Regina Madre, l’eterna lotta fra figli e genitrici

Regina Madre di Manlio Santanelli è una pièce rappresentata in tutto il mondo da 30 anni ed è considerato un caposaldo della drammaturgia italiana

Al suo debutto fu recensita perfino da Eugène Ionesco e venne apprezzata poiché improntata su una delle tematiche costantemente presenti nel nostro quotidiano: il rapporto tra madre e figlio.
A portarla in scena al Teatro dell’Angelo di Roma dal 20 al 30 ottobre 2016, è ora un cast di due interpreti ad hoc: Milena Vukotic, una vecchia signora di nome Regina, matriarca indistruttibile seppure affetta da ogni specie di infermità; e Antonello Avallone (che cura anche la regia), grigio cinquantenne segnato dal duplice fallimento di un matrimonio naufragato, che ancora lo coinvolge, e di un’attività giornalistica nella quale non è riuscito ad emergere. 
La Commedia a due personaggi, che si tinge di molteplici sfumature che vanno dal tragico al grottesco, dall’ironico alla boutade, prende le mosse da un classico ‘ritorno a casa’ momentaneo di un figliuolo non proprio prodigo poiché pervaso da sottili interessi personali e professionali, filtrati da pazienza, affetto e dipendenza psicologica dalla ferrea genitrice.
Tra i due personaggi in scena si instaura così un teso duello, condotto mediante uno scambio ininterrotto di ricatti e ritorsioni, di menzogne e affabulazioni, in una cornice scenica apparentemente dall’aria domestica e rassicurante – firmata insieme ai costumi da Red Bodò – che però, nell’offrire un perimetro ben preciso ai fantasmi mentali dei protagonisti, finisce per assumere i toni e le suggestioni di un realismo allucinato. In questo microcosmo dai confini continuamente invocati e negati, madre e figlio si inseguono, si cercano e si respingono saccheggiando presente, passato e futuro, in una incalzante altalena di emozioni che hanno nel grottesco la tonalità dominante.
A soccombere, alla fine, sarà il figlio. Ma, come sempre accade nelle coppie legate per la vita e per la morte, anche qui non sarà possibile, e neanche legittimo, distinguere il vincitore dal vinto.

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