlo.

Rogelio e Darci: il bellissimo omaggio a Michael

Fortuna che è arrivata la piccola De La Vega, l’unica per ora a far sorridere con dolcezza lo spettatore. In onore della sua nascita Rogelio, come suo solito, non poteva non pensare in grande ed infatti, prima con Jane poi con Xo ,sarà protagonista del suo primo servizio fotografico. Come si chiamerà? Per tutta la puntata ascoltiamo una serie di nomi, dai più assurdi ai più banali, fino a quando non è arrivato il momento inaspettato,Baby Michelina De La Vega,  un tenero  omaggio alla prematura scomparsa del marito di Jane.

E infine il ritorno di Anezka e Magda

Se il diavolo veste Prada, Magda sa bene come coordinare la  benda ai suoi vestiti. Aneska nel suo essere cosi innocente e un pò tra le nuvole piace agli spettatori, peccato che venga mossa come una marionetta dalla madre.

Poi c’è Luisa, che proprio la stabilità psichica non la conosce, avrà davvero le allucinazioni? Carl è frutto della sua immaginazione? o gli sceneggiatori ci stanno nascondendo qualcosa?

Rispetto alla terza puntata ci sono stati bei momenti ed l’immancabile colpo di scena finale, ma temo che la serie abbia perso il suo luccichio. Spero che questo non sia un percorso a senso unico verso la fine della serie.

Non perdetevi assolutamente:

  • La benda di Madga coordinata con i suoi vestiti;
  • Owlba!
  • I momenti di tenerezza tra Jane e Adam
  • la lotta tra Jane e Petra

Angela Patalano