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“About Lear”: il racconto si fa immagine

Sul palco di Latitudine Teatro arriva About Lear, performance teatrale ideata e diretta da Stefano Furlan che s’ispira alla tragedia shakespeariana.

La prima rappresentazione documentate del Re Lear di Shakespeare risale al 1606. È un testo che gira da più di quattrocento anni – centosessanta se vogliamo considerare solo l’Italia (dove la tragedia arrivò solo nel 1858) – e ancora continua a essere messo in scena.

Ciò che viene spontaneo chiedersi è come si possa raccontare in maniera innovativa una storia ormai nota? Stefano Furlan, fondatore e direttore artistico del centro di produzione e formazione Latitudine Teatro, ha deciso di rendere Re Lear un racconto d’immagine. E lo ha fatto interrogandosi su quali siano i temi del testo che ancora oggi toccano le corde emotive del pubblico.

Il Re Lear è una tragedia brutale, intrisa di una violenta crudeltà dell’uomo contro i propri simili e di azioni orribili e apparentemente insensate, motivate principalmente da una cieca volontà di potere.

(Dalla presentazione ufficiale dello spettacolo)

Ed è proprio questa forte presenza della violenza che rende il Re Lear abbastanza sconcertante da leggere.

In questa tragedia quasi tutti i personaggi vivono emozioni come la rabbia, l’aggressività, l’odio, l’attrazione sessuale, la cupidigia in maniera molto intensa. L’unica voce eroica e misurata che si leva in mezzo a tanto eccesso è quella di Cordelia, la figlia “ribelle”. Ma il suo atto di coraggio non basterà a vincere la bramosia di potere. Re Lear mette fortemente in crisi il concetto di giustizia e trascina il lettore in una spirale di caos e follia che, purtroppo, non è difficile ritrovare nel mondo reale.

lear

About Lear è un lavoro che racconta il disordine in cui il mondo precipita nel momento in cui si rompe lo status quo.

Per farlo è inevitabile che venga stravolta la linearità del racconto e anche le consuetudini della messa in scena. I personaggi si sdoppiano, si triplicano, si confondono tra di loro. Gli attori lavorano non al servizio di un personaggio, ma della storia. Corpo, voce, espressività sono strumenti usati per comunicare un’emozione che deve arrivare non al cervello di chi guarda, ma alla panciaAbout Lear è uno spettacolo corale dove i ruoli non sono fissi, ma più interpreti raccontano momenti diversi della vita di un personaggio. Oppure lavorano contemporaneamente su una personalità raccontandone sfaccettature complementari e compresenti in una determinata situazione (soprattutto per Lear).

Ogni scena di About Lear crea un’immagine che sfrutta a pieno le potenzialità del teatro.

I singoli quadri sono composti dagli attori, dalle battute, dai movimenti, dagli oggetti, dai costumi, dalle luci, dalla musica. Alle volte vengono usate delle proiezioni. Ci sono riferimenti all’arte contemporanea, a quella sacra, ai riti tribali, al mondo circense. Tutti questi elementi sono combinati tra di loro in maniera sempre differente e coerente per costruire un significato. Ma soprattutto per permettere allo spettatore di vivere dentro quel significato.

Alla realizzazione dello spettacolo hanno collaborato anche altre figure professionali. Giordano Novielli ha preparato le coreografie che animano la festa iniziale. Gianluca Cappelletti, invece, si è occupato del progetto luci, realizzando un’atmosfera inquieta e sospesa.

Il progetto di Stefano Furlan sul Re Lear shakespeariano è complesso, ma ha una potenza comunicativa incredibile. About Lear sfida ogni limite. E ne esce egregiamente.

Lo spettacolo è il risultato finale di un seminario per attori che ha avuto inizio a Gennaio di quest’anno. Per entrare nella visione del regista, i partecipanti hanno dovuto non solo lavorare con il proprio corpo e sul testo in maniera del tutto originale, ma anche mettere in gioco la propria interiorità. Latitudine Teatro si dimostra ancora una volta un centro di formazione in cui gli allievi hanno la possibilità di sperimentare forme teatrali sempre nuove.

About Lear andrà in scena negli spazi di Latitudine Teatro (via Cisterna 3, Latina) il 24 maggio alle ore 21:30, il 25 e 26 maggio alle ore 21:00 e il 27 maggio alle 19:00 e alle 21:30. Per ulteriori informazioni, vi rimandiamo al sito della compagnia.

Nel cast sono presenti Beatrice Vidali, Emiliano Solferino, Federica Crisci, Flora Bellotti, Francesca Rossetti, Gabriele Mariani, Isabella Giusiani, Karina Giermakowska, Manuela Gasparetto, Marco Molinari, Maria Rangone, Maria Teresa Fiore, Marzia Inzeo, Simone Carconi, Vanessa Caldon.

 

Cola, il suo mondo drammatico e poetico al Teatro Tor Bella Monaca

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Al Teatro Tor Bella Monaca è andato in scena il 19 e 20 maggio 2018 Cola, rielaborazione del celebre testo “U sapiti com’è” di Francesca Sabàto Agnetta.

Un poesia, un fiore delicato. Un ragazzo con una luce negli occhi particolare. Cola, nello spettacolo omonimo andato in scena al Teatro Tor Bella Monaca il 19 e 20 maggio 2018 prodotto dall’Associazione Culturale Arciere e Fondamenta Teatro e Teatri, ci ha raccontato il suo mondo.

Un animo fragile

Per spettacoli del genere vale la pena di attraversare tutta la città. Il Teatro Tor Bella Monaca, distante due ore d’autobus da casa mia, ha accolto il 19 e 20 maggio 2018 uno dei più bei spettacoli che abbia mai visto: Cola, rielaborazione del testo “U sapiti com’è” di Francesca Sabàto Agnetta.

Cola è un ragazzo che ha un ritardo mentale. Vive in una Sicilia molto povera ed intrisa di credenze popolari. Su questa terra unico suo appiglio è la madre, la quale è scomparsa. Cola si muove costantemente alla ricerca dell’amore, della vita, parla dei suoi fratelli e dei loro drammi personali con ironia e leggerezza.

È una persona estremamente sola.

Cola ci racconta il suo mondo. Egli vuole essere accettato da un mondo che, purtroppo, ancora oggi ha delle difficoltà a rendere le persone con ritardi mentali parte integrante del tessuto societario.

Il lungo monologo (un’ora e un quarto circa) è stato interpretato dal bravissimo Andrea Puglisi. Il giovane attore catanese ha raccontato in un’intervista apparsa su RomaToday di aver voluto portare in scena questo testo dopo aver visto a teatro la versione originale. Nella stessa intervista egli ha raccontato il rapporto con questo testo:  “non sviscera alcuni argomenti ritenuti dei tabù: il rapporto morboso del giovane Cola con la madre (a tratti quasi incestuoso, anche se solo metaforicamente), l’amore in tutte le sue sfaccettature, il sesso e la morte. Tutto veniva accennato e lasciato, come dire, sospeso in un limbo. Sono partito da li. Da ciò che non viene detto. Dal “limbo” dove il giovane è rimasto dopo la morte. Ho sentito la necessità di dare voce a Cola e ho immaginato (insieme alla drammaturga che ad arte ha riordinato le mie idee) le svariate situazioni e storie che potevano essere raccontate dal protagonista della mia storia”.

Una storia moderna

Attraverso la rielaborazione di Stella Saccà e la regia di Marco Silani, Andrea Puglisi ci ha raccontato una storia moderna. Un ragazzo normale (perché le persone con disabilità mentali sono persone normali) che vuole semplicemente vivere in un mondo ancora non pronto ad accettarlo.

Un telo usato per creare personaggi particolari (come le fattucchiere sinonimo di superstizione), una sedia e dei vestiti della madre. I vestiti della madre indossati da Cola erano sinonimo del loro rapporto stretto. Cola era ed è solo. Oltre alla madre, aveva come sfogo e sostegno Gesù, al quale si rivolgeva spesso.

La Sicilia era un pretesto per raccontare una storia di emarginazione.

Veramente commovente

Marco Rossi

@marco_rossi88

(Foto di Claudio Cascioli tratta dal sito RomaToday)

Quando il sesso è fatto dalle parole

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Autobiografia erotica di Domenico Starnone sarà in scena all’OFF/OFF Theatre fino al 27 maggio. Sul palco, diretti da Andrea De Rosa, i bravissimi Vanessa Scalera e Pier Giorgio Bellocchio.

Dopo il grande successo della trasposizione di Lacci, un altro romanzo di Domenico Starnone arriva sul palcoscenico. Si tratta di Autobiografia erotica di Aristide Gambìapubblicato nel 2011 da Einaudi. Ancora una volta, l’adattamento teatrale è curato dallo stesso scrittore e prodotto dalla Cardellino, la casa di produzione di Silvio Orlando, regista e interprete di Lacci. La regia, invece, è affidata a Andrea De Rosa che, per dar valore al testo (e di conseguenza al tema) di Starnone, ha scelto una messa in scena del tutto spoglia. Un fondale nero con un tavolo e due sedie.

Non c’è sipario. Lo spettatore, appena entra per prendere posto in teatro (un gran bel teatro!), ha da subito la possibilità di vedere l’allestimento e di iniziare a pensare a cosa succederà in quello spazio di lì a momenti.  La posizione delle sedie – una di fronte all’altra – fa pensare a un confronto tra due persone.

E, in effetti, un confronto è quello che Mariella chiede ad Aristide tramite un’e-mail scritta con un linguaggio particolarmente volgare. La donna vuole parlare del primo e unico incontro che i due hanno avuto vent’anni prima a Ferrara. Durante le poche ore passate insieme, Mariella e Aristide hanno avuto un breve e frettoloso rapporto sessuale che, almeno apparentemente, non ha avuto grandi conseguenze nelle loro vite. Rivivendo insieme quella giornata, attraverso parole crude, ma oneste, scopriranno che così non è. Il dialogo tra due semi-sconosciuti diventa allora un momento di conoscenza di sé che non può che avvenire tramite la distruzione delle proprie certezze, a cominciare dall’idea che si ha dell’Io.

Le personalità dei personaggi sono il fulcro di Autobiografia erotica.

Mariella si mostra come una donna cinica e disinibita sia nel mostrare il suo corpo, sia nelle parole usate. Sembra rimasto molto poco della ragazza diciottenne che desiderava diventare una scrittrice. Aristide anche è cambiato nel corso degli anni. Da ragazzo amante delle lettere, pieno di rigidità sessuali, da poco sposato e in attesa del primogenito è diventato un editore di grande importanza con numerose storie d’amore e di sesso alle spalle.

In un primo momento, Aristide reagisce con una risata imbarazzante alla scurrilità di Mariella. Raccontando quel pomeriggio, da buon intellettuale, cerca di usare metafore o parole altisonanti per descrivere le emozioni di allora. La donna non è però interessata alla retorica, ma ai dettagli, alla realtà, alla concretezza. Ed è per questo che insiste nell’usare un linguaggio greve e basso, privo di abbellimenti. Con quest’atteggiamento, metterà in crisi anche le convinzioni che sono legate a quelle parole più astratte, costringendo Aristide a privarsi delle proprie costruzioni mentali e di tutte le spiegazioni razionali per mostrare i suoi istinti e desideri più cupi.

Starnone Autobiografia erotica
I due protagonisti: Pier Giorgio Bellocchio e Vanessa Scalera. Ph di Laila Pozzo.

Si avverte l’origine letteraria del testo, ma questo non diminuisce la forza comunicativa dello spettacolo.

Merito soprattutto della bravura dei due attori. Vanessa Scalera costruisce il suo personaggio prestando grande attenzione ai movimenti del corpo e all’espressività che aiutano lo spettatore a comprendere le emozioni e le intenzioni del personaggio, molto prima che esse siano comunicate a voce. Pier Giorgio Bellocchio conferma la sua bravura portando in scena un uomo che nel corso del dialogo si spoglia di tutte le proprie maschere per mostrare un volto che difficilmente riconoscerebbe o vorrebbe riconoscere allo specchio.

Come si può immaginare già dal titolo, Autobiografia erotica riflette sulla sessualità umana.

Non ne dà di certo una visione romantica, ma ne enfatizza gli aspetti contraddittori. Perché se da una parte ci sono il gioco, l’appagamento e il desiderio, dall’altra risulta chiaro che la sessualità abbia anche degli aspetti più inquietanti per la razionalità umana, essendo legata alla sfera dell’irrazionale. L’attrazione è un mistero: può essere legata a una caratteristica fisica, ma anche a un’idea, a un rumore, a un oggetto. Il rapporto sessuale è un atto sì spontaneo, ma anche profondamente idealizzato in quanto rappresenta il momento di massima intimità tra due persone. Lo spettacolo mostra anche la differenza con cui uomini e donne vivono la sessualità. In effetti, l’essere penetrati e il penetrare sono due azioni molto diverse che implicano “responsabilità” e sensazioni diverse.

Ed è su questo che si confrontano Mariella e Aristide, portando lo spettatore a riflettere con loro.

