Standing ovation per Lavia al Vascello con “Il sogno di un uomo ridicolo”

gabriele lavia teatro

Una lunghissima standing ovation per Gabriele Lavia con Il sogno di un uomo ridicolo di Dostoevskij. 

Il suo è un progetto maturo che lo assolve da eventuali leggerezze commesse nella sua carriera artistica. Al Teatro Vascello di Roma è protagonista come regista e interprete di due pietre miliari della letteratura mondiale: Lavia dice Leopardi  il 5 e il 6 aprile e Il sogno di un uomo ridicolo il 7 e l’8 aprile, al quale ho assistito.

Quale sarà il motivo che ha spinto Lavia ad interpretare quasi in contemporanea le opere dei due scrittori?

Sicuramente il distacco ironico e sapiente della maturità dagli impeti superficiali di inizio carriera ha la sua responsabilità; l’attenzione è rivolta a una dimensione più esistenziale e intima, sciogliendo i legami con le servitù di tutte le convenzioni.

Disse a questo proposito Nietzsche di Dostoevskij: conosco solo uno psicologo che abbia vissuto nel mondo in cui il cristianesimo è possibile, in cui un Cristo potrebbe nascere in ogni momento. E questi è Dostoevskij.  

L’attore-regista Lavia si presenta al pubblico in modo strategicamente dimesso, minimalista, unico oggetto d’arredo scenico è una sedia di legno spartana che diventa il nido dove covare le sue ossessioni.

Si rivolge con complicità, a voce nuda sottolinea con una punta di sano narcisismo di rifiutare gli ausili tecnici che amplificano la voce, accenna un riferimento alle nuove starlette senza talento.

Dopo aver accolto gli ospiti nel suo spazio, quello che definisce grazie alla personalità e al suo inossidabile fascino, racconta della vita di un artista come Dostoevskij e delle sue magagne umane, una vita di stenti e di passioni che verrà santificata post-mortem.

E Il sogno di un uomo ridicolo entra in scena con il culto della propria disperazione fredda, lucida, segnata dallo scorrere del tempo.

il sogno di un uomo ridicolo

L’uomo del sottosuolo, come gli piace definirlo, è la monade moderna in sospensione tra i mondi, tragico e sulla strada della resa.

Dostoevskij concepisce Il sogno di un uomo ridicolo come un racconto fantastico, scritto intorno al 1876 e inizialmente inserito nel Diario di uno scrittore. Si tratta della storia di un uomo, abbandonato da tutti, che ripercorre in un viaggio onirico la sua vita e le ragioni per cui si è sempre sentito estraneo alla società. Sogna la sua morte dopo un fallito tentativo di suicidio e il passaggio in un’altra vita attraverso un percorso di luce.

Anche lui fa parte dei dannati in terra, sottomesso alla crudeltà del vivere ma riesce a trovare uno squarcio di umanità che è proprio la caratteristica che lo rende un uomo ridicolo, additato dal branco. Ma anche nell’Eden che accoglie la sua purezza come propria presto le cose si complicano.

Riesce infatti a contaminare con i suoi difetti terrestri quell’immagine speculare di Terra senza peccato. Presto l’ideologia e le sovrastrutture delle religioni snaturano la purezza dei concetti che vanno incontro a una fatale decadenza; ricreando quell’humus diabolico che allontana l’uomo dalla Verità: ama il prossimo come te stesso.

Una interpretazione, quella di Gabriele Lavia, che lo traccia distintamente come uomo.

A settantacinque anni ama l’amore e la bellezza forse più che in giovinezza; trae linfa dalla forza della parola che diventa sempre più incisiva e seducente. Un corpo senza tempo il suo che ha perso in dinamicità ma si fa forte della seduzione mentale di un intelletto forgiato dall’esperienza.

Il pubblico raccoglie la potenza della parola e si specchia nella pozza di Narciso, perchè legge una grande Verità. Lavia ci piace così.

 

Antonella Rizzo

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