Dalle lettere di Wolfgang Amadé Mozart, secondo Tullio Solenghi

tullio solenghi teatro vittoria

Wolfang “Amedé” Mozart è un personaggio che non tutti hanno avuto il piacere di conoscere…

Tullio Solenghi svela il lato giocoso del compositore al Teatro Vittoria di Roma, tracciandone un profilo inedito   attraverso la lettura di insoliti carteggi.

Il talento è un capriccio senza età, un divertissement degno di un Casanova bambino, la testimonianza che niente procede in modo parallelo e il magnifico Mozart ne incarna senza dubbio la verità.

Attraverso quella leggerezza di pensiero stralunata e disarmante, Solenghi apprezza la libertà dell’arte assolutamente noncurante delle convenzioni, proprio come nella bolla fortunata dell’infanzia.

Il nostro genio musicale ha infatti vita breve ma intensissima e legata a stretto giro a un impegno intellettuale, quello creativo, di una gravosità sconvolgente. Come tutti sanno, il piccolo Mozart era solo un fanciullo quando componeva con precisione matematica le sue prima composizioni.

La sue stessa esistenza rappresentava un fulcro di interesse che giustificava l’esistenza di una corte familiare e sociale pronta a sostenere, e mantenere, una leggenda che traeva necessità di rigidi schemi mentali di supporto.

Proprio per questo il giovane Amadeus aveva coltivato nei rapporti più intimi l’esercizio della libertà di espressione, una lallazione giocosa e irriverente che affondava i presupposti nella materia freudiana del piacere, la carne e i suoi dintorni.

Tullio Solenghi ripropone i passi più significativi e ludici della sua corrispondenza epistolare con i suoi cari attraverso la sua ironia sapiente e garbata.

Grazie all’accostamento di alcune lettere con uno dei suoi ultimi capolavori cameristici  si traccia un ritratto umanissimo e sorprendente di Wolfgang Amadeus Mozart. L’opera in questione è il divertimento per trio d’archi KV563; scritto al termine della sua vita in cui sembrano convergere e sublimarsi tutte le precedenti esperienze compositive.

Tullio Solenghi è accompagnato dal Trio d’archi di Firenze: Patrizia Bettotti – violino; Pierpaolo Ricci – viola e Lucio Labella Danzi – violoncello.

Intervalla letture sceniche a momenti di ascolto di un capolavoro assoluto per ricchezza dell’invenzione armonica e contrappuntistica e per varietà espressiva del gioco tematico, pieno di sentimenti e stati d’animo.

Il pubblico è rapito, si immedesima, ride delle burle mozartiane e si emoziona di cuore; la bellezza può essere compresa sempre perché porta i trattini della semplicità, anche quando si mostra come miracolo.

Bellissimo questo ritratto scomposto che il bravo Solenghi ci regala, interprete divertito di un turpiloquio epistolare che connette il genio all’uomo. Ci rende tutti più vicini.

Antonella Rizzo

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