Starnone crea dei personaggi maschili che dai loro comportamenti rivelano sempre poca consapevolezza di sé. Le donne, invece, pur vedendo la situazione in maniera lucida, solitamente subiscono questa confusione dell’uomo su se stesso, finendo anche loro per perdersi di vista. Proprio come in Lacci, i rapporti interpersonali si rivelano fondamentali per costruire la coscienza dell’individuo e il suo percorso di vita. Visto che sono così importanti, i legami devono essere raccontati e vissuti attraverso l’arte, letteraria o teatrale che sia.

Starnone Autobiografia erotica
Ph di Laila Pozzo

 

Lo spettacolo è breve, intenso, ti colpisce per il linguaggio forte, ti eccita, ti rattrista, ti commuove, ti sorprendere, ti fa ridere e sorridere in maniera amara. E se pensiamo che l’andare a teatro potrebbe essere una sorta di incontro erotico, da una serata trascorsa all’OFF/OFF Theatre, non uscire affatto delusi.

Federica Crisci

Ancora una volta Vino e Arte che Passione convince il pubblico

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Una formula collaudata quella di Vino e Arte che Passione, oramai appuntamento fisso nel programma di degustazione della primavera romana.

Alla sua terza edizione la manifestazione ideata da Ciro Formisano e Antonio Pocchiari si dimostra più in forma che mai. Anche quest’anno la location prescelta dai due organizzatori, è di nuovo lo splendido Casino dell’Aurora Pallavicini. La residenza nel cuore di Roma sembra infatti lo scenario ideale per ospitare la forma concettuale di questo particolare evento.

Qualcosa di più che una degustazione.

Rispetto alle altre degustazioni che affollano il calendario Romano di Primavera, la sua peculiarità è il forte accostamento del vino al patrimonio artistico Italiano, che esprime anche nel nome. Non si tratta infatti di una sterile serie di banchi d’assaggio messi insieme per fare cassa, ma di una compilation di grandi Aziende della Viticoltura Italiana invitate a dare spessore all’evento.

Uno spot ai valori della cultura Italiana, in cui il vino trova il suo spazio a pieno titolo. Agli ospiti è stata offerta in via eccezionale la possibilità di vedere le opere della collezione privata, grazie ad un programma organizzato di visite guidate. I gruppi per tutto l’arco dell’evento si sono succeduti in numero contenuto.

Un’occasione per incontrare grandi opere d’arte.

La condizione migliore per apprezzare i capolavori artistici del Casino dell’Aurora, all’interno del bellissimo complesso architettonico di Palazzo Pallavicini Rospigliosi risalente al 1600. Una visita certamente non banale dato che è stato possibile ammirare grandissimi capolavori, quali l’affresco de “l’Aurora” di Guido Reni, insieme ai dipinti dello stesso artista e, a quelli di Luca Giordano e Annibale Caracci.

Ma anche gli esterni, con la facciata impreziosita da lastre di sarcofagi romani del II e III secolo dopo Cristo. Tesori come le sculture antiche della sala centrale, tra cui spiccano la Minerva, la Diana Cacciatrice, o “la Pastorella” che rende di grande impatto l’ingresso. Dall’Arte si è poi passati direttamente alla passione del vino, attraverso le degustazioni organizzate all’interno del Casino dell’Aurora.

Le verticali di approfondimento.

Nella splendida sala con vista sul Quirinale e su prenotazione, è stato possibile assistere a dei mini seminari per approfondire alcuni vini. Da nord a sud Tiefenbrunner e Baglio di Pianetto due nomi per sottolineare la qualità di un paese intero, votato come pochi altri all’arte del vino.

Nel giardino intanto tante aziende hanno portato in degustazione il meglio della loro produzione. Un grande sforzo di selezione da parte degli organizzatori, per circa 50 Aziende che tutti quanti hanno certamente apprezzato. Come per il Trentodoc la cui presenza ha fatto felice più di qualcuno.

La presenza del Trentodoc catalizza sempre l’attenzione.

Gli spumanti metodo classico di montagna si sono presentati a Roma in grande stile, portando in assaggio quasi tutta la gamma delle aziende. Occasione preziosa per degustare anche etichette che di rado si trovano tra gli scaffali delle enoteche romane. Bellaveder con il Trentodoc Nature riserva 2013, il Morus brut, oppure Zell brut della Cantina Sociale Trento.

Ancora brut con Vervè millesimato della Cantina Roveré della Luna Aichholz, il Piancastello Riserva Millesimato 2013 di Endrizzi, il Corte Imperiale dei Conti Wallemburg. Anche “soliti noti” però come il Moser 51,151 o il grande Methius, qui in versione Riserva 2012. Il Prosecco invece è stato degnamente rappresentato tra gli altri dall’Azienda Colsaliz di Valdobbiadene.

Vini non qualunque tra i banchi d’assaggio.

Già fin qui la presenza all’evento sarebbe stata motivata, ma tra i fermi invece ancora  tante altre sorprese. Tenuta San Guido ad esempio, con il Guidalberto fratello minore del Sassicaia, oppure Tenuta San Leonardo che tra gli altri ha presentato il suo omonimo 2013. Gli ottimi Lessona e Bramaterra doc, splendidi vini a base nebbiolo di Tenuta Sella e i Vini del Monferrato di Tenuta Tenaglia.

Dalla Sicilia il Nerello Mascalese e gli altri vini dell’Etna di Cantina Murgo, insieme alla produzione del Barone di Serramarrocco. A fare gli onori di casa per il Lazio Paolo e Noemia D’Amico, con il Calanchi di Vaiano e gli altri vini prodotti sul confine territoriale con l’Umbria e ad accompagnarli non potevano mancare i vini del Principe Pallavicini.

Il dolce finale di una bellissima degustazione.

Tra questi lo Stillato che insieme al Donna Daria del Conte Emo Capodilista, hanno assicurato la più dolce chiusura possibile alla degustazione. A chi voleva andare oltre ai vini, Grappa Nonino nel segno della tradizione italiana del buon bere, ha presentato l’intera gamma dei suoi prodotti oltre ad una selezione di cocktail. Un evento riuscito veramente bene per un format ormai consolidato, che nemmeno la fugace apparizione della pioggia è riuscito a rovinare.

Bruno Fulco

San Giovanni a Roma: Basilica e Tempietto a Porta Latina

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Tra le mille sorprese che la città di Roma è in grado di rivelare al suo visitatore, quella che si troverà lungo le Mura Aureliane, all’altezza di Porta Latina e dedicata a san Giovanni, è una delle più affascinanti!

Tradizione vuole che questo infatti sia il luogo in cui l’Apostolo Giovanni, intorno al 92 d.C., abbia subito il martirio con l’immersione in una caldaia di olio bollente al cospetto dell’imperatore Domiziano. San Giovanni però ne uscì completamente illeso e l’imperatore decise di inviarlo in esilio sull’isola Patmos, dove avrebbe poi avuto la visione dell’Apocalisse.

È proprio per questa importante tradizione cristiana che papa Gelasio I nel V secolo d.C. fondò la Basilica di San Giovanni a Porta Latina: restaurata nell’VIII secolo ad opera di Adriano I, subì poi un parziale rifacimento, venendo infine riconsacrata da Celestino III nel 1190. La Basilica si presenta al visitatore con una straordinaria facciata in stile romanico, con portico a cinque arcate e un bel campanile del XII secolo. E’ però entrando al suo interno che si rimarrà incantati. Lungo le pareti della navata centrale, è ben visibile ancora oggi il raffinato ciclo di affreschi datato al XII secolo e realizzato da più artisti diretti però sembra da un unico maestro, rimasto purtroppo sconosciuto.

Si tratta di 46 riquadri in cui sono rappresentate differenti scene del Vecchio e del Nuovo Testamento, dalla creazione del mondo alla gloria apocalittica della nuova Gerusalemme. La loro riscoperta si deve agli interventi di restauro intrapresi nel 1940 dai padri Rosminiani che qui si stabilirono, aprendo anche nel 1938 il Collegio Missionario presente ancora oggi nell’edificio accanto alla Basilica.

Davanti invece a Porta Latina, si trova il Tempietto di San Giovanni in Oleo, edificato nel Cinquecento per volere del prelato Adam, nel punto esatto in cui l’Apostolo subì il martirio.

La sua realizzazione si deve a Donato Bramante (oppure ad Antonio da Sangallo il Giovane, l’attribuzione infatti non è ancora certa) il quale concepì un tempietto circolare, elegantissimo ed in puro stile rinascimentale. Nel 1658 il cardinale Francesco Paolucci, durante il pontificato di Alessandro VII Chigi, fece intraprendere degli importanti interventi di restauro che affidò a Francesco Borromini.

L’architetto modificò la copertura del tempietto sovrapponendo al tamburo un attico circolare, decorato con un fregio a rose, palmette e foglie, su cui pose una sfera racchiusa da un motivo a rose, in riferimento allo stemma del cardinale committente. Il tempietto è spesso chiuso, ma in particolari occasioni, è possibile anche entrare al suo interno, potendo quindi ammirare lungo le sue pareti il ciclo di affreschi con le Storie di San Giovanni Evangelista, attribuito a Lazzaro Baldi, allievo di Pietro da Cortona, realizzato nel 1661.

 

 

Autore: L’Asino d’Oro Associazione Culturale

Dreaming Pop: un’immersione nella pop art al Micro di Roma

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Dreaming Pop e il sogno della pop art continua dal Micro di Roma a Spazio Tadini a Milano fino al 3 giugno

Il Micro di Roma, sito in  viale Mazzini 1, ha ospitato una mostra tutta dedicata alla Pop Art. Dreaming Pop ha aperto le porte al pubblico con un vernissage giovedì  10 maggio, per poi accompagnare i numerosi visitatori per tutto venerdì  11 e sabato 12 maggio 2018.

Si è trattato di un vero e proprio successo, una presentazione originale della tanto conosciuta e amata pop art, in versione moderna; è una mostra in cui statue e tele a muro si alternano in una location a dir poco suggestiva, nel cuore di Roma.

A collaborare all’iniziativa sono stati tre artisti romani: Marco Innocenti, meglio conosciuto col suo nome d’arte Brivido Pop, Fabio Ferrone Viola e Stefano Mezzaroma.

La mostra mette in risalto il mondo in cui viviamo e ci riesce benissimo, un mondo incentrato sulla politica ormai in declino e in cui l’arte sembra quasi essere stata dimenticata.

 

Le opere d’arte presenti alla mostra di Brivido pop, Fabio Ferrone Viola & Stefano Mezzaroma:

 

Tanti sono i personaggi raffigurati, dai politici di fama nazionale e internazionale nel panorama contemporaneo come Donald Trump e Silvio Berlusconi, a icone pop degli anni ’70 come Marilyn Monroe e Andy Warhol, per poi fare un salto nel passato, in cui appaiono una Venere di Botticelli assai moderna e una Fornarina di Raffaello del tutto arricchita di modernità. A caratterizzare l’intera esposizione sono gli happening degli anni ’70, ricchi di contaminazioni.

La mescolanza è ciò che rende viva l’esposizione, un connubio tra arte, web e una fusione dei diversi linguaggi che vi ruotano attorno. I colori sono la chiave della mostra: dal fucsia fluo ai colori più  vivi e assai marcati delle opere.

La mostra curata da Paola Valori, direttrice del Micro, in collaborazione con Patrizia Anastasi è stata molto gradita dal pubblico, che attende una nuova edizione della tre giorni. Nel frattempo per tutti i curiosi e coloro i quali non riescono ad attendere una nuova edizione della mostra, vi invitiamo a Milano presso Spazio Tadini, per ammirare le opere di Fabio Ferrone Viola, in esposizione fino al 3 giugno.

Buon sogno Pop a tutti!

 

Alessandra Santini

Ada Byron Lovelace, la “fata matematica” che vedeva la poesia dei numeri

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La vita di Ada Byron Lovelace è stata rappresentata da Galatea Renzi il 15 e il 16 maggio 2018 al Teatro Vittoria di Roma con “La fata matematica”, per la rassegna “Le donne erediteranno la terra”.

Se non ci fosse stata la “fata” Ada Byron Lovelace, io non avrei potuto scrivere questo articolo con il mio computer. Né voi adesso lo stareste leggendo sul vostro smartphone o il vostro tablet.

La scienziata Ada Byron Lovelace, infatti, è stata la prima programmatrice della Storia. Fu la prima a sognare il computer,  l’unione tra fisico e metafisico , tangibile e intangibile.

Valeria Patera è autrice e regista di “La fata matematica”, interessante progetto teatrale che racconta la vita straordinaria di Ada Lovelace.

Lo spettacolo è nato nell’ambito del Progetto Eureka 2018 di Roma Capitale, per far capire che dietro gli strumenti che usiamo quotidianamente ci sono state delle persone rivoluzionarie, che hanno invertito certi dogmi.

Figlia del poeta Lord Byron, Ada Lovelace vive solo 36 anni nella prima metà dell’Ottocento, durante la prima rivoluzione industriale inglese. È dotata di un’eccellente mente matematica e, in un contesto dove neanche esisteva ancora l’elettricità, inventa il software.

Partendo dall’automatizzazione del telaio, la donna intuisce la possibilità di realizzare una macchina, azionata a vapore, in cui trasferire e raccogliere delle informazioni con le schede perforate in modo che potesse effettuare dei calcoli matematici e altre operazioni.

Non lo fa completamente da sola, ma lavora a stretto contatto con un altro matematico, Charles Babbage, il primo a definire Ada Byron Lovelace come la “Fata”.

La tecnologia dell’epoca non è in grado di realizzare ciò che Lovelace e Babbage hanno immaginato. Ma Ada capisce da subito che quell’invenzione cambierà la Storia dell’umanità.

La loro macchina e la loro scoperta innovativa hanno gettato le basi dell’informatica, ispirando lo scienziato Alan Turing per la costruzione del primo computer.

Lo spettacolo “La Fata Matematica” è un viaggio nella vita sofferta della donna e della scienziata Ada Byron Lovelace.

“La fata matematica” è una buona occasione per conoscere questa scienziata, ancora poco nota, sia sul piano personale, che su quello “professionale”. Bene hanno fatto il Teatro Vittoria e Aldo Cazzullo ad inserirlo nella rassegna teatrale “Le donne erediteranno la terra”.

Il personaggio di Ada Lovelace è affascinante e sfaccettato, pieno di contraddizioni.  Un’Ada malata ripercorre la sua vita di donna e di scienziata. Si consegna al pubblico con tutta la sua umanità.

La bravissima Galatea Ranzi la interpreta dandone un’immagine molto sofferente, sia con i gesti sia con il tono di voce. A tratti la recitazione può risultare monocorde, nel senso che racconta tutto con lo stesso grado di drammaticità.

galatea ranzi

Scopriamo il rapporto claustrofobico di Ada con sua madre, Anne Isabella Milbanke, anch’ella matematica. Da lei prenderà l’amore per i numeri, che Ada riuscirà a fare incontrare con la poesia, il mondo del padre,che abbondonò lei e sua madre, poco dopo la sua nascita.

Struggente è il racconto dei sentimenti contraddittori che Ada Lovelace prova per i suoi figli e delle conseguenze della malaria sulla sua salute.

L’allestimento scenico e la regia aiutano lo spettatore a capire la fonte onirica e immaginativa del pensiero di Ada che ha rivoluzionato la matematica, facendo nascere una nuova scienza: quella delle informazioni.

L’allestimento scenico di Valeria Mangiò, insieme alle luci della stessa regista Valeria Patera, sono molto suggestivi. Galatea Ranzi è sempre sola in scena, in una scenografia scarna.

Nel frattempo su teli chiari e leggeri vengono proiettate delle immagini ipnotiche. Aiutano ad immedesimarsi un po’ nel turbinio dei pensieri di Ada Lovelace, che pensa spesso sotto l’effetto di oppio e laudano, prescritte dai medici quando si ammala di cancro.

Babbage, invece, interpretato da Gianluigi Fogaggi, appare solo nei sogni di Ada. Bella è infatti l’immagine di Ada che dorme, mentre vengono proiettati i dialoghi tra  Lovelace e Babbage, mentre immaginano, scoprono e inventano insieme.

Questa scelta registica sembra voler collegare le intuizioni di Ada al mondo onirico. La macchina diventa una visione poetica. L’autrice ha scelto di mettere in risalto come Ada Lovelace riuscisse a visualizzare i propri pensieri. Mentre Babbage arrivava fino ad un certo punto, Lovelace andava oltre con l’immaginazione.

Ada credeva che un giorno avremmo capito che matematica e poesia si corrispondono. A guardare le “magie” che fanno oggi i dispositivi che usiamo ogni giorno e che lei sognava, la Fata Matematica sembra averci visto giusto.

Stefania Fiducia

“Ti racconto una storia”: l’omaggio di Edoardo Leo all’aneddoto

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Giovedì 17 maggio, il Your Future Festival dell’Università Politecnica delle Marche, ha patrocinato lo spettacolo “Ti racconto una storia” con Edoardo Leo. L’attore e regista romano ha intrattenuto il pubblico per circa due ore, con letture di brani di autori, registi e non solo.

Entrando, Leo porta con sé sottobraccio un raccoglitore. Dice che si tratta di un archivio di tutti brani, racconti brevi, passi di film in cui gli è capitato di imbattersi durante la sua vita e di averli conservarti. Ecco, lo spettacolo nasce proprio dalla scelta di leggere alcuni  di questi passi, ogni volta diversi.

Inutile anche dire che le risate non sono mancate. Letture di brani comici, racconti di aneddoti personali, addirittura di barzellette sono state accompagnate dalle musiche sempre pertinenti di Jonis Bascir. Come un vestito su misura, l’accompagnamento musicale calzano a pennello le parole dell’attore, portando ai picchi massimi l’effetto comico.

Per divertirsi, quindi, ci siamo divertiti. È chiaro. Ma quello che più affascina è il principio primo che sottende l’intero spettacolo. Senza nulla togliere alla comicità del decalogo di Benni sul cambio del pannolino, è estremamente affascinante l’idea di creare uno spettacolo ogni volta diverso. Quasi si fosse pensato ai romanzi postmoderni di Calvino, lo spettatore viene coinvolto in un sentiero sempre nuovo. E forse con lo spettatore anche il protagonista viene travolto di volta in volta in un’esperienza diversa.

Immaginiamo questo spettacolo come ad un labirinto, dove ogni passo decide quello che verrà poi.

Principe indiscusso di tutto lo spettacolo è il racconto, o meglio l’oralità. La storia trasmessa per il gusto di raccontare e di raccontarsi. Piacere della convivialità e desiderio di tramandare episodi, aneddoti. Nell’era della scritture e di quella sul web, fa piacere in battersi anche solo per un paio d’ore in una riflessione sulla tradizione orale o sulla scrittura nata dall’oralità stessa. È stato bello tornare seppur per poco tempo alle origini della nostra letteratura. A quegli aedi che raccontavano storie per farle conoscere.

Serena Vissani

“Solo – A Star Wars story”: è lecito uno Star Wars senza Jedi e spade laser?

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Già presentato al Festival di Cannes 2018 nella Selezione Ufficiale e Fuori Concorso, “Solo – A Star Wars Story” uscirà nelle sale italiane il 23 maggio.

Al leggendario contrabbandiere Han Solo è dedicato, quindi, il secondo spin-off della saga di Star Wars realizzato da Lucasfilm dopo “Rogue One” “Solo: A Star Wars Story” nel 2016.

Il film vuole raccontare gli anni giovanili dell’eroe. Svela il perché del cognome “Solo”, come lui e Chewbecca diventano amici inseparabili e come il Millennium Falcon diventerà la sua astronave.

Nel ruolo di Han Solo c’è Alden Ehrenreich, che si muove in un universo criminale oscuro e pericoloso, in cui l’Impero è già al massimo della sua potenza.

Si ritrovano già i tratti caratteristici dell’Han Solo che abbiamo conosciuto in  “Una nuova speranza”, un po’ guascone, con il suo talento innato per ficcarsi nei guai.

Han Solo film
Alden Ehrenreich is Han Solo in SOLO: A STAR WARS STORY.

 

Il film inizia subito con una fuga rocambolesca, la separazione dalla ragazza amata Qi’ra e l’arruolamento per diventare pilota.

Ruoli chiave nella trama sono quelli interpretati da Woody Harrelson e Emilia Clarke (la Daenerys Targaryen de “Il trono di spade”). Mentre Harrelson interpreta Tobias Beckett, un criminale che diventa una sorta di mentore per Han, Clarke è la protagonista femminile Qi’ra.

Sono due personaggi simpatici, ma lontani dal diventare anche vagamente iconici.

A differenza del giocatore d’azzardo Lando Calrissian, interpretato da Donald Glover, che era già un personaggio mitico della saga di Star Wars. Infatti, sapevamo già che è a lui che Han Solo avrebbe vinto a carte il Millennium Falcon.

Han Solo film
Donald Glover is Lando Calrissian in SOLO: A STAR WARS STORY.

Buono il livello di azione e di ironia, ma non c’è il giusto pathos.

Scritto da Lawrence Kasdan & Jonathan Kasdan, “Solo: A Star Wars Story” è diretto da Ron Howard, che garantisce sempre ottimi risultati quando si tratta di film d’azione.

Il regista ritiene che la storia del film rifletta moltissimo “lo spirito dei film originali nella sua combinazione di giocosità e temi profondi, mescolata con grandi scene d’azione, e ambientata in un universo affascinante, invitante, divertente e capace di spingere alla riflessione”.

In effetti, questo film è divertente, i 130 minuti scorrono piacevolmente. L’universo è popolato da creature mostruose, frutto della fantasia di George Lucas, che immagina sempre creature divertenti ed originali.

C’è una discreta dose di ironia, molta azione (bellissime le scene girate sulle Dolomiti) ed effetti speciali all’altezza della situazione.

Ma per il resto non ci siamo. “Solo: A Star Wars Story” non ha l’atmosfera epica e il pathos degli episodi della saga di Star Wars.

Il film è incentrato soprattutto sui temi della lealtà, della diffidenza, del tradimento.

Secondo la produzione dovremmo trovarci anche l’amore e un umorismo leggero. Ma questi due elementi sono alquanto evanescenti.

L’ambiente violento e ostile che l’Impero crea nei pianeti occupati è poco più che accennato, ma non viene messo nel giusto risalto. Solo nella prima parte del film, il clima di guerra e dittatura è ben delineato con la ambientazioni e i costumi da prima guerra mondiale e descrizioni da guerra di trincea.

Lo stesso personaggio di Han Solo negli intenti della produzione dovrebbe essere una “una canaglia, un anticonformista” con  “un elemento di mistero”. Ma il risultato finale non è un protagonista affascinante e carismatico paragonabile al Solo dei primi film di Star Wars, interpretato da Harrison Ford.

In “Solo” ci sono molti colpi di scena e incontri e ritrovamenti inaspettati. Ma filtra poca emozione in questi ultimi. Anche il reincontro inevitabile con la ragazza desiderata dopo anni non sembra essere messo in grande risalto.

In conclusione, “Solo: A Star Wars Story” è un film d’azione piacevole e divertente. Ma una storia di Star Wars senza Jedi e senza spade laser non può che deludere lo spettatore amante della saga.

Semplicemente questo film ha ben poco di Star Wars.

Stefania Fiducia

 

Fibra ottica: quanto pesa il suo impatto su Internet e sul futuro dell’Italia

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Internet si avvia verso una nuova era, fatta di velocità sempre più elevate e dunque di possibilità sempre più ampie.

Gli utenti, per merito della fibra ottica, oggi possono contare su una rete facilmente accessibile ad una rapidità che prima pareva inimmaginabile: al punto che certe connessioni in fibra, oramai, possono raggiungere senza sforzo i 1.000 Mbps di velocità.

D’altronde si sapeva già che le connessioni con questa tecnologia avrebbero cambiato per sempre il modo di intendere il web: sebbene l’Italia non sia fra le primatiste in questo campo, anche qui da noi la velocità – grazie alla fibra – è letteralmente schizzata alle stelle. Quanto pesa il suo impatto su Internet, e sul futuro dell’Italia?

Internet spinto dalla fibra ottica: +67% in termini di velocità

Internet è sempre più veloce, grazie all’impatto che la fibra ottica ha avuto negli ultimi anni. Il 2017, da solo, ha chiarito tutto il peso di questa tecnologia nell’uso odierno della rete: per merito della fibra, la velocità media in Italia è aumentata del +67% rispetto al 2016. Per quanto concerne la crescita degli utenti allacciati alla banda ultra larga, le percentuali sono ancor più elevate: si parla, non a caso, di un incremento pari al +126% nel 2017. Chiaramente le medie, da sole, non possono rendere l’idea di una situazione nazionale molto frammentata: certe città navigano alla velocità della luce, altre sono ancora sotto-soglia. Quali sono i centri più veloci in assoluto, nella Penisola? Vibo Valentia, Ragusa e Crotone sono le province al top, con velocità che vanno dai 28 Mbps ai 41 Mbps.

Fibra ottica a casa: la situazione in Italia

La fibra ottica comincia ad espandersi a macchia d’olio, soprattutto in certe regioni e province. Attualmente, la crescita maggiore della fibra in termini di diffusione la si è registrata a Napoli, Cagliari, Firenze e Bari: qui l’incremento di queste connessioni va dal 198% al 160%. Di conseguenza, l’interesse per la fibra ottica da parte degli utenti sta crescendo considerevolmente, anche se rimane il dubbio della copertura. Non tutte le zone d’Italia, infatti, sono ancora servite dalla banda larga. In questi casi il consiglio è quello di confrontare le offerte su Facile.it prima di sottoscrivere un abbonamento per fibra ottica, perché comparatori online come questo permettono anche di verificare la copertura nella propria zona, oltre a mettere a confronto tutti gli altri dettagli delle offerte.

Fibra ottica: perché è importante per il futuro?

Perché la banda ultra larga risulta essere così importante per il futuro dell’Italia? Per una questione di qualità della navigazione, ma anche per via di una grande crescita economica potenziale. La banda ultra larga permetterà di navigare a velocità sempre più ampie, riducendo al minimo i tempi di risposta. Inoltre consentirà di non risentire di un traffico sempre più elevato, con i conseguenti rallentamenti della connessione. Queste sono caratteristiche indispensabili, nell’ottica della creazione delle cosiddette smart cities e smart home: città e case gestite da reti digitali e da dispositivi IoT (Internet of Things). Infine, la fibra ottica potenzierà la digitalizzazione delle aziende, rendendole più competitive sui mercati internazionali.

Il segreto. Le pagine di un romanzo per comprendere il “Caso Moro”

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Nella messe di libri su Moro in questo quarantennale, Il Segreto di Antonio Ferrari, pur essendo un romanzo, risulta una delle letture più utili per comprendere quei drammatici fatti.

«Eccomi qui, trentacinque anni dopo, con i capelli bianchi ma l’intatto desiderio di condividere con i lettori (in primo luogo i giovani, che di quegli anni sanno poco o niente, ma anche i “diversamente giovani” che invece ricordano tutto) una storia che oggi non fa più scandalo…» 
La storia che nel 1981 non si poteva scrivere, oggi si può raccontare. A farlo è una grande firma del Corriere della Sera, Antonio Ferrari, con il romanzo Il Segreto edito da Chiarelettere.

Un intreccio di spie internazionali, servizi segreti, donne fatali, spietati assassini, poliziotti corrotti, probi magistrati ed efferati brigatisti. Ma anche giovani comunisti, disillusi dal partito e incantati dalla violenta grammatica delle Br e subdoli maître à penser, il tutto sullo sfondo di quello che fu il nostro 11 settembre, il delitto di Aldo Moro.

Scritto con l’inchiostro di un grande scrittore e quello di un superbo giornalista, che fu costretto a girare con la scorta per le sue inchieste sul terrorismo, Il Segreto è innanzitutto una storia affascinante. Un libro che squarcia polverosi veli che il tempo aveva fatto cadere per offuscare la verità.
Che tutta la vicenda Moro, a partire dalla strage di via Fani, sia stata legata a un fitto sottobosco di misteri, mai del tutto svelati, è inconfutabile. Decine di libri sono stati scritti e altri lo saranno, ma Il Segreto si inserisce di diritto nel solco di quel tentativo di fare luce su quello che Leonardo Sciascia definì L’Affaire Moro.

Questo libro è sì un romanzo ma, come dice lo stesso autore, «combacia con la realtà».

 

Il merito di Antonio Ferrari è di aver raccontato attraverso una prosa scorrevole, avvincente, una prosa degna dei migliori autori del genere noir, una delle pagine più indimenticabili nostra storia, vero e proprio spartiacque; perché è indubitabile che esista un prima e un dopo via Fani.

Ferrari, come saggiamente detto da Sergio Romano, è «un guastafeste della memoria.» 

Leggendo il bel libro di Antonio Ferrari non possono non ritornare alla memoria le parole di un grande del secolo scorso: Pier Paolo Pasolini.

«Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.»

 

Maurizio Carvigno

Come una specie di sorriso. Neri Marcorè canta Fabrizio De Andrè

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In Come una specie di sorriso, Neri Marcorè regala il fascino della musica e della poesia di Fabrizio De André. Attraverso le sue canzoni meno conosciute, conquista completamente il pubblico in sala, attraverso uno spettacolo che non è solo un tributo, ma un viaggio nel mondo di chi ha scritto e cantato le emozioni.

Nel 1998, il 13 e 14 febbraio, il Teatro Brancaccio di Roma ospitò uno degli ultimi concerti di Fabrizio De André, uno fra i più grandi cantautori di sempre. A distanza di venti anni esatti da quell’evento, Neri Marcorè, che lo scorso febbraio aveva portato già sul palco le canzoni di De André nel suo Quello che non ho, ha nuovamente reso omaggio all’artista genovese, morto l’11 gennaio 1999, con un nuovo, straordinario concerto.

In Come una specie di sorriso, questo il titolo del suo nuovo lavoro dedicato a Fabrizio, in scena al Brancaccio il 9 e 10 maggio scorso, il poliedrico Neri Marcorè, attore, (Nastro d’Argento come migliore attore per Il Cuore altrove di Pupi Avati) imitatore, showman, si esibisce nel ruolo più intimo, ma forse preferito di cantante.
Come una specie di sorriso, da un verso della celebre Il Pescatore, rappresenta uno straordinario omaggio, prima che vocale, musicale a Fabrizio De Andrè. Per questo sul palco, insieme a Neri, c’è il GnuQuartet, singolare quartetto composto da un violoncello (Stefano Cabrera), da una viola (Raffaele Rebaudengo), da un flauto (Francesca Rapetti) e un violino (Roberto Izzo).

Con loro anche Domenico Mariorenzi alle chitarre, imperdibili alcuni suoi virtuosismi, e Simone Talone alle percussioni. Completano la band le splendide voci di Flavia Barbacetto e Angelica Dettori, che regalano, fra l’altro, una versione da brividi di Bocca di Rosa.

La scelta dei brani proposti da Marcorè e dalla sua band è assolutamente particolare. Volendo privilegiare, nello sconfinato repertorio di De Andrè, quelle canzoni meno celebri, ma non per questo di minore impatto suggestivo.

Da Se ti tagliassero a pezzetti, la canzone che De André scrisse prendendo spunto dalla strage di Bologna del 2 agosto 1980, a Giugno 1973, passando per Creuza de Ma.

Un singolo, quest’ultimo, che, come tutto l’album, è interamente cantato in dialetto genovese e che il produttore David Byrne ha definito, sulle colonne della rivista musicale Rolling Stone, uno dieci dischi più importanti degli anni Ottanta.

Non solo, però, brani meno noti ma anche pezzi celebri come Don Raffaè e Hotel Supramonte, la canzone che De André compose dopo la drammatica vicenda del sequestro, vissuta accanto alla compagna Dori Ghezzi.

Due ore di straordinaria musica, il modo migliore per omaggiare chi metteva la ricerca musicale sempre al primo posto. Marcorè è bravissimo, trasformando questo tributo a Fabrizio in un affascinante viaggio, in cui parole e note, ma anche ricordi ed emozioni, si alternano armoniosamente in un entusiasmo generale.

Nota di merito per Stefano Cabrera che ha arrangiato alcuni pezzi di De André in un modo originale e accattivante e che sarebbero piaciuti al mitico Faber.

Bellissima, infine, la chiusura sulle note del Il Pescatore che coinvolge il pubblico in sala e fa sentire meno pesante l’assenza di un artista mai banale, cantore degli ultimi, narratore come pochi di storie.

Storytelling da Omero a Chiara Ferragni: e se vivessimo la vita invece di raccontarla?

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C’è stato un tempo in cui gli aedi cantavano ai banchetti e i rapsodi intrecciavano versi raccontando grandi gesta. Il tempo della memoria, della parola ritmata. Un tempo che ci racconta Omero, se questo fu davvero il suo nome, in quei compendi di vita antica noti come Iliade e Odissea. L’epica immerge la fantasia del lettore in un mondo dove gli déi giocano con i mortali e i mortali inseguono la gloria per diventare eroi, noncuranti dei pericoli che dovranno affrontare.

Se c’è guerra vuol dire che Ares è nei paraggi, se c’è amore Eros deve aver scagliato la sua freccia.

Anche per i lirici la poesia era un momento di unione, basti pensare a Saffo e alle sue allieve che invocano Afrodite, celebrate ancora nei simposi di epoca classica, in cui si raggiunge la massima espressione dell’esperienza di gruppo col teatro. Un teatro tragico e comico, catartico e riflessivo, ma che come l’epica sa ancora immergere gli spettatori contemporanei nell’atemporalità dei suoi valori.

È l’età ellenistica a dare il via alla scrittura privata, alla nascita del libro. È grazie alla meticolosità dei filologi alessandrini se oggi possiamo apprezzare la letteratura greca in forma scritta, perché la tradizione orale è vittima della debolezza umana, mentre quella scritta riposa nell’immortalità del supporto che la conserva. La scrittura è quindi preziosa per conservare. Per tutti i secoli successivi ha conservato, diffondendosi con la stampa, pensieri, storie, sentimenti. Ha raccontato l’essere umano in tutta la sua completezza.

Il Ventunesimo secolo è quello in cui si scrive di più. Forse anche quello in cui si scrive peggio. E non solo perché la scrittura è diventata il nuovo modo per esprimersi via chat con lo slang digitale (cmq, xkè, ecc.), ma anche perché la scrittura è diventata la nuova oralità, supportata dalla fotografia.

Nella nuova identità 3.0 le nostre immagini di vita (possibilmente quelle in cui sembriamo più perfetti possibili tra un filtro e una photoshoppata) sono la nostra vetrina. Ogni manichino chiaramente ha una didascalia esplicativa, cioè il nostro commento a quella foto, nonché il prezzo, quello della “felicità”.

Chiaramente la dimensione social non è solo fatta di ostentazioni del benessere, ma anche del malessere. Delusione, tristezza, rabbia, tutti i sentimenti privati vengono scritti in bacheca, la vetrina dell’anima. Mi piace, commenti, condivisioni. Quanta approvazione e supporto nel bene e nel male. È reale empatia quella degli altri, è reale odio?

Guardo i profili vetrina e percepisco la nostra immensa solitudine. Quella paura del vuoto e del silenzio che ha trasformato la scrittura in una oralità malata. Un diario segreto pubblico a cui tutti possono aggiungere delle glosse a margine, i loro commenti, i loro giudizi, la loro approvazione o disapprovazione.

Prima se amavi lo sussurravi nell’orecchio, ora fai la storia su Instagram.

Prima filmare, fotografare e raccontare la vita era privilegio del giornalista, che magari raccontava qualcosa di sconosciuto e suggeriva delle riflessioni. Ora, in questa overdose del banale, cosa ha davvero senso, cos’è reale, se per darti la forza di vivere, la forza di sentirlo, lo devi scrivere sui social? E mi chiedo, se fossi attratto da quello che non è considerato “normale” dalla società, lo esporresti sui social? Perché Chiara Ferragni deve mettere in vetrina suo figlio appena nato e non si fotografa quando sta cacando? Perché il bambino è una cosa bella, sottolineo, una cosa. La cacca no. Ma del resto anche in Omero sesso e cibo erano tabù, sono solo cambiati i tempi.

Poi c’è anche chi come Shannen Doherty si fa vedere mentre fa la chemioterapia, per dare forza dice, per sensibilizzare. E quando vedo quelle immagini di dolore penso che qualche dito è passato veloce da un piatto gustoso o un outfit del giorno a quella foto. Come quando su Tinder scorri le foto del papabile partito in modalità album della Panini. Ce l’ho, mi manca, ce l’ho mi manca.

Guardo e mi dico, non fare come Catone che non voleva i Greci a Roma per paura che disintegrassero il Mos Maiorum. Guardo e mi chiedo cosa resta dell’esperienza umana, della gioia e del dolore silenziosi.

Parole, parole, parole, identità fisse, ruoli predefiniti. Io sono questo bel pacchetto e faccio tante cose, mi dite se vi piace? Ditemi CHE vi piace. Ed è subito omologazione. Paura del diverso, dove diverso è l’azione “scorretta”. Mania del controllo. Un controllo che non esisterà mai e che ci fa vivere di attacchi di panico. Quel dio Pan, che spaventava le ninfe nei boschi, e che se solo avessimo il coraggio di accoglierlo, invece che di sedarlo, potrebbe indicarci la via per una vita autentica, fatta di gioia ma anche di merda. Perché alla fine serve pure quella.

Invece, in questa confusione di oralità scritta, sembra di vedere le chiacchiere scorrere sotto i nostri occhi in ogni momento, e veniamo privati della facoltà di scappare dal bar dove le comari di paese chiacchieravano dei fatti di tutti, perché le comari ci inseguono dovunque ci sia un po’ di campo. E il rumore ci distoglie dalla vera essenza. E mentre parliamo stiamo perdendo un po’ di vita, forse oggi più da vivere e meno da raccontare.

Alessia Pizzi

The Handmaid’s Tale 2×04/2×05, un senso di colpa tira l’altro

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Fatico ancora a cogliere il significato di The Handmaid’s Tale in questa seconda stagione.

Tutte le caratteristiche che ne hanno decretato il successo il primo anno ci sono ancora, intatte. Eppure, qualcosa non va. Non che manchi, anzi, forse c’è qualcosa di più addirittura.

C’è un senso, piuttosto evidente, di smarrimento generale. Come se anche gli autori ancora non avesse capito e inquadrato bene cosa fare andando avanti con la storia. Spesso ci sono parentesi ridondanti, altre volte flashback inutili. E la linea guida degli orrori su cui si fonda il tema della seria pare girare vorticosamente su sé stesso.

Ripartiamo da June, naturalmente.

Lei è il cuore della serie, e allora vive dei pregi e difetti della serie stessa. Il suo percorso doloroso è un ciclo di sofferenze che si ripete, sempre uguale ma ogni volta sempre più pesante e insopprimibile. I suoi sensi di colpa che sembrano piegarla, ma le danno pure coscienza per promettere al nascituro di non farlo vivere in quel clima di terrore, compongono un mosaico di bruttezza che pare ripetersi senza sosta.

E senza sosta, ugualmente, The Handmaid’s Tale pare andare avanti per poi invece ripetersi. La fuga di June è durata appena un episodio, e poi è tutto è tornato alla normalità. La storia si è nuovamente fermata, e fatica a sorprendere o spaventare.

Questa seconda stagione non è da buttare, e dopotutto non siamo nemmeno arrivati a metà. Però non sta mostrando nulla di nuovo, o di diverso, da ciò che già sapevano. Soprattutto, pare mancarle il coraggio, l’audacia di modificare lo status quo, la chiarezza su come e quanto andare avanti. Forse, data la vicenda, The Handmaid’s Tale è una serie a tempo che non può andare avanti all’infinito ma, complice anche il successo enorme e inatteso, ancora non sa quanto andrà avanti, spiazzando i progetti degli autori.

La potenza emotiva è rimasta, così come la capacità di creare un disagio senza pari. Basterà però ripetere semplicemente la formula per avere successo?

 .

Emanuele D’Aniello

La Paura, spettacolo sull’insensatezza della guerra

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Al teatro Argot dal 15 al 20 maggio è in scena La Paura di Francesco Bonomo tratto dal racconto di Federico De Roberto, una riflessione attuale sull’insensatezza della guerra, in particolare del primo conflitto mondiale.

Un bravissimo e poliedrico Daniel Dwerryhouse è il protagonista di La Paura dove interpreta il tenente Alfani, sopravvissuto alla guerra e ora in un profondo stato di shock che gli impedisce di riappropriarsi della realtà.

Sin dal primo momento infatti compare sulla scena vestito con un lungo camice bianco, chiuso probabilmente in qualche manicomio, come avveniva a molti soldati di ritorno dal fronte. Il suo cervello è abitato soltanto dal ricordo di immagini bianche che non lo lasciano dormire e che lo trascinano quindi sull’orlo di un delirio.

I ricordi di quella guerra straziante prendono il sopravvento e si trasformano in un presente onirico nel quale lo spettatore viene trasportato.
La noia, la disperazione, il tedio, la morte, l’alcolismo sono tutti temi che attraversano il racconto di De Roberto e che Bonomo mette in scena con un’essenzialità che arriva dritta e tagliente al pubblico.

Francesco Bonomo

Daniel Dwerryhouse è davvero eccellente nel trasformarsi, senza soluzione di continuità, dal tenente Alfani al narratore esterno fino a incarnare i soldati in trincea. Oltretutto, parlando dialetti sempre diversi, riesce a restituire con precisione il plurilinguismo della nostra nazione che in quegli anni risuonava sulle montagne carsiche.

Alfani gestisce la turnazione dei soldati che devono raggiungere la posizione avanzata. Rispettare i turni infatti è assolutamente sacro, per lui non esistono ordini giusti e sbagliati. Sarà un episodio di disobbedienza, quello del soldato Morana che dopo aver rifiutato un ordine si toglie la vita, a farlo ricredere. Una riflessione quindi che si aggiunge alla lista degli orrori che rende il primo conflitto mondiale quanto di più logorante e insensato.

Un refrain che si ripete durante tutto lo spettacolo è “vigilanza incessante ma non ostilità”, ritornello capace di tradurre molto bene il logoramento come struttura fondante della prima guerra mondiale. Una guerra senza lotta, senza scontro fisico, senza vedere mai il nemico austriaco. Una guerra con scopi illimitati, condotta nel segno dell’esaurimento totale dei contendenti, fermi immobili nelle trincee, circondati, come nel caso di Alfani, dal bianco della neve che diventa il colore della morte.

La prima guerra mondiale è stata davvero l’alba tragica del Novecento, di quel secolo breve teatro di stermini e sconvolgimenti capaci di cambiare il volto dell’Europa e del mondo. Chi l’ha vissuta in prima persona porta addosso una ferita impossibile da rimarginare, infettata dalla paura e dallo sconvolgimento.

Francesco Bonomo

La letteratura è piena di queste testimonianze, dallo scrittore austriaco Karl Kraus che scrive Gli ultimi giorni dell’umanità, fino alla celebre L’Allegria di Ungaretti, preziosa e altissima opera poetica del soldato poeta, di quell’ “uomo di pena” che scrive poesie come Sonnolenza, Monotonia e Solitudine, sentimenti prepotentemente protagonisti in trincea.

A cent’anni di distanza dall’evento Bonomo mette in scena uno spettacolo che vuole ricordare e indagare il dolore umano. Affida tutto a un unico personaggio che si sdoppia in tanti altri, suggerendo così l’idea di una lacerazione che è stata uguale  per tutti.

Alfani e i suoi compagni attendono il proprio turno per andare a morire, in un crescendo di ansia che Dwerryhouse è capace di interpretare magistralmente.
In una poesia intitolata Sono una creatura Ungaretti scrive “la morte/ si sconta/vivendo”. Quella morte che diventa compagna di vita dei soldati in trincea e che non abbandonerà mai nemmeno i sopravvissuti.

 

Teatro Stabile di Sardegna, Goldenart Production presentano

in collaborazione con La Casa Delle Storie e Rialto Santabrogio

Teatro Argot Studio

15 | 20 MAGGIO 2018

LA PAURA

dal racconto di Federico De Roberto

regia e adattamento Francesco Bonomo con Daniel Dwerryhouse

costumi Andrea Viotti -video Alessandro Gianvenuti-Studio Lord Z – disegno luci Giuseppe Filipponio – sonorizzazione Massimiliano Bonomo – aiuto regia Giorgia Salari – consulente letterario Franco Marzocchi

Diletta Maurizi 

Parole, testo e altro ancora: quando la lingua è un’orchestra

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È di recente uscito per i tipi de Il Saggiatore il libro La lingua è un’orchestra, di Mariarosa Bricchi. Protagonista del saggio è la lingua, che viene analizzata minuziosamente nei suoi dettagli e illustrata nella sua meravigliosa omogeneità.

Il sottotitolo dell’opera cita: Piccola grammatica italiana per traduttori (e scriventi). 

Diciamo che non si tratta di un sottotitolo da niente. Affatto trascurabile perché suggerisce il destinatario dell’opera. La grammatica è rivolta ai traduttori e, più in generale, a colui che scrive. Lo scrivente, appunto.

Il libro affronta punti nodali della linguistica e della grammatica italiana. Passando dal testo, considerato nel suo etimologico significato di tessuto, si arriva a considerazioni più generali sull’italiano standard e sui dialetti.

Non sono mancate panoramiche generali sulle parole. Analizzando i neologismi e i foresteismi, Bricchi parla anche di dizionari storici e di sinonimi. La parola, insomma, unità cellulare della lingua, viene decorosamente raccontata nella prima parte del saggio. Quasi fosse un prisma, ogni capitolo ne illustra le numerose sfaccettature. Il risultato è un mix perfetto di tutto quello che la lingua costituisce.

Quando diciamo che tutti gli aspetti sono stati trattati, intendiamo dire che lo sono stati anche da diversi punti di vista. Sono state prese in considerazione sia la componente sociale, che quella geografica, così come quella storica che quella diamesica non sono mancate. Ad avallare le teorie dell’autrice, accorrono, inoltre, numerosi esempi di traduzioni che provano con la propria testimonianza le tesi trattate.

Tra le varie, è suggestiva la riflessione su un italiano malato di congiuntivite, in cui si mette nero su bianco che l’italiano più che soffrire di mancanza dell’uso del congiuntivo, ne è addirittura saturo. L’avreste mai detto leggendo i vari post sui social network?

Tuttavia la riflessione che più colpisce, in tutto il saggio, è quella che concerne l’antilingua.

Bricchi riprende la definizione che Calvino dà dell’antilingua, come quella lingua in cui le parole si allontanano dai significati. In cui il significante si separa dal significato. La lingua viene uccisa nel momento in cui la parola viene svuotata del suo preciso significato, confinando il vocabolo in un’area di indefinita vacuità.

La grandezza di una lingua sta proprio nella sua capacità di strutturare la realtà e di renderla comprensibile durante il processo comunicativo. Questo tarlo, che dal boom economico connota i media, è d’altra parte stato oggetto anche di una delle gag cinematografiche più famose di sempre. Non è possibile non ricordare i celebri exploit di Tognazzi in Amici miei che con un dialogo formalmente e mimicamente corretto consente ai suoi compari di salvarsi pur non dicendo assolutamente nulla di sensato..

Per quanto questo esempio possa essere eccessivo, si tratta di uno stralcio del cinema nostrano in grado di mettere perfettamente in mostra quanto sopra detto. L’antilingua si dissocia dalla realtà non significando nulla di comprensibile. È un rischio che possiamo continuare a correre? Possiamo permetterci che la lingua non sia più una lingua?

Serena Vissani

In una rara degustazione i Vini di Cipro incontrano Roma

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La sorprendente viticoltura di Cipro crocevia del mediterraneo, che affonda le sue radici millenarie tra il mito e la storia.

Una degustazione di grande interesse come nei precedenti appuntamenti del cammino intrapreso già da tempo dall’Onav di Roma, che riesce sempre a proporre appuntamenti interessanti. Questa volta a catturare l’interesse degli appassionati è stata la viticultura Cipriota.

La serata organizzata con il patrocinio dell’ambasciata di Cipro a Roma e alla presenza del suo Ambasciatore, è il frutto di una ricerca che mira a proporre eventi degustativi che siano in stretta relazione con gli aspetti culturali del vino. Quella che oggi rappresenta la vera chiave di lettura per chi si interessa delle cose di bacco.

Come non fare allora riferimento ad Afrodite dea dell’amore e della fertilità, che il mito vuole nata dalla spuma delle onde Cretesi e particolarmente benevola con questa terra. La Repubblica di Cipro oggi è uno stato a se ma chiaramente in stretta relazione di influenza con il periodo Ellenistico, che agli albori della sua storia ne ha marcato i tratti socio culturali.

Una viticultura millenaria nata insieme a quella Greca.

Non una viticultura improvvisata quindi, ma strettamente connessa a quella Greca protagonista dell’antichità enoica. Il vino infatti a Creta si fa da 5000 anni. Del resto piazzata com’è tra le rotte da cui proviene la vite e quelle dove si è poi propagata, non poteva che essere così. Nel medioevo è stato un crocevia importante per gli scambi nel mediterraneo, ricoprendo il ruolo importante di porta d’accesso verso il mondo mediorientale.

Dal punto di vista strettamente tecnico invece la viticultura Cretese presenta la peculiarità di essere a “Piede franco”. Sembra infatti che la fillossera sull’isola non produca i suoi effetti devastanti e i vitigni, possono essere piantati senza l’ausilio di un portainnesto americano. Questo fatto non è una semplice sottolineatura da enosnob, ma un aspetto fondamentale per capire la vera essenza dei vitigni.

Quella che è la loro vera identità non mediata dal portainnesto, che comunque influenza sempre le caratteristiche varietali di origine. Anche il clima asciutto favorisce l’integrità delle uve, scongiurando quelle che sono in genere le altre minacce tipiche per la vite. Gli impianti sono distribuiti sulla costa che guarda verso il Libano ed Israele, nella zona che si estende da Lemesos fino all’estremità occidentale dell’isola.

Le strade del vino e tante cantine da visitare.

Il complesso delle strade del vino Cipriote, comprende sette itinerari e un discreto numero di cantine tale da giustificare un viaggio a tema. La cura di questi percorsi rivela anche come per gli isolani il vino rappresenti un fattore fortemente identitario. Anche in contrapposizione alla presenza turca, che preferisce il buon vivere dell’isola e stare a qualche metro di distanza in più da Erdogan.

Il delegato Alessandro Brizi insieme a Costas Linardos, importatore di questi prodotti attraverso Ellenikà, hanno presentato in degustazione otto vini. Una produzione che arriva gradualmente fino ai 1400 metri di altitudine. Fattore che insieme alla varietà dei suoli ricchi di nutrienti minerali ed in parte anche vulcanici, genera un ventaglio di diversi terroir. Ogni vitigno riesce così ad esprimersi nei singoli vini, con un proprio carattere ben definito.

Aspetto riscontrabile sin da subito nel Xinisteri il vitigno più importante a bacca bianca. Il primo è stato il Xinisteri 2017 dall’Azienda Tsiakkas nella zona della Commandaria. Vinificato in purezza, come gli altri che seguiranno, si è dimostrato di impatto non impegnativo e di estrema gradevolezza. Fiori bianchi, mela ed altri frutti a polpa bianca con accenni di erbe aromatiche fresche. In bocca rimane coerente al palato, declinando la frutta sugli agrumi e con una piacevole sensazione dolce.

In degustazione i bianchi e i rossi di Vasilikon e Tsiakkas.

Poi la versione dell’Azienda Vasilikon con il Laona Akamas Dop, sempre Xinisteri ma proveniente dalla zona occidentale dell’isola.  Profumi più tenui del precedente e sentore di limone delicato, ma dotato di maggior sapidità. In bocca più ricco e rotondo, equilibrato e dal finale abbastanza persistente. Stessa zona e stessa Azienda anche per il Morokanela 2016, altro autoctono come tutti gli altri in degustazione. Un vitigno che non è facile trovare nemmeno a Cipro. Frutta estiva matura, iodio e dolcezza di un classico bianco del mediterraneo. Semplice, sapido e, gustoso nell’approccio al palato.

A seguire di nuovo l’Azienda Tsiakkas, che ci riporta in montagna nella Commandaria con due vini. Il Promara 2016, ancora un bianco ottenuto attraverso una lunga macerazione sulle bucce che ne aumenta la complessità. Qui Il frutto vira decisamente verso il tropicale e si fa più intenso, quasi stramaturo. Lievi sentori di cipria e richiami dolci lo completano. Morbido ed equilibrato al palato, si allunga piacevolmente nel finale.

Il tratto comune dei vini mediterranei.

Poi il Giannoudi 2016 primo di tre rossi, che presenta una qualche affinità con il Sirah, con il quale condivide qualche aspetto molecolare. In questo al piccolo frutto rosso si aggiunge una sfumatura verde, seguita dalle spezie. Al palato l’acidità lo rende gradevole, così come il tannino che è già pronto e non imponente.

Gli Altri due rossi sono targati ancora Vasilikos. Il Lefkada 2015 dalla piacevole sfumatura vegetale balsamica e gli aromi tipici degli arbusti di macchia mediterranea essiccati al sole. Al palato dotato di maggiore struttura del precedente e con il tannino che eccede ancora un po’, ma che è una bella promessa per il futuro.

Ultimo il Maratheftiko 2015, un uva molto antica per il rosso più complesso del lotto. Balsamico dal frutto maturo, sprigiona note di tostature, caffè e spezie. In Bocca di struttura più leggera di quello che ci si potrebbe aspettare, comunque dotato di grande tannino ed equilibrio gustativo.

Il Commandaria vino di re e di cavalieri.

Per chiudere la degustazione una perla della viticultura Cretese, il Commandaria Dop 2005 dell’Azienda Karseras. In questa versione prodotto dall’assemblaggio di Mavro e Xinisteri, mentre il disciplinare prevede anche il solo uso del secondo vitigno. Qui ogni descrizione è superflua perché parliamo probabilmente del più antico passito del mondo. Un vino straordinariamente ricco e nella versione originale non filtrata in cui trovano spazio in grande numero tutti i sentori della tipologia, dalla frutta disidratata e secca al miele la caramella mou, lo zucchero di canna fino alla liquerizia e all’arancia candita.

Un tripudio di profumi che al palato si tramutano in gusto intenso e prolungato. La leggenda vuole che il Commandaria sia stato il vino dei Crociati ed il preferito da Riccardo Cuor di Leone. Noi non c’eravamo ma davanti a questo vino da Re non facciamo fatica a crederci.

Bruno Fulco

Dogman, cane mangia cane e uomo mangia uomo

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Mettiamo subito le cose in chiaro. Chi cerca intenti di ricostruzione di cronaca fedele, ha sbagliato film. Chi cerca uno sguardo pulp sulle efferatezze di quell’episodio reale, ha sbagliato film. E pure chi cerca una presa di posizione retorica ha palesemente sbagliato film.

Matteo Garrone non è quel tipo di regista, non ha mai avuto tali finalità, e Dogman lo conferma. Parte da un truculento caso di cronaca ormai quasi dimenticato, quello del cosiddetto “canaro della Magliana“. Poi però, pur rimanendo saldo nell’ispirazione, Dogman segue il proprio DNA, quello di Garrone appunto.

E così, plasmato con la lezione neorealista tanto cara al regista romano, filtrato attraverso la predilezione di crime sociale che lo ha imposto alla ribalta, il Dogman di Garrone è una nuova profonda e oscura indagine nell’Inferno delle periferie geografiche e umane. Che siano le vele di Scampia, oppure un quartiere dimenticato da Dio, poco importa: fondamentale è sempre l’ambiente.

Il protagonista di Dogman non è un uomo cattivo, anzi tutt’altro, ma è completamente condizionato dall’ambiente in cui si trova. Più che per la professione da “canaro”, la sua vicinanza al mondo dei cani è dovuta ad una caratteristica ben precisa: l’appartenenza al branco. Anche per una debolezza di carattere e una evidente fragilità sia interiore sia esteriore, per lui è vitale la riconoscenza degli altri, essere amico di qualcuno, appartenerne letteralmente ad un gruppo. Non essere mai solo, in sostanza.

Quella di Dogman è una parabola su quanto il microcosmo che ci circonda possa condizionarci, cambiarci. Un uomo per quanto buono messo in un contesto cattivo si trasforma, inevitabilmente.

Garrone non fa prigionieri nel raccontarlo, assolutamente. Ha indubbiamente somiglianze con suoi precedenti film, ma Dogman è davvero il lavoro più cupo del regista. Una storia senza speranza, con barlumi di luce sfocatissimi, in cui persino la minuscola concessione al sogno è amarissima, e figlia di un desiderio crudele. Non c’è redenzione, sarebbe quasi irrealistico. Dalla fotografia nebbiosa, alla scenografia senza vie di fuga, tutto in Dogman è creato per trasmettere disagio.

Quel disagio che è tutto contenuto nel primo piano finale del superlativo Marcello Fonte. L’ansia, la vera tensione umana che il film ha costruito, tutto conduce a quello sguardo. Non c’è solo il vuoto della speranza, l’abisso autentico della consapevolezza del dolore, ma soprattutto il punto d’incontro tra degrado urbano, degrado sociale, degrado personale. Garrone, con una storia tutto sommato semplice, tutto sommato strutturata ancor più semplicemente, scava senza sosta nello squallore della desolazione umana che diventa violenza e ne genera altra ancora. Non c’è bisogno di violenza esteriore, quella sanguinolenta, quella che avrebbe illuso con una catarsi fasulla, quando c’è tutta quella interiore: Dogman ci immerge nella pura e ineffabile bruttezza.

Con un casting perfetto, con quei volti e quelle interpretazioni che da sole reggono tutto, con quella sapienza registica e tematica che ha pochi eguali, possiamo allora perdonane qualche prolissa sottolineatura nella seconda parte. Dopotutto il film ha già efficacemente reso l’idea fin dall’inizio. Fin dalla prima inquadratura, fin dal ringhio feroce di un pitbull che fa da sottofondo al sorriso e alle parole confortevoli di un uomo indifeso. Indovinate un po’, alla fine di tutto, cosa rimarrà?

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Emanuele D’Aniello

Roma e il suo antico passato: il Sepolcro degli Scipioni

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Per chi fosse in cerca di un luogo un po’ insolito da visitare giungendo nella città di Roma, è lungo via di Porta San Sebastiano – non lontano dalla via Appia Antica – che potrà trovare un piccolo gioiello del passato: il Sepolcro degli Scipioni.

Nascosto ai passanti dietro un alto muro, vi è infatti uno dei sepolcreti più incredibili del mondo antico, appartenuto per quasi 300 anni all’importante famiglia romana degli Scipioni.

Il sepolcro venne scoperto casualmente nel Settecento dai fratelli Sassi, proprietari della vigna sovrastante, e nonostante la poca attenzione scientifica dell’epoca – le tecniche di scavo erano infatti molto invasive perché finalizzate principalmente al ritrovamento dei reperti da esporre nelle collezioni private – il suo ritrovamento venne fin da subito riconosciuto come importantissimo!

Il sepolcro, completamente scavato nella roccia, doveva essere caratterizzato da una facciata monumentale impreziosita da tre statue forse in marmo, rappresentati Scipione l’Africano, suo fratello Scipione l’Asiatico e il poeta Ennio.

In aggiunta vi era una sontuosa decorazione pittorica – di cui oggi restano in realtà poche tracce – databile a periodi differenti: le fasi principali degli affreschi risalgono al II secolo a.C., quando cioè Scipione l’Emiliano fece ingrandire e monumentalizzare l’intera zona, mentre la fase più tarda è del I secolo d.C., quando il sepolcro fu riutilizzato come luogo di sepoltura dalla gens Lentuli, un ramo collaterale della famiglia degli Scipioni che nel frattempo si era estinta.

Una volta entrati si noterà un articolato sistema di gallerie, tre a sviluppo longitudinale e tre trasversali. Sul fondo del sepolcro, troneggia la copia – l’originale oggi è ai Musei Vaticani – del grande sarcofago in peperino di Lucio Cornelio Scipione Barbato, colui che verosimilmente fece costruire l’intero sepolcro nel III secolo a.C.

Nelle altre gallerie del sepolcro furono invece adagiati i sarcofagi degli altri membri della famiglia, molti dei quali presentano iscrizioni, dipinte o scolpite, con i nomi dei proprietari, le cariche ricoperte in vita e le loro doti morali.

Le sepolture rinvenute sono circa una trentina, alcune delle quali formate anche da olle cinerarie (recipienti in terracotta per la conservazione delle ceneri e delle ossa del defunto cremato), probabilmente però di epoca più recente. Tra quelle rinvenute però non figurano quelle dei due più illustri personaggi della famiglia, Scipione l’Africano e Scipione l’Emiliano, vissuti in periodi differenti, ma entrambi noti per le loro imprese e gesta contro Cartagine.

Il sepolcro venne abbandonato nel I secolo d.C. e nelle sue immediate vicinanze, fu realizzato un colombario ipogeo, forse adibito a sepolture di liberti, cioè schiavi affrancati. Nel II secolo d.C. invece l’intera area fu adibita a quartiere abitativo: parte del sepolcro venne infatti sfruttata come fondazione su cui edificare un’insula, l’abitazione comune dell’antica Roma con la forma di un caseggiato a più piani, rimaneggiata poi anche in epoca medievale.

Ma le sorprese non finiscono qui. A lato dell’ingresso del sepolcro, in epoca tardo antica o medievale, venne creata una calcarea, una grande fossa per fondere il marmo e ricavarne calce, la cui esistenza testimonia come ormai il sepolcro fosse già in stato di abbandono.

Autore: L’Asino d’Oro Associazione Culturale

Sabato 19 maggio 2018 c’è la notte dei Musei a Roma!

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Torna a Roma la tanto attesa notte dei musei: sabato 19 maggio non perdete la notte della cultura.

Anche quest’ anno immancabile appuntamento a Roma con tutti i musei che straordinariamente resteranno aperti fino a notte. L’orario abituale della maggior parte dei musei di Roma sarà modificato per una sera: quella di sabato 19 maggio 2018, che apriranno in via del tutto eccezionale dalle ore 20.00 alle ore 02.00. Numerosi sono i musei romani che hanno deciso di aderire all’ iniziativa, visto il successo degli scorsi anni, perché diciamocelo, passare un sabato sera all’ insegna dell’arte e del divertimento coi pro

pri amici è del tutto allettante, piuttosto che frequentare i soliti locali o bar. La cultura è molto apprezzata a Roma, ma non solo anche in tutta Italia. Diverse saranno, infatti le città che aderiranno in tutta Italia all’ iniziativa.

Ad esempio il museo di Roma MAXXI, sarà aperto dall 20.00 alle 02.00 e sarà possibile visitare la struttura, pagando l’ingresso del biglietto 1€.

 

Tre musei di Roma: MACRO, MAXXI E GNAM – Galleria Nazionale Arte Moderna

Potrebbe essere una buona occasione per riunirvi con la vostra famiglia, i vostri amici e coinvolgerli in una delle vostre passioni culturali che più vi travolgono. Qui una lista di tutti i musei che aderiscono all’ iniziativa: cliccate qui.

Vista la fila degli scorsi anni è consigliabile acquistare i biglietti online, o consultare telefonicamente la struttura che avete scelto di visitare, qualche giorno prima. Vi terremo aggiornati sugli eventi e vi faremo sapere dove si trova la redazione di CulturaMente quella sera, seguiteci sui nostri social: facebook, twitter e instagram per rimanere aggiornati sugli eventi culturali romani, oppure iscrivetevi alla nostra newsletter, nella parte finale della nostra pagina: CulturaMente.

Buona notte dei musei a tutti all’insegna della Cultura!

Controcanti a Your Future Festival: Lucarelli e il suo spettacolo sulla censura

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Il 15 maggio, in occasione del Your Future Festival, l’Università Politecnica delle Marche, in collaborazione con Marche Teatro ha reso possibile lo spettacolo “Controcanti – L’opera buffa della censura” interpretato da Carlo Lucarelli, Marco Caronna e Alessandro Nidi.

Ritrovati per caso in uno scantinato, questi tre personaggi scoprono i testi di una radio del 1939. Leggendoli, analizzano e raccontano la censura di quegli anni. Parole e musica si fondono per affrontare un excursus sulla censura musicale del regime fascista e non solo. Pur prendendo spunto dal “pretesto scenico” della stazione radio, Lucarelli e Caronna, accompagnati dalle musiche di Nidi, raccontano i totalitarismi europei, senza risparmiare destra e sinistra. La censura da Hitler a Stalin, passando per Mussolini ovviamente.

Ma la censura non è solo propria della dittatura. Anche le democrazie hanno la loro buona dosa di censura, o di consigli, come ironicamente viene fatto presente più di una volta. Da qui i controlli di occhio nascosto ma vigile che sulle parole vietate, sui testi. Pena l’esclusione dai principali mezzi di comunicazione.

Raccontare la censura non è un’operazione da sottovalutare, soprattutto se si riesce a far sorridere per tutto il tempo.

Quasi tutto il tempo, in realtà, dato che gli aneddoti esposti hanno fatto accapponare la pelle in non poche occasioni. Tuttavia, attraverso il fenomeno del contrasto, il sorriso non può non affiorare sulle labbra di chi ascolta.

La censura viene presentata in tutta la sua insignificante meschinità. Allusioni, caccia all’oscenità, repressione sono solo alcune delle varie sfaccettature della censura che vengono messe in evidenza. Tutte sono inesorabilmente e crudelmente sbeffeggiate, derise, sminuite con la musica e la ragione. L’accompagnamento musicale fornisce il suo contribuito là dove l’aneddoto contestualizza il fenomeno. La razionalità colpisce acremente e segna punto su punto contro un nemico deriso e ridicolizzato.

Nonostante tutto, però, lo spettatore non esce dalla sala consolato. Un alone di negatività circoscrive l’intero spettacolo e la porta che sbatte inaspettatamente alla fine, non lascia presagire bene per il futuro. La storia che ci è stata raccontata non è lontana e non c’è ancora un lieto fine.

Serena Vissani

“Cosa dirà la gente”. Il cinema parla di emancipazione femminile

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Si è da poco concluso il Bifest 2018, realizzato a Bari da Felice Laudadio per il nono anno.

La risposta del pubblico barese, come ogni anno è stata entusiasta. Un’ulteriore conferma dunque  per il Bifest che ormai s’inserisce di diritto tra le maggiori rassegne cinematografiche in Italia. L’ottima organizzazione e l’ingente affluenza di spettatori hanno incuriosito e allertato l’attenzione degli addetti ai lavori e non. La realtà culturale pugliese si dimostra ancora una volta  pronta ad emergere autonomamente su scala nazionale e internazionale.

Nella sezione Panorama Internazionale, fra le pellicole straniere proiettate in anteprima in Italia, spicca “Cosa dirà la gente?”.

Il lavoro è firmato dalla regista Iram Haq alla sua seconda opera cinematografica. “Cosa dirà la gente” ripercorre eventi e situazioni che la Haq ha realmente vissuto. Una profonda simbiosi sembra essere nata sul set tra la cineasta e l’attrice Maria Mozhdah. La sorprendente interpretazione della giovane e impavida Nisha, le è valso il premio come Miglior Attrice, assegnatole dalla giuria popolare per il Panorama Internazionale.

Nel formulare una scelta vi è una quantità di conformismo che si applica nella libertà. Contemporaneamente vi è una parte di libertà che si applica nel conformismo. Queste in “Cosa dirà la gente” sono uguali.

Nisha, l’eroina della vicenda narrata in questi giorni al cinema, vive infatti  in Norvegia, quello che è il destino di molti immigrati di seconda generazione. Dividersi tra il fanatismo dei rituali religiosi islamici e le ingenue e dirompenti scoperte dell’adolescenza. Promossa da una società libertaria, in avanscoperta Nisha esplora le vicissitudini di giovane donna.  Riconoscendosi ugualmente nelle libertà concesse dal Paese che la accoglie e nel radicale integralismo della sua famiglia. Inevitabilmente Nisha sbaglia, tradendo  quei principi non scritti di civiltà, cultura e religione che fondano l’Islam.

Letteralmente il titolo originario dell’opera è “Hva vil folk si”. Ovvero: «una famiglia disonorata dal comportamento di uno dei suoi membri non potrà più farsi guardare dalla gente».

Nel passaggio all’età adulta, Nisha comincia a rivelarsi nell’incontro con i coetanei. Scopre con tormento così la sostanziale separazione tra il contesto famigliare e quello sociale in cui vive. Viene violentemente esclusa dal quel naturale ed impulsivo processo di formazione tanto immediato per le sue amiche. In famiglia infatti vi sono dei veti posti dalla tradizione fondamentalista islamica, cui la sua famiglia è legata. Secondo i dogmi imposti dalla fede, l’immagine privata si estende a quella sociale. Il rifiuto di Nisha alle regole avviene come membro di un clan, in opposizione a questo. Le esperienze che le rivelano di esistere per sè, hanno delle conseguenze brutali rispetto al suo esistere per gli altri(il padre, la famiglia, la comunità).

In “Cosa dirà la gente” l’incontro con l’altro sancisce la condanna al silenzio e la segregazione.

Il sistema religioso appare come strumento di oppressione, predominio  e sospetto verso la donna. Preclude a priori per Nisha di potersi difendere dalle accuse di immoralità. In nome di un principio di superiorità universale, la garanzia di un benessere privato si estende a livello pubblico. Non rimane altro che incutere soggezione per difendersi dal marchio del disonore. La Iraq ferma nella pellicola, il grave problema di un atteggiamento religioso che nell’affermazione di sé e per sé, non vede il rispetto dei principi di giustizia, libertà e uguaglianza, sostenuti anche per l’altro. Difatti si evince come  l’esperienza collettiva nella religione, annulli l’individualismo per comporre l’esemplare. Sia questa un’occasione di prevaricazione o meno, è trascurabile.

Nisha  non accetta il destino che la famiglia le ha assegnato in nome di una differenziazione sessuale.

Eppure nonostante le venga fornito un aiuto dalle istituzioni norvegesi, non riesce a sfuggire alle ire della sua famiglia. Non è libera di potersi esimere dalle sue radici. Questo avviene poiché non ha avuto ancora l’occasione di maturare una autocoscienza. Come accade a molte donne, Nisha non ha ricevuto un’educazione che generi lo sviluppo personale. Accetta difatti inerme e con sconcerto, la nuova relazione ostile instauratasi con il padre. Quella che vedeva come complicità, era una detenzione affettiva. Nisha vive solo una situazione accomodante di equilibrio, collegata all’assoggettamento famigliare e materiale.

Nella ricerca del dialogo, Nisha continua per tutto il film a porre domande cui non verrà mai data una risposta.

La repressione nella dialettica in “Cosa dira la gente” è un chiaro segnale della privazione di dignità per Nisha come persona, neanche più solo come donna. Un esonero dall’esistenza. L’ostinata sopravvivenza delle tradizioni più antiche, in tutte le epoche e società, costituisce di base un blocco per l’emancipazione. Oggi come allora la donna deve valutare in che senso la natura biologica determini la sua vita. A quali occasioni deve rinunciare e quanti rifiuti deve ricevere? Le tentazioni di osare,  di rischiare e di esplorare per Nisha, costituiscono sempre un ostacolo.

Nisha è costretta dalle circostanze ad abdicare alla sua esistenza.

Per mascherare il disonore imputatole dalla famiglia, è costretta al confino in Pakistan. Nella terra natia dei genitori la sua identità è estirpata. Inserita in  un contesto famigliare, sociale e culturale a lei estraneo, la ragazza conosce l’ostracismo più abietto. È condotta all’alienazione rispetto al suo passato. Ed è evidente la situazione che a questo punto in “Cosa dirà la gente” , è denunciata. Nisha è vessata da un matriarcato che emerge crudelmente, in modo passivo. Le familiari di Nisha(su tutte, zia e madre) hanno assimilato l’aggressività, la prepotenza e l’ostilità degli uomini.

Un femminile che non integra.

È infatti lampante nel film, la totale mancanza di complicità femminile in grado di opporsi alla ferocia maschile. In effetti fra le donne negli spazi di condivisione quotidiana, non viene tessuta una rete di sofferenze che generi solidarietà. Integrità e integrazione coincidono e in questa storia sono assenti. Ci sono dunque donne che pare combattano contro Satana ma non costituiscono nulla di positivo. La regista delinea, in contrasto alla vitalità dello sguardo di Nisha,  i ritratti di donne per cui l’ideale della felicità è sempre materializzato nella casa e nel matrimonio.

Il focolare è il simbolo della partecipazione e della separazione.

Nisha prova ad interagire con una realtà femminile(la mamma prima, la zia e la cugina poi) per cui la vita è percepita come uno sforzo continuo. Le giornate per Nisha difatti ora sono scandite dalle cure domestiche, intese nella fatica svolta per un compito ingrato. Le donne pakistane appaiono miseramente devote alla prudenza, all’avarizia, all’acredine e alla diffidenza. Lo spettatore nota che per le donne la sola opportunità di farsi valere e partecipare alla vita pubblica, avvenga durante la spesa.

La contrattazione al mercato è uno dei maggiori valori domestici.

In “Cosa dirà la gente” alla scena del mercato, la regista affida il simbolo della condizione femminile islamica. Imprigionate nei riti della vita domestica, l’unica occasione di realizzazione possibile per le donne consiste nel rapporto di lotta e astuzia che si crea nel conquistare il miglior prezzo. Osserviamo successivamente nel film, Nisha impastare faticosamente la pasta per il pane; viene messa in scena una cucina come atto ripetitivo e faticoso. Le donne nel film passano giornate intere ad arrostire, cuocere e riscaldare cibo. Le azioni sono meccaniche non prevedono nessuna passione, nessuno sfogo creativo. La donna è rappresentata in associazione alla funzione biologica e sacra di nutrice. Un immaginario a noi lontano, privo del glamour di certi programmi culinari in tv, cui siamo abituati.

Nisha si afferma come soggetto, come coscienza.

La regista Iram Haq ha ben in mente di soffermarsi sulla rivolta silenziosa e spontanea della protagonista. Nisha rimane intatta nella sua dignità, nonostante le molteplici violenze subite. Riesce a proteggersi nella clandestinità di un tenero amore per un suo parente. Ma l’idillio è brutalmente scoperto e represso dalla polizia. L’atteggiamento feroce e impunito dei poliziotti è legittimato dalla religione che permette agli uomini di arrogarsi l una volontà di dominio in nome della legge.

Nisha non può vincere che perdendosi.

Questo perciò le permette sempre di trasgredire e di scappare. L’arco narrativo in “Cosa dirà la gente” si corona magnificamente tramite la corsa di Nisha, posta all’inizio e alla fine del film. Nel mezzo è avvenuta la sua catarsi. La protagonista ci viene mostrata mentre fugge dal compimento di un destino che non accetta perchè le impedisce di trascendere al suo essere. Nisha ha rischiato di perdere la sua identità, preferisce in conclusione perdersi per le strade norvegesi. Impaurita sì, ma certamente con una maggiore fiducia in sé e nel futuro.

Il privilegio che ha la donna oggi è l’imparzialità.

Dopo la visione di “Cosa dirà la gente”, viene naturale fermarsi a riflettere per lottare contro gli episodi di rabbia, aggressività, emarginazione, isolamento e incomprensione, ormai all’ordine del giorno. Dobbiamo compiere uno sforzo di lucidità, per non cadere nella spirale d’odio e nell’atteggiamento di separazione. Sia questo fra gli uomini che fra le donne.

Ma “Cosa dirà la gente” offre anche un ottimo spunto di riflessione sulla laicità come strumento d’integrazione.

Ricordandoci che la libertà consiste anche nell’assunzione cosciente di obblighi non necessari. La libertà di lasciare, di fare qualcosa o di smettere di farla. La laicità intesa come una battaglia a favore di tutti, nel rispetto di tutte le fedi. Nelle società occidentali diventa ormai preminente la laicità come valore in sé, non come strumento di prevaricazione e controllo su alcuni.

Una scelta di religione resta ad ogni modo una scelta culturale, di orgoglio, di appartenenza e d’identità.

Una scelta libera porta alla creazione di uno spazio laico in cui nessuno debba chiedere il permesso per esprimersi. La libertà non è un principio intangibile, anzi si nutre dell’informazione, della documentazione e della conoscenza. Risulta fondamentale ribadire egual dignità ad ogni culto perchè nessuno si trasformi in insulso e inutile clichè. Un giudizio critico evita la condanna morale a priori, in nome di un principio di valutazione equo.

Marilù Piscopello

FIM 2018: la fiera della musica e dei musicisti sta per arrivare

Dal 31 maggio al 3 giugno la prima manifestazione italiana dedicata alla formazione, alla didattica, all’innovazione tecnologica, alle professioni, ai prodotti e ai servizi per la musica. Un fitto calendario di performance e grandi ospiti da Antonella Ruggiero a Paolo Jannacci. Ingresso gratuito.  

FIM 2018: a Milano la Fiera della Musica e dei Musicisti!
 
 
Maia di Verdiano Vera, Associazione di Promozione Sociale Alveare e BigBox
con il Contributo di Regione Lombardia e InLombardia
 e con il Patrocinio del Comune di Milano
 
sono lieti di presentare:
 
FIM 2018
FIERA DELLA MUSICA
 
31 maggio – 3 giugno 2018
Piazza Città di Lombardia
Milano
 
ingresso gratuito
 
 
In partnership con: Conservatorio G. Verdi di Milano; L.I.M. – Laboratorio di Informatica Musicale – Università Statale di Milano; Politecnico di Milano – dipartimento di Elettronica, informazione e bioingegneria, dipartimento di Fisica; CPM Music Institute; IED; Accademia del Suono; Conservatorio GB. Martini di Bologna; Conservatorio G.Verdi di Como; Museo Strumenti Musicali del Castello Sforzesco; Museo Teatrale alla Scala;  con la partecipazione di  Black Widow Records e Beatlesiani d’Italia.
 
Da giovedì 31 maggio a domenica 3 giugno 2018 in Piazza Città di Lombardia e in Auditorium Testori a Milano, si terrà la VI Edizione di FIM – Fiera della Musica. La nuova edizione si caratterizza per le novità: è la prima volta a Milano dopo quelle svoltesi a Genova e Erba, è la prima volta a ingresso gratuito, ma soprattutto è la prima manifestazione in Italia a offrire una panoramica generale sul mercato della musica, all’insegna di alcune idee chiave quali la centralità della formazione e della didattica, l’attenzione alle professioni della musica, la possibilità di incontrare grandi musicisti per momenti di condivisione e apprendimento. FIM infatti è da sempre molto attenta ai rapporti tra il contesto economico e le attività musicali, interessata a ciò che accade al di fuori dei confini nazionali, con un occhio di riguardo al possibile dialogo tra educazione, territorio, professione, innovazione tecnologica e spettacolo. Una Fiera di contenuti e idee, di professionalità e talenti, impegnata da anni nella ricostruzione di una rete (grazie al gran numero di realtà che collaborano alla sua realizzazione e agli oltre 30 mediapartner coinvolti).

Per questa VI Edizione, FIM propone argomenti imprescindibili come l’orientamento, il rapporto tra scuola e mondo del lavoro, la ricerca tecnologica e informatica, l’innovazione e le ricadute sul mondo delle professioni, la didattica affidata a musicisti esperti e di lungo corso.

FIM 2018 offrirà per la prima volta in Italia un momento di riflessione, conoscenza, sperimentazione e pratica “sul campo” tra mondo della scuola, istituzioni, ricerca e mercato della musica. È nel termine “educational” che si trova quest’anno la parola chiave di FIM: nonostante la vasta gamma di momenti performativi con tanti ospiti italiani e stranieri, l’edizione 2018 punta a far convergere diverse direzioni, trovando il collante e il minimo comune denominatore nel mercato della musica, luogo dove la passione può diventare lavoro grazie al giusto know-how. FIM 2018 si presenta in continuità con la ricchezza e la varietà delle precedenti edizioni, con la conferma di partnership di prestigio e nuove, illustri collaborazioni (dal supporto della Regione Lombardia al patrocinio del Comune di Milano, alla partnership dei Conservatori di Milano, Como e Bologna, del Politecnico di Milano, del Museo Teatrale alla Scala, dello IED e di molti altri ancora), la cui presenza ribadisce con forza l’orizzonte tematico del progetto. 
 

Il programma generale di FIM 2018 è particolarmente ricco e si snoderà nei luoghi di Piazza Città di Lombardia(una delle piazze coperte più grandi d’Europa), a partire dall’Auditorium Testori, ribattezzato FIM Theater, il palco per gli eventi di risonanza nazionale ed estera, per concerti, incontri didattici e showcase come da tradizione FIM, anche in diretta streaming.

L’evento inaugurale giovedì 31 maggio si svolgerà proprio in Auditorium, con il concerto dell’ensemble di fiati del Conservatorio G. Verdi di Milano: programma dedicato a Ludwig Van Beethoven, con la direzione di due figure prestigiose come Silvano Scanziani e Alessandro Bombonati. Prima del concerto, a partire dal mattino, partirà il programma Showcase Youth Orchestras, l’esibizione di numerose giovani orchestre provenienti da tutta Italia e iscritte al progetto FIM Educational, che offre agli studenti delle scuole elementari, medie e licei, un’occasione di incontro con la musica dal vivo, con la possibilità di provare strumenti musicali, partecipare a laboratori e suonare in pubblico. Evento finale del giorno e ideale battesimo della VI Edizione, lo straordinario concerto di Antonella Ruggiero e Andrea Bacchetti con l’Orchestra ClassicaVivadiretta da Stefano Ligoratti con gli arrangiamenti di Stefano Barzan per il ventennale della casa di produzione musicale Tranquilo. 
Dalla classica al rock, come da tradizione FIM non può mancare il consueto ed energico contributo del mondo del rock progressivo nel programma PROG ON, in collaborazione con la storica etichetta Black Widow Records. Venerdì 1, sabato 2 e domenica 3 giugno si alterneranno in FIM Theater straordinari nomi come gli svedesi Anekdoten e i nostri The Trip, insieme a gruppi più giovani come La Fabbrica dell’Assoluto,  Hollowscene, Prowlers, APNB, Plurima Mundi, Desert Wizards, Elysium. Chiuderà la rassegna rock un originale tributo ai Led Zeppelin. Il 31 maggio è invece prevista l’esibizione del crooner/pianista Stefano Signoroni sul palco di CASA FIM.
 
Accanto agli spazi performativi, il cuore di FIM 2018 è rappresentato dai mestieri della musica e al rapporto tramusica e innovazione: un importante contenitore destinato alle scuole e alle giovani generazioni visti i risvolti legati alle professioni del futuro, con la collaborazione di partner prestigiosi quali IED (Istituto Europeo di Design), LIM (Laboratorio di Informatica Musicale) del Dipartimento di Informatica dell’Università degli Studi di Milano, Dipartimento di Fisica ed Elettronica del Politecnico di Milano, CPM Music Institute di Franco Mussida, Accademia del Suono di Milano, Conservatorio Martini di Bologna, Conservatorio Verdi di Como, Museo Strumenti Musicali del Castello Sforzesco, Museo Teatrale alla Scala, Spotlight Academy, Suzuki Music School, Mondomusica Scuola di Musica di Milano, Guitar Rock Academy, Trinity College London, Atelier del Canto, Lizard, Ottava Nota e molti altri. Tutti questi soggetti saranno coinvolti con incontri, seminari, laboratori didattici e interviste, che sottolineeranno il filo rosso tra tecnologia, studio, ricerca, educazione, didattica. A proposito di formazione, FIM coinvolge anche alcuni tra i musicisti più noti in Italia non solo per il loro lavoro tra studi e palchi ma anche per la loro attività a livello didattico: pensiamo a Franco Mussida, Cesareo, Christian Meyer, Mario Guarini, Gareth Brown, Saturnino, Davide Tagliapietra e molti altri. Durante i primi due giorni si svolgerà anche il seminario “Dimmi cosa senti”, rivolto alle scuole e dedicato alla prevenzione dell’udito dei bambini, con il contributo della Fondazione AiFos. 

FIM è da sempre una “rete della musica” che trova la sua sede ideale in CASA FIM, il centro nevralgico della Fiera in cui si svolgono interviste, incontri, showcase, laboratori didattici e concerti, tutto in diretta streaming.

È l’esempio tangibile dell’apertura di FIM al mondo esterno, è il luogo che mette insieme giovani musicisti, nomi popolari e professionisti che lavorano “dietro le quinte” ma risultano fondamentali, in un fitto palinsesto di incontri nel quale risalta il popolarissimo Jocelyn, da qualche anno coinvolto in veste di tutor di CASA FIM. 
Durante FIM vengono assegnati anche dei prestigiosi premi musicali, il più noto è il “FIM Award”, che sarà assegnato a Christian Meyer, Gareth Brown, Anekdoten, Fabrizio Poggi, Paolo Jannacci, Mirkoeilcane e Antonella Ruggiero. Tra gli Special Guest già confermati, spiccano Cesareo, Mario Guarini, Saturnino, Goffredo Haus, Claudio Chianura (Auditorium Edizioni), Bebo Ferra, Davide Tagliapietra, Mauro Di Domenico, The Trip, Andrea Bacchetti, Rigo Righetti. Ospiti altrettanto importanti in CASA FIM saranno nomi come Maurizio Marsico, MariaFausta, Gianluca Secco, Sissi, Enzo Gentile e Roberto Crema (a presentare il libro Hendrix 68), Emma Morton, Mirco Mencacci, Floraleda Sacchi e Sara Calvanelli.
FIM è anche tutela e valorizzazione della memoria, come dimostra la serata Un disco lungo 70 anni giovedì 31 maggio, a cura di Rolando Giambelli e Beatlesiani d’Italia: un momento di musica e ricordi dedicato ai 70 anni del 33 giri, immesso sul mercato nel 1948, con la partecipazione di Alberto Fortis, Gigi Cifarelli, Silver, Renzo Arbore e Peppino Di Capri (in diretta telefonica e skype), Fausto Leali (video). Sarà presente anche Claudio Sottocornola, il noto “filosofo del pop”, coinvolto in un percorso tra divulgazione, storia e filosofia popular. 

FIM è sempre attento anche al mondo della divulgazione e delle nuove tecnologie applicate all’informazione musicale, articolandosi in vari luoghi che amplificano le voci e le esigenze dei musicisti con la partecipazione di testate giornalistiche, radio e tv: pensiamo a FIM On Air (con tantissime webradio/blog/magazine operanti sul territorio nazionale) e FIM Social, il palco unplugged del FIM, in diretta streaming sui vari social FIM, che ospiterà tantissimi showcase e decine di seminari didattici, laboratori, clinics e workshop. 

Nell’area espositiva i musicisti e le band potranno essere intervistati da Radio FIM (la webradio del FIM realizzata in collaborazione con Yastaradio.com) e FIM Off Stage (il salotto multimediale del FIM realizzato in collaborazione con RadioAzzurra88 ReteLiguria e PlayRadioShow), finalizzati a promuovere i nuovi progetti musicali offrendo un servizio unico e gratuito accessibile a tutti.
In tale ambito si segnalano anche alcuni concorsi come It’s your time 2018 dedicato al mondo deejay, che si svolgerà sabato 2 giugno con 31 DJ emergenti in collaborazione con Pioneer DJ e Wimpy Music e la conduzione sul palco di Federica Minia (già sold out mesi prima del lancio della comunicazione FIM!), FIM Rock Contest 2018,V.I.C. (Videoclip Italia Contest) che premia il miglior videoclip autoprodotto, P.A.E. (Premio Autori Emergenti) che premia il miglior autore emergente (con una borsa di studio offerta da Umbria Jazz Clinics).
 
Immancabile infine l’area expo che esprime le nuove idee e l’innovazione nei prodotti e nei servizi al musicista, mostrando da vicino il lavoro encomiabile delle eccellenze del nostro mercato musicale. E’ il “laboratorio italiano della musica” che promuove il Made in Italy degli strumenti musicali e dell’audio professionale, con espositori innovativi e accreditati, ma anche le nuove idee e l’innovazione, basta pensare ad esempio al lavoro di respiro internazionale realizzato da Victor Zappi, ideatore dello Hyper Drumhead, alla Aerodrums, la batteria invisibile distribuita da Master Music, alle aste microfoniche magnetiche Mektor, alle innovative pedane acusticheVox Lion, alle arpe portatili di Stealtharp. Ancora una volta, forte di un programma articolato, corposo e condiviso, FIM si candida quale fiera delle idee, dei contenuti, dei musicisti, dei temi importanti che mostrano un’altra faccia della musica.

LE PRESENZE AL FIM 2018:

Abracadabra, tra moglie e marito non mettere l’ipnosi

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C’è più di un motivo se, per molti, il cinema spagnolo è il più vivo del panorama europeo. Un motivo tra i tanti è appunto Abracadabra.

Il nuovo film di Pablo Berger, regista che pochi anni fa si era imposto all’attenzione di cinefili, festival e premi col delizioso Blancanieves, parte qui da un livello molto molto semplice per poi alzare l’asticella dei significati nascosti, spaziando tra vari registri e toni. Il risultato è un film che rimane assolutamente godibile e divertente per un pubblico smaliziato, e al tempo stesso affascinante per chi ha fame di metafore e temi autoriali.

Dopotutto è un film sulla carta volutamente molto leggero, Abracadabra. Carmen e Carlos sono marito e moglie ormai agli sgoccioli della loro relazione: la prima è una donna tuttofare, frustrata dalla vita e dal suo matrimonio, il secondo è un uomo egoista con scatti di rabbia, perennemente fissato col calcio ed in grado col suo comportamento di alienarsi chiunque gli capiti; un innocuo esperimento di ipnotismo, alla festa del matrimonio di amici, cambierà tutto il loro rapporto.

Come si evince dal titolo, c’è quindi un fondamentale elemento di magia in Abracadabra. L’elemento fantastico, irrealistico, che tanto contraddistingue il recente cinema spagnolo.

Pablo Berger sembra fare il verso a Alex De La Iglesia, prendendo qui toni grotteschi e talvolta favolistici senza però mai sfondare il muro dell’assurdo o della pura anarchia cinematografica. Ritroviamo i colori e le tinte calorose di Almodovar, ma qui il conflitto relazionale non sfocia mai nel melodramma. Semmai Abracadabra, che ricorda le commedie di Woody Allen in cui la magia diventa il pretesto narrativo centrale, come Scoop o soprattutto La Maledizione dello Scorpione di Giada, accetta di diventare specchio del cinema spagnolo recente, e così passa da scene puramente comiche, come tutta la prima parte del film, a momenti di puro thriller o addirittura occultismo.

Berger si diverte, questo è palese. Non sembra parodiare i generi, ma offrirli organicamente al suo frullatore cinematografico. E poi diverte il pubblico, soprattutto. Il grottesco unito a gag puramente comiche (come l’assenza del riso per gli sposi) regala momenti di genuina ilarità. La leggerezza di Abracadabra, che rimane semplice per tutti i 90 minuti, non frena mai i veri significati della storia. Così ci sarà lo spettatore che ride, e chi invece vede un ferocissimo ritratto della mascolinità tossica degli ultimi tempi. Ci sarà chi vuole solo divertirsi, e chi invece riflette sulle difficoltà del matrimonio. Sulle difficoltà di capire chi siamo, e cosa diventiamo, nella relazione con un’altra persona.

La vera magia, appunto, è quella di dire le cose con semplicità ma enorme efficacia. Ci riesce Abracadabra, adesso. Ci riesce molto il cinema spagnolo, ultimamente.

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Emanuele D’Aniello