Crisi del Sè: agli Uffizi un filo rosso dalla tela ad oggi

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Si usa uno specchio di vetro per guardare il viso e si usano le opere d’arte per guardare la propria anima (il proprio Sé).

[G.B. Shaw]

Da Febbraio otto nuove sale color cremisi agli Uffizi di Firenze: un nuova vista al termine di una nuova narrazione classica, che porta nel cuore di un’epoca e oltre.

Non ho la pretesa di essere una critica d’arte e la mia non sarà una recensione vera e propria ma il tentativo di riportare un’esperienza.

Con colori artigianali e basandosi sulle tonalità dei tessuti originali dell’epoca, il direttore degli Uffizi ha posto in risalto le opere di artisti italiani e stranieri: 50 tele e su tutte spiccano i capolavori dell’immenso Caravaggio, in modo particolare l’enigmatica Medusa.

Muta e silenziosa, l’arte visiva è capace di comunicare all’uomo attraverso un linguaggio di tipo non verbale, un linguaggio spesso dimenticato.

È il colore che risalta spesso questa sua capacità e che qui diventa protagonista.

L’arte figurativa rappresenta il cuore di questa forma comunicativa riconosciuta veramente dalla Psicologia solo intorno al 1967 con la pubblicazione de “La pragmatica della comunicazione umana” di Paul Wazlawick.

Questo colore vivo esalta le forme, l’espressività dei volti e dei gesti offrendo una nuova spinta alla nostra capacità di leggere ciò che va oltre le parole. E’ qualcosa che facciamo ogni giorno: recepire i movimenti del volto, osservare la postura, la collocazione di un interlocutore nello spazio e in relazione a noi ma forse senza farci caso.

Ma quanto quanto sono importanti questi aspetti nel nostro sforzo quotidiano di interpretare la realtà e gli altri? Caravaggio e gli altri artisti ci rispondono con i giochi di luce sulla tela. Il processo comunicativo esiste in ogni atto percepibile ed interpretabile.

Il colore, che esalta le espressioni spaventate, atterrite delle figure umane, ci regala un nuovo senso di inquietudine. La somiglianza percepita dall’occhio tra la tonalità delle pareti e il sangue ne esalta la presenza nelle composizioni. Ci si accorge, consapevolmente oppure no, che la morte è un tema prevalente.

E mutilazioni, serpi, mostri diabolici, teste mozzate e oscurità vengono raffigurate insieme a figure umane e elementi fin troppo realistici come fossero parte della vita di ogni giorno.

È il mondo del terrore che emerge sulla tela.

Sappiamo che questi artisti vissero in un periodo molto cruento.Siamo in un’epoca in cui sono ancora presenti malattie spaventose, come la peste, che colpì ad esempio la vita dello stesso Caravaggio portandogli via il padre. In questo periodo esistono ancora le pene capitali esposte al grande pubblico, come l’impiccagione quindi le teste mozzate sono uno scenario macabro.

Ma c’è qualcosa di ancora più profondo che attraversa queste opere: è la paura del decadimento e dell’imprevedibile che si realizza nella vita concreta. Caravaggio e gli altri artisti si differenziano dallo stile tipicamente Barocco per portare sulla tela scene più realistiche, particolari disgustosi e difetti, così come elementi sovrannaturali dalla natura spaventosa.

La scelta di occuparsi di questi elementi rivela che non si può più raccontare solo le grandi ideologie e i grandi valori, perché questi sono divenuti incerti.

Chiudendo gli occhi e assaporando ciò che abbiamo visto possiamo respirare l’aria della Controriforma, della lotta per la riaffermazione della Chiesa. Possiamo calarci nel vento che tirava dopo che Galileo aveva affermato le sue grandi scoperte e aveva reso l’uomo piccolo.

Caravaggio ci presenta una natura che si decompone, insieme al Bacco simbolo di fasto e sontuosità. Mattias Stomer, durante la sua permanenza in Italia, ci propone un’insolita espressione della Madonna turbata dall’annunciazione dell’angelo Gabriele. Si moltiplicano infine le teste mozzate sulle tele degli artisti.

Possiamo recepire l’incertezza, la paura, il dubbio, la crisi, la sensazione di poter essere travolti dagli eventi e da sé stessi.

C’è qualcosa che connette fortemente ciò che è espresso sulla tela al nostro attuale sentire, il sentire chiamato Post-moderno. Tale condizione riguarda, secondo il filosofo Lyotard, lo stato della cultura e del Sè nelle società più sviluppate a seguito delle trasformazioni subite nella scienza, nella letteratura e nelle arti a partire dalla fine del XIX secolo.

Questi artisti precedono molto l’epoca in questione, segnalando la presenza di una crisi ancora prima della modernità vera e propria, un’epoca che sarà invece caratterizzata dalla fiducia e dalla fede nel progresso. Si dice che il comparire delle profonde contraddizioni di questa epoca ha determinato la crisi del senso di sicurezza e fiducia tipici della modernità e, in ultima analisi, la diffusione di una profonda crisi del senso del Sè.

Attraversando queste sale però risulta evidente come anche il Seicento accolga in sé la crisi del senso esistenziale dell’individuo. Questo passaggio ci rivela che se la devozione ai grandi dogmi viene meno imposta, emergono aspetti profondi dell’animo umano, connessi alla sensazione di essere abbandonati a sé stessi.

Queste opere ci raccontano la paura di morire, di invecchiare, di decadere e di soccombere ai propri istinti, ci rivelano la parte oscura della mente, quella repressa, quella parte che, così incanalata nell’arte, ha dato vita a capolavori indimenticabili e per sempre più attuali.

Egli, come è noto, immerge le sue scene nell’oscurità, investendole di un getto violento di luce radente, in modo che alcune parti soltanto affiorino dalle tenebre nella luce. Questa, creduta fino ad oggi, e forse dagli stessi suoi seguaci, una trovata realistica fu, caso mai, una concessione alla fantasia (Matteo Maragoni su Caravaggio).

Silvia Cipolli

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