Le rose che uccidono. Alma Tadema e il banchetto di Eliogabalo

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La bella stagione sembra in arrivare? Consoliamoci con  Alma Tadema e le rose di Eliogabalo. Un tuffo tra montagne di petali profumati.

Maggio tempo di rose. Tra la festa della mamma e le aperture straordinarie di moltissimi giardini è proprio il fiore protagonista del periodo. Qui agli Infusi d’arte ne abbiamo una nostra particolarissima versione. Dopo l’unicorno ecco a voi Le rose di Eliogabalo di Sir Lawrence Alma Tadema. Un tipo niente male. Uno che  nel 1888 invece di regalare le rose in questione alla propria ragazza le ha ritratte in un quadro. E ne ha dipinte tantissime, una vera cascata.

Potete vedere il quadro qui.

Guardando “Le rose di Eliogabalo” infatti la prima cosa che si nota sono proprio i fiori. Tanti, tanti, tantissimi fiori. Al punto che ci sentiamo anche un po’ sopraffatti e non capiamo cosa sta accadendo. Già. Cosa succede in questo dipinto? Perchè questa invasione rosa?

La storia è ben strana e a raccontarcela è Erodiano, uno storico contemporaneo di Eliogabalo.

Siamo nell’antica Roma, precisamente tra il 218 e il 220 a.c. e l’imperatore Eliogabalo organizza feste e banchetti che di romano hanno poco o niente. Inutile dire che il testardo e orgoglioso popolo capitolino non è affatto contento. La festa delle rose scelta da Alma Tadema come soggetto è un episodio paradossale. Eliogabalo infatti durante una un banchetto fece rovesciare sui propri numerosi ospiti una enorme carico di fiori. Carino direte voi, poetico. Neanche per idea. Le rose erano talmente tante che molti tra gli invitati morirono soffocati dai petali mentre l’imperatore si godeva la scena di questa bella montagna rosa che cadeva dal soffitto.

Un gesto folle e senza senso. Per capirlo bisogna fare i conti con la personalità di Eliogabalo.

Questo imperatore infatti era un ragazzino di neanche quindici anni, originario della Siria e sacerdote del dio sole. Un sacerdote gasato visto che aveva preso il nome della divinità che adorava (El Gabal in oriente) e pretendeva di sostituire El Gabal, o Sol Invictus come era chiamato a Roma,al Giove capitolino. Quanto di peggio potesse fare nella Roma dell’epoca. Il giovanotto fece proprio di tutto per farsi odiare. Sposò una vestale, tolse le divinità romane dai loro templi per spostarle nell’Eliogabalum da lui costruito.

Un atteggiamento megalomane che ha dietro due donne.  La nonna e la madre. Rispettivamente Giulia Mesa e Giulia Soemia. Erano state loro a metterlo sul trono e da loro Eliogabalo aveva una vera e propria dipendenza. Dico solo che arrivò a istituire per loro il “senato delle donne” e a farle partecipare alle sedute di quello “maschile”. Venne assassinato nel 220, a neanche diciotto anni.

Il dipinto mostra proprio la sua stravaganza.

Eccolo lì in fondo che guarda la scena con una certa compiaciuta superiorità. Sdraiato su stoffe orientali e morbidi cuscini è così giovane da non avere nemmeno la barba. Motivo per cui lo riconosciamo subito. Anche perchè è identico al suo busto conservato ai musei capitolini. Nessun dubbio. Accanto a lui, neanche a farlo apposta, sua nonna Giulia Mesa compiaciuta quanto il nipote.

Le altre figure sono Publio Valerio Comiazone , un suo sostenitore, la madre e la moglie. Anna Faustina, dotata di una corona di rose bianche. L’unica che non sembra divertita da questo omicidio floreale. Sulla sinistra una menade, con pelle di leopardo e doppio flauto, sta suonando per allietare la scena. E per ricordare allo spettatore che questo non è una banchetto romano ma di origine ed ispirazione orientale. Davanti a loro le fatali rose. Eccesive ed opprimenti, coprono tutto. Tanto che dei poveri commensali si vede giusto qualche pezzo. Qui una gamba, là una spalla, più giù una testa. Chi cerca di tirarsi su, chi non ha ancora realizzato cosa succede e chi sta già disperatamente soffocando.

Una scena ambigua. Surreale. Se pensiamo ad una cascata di fiori abbiamo in mente qualcosa di bello, profumato e romantico. Non certo una morte simile all’annegamento. Sir Alma Tadema ha giocato proprio su questo.

La rosa: il fiore degli innamorati per eccellenza, popolarissimo in epoca vittoriana come nell’antica Roma diventa adesso un micidiale strumento di morte. Una morte che non è nè un assassinio per intrighi di potere nè un’esecuzione militare. E’ una morte effimera come il fiore, capricciosa e volubile. Nella scena infatti non c’è alcuna immagine di sofferenza o di disperazione. Tantomeno di consapevolezza. Il soffocamento passa sotto silenzio, la festa prosegue, nessuno si accorge di niente. Nè l’imperatore, nè gli ospiti nel suo “privè” e nemmeno noi.

La prima impressione infatti è di una gioiosa festa all’aperto con sole e musica. Solo dopo, quando osserviamo i fiori, percepiamo che qualcosa non va.  Da oggi in poi il vostro modo di guardare le rose cambierà. Garantito. Da delicato e poetico omaggio a cascata mortale.

Anche per oggi l’infuso d’arte è finito. Ma ci vediamo tra due settimane per un’altra tazza fumante.

Chiara Marchesi

Chiara Marchesi: Laureata in Storia dell'arte, con un'insana passione per la scrittura e per il rinascimento italiano. Curiosa di tutto si occupa principalmente di eventi d'arte senza disdegnare teatro, cinema e libri. Perchè la bellezza è ovunque...

